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CAPITOLO PRIMO.

DALLA NASCITA AL PRIMO ESIGLIO. [1807-1836.]

I.

La _Gazzetta Piemontese_ del 17 giugno 1834 pubblicava la seguente

«SENTENZA.

Genova, 14 giugno 1834.

»Il Consiglio di Guerra divisionario sedente in Genova convocato d’ordine di S. E. il signor Governatore Comandante Generale della Divisione

»Nella causa del Regio Fisco militare contro _Mutru Edoardo_ del vivente Giovanni, d’anni 24, nativo di Nizza Marittima, marinaro di 3ª classe al R. servizio. — _Canepa Giuseppe Baldassare_ del fu Giov. Battista, d’anni 34, nato e domiciliato in Genova, commesso in commercio, sottocaporale provinciale nel 1º Reggimento Savona. — _Parodi Enrico_ del vivente Giovanni, d’anni 28, marinaro mercantile, nato e domiciliato in Genova. — _Dalus Giuseppe_ detto _Dall’Orso_ del fu Francesco, d’anni 30, nato a Praja dell’isola di Terzeïra (Portogallo), marinaro mercantile di passaggio in Genova. — _Canale Filippo_ del vivente Stefano, d’anni 17, nato e domiciliato in Genova, lavorante libraio. — _Crovo Giovanni Andrea_ del vivente Giov. Agostino, d’anni 36, nativo di Carreglia (Chiavari) e domiciliato in Genova, sostituto segretario del Tribunale di Prefettura. — _Garibaldi Giuseppe Maria_ del vivente Domenico, d’anni 26, capitano marittimo mercantile e marinaro di 3ª classe al R. servizio. — _Caorsi Giov. Battista_ del fu Antonio, detto il figlio di Tognella, d’anni 30 circa, abitante in Genova. — _Mascarelli Vittore_ del vivente Andrea, d’anni 24 circa, capitano marittimo mercantile, dimorante nella città di Nizza;

»I primi sei detenuti e gli altri contumaci, inquisiti di alto tradimento militare, cioè:

»Li Garibaldi, Mascarelli e Caorsi di essere stati i motori d’una cospirazione ordita in questa città, nei mesi di gennaio e febbraio ultimi scorsi, tendente a fare insorgere le Regie truppe, ed a sconvolgere l’attuale Governo di Sua Maestà; di avere li Garibaldi e Mascarelli tentato con lusinghe e somme di denaro effettivamente sborsate d’indurre a farne pur parte alcuni bassi uffiziali del Corpo Reale d’Artiglieria, e di avere il Caorsi fatto provvista a sì criminoso scopo d’armi, state poi ritrovate cariche, e di munizioni da guerra. E gli altri sei di essere stati informati di detta cospirazione e di non averla denunciata all’Autorità Superiore, e di essersi anzi associati;

»Udita la relazione degli Atti, gli inquisiti presenti nelle loro rispettive risposte, il R. Fisco nelle sue conclusioni, ed i difensori nelle difese degli accusati presenti

»_Il Divino aiuto invocato_

»Reietta l’eccezione d’incompetenza opposta dai difensori di alcuni accusati — Ha pronunciato doversi condannare, siccome condanna, in contumacia i nominati _Garibaldi Giuseppe Maria, Mascarelli Vittore_ e _Caorsi Giov. Battista_, alla pena di morte ignominiosa e dichiarandoli esposti alla pubblica vendetta come nemici della Patria e dello Stato, ed incorsi in tutte le pene e pregiudizi imposti dalle Regie Leggi contro i banditi di primo catalogo in cui manda gli stessi descriversi. — Ha dichiarato li Mutru Edoardo, Parodi Enrico, Canepa Giuseppe Baldassare, Dalus Giuseppe e Canale Filippo non convinti allo stato degli Atti del delitto ad essi imputato, ed inibisce loro molestie dal Fisco. — E finalmente ha dichiarato e dichiara insussistente l’accusa addebitata all’Andrea Crovo, e lo rimanda assoluto. — Genova, 3 giugno 1834.

»Per detto Illustrissimo Consiglio di Guerra

»BREA, segretario.

»Visto ed approvato »_Il Governatore Comand. gen. della Divisione_ »Marchese PAULUCCI.»

Era questa la prima volta, dice Giuseppe Garibaldi nelle sue _Memorie_,[11] che leggeva stampato nei giornali il suo nome: era questa la prima volta che lo leggevano gl’Italiani.

Chi mai avrebbe detto che l’oscuro marinaio di 3a classe, _il bandito di primo catalogo_, il condannato nel capo per disertore e ribelle, avrebbe presentato un giorno al Figlio di quel Re che lo mandava al capestro una delle più belle corone d’Italia; parteciperebbe con un gran Principe e un gran Ministro alla gloria di rivendicare l’indipendenza e fondare l’unità della patria sua; «empirebbe del suo nome (per dirla colle parole di Vittorio Emanuele) le più lontane contrade;» diverrebbe uno degli uomini più popolari e delle figure più meravigliose dei tempi moderni; invecchierebbe in una specie d’inviolabilità, sotto l’egida della sua passata grandezza; morrebbe con onori regali, e sopravviverebbe a sè stesso nell’immortalità della storia?

Eppure quel giovane che l’Italia vedeva per la prima volta sui passi dell’esiglio, inseguíto da una pena capitale, portava fin d’allora in sè stesso tutte le promesse di un non volgare destino.

Quantunque ancora perduto nella folla, chiunque avesse potuto conoscerlo e studiarlo da vicino, nella sua indole, ne’ suoi costumi, ne’ suoi atti, nelle sue parole poteva fin d’allora presagire che tosto o tardi egli sarebbe uscito di schiera e avrebbe fatto parlare di sè. In qual modo egli n’avrebbe fatto parlare, era questo il segreto dell’avvenire; ma certo l’avvenire aveva dei segreti per lui, e lo aspettava.

Da quell’ignoto poteva uscire, secondo gli eventi e le fortune, così un ardito corsaro come un glorioso ammiraglio, tanto un bandito famoso quanto un candido eroe, così un avventuriere fortunato come un grande capitano; ma non poteva più uscire oramai un uomo comune.

Già a ventisei anni egli aveva provato che, se la sua vita poteva restare oscura, non lo poteva la sua morte. Anche arrestato per via dal laccio del carnefice si sarebbe scritto sulla sua tomba: qui giace un martire. Anche sparito nella tenebra d’un naufragio il marinaio ligure ne avrebbe lungamente ripetuto il nome a’ suoi figliuoli come un esempio d’intrepidezza e di virtù.

Giuseppe Garibaldi era un predestinato; e la Provvidenza (perchè dirla il cieco destino?), temperandolo fanciullo nell’ampia palestra dei mari e delle tempeste, aprendogli nella giovinezza e nella virilità una scena adatta alle sue attitudini ed alla sua forza, scampandolo da tanti pericoli e persino da sè stesso, aveva tutto predisposto in lui e attorno a lui perchè riuscisse degno della singolare missione che gli aveva affidata.

Che se essa non apparve sempre tutta buona, tutta provvida, tutta grande, fu però ottima, provvidissima, grandissima un giorno, e ciò basta alla posterità ed alla storia.

II.

Un novelliere francese lo fece nascere in alto mare, in una fragile barca, tra i lampi e i tuoni d’una notte di tempesta, e non sembra davvero che la vita di Giuseppe Garibaldi avesse mestieri d’essere infrascata d’un romanzo di più.

Nacque, assai più tranquillamente, in Nizza Marittima, il 4 luglio 1807, un anno prima di Mazzini, in una casetta del _Quai Lunel_, oggi _Quai Cassini_, da Domenico Garibaldi e da Rosa Raimondi.[12] Che poi in quella medesima casa, anzi nella medesima camera sia venuto al mondo 49 anni prima Andrea Masséna, Garibaldi lo credette e lo scrisse, e ai dilettanti d’oroscopi potrà dare nel genio; ma non è. Se ancora fu leggenda viva per qualche tempo fra Nizzardi, oggi la lapide memoriale che il Comune nizzardo pose sulla casa del _Quai Cassini_, la quale ricorda solo il nome di Garibaldi, e l’altra posta sulla casa del _Quai Jean Baptiste_ che afferma asseverantemente quella essere stata il tetto natale del «prediletto figlio della vittoria,» tolgono ogni dubbiezza.

La famiglia dei Garibaldi era oriunda di Chiavari e non si trapiantò in Nizza che intorno alla fine del secolo XVIII. Come a Napoleone dopo Marengo, così a Garibaldi dopo Marsala la compiacente Musa dell’Araldica fece sorger dal suolo un completo albero genealogico, le di cui radici si perdono nel profondo dell’età longobarda; ma ognuno vorrà credere che, se anco non ci mancassero argomenti per entrare in siffatto litigio, ci mancherebbe pur sempre l’ozio. Non v’ha dubbio che il nome (_Gar_ o _Garde-bald_) l’accusa d’origine tedesca e antica; ma se egli procedette davvero in retta linea da Garibaldo duca di Torino, e da tutta quella non interrotta progenie di capitani di mare, di uomini d’armi e di magistrati, che il dotto genealogista gli regalò, questo non sapremmo davvero nè affermare nè negare.

A noi paghi, come il nostro eroe, di antenati meno illustri e più certi, basti tenerci sicuri di questo: che verso la metà del secolo scorso viveva in Chiavari un Angelo Garibaldi di vecchia e onesta casata di capitani di mare ed armatori, capitano ed armatore egli stesso: che quell’Angelo venne intorno al 1780 per trapiantarsi con tutta la famiglia a Nizza; che in quella famiglia c’era un figliuolo di nome Domenico e che questo Domenico, sposata Rosa Raimondi, divenne il padre di cinque figliuoli, tra cui il nostro Giuseppe.

A Nizza poi la storia dei genitori e dei fratelli di Garibaldi è notissima; e se è probabile che assai pochi sieno i superstiti di coloro che li conobbero di persona, sono però molti e vivi ancora quelli che la udirono raccontare da’ loro vecchi e la ripetono così:

Domenico Garibaldi, o, come lo chiamavano i suoi colleghi del Porto, _Padron Domenico_, non fece studi di sorta; imparò la nautica sui bastimenti del padre, e a forza di navigare, più per pratica che per teoria, crebbe abile ed esperto marino. Rimasto orfano e padrone di qualche ben di Dio, non lasciò per questo l’arte paterna; armò bastimenti di suo, ne prese il comando egli stesso e li portò con alterna fortuna, ma sempre con onore, per tutti i porti del Mediterraneo. Non oltre però: chè per cimentarsi alle lontane navigazioni transatlantiche e persino ai più vicini scali di Levante gli fecero difetto sempre la portata de’ bastimenti, le cognizioni del navigatore, e fors’anche più l’audacia e l’ambizione.

