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CAPITOLO TERZO.

DA MONTEVIDEO AL RITORNO IN ITALIA. [1842-1848.]

I.

Quando Garibaldi entrò a Montevideo, la guerra tra l’Uruguay e la Repubblica Argentina, o per dir più esattamente, tra il partito del presidente Ribera, rappresentante dell’indipendenza orientale, e il partito del generale Oribe, emissario del dispotismo del Rosas, ardeva da circa tre anni. Ora per intendere e le cagioni di siffatta guerra, e i moventi delle fazioni che la combattevano, e la parte che il nostro protagonista vi prese, importa risalire un po’ lontano e ripercorrere rapidamente la storia dei due paesi.

La quale, appena la si consideri idealmente, può dirsi la storia del fiume materno, che li divide e li unisce ad un tempo, d’onde tolsero insieme al Paraguay il nome generico di Stati della Plata, e col quale sono da oltre tre secoli conosciuti nel mondo. Vasti frammenti di quell’India occidentale, nelle cui profondità si perde forse una delle culle del genere umano, l’epopea della loro scoperta e della loro conquista è forse meno leggendaria e meno portentosa di quella di tante altre contrade d’America, ma non meno interessante ed istruttiva. Svelati all’Europa nel 1515 dallo spagnuolo Juan Diaz de Solis, il primo che scoprisse l’estuario della Plata e vi penetrasse; riesplorati quattro anni dopo da Fernando Magellano, quel desso che, udito esclamare da uno de’ suoi marinai in vedetta, _Monte-vid’-eu_, diede il nome di _Montevideo_ al promontorio su cui sorgerà un giorno la capitale dell’Uruguay; visitati di nuovo nel 1526, per mandato della Spagna, da Sebastiano Caboto, che rimontando la Plata fino al Paraguay vi pianterà la prima pietra del forte di San Salvador; occupati più tardi, in nome di Carlo V, dal primo governatore Don Pedro de Mendoza, che vi getterà nel 1535 le fondamenta di _Santa Maria di Buenos-Ayres_; strappati infine via via ed a prezzo del sangue più generoso alle cento tribù indiane che ne contrastano con fiera costanza il possesso, gli Stati della Plata vanno ad accrescere il patrimonio di quei possedimenti spagnuoli in America che la monarchia di Carlo V dovette, assai più che a sè stessa, all’ardimento della più eroica generazione di navigatori che il mondo abbia prodotta e in capo alla quale grandeggia il fatidico spirito del nostro Colombo!

Narrare le vicende della dominazione spagnuola negli Stati della Plata, non è del nostro assunto; essa fu come al Perù, come al Messico, come dovunque tanto benefica nei risultati (poichè ogni passo in avanti del colono europeo era pur sempre una vittoria della civiltà sulla barbarie), quanto improvvida, insensata spesso brutale nei mezzi. Accesa febbrilmente dalla sete dell’oro e dell’argento, la Spagna non vidde nella sua nuova colonia americana che un immenso campo da sfruttare, e, per usare la frase d’uno Spagnuolo, «simile al re Mida verrà un giorno, nel quale il metallo prezioso, di cui era stato tanto ingordo, le si muterà in arida pietra fra le mani.» Che se questa sentenza non s’attaglia a tutto rigore alle colonie della Plata, dove altri prodotti, oltre a quelli dell’oro e dell’argento, potevano allettare l’avidità dei conquistatori, tuttavia il regime da essi adottato, specialmente rispetto all’agricoltura, al commercio ed alla navigazione, sortì anche colà il medesimo effetto: spolpare, dissanguare il suolo a solo profitto del presente senza cura alcuna dell’avvenire. Irritando la natía selvatichezza delle popolazioni indiane con inutili crudeltà e stolte rappresaglie; abbandonando in balía di governatori rapaci e di capitani brutali così i frutti della terra come la libertà e la vita de’ suoi abitanti; chiudendo i porti ad ogni navigazione forestiera, vietando l’esportazione d’ogni prodotto fuorchè per la Spagna, ed applicando ad ogni sorgente della vita economica le più esose e viete proibizioni; dividendo per insana arte di regno le molteplici razze del territorio, ed alimentando così un perpetuo focolare d’odii privati e di guerre civili; finalmente, supremo errore, abbandonando alla Compagnia di Gesù non solo l’apostolato morale e religioso delle popolazioni, ma la proprietà di vaste ricchezze, quindi l’uso e l’abuso d’uno sterminato potere; la Spagna preparò a sè stessa l’immancabile giorno, in cui sarebbe stato incerto se le colonie sentissero più il peso della madre patria o questa l’impedimento, la minaccia e il danno di quelle.

Ma già lo dicemmo: prima che finisca il secolo XVII, la Spagna doveva incontrare anche sulle rive orientali della Plata quell’intraprendente vicino e ardito rivale che da oltre cent’anni scontrava su tutti i mari del mondo, e dividere con esso la gran preda dell’America meridionale: il Portogallo.

Il maggior difetto del Brasile fu sempre la incertezza dei confini. Naturale però che i Portoghesi, già padroni di Rio Grande e delle sorgenti dell’Uruguay, tentassero di spingersi fino alle sponde di quell’immenso fiume, il quale, oltre all’essere il più certo e stabile confine ch’essi potessero desiderare alla loro sterminata colonia, metteva nelle loro mani una delle più grandi vie fluviali del Nuovo Mondo. Ma naturale altresì che gli Spagnuoli contrastassero con ogni lor possa un tanto acquisto, e che i due fratelli latini si trovassero di fronte colle armi in pugno sulla penisola americana, come pochi anni prima s’erano trovati sulla iberica. E fu lotta quasi centenne, cominciata il 1680 dai Portoghesi colla fondazione, sul margine stesso della Plata, della Colonia del Sacramento; finita soltanto nel 1777 per il trattato di Sant’Idelfonso.

Ogni guerra, ogni avvenimento europeo, in cui per l’uno o per l’altro motivo, a lato o di fronte, fossero involti la Spagna e il Portogallo, aveva il suo contraccolpo sulle sponde della Plata. Ripresa Colonia del Sacramento dagli Spagnuoli, il Portogallo s’accampa, nella guerra di successione di Spagna, contro di essa, ed il trattato di Utrecht gli restituisce Colonia; Ferdinando VI sposa una infante di Portogallo, e questi guadagna, per il trattato del 1750, tutte le missioni gesuitiche poste lungo il margine orientale dell’Uruguay; scoppia nel 1762 la guerra tra la Spagna e l’Inghilterra, e il Portogallo fa causa comune con questa, ed ecco il Ceballos, governatore di Buenos-Ayres, trarre partito dalle rotte ostilità, riprendere Colonia, invadere Rio Grande e minacciare a sua volta il Brasile. Non si danno vinti per questo i Portoghesi, e veggono ancora per terra e per mare due giorni di vittoria; ma il Ceballos li va ad assalire sull’Oceano fin nel cuore della provincia di Santa Caterina, e impone loro il trattato di Sant’Idelfonso che obbliga il Portogallo a rinunciare a Colonia, e chiude la guerra.

Ma che la chiudesse è inesatto; il vero è che la sospese appena. Se non osiamo dire con un Francese, «che il possesso della riva sinistra della Plata è per il Brasile una questione di vita o di morte,[53]» è manifesto però ch’esso ha sempre rappresentato a’ suoi occhi uno dei bisogni più vitali, e delle conquiste più preziose.

Chiuso nella cerchia ardente della zona torrida, diseredato del beneficio d’un clima temperato e omogeneo alle razze bianche, padrone delle origini e del corso superiore dei tre fiumi che compongono la Plata, ma escluso dalla signoria del grande estuario per cui sboccano in mare, manchevole di terre idonee alla coltura delle piante alimentari, privo infine a mezzogiorno d’una frontiera precisa, sicura e accessibile insieme, che lo distingua, lo tuteli e lo espanda ad un tempo, è ben naturale che il Brasile abbia fatto dell’acquisto della Banda Orientale platense una delle mète fisse della sua politica, e per dirlo colle parole d’un vicerè di Buenos-Ayres, «il suo punto di mira fin dal secolo XVI;» e le guerre che lo vedremo combattere ancora per questo scopo lo dimostreranno.

Il conflitto però per la Banda Orientale non partorì soltanto frutti di sangue e retaggio di rancori, ma fu anche cagione di due fatti importanti per la storia, sebbene diversamente benefici per le colonie platensi: la fondazione di Montevideo per opera del governatore Maurizio Zabala nel 1724,[54] e la istituzione del vicereame di Buenos-Ayres nel 1776. Con Montevideo la Banda Orientale acquistava non solo un porto sicuro, una fortezza munita, la capitale d’un governo distinto; ma l’anima della sua patria nascente, il cuore ed il braccio della sua indipendenza futura.

Separando gli Stati della Bolivia, del Paraguay, dell’Argentina e dell’Uruguay, dall’antico vicereame del Perù, e svincolandoli così da un potere lontano, ignaro e noncurante, incorporando quattro territori in un unico Stato quasi autonomo, la Spagna non solo rendeva più facile l’amministrazione, più vigile il governo, più rapido lo sviluppo di quelle sue colonie; ma senza volerlo, senza saperlo, ridestava in esse la coscienza dell’origine e della storia comune, agevolava col più stretto accordo dei loro interessi il più intimo scambio delle loro idee, faceva sentir loro le prime seduzioni d’una vita indipendente e affrettava ella stessa il giorno della loro emancipazione.

Ma prima che quel giorno spunti, la Spagna dovrà ancora sostenere un’altra guerra con una delle sue più antiche e formidabili rivali d’Europa, e mettere a prova un’ultima volta la fedeltà e il valore de’ suoi figli d’oltre mare.

Sdegnata d’averla vista passare fra gli alleati di Napoleone, nè paga ancora della sanguinosa vendetta di Trafalgar, l’Inghilterra va nel 1806 ad assalire la Spagna nelle sue colonie della Plata. E riesce infatti all’ammiraglio inglese Popham di cogliere per sorpresa Buenos-Ayres; ma l’intrepida Montevideo chiama all’armi tutta la Banda Orientale; improvvisa un corpo di milizie, e affidatone il comando al capitano Liniers (un Francese al servizio della Spagna), lo invia alla riconquista della capitale. La contrasta, con tenacia inglese, il generale Berresford, ma Liniers riesce con furioso assalto ad impadronirsene, e Berresford è costretto a sgombrare. Però ristorati di nuove forze, il naviglio e l’esercito britannico riprendono l’offensiva; pongono l’assedio a Montevideo, e, malgrado la sua eroica resistenza, riescono a penetrarvi; indi si volgono a Buenos-Ayres. Comanda le armi di S. M. britannica l’ammiraglio Whitelocke; difende la città il prode Liniers con 7000 uomini di milizie improvvisate, ma dietro ad essi i cittadini, gli schiavi, le donne, il popolo intero. L’assalto fu tremendo, ma la difesa invincibile. _Cada casa_ era una _fortaleza, cada calle un atrinchieramiento_. Gl’Inglesi ricevuti: _Mitralia en las esquinas de todas las casas, fusileria, granados de mano, ladrillos y piedras tiradas desde los tejados_,[55] lasciano mille cadaveri per la via, e il Whitelocke pesto, decimato, è costretto a sottoscrivere una capitolazione, colla quale si obbligava a sgombrare tutto il territorio ispano-americano, e a reintegrare la piazza di Montevideo nello stato medesimo in cui si trovava nel giorno della sua resa.[56]

Ed anco questa guerra non fu senza influenza sugli avvenimenti futuri; riunì le popolazioni della Plata in una lotta a oltranza contro lo straniero, e ne esperimentò il valore e la forza; accrebbe l’importanza di Montevideo, che si meritò il glorioso titolo di _Reconquistadora_; manifestò i primi sintomi della debolezza della Spagna, la quale dovette la salvezza del territorio coloniale più al braccio de’ suoi abitatori che alle proprie armi, e per la prima volta si trovò dirimpetto ad essi piuttosto nella condizione di protetta che di protettrice.

II.

L’ora pertanto della indipendenza ispano-americana stava per suonare. L’avevano preparata gli errori e gli stessi beneficii della Spagna; la precipitavano le idee del secolo e il turbine medesimo degli avvenimenti che sconvolgevano l’Europa; la rendeva inevitabile e fatale la stessa legge che governa i destini delle colonie, le quali dopo essersi nutrite del latte della madre patria, quando son fatte adulte e gagliarde mordono il seno alla nutrice e le volgono le spalle.

Sul finire del 1808, una dietro l’altra giungevano in America queste notizie: che Ferdinando VII, prigioniero in Francia, aveva venduta per una pensione l’avita corona a Napoleone; che questi aveva insediato sul trono di Spagna suo fratello Giuseppe; che una Giunta centrale s’era costituita a Cadice per rivendicare i diritti del legittimo Re; che le Asturie avevano cominciato contro l’invasore una guerra di coltello; che tutta la Spagna era in fiamme ed in iscompiglio. Ora questi avvenimenti gittavano anche le colonie in una specie d’anarchia, ed era ben naturale che, poste tra un sovrano legittimo, ma imbelle e disgraziato, e un principe straniero intruso ed abborrito, e due o tre Giunte rivoluzionarie che si disputavano il governo senza avere nè autorità nè forza per mantenerlo, esse vedessero spuntare da quel caos i primi albóri d’un’èra novella, e coltivassero seriamente da quell’istante il pensiero della loro indipendenza. La commozione pertanto suscitata anche sulla Plata da quelle novelle fu, quale doveva essere, grandissima; tanto più che i due Re contendenti avevano inviato a Buenos-Ayres legati per indurre quei coloni a riconoscere le loro rispettive sovranità; e che il vicerè Liniers, lo stesso che aveva riconquistato Buenos-Ayres, inclinava, memore della stirpe, a favorire le parti francesi, le più abborrite di tutte.

Ma quando nei primi giorni del 1810 passò l’Oceano l’annunzio che l’ultimo esercito di Ferdinando VII era stato disfatto sui campi d’Ocaña, e che oramai la Spagna andava ingoiata nella monarchia universale del Cesare francese, trascinando nella medesima voragine le sue colonie, queste non si contennero più e pensarono a provvedere senza indugio alle loro sorti.

Da principio il movimento ebbe piuttosto un carattere riformatore che rivoluzionario.[57] La pluralità degli Ispano-Americani sembrò accontentarsi d’una semi-indipendenza, e le Giunte sortite dall’elezione popolare si limitarono a deporre o scacciare i vicerè ed i governatori, ed a costituire governi locali sotto l’alta sovranità di Ferdinando VII. Così Caracas (19 aprile 1810) la prima ad iniziare il moto; così Buenos-Ayres (25 maggio 1810); così, a distanza di poche settimane, la Venezuela, la Nuova Granata, il Chilì e l’Alto Perù. Ma da un lato la resistenza ben legittima delle autorità spagnuole, e dall’altro la legge naturale delle rivoluzioni, fanno sorgere ben presto e prevalere un partito più radicale, il quale proclama l’assoluta indipendenza da ogni dominio europeo e rompe in aperta rivolta.

A questo punto però la storia degli Stati della Plata, una fino agli ultimi giorni, si sdoppia, anzi si tripartisce, e in molti punti diverge siffattamente, che seguirla sopra una linea sola non è più possibile.

Mentre Buenos-Ayres, postasi risolutamente a capo della rivoluzione, rompe l’ultimo anello che l’avvinceva alla madre patria, e inviando spedizioni armate a dar mano agl’insorti della Bolivia e del Perù, si sforza a trascinare nella medesima via gli Stati della Plata ed a raccogliere nelle sue mani tutte le fila del movimento; nel Paraguay e nella Banda Orientale continua a prevalere il partito medio della semi-indipendenza, e l’uno e l’altra assai più diffidenti della supremazia argentina, che paurosi della lontana sovranità spagnuola, rifiutano di riconoscere la Giunta rivoluzionaria di Buenos-Ayres, e ne respingono entrambi le proposte e le armi. Non ci occupiamo più del Paraguay, che nel 1811 si decide esso pure a liberarsi dalla signoria spagnuola, ma che poscia, ispirato dal genio tetro e quasi misantropico del dottor Francia, si chiude fra le rive de’ suoi due fiumi, e non ambisce più che di essere la China dell’America spagnuola.

Circa poi all’Uruguay ed a Montevideo, il fatto della resistenza all’egemonia argentina era spiegato e giustificato da parecchie ragioni antiche e recenti. Anzitutto v’erano tra i due paesi differenze di suolo, di clima, d’abitanti, di costumi, di interessi, che il tempo e la civiltà avevano piuttosto accresciute che scemate. Mentre il territorio sulla destra della Plata, poche leghe al di là delle sue rive non era che una sterminata steppa, battuta dalle vampe assidue d’un clima tropicale, corsa da torme di cavalli selvatici e da bande di feroci _gauchos_, divisa tra pochi _estancieros_, veri feudatari della Pampa; quello sulla riva sinistra offriva, da alcune parti in fuori, tutte le varietà d’un clima e d’un suolo europeo e tutte le condizioni a’ suoi abitatori d’una vita civile. Il clima, temperato lungo il littorale dalle brezze marine, vi è de’ più dolci; ed anche nell’interno non sale mai nel più grande estate oltre il 35mo grado, nè discende nei più crudi inverni al 3º sotto zero; onde non si conoscono in quelle latitudini che due stagioni: la calda da ottobre a giugno, e la fresca da giugno a settembre.[58] Il suolo vi è tanto pittoresco, quanto salubre e ferace; parecchie catene di montagne, dalle forme trincianti delle lor punte dette _cuchillas_, lo solcano da nord a sud; maggiore fra esse la _Cuchilla Grande_ (che non s’innalza però oltre i 2000 piedi), dalla quale si diramano numerosi piani digradanti di colline, di terrazze, di poggi, o come li dicono là di _cerri_ e di _cerriti_, che vanno a morire fino intorno a Montevideo e ad anfiteatro lo chiudono. Innumerevoli acque defluenti ed affluenti dei due massimi fiumi, il Rio Grande e l’Uruguay, lo scorrono per ogni parte, lo abbelliscono e lo fecondano. Le pianure stesse di Colonia, di Canelones, di Salto, sono praterie verdeggianti che perdono il nome di Pampas e acquistano quello di campagne. La popolazione vi è, al paragone dell’Argentina, più densa; il _gaucho_ più raro, e dalla natura stessa del suolo agricolo e suddiviso reso innocuo. Se nel folto delle selve secolari balza il leopardo, urla il coguar e strisciano il crotalo ed il corallo,[59] innumerevoli mandre di buoi, di merinos, di cavalli moltiplicano sui vasti pascoli e nelle frequenti estancias, e fruttano al paese la triplice ricchezza delle carni, dei cuoi, delle lane. Ricche miniere d’oro, d’argento, di rame, di piombo, d’ogni varietà di minerali serpeggiano nelle viscere dei monti; nel fondo delle valli, sui margini dei fiumi, nel cavo delle roccie, fiorisce tutta la variopinta famiglia delle erbe medicinali e delle piante coloranti.

Finalmente poco lungi dalla palma e dal cedro allignano il pesco e l’arancio; accanto a vaste foreste, dove si spiega tutto il lusso della vegetazione tropicale, maturano il frumento, il mais, quasi tutte le frutta e gli erbaggi del nostro continente, il quale, ben a ragione, invia il soverchio de’ suoi figli a cercare nella terra felice il pane e la fortuna, e trova nella ridente baia di Montevideo uno de’ porti più ospitali e sicuri del Nuovo Mondo.

Ora in siffatto paese era naturale che i coloni europei s’espandessero più prontamente, serbassero con maggiore tenacia i loro costumi nativi, predominassero senza grande sforzo su tutta quella popolazione mista d’Indiani puri, di negri, di meticci e di creoli, ancor presso alla barbarie, e sulla quale si sentivano chiamati a dominare per la superiorità del sangue, dell’intelletto e del valore.

Oltre di che, c’era quel gran fiume, cagione antica e perpetua di prosperità a’ suoi ripuari, ma altresì di rivalità e di discordia, e i coloni della Banda Orientale non avrebbero mai potuto sopportare tranquillamente ch’esso divenisse l’esclusivo dominio dei popoli dell’altra Banda.

Infine l’esercito spagnuolo, forzato ad abbandonare l’Argentina, aveva fatto di Montevideo l’estrema sua cittadella, e cooperava colla sua presenza ad afforzare l’opposizione che gli Orientali facevano ai disegni rivoluzionari della riva opposta. Conseguenza di tutto ciò fu che gli Argentini si videro costretti a porre l’assedio alla capitale dell’Uruguay, ed è allora che compare per la prima volta sulla scena un uomo singolare, chiamato ad esercitare un potente influsso sui destini della patria sua: Artigas.

III.

Gaucho di nascita, contrabbandiere di professione, cumulata, colle frodi e colle rapine proprie alla sua arte ed alla sua stirpe, un’immensa fortuna, divenne per il triplice prestigio dell’astuzia, del valore e della ricchezza, così popolare e potente, che il Governo spagnuolo, a somiglianza di tutte le tirannie deboli, scese a patti con lui e gli accordò immunità e privilegi, a condizione che l’aiutasse a combattere e diradare la numerosa famiglia di contrabbandieri, che era la figliuolanza naturale del sapiente sistema proibitivo adottato dalla Spagna.

Ma la prima volta che un magistrato tentò opporsi a non so quale sua pretesa, ecco il prepotente contrabbandiere dar le spalle al Governo che aveva fin allora protetto, e giurargli un odio mortale.

Era appunto il 1811; la guerra per l’indipendenza delle colonie durava da circa un anno, e nessuna occasione più propizia all’Artigas per compiere la sua vendetta. Sparisce per qualche tempo nel profondo delle campagne orientali, vi propaga l’odio della signoria spagnuola, chiama a raccolta i suoi gauchos, i suoi contrabbandieri, quanti han fede nel suo nome; copre di _guerrillas_ l’Uruguay e lo trascina nella lotta dell’indipendenza comune.

Era per la rivoluzione un soccorso tanto insperato, quanto poderoso. Buenos-Ayres manda in rinforzo dell’inatteso alleato le truppe reduci dall’infelice spedizione del Paraguay; l’Artigas così rafforzato traversa quasi in trionfo tutta la Banda Orientale, e dopo aver battuto insieme al generale Rondeau[60] gli Spagnuoli a Las Piedras, si unisce all’esercito argentino che assediava Montevideo.

A questo punto però la storia così dell’Uruguay come dell’Argentina immiserisce in tanti conflitti di fazioni e litigi di persone e puntigli d’ambizioni, da confondere e stancare gli stessi storici dei due paesi.

Nella «Giunta governativa» argentina un partito Moreno demagogico s’accapiglia col partito Saavedra autoritario o monarchico che sia,[61] e le loro dissensioni penetrano nell’esercito che campeggia nell’alto Perù e ne cagionano la rotta; intanto quattromila Portoghesi, clandestinamente assoldati dalla principessa Carlotta di Borbone, invadono l’Uruguay e marciano su Montevideo in soccorso degli assediati. L’Artigas, offeso che il comando in capo dell’esercito d’operazione sia stato affidato al Rondeau, abbandona con tutti i suoi l’assedio e si rivolge a combattere per conto suo i Portoghesi. A Buenos-Ayres il Saavedra è deposto e i partiti si succedono ai partiti, i governi ai governi; tuttavia il Rondeau rinforzato da nuove truppe continua vigorosamente a battere Montevideo, sinchè il vicerè di Spagna, Elios, perduta la speranza del soccorso portoghese, si rassegna a cedere la piazza, sottoscrivendo una capitolazione (novembre 1811) per la quale gli Spagnuoli dovevano sgombrare l’Uruguay, che veniva in tal modo a restar libero e padrone dei propri destini. Nessuno però mantiene i patti; nè i Portoghesi si ritirano dall’Uruguay, nè l’Artigas cessa dallo scaramucciar contro di loro, e per legittima conseguenza nemmeno il vicerè spagnuolo Vigodet, succeduto ad Elios, consente ad abbandonare Montevideo. Invano il Governo di Buenos-Ayres intima all’Artigas di sospendere le ostilità; ai Portoghesi ed agli Spagnuoli di sgombrare; le armi soltanto potranno decidere ancora la lite. Ecco perciò Buenos-Ayres infaticabile nel proseguire il suo disegno d’unificazione, levare e spedire nuove milizie, le une per combattere i Portoghesi e contenere insieme il ribelle _caudillo_ uruguayano, le altre per ricominciare l’investimento di Montevideo.

Fortunatamente però i Portoghesi, allarmati dalle forze soverchianti spedite loro incontro, si decidono a ripassare l’Uruguay senza battaglia, e l’Artigas consente di riunire le sue bande rivoluzionarie all’esercito argentino e a riprendere con esso l’assedio della tante volte contrastata fortezza. Ma qui tutto non finisce, nè tutto si chiarisce ancora, per la semplice ragione che nè i voltafaccia, nè i puntigli, nè le pretensioni dell’Artigas finivano mai, nè quel qualsiasi concetto che lo guidava era pur anco riuscito a farsi strada per mezzo alle tenebre del suo grosso cervello ed a prendere forma concreta ed intelligibile così ai suoi seguaci come a’ suoi avversari. Era cortezza di mente, volubilità di carattere o dissimulazione profonda d’arcani disegni? Era soltanto, come fu detto, la meschina invidia dei generali a lui superiori che guidava la sua condotta balzana; o non era anche un presentimento istintivo, un sospetto oscuro, ma patriottico, che aiutando egli il Governo di Buenos-Ayres a liberare la patria sua dagli Spagnuoli, contribuiva a metterla nelle mani degli Argentini? Noi abbiamo indarno chiesto agli storici della Plata la soluzione di questo doppio problema: forse essi medesimi lo cercarono invano; forse nessuno potrà trovarla mai; forse nemmen l’Artigas avrebbe saputo darla. Certo è questo solo (certo e strano ad un tempo), che l’Artigas diserta una seconda volta dal campo degli assedianti, e va a continuare per conto suo la guerra nelle native campagne; poi, a un tratto, quando ode che il generale Alvear è finalmente riuscito ad impadronirsi di Montevideo e a dare così l’ultimo colpo alla signoria spagnuola sulla Plata, ricompare sulla scena, si presenta arditamente al generale argentino, e in nome dell’indipendenza dell’Uruguay gli intima di sgomberarne la capitale, che a lui solo, Uruguayano, spetta di occupare.

Naturalmente il Governo di Buenos-Ayres non poteva accomodarsi ad una pretesa sì temeraria, e s’apprestò a rintuzzare coll’armi l’audace guerrillero. Ma questi non era più solo o accompagnato da poche masnade di gauchos e di contrabbandieri: lo scortava ormai un seguito di oltre dodicimila combattenti; lo spalleggiava tutto l’Uruguay. Oltre di che, ogni oscurità era ormai dileguata dal suo pensiero; quello ch’egli volesse era finalmente manifesto: la piena ed assoluta indipendenza della Banda Orientale da qualsiasi dominazione americana od europea, spagnuola, portoghese od argentina che fosse. E questa idea poteva essere, considerato il tempo e le circostanze, uno sproposito, ma era l’aspirazione più antica, il sogno più costante degli Uruguayani; il solo concetto che rispondesse alle tradizioni ed alle necessità della patria loro, e sarebbe vano discuterlo.