Era quindi e restò sempre un modesto capitano di cabotaggio, pratico di tutti i paraggi del mar ligure da girarvi a occhi chiusi; sulla poppa della sua tartana, la _Santa Reparata_, sicuro come in casa sua, ma incapace d’uscire dal giro tradizionale della sua vita, ed alieno dal rischiare tutta la sua fortuna sopra tavolieri troppo vasti e cimentosi. Infatti dopo tanti anni di corse, di traffici, di sudori, se non aveva intaccato il modesto patrimonio paterno, non l’aveva neanche accresciuto, e non era giunto, malgrado tanti sforzi, che a consolidarsi in quella mezzana agiatezza borghese, la quale, finchè la famiglia è riunita o i figliuoli son piccini, pare soverchia, ma che appena i figliuoli ingrandiscono e la famiglia si divide, assomiglia molto davvicino alla strettezza e quasi alla povertà. Del resto, brav’uomo, testa angusta, cuor largo, probo, servizievole, benevolo, quindi beneviso: questo è il padre di Garibaldi, come ci fu ritratto da persone che lo viddero e lo conobbero; quale è tuttora vivente nella memoria dei Nizzardi.

Ma ancora più viva e venerata dura la ricordanza di sua moglie Rosa Raimondi, o per chiamarla essa pure col nome pieno di riverente affetto con cui la conobbe sempre il popolo di Nizza: _la signora Rosa_. Discendeva da una casa popolare, ma benestante, di Savoia; era donna di bellezza non comune, di costumi semplici e modesti, e di straordinaria pietà. Nessuno però avrebbe potuto accusarla di melensa bacchettoneria; osservava senza farisaismo come senza vergogna le pratiche del suo culto; ma sapeva, e lo dimostrava coi fatti, che la vera religione di Dio è essenza del bene, amore de’ simili e fiamma di carità. E come il cuore così non aveva volgare la mente. Fin da fanciulla aveva potuto tesoreggiare qualche istruzione; amava molto le letture, intendeva, meglio forse che il marito, i segni del suo tempo e le secrete vocazioni del suo secondogenito, di cui sentiva maturare con amore atterrito la perigliosa grandezza. Del resto passava le ore che le domestiche cure le consentivano al letto degli ammalati; distribuiva con sapiente larghezza gran parte del suo ai poveri, e diveniva per la sua gentilezza e carità tanto popolare, specialmente negli umili quartieri del Porto, che bastava nominare la _signora Rosa_ perchè tutti corressero col pensiero a colei che n’era, in certa guisa, la fata benefica.

Ma nessun maggiore elogio di Rosa Garibaldi delle parole che il figliuolo stesso già adulto le consacrava nelle sue _Memorie_. Anche del padre rammenta con gratitudine la vita laboriosa ed onorata, gli sforzi fatti per la sua educazione, col rammarico d’aver retribuito di sì scarsi frutti tante cure e tanti sagrifici; ma quando viene a parlare della madre gli erompe dal cuore tale un grido d’affetto e di riconoscenza, che pochi figli saprebbero ripetere l’uguale: «Mia madre, lo dichiaro con orgoglio, mia madre era il modello delle madri, e credo con questo avere detto tutto. Uno de’ miei maggiori rammarichi sarà quello di non poter far felici gli ultimi giorni della mia buona genitrice, la di cui vita io amareggiai tanto coll’avventurosa mia carriera. Soverchia fu forse la di lei tenerezza; ma non devo io all’amor suo, all’angelico di lei carattere il poco di buono che si rinviene nel mio? Alla pietà di mia madre, all’indole sua benefica e caritatevole, alla compassione sua verso il tapino, il sofferente, non devo io forse la poca carità patria che mi valse la simpatia e l’affetto de’ miei disgraziati, ma buoni concittadini? Oh.... abbenchè non superstizioso, certamente non di rado, sul più arduo della strepitosa mia esistenza, sorto illeso dai frangenti dell’Oceano, dalle grandini del campo di battaglia, mi si presentava genuflessa, curva al cospetto dell’Altissimo, l’amorevole mia genitrice implorandolo per la vita del nato dalle sue viscere!... ed io credevo all’efficacia della preghiera!...[13]»

Belle e sante parole, che diresti ispirate dalla Musa stessa della figliale eloquenza, e che rivelandoci a un tratto quanto fosse squisita in quel cuore leonino la fibra dell’amor figliale, ci fanno già presentire quanto sarà, un giorno, appassionato, cieco e quasi improvvido il cuore del padre.

E quel che è più, egli suggellò queste parole scritte in un impeto di religioso entusiasmo col culto dell’intera sua vita.

In Caprera il solo ritratto di donna che si veda sopra il capezzale del Generale è quello d’una bella vecchina, avvolto il capo da un fazzolettino rosso, che sorride dolcemente: il ritratto di sua madre.

Nella casa Garibaldi da trent’anni non si festeggia più l’onomastico del Generale, perchè quel giorno coincide coll’anniversario della morte di sua madre (19 marzo 1852), ed è giorno sacro alla sua memoria. D’onde si vede che l’amor vero può suggerire le più signorili raffinatezze della pietà anche ai lupi di mare!

Ma, come dicemmo, _Peppino_ (era questo il vezzeggiativo col quale il nostro Giuseppe era chiamato per la casa, finchè verrà il giorno in cui i Nizzardi lo chiameranno _Monsù Pepin_) non era il solo frutto d’amore che la signora Rosa aveva dato a padron Domenico. Egli veniva in mezzo a quattro altri fratelli, Angelo, che l’aveva preceduto, Michele, Felice ed una sorella, di cui non sappiamo il nome, che l’avevano seguíto. Angelo, la testa quadra della famiglia, il braccio destro del padre finchè stette in casa, fu uomo di molta perizia e riputazione negli affari mercantili e marinareschi, e finì negli agi, console di Sardegna agli Stati Uniti d’America. Michele si dedicò più specialmente al navigare; divenne capitano marittimo, non uscì quasi mai dalla modesta penombra dell’arte sua, e morì il 21 luglio 1866. Felice lasciò dietro a sè la nomina di elegante zerbino, gran cacciatore di donne; esercitò con qualche fortuna il commercio; fu agente per molti anni della casa Avigdor a Bari, e cessò di vivere non ancora vecchio nel 1856. La sorella finalmente fu, bambinetta ancora, non sappiamo per quale caso funesto, avvolta dalle fiamme, e vi morì orrendamente bruciata.

Questo è tutto quanto ci fu dato spigolare, non senza fatica, sulla famiglia di Garibaldi; altri potrà soggiungere di più; ma anche il poco che noi abbiamo potuto dirne dovrebbe bastare a fermarne i tratti principali ed a scolpirne l’immagine.

Non era, come s’è visto, una famiglia di signori, ma non la era neanche di spiantati pescatori, come taluno sognò. La casa era modesta, ma vi regnava il benessere, vi rideva l’amore, vi splendeva l’onestà. Il padre la nutriva col lavoro, la madre la santificava colla pietà; la gaia brigata dei figliuoli l’allegrava de’ suoi strilli, del suo moto romoroso, de’ suoi innocenti trastulli; tutti insieme diffondevano attorno al domestico focolare quell’aura di pace serena e di pura letizia, che non era forse troppo omogenea alle spirituali ginnastiche del pensiero, ma che certamente era più d’ogni altra propizia a custodire e fortificare colla salute del corpo quella altresì più preziosa ed importante, la salute del cuore, che è la più vitale condizione d’ogni vera grandezza.

III.

Come crescesse in quella casa, da quei parenti, sotto quel cielo, lungo quel mare, il secondogenito dei Garibaldi, è facile l’immaginarselo. Il nostro eroe si studiò a tratteggiare in alcuni tocchi, a dir vero troppo scarsi e fuggitivi, la propria infanzia; ma se egli ne avesse anche interamente taciuto, chi ha visto l’albero può assai di leggeri indovinarne il germoglio.

Un bel ragazzo dai capelli biondi, dalle gote incarnate, dallo sguardo azzurro e profondo, dalle membra snelle e tarchiate, che cresce libero e selvaggio ai venti e al sole della sua costiera natía, che passa le sue giornate ad arrampicarsi su per le sartie dei bastimenti paterni, a sguazzare e tuffarsi nell’acqua, a ruzzare e fare alle braccia coi monelli del Porto, a correre la montagna alla caccia d’uccelli e di grilli, ed a frugare la scogliera alla pesca di ricci e di granchi; ecco quale doveva essere in sull’alba de’ suoi dieci anni il futuro capo dei Mille.

Suo padre, ce l’assicura egli stesso, non pensò a dargli alcuna «lezione nè di ginnastica, nè di scherma, nè d’altri esercizi corporei,» e noi gli crediamo facilmente.[14] Con quell’indole e quella tempra il ragazzo era maestro a sè stesso. «Imparai (egli soggiunge) la ginnastica arrampicandomi su per le sartie o lasciandomi sdrucciolar giù pei cordami: la scherma tentando di difendere da me la mia testa e di spaccare quella de’ miei avversari; l’equitazione prendendo a modello i migliori cavalcatori del mondo e studiandomi di far come loro. Quanto al nuoto, dove e quando l’imparassi non mi sovviene; mi sembra d’averlo sempre saputo e d’essere nato anfibio. Però quantunque tutti quelli che mi conoscono sappiano che sono sempre stato restío a fare il mio elogio, dirò molto schiettamente e senza crederlo un vanto, che io sono uno dei più gagliardi nuotatori che esistano. Non bisogna dunque attribuirmi merito alcuno, se, mercè questa gran fiducia che ho sempre avuto in me, non ho mai esitato a buttarmi all’acqua per salvare la vita d’uno de’ miei simili.[15]»

Ed a queste mirabili disposizioni del corpo rispondevano, già adeguate e conformi, le qualità dell’animo; non tutte forse le qualità; ma quelle due principalmente che più gli erano necessarie per sollevarsi dal volgo e drizzare la nativa gagliardia delle membra a nobile mèta: il coraggio e la bontà. Il coraggio gli veniva dalla natura che fin da bambino gli aveva cinti i nervi d’una corazza impenetrabile a tutte le impressioni della paura e radicato nell’animo quella, non saprei dire se provvida o improvvida, inconsapevolezza del pericolo, che pare talvolta colpevole follía ed è l’inconscia virtù dei fanciulli e degli eroi.

Della bontà poi, egli stesso, ripeteva il dono da Dio e da sua madre, e non ne pretendeva per sè merito alcuno.