L’antico contrabbandiere pertanto gridato liberatore fa valanga; il suo luogotenente Fruttuoso Ribera sconfigge a Guajabò l’esercito argentino; lo stesso Artigas entrato in Montevideo proclama l’indipendenza della Banda Orientale e vi stabilisce il suo governo; indi, presa a sua volta l’offensiva, invade per il Nord l’Argentina, penetra fin nella provincia di Buenos-Ayres e col concorso del partito federalista argentino, riuscito ad insediarsi al potere, si fa riconoscere capo o _Protector_ di una Confederazione, nella quale, secondo il suo disegno, dovevano entrare non solo la Banda Orientale, ma tutte le provincie e i popoli dei due margini del Parana, compresi Santa-Fè e Cordova.[62]

Ma simile in questo ad un altro eroe di nostra conoscenza, il _guerrillero_ uruguayano era tanto atto a combattere, quanto inetto a governare. Mentre le sedizioni militari e le fazioni civili funestavano le provincie dell’Argentina, l’Uruguay cade in preda all’anarchia. Il bestiale Ortoguez, governatore di Montevideo, disonora con feroci supplizi e selvaggie rappresaglie la nascente libertà orientale, e soltanto il suo successore Ribera riesce a porre un confine a tanta immanità; le provincie in balía alle fazioni provano tutti gli strazi della guerra civile, e la Confederazione dell’Artigas si sfascia appena composta. E allora i Brasiliani (1816) non mai dimentichi dell’antica loro terra promessa, approfittano di quell’anarchia, se ne formano anzi un diritto, e col tradizionale pretesto di ristabilire l’ordine e la pace, invadono quella Banda Orientale che era _el blanco á que hacen su tiro desde principios del siclo XVI_.[63]

Così l’anno stesso in cui tutti gli Stati componenti le antiche colonie spagnuole suggellavano nel Congresso di Tucuman il patto della loro comune indipendenza, solo l’Uruguay era minacciato di perderla per sempre. Accorre alle difese l’Artigas; guidati dal suo esempio, il Ribera, l’Oribe, il Lavalleja (importa ricordare questi nomi) oppongono su tutti i punti del territorio una disperata resistenza, ma indarno; i Portoghesi sono già sotto le mura di Montevideo. L’Artigas allora chiede il soccorso del Governo di Buenos-Ayres, il quale tornato in mano degli unitari lo concedè a condizione che sia riconosciuta la sua autorità e supremazia. Ma il _Protettore_ della Banda Orientale rifiuta il patto, chi vuole per ispirazione di genio, chi crede per grettezza di spirito e vacuità d’intelletto. Per gli unitari infatti e per gli schietti nemici d’ogni signoria straniera, la risoluzione dell’Artigas fu peggio che un errore, una colpa; per i federali e per quelli che al predominio degli abborriti _Porteños_ (così son chiamati a Montevideo quei di Buenos-Ayres) anteponevano qualsivoglia dominazione, un miracolo d’antiveggenza politica, l’idea madre della futura indipendenza orientale.

Noi staremmo cogli unitari, quantunque sappiamo che è assai facile l’errare applicando agli avvenimenti d’un paese e d’un tempo interamente diversi le idee del proprio. Ne avvenne però questo, che i Brasiliani prima che finisse il 1819 erano padroni di quasi tutto lo Stato orientale; che l’Artigas dopo una eroica campagna di quattro anni, osteggiato da’ suoi luogotenenti, era costretto a cercare un asilo nel Paraguay; che finalmente nel 1821 l’Uruguay era incorporato definitivamente al Brasile col nome di _Stato Cisplatino_, sì che dopo tanti anni di lotta esso non aveva ottenuto che di mutare la sua catena.

IV.

Tuttavia la dominazione brasiliana sulla Plata, quantunque riconosciuta in sulle prime dai _cabildi_ (consigli) delle varie città, e dagli stessi antichi luogotenenti dell’Artigas, non durò lungamente tranquilla. La trasformazione del Brasile da regno in impero indipendente (1822) anzichè accrescere la sua autorità e la sua forza, parve turbarle e sminuirle. Obbligato a difendersi dalle congiure interne e persino dalle sedizioni de’ suoi stessi governatori, ed a schermirsi insieme dalle intimazioni di Buenos-Ayres, che afforzato dal voto degli stessi Orientali reclamava la loro riunione allo Stato avito, il Brasile non godette certamente le beatitudini della possidenza. Regnò nonostante qualche tempo ancora, se non amato, temuto; quando nel 1824 un importante avvenimento precipitò la rovina della sua breve conquista. Il 9 dicembre 1824 i riuniti eserciti repubblicani della Colombia e del Perù sotto il comando del generale Suchrè disfanno nei piani di Agacuchos l’ultimo esercito spagnuolo e annientano per sempre la signoria iberica nell’America del Sud. Ora la solenne vittoria fu non solamente decisiva per la Spagna e le sue colonie, ma esercitò altresì sulle sorti della Banda Orientale e de’ suoi recenti dominatori un’influenza capitale. La battaglia d’Agacuchos partorì, per tacere dei maggiori, questi tre effetti: collo spezzare gli ultimi frammenti del giogo che opprimeva l’America spagnuola fece sentire all’Uruguay più acuto il dolore, più ardente la vergogna di quello che il Brasile gli aveva imposto; assicurando la indipendenza allo Stato Argentino gli offrì nel tempo stesso l’occasione, gli agevolò il modo di provvedere all’emancipazione dell’altra riva della Plata; isolando finalmente il Brasile in una cerchia di Stati autonomi e bellicosi, lo pose ben presto nella necessità di scegliere fra una guerra implacabile e rovinosa, e la rinuncia d’una preda che gli costava tanto.

E gli eventi lo chiarirono ben tosto. Nella primavera del 1825 trentatrè animosi Orientali, soldati quasi tutti dell’Artigas e capitanati da Juan Antonio Lavalleja,[64] giurata solennemente la liberazione della patria loro, irrompono nella Banda Orientale; che infiammata dal loro generoso ardimento si solleva tutta quanta sui loro passi, e incomincia contro il nuovo straniero una di quelle tremende campagne di _guerrillas_ onde quei paesi vanno famosi. Il Brasile rinfaccia al Governo di Buenos-Ayres d’aver promossa ed aiutata la ribellione; ma questo, lungi dallo scusarsi, abbraccia manifestamente la causa orientale e si prepara a sostenerla coll’armi. La guerra allora non è più soltanto fra l’Impero e gl’insorti d’una sua provincia, ma tra esso e tutti i popoli della Plata, ridesti novellamente all’antico sentimento della loro fratellanza, riuniti ancora sotto il vessillo dei loro giorni gloriosi: _O Libertad o Muerte_. Ormai la lotta è impegnata per terra e per mare. Alla forte armata dell’Impero, l’Argentina non può opporre che una piccola squadra di tre legni; ma la comanda uno dei più intrepidi marini dell’Inghilterra, l’ammiraglio Brown. Contro il numeroso e agguerrito esercito brasiliano, i Confederati della Plata non possono mettere in campo che milizie improvvisate e bande indisciplinate; ma le guidano il Rondeau, l’Alvear, il Ribera, l’Oribe, il Lavalleja: tutti i prodi della prima guerra d’indipendenza, e il valore bilancia il numero e la forza.

Però dopo una varia vicenda di combattimenti terrestri e navali, di fortune e di rovesci, di prodezze e di carnificine, il Brown sconfigge la flotta brasiliana e si impadronisce dell’isola di Martin Garcia, la più forte stazione navale della Plata; l’Alvear distrugge l’esercito spagnuolo sui campi d’Ituzaingo (20 febbraio 1827); onde il Brasile ê costretto a chiedere la pace, e dopo un intrico di lunghi e insidiosi negoziati a sottoscrivere il trattato di Rio Janeiro, del 25 agosto 1828, mercè il quale la Repubblica argentina e l’Impero del Brasile riconoscevano mutuamente, sotto la garanzia della Francia e dell’Inghilterra, la indipendenza della Banda Orientale, obbligandosi entrambe a difenderla in caso di necessità.

Ecco dunque la Banda Orientale liberata un’altra volta, e vorremmo poter dire per sempre. Ratificato e riconosciuto dalle Potenze il trattato di Rio Janeiro; votata la Costituzione del 24 maggio 1830, per la quale _el Estado oriental de l’Uruguay adopta para su gobierno la forma rapresentativa republicana_ e due Camere con un presidente rieleggibile ogni quattro anni, venne eletto primo presidente, non senza contrasti, quel Fruttuoso Ribera, che abbiamo veduto primeggiare sulla scena dell’Uruguay fino dal 1811, il cui nome rivedremo mescolato di nuovo ad altre lotte non lontane. Per intenderle però ci conviene ripassare per alcuni istanti sull’altra riva della Plata.

V.

Anche l’organizzazione dello Stato Argentino era stata difficile e laboriosa, nè era compita ancora. Quei due partiti, _Unitario_ e _Federalista_, che vedemmo apparire fin dai giorni dell’Artigas, non avevano posato mai, e, sotto un certo rispetto, può dirsi che vivano tuttora. E ciò perchè non il caso li aveva formati o il capriccio degli uomini, ma le condizioni stesse del paese. Gli Unitari volevano l’unità e l’indivisibilità di tutti gli Stati della Plata, sotto un governo forte ed accentrato, ma liberale e civile insieme. I Federalisti volevano bensì l’unione, ma fondata sull’autonomia dei singoli Stati, rispettosa delle costumanze antiche e delle consuetudini locali; vincolata soltanto più di nome che di fatto all’autorità centrale della metropoli. Era in sostanza la lotta delle campagne contro le città, dei _gauchos_ contro i _ciudadanos_, e disse bene un Argentino: «della civiltà contro la barbarie.[65]»

Certamente questi due partiti fra alcune cose giuste ne volevano entrambi una impossibile. L’unità assoluta d’uno Stato per tante guise disforme, congiunta ad un governo largamente liberale e civile in un paese in gran parte barbarico, era un’utopia; dal canto opposto l’unione senza la forza e il potere unificatore, il fascio senza il legame, era un assurdo. Ma impossibilità, utopíe, assurdità portavano tutte in sè stesse una fatale giustificazione; erano il frutto delle viscere stesse del paese. Nè i cittadini di Buenos-Ayres o di Santa-Fè potevano rassegnarsi ad un regime politico idoneo ai _gauchos_ del Gran-Chaco, ed agli _estancieros_ del Corrientes, più che questi potessero adattarsi alle costumanze ed alle leggi di quelli. Però gli uomini politici che si fecero interpreti e rappresentanti di queste due opposte tendenze, le esagerarono forse e le sfruttarono anche a profitto de’ loro personali interessi; ma in fondo subirono l’influsso dell’ambiente in cui essi medesimi respiravano, e obbedivano a necessità storiche e geografiche che non era in loro arbitrio modificare d’un colpo.

Seguire pertanto i due partiti in tutti gli accidenti della loro acerrima lotta sarebbe lungo e increscioso insieme. In generale può dirsi che, eccettuato il breve periodo dell’invasione dell’Artigas nell’Argentina, la prevalenza restò alla parte unitaria.

Era forse la meno pratica, ma certamente la più nobile, la più colta e civile. Fin dal 1820 n’aveva prese le redini il Rivadavia, uomo di larga mente e di puri costumi e che, educato in Europa al culto delle idee liberali e delle istituzioni civili, sperava poterne inoculare nella sua patria i principii. E fu questo, dicono, il suo errore, ma un nobile errore che fruttò all’Argentina la libertà di stampa, la libertà individuale, le prime scuole, le prime banche, le prime franchigie agli emigranti e coloni; infine quella Costituzione del 24 dicembre 1826, unitaria nell’origine e nello spirito, all’ombra della quale la Repubblica Argentina vive ancora. Ma il partito unitario aveva governato fin troppo. Nel 1827 le campagne mosse dai loro principali _caudillos_, capitanate dal Quiroga, il più famoso _gaucho malo_ dell’Aroja, insorgono, in nome della perfetta libertà ed eguaglianza di tutte le provincie, contro l’autorità del Rivadavia e lo costringono ad abdicare.

Gli succede naturalmente un governo federale, e a presidente della Repubblica viene eletto il colonnello Dorrego, in voce di federalista moderato. S’intende però che nemmeno siffatto governo ebbe lunga vita. Il colonnello argentino Lavalle si mette (nel 1829) a capo d’un pronunciamento militare, sconfigge il Dorrego, e coltolo prigione lo fa, con atrocità inutile, fucilare; ma il sangue frutta sangue, il cadavere del Dorrego si rizza oramai come una barriera insormontabile fra i due partiti, e nemmeno il Lavalle può godere a lungo del suo trionfo. Infatti prima che quel medesimo anno finisca, Don Juan Manuel Rosas, rimaso fino allora in fondo della scena, radunate le milizie delle campagne ond’era capo, ritorna contro il Lavalle, lo mette in rotta al Puente-Marquez, entra in Buenos-Ayres, assume con mano di ferro la somma del potere, si fa eleggere presidente della Repubblica (1830) e diviene in poco d’ora padrone dello Stato.

VI.

Chi era codesto Rosas? Quale giudizio può fare la storia di quest’uomo, stimato dagli uni un grande statista, dagli altri un tirannello brutale; paragonato a volta a volta a Nerone ed a Washington, a Cromwell ed a Cesare Borgia; rimasto dittatore per venti anni della patria sua, amico per qualche tempo della Francia e dell’Inghilterra, riconosciuto e rispettato da tutte le Potenze d’Europa; imbrattato di sangue dal capo alle piante, accompagnato per tutta la vita dalle maledizioni di migliaia di vittime, eppure morto tranquillamente sul suo letto in un rispettato esiglio? Se dovessimo dare una risposta pronta, lo diremmo l’incarnazione suprema dell’americanismo spagnuolo.

Accanto al tipo più tradizionale e comune del _gaucho_ inseparabile dal suo cavallo, dal suo pugnale e dal suo _lasso_, nomade, selvaggio, ma onesto a suo modo, la Pampa produce tre altre varietà d’uomini singolari.

E primo in riga, il _gaucho malo_, fratello corrotto del primo, che avendo un bel giorno assestata una coltellata a qualche suo rivale, e presa in seguito l’abitudine di campar la vita con quel suo strumento, va, come un _outlow_, errando per le profondità inaccesse del suo deserto, ottenendo talvolta l’asilo delle _estancias_ e l’ospitalità delle _pulperias_,[66] ed aspettando una rivoluzione in cui trovare un impiego. Poi accosto, e quasi sulle orme del _gaucho malo_, viene il _rastreador_, una specie di can bracco umano che fa professione di scoprire alla pesta così un animale smarrito, come un bandito nascosto; un che di mezzo tra il bracconiere e la guardia campestre, il vero _policeman_ della Pampa. Infine vi è il _capataz_, conduttore o capo delle carovane, investito dell’autorità di mantenere la quiete tra le mandre e la disciplina tra i mandriani, e che al primo atto di capriccio o di recalcitranza degli uni o delle altre, armato come un negriero d’una grossa frusta, la mena senza pietà sulla schiena così degli uomini come delle bestie, e ottiene quasi sempre, mercè questo semplicissimo regime, il ristabilimento dell’ordine.

Ora mettete insieme gl’istinti sanguinari del _gaucho malo_, la furbería sbirresca del _rastreador_ e le abitudini di governo del _capataz_; unite queste doti alla ricchezza ed alla potenza d’un _estanciero_, padrone di vasti possedimenti e capo a sua volta di molti _gauchos_, di molti _rastreadores_ e di molti _capataz_, e stendete sopra un siffatto impasto la polvere d’un galateo signorile e la vernice di una educazione cittadina, e avrete il Rosas.

Nato a Buenos-Ayres, di buona famiglia, ma scacciato a vent’anni dalla casa paterna per turpe condotta, si rifugia nelle campagne dell’Argentina e si fa in brev’ora il compagnone e l’amico dei _gauchos_, di cui apprende le costumanze; accettato per carità d’amici amministratore di due vaste _estancie_, arricchisce dei loro migliori frutti; fa dell’_estancia_ sua l’asilo di tutti i _gaucho-malos_ e di tutti i vagabondi dei dintorni, e ne diventa insieme il protetto e il protettore. Venuta la rivoluzione, muta l’_estancia_ in caserma, organizza i suoi _peones_, i suoi servi, i suoi banditi in uno squadrone che chiama _colorados del Monte_, e si mette in campagna alla cerca della fortuna. Indifferente ad ogni opinione, nè unitario nè federalista, e pronto in sulle prime a servire tutti i partiti, esordisce difatti armeggiando nelle file unitarie del Rivadavia; però più mercante che soldato, comincia con un’impresa da fornitore, nella quale guadagna al Governo 200,000 _duros_. Succeduta però la rivoluzione federalista del 1827 e la presidenza del Dorrego, s’avvede che il partito federalista è il più forte, e che governo federale non altro significa che governo di quelle campagne, predominio di quell’elemento donde egli stesso emana; e uscendo finalmente da quella accorta penombra in cui stava fino allora nascosto, riunisce le milizie della campagna, di cui si era fatto eleggere comandante, a quelle del Dorrego, e spiega apertamente la bandiera federalista.

A questo punto la via dell’astuto Argentino è chiaramente segnata; la stessa vittoria del Lavalle, la stessa morte del Dorrego fanno la sua fortuna. L’Argentina è in preda all’anarchia. Tutti si volgono ansiosi d’attorno a cercare una mano poderosa che la soffochi; una volontà senza scrupoli che imponga a qualsiasi patto la pace, ed ecco Manuele Rosas assumere in sè le parti di vendicatore del Dorrego, di restauratore dell’ordine, di pacificatore della patria, e riuscire egli solo a fondare il governo più durevole, che dal giorno della sua indipendenza la Plata abbia veduto.

Ma quale fosse quel governo, a quale prezzo pagassero gli Argentini la sua durata, è orribile a dirsi.

Il Rosas non promise a’ suoi elettori che «di governare secondo sua scienza e coscienza,» e mantenne la parola; solamente la sua coscienza era quella di una belva, la sua scienza quella d’un manigoldo. Appena salito al potere, pubblica un manifesto di stile così rodomontesco che tutti ne ridono; egli prende una dozzina di unitari, li fa fucilare e il riso cessa immantinente. Sopprime immediatamente ogni libertà di stampa e di parola, proibisce ogni giornale che non canti le sue lodi, e burlone, come lo sono spesso i feroci, obbliga la _Gaçeta Mercantil_, diario ufficiale, a ristampare per mesi il medesimo articolo che fa il suo panegirico. Avoca nelle sue mani il potere giudiziario e giudica a beneplacito; abolisce istituti d’insegnamento; destituisce in massa magistrati ed ufficiali; brucia e spezza tele e statue credute colpevoli d’allegorie ribelli; impone a tutti l’obbligo della milizia, anche agli stranieri; decreta persino che uomini e donne, quegli all’occhiello, queste al capo, portino un nodo rosso che distingua i federalisti dagli unitari; «che marchi, dice un Argentino, il suo armento.[67]»

Ma tutto ciò è nulla al paragone della persecuzione cominciata fin dal primo giorno contro gli unitari, e proseguíta per oltre vent’anni col medesimo accanimento. _Mueran los selvages unitarios_, fu il grido del Rosas, e il grido ripetuto dalle campagne alle città, dalle mille bocche d’un popolo inferocito, si tramuta in leggi di sangue all’istante ubbidite. Le esecuzioni capitali con apparenza di un giudizio sembrano, al confronto degli assassinii proditori e dei massacri in massa, atti di mite e regolare legalità. Per suggerimento e sotto la protezione dello stesso Rosas, viene costituita una società sanguinaria detta _Mas-Horca_,[68] che riceve dal dittatore stesso l’autorità di segnare a dito gli unitari, o quanti siano sospetti d’esserlo, e di sterminarli. I governatori delle provincie, degni seidi del tiranno, pubblicano decreti di questo tenore: «Tutti gli Argentini sono autorizzati a togliere la vita agli unitari in qualunque luogo della Repubblica;[69]» e i bandi feroci sono eseguiti. Non è una guerra, è una caccia all’uomo, ferina e selvaggia. Gli unitari cadono a migliaia pugnalati per le vie e per le taverne, di notte e di giorno, nelle città e nelle campagne; e fortunati ancora i pochi che salvano la vita colla perdita degli averi e coll’esiglio. Nè il dittatore pensa solo a disfarsi dei nemici, ma di quanti amici abbia ragione di sospettare rivali o di temere potenti. Così il Lopez, il Cullen muoiono avvelenati o coltellati d’ordine suo, e persino il Quiroga, il primo sostegno della sua fortuna, il più fedele alleato delle sue imprese, la _tigre della Pampa_, emulo degno della sua rinomanza feroce, scompare di una morte misteriosa, di cui il Rosas è accusato; ma che il Rosas audacemente festeggia.

Quando finalmente, provocata dall’immane tirannide, scoppierà la sollevazione, non degli unitari soltanto, ma di tutta la Plata, nessun prigioniero di guerra avrà salva la vita; i vinti saranno decollati, le loro teste infitte sulle lancie portate in trionfo, i loro stessi cadaveri diseppelliti, mutilati, seminati a brani per i campi. Quattordicimila, secondo le _Tavole di sangue_ dell’Indarte, è il numero delle vittime di questo Terrore quadrilustre, e forse il pietoso cronista non le ha potute numerare tutte. E ciò nonostante, un simile uomo fu eletto sei volte dittatore colla forma più legale; potè anzi rappresentare la commedia di rifiutare egli pure la croce del potere, e di farsi pregare per accettarlo; gli riuscì infine di trattare da paro a paro gli ambasciatori delle estere Potenze, di farsi beffe delle loro rimostranze e persino delle loro minaccie. Lo si vide infatti nel 1838, quando inviati dal Governo di Luigi Filippo, l’un dietro l’altro, due agenti per reclamare contro il decreto che sforzava al servizio militare i cittadini francesi, il Rosas cominciò col rifiutare di ricevere il primo, col pagare di motti e di scede il secondo, coll’infischiarsi di tutti. Fu peggio poi quando la Francia, desta alfine al sentimento della sua dignità, spedì una squadra nella Plata a sostenere coll’armi i suoi reclami. Allora il Rosas, lungi dallo sgomentarsi dell’imponente minaccia, fa appello all’onor nazionale per difendersi contro lo straniero; si lascia bloccare in Buenos-Ayres, ma non cede alcuno de’ suoi diritti, e quantunque assalito insieme dagli unitari del Lavalle e di Montevideo, sa stancheggiare così bene la Francia a forza di resistenze passive, di negoziati interminabili e d’astuzie volpine, che finisce collo strappare all’ammiraglio Mackau il trattato del 1840, mercè il quale è lasciato come prima, despotico padrone in casa sua, e la bandiera della grande nazione si ripiega umiliata dinanzi al brigante della Pampa.

Perchè tutto ciò? e d’onde traeva il _gaucho_ tanto potere e tanta forza? Lo diremo colle parole stesse di un Argentino, perchè a noi mancherebbe la perizia e l’autorità di esprimerlo più efficacemente:

«Il Rosas non si sarebbe mai insediato sul primo scanno della Repubblica, mai avrebbe commessi gli eccessi che hanno scandolezzato il mondo, se nelle tradizioni coloniali, nelle condizioni fisiche del suolo, nell’ambizione dei _caudillos_, nella profonda ignoranza delle masse, negli odii di razza, nei ciechi e feroci istinti della parte incolta e viziosa del popolo dei campi e delle città, nei forviamenti dei partiti, negli interessi cozzanti d’ogni località e nello sfasciamento dei vincoli sociali prodotto dalla guerra civile e dall’anarchia, non avesse incontrati già pronti i ferrei anelli di quella catena che egli seppe ribadire colla sua energia, la sua costanza e i suoi delitti; catena tanto forte che l’Europa più d’una volta tentò, ma non potè spezzare, e che tanto sangue, tante lacrime e sacrifici costò ai popoli della Plata.[70]»

VII.

Ma i tristi effetti della dominazione del Rosas si erano fatti sentire già da parecchi anni anche sull’altra sponda della Plata, e vi avevano riaperte le piaghe non per anco rimarginate della discordia e delle guerre intestine.

Il Ribera aveva governato sino al 1835 con poca abilità amministrativa, ma con molta onestà politica, ospitando i proscritti unitari di Buenos-Ayres, serbandosi equanime tra le parti, sforzandosi a pacificare il paese. Oltre di che, scaduto il termine legale del suo potere, aveva favoreggiato egli stesso la elezione presidenziale del generale Manuele Oribe, che pure sapeva suo rivale fin dalla guerra d’indipendenza, che ebbe competitore nella prima nomina presidenziale, e non fu mai suo amico. Però della soverchia generosità ebbe ben presto a pentirsi.

L’Oribe non conosceva quella debolezza, che fu detta la memoria del cuore. Tanto acuto di mente, quanto era grosso il suo antagonista, ma egoista, calcolatore, freddo, all’uopo crudele, l’Oribe poteva dirsi un Rosas in minuscolo, e il suo governo lo dimostrò immantinente. Afferrato il potere, scacciò e perseguitò i fuorusciti argentini, depose gli amici ed i parenti del Ribera, rifiutò a questi il governo delle campagne per darlo ad una sua creatura; inaugurò insomma sulla sinistra della Plata la politica federalista, intendi tirannica, che il suo amico e protettore praticava da anni sull’altra riva.

Il Ribera non tardò ad offendersi ed allarmarsi di questa condotta inattesa del suo successore, e quando una notte una mano di banditi tentò assassinarlo nella sua estancia, ed egli potè credere che gli assassini fossero stati prezzolati dal Presidente, non contenne più la sua collera, e proclamatolo «traditore alla patria e alla costituzione,» insorse apertamente contro di lui. Chiamati alle armi i suoi fedeli partigiani della campagna, e ordinatili in milizie colla prestezza con cui in quel paese basta dar un convegno agli uomini già armati ed a cavallo per farne un esercito, si spinge contro l’Oribe, che certo non aveva indugiato a muovergli incontro, e dopo un seguito di sanguinosi combattimenti, lo sbaraglia completamente a Las Puntas des Palmas (15 giugno 1837), lo rinchiude nelle mura di Montevideo, e finalmente lo costringe, nell’ottobre del 1838, ad abdicare il potere e ad esulare.