Sino da primi anni tutto ciò che era piccino, debole, disgraziato, lo toccava e lo impietosiva. E non di una pietà inerte, passiva, quasi femminea; ma sì di quella virile, operosa, pugnace, che si sdegna dell’ingiustizia, si ribella alle prepotenze, fa sua risolutamente la causa degli afflitti e degli oppressi, e dà lietamente il sangue e la vita per essi.

A otto anni aveva già tratto dalle acque d’un fosso una lavandaia che vi annegava. A tredici salvava, gettandosi a nuoto, una barca di compagni prossimi a naufragare. Non poteva veder soffrire nè gli uomini nè gli animali, e l’uomo strano che nel bel mezzo d’una marcia contro il nemico s’arrestava ad ascoltare il canto d’un usignuolo; che balzava di letto prima dell’alba per correre a cercare tra gli scogli di Caprera un agnello smarrito, e recarselo sulle spalle alla madre; che s’accendeva di sdegno tutte le volte che sorprendeva un soldato a maltrattare senza ragione il suo cavallo: era quello stesso fanciullo che a sette anni, fatto prigioniero un grillo e strappategli le ali fu preso poi da tanta pietà del povero animaluccio, e da tale rimorso della propria crudeltà, che ne pianse amaramente.

IV.

Ma Peppino entrava già nel suo dodicesimo anno, ed era tempo che si mettesse di proposito agli studi. Questo capitolo però della prima educazione intellettuale di Garibaldi è pieno per noi, e non crediamo sia diverso per altri, di grande oscurità e di molte lacune. Che padron Domenico non abbia trascurato nè cure nè dispendi per dare al suo secondogenito una istruzione anche superiore alle sue forze ed al suo stato, ce ne assicurò con parole di viva riconoscenza il figlio stesso e non è lecito dubitarne. Ma in che quella educazione sia propriamente consistita, a quale carriera quel padre destinasse quel figliuolo, e però a quale ordine di studi lo volesse incamminare, ciò non è da alcun documento attestato, e il biografo che non voglia dare per fatti le ipotesi non dev’essere restío a confessare la propria ignoranza. Che tanto padron Domenico, quanto la signora Rosa ripugnassero ad avventurare su quell’arena fortunosa e infida del mare un figliuolo così temerario e spericolato, e n’avessero perciò fin dai primi anni combattuto con ogni possa l’aperta vocazione, vagheggiando per lui uno stato più sicuro e tranquillo, è indubitabile, e trapela, a dir così, dalle stesse parole onde Garibaldi dipinge lo sgomento, quando lo videro imbarcarsi e salpar da Nizza la prima volta.

Ma che poi essi, il padre principalmente, avessero nell’animo, siccome fantastica il vecchio Dumas, di fare addiritura di quel figliuolo un medico, un avvocato e persino un prete, nè Garibaldi lo scrisse, nè altri lo affermò, ed è manifestamente una delle tante fiabe, di cui il romanziere francese infarcì il suo racconto. E non la diremmo nemmeno una ragionevole ipotesi; chè il fatto solo del silenzio di Garibaldi intorno a quegli studi classici, che pur sono necessario avviamento a quella carriera, anticipatamente la smentisce. La smentisce, ma non le surroga per questo un fatto più certo; poichè, se è da tenersi per indubitato che il nostro eroe non vide mai neppure da lontano un cartone di libro latino o greco o d’altro classico qualsiasi, non c’è poi modo di discernere a quale ordine debbano andare ascritti tutti quegli altri studi che pur egli ammette d’aver fatti e fece certamente.

Garibaldi stesso è, su questo punto, d’un laconismo sconfortante per chi pur vorrebbe scoprir la traccia della prima coltura che dirozzò la sua mente. Tutto quello che egli sa dircene in proposito è racchiuso in questo breve periodo:

«Tra i maestri conservo cara rimembranza del padre Giaccone[16] e del signor Arena. Col primo trattai pochissimo, più intento allora a divertirmi che ad imparare, e mi rimane quindi il rimorso di non aver studiato l’inglese, rimorso risuscitato in ogni circostanza della mia vita in cui mi sono trovato con Inglesi. Poi essendo il padre Giaccone di casa nocevami la troppa famigliarità. Al secondo, eccellente militare, io devo il poco che so, soprattutto riconoscenza d’avermi avviato nella lingua patria colla lettura della storia romana.»

Ora ognun vede che queste parole sono più fatte per moltiplicare i quesiti che per diradarli, più per invogliare alla curiosità che per sodisfarla.

Infatti se il padre Giaccone non riuscì nemmeno a insegnargli l’inglese, che cosa gl’insegnò egli? Se il signor Arena non l’istruì che nella lingua italiana e nella storia romana, dove e da chi apprese egli tutte quelle altre nozioni, chiare od oscure, superficiali o profonde, digeste o indigeste, che pure balenano, come lampi, tramezzo a fitte nebbie, dalle parole e dagli scritti della intera sua vita?

Noi udimmo narrare da un suo amico e commilitone che Garibaldi, giovane, sapeva a memoria teorema per teorema tutti gli elementi di geometria; ora non vogliamo attribuire a questa felicità di memoria maggiore importanza che si meriti; ma insomma egli fu capitano marittimo, e per conseguirne la patente dovette possedere almeno nella scarsa misura degli elementi non poche cognizioni di matematica, d’astronomia, di geografia fisica, di diritto commerciale, e via dicendo; e il fatto delle sue lunghe e difficili e felici navigazioni provano che le possedette.

Ora come, quando, dove apprese tutto ciò?

Così noi leggeremo più tardi che egli fu per due volte costretto a guadagnarsi il pane dell’esiglio insegnando qui la matematica, altrove la storia e la letteratura e simili.

Ed anche qui per quanto la voce _maestro_ non sia mai stata sinonimo di _dotto_, pure una certa infarinatura delle cose che si fan mostra d’insegnare altrui sappiamo tutti che ci vuole, e il sapere dove e quando un siffatto maestro se la sia procacciata, resterà sempre curioso e interessante.

E non basta. Una tal quale coltura letteraria, confusa, balzana, indigerita, incondita, nessuno potrà mai negargliela. A ventisette anni sulla tolda del suo bastimento faceva dei versi, che non erano tali certamente da promettere un nuovo alunno all’italo Parnasso, ma che pur camminavano su tutti i loro piedi; e nella passione dei versi sappiamo tutti che invecchiò, sicchè più d’uno fu ammesso ad udire lunghi brani d’un suo poema endecasillabo che doveva celebrare l’epopea della sua vita. Più tardi, noi stessi, ospiti suoi a Caprera, l’abbiamo sentito declamare a memoria tutti i _Sepolcri_ di Foscolo e squarci interi in francese della _Zaïre_ di Voltaire, e ricordarsi poi come uomo che li ha letti nei testi, non pochi episodi dell’_Iliade_, della _Commedia_, della _Gerusalemme_. Infine fanno ormai quarant’anni ch’egli innonda, può dirsi, l’Europa de’ suoi manifesti, de’ suoi appelli, delle sue lettere (ahimè! la fiumana delle lettere), finchè verrà il giorno, in cui il mondo lo vedrà darsi «per vivere» (parola che troncherebbe il sorriso ai più beffardi) all’arte del romanziere, e aggiungere alla mole delle cose, che la storia deve dimenticare di lui, tre romanzi.

Ora per leggere una carta idrografica, per levar un punto di stima, osservare un barometro, tenere un Libro di bordo, governare un bastimento dal Pacifico al mar delle Indie; per misurare de’ versi anche mediocri, ma che pur rompono qua e là in accenti di fiera armonia; per gustare Ugo Foscolo, per intendere Voltaire, per sapere che esistessero Dante, Tasso ed Omero, per cucire assieme de’ romanzi anche pessimi, per gettare sulla terra una piena di lettere come le sue, rozze e bizzarre fin che si voglia, ma nelle quali pur vedi sormontare tramezzo al denso limo delle stramberie e degli spropositi qualche fiore di selvatica bellezza; per sapere, dicevamo, per intendere, e per fare tutto ciò, qualche cosa qui e colà bisogna aver letto e studiato, e la conseguenza naturale a cui si è tratti, è di chiedersi dove e quando l’abbia potuto leggere e studiare.

Altro però è sentire la necessità di un quesito, altro la possibilità di risolverlo. Chi presumesse di cercare i principii dell’istruzione intellettuale di Garibaldi (quale che sia stata) nella sua giovinezza piuttosto che nella sua virilità, in un periodo piuttosto che in un altro della sua vita, fallirebbe. Garibaldi s’è fatto tutto da sè, per via, camminando, navigando, combattendo. Come una landa fertile da natura, ma abbandonata dall’incuriosa mano dell’uomo, e che il seme portato dal vento feconda di qualche erba e qualche arbusto, così la mente di Garibaldi. Il vento delle sue fortune fu il suo primo educatore e maestro, ma la mente restò come la landa una vasta sodaglia, interrotta da qualche oasi fiorita e da alcune rare piante salvatiche.

E non vorremmo per questo sminuire la gratitudine dovuta a’ suoi primi maestri; consentiamo anzi che qualche buon seme l’abbiano sparso essi pure, e che ad essi principalmente torni il merito d’avere per i primi dissodato e aperto il vivace ingegno del fanciullo. Ma o perchè questi fosse reluttante agli studi e più amico dei _banchi di quarto_ che dei banchi di scuola, o perchè ne’ suoi precettori non andassero di pari passo lo zelo ed il sapere, o perchè infine non apparendo chiaro nella mente de’ genitori la mèta a cui dovevano dirigerlo, anche gli studi si risentissero di questa incertezza e difettassero di ordine e d’indirizzo, il fatto certo è questo che Peppin Garibaldi ebbe dei maestri, sedette ad una scuola, scartabellò e scarabocchiò anch’esso dei quaderni come tutti i fanciulli suoi pari, sfiorò anche, se si vuole, gli elementi di molte cose utili per fermo a sapersi; ma un vero e proprio e regolare corso di studi anche elementari, che gli potesse servire di fondamento all’istruzione futura, non lo fece, nè lo potè fare; aggiungiamo anzi, per la verità, che allora non lo volle.

E non lo volle, perchè nel momento in cui padre Giaccone e il capitano Arena erano più affaccendati intorno a lui, e padron Domenico e la signora Rosa più si allegravano nel pensiero di vederlo attendere con profitto agli studi, e già vagheggiavano la speranza che l’amore dei libri l’avrebbe a poco a poco guarito dalla passione del mare, in quel punto stesso, diciamo, il ragazzo ordita con altri tre amici una congiura di rompere quella fastidiosa disciplina della scuola e di correre sul libero mare la ventura, rapito, non sappiamo nè a chi nè come, un battello di pesca, s’imbarcava furtivo con tre compagni, Cesare Parodi, Raffaello Deandreis e Celestino Berman, prendeva arditamente il largo e navigava per Genova.

Un prete scopriva e denunziava la trama, il padre, affannato, mandava ad inseguirlo, ed era fermato all’altezza di Monaco, e ricondotto, più indispettito che contrito, sotto il tetto paterno: ma la vocazione del figliuolo era decisa; non valevano ormai nè persuasioni nè rimproveri; egli sarebbe stato marinaio come i suoi avi; e forse una segreta voce mormorava già nel cuore del fanciullo: non marinaio soltanto!

V.

Poichè contrastare a una sì manifesta e deliberata vocazione sarebbe stato peggio che follía, a padron Domenico non restava più che alleviare al figliuolo i disagi e i pericoli del noviziato, procacciandogli un buon imbarco; e alla signora Rosa che preparargli, piangendo in silenzio, il fardello di viaggio.

E l’imbarco fu presto trovato e migliore sarebbe stato difficile. Allestiva nel porto di Nizza per Odessa il brigantino _Costanza_, capitano Angelo Pesante: il brigantino aveva reputazione di solido e svelto veliero; il capitano passava per uno dei più provetti e arditi marinai della Riviera ligure; fu dunque deciso che Peppin farebbe con essi la sua prima campagna di mozzo.

Con che cuore lo vedesse partire il suo vecchio padre, con che lagrime l’abbracciasse la sua povera madre, è facile immaginarlo; quanto a lui, li amava troppo per staccarsene senza dolore; ma l’idea di poter slanciarsi finalmente su quel «regno ampio de’ venti» ch’era stato l’anelito segreto e il sogno costante della sua anima giovanile, la gioia di poter anche lui salire un gran bastimento, guizzar tra le sue alte gabbie, imparare come si maneggi una mura, come si governi un timone, come si legga una bussola, come si cansi o si domi un fortunale; quell’idea e quella gioia suprema, staremmo per dire dell’animale che si tuffa nell’elemento per cui è nato, dominavano in quell’istante persino il dolore del distacco ed ogni altro suo affetto.

«Com’eri bella (esclama trent’anni dopo, caldo ancora dei ricordi di quella sua prima navigazione) com’eri bella, o _Costanza_, su cui dovevo solcare il mare per la prima volta! Gli ampi tuoi fianchi, la snella tua alberatura, la spaziosa tua coperta e sino il tuo pettoruto busto di donna rimarranno per sempre impressi nella mia immaginazione. Come dondolavansi graziosamente que’ tuoi marinari sanremesi, vero tipo de’ nostri intrepidi Liguri![17]»

E queste parole d’entusiasmo dopo tant’anni prorompenti ancora dal cuore del marinaio già indurito dalle tempeste e dai perigli, ci dicano quale grande fortuna sia stata per la patria nostra che padron Domenico non si sia ostinato a negare il fondamento che natura aveva posto nel suo figliuolo, e che cuore di marinaio avesse quel giovane che parlava del suo primo viaggio di mare come d’un viaggio di nozze, e tratteggiava le bellezze della nave su cui navigò la prima volta coll’amore d’un fidanzato.

Malauguratamente di quel primo viaggio in Odessa, nè di altri che fece poi, noi non sappiamo, nè egli volle dire di più. «Sono diventati sì comuni, diceva, che superfluo sarebbe lo scriverne;» e aveva torto, e io spero ancora che in quelle _Memorie_ che si assicura abbia lasciato dietro di sè come un retaggio alla storia, vorrà dar compiuta la descrizione di quel periodo, in cui il marinaio fece il suo tirocinio e il giovine subì la prima tempera del suo carattere.

Reduce dall’Oriente, il padre, il quale, non potendo più pensare a cambiare la carriera del figliuolo, andava cercando i mezzi per rendergliela meno grave e meno perigliosa, lo pigliò seco sulla sua tartana, e costa costa, come soleva, lo condusse fino a Fiumicino, ch’era allora, pur troppo come oggi, il porto di Roma.

Roma! — Chi avrebbe detto che fra i milioni di pellegrini che da secoli visitano la città eterna, e quali attratti dai ruderi di Roma pagana, quali dalle feste di Roma cristiana, gli uni ispirati dalla scienza e dalla poesia, gli altri guidati dalla pietà o dalla superstizione, la contemplano, l’adorano, la scavano, la frugano, la glorificano; uno de’ più fervidamente innamorati, de’ più ingenuamente entusiasti, sarebbe stato quell’incolto mozzo di bastimento che si chiamava Giuseppe Garibaldi!

Eppure egli lo scrisse! e ci pare di vedere quel biondo ragazzotto di diciassett’anni vagare per le vie di Roma e senz’altra scorta che quel po’ di storia romana favolosa che gli aveva insegnato il buon Arena, senz’altra guida che suo padre più indotto e più semplice di lui, passare stupito e quasi trasognato in mezzo alle rovine ed ai monumenti di quei due mondi confusi insieme, arrestarsi estatico innanzi ai fòri ed ai circhi, alle terme ed alle basiliche; inoltrarsi trepidante fra le arcate del Colosseo; piegare il capo sopraffatto sotto le vôlte di San Pietro, ritentando invano colla sua povera scienza di ricomporre quella storia, d’interpretare quelle pietre, ma sentendosi turbinare nella mente legioni di eroi, di martiri, di santi fra un tumulto di pugne, di baccanali, di tormenti; e in mezzo a questi giganteggiare assopita sul letto di marmo delle sue glorie, ma vivente ancora fra la polvere e le macerie, l’immagine della città fatale.

E non è questa poesia nostra. Garibaldi andò più innanzi di noi, e riassumendo le impressioni di quel suo viaggio ne scriveva così: «Roma allora mi diventava cara sopra tutte le esistenze mondane, ed io l’adoravo con tutto il fervore dell’anima mia! non solo nei superbi propugnacoli della grandezza di tanti secoli, ma nelle minime sue cose, e racchiudevo nel mio cuore, preziosissimo deposito, l’amor mio per Roma, non isvelandolo se non che per esaltare caldamente l’oggetto del mio culto. Anzichè scemarsi, il mio amore per Roma s’ingagliardì colla lontananza e coll’esiglio. Sovente, e ben sovente, io chiedevo all’Onnipossente di poterla rivedere. Infine Roma è per me l’Italia, poichè io non vedo l’Italia altrimenti che nell’unione delle sparte membra, e Roma è il simbolo dell’unione d’Italia, comunque sia.[18]»

Ora si dica pure che qui non è il giovane che parla, ma l’uomo, e che questi travestì senz’avvedersene gli arcani presentimenti e le vaghe impressioni di quell’ora della sua giovinezza nei pensieri dell’età matura; non è men vero che le emozioni, quali che fossero, provate dal giovane, lasciarono un’impronta sì viva e incancellabile nello spirito dell’uomo, che questi non potè più parlare nè scrivere di Roma senza risalire colla memoria a quel lontano giorno, in cui ne calpestò per la prima volta le sacre pietre, e più cogli istinti del cuore che colla scienza dell’intelletto lesse nelle sue reliquie la storia della sua passata grandezza e i vaticinii della sua redenzione futura.

VI.

E non fu quella la sola emozione che il giovine Garibaldi provò in quel suo viaggio. Egli stesso, allorchè quasi settuagenario venne da Caprera a Roma condotto da quella sua, non sapremmo dire se idea od utopia (ma utopia certamente romana), di deviare e incanalare il Tevere, confidò ad un amico suo e nostro[19] che il primo lampo di quel concetto gli balenò nella mente appunto in quella sua prima visita all’eterna città.

E non è affatto incredibile che quel giovinotto, pieno il capo di prodezze marinaresche e di fantasie romane, vedendo quella Roma così prossima e pur così segregata dal mare, quel glorioso porto d’Anzio ridotto ad una squallida rada di pescatori, e quella storica bocca d’Ostia scomparsa sotto un’alluvione d’arene e di fango, e quel Tevere divino tramutato in un melmoso e maligno torrentaccio, danno e vergogna della città di cui era un tempo ricchezza e decoro; non è affatto incredibile, diciamo, che egli farneticasse di poter mutare tutto ciò in pochi tratti di penna e pochi colpi di mano, e sognasse fin d’allora la risurrezione di Roma marittima, come sognava forse la ben più certa risurrezione di Roma civile.

Gli è che i sogni de’ vecchi non sono il più delle volte che i sogni dei fanciulli colla sola barba di più; e chi leggerà questa Vita vedrà che nessun uomo fu più tenace de’ suoi sogni di Giuseppe Garibaldi.

Con quelle larve d’idee per il capo, con quei germi di affetti nel cuore, ripigliò la via del mare e per sette anni continui, eccettuati alcuni fugaci riposi, vi perdurò. Ingaggiato di nuovo per marinaio sul brigantino Enea, capitano Giuseppe Gervino, che veleggiava per Cagliari, gli toccò nel ritorno d’essere passivo ed impotente spettatore del naufragio d’un bastimento che faceva rotta col suo; e della scena straziante gli restò nell’animo incancellabile memoria. «Ritornando da Cagliari,» poichè lo stile qui non è solo l’uomo, ma il marinaio, lasceremo parlare lui stesso: «Ritornando da Cagliari eravamo giunti sul capo di Noli e con noi altri bastimenti, fra’ quali un _felucio_ catalano. Da vari giorni minacciava il Libeccio e grossissimo era il mare: quindi si scagliò il vento con tanta furia da farci appoggiare in Vado sotto il trinchetto. Il _felucio_ dapprima galleggiava mirabilmente e sostenevasi, da far dire ai marinari nostri, essere preferibile trovarsi a bordo di quello. Ma dolorosissimo spettacolo doveva presentarsi ben presto. Un orrendo maroso lo rovesciò, e non vedemmo che alcuni infelici sul suo fianco stenderci le braccia, e sparire travolti nel frangente d’un secondo più terribile ancora. Aveva luogo la catastrofe verso il nostro giardino di destra; impossibile soccorrere i miseri naufraghi. I barchi di dietro furono nella stessa incapacità, e miseramente perivano alla nostra vista nove individui d’una stessa famiglia. Alcune lacrime sgorgarono dagli occhi de’ più sensibili al miserando spettacolo, esauste presto dall’idea del proprio pericolo. Da Vado passai in Genova, quindi in Nizza, dove principiai una serie di viaggi in Levante a bordo de’ bastimenti della casa Gioan.[20]»

«Nel corso poi di que’ viaggi (aggiunge altrove[21] l’Autobiografo) fummo (intende con lui la nave e l’equipaggio) tre volte sorpresi e spogliati dai pirati; accadde anzi che, avendo ricevuto la stessa visita per due volte durante il medesimo viaggio, gli ultimi pirati non trovassero più su di noi cosa che valesse la pena d’essere predata, e se n’andarono a mani vuote.» E del resto null’altro di noto e di certo circa a quelle sue corse, che pure sarebbero di tanto interesse per la storia del marinaio. Certissimo invece: che l’ultimo di quei viaggi lo fece a bordo del brigantino _Cortese_, capitano Carlo Semeria: che sbarcato a Costantinopoli v’infermò, ed ospitato nella casa della signora Luigia Sauvaigo,[22] sua generosa concittadina, vi trovò ogni maniera di cure e di conforti: che risanato, ma chiusi i porti dell’Egeo e del Mar Nero dalla guerra guerreggiata tra Russia e Turchia, toltogli perciò il navigare, fu costretto a prolungare il suo soggiorno a Costantinopoli nella più angustiosa strettezza: che finalmente costretto a cercar lavoro per vivere accettò come una fortuna di dar lezioni di storia, geografia, francese e matematica ai tre figliuoli d’una signora Timoni; risoluzione temeraria quando si pensi al leggiero fardello con cui l’improvvisato precettore si presentava in quella casa, ma quando si consideri l’onesto motivo che la ispirava, altamente commendevole. Non confondiamo: si può sorridere finchè si vuole della singolar figura di quel maestro, ma l’uomo in quel caso impone rispetto.