Conseguenza di questo fatto fu la rielezione del Ribera a capo del governo; ma la Repubblica orientale ebbe da quell’istante due presidenti: uno detto _costituzionale_, perchè il Ribera si gloriava d’aver salvata la Costituzione dagli attentati dell’Oribe; l’altro _legale_, perchè legittimamente eletto, e deposto unicamente in forza d’una ribellione.

Due presidenti, dicemmo, ed avremmo dovuto soggiungere due partiti, i quali ancora non avevano nome e sembianze certe, fuorchè quelle di fazioni personali, ma che tra poco prenderanno e l’una cosa e l’altra; e col nome di _Blancos_, o sostenitori di una maggiore autonomia delle provincie, ma dell’assoluta indipendenza della Repubblica, e di _Colorados_, o fautori d’un governo più accentrato, ma insieme d’una federazione fra gli Stati della Plata, continueranno, tra molta confusione d’idee e sterilità di opere, a combattersi ed a lacerarsi fino ad oggi.

S’intende pertanto da sè che l’Oribe riparasse presso il Rosas, e che resolo partecipe de’ suoi risentimenti e de’ suoi propositi, ne ottenesse facilmente la protezione e l’aiuto. Il Rosas infatti aveva due possenti ragioni per far sua la causa del proscritto Presidente dell’Uruguay: anzitutto vendicare la lunga offesa che il Ribera avevagli fatta di raccogliere e proteggere quei selvaggi unitari ch’erano riusciti a scampare alle sue ugne feroci; poscia effettuare l’antico e non mai celato suo disegno, proseguíto da tanta parte de’ suoi concittadini, di annettere anche la Banda Orientale alla Repubblica Argentina, o per lo meno di sottometterla al suo protettorato.

Intanto però che il Rosas s’apprestava a fornire d’armi e d’armati l’Oribe per una spedizione nell’Uruguay, era egli stesso bloccato in Buenos-Ayres dalla squadra francese dell’ammiraglio Leblanc, e minacciato al tempo medesimo dall’altra Banda della Plata da una crociata federalista. La capitanava quello stesso Lavalle che il Rosas aveva sconfitto e costretto ad andare in bando nel 1830; l’avevano promossa tutti gli Argentini esuli con lui a Montevideo; l’aiutava di sottomano il presidente Ribera; eran pronte a parteciparvi alcune provincie argentine, principalmente il Corrientes e l’Entre-Rios; la sosteneva infine lo stesso incaricato di Francia, che sperava con tal mezzo forzare il Rosas a dar ragione ai reclami che aveva fin allora invano presentati.

In sulle prime il Lavalle sbarcato con centotrenta uomini nell’Entre-Rios ebbe qualche fortuna; ma il Rosas non si smarrì per questo d’animo, e mentre teneva testa risolutamente all’invasione inviava l’Echague (quello stesso governatore d’Entre-Rios ch’era stato benigno a Garibaldi) ad invadere con settemila uomini la Banda Orientale che l’Oribe assaliva e sollevava per altre vie. Ma il Ribera, che in quella guerra diretta oramai più contro la tirannide dell’Argentino che contro l’Oribe aveva con sè tutta la grande maggioranza del paese, mette in rotta a Chagancia, 29 decembre 1839, l’esercito dell’Echague, sbaraglia e fuga in altri combattimenti l’Oribe, sbratta di nemici tutto il territorio orientale, ma resta quasi due anni improvvidamente inoperoso.[71]

In questo frattempo il Lavalle, rinforzato di nuove bande, copertamente spalleggiato dalla flottiglia francese aveva aperto nel marzo 1840 una nuova campagna, e dopo battuto in più scontri l’Echague, e lasciandosi sui fianchi il Campo di Santo Lugares, dove il Rosas si era concentrato con tutte le sue forze, s’avanza arditamente contro Buenos-Ayres. La città, a dir vero, era difesa da poche truppe, chiusa dal mare dai Francesi, abitata da una popolazione impaziente di scuotere il giogo ignominioso di dieci anni; sicchè, come fu detto, il Lavalle avrebbe forse potuto con un colpo di mano impadronirsene. Scelse invece ritirarsi, e chiunque consideri che poco lungi dal suo fianco stava accampato tutto l’esercito del Rosas, non potrà fargliene colpa: nessuna scusa invece può trovarsi al Ribera, che se ne stette due anni inerte; che lasciò passare i più bei giorni della fortuna del Lavalle senza andare in suo soccorso; doppiamente biasimevole, poichè questo soccorso lo promise e lo patteggiò, e non lo diede mai. Punto davvero oscuro nella vita di codest’uomo, le cui azioni sembrano un’alternativa di eroiche temerità e di tentennamenti senili.

Ma non fu soltanto alla ritirata del Lavalle e all’inerzia del Ribera che il Dittatore dovette la sua salvezza. Egli ne va debitore anche più alla Francia, la quale essendo impegnata dal suo onore a sostenere la rivoluzione da lei stessa fin allora favorita e sussidiata, e ad ottenere la dovuta soddisfazione ai suoi giusti reclami, si lascia invece per due anni baloccare dall’astuto masnadiero; diserta la causa del partito col quale aveva fino all’ultimo congiurato, e ratificando l’umiliante trattato dell’ammiraglio Mackau cospira a rafforzare il prestigio e la potenza di quel despota incivile che pareva dovesse ad ogni istante annientare. E immagini ognuno se il Rosas non seppe trar profitto da queste circostanze! Favorito dall’indugio dei suoi nemici, reintegrato dal trattato Mackau nel favore popolare, libero oramai di rovesciarsi con tutte le sue forze contro gli insorti, lancia l’Echague a domare le provincie, l’Oribe a perseguitare il Lavalle, e intraprende contro i Federalisti quella guerra di coltello senza pietà e senza giustizia, che doveva fare degno riscontro sui Campi, alla _Mas-Horca_ delle città. Il Lavalle tuttavia continua ad opporre per oltre un anno la più disperata resistenza; ma dopo una serie alternata di vittorie e di rovesci, stremato di forze, addossato all’estremo confine settentrionale dell’Argentina è sorpreso e disfatto a Famalla (19 settembre 1841) e non resta a lui stesso che cercare salvezza nella fuga.

Pure il suo triste destino non era compiuto ancora. Sorpreso pochi giorni dopo in una casa dove s’era rifugiato, è proditoriamente assassinato, e i suoi ultimi e fidati amici non ponno che a stento salvare il suo cadavere, difendendolo colle armi dalla ferocia dei vincitori.

E perchè appaia in un punto solo l’odio che l’eroico soldato, due volte campione dell’indipendenza della patria sua, aveva accumulato sul proprio capo, e la brutale ferocia di cui erano briachi gli uomini che lo perseguitavano, basti aggiungere sol questo, che l’Oribe mandò a frugare tutti i luoghi dove sospettava fosse stato sepolto, affinchè diseppellitolo gliene portassero innanzi il capo reciso; e quando seppe che gli era stata data sepoltura in Bolivia, osò ancora reclamare la estradizione della sua spoglia; il che, a dir vero, non poteva essere da alcun Governo, appena umano, concesso.[72]

Franco ormai da ogni nemico interno, spente in un mare di sangue le ultime faville dell’insurrezione federalista, al Rosas restò piena balía di consacrarsi tutto intero all’adempimento dei disegni, a lungo covati, contro Montevideo; e sotto la maschera di restaurare il governo _legale_ del suo proconsole Oribe, annientare l’avanzo dei nemici che ardivano ancora resistergli di là dalla Plata. Lasciata perciò la cura all’Echague ed all’Urquiza, nomi che gli avvenimenti futuri ingrandiranno, di tenere in iscacco il Ribera sull’Entre-Rios, affida all’Oribe un esercito di quattordicimila uomini e nell’estate del 1842 lo manda ad invadere, per il Paranà, la Banda Orientale.

VIII.

Gli è allora che vediamo riapparire in campo il nostro Garibaldi. Dal giorno del suo arrivo in Montevideo si era tenuto in disparte da ogni briga politica, e penetrato dalla sua nuova condizione di padre di famiglia, non ebbe in quei primi momenti altra cura che di procacciarsi un pane onorato con cui sostentarla. Oltre di che le poche centinaia di pataconi, ricavate dalla vendita dei buoi, avevano preso ad una ad una il volo, e le più urgenti necessità cominciavano a battere alla sua porta. È vero che non gli mancavano amici ospitali e generosi; a siffatto uomo non mancarono mai, ed egli stesso, nelle sue _Memorie_, ricorda con riconoscenza e Napoleone Castellini, che primo gli spalancò le porte di sua casa, e i fratelli Antonini, e Giovanni Rizzo, e Giambattista Cuneo, che gli furono larghi d’ogni maniera di favori e cortesie; ma appunto per ciò a lui ripugnava abusare di tanta generosità, e ad ogni patto voleva avere alle mani un’arte, purchè sia, da campare la vita. In sulle prime però non trovò di meglio che darsi al sensale di mercanzie; ma poichè i lucri dell’avventizia industria non bastavano a sbarcare la giornata, giunse ben presto il sussidio d’un altro mestiere a lui non ignoto, che l’aveva aiutato già altre volte a lottare colla fame: il mestiere, o professione che sia, del maestro di scuola. Così smezzandosi tra il mercato e la scuola, dedicando una parte del giorno a mostrar campioni e combinar negozi, e l’altra parte a dar lezioni di algebra e geometria nel Collegio Semidei, potè tirare innanzi parecchi mesi colla sua famiglia in una quieta e modesta penombra, finchè gli avvenimenti del 1842 vennero a strapparnelo ed a rigettarlo di nuovo nel procelloso elemento a cui era nato.

L’invasione infatti del Rosas era cominciata; le avanguardie dell’Oribe avevano già passato il Paranà; la Repubblica era minacciata nel cuore e urgeva ch’ella corresse senza indugio ai ripari, nè lasciasse inoperoso alcun valido braccio atto a difenderla. Ora Garibaldi era tra questi. Gli Orientali avevano imparato a conoscerlo fin dal giorno del suo duello coi lancioni dell’Oribe, e il grido delle sue gesta nel Rio Grande, prontamente riecheggiato sulle rive della Plata, non aveva fatto che accrescerne la fama. Come uomo di mare principalmente era parso meraviglioso, e gli Orientali guardavano a lui con tanta maggiore invidia ed ammirazione, in quanto sapevano bene che, se il loro paese era stato in ogni tempo fin troppo fecondo di generali di terra, non aveva ancora veduto sorgere alcun capitano di mare atto a governarne la nascente marina. Finalmente gli amici di Garibaldi in particolare, e la colonia italiana in generale, facevano a chi più magnificava quello che oramai poteva dirsi la «leggenda de’ suoi gesti;» e vuoi per l’orgoglio ben legittimo di veder riconosciuto il merito ad un loro compatriotta, vuoi perchè fossero essi medesimi interessati all’esito d’una guerra in cui erano in giuoco i loro più preziosi interessi, andavano con insistenza propagando e accreditando l’opinione che Garibaldi fosse ormai necessario; nessuno meglio di lui poter condurre alla vittoria la giovane flottiglia orientale; il Governo incontrare una grande responsabilità, se non assicurava prontamente alla Repubblica l’opera d’un uomo capace di renderle tanti servigi.

E il Governo non volle incontrarla; e quantunque il ministro della guerra Vidal non fosse molto propizio alla flotta, che giudicava inutilmente onerosa, nè, a quanto pare, molto amico del marinaio italiano, tuttavia non seppe resistere al voto pubblico, e si decise ad offrirgli, prima il comando della corvetta _Costitucion_, e poi di due altri legni, il _Pereira_ ed il _Procida_, che componevano infatti la parte più attiva della squadra repubblicana.

Garibaldi in sulle prime esitò, e diremmo quasi, rifiutò. Non tanto forse perchè si sentisse stanco di avventure, o lo sgomentassero le amarezze che la permalosità de’ suoi nascenti rivali gli preparava, quanto perchè gli era rimasta nell’anima la dolce illusione che il giorno della riscossa d’Italia non fosse lontano; ed egli voleva tenersi affatto libero d’impegni per poter accorrere in di lei aiuto alla prima chiamata. Poichè non conviene dimenticarsi che sotto il poncio del _filibustiere_ batteva sempre il cuore dell’Italiano; che l’Italia era la mèta suprema di tutti i suoi passi e la molla segreta d’ogni sua azione; che insomma i campi d’America non erano a lui che palestra temporanea dove esercitar il braccio e addestrare il cuore per le battaglie, sperate non lontane, della patria sua.

Tuttavia la pertinace insistenza degli amici, i reiterati inviti del Governo, le istanze che da ogni parte gli venivano, finirono col vincere la sua riluttanza. Anzitutto il signor Stefano Antonini, armatore italiano stabilito a Montevideo, gli aveva fatto formale promessa che al primo cenno d’insurrezione in Italia gli avrebbe fornito il bastimento col quale recarvisi; e questo argomento valse per tutti. Oltre di questo, egli stesso s’era venuto a poco a poco persuadendo, che se v’era causa giusta da difendere era quella di Montevideo; se tirannia esosa da abbattere, quella del Rosas; se impresa degna della fede d’un paladino e del braccio d’un eroe, quella onde il popolo lo voleva suo campione. Quel che i Gabinetti diplomatici nella volontaria loro cecità fingevano non comprendere, egli l’aveva inteso chiaramente: sulla Plata non si combatteva soltanto per la libertà d’una piccola Repubblica, ma per le ragioni dell’umanità tutta quanta, e nessun uomo di cuore aveva il diritto di dire: questa guerra non mi riguarda. Ai suoi occhi la questione era semplicissima: si trattava di liberare la terra da un mostro, e chiunque aveva cuore doveva tentarlo. Libere la grande Francia, la illustre Inghilterra, la vecchia Europa e la giovine America di tollerare in pace e all’uopo di carezzare la belva in sembiante umano, che da dodici anni desolava le due rive della Plata; a Garibaldi siffatta libertà era negata. La sua nobiltà lo obbligava, il sangue eroico che gli scorreva nelle vene, lo sforzava a camminare dritto sul mostro ed a misurarsi con lui; Ercole doveva affrontar l’idra, e Teseo non poteva sfuggire al drago.