Era infatti un sentimento virtuoso, era il nobile orgoglio di non dovere il proprio pane che a sè stesso quello che spingeva quel giovane tanto bisognoso d’aria e di moto, nato al tumulto de’ campi ed alla libertà dell’Oceano, a serrarsi in una stanza, a configgersi ad uno scrittoio, a vegliare forse per studiare la notte il poco che doveva insegnare di giorno; ed egli ha il diritto di contare quella sua prima vittoria sulla povertà guadagnata colle sole armi della dignità e del lavoro fra le più gloriose della sua vita. Così gli fosse durato quel coraggio della miseria, che fu la corazza splendidissima della sua virilità, fino all’estrema vecchiezza!!

Finalmente i porti si riaprono; il maestro può buttare dalla finestra la sua provvisoria giornea, il marinaio respirare ancora dal lucido piano d’una tolda, fra il dolce cigolío delle sarchie e la grata altalena del rollío e del beccheggio, la libera aria del nativo elemento, e correre verso i lidi della patria. Infatti fa vela per Nizza; appena a terra, abbracciati in fretta i suoi vecchi, si mette alla cerca d’un nuovo imbarco e trovatolo di suo genio, e con un nome gentile per giunta, _La Nostra Signora delle Grazie_, e un vecchio capitano, Antonio Casabona, vi si arruola per secondo, naviga qualche tempo con quel grado, finchè viene il giorno in cui l’eccellente Casabona, rotto dagli anni e dai reumatismi e bisognoso ormai di riposo, gliene cede il governo ed egli ne diventa il capitano effettivo.

Ed era tempo: il giovinetto s’era fatto uomo, il mozzo era venuto su per tutti i gradi della gerarchia marinaresca, navigando, cioè combattendo; non s’era molto seduto sui banchi della scuola, ma aveva la faccia arsa, le mani incallite, l’occhio esercitato da dodici anni di manovre, di vigilie e di fortunali, ed era naturale ch’egli salisse finalmente il ponte del comando, segnando lui al timoniere la rotta del suo bastimento.

Infatti nel I vol., pag. 392, della _Matricola marittima del 1832_, si legge:

Garibaldi Giuseppe Maria, figlio di Domenico e di Rosa Raimondi, nato il 4 luglio 1807 a Nizza, Provincia di Nizza, iscritto alla Matricola dei Capitani della Direzione di Nizza il 27 febbraio 1832 al Nº 289.

E chi fosse, che valore avesse, quale reputazione si fosse acquistata qual capitano, lo dica meglio d’ogni documento il fatto che da testimoni oculari ci venne attestato. Garibaldi non poteva più tornare da uno de’ suoi viaggi, senza che una folla di marinai, di pescatori, di popolo d’ogni fatta accorresse sul molo a dargli il benvenuto, a mirarlo, a festeggiarlo, a interrogarlo, a commentare i suoi gesti, a compiacersi insomma di quel compaesano che faceva suonar così rispettato tra i marinai di Liguria e di Provenza il nome della sua città. Il Capitano marittimo era già una piccola celebrità paesana, in attesa che la fortuna gli apparecchiasse la scena e l’occasione di divenire una celebrità mondiale. E la fortuna lavorava da tempo per lui, più che egli non pensasse.

VII.

Da anni nereggiavano sul cielo d’Europa i nembi precursori d’una nuova tempesta. L’arca della Santa Alleanza tenevasi a stento sul mare fortunoso che aveva presunto dominare, e perdeva ogni giorno un tronco d’ormeggio e un brano di vela. La monarchia de’ Borboni di Francia era stata travolta dal torrente di luglio; quella di Spagna, già imbavagliata dalla costituzione del 12 e scrollata dalla rivoluzione del 20, salvata soltanto dall’invasione straniera, non era più che una larva di principato in preda a tutti i venti delle pretese dinastiche e delle discordie civili. La Grecia di Temistocle e di Milziade, rediviva un istante nell’anima di Botzaris e di Canaris, insegnava sotto le mura di Suli e nelle acque di Ipsara come si conquista una patria, e sfuggiva mutila, ma gloriosa, dalle ugne dell’Infedele. La Polonia di Kosciusko sempre agonizzante, sempre combattente, ripigliava per la terza volta l’ineguale duello contro il suo colossale nemico e aggiungeva una pagina di più al suo secolare martirio. Il Belgio strappava un altro foglio dai protocolli del 1815, rivendicando la propria indipendenza. L’Inghilterra sorda ad ogni politica che non fosse quella di Bentham, partigiana della pace ad ogni costo, quindi complice all’esterno d’ogni fatto compiuto, gettava tuttavia sui tappeti diplomatici la questione della Tratta dei Negri, agitava dalla tribuna, consacrava nelle leggi i principii della libertà religiosa, della libertà politica, della libertà commerciale, sommoveva colla parola la terra, che colla mano comprimeva.

L’Italia infine, sebbene la più oppressa, quindi la più temuta e vigilata di tutte, lungi dal deporre la speranza di ricomporre le sparse sue membra e di risorgere una e grande nella famiglia delle nazioni, si cacciava anzi per la prima in quella mischia di popoli e di tiranni; ed ora aspettando la salute dalle sommosse popolari e dalle sedizioni soldatesche, ora chiedendo la vendetta alle congiure ed alle sètte; oggi combattendo all’aperto colla voce de’ suoi poeti e la penna de’ suoi scrittori, domani affilando nei sotterranei delle sue loggie e delle sue vendite il pugnale dei carbonari; fidente nel 21 alle promesse dei Principi e vinta; credula nel 31 alle lusinghe del non intervento straniero e vinta: ma da ogni disinganno e da ogni disfatta rialzandosi più credente, più ostinata, più indomita di prima, questa povera Italia, dico, turbava, se altro non poteva, colla ostinazione del martirio i sonni de’ suoi sette oppressori, ed attestava almeno all’Europa che la carta geografica del principe di Metternich era abitata da un popolo di vivi, poichè egli li uccideva. Eccettuato la Germania, obesa di metafisica e di cervogia, troppo satolla di libertà di coscienza per sentire bisogno della libertà d’azione; affaccendata a ballare nelle quaranta corti de’ suoi principini, ed a pipare nelle mille birrerie delle sue metropoline, quando non era assorta a cercare nell’azzurro le incarnazioni dell’idea; eccettuato, ripeto, codesta Germania effigiata sul vivo dall’ironia immortale di Heine, rimasta per cinquant’anni in mezzo al fiottar dell’Oceano europeo come un’isola caliginosa popolata da spettri di sognatori e d’illuminati, non angolo, può dirsi, della terra in cui non fumasse un vulcano e non serpeggiasse una mina; da cui non partisse un gemito d’oppressi, un grido di libertà, un tumulto di congiure e di sommosse.

Quale impressione dovessero produrre quei fatti sullo spirito di Giuseppe Garibaldi, non è veramente scritto in nessun luogo, ma è facile indovinarlo. Tempra d’animo gagliarda come di corpo; posseduto fin da’ primi anni dalla passione dell’eroico e del meraviglioso; già invasa la mente dai fantasmi d’una Roma che portava nella grandezza delle sue rovine i presagi della sua risurrezione; educato nella libertà dei mari a quel fiero sentimento d’indipendenza che nella gente dell’arte sua è seconda natura; nato e cresciuto in quella regione d’Italia che prima aveva dato il segnale della riscossa, ed echeggiante tuttora delle maledizioni dei vinti di Novara e dei martiri d’Alessandria a Carlo Alberto «traditore,» pochi uomini dei viventi nella Penisola potevano offrire alle tante scintille di quell’incendio, che avvolgeva mezza Europa, una materia più pronta ed infiammabile.

Tuttavia se poteva dirsi che in fondo all’anima del Nizzardo covassero fin d’allora tutte le collere dell’Italiano, tutte le passioni del patriotta e tutti i propositi dell’eroe, la favilla decisiva, che da quel braciere sprigionasse la fiamma, non v’era peranco piovuta. Infatti fino a quel giorno egli aveva bensì prestato ascolto a tutte le voci che la patria lontana martire o combattente mandava a’ suoi figli: seguiva bensì ne’ pochi libri e giornali che gli cadevano tra mano tutte le vicende di quella multiforme battaglia che non l’italiano solo, ma tutti i popoli d’Europa pugnavano contro i loro oppressori; ma i lontani viaggi, le prolungate assenze, le molteplici cure dell’arte sua gli avevano impedito di penetrare più addentro in quel mondo politico, ancora in gran parte sotterraneo, che fremeva intorno a lui; e nell’impossibilità di conoscere davvicino le idee, gli attori, i mezzi della vasta impresa che si preparava, spiava attento l’occasione e temporeggiava.

E non è qui tutto. Garibaldi a quei giorni non pensava solo all’Italia: un sogno più splendido aveva attraversato la sua mente; una passione più magnanima faceva battere il suo cuore. Un giorno del 1832 sua madre fu udita esclamare: «I Sansimoniani mi hanno guastato mio figlio;[23]» e la brava donna, che probabilmente confondeva nella sua mente coi «Sansimoniani» ogni specie di rivoluzionari, diceva il vero più che non pensasse.

Quando sulla fine del 1832 i Sansimoniani della seconda generazione furono scacciati dal tempio di Ménilmontant e sbanditi dalla Francia, taluni di loro, come il Rodriguez, il Chevalier, il Duveyrier, restarono in patria a cercare altre occupazioni ed altra sorte; altri invece, come l’Enfantin e il Barrault, emigrarono per l’Oriente, il quale, dice Luigi Blanc, «già era sommosso da audaci tentativi di riforme e sembrava allettare alle conquiste dell’intelletto, e offrire terreno più propizio alle loro dottrine.»