Infine quale seduzione più imperiosa per un Italiano, che la lusinga di far rivivere sui campi glorificati dalle battaglie dell’indipendenza ispano-americana il nome quasi spento in Europa della patria sua; quale tentazione più potente per l’eroe, al cui orecchio risuonavano ad ogni istante le favolose prodezze degli Artigas, degli Alvear, dei Saint-Martin, dei Lavalleja, che la speranza di rinnovare i medesimi prodigi e mescolarsi nelle pagine della storia al loro stuolo glorioso!

IX.

Accettò quindi, e quando prese il comando della _Costitucion_ trovò la situazione militare della Repubblica a questi termini.

L’Uruguay aveva in campo due corpi d’esercito forti, tutt’al più, di undici o dodicimila combattenti: uno dei quali accampato intorno a San Josè di Canelones sorvegliava insieme la riva sinistra della Plata e gli approcci della capitale; mentre l’altro, il più forte, campeggiava nel Corrientes sotto gli ordini del Ribera, occupato, non sapremmo dire se a contemplare od a fronteggiare i corpi dell’Urquiza e dell’Echague che gli manovravano dattorno e lo tenevano a bada.

Nel campo degl’invasori invece, l’Oribe occupava già i dintorni di Boyada, e stava per operare la sua congiunzione coll’Echague e l’Urquiza, mentre la squadra del Brown padroneggiava la Plata dalla foce a Martin Garcia e teneva pressochè bloccata tutta la riva orientale. Ora, quale delle parti belligeranti fosse in peggiori condizioni, ognuno lo vede. Mentre l’esercito orientale era spezzato in due tronchi, separati tra di loro da uno spazio di circa trecento leghe, e inetti così a difendersi da sè soli come a soccorrersi; l’esercito del Rosas, appoggiato alla base del Paranà, poteva quando che sia marciar unito e compatto al suo obbiettivo, e manovrando a suo agio nel largo intervallo che divideva i due corpi inimici, assalirli ad uno ad uno e schiacciarli a sua posta.

E tuttavia un tale stato di cose, per sè stesso già pericolosissimo, fu da un nuovo sproposito del Ministro della guerra reso irreparabile. Anzichè provvedere, come insegnava la più volgare esperienza militare, al pronto concentramento delle forze, il generale Vidal pensa a disperderle anche più, ordinando a Garibaldi di lasciare colla sua squadra la Plata, e rimontando il Paranà andare a suscitare e rianimare quella insurrezione di Corrientes, che si annunciava sempre e non si vedeva mai.

Siffatto ordine parve così insensato a Garibaldi stesso, che vi sospettò sotto poco meno che un tradimento. Per eseguirlo doveva fare seicento miglia d’ardua e pericolosa navigazione, per mezzo ad ostacoli e nemici d’ogni sorta; aprirsi una via nell’Estuario sotto il fuoco incrociato della squadra argentina, doppia della sua, e quello delle batterie di Martin Garcia, isola che guarda il confluente dell’Uruguay e del Paranà nella Plata; risalire quindi il Paranà, le cui rive erano in mano dei nemici, prive di scali, d’approdi e di punti di riposo; e finalmente, quando tutto questo gli fosse riuscito, gettarsi con pochi uomini allo sbaraglio in una provincia lontana, che non gli poteva prestare soccorso alcuno.

Ma follía o tradimento che fosse, era un ordine, e Garibaldi volle provare che sapeva tanto ubbidire, quanto combattere, e che non v’era per lui cimento periglioso, da cui non sapesse almeno salvare l’onore.

X.

Prima però di partire per la rischiatissima impresa volle adempire ad un dovere e sciogliere un voto: consacrare solennemente le sue nozze colla donna che gli era stata sposa fino a quel giorno soltanto innanzi al Dio del suo amore. Infatti il 26 marzo 1842 nella chiesa, ora distrutta, di San Francisco d’Assisi in Montevideo, Giuseppe Garibaldi di Nizza e Anita Ribeira de Silva di Laguna si unirono col vincolo del matrimonio ecclesiastico: l’unico legittimo nell’Uruguay, dove il civile, non esisteva ancora.[73] Del rimanente pochi i testimoni, nessuna la pompa; ma poichè sembra che Garibaldi non possa far nulla al mondo, nemmeno la comunissima cosa del matrimonio senza singolarità, ecco un aneddoto de’ suoi sponsali che merita essere ricordato.

Quantunque colonnello della Repubblica uruguayana, Garibaldi non riscuoteva altro stipendio che la razione de’ viveri del soldato; ond’eran mesi che egli non vedeva la croce d’un quattrino, e Anita quanto lui. Siccome però nessuna Chiesa ha mai prestato il servizio divino senza salario (i Pagani lo chiamavano l’olocausto, i Cristiani lo dicono tassa; ma il loro Dio non fu mai gratuito); così anche il curato di San Francisco, fedele alla massima del chi serve all’altare vive dell’altare, dichiarò nettamente ai promessi sposi che: niente quattrini, niente sacramento.

Ora che viso facesse il nostro eroe a quella pretesa, nessuno lo sa; probabilmente pensò a modo suo, che la divina natura prescrivendo i connubii non aveva accompagnato il precetto d’alcuna gabella; comunque, certo è che, se volle sposare, dovette levarsi di tasca l’orologio d’argento, ultimo scampolo d’un lungo naufragio, e consegnarlo al degno Ministro di Cristo in pagamento della sua benedizione.

E fu così che Garibaldi conquistò il diritto di dare il suo nome alla madre de’ suoi figli. Il modesto orologio d’argento fu l’unico regalo di nozze d’Anita: ma quanta ricchezza d’amore nel sacrificio di quell’umile arnese; quante illustri spose, trafficate come merce nanti notaro, avrebbero preferito, alle splendide gemme della loro cesta nuziale, quel povero pegno del bandito Nizzardo!

Ma l’ora d’imbarcarsi era suonata; e Garibaldi non ne attese il rintocco. Preso il comando egli stesso della _Constitucion_, accompagnato dal _Procida_ e dal _Pereira_, salpa verso i primi di luglio da Montevideo e arriva senza intoppo presso a Martin Garcia; costretto dal solo canale navigabile a passare sotto alle sue batterie, ne patisce per più ore il fuoco micidiale, ma vi risponde vigorosamente e passa oltre.

A tre miglia più su la marea abbassa, la _Constitucion_ dà in secco in uno dei tanti banchi che frastagliano il fiume, e mentre tutto l’equipaggio è occupato ad alleggerire la nave arenata, trasportandone sul _Procida_ le batterie, ecco comparirgli di fronte, a vele spiegate, tutta la squadra argentina composta di sette grosse navi, comandate dal noto Brown, la più grande celebrità navale dello Stato. Col maggior legno incagliato, coll’altro reso inutile dal soverchio carico, con una sola goletta contro sette bastimenti da guerra, bersagliato da due fuochi, resa impossibile la ritirata e mortale la resistenza; la posizione dell’ammiraglio italiano era terribile. Se la disperazione avesse potuto capire in quell’anima di ferro, l’avrebbe annientata: il disprezzo della vita, il sentimento dell’onore, la religione del dovere l’ingigantirono. All’ammiraglio nemico invece tutto arrideva: la forza del numero, il vento in poppa, la certezza della preda, gli applausi delle popolazioni che da tutte le rive dell’isola vicina lo incoravano alla facile pugna e gli prenunziavano la vittoria. Ma anche in quel giorno la fortuna, a cui Garibaldi aveva sempre creduto, vegliava per lui. Nel punto stesso in cui il Brown si prepara all’assalto, anche la sua nave ammiraglia arena, e la stessa confusione, lo stesso disordine, lo stesso travaglio ch’era prima sulla flotta orientale passano sull’avversaria, e fiaccano di tanto la baldanza degli assalitori, di quanto risollevano il coraggio degli assaliti. Intanto che gli Argentini sono affaccendati a disincagliare la loro ammiraglia, la _Costitucion_ rimonta a galla e riprende le sue batterie ed i suoi materiali, e in poche ore tutta la piccola flottiglia repubblicana è pronta alla manovra ed al combattimento. Ma, nota il medesimo Garibaldi, «le fortune al pari delle disgrazie non vengono mai sole.» Infatti, forse nel momento stesso in cui anche la maggior nave argentina stava per rigalleggiare, e le due squadre, libere da ogni impaccio, venire al cozzo decisivo, ecco una fitta nebbia stendere un velo impenetrabile su tutta la plaga, e come la nuvola inviata da Apollo fra Ettore ed Achille, rendere l’uno all’altro invisibili i due combattenti.

E fu la salvezza del più debole, chè, mentre questi potè sgusciare non visto fra le navi nemiche, e spinto da buon vento infilare il Paranà e correrne buon tratto, il più forte ne smarrì intieramente la traccia e corse a cercarlo per oltre tre giorni su per l’Uruguay, dove il Brown aveva tutta la ragione di supporlo diretto.

Grande fu il pericolo, a cui il nostro eroe poteva dirsi scampato; minimo tuttavia al paragone di quelli che l’attendevano ancora.

Entrato nel Paranà, cominciano a mancargli i piloti pratici del fiume, o se ve n’ha alcuno nelle fila del suo equipaggio, si nasconde o si schermisce, ond’è costretto a ricorrere all’argomento persuasivo della sua sciabola per forzarlo a prestar l’opera sua.

Giunto a San Niccola, prima città argentina della riva destra, s’impadronisce di alcune navi mercantili che trascina seco come onerarie, e trova il pilota che gli abbisognava; ripreso il viaggio fra due rive ostili e vigilate da tanti armati, è costretto, tutte le volte che scende per vettovagliarsi, a sostenere piccole scaramuccie, che lo infastidiscono, ma non lo arrestano; onde arriva senza dannosi incidenti fin sotto a Boyada. Ivi però la città, munita di batterie e guardata da un forte presidio argentino, appena lo vede affacciarsi lo saluta d’un vivissimo fuoco; ma egli aiutato dal vento può filare rapidamente a grande distanza e continuare incolume fino a Las Concas, dove sbarca per vettovagliarsi e d’onde riparte sotto una nuova salva d’artiglieria. E non ha finito ancora; poche miglia più in su, in un luogo detto il Cerrito, sessanta bocche da fuoco in batteria lo attendono per vomitargli contro la morte; e quel che è peggio, le sinuosità del fiume e i giri del vento l’obbligano a bordeggiare sotto la grandine nemica per oltre due miglia. Pure nemmeno questo lo sgomenta o lo trattiene; ribatte valorosamente colpo per colpo, marcia, combatte e manovra insieme, e ridotto al silenzio, dopo un combattimento di più ore, il fuoco nemico, e catturate alcune navi mercantili che s’erano rifugiate sotto le di lui batterie, allegro e trionfante, come reduce da una festa, ripiglia la sua rotta.

La sua mèta era Corrientes, chiave del Paranà e base principale dell’impresa, e Corrientes infatti gli aveva già spedito in aiuto una piccola flottiglia di barche; ma presso Nueva Cava la maggior siccità del fiume, che da mezzo secolo si fosse veduta, lo sorprende, e gli toglie ogni possibilità di navigare più oltre. E poichè sapeva che il nemico s’affrettava minaccioso sulle sue orme, risolve di voltargli la fronte e prepara sul luogo stesso la sua difesa. Sulla sinistra del fiume, dove l’acqua era più bassa, schiera una fila di piccole barche armate di cannoni, che gli serve così di trincea galleggiante come di ponte alla terra; nel centro áncora il _Pereira_, sulla destra colloca la _Costitucion_, che ammarra fortemente, per impedire che la rapida corrente la trasporti. Il nemico intanto s’avanza superiore di numero, baldanzoso d’animo, sempre comandato dal famoso Brown, confidente nella facilità di poter esser soccorso ad ogni passo d’armati e di vettovaglie; mentre agli Orientali, isolati in mezzo ad un paese nemico, nessuna speranza restava d’aiuto o rinforzo qualsiasi. Pure la pugna non si poteva rifiutare; le circostanze la rendevano inevitabile, e per la vita e per l’onore bisognava combattere.

A questo punto però sentiamo che lo storico dell’eroico conflitto può essere il solo Garibaldi; e poichè il racconto fu svisato da molti, e a noi dorrebbe l’ometterne o l’alterarne la minima parte, così lasciamo la parola a lui stesso:

«Era il 15 agosto 1842;[74] il vento benchè debole spirava favorevole al nemico; ma per mezzo della nostra ala sinistra, che appoggiavasi alla stessa banda del fiume, dominavamo interamente il passo e potevamo sbarcare una parte della nostra gente per contrastare passo a passo il terreno al nemico e impedirgli di rifornirsi di _zavorra_.[75] Così riuscì ai nostri di ritardare i progressi dell’avversario, il quale fu costretto ben presto a tornare sotto alla custodia de’ suoi bastimenti. Il maggiore Pedro Rodriguez, posto comandante alle truppe di terra, lo stesso che si era salvato con me dal naufragio di Santa Caterina, si comportò in questo scontro con molta prodezza ed abilità.