Ora il caso volle che Garibaldi rifacendo nello scorcio di quell’anno uno de’ suoi consueti viaggi in Levante, incontrasse, non sappiamo in che porto, appunto la comitiva di quei proscritti, di cui il Barrault era in certa guisa la guida, e come sospinto subitamente verso di essi da un’arcana simpatia, li accogliesse al suo bordo e continuasse il viaggio con loro.

Ora quali potessero essere su quel bastimento i discorsi di quegli uomini esaltati dalla passione della loro fede proscritta e di quel marinaio ingenuo e fantasioso; quale fáscino dovessero esercitar sul suo spirito le splendide utopie di quei profeti sacrati a’ suoi occhi dalla sventura e dall’esilio, e annunzianti sotto la vôlta stellata del cielo, sulla stesa del mare infinito, nel silenzio delle notti luminose d’Oriente il prossimo avvento della Pace e dell’Amore sulla terra, la esclamazione della signora Rosa ce l’ha in parte svelato, e l’avvenire lo chiarirà.

Certo Garibaldi non avrà nè tutto capito, nè tutto creduto. Probabilmente il senso intimo di tutte quelle mistiche formole, e di quegli economici filosofemi, onde componevasi il verbo del _Nuovo Cristianesimo_, gli sarà sfuggito; probabilmente l’ufficio dell’«Uomo-coppia,» il dogma della «Donna-Messia,» la missione del «Tempio-teologico-industriale» del padre supremo Enfantin, e del suo diacono Bazard, l’avranno lasciato incredulo o insensibile; ma intanto tutte quelle dottrine di fratellanza universale, di estinzione del proletariato, di livellamento di tutte le classi sociali, s’insinuavano ad una ad una nella sua mente più atta ad innamorarsene che capace di giudicarne, e vi deponevano i primi semi di quelle larve socialistiche e umanitarie, che, covate poscia dai nativi istinti del suo carattere e invigorite nella solitudine dei Pampas e dell’Oceano, gli nasconderanno un giorno il senso pratico delle cose, ombreggeranno di contradizioni, di controsensi, di eccentricità la sua eroica figura, e gli daranno quel proteiforme aspetto di patriotta arrabbiato, di umanitario fanatico, di apostolo della pace universale, e di soldato cosmopolita di tutte le guerre, che confonde tuttora i giudizi della storia, e stanca talvolta l’ammirazione de’ suoi più devoti interpreti.

VIII.

Però conviene dir tutto. Anche allora, a ventisette anni, nel caos di quel cervello, nel tumulto di quel cuore c’era un’idea chiara, fissa, imperiosa, che ad un dato punto pacificava tutte le contradizioni, vinceva tutte le incertezze e imponeva silenzio a tutte le utopie: l’Italia.

Bellissima la fratellanza dei popoli, ma al patto antico: «Ripassin l’Alpi e tornerem fratelli;» stupenda la pace universale, ma colla riserva d’una guerra, d’una sola; implacabile se farà di bisogno, al coltello se occorresse, la guerra santa contro lo straniero, che profanava il suolo della patria e proteggeva con la sua ombra tutte le minori tirannidi che la dilaniavano.

Che se questi sentimenti, nati da tempo, come dicemmo, nell’animo del nostro eroe, vi erano rimasti fino a quel giorno assopiti ed incerti, venga una voce che li susciti, si presenti un’occasione che li sprigioni, ed essi romperanno in tutta la lor nativa fierezza, e guideranno la sua vita. Per ventura sua, la voce parlò, l’occasione venne, e fu decisiva.

Un giorno del 1833 Garibaldi, navigando nel Mar Nero, entrava in una locanda di Taganrok, dove intorno ad una tavola stavano seduti in animati colloqui alcuni marinai e mercanti italiani. In sulle prime il nostro Capitano, il quale aveva preso posto in disparte, non pose mente a quei discorsi. Ma ad un tratto alcune parole uscite dalla bocca d’uno di que’ suoi compatrioti ferirono il suo orecchio, e gli fecero voltar la testa verso il giovane che le pronunziava. Infatti l’argomento, di cui questi intratteneva i suoi interlocutori, era importantissimo, il più importante certamente di quanti potessero fermare l’attenzione di Garibaldi: parlava d’Italia. Parlava d’Italia, e ne ricordava con accento appassionato la passata grandezza e la presente vergogna, ne dipingeva gli errori e i martirii, i disinganni e le speranze. La diceva vinta, ma pronta a ripigliare la lotta; svelava che una vasta associazione creata dalla fede amorosa di un apostolo ligure, consacrata dal nome auguroso di _Giovine Italia_, non più legata ai morti simboli delle vecchie sètte, non più avvinta alle promesse dei Principi, ma credente soltanto nell’aiuto di Dio e nel braccio del popolo (Dio e Popolo), raccoglieva in un fascio tutti _i buoni_, apparecchiava i cuori ed affilava le armi per una suprema e non lontana battaglia. Esclamava infine ch’era dovere di tutti entrare in quella società, seguir quell’apostolo, serrarsi intorno al sacro vessillo da lui inalberato, e dar la vita e gli averi per esso. Ed altre cose forse egli soggiunse ed altre ne voleva soggiungere, quando Garibaldi più non sapendo dominare la tempesta d’affetti che durante tutto quel discorso gli si era scatenata nel petto, si slancia verso quello sconosciuto che gli aveva irraggiata l’anima di una luce sì inattesa e discoperto il nuovo mondo de’ suoi sogni e delle sue speranze, e stringendoselo al cuore gli giura che da quel giorno egli è suo per sempre.

Giuramento d’Annibale, ripetuto, forse la notte medesima nell’impeto della prima emozione, nei tronchi versi d’una strofa:

Nell’età giovanil..... Là sui ghiacci del Ponto giurava Per la terra natale morir;

suggellato coll’intera sua vita nella storia.

Chi fosse quel credente che, per usare le parole stesse di Garibaldi, «lo iniziò ai sublimi misteri della patria,» è oggi notissimo.

Era lo stesso Cuneo narratore dell’episodio.[24] Quel Giovanni Battista Cuneo di Oneglia che in gioventù aveva esercitata l’arte del mare e navigava appunto in quell’anno nel Mar Nero; ascritto fin d’allora fra i più ardenti seguaci della _Giovine Italia_; divenuto da quel giorno uno de’ più fidi e devoti amici di Garibaldi, come lo era già di Mazzini; caro più tardi a tutti gl’Italiani emigrati al Plata, siccome uno de’ loro più infaticabili ed utili protettori; eletto dalla Repubblica Argentina suo rappresentante nel nuovo regno d’Italia, e dopo una vita lunga, tutta spesa in pro della patria e dell’umanità, morto in Firenze nel compianto universale sulla fine del 1875.[25]

La inattesa rivelazione del Cuneo fu a Garibaldi il «terra, terra» dei seguaci di Colombo. «Certo (egli scriveva) non provò Colombo maggior contento alla scoperta d’un mondo, di quel che ne provavo io al trovare chi s’occupasse della redenzione italiana.[26]» Epperò da quel momento egli non ebbe più che un pensiero: correre in Italia, cercare di quell’associazione che raccoglieva in una trama tutte le fila dei più ardenti patriotti; trovare quell’uomo che n’era l’anima e il duce; offrire il suo braccio, chiedere il suo posto di combattimento, agire; agire soprattutto e presto, poichè la sola parola che egli intendeva fin d’allora, il solo modo con cui egli concepisse il cospirare e il servire la patria, era l’azione.

Ed eccolo infatti verso la fine di luglio arrivare a Marsiglia, presentarsi a Mazzini, che da parecchi mesi aveva piantato colà il focolare della sua propaganda, rinnovargli il giuramento di Taganrok, dargli il proprio nome e prenderne un altro di guerra giusta il rito sociale, scriversi nel gran ruolo degli affigliati, e ricevere la sua parola d’ordine per l’impresa creduta imminente.

«Da quel giorno (scrive Mazzini in una nota delle sue _Memorie_) data la mia conoscenza con lui: il suo nome nell’associazione era Borel.[27]»

Parole, a dir vero, un po’ troppo brevi e asciutte per indurre la credenza che fino da quel giorno il già celebre profeta presentisse lo straordinario destino, a cui quel suo nuovo «fratello» era chiamato.

E poichè nemmeno il discepolo si curò di dirci quale impressione producesse sull’animo suo il primo contatto con quel maestro, a cui nessuno poteva accostarsi senza grande emozione, così spunta nella mente un dubbio. Che anche il marinaio nizzardo abbia subito il fáscino dell’agitatore genovese, e che questi l’abbia accolto con quell’affettuoso abbandono e quella famigliare benevolenza, con cui egli soleva festeggiare tutti i giovani che andavano a lui, non è a dubitarne; ma che sia corsa fra di loro quell’elettrica scintilla che accende nell’anima la fiamma dell’amore reciproco, accomuna in un istante e identifica i pensieri e gli affetti di due vite, e muta le effimere fratellanze politiche in vera e durevole amicizia, questo, a dir vero, non ci sembra bastevolmente accertato; e il laconico cenno fatto da entrambi del primo incontro, le gare, i dissidi, le gelosie scoppiate più tardi fra di loro e infine la profonda disformità e quasi opposizione dei loro caratteri mi sembra giustifichino sufficentemente il sospetto che nel ritrovo di Marsiglia l’eroe abbia promesso all’apostolo il suo braccio, e l’apostolo abbia svelato all’eroe il suo verbo, ma che nessuno dei due abbia dato interamente il suo cuore.

IX.

Se non che quando Garibaldi sbarcava a Marsiglia la _Giovine Italia_ aveva ricevuto un fierissimo colpo. Spiata, traccheggiata da tempo da tutte le polizie della Penisola, tradita da fanciullesche imprudenze o da scellerate denunzie, sorpresi i suoi ritrovi, sgominate le sue file, spento sui patiboli, sepolto nelle carceri, disperso nell’esiglio il fiore de’ suoi adepti, sembrava venuta per essa l’ultima ora. In Piemonte, soprattutto, il governo di Carlo Alberto aveva bandito contro i Mazziniani una caccia sì feroce, che le vendette di Carlo Felice, del Borbone e dell’Austria nel ventuno, le stragi dell’Estense e del Papa nel trentuno, possono essere dette al paragone atti di moderata e legittima difesa. Non più leggi nè magistrati, non più solennità di giudizi nè regolarità di procedure: unici titoli d’accusa e mezzi di prova le denunzie, la corruzione, i tormenti: unici giudici i Consigli di guerra, unica legge l’arbitrio militare e poliziesco, ispirato dal capriccio e dal terrore. Si voleva, dicevasi, che il giovine Re «gustasse il sangue,» e il sangue infatti scorreva a fiotti. Il militare che possedesse uno scritto della _Giovine Italia_, o lo desse a leggere, o non denunciasse i lettori, o fosse creduto consapevole d’una trama vera od immaginaria qualsiasi e non la rivelasse, fucilato nella schiena; il civile accusato d’altrettanto, fucilato, somma grazia, nel petto. Così perivano: a Chambéry il tenente Effisio Tola, il sergente Angelo De Gubernatis, il caporale Giuseppe Tambarelli; a Genova il maestro di scherma Gavotti e il sergente Biglia; in Alessandria i sergenti Ferrari, Minardi, Rigasso, Costa, Marini, l’avvocato Vochieri; mentre eran serbati alla medesima sorte gli avvocati Scovassi e Berghini, il luogotenente Arduino, il sottotenente Maccarezza, i sergenti Vernetta, Enrici, Giordano, Crina, il chirurgo Scotti, il marchese Cattaneo, il marchese Rovereto, il possidente Gentilini, lo scultore Giovanni Ruffini e lo stesso Giuseppe Mazzini, se quelli non fossero fuggiti a tempo al supplizio che li attendeva, e questi non l’avesse già prevenuto coll’esiglio in cui da due anni errava.

Era il Terror bianco in tutta la sua ferocia. Chi sfuggiva al piombo ed al capestro, se non aveva cercato in tempo salvezza nella fuga, languiva nelle galere dei ladri e dei malfattori.

E la morte non era per molti il peggiore dei supplizi. Iacopo Ruffini per fuggire agli agguati de’ suoi interrogatori, e tremante soltanto che dal corpo affranto dai tormenti uscisse una parola denunziatrice de’ compagni, si forava in prigione la gola.

Vochieri, neroniana raffinatezza di martirio, era trascinato alla morte per la via stessa, in cui abitavano sua madre e le sorelle, e al generale Galateri parve eroico d’assistere, seduto su un cannone, al suo supplizio.

Orrenda pagina che Novara ed Oporto hanno espiato, ma che la storia non può cancellare.

Questa catastrofe, che, fin dai primi anni, sperdeva le fila della nascente associazione, resa anche più grave dai processi già aperti in Lombardia e nei Ducati, avrebbe da sè sola dovuto bastare, se non a levare di speranza, almeno a consigliare l’indugio e la prudenza a qualsiasi anima più temeraria; non a Giuseppe Mazzini.

A lui parve invece che crescesse la necessità di rompere gl’indugi, di rianimare gli spiriti abbattuti, e com’egli diceva, «moralizzare il partito» con un fatto che ne attestasse la fede e la forza. E colla subitaneità di quella fantasia che s’illuse sempre di potere con un atto di volontà sollevare a giorno e ora fissa i popoli, e sommergere i troni, ordiva la spedizione di Savoia e ne comunicava agli amici vicini e lontani il disegno.

Il quale disegno, siccome è noto a tutti, compendiavasi ne’ suoi concetti generali in questo: raccogliere tutti i fuorusciti italiani, polacchi, tedeschi agglomerati in Svizzera nei cantoni di Berna, Zurigo, Neufchâtel, Vaud e Ginevra; ordinarli militarmente; dividerli in due colonne, le quali, movendo una da Ginevra e l’altra da Lione, si congiungessero a Saint-Julien, e di là marciassero insieme su Annecy, e per la Savoia, sollevando le popolazioni e contando sull’affratellamento dell’esercito, penetrassero in Piemonte.

Questo movimento però non doveva essere isolato; all’invasione esterna doveva rispondere simultanea l’insurrezione interna, e fra le città destinate ad insorgere quella, su cui il Mazzini faceva maggiore assegnamento, era la sua patria: Genova.

Veniva così la volta di Garibaldi.

Qual luogo e qual parte il maestro gli avesse assegnata nell’impresa, non sapremmo affermare; certo è che prima della fine di luglio Garibaldi scompare da Marsiglia, torna in Italia, entra al più presto in intima corrispondenza con quanti patriotti di Liguria e di Genova gli è dato incontrare, interviene alle loro serali conventicole, partecipa alle loro trame; poi, a un tratto, si presenta al Dipartimento marittimo, e s’arruola nella regia marina come marinaio di 3ª classe col nome di guerra di _Cleombroto_.[28]

Perchè? Come mai il capitano marittimo consentiva di ridiscendere al grado di semplice marinaio, e il patriotta s’acconciava a servire nella flotta di quel Re, a cui aveva giurata la guerra? Per qualcosa la _Giovine Italia_ doveva entrare in quella risoluzione, e il motivo doveva essere quell’unico e supremo che governava ormai tutti i pensieri e tutte le azioni del novello iniziato: la patria. Infatti l’arruolamento di Garibaldi si collega direttamente e alla spedizione di Savoia e al moto di Genova che doveva secondarla. Nel concetto dei rivoluzionari genovesi il moto della loro città doveva essere fiancheggiato e sostenuto in mare da una rivolta della flotta, o almeno da qualche legno di essa; e per questo era necessario che qualche marinaio accorto e ardito s’insinuasse tra gli equipaggi, e segretamente li catechizzasse e attirasse nella congiura.

Ora a questi uffici nessuno parve più idoneo di quel Garibaldi, che già tra la gente di mare era popolarissimo; ed ecco come il cospiratore _Borel_ divenne sui ruoli d’una marina regia il marinaio _Cleombroto_.

Intanto l’ora dell’azione s’avvicinava a gran passi. Mazzini, vinti alla fine i temporeggiamenti del Ramorino, cui per un inconcepibile acciecamento (fatale in quell’anno ai repubblicani come lo sarà quindici anni dopo ai regi) era stato affidato il comando supremo della spedizione di Savoia, la fissava immutabilmente per i primi di febbraio, e ne rendeva edotti tutti i caporioni perchè si tenessero pronti.

Ora come rispondesse a quell’appello il Piemonte, l’evento lo chiarì; come vi rispondesse da parte sua Garibaldi, l’udimmo da lui stesso narrare così.[29] Riuscito a farsi imbarcare il 3 febbraio sulla fregata _Des Geneys_, la quale per essere ancorata nel porto a Genova e servita da gran numero di marinai suoi amici sembrava una delle prede più facili ai patriotti, vi stette aspettando tutto quel giorno, deliberato e sicuro, l’ultimo cenno. E l’ultimo cenno venne; era di agire per la sera del 4 febbraio; i marinai impadronirsi delle navi; i cittadini assaltare la caserma di Piazza Sarzana e insignorirsi della città. Sennonchè, poco prima del tramonto, Garibaldi, o perchè disperato di non potere agire con buon successo sul _Des Geneys_, o perchè all’ultimo istante gli fosse entrata nell’animo la ripugnanza di voltar le armi contro i suoi camerati e ufficiali (i motivi per cui lasciò il _Des Geneys_ restarono sempre un po’ oscuri), il fatto è che intasca due pistole, diserta da bordo, scende in città e corre alla Piazza Sarzana, pronto ad unirsi ai primi gruppi d’insorti che certo non potranno tardare a comparire. Ah! Garibaldi non sapeva ancora che cosa sieno le insurrezioni decretate dal fondo d’un gabinetto, a ora fissa di cronometro, con battaglioni di combattenti scritti sulla carta, affidate a giuramenti di segretezza che la storditaggine e la perfidia avevano violati prima di pronunciarli. Noi lo sappiamo. Son due ore infatti ch’egli aspetta: due lunghe ore ch’egli gira e rigira per quella piazza, e palpa impaziente le sue pistole, e appiattato nei canti interroga cogli occhi i rari viandanti nella speranza di trovare in essi gli attesi compagni; che tende l’orecchio per udire se qualche colpo di fucile, almen qualche eco lontana di sommossa gli arrivi dall’altra parte della città. Indarno: non un uomo sulla piazza; non un moto per le vie; non un amico dei tanti giurati; non un grido per tutta Genova.

Già da ogni parte arriva fino a lui la voce che tutto è fallito, che il corpo di Ramorino è disciolto, che l’altra banda di Chambéry è dispersa, che nessuna città ha risposto all’appello, che il governo consapevole della congiura ha già cominciato le persecuzioni e gli arresti; pure egli non sa rassegnarsi a crederlo, esita ad abbandonare il posto di battaglia che gli è assegnato; vorrebbe attendere ancora. Che mai? Fitti pelottoni spuntano da tutti gli sbocchi della piazza e cominciano ad asserragliarla: ancora pochi istanti, e Garibaldi sarà chiuso in un cerchio di ferro senza uscita: l’indugiarsi più oltre sarebbe stata follía. Allora, ormai convinto dalla innegabile testimonianza de’ suoi occhi, si slancia fuori della piazza; si rifugia nella bottega d’una fruttivendola e raccontatole il suo caso la impietosisce; cambia nei panni d’un contadino la sua camicia di marinaio; esce ardito dalla casa ospitale, s’avvia franco come andasse alla passeggiata verso Porta Lanterna e la varca insospettato; fatti pochi passi, lascia la via maestra, traversa campi e giardini, salta muri e siepi e infila la montagna; marcia tutta la notte, guidandosi colle stelle, nella direzione di Sestri Ponente; mangia e dorme alla meglio nelle osterie fuori di mano, nelle capanne de’ contadini, sotto le tettoie de’ campi; arriva il decimo giorno a Nizza; sta nascosto un giorno nella casa di una sua zia, dove rivede ed abbraccia sua madre; riprende nella notte seguente, accompagnato da due amici, il cammino verso il Varo; trovatolo ingrossato dalle pioggie, lo traversa parte a guado, parte a nuoto; dice addio a’ suoi compagni; tocca il suolo francese; è in salvo.

X.

Almeno lo crede; anzi è tanto lontano dal pensare che la Francia di luglio respinga o mandi a confino i profughi politici, che, date appena le spalle al fiume, cammina diretto verso il posto dei doganieri di custodia al passo, e si mette volontario nelle loro mani. Mal glien’incolse, che i doganieri ubbidienti alla loro consegna lo dichiarano in istato d’arresto, e se lo conducono in mezzo di là a Grasse, e da Grasse a Draghignan, ove aspetteranno, dicevano, nuovi ordini da Parigi.