»Predisposti verso sera i suoi avamposti, il nemico si preparò alla battaglia dell’indomani. Il sole non era sorto ancora, che gli Argentini aprivano il fuoco da tutte le bocche, messe, durante la notte antecedente, in batteria, e il combattimento durò, d’ambe le parti col massimo accanimento, fino a notte calata. La prima vittima caduta a bordo della _Costitucion_ fu un ufficiale italiano di nome Giuseppe Barzone, del quale non potei prendermi cura, immerso com’era nell’ardente tumulto della battaglia.

»Le perdite furono grandi da ambe le parti: i nostri legni erano, dal tempestar incessante dei colpi, quasi disfatti. La corvetta mostrava una sì enorme spaccatura, che, malgrado l’infaticabile nostro pompare e tutti i nostri sforzi per rattopparla alla meglio, si reggeva a stento sull’acqua. Il comandante del _Pereira_ era stato morto a terra da una palla nemica, e in lui perdetti il migliore e più valoroso dei miei commilitoni. Quantunque però avessimo molti morti e feriti, e il nostro equipaggio fosse ormai sfinito, non potevamo ancora concederci alcun riposo. Finchè ci restavano ancora a bordo polvere e palle, dovevamo continuare a combattere, non solamente per vincere, ma, lo ripeto, per salvare l’onore.

»Durante la notte dal 16 al 17 l’intero equipaggio fu occupato a fabbricar cartuccie già esaurite, a frantumare le catene d’áncora per surrogarle alle mancanti munizioni, ed a pompare l’acqua minacciante da ogni parte. Manuele Rodriguez con un manipolo d’uomini scelti era occupato a trasformare in brulotti alcune piccole barche mercantili, per spingerle colla maggior quantità di materie combustibili contro il nemico. E questo trovato riuscì bensì allo scopo d’inquietare tutta la notte il nostro avversario, ma non potè produrre tutto il desiderato effetto, stante la grande spossatezza della nostra gente, peggiore nostro danno.

»Però fra tutte le avversità di quella notte infernale, nulla mi accorò di più che l’abbandono della flottiglia di Corrientes. La componeva una squadriglia di piccole barche, sulle quali avevo fatto grande assegnamento, sia per risarcire le nostre perdite, sia per trasportar viveri e feriti; la comandava un Villegas, gradasso se mai ve ne fu, ma che al primo apparire del nemico voltò la prua, e, per quanto lo richiamassi e l’inseguissi io stesso, non ricomparve più.

»Allora coll’animo amareggiato da quel nero tradimento che troncava in un punto le ultime mie speranze, ma ancora deliberato a sfidare il destino, tornai al mio bordo. L’alba non era spuntata ancora. Dovevo combattere, e non scorgevo a me d’intorno che gente sfinita di stanchezza; non sentiva che il gemito dei feriti. Tuttavia feci suonare la sveglia, lasciai raccogliere la gente, e dalla poppa d’un bastimento diressi loro alcune parole di conforto e d’incoraggiamento. E non furono vane; un residuo di disperata energia animava tuttora i miei compagni; un grido concorde di battaglia uscì dai loro petti; ciascun di loro andò al suo posto. Ma, non ostante la breve illusione di qualche vantaggio, dovevamo trovare in quel giorno la catastrofe.

»Le nostre nuove cartuccie erano di polvere scadentissima; le nostre palle di forte calibro erano terminate e state surrogate con altre più piccole e peggiori; cosicchè la nostra nave di diciotto cannoni, che al primo giorno aveva tanto danneggiato il nemico, non lanciava più oramai che deboli ed incerti colpi. Il nemico pertanto, accortosi della nostra condizione, ridiventò tanto ardito da stendere in linea tutti i suoi legni, ciò che non gli era riuscito il giorno precedente. Mentrechè la sua posizione migliorava ad ogni momento, la nostra peggioravasi di altrettanto, e seriamente dovemmo pensare alla ritirata; e non già alla ritirata dei bastimenti, oramai impossibile, ma alla nostra personale salvezza. A questo scopo ordinai che tanto i feriti, quanto le armi, le munizioni ed i viveri fossero trasbordati sopra alcune piccole barche che ancora ci erano rimaste, e quantunque la battaglia non avesse posato un istante, e la tempesta delle bordate nemiche si andasse facendo sempre più furiosa e micidiale, l’operazione riuscì.

»Allora, quando i feriti, le munizioni, i viveri furono in salvo, e l’ultimo uomo fu sbarcato, e dei nostri bastimenti non restò più in faccia al nemico che il nudo scheletro, appiccai loro io stesso la miccia, e intanto ch’essi saltavano in aria tra un nuvolo di faville e di fiamme, mi buttavo in salvo alla riva.»

XI.

La campagna del Paranà è una delle più gloriose di Garibaldi, e militarmente risguardata anche più prodigiosa di quella dei _Mille_. Lanciato con mezzi inadeguati in una impresa insensata, la fece parere, a forza di abilità e di eroismo, quasi effettuabile. Sottrattosi con fortuna degna del coraggio al fuoco incrociato d’una piazza forte e d’una crociera navale, corse per cinquecento miglia, fra due rive seminate d’insidie ed irte di nemici, e navigando per circa due mesi sotto una tempesta incessante di mitraglie, e in mezzo a una rete, sempre rinnovata, d’ostacoli, combattendo per aprirsi la via, combattendo per riposare, combattendo per fornirsi di viveri: combattendo, manovrando, correndo sempre giunse fin presso alla mèta.

E quando da ultimo, arrestato più dall’avversità degli elementi che dall’arte dell’avversario, fu costretto ad accettare, in condizioni disuguali, una battaglia decisiva, si difese tre giorni e tre notti; pesto, sfracellato, decimato, continuò a combattere; coi legni ridotti uno sfasciume, e innondati da cento bocche d’acqua, cogli equipaggi diradati dalla strage e affranti dalla stanchezza, continuò a combattere; malgrado il tradimento degli alleati, continuò a combattere ancora; esaurite finalmente tutte le munizioni, gettò nelle logori fauci de’ pochi cannoni superstiti le catene delle sue áncore, e quando ebbe vomitato contro il nemico, certamente non superbo, l’ultimo pezzo di ferro de’ suoi bastimenti, vi appiccò le fiamme, e non lasciò in preda al tramortito vincitore che le ceneri d’un incendio e le acque fumanti d’un fiume.

L’alto fatto di Nueva Cava parve degno dei più illustri fasti navali e lo proclamarono insieme amici e nemici. Lo stesso ammiraglio Brown, passando dopo alcuni anni da Montevideo, volle stringere la mano all’eroe del Paranà ed esprimergli la sua ammirazione che sì giovane d’anni avesse saputo dar prova, assieme al focoso ardimento proprio dell’età sua, di tutte le doti de’ più provetti e consumati comandanti di mare.

L’Italia infatti il 15 agosto 1842 aveva acquistato un ammiraglio, e non lo seppe allora, come non lo comprese più tardi; e non le resta, anche oggi, che mormorare melanconicamente: Oh! perchè non ebbi quell’uomo a Lissa!

Toccando terra però il pericolo aveva mutato forma; ma non era del tutto scomparso. Le milizie provinciali del Corrientes, che ancora tenevano pel Rosas, si posero tosto sulle orme della piccola schiera fuggente, e la obbligarono più volte a far testa e a difendere la sua vita. Tuttavia di mano in mano che essa s’internava nel paese la persecuzione rallentava, e gli avanzi di Nueva Cava poterono arrivare, affranti bensì da una lunga marcia traverso sabbie e paduli, ma sani e salvi, ad Esquina, cittaduzza del Corrientes in mano degl’insorti e che poteva perciò offrir loro un temporaneo, ma sicuro asilo. E in Esquina Garibaldi dimorò in un riposo relativo parecchi mesi, fino a che gli giunse da Montevideo l’ordine d’incamminarsi con quanta gente poteva raccogliere a San Francisco dell’Uruguay per congiungersi all’esercito del Ribera, il quale, lasciato il Corrientes, si proponeva di disputare il passaggio del fiume all’Oribe che gli marciava incontro a grandi giornate.

Nè Garibaldi frappose indugio, e traversato da occidente ad oriente tutto il territorio del Corrientes, e viaggiando parte per terra, parte per acqua, giunse a San Francisco, ma non vi trovò più il Ribera. Questi infatti ne era già partito da parecchi giorni, e aveva già ritraversato l’Uruguay per andare a dar battaglia all’Oribe sulla sponda sinistra: ultima follía colla quale l’antico luogotenente dell’Artigas, sempre valoroso, ma sempre inetto, coronava la lunga serie de’ suoi errori militari.

E invero Garibaldi non s’era ancora mosso da San Francisco, che il Ribera aveva incontrato sull’Arojo-Grande l’esercito dell’Oribe, e ne era stato completamente disfatto (6 novembre 1842).

Fu quella una delle giornate più nefaste del popolo orientale. Colla disfatta del Ribera era annientato il solo esercito che potesse tenere la campagna e fronteggiare il nemico; la Banda Orientale restava quasi senza difesa; l’Oribe, padrone delle due rive dell’Uruguay, poteva penetrare nel cuore del paese e correre difilato sulla capitale; e Oribe voleva dire Rosas, cioè la perdita dell’indipendenza, il trionfo della più nefanda tirannia, il principio delle più sanguinarie carneficine: la _Mas-Horca_ a Montevideo.

«Il sole di dicembre (scriveva or sono pochi anni un Orientale), sommergendo i suoi raggi nell’Oceano ci lasciò sconfitti all’esterno, senza esercito, senza milizie, nemmeno per l’interno, senza materiale da guerra, senza denari, senza rendite, senza credito.[76]» E il quadro poteva dirsi lugubre, ma non esagerato. Guai se il popolo si fosse in quei momenti accasciato e non fossero usciti dalle sue fila uomini nuovi, capaci, se non di vincere, di arrestare l’insolente fortuna del nemico, e di guadagnare col tempo quella vittoria morale del sacrificio e della virtù che, tosto o tardi, riesce quasi sempre a trionfare della brutale vittoria dell’armi!

Nè tutto, a rigore di termini, era perduto: restava ancora in piedi Montevideo, il primo nido della patria e l’ultimo suo baluardo; ed a Montevideo si volsero, quasi per tacito consenso, tutti gli uomini e tutte le forze. A presidente della Repubblica viene eletto lo stesso presidente del Senato, l’integerrimo Joachin Juares; allo screditato Ribera subentra nel comando in capo dell’esercito il generale Paz, valoroso Argentino, antico ufficiale del Lavalle; il Vidal cede il portafoglio della guerra al colonnello Pacheco Y Obes, figlio di un antico patriotta di Mercedes, generoso carattere di soldato e di poeta che continuava ancora alla partigiana la difesa del suo natío distretto, quando l’esercito dell’Oribe straripava da ogni parte; finalmente Santiago Vasques per gli affari interni e stranieri, e Francesco Muños per le finanze, componevano un Governo d’uomini risoluti e concordi a continuare la guerra ad ogni costo, a chiudersi nelle mura della capitale, ed a convertirla, se tanto occorreva, in una novella Troia.

E come i propositi, apparvero tostamente energici i fatti. Montevideo non era più dal 1833 una fortezza, chè i suoi bastioni erano stati fin d’allora smantellati. Era però forte di natura, cinta tutta all’intorno da una catena di _cerri_ e _cerriti_, che la proteggevano da occidente a settentrione, mentre all’est ed al sud la guardava il mare. Il rafforzarla perciò anche d’opere transitorie non era nè arduo nè lungo; e a questo intese soprattutto il colonnello del Genio, Eceveria, restaurando l’antico forte del Cerro, custode del lato occidentale della città; elevando intorno agli altri lati un doppio ordine di trincee; munendo infine il porto del Buceo di opere che lo tutelassero da un assalto improvviso. Nello stesso tempo il ministro Pacheco bandiva la leva in massa; decretava la libertà degli schiavi e li armava; concentrava nella capitale tutte le milizie sparse all’intorno, lasciando al Ribera poche bande e pochi squadroni con cui batter la campagna; chiamava Garibaldi, quasi dimenticato a San Francisco, e gli affidava l’ordinamento e il comando d’una nuova flottiglia; proclamava la patria in pericolo; trasfondeva in tutto il popolo il suo eroico spirito.

Stando così le cose, l’Oribe, ritardato nella sua marcia dalla ostinata resistenza dei distretti, compariva il 16 febbraio 1843 innanzi a Montevideo. Lo precedeva la fama di antichi e nuovi massacri; lo accompagnava un esercito di circa quattordicimila uomini; lo seguiva poco dopo un feroce proclama, con cui annunziava: non avrebbe dato quartiere a nessuno, tratterebbe come selvaggio unitario ogni straniero sospetto di favorire i ribelli. Gli animi però all’accostarsi del pericolo rimbalzarono anche più forti; e il proclama dell’Oribe, il quale, a detta dell’inglese ammiraglio Parvis, «avrebbe fatto vergognare gli stessi selvaggi,[77]» anzichè intimidire gli stranieri, non fece che eccitare il loro sdegno, e persuaderli anche più della necessità di accettare la spavalda disfida e di rintuzzare colle armi la brutale minaccia. Ond’ecco al manifesto del proconsole di Rosas ordinarsi prima in legione i Francesi; poi rispondere un manifesto dello stesso Garibaldi, col quale invita tutti gli Italiani a prender le armi in difesa della loro seconda patria d’esiglio. E poichè la causa di Montevideo era causa comune a tutta la colonia straniera, gli uomini di cuore per sentimento di gratitudine alla terra che li ospitava, i ricchi e gli agiati per benintesa sollecitudine dei loro interessi, gli spiantati e gli avventurieri per vaghezza di fortuna o bisogno di guadagno, tutti favorivano, qual più qual meno, un’impresa, in cui ciascuno giocava una posta e scorgeva la compiacenza d’un affetto, o la speranza d’un affare. Tre legioni straniere di Francesi, di Spagnuoli, d’Italiani si organizzarono tosto. La spagnuola, composta in gran parte di Carlisti, disertò pochi mesi dopo al fraterno campo dell’Oribe, e non importa discorrerne più.