Nè il prigioniero oppose resistenza di sorta. Soltanto avvistosi che s’era un po’ troppo affrettato a fidare nella ospitalità del governo di Luigi Filippo, ed essendo in ogni caso troppo uccello di bosco per accomodarsi in una gabbia qualsiasi, delibera in cuor suo di ottenere colla destrezza quello che sarebbe vano tentare colla forza; e come un uomo sicuro che o prima o poi l’opportunità di schizzar dalle mani di quegli inaspettati custodi non gli può fallire, si lascia tranquillamente condurre. E non ebbe ad attendere molto. Giunto infatti a Draghignan e condotto al primo piano di non so quale caserma, Garibaldi s’affaccia alla finestra, coll’aria noncurante di uno che contempli il paesaggio; s’assicura in un baleno che ogni dintorno è deserto; misura d’un’occhiata la distanza dal suolo (una miseria di quindici piedi, quanto basta, a dir vero, per fiaccarsi il collo); e colto l’attimo in cui i doganieri voltano l’occhio, spicca il salto, si trova in un giardino, ne scavalca la muraglia, è in un balzo nei campi; e prima che quei valenti guardiani delle dogane francesi, non abbastanza acrobati per seguitarlo per quella via aerea della finestra, abbiano scossa la sorpresa, e poi presa la scala, girata la casa e girato il giardino, egli è già una macchia confusa tra le giravolte della montagna, e li saluta tanto.

La mira del nostro profugo è Marsiglia, e come aveva fatto da Genova a Nizza, viaggiando la notte, guidandosi colle stelle, tenendo la montagna, cansando i grossi paesi, mangiando come poteva, dormendo dove capitava, s’avvicina a grandi giornate alla mèta. Sennonchè, più a rompergli la monotonia del viaggio che a conturbarlo seriamente, ecco un’altra avventura.

Giunto non sa nemmeno lui in quale villaggio, entrato per un po’ di cibo e di riposo in una locanduccia, incoraggito dall’affabile accoglienza dell’oste e dell’ostessa, commette l’imprudenza di raccontar loro tutta la storia della sua fuga. L’oste, al contrario, tutt’altro che rassicurato dall’aspetto di quel cliente che aveva due polizie alle calcagna, passava i fiumi a nuoto, aveva così in uggia le strade maestre, saltava le finestre di quindici piedi e probabilmente saldava allo stesso modo lo scotto delle osterie; l’oste, dico, gli si volta con un viso tutto annuvolato, e gli annuncia, con grande suo dispiacere, d’essere nella dura necessità di arrestarlo.

Arrestarlo? Un uomo solo arrestare un altro uomo, che aveva il pugno, il garretto e il cuore di Giuseppe Garibaldi? Non era cosa da pigliarsi sul serio. E la prima risposta che egli fece alla bizzarra uscita fu una solenne risata; poi sempre in tuono di motteggio e colla maggior calma del mondo continuò: «Se proprio vorrete arrestarmi, ci sarà sempre tempo. Lasciate almeno che finisca questa buona cena, che sarei anche capace di pagarvi il doppio;» e commentando coll’atto la parola, fece saltellar nel taschino quei pochi che gli erano rimasti, e continuò tranquillamente il suo pasto. Fosse la calma risolutezza della risposta, fosse l’argomento persuasivo di quel suono argentino, l’oste non trovò replica; ma poichè egli continuava a guatar di sottecchi il nostro viaggiatore, questi non si sentì ancora del tutto rassicurato, e, senza parere, si tenne in guardia.

Tanto più che da qualche minuto l’osteria si veniva riempiendo dei soliti avventori del villaggio, i quali, sebbene si andassero sparpagliando di qua e di là per le tavole a bere, a giuocare, a pipare, senz’altra cura apparente che di darsi buon tempo, non era però tra i casi improbabili che al primo appello dell’oste, amico e compaesano, si mutassero tutti in suoi alleati, e si dichiarassero pronti a dargli man forte contro il sospetto forestiero.

Conveniva dunque manovrare, e Garibaldi che andava facendo in quella fuga le prime prove di quell’arte dei piccoli stratagemmi che sarà un giorno tanta parte della sua scienza e della sua fortuna militare, ne trovò per la circostanza uno felicissimo.

Attorno ad una delle tavole una brigata di giovanotti, più chiassona delle altre, cantava allegramente, alternando le canzoni ed i cantori con grande sollazzo di tutta la compagnia. Ora che fa Garibaldi? S’alza di scatto, va diritto alla tavola dei cantori, impugna un bicchiere: «Ed ora, esclama, permettete una canzone anche a me;» ed intuona il _Dieu des bonnes gens_, la più popolare delle canzoni di Béranger. L’aria gradita, la voce limpida, sonora, intuonatissima del cantore, l’accento, il piglio, l’aspetto, tutto quell’assieme di gagliardia fiorente, di franchezza marinaresca, di eleganza popolare che doveva essere Garibaldi giovine, fanno montar talmente il buon umore della gioiosa brigata, sprigionano tra i vecchi avventori e il nuovo compagnone tale una magnetica corrente di viva simpatia, che questi ormai non solo potrebbe burlarsi delle minaccie dell’oste, se mai erano fatte sul serio, ma essere in grado di arrestare coll’aiuto di quei suoi nuovi amiconi l’oste in persona e i gendarmi per giunta, se tanto occorresse.

XI.

Passato quel rimanente di notte fra i bicchieri ed il chiasso (avventura poco abituale, come si vedrà, nella vita del Nostro), si rimette in cammino per Marsiglia; il ventesimo giorno dacchè aveva dato le spalle a Genova (25 febbraio) vi arriva; appena in città entra per ristorarsi in un caffeuccio, prende in mano il primo giornale che gli capita, _Le peuple souvrain de Marseille_, e che cosa vi legge? La sentenza che lo condanna a morte come «bandito di primo catalogo» e lo espone alla pubblica vendetta; la sentenza che abbiamo pubblicata nella prima pagina di questo libro.

Non dovette essere un’improvvisata piacevole! Garibaldi, come vedemmo, notò con un tal quale accento di compiacenza che fu quella la prima volta in cui lesse il suo nome sui giornali; e noi concediamo che il sentirsi in un tratto divenuto uomo celebre e importante, il vedersi onorato da una sentenza capitale, l’occupare un posto in quel libro nero dei perseguitati, che era pure il libro d’oro dei patriotti, dovesse a primo tratto far correre una vampata d’orgoglio alla fronte del giovine proscritto. Però si può essere Garibaldi fin che si vuole, ma non si legge una sentenza di morte, che anco ineseguita rizza tra la patria e la terra d’esiglio una barriera insormontabile, e vi condanna ad una vita lunga se non perpetua di patimenti, di sacrificio e di guerra, senza una forte commozione, senza pensare per lo meno molto seriamente a’ casi suoi.

E Garibaldi mostrò di pensarci, cambiando issofatto il suo nome, ormai troppo pericoloso, in quello di Giuseppe Pane. Era così, oltre il suo, il terzo nome che barattava in quell’anno: _Borel_ per la Giovine Italia: _Cleombroto_ per la marina di Carlo Alberto: _Pane_ per Marsiglia e il Governo francese.

Bisognava però pensare a vivere; laonde, patito un mese d’ozio forzato nella casa ospitale del suo amico Giuseppe Paris, riuscì ad accaparrarsi un posto di secondo sul brigantino _Unione_, capitano Bazan, che doveva far vela per il Mar Nero. Intanto però, così per non perder l’abitudine, salva, buttandosi all’acqua, un giovanetto che annegava nel Porto, e sottrattosi alle lagrime di gratitudine della madre del salvato, la quale se vivesse continuerebbe ancora a ringraziare il marinaio Pane, salpa indi a pochi giorni per Odessa.

Ma tornato di là sul finire del 1834, e già tocco dai primi assalti di scontento della vita prosaica e monotona del marinaio mercantile, gli frulla di assoldarsi nella flottiglia di Hussein, bey di Tunisi, che era stato preso dal frugolo di riformare all’europea il suo esercitino e la sua armatetta; poi uggito e fors’anche vergognato da quella assisa d’ufficiale barbaresco, pianta anche il Bey, e fa ritorno verso la metà del 1836 a Marsiglia. Trovatala sotto il flagello del colèra, udito che negli ospedali si cercavano volonterosi, e come dicevano _benevoli_ ad assistere gl’infermi, pare bella alla sua fantasia di eroe filantropo anche quella parte; passa quindici giorni e quindici notti al letto di quegli ammalati, che uccidono il più delle volte i loro infermieri, e scampato da quel pericolo, e calmata la moría, si mette di nuovo alla cerca d’un imbarco; e la fortuna lo favorisce, quella volta, oltre le sue speranze. Scopre che un certo brick, il _Nautonier_,[30] capitano Beauregard, allestisce per Rio Janeiro; la vaghezza di vedere nuove terre lo seduce; l’Oceano non mai solcato, ambito cimento de’ forti navigatori, lo attira; dovunque volga lo sguardo non vede per tutta Italia alcun segno di prossima riscossa; laonde, chiesto ed ottenuto il comando in secondo di quel bastimento, dà un lungo addio a quella vecchia Europa, che non aveva più per lui nè promesse nè inganni, e fa vela per il Nuovo Mondo.

E qui si chiude la sua prima giovinezza. L’America diviene per dodici anni la sua seconda patria, la culla della sua vita nuova, il terreno in cui tutte le native energie del suo animo vigoreggiano e fruttificano; la forma insomma in cui si gettano tutti i moltiformi lineamenti della sua figura, fino allora sbozzati, e si plasma definitivamente il carattere dell’uomo.

Là in quell’America meridionale, posta tra le Amazzoni e la Plata, al cospetto di quella possente e pittoresca natura, lungo le oceaniche correnti dei fiumi smisurati, traverso le deserte praterie dei _pampas_, in mezzo alle nomadi scorribande dei _gauchos_, nella consuetudine quotidiana d’un popolo diverso e variopinto, miscuglio secolare di barbarie indiana, di fierezza spagnuola, di ardimento portoghese, di superstizione cattolica, impastato col sangue degli avventurieri, dei banditi e degli eroi di tutto il mondo; là dove la guerra è un trastullo, il getto della vita una voluttà, l’ospitalità all’inoffensivo pellegrino un culto, ma l’odio allo straniero dominatore una religione; là in quell’America, dico, degli eroismi favolosi, delle fazioni feroci, delle rivoluzioni subitanee, delle dittature sanguinarie, dei governi d’un giorno, si svelò l’eroe, s’iniziò il capitano, si educò, quale che egli sia, il politico; e chi vorrà conoscere un giorno il Garibaldi vero, e salire alle origini della sua celebrità e della sua fortuna e spiegarsi nelle loro più riposte cagioni, così le sue virtù come i suoi errori, e possedere insomma tutto l’intimo segreto di codesta leggendaria esistenza, apparente tuttora alla nostra civiltà come un enigma ed un anacronismo, o deve seguirlo passo per passo, di pensiero in pensiero, d’avventura in avventura di là dall’Oceano, o rinunciare a comprenderlo.