La francese, grossa in sulle prime di duemila cinquecento uomini, passò al comando del colonnello Thiebaud. L’italiana non più forte, da principio, di cinquecento volontari, ebbe per comandante, suggerito da Garibaldi stesso, un certo Mancini, e per maggiori dei due battaglioni, in cui era stata divisa, i piemontesi Ramella e Danuzio, antichi sott’ufficiali dell’esercito sardo.

L’Oribe frattanto aveva continuato a stringere la piazza, ed occupato con un colpo di mano il Cerrito, centro de’ contrafforti che girano intorno a Montevideo, spingeva i suoi posti avanzati fin sotto al Cerro, la chiave delle posizioni, la Malakoff, si direbbe, se Montevideo potesse uguagliarsi a Sebastopoli. Tuttavia nelle sue prime mosse fu lento ed incerto; spese le forze in vane dimostrazioni e sterili schermaglie, dando così tempo agli assediati di agguerrire le genti e di perfezionare la difesa.

In una però di quelle scaramuccie la Legione italiana fece mala prova; presa da un timor pánico voltò alle prime fucilate le spalle, rientrando in Montevideo fra le risate del popolo, che si credeva ormai in diritto di farsi beffa del decantato valore italiano. Ne moriva di vergogna, per usare l’espressione sua, Garibaldi, e cedendo alle istanze degli stessi Italiani, i quali dicevano: «Con Garibaldi, se non si vince si muore onorati,» risolvette di prendere egli stesso il comando della Legione, conservando però nel tempo medesimo il governo della flottiglia.

XII.

E naturalmente la Legione non tardò a sentire l’impulso della nuova mano che la dirigeva. Il 28 marzo 1843 fu ordinata una sortita, che aveva per iscopo di arrestare l’avanzarsi degli assedianti verso il Cerro, e la Legione italiana, di turno in quel giorno agli avamposti, ne fece necessariamente parte. Comandava la spedizione il vecchio generale Panza, bravo soldato un tempo, ma infiacchito dagli anni, il quale giunto in faccia al nemico cominciò a perdersi in manovre ed andirivieni senza mai decidersi a muovere innanzi, e a cominciare da qualche banda l’azione. Garibaldi non tardò molto ad infastidirsi di quel vano temporeggiare, e si provò anche a suggerire al suo impacciato generale il come e il dove dell’assalto; ma il brav’uomo non aveva orecchi per siffatti consigli e avrebbe continuato, Dio sa fin quando, a girovagare e tentennare, se non fosse sopraggiunto a tempo il generale Pacheco a far sentire l’impero del suo comando, e a dar all’opera il moto desiderato.

La più forte posizione degli Oribeani era l’ala destra, dove occupavano un’altura protetta da largo fossato che poteva servire di trincera, e guardata più innanzi da una casa che poteva dirsi un avamposto.

Garibaldi scorse subito che là era la chiave delle posizioni nemiche, e l’accennò al Pacheco; il quale, consentito tostamente nel giudizio del colonnello italiano, volle anche affidare a lui e alla sua Legione l’onore di sloggiare dalla minacciosa postura il nemico.

Garibaldi non se lo fece ripetere due volte; ordinata in colonna serrata la Legione, le si pone alla testa e le dice queste sole parole: «Bisogna andare a baionetta calata, senza tirare un colpo, a quella casa; seguitemi.» E la Legione va; e calma, silenziosa, ordinata, senza rispondere un colpo alla grandine delle palle nemiche, senza balenare un istante, va come il colonnello aveva ordinato, e s’impossessa della casa.

Ed ora, dice Garibaldi, dopo aver lasciato qualche momento di riposo, bisogna andare di nuovo e allo stesso modo anche a quella fossa; e la Legione va come prima, come prima supera il vallo infuocato e lo bagna del sangue de’ suoi migliori, arriva, come Garibaldi aveva voluto, al ciglio della fossa, e già sta per toccar colla baionetta il nemico, quando questo, sbalordito dal nuovo e furioso assalto, dà le spalle, volta in precipitosa fuga, e inseguíto colla punta alle reni ricorre fino a’ suoi trinceramenti.

Il fatto d’arme non aveva per sè importanza alcuna; ma aveva rianimato lo spirito dei legionari e reintegrato il loro credito nell’animo de’ Montevideani. Tornata la Legione a Montevideo, il ministro Pacheco la passò all’indomani in rassegna sulla piazza della Matriz, e la ringraziò del suo valore e la rimeritò de’ più caldi elogi; il cui suono echeggiato dalle grida di trionfo, dalle salve di battimani della popolazione, scese sul cuore di Garibaldi come la musica più dolce ch’egli potesse ascoltare, come il maggior premio a cui potesse ambire.

Da quel giorno il Cerro fu chiamato il Campo afortunado, e più tardi la Legione fu presentata della sua bandiera: un drappo nero dipinto del Vesuvio in eruzione; emblema della rivoluzione fremente nel seno d’Italia, di cui Gaetano Sacchi, quel medesimo che oggi comanda un corpo dell’esercito italiano, fu il primo alfiere.

Ciò non ostante la Legione covava alcuni germi di corruzione, che urgeva assolutamente sradicare. E che in un’accolta così improvvisata d’uomini raunaticci si fosse insinuato alcuno de’ tanti elementi impuri che sono il portato naturale di tutte le emigrazioni e di tutte le rivoluzioni, non è meraviglia. Il Mancini, per esempio, s’era manifestato inetto, il Ramella pusillanime, alcuni altri ufficiali s’erano imbrattati di laide concussioni; non pochi militi avevano mostrato di amare più il ladroneggio ed il bottino, che le armi e le battaglie. Garibaldi dall’altra parte fidente ed ingenuo di natura, ed occupato più spesso dalle cure della sua flottiglia, non aveva potuto in sulle prime nè tutto vedere, nè tutto riparare. Però non volendo sopportare più oltre uno stato di cose che poteva riuscire di disdoro a lui stesso, pensò di affidare la Legione alle mani d’un uomo onesto e sicuro che potesse sorvegliarla da vicino e sbrattarla dalle male erbe che la infestavano. Risolvette quindi di scrivere a quel Francesco Anzani che aveva incontrato sull’Uruguay nel suo viaggio a Montevideo, e nel quale aveva scoperto fin d’allora tutte le qualità convenienti all’ufficio a cui lo destinava.

Francesco Anzani infatti, brianzuolo d’origine,[78] proscritto d’Italia dalle persecuzioni del 1821, combattente delle guerre e delle rivoluzioni di Grecia, di Spagna, di Portogallo, di Francia, vissuto più anni in America in un onorato esiglio, accoppiava in sè le più splendide doti del soldato alle più rare virtù dell’uomo, ed a giudizio universale, se pareggiava Garibaldi in gagliardía ed eroismo, lo superava di senno e di prudenza e non gli era forse inferiore che di fortuna. L’Anzani pertanto non seppe rifiutare l’invito dell’amico; e arrivato nel luglio del 1842 a Montevideo, vi assunse tosto il comando in secondo della Legione. Nè questa tardò a sentire l’influsso del suo occhio vigilante e del suo regime severo. I concussionari furono ben presto messi a dovere; i ladri ed i vigliacchi sfrattati; i maggiori disordini repressi.

Ciò non ostante tutto il marcio non potè essere in un subito espulso; e, compresso, per dir così, dalla mano gagliarda del nuovo comandante, si nascose per scoppiare più tardi. Infatti poco dopo l’arrivo dell’Anzani si susurrò d’una congiura, che aveva per iscopo di uccidere lui e Garibaldi, e di vendere all’Oribe la Legione italiana; e poche mattine dopo si udì che una mano di cinquanta legionari, guidati da due ufficiali,[79] erano passati, disertando dagli avamposti, al nemico, con perpetua ignominia loro, ma senza produrre altro effetto, come disse l’Anzani, che di purgare più presto la Legione della lue che l’infettava. Così purificata e riordinata, la Legione italiana fu pronta a nuovi e maggiori cimenti. Ogni due giorni di servizio alle trincere ed ogni otto di presidio al Cerro, era naturale che le occasioni di segnalarsi le si presentassero di frequente, e che in quella palestra quasi quotidiana s’agguerrisse sempre più.

XIII.

Il 28 novembre 1843, agli avamposti di Las Cruces, il colonnello Nera, accostatosi di troppo alle linee nemiche, è colpito da una palla mortale e cade in potere degli Oribeani. Garibaldi si pone alla testa di alcune compagnie della Legione e si precipita sul nemico per strappargli la nobile preda; una mischia corpo a corpo s’accende: da un lato la Legione corre in aiuto de’ suoi; dall’altro nuovi corpi nemici giungono in rinforzo di loro; la zuffa si muta in vero combattimento; la Legione tocca gravi perdite, ma il nemico è scacciato dalle sue posizioni e il corpo del colonnello Nera è ricuperato.[80] In quel fatto d’armi però si potranno lodare la generosità dell’intento e le prodezze de’ combattenti, ma non altrettanto la prudenza del capo. Come d’un altro celebre eroismo si potrebbe dire anche di questo: «tuttociò è bello, ma non è la guerra;» e Garibaldi stesso divenuto maestro di guerra consentirà non essere lecito a buon capitano provocare, per sola pompa di coraggio o impeto di generosità, un combattimento, di cui non è prevedibile la fine e può trascinare nel conflitto, contro ogni volontà ed aspettazione dei capi, l’intero esercito, e fors’anco comprometterne le sorti.

Meritevole invece d’incondizionata ammirazione è il fatto della Boyada avvenuto il 24 aprile 1844. Il Ribera con alcune migliaia di cavalieri correva sempre la campagna, sforzandosi a tener in iscacco l’Urquiza e ad impedirgli di congiungersi all’esercito dell’Oribe. Ora questi decise, secondo noi a sproposito, di dar un ultimo colpo al suo antico avversario, staccando contro di esso una parte delle truppe d’assedio con lo scopo d’assalirlo alle spalle, intanto che l’Urquiza l’avrebbe battuto di fronte. Trapelò tuttavia fra gli assediati la mossa del nemico, e si prepararono ad approfittarne andando ad assalire lui stesso ne’ suoi accampamenti.

Fermato pertanto il concetto, i generali Paz e Pacheco concordarono così il modo d’esecuzione: sortire col presidio del Cerro e attaccare il corpo d’osservazione nemico, e intanto che l’attenzione e le forze degli Oribeani sarebbero attirate da quella banda, assalire colla guarnigione di Montevideo il campo del Cerrito, centro, come è noto, delle forze assedianti. E il disegno era buono, ma richiedeva precisione, accordo, prontezza, qualità tutte che alla prova fallirono. Infatti nel momento che il presidio del Cerro doveva sortire, una disputa insorse fra i due ufficiali, che non sappiamo per quale ragione comandavano assieme il forte, onde ritardato, anzi fallito l’attacco di fianco, l’Oribe si trovò in grado non solo di ributtar l’assalto degli avversari, ma di riassalirli egli stesso con tutte le sue forze. Da ciò conseguì facilmente che quella, che poteva essere ai Montevideani sicura vittoria, si mutò in sconfitta, la quale sarebbe anco divenuta totale disfatta, se la retroguardia non fosse stata commessa alla Legione italiana, e Garibaldi e l’Anzani non l’avessero comandata.

Fra il Cerrito ed il Cerro corre tra due rive fangose un rio melmoso, detto la Boyada, che i fuggenti dovevano a forza attraversare, e contro il quale perciò gli Oribeani avevano piantato una batteria e diretto tutto il fuoco delle loro moschetterie. Oltre a ciò, quasi alle spalle di questa pericolosissima linea di ritirata, sorgeva un vecchio edificio, chiamato il Saladero, di cui gli Oribeani avevano subito apprezzato l’importanza e verso il quale s’erano già incamminati a passo di corsa.

Garibaldi indovinò subito il doppio pericolo di siffatta posizione, ma non ondeggiò un istante, e col suo nativo colpo d’occhio vide immantinente il da farsi. Prese alcune compagnie della Legione e rinfiancatele d’alcune squadre di negri, le dispone, col fango fino al ginocchio, lungo la Boyada, ingiungendo loro di aspettare il nemico a piè fermo e di non colpirlo che a bruciapelo, mentr’egli coll’altra parte della Legione si lancia a testa bassa contro il Saladero, dove già stava per entrare il nemico, e d’onde lo scaccia colle baionette alle reni. Da quel momento la via della ritirata potè dirsi franca. L’esercito montevideano, protetto dalla trincea vivente della sua intrepida retroguardia, sfila in salvo fin sotto i bastioni del Cerro; il nemico, tentato invano di sfondare colle mitraglie il baluardo di petti umani che gli contrasta il passo, si arresta; e la Legione italiana, pesta, sanguinosa, scemata, tra morti e feriti, di ben sessanta combattenti, ma balda ed ordinata, entra in Montevideo, dove fa risuonare novellamente fra grida di ammirazione e di riconoscenza il nome italiano.

XIV.

Le cose dell’assedio procedevano, sebbene a rilento, piuttosto seconde agli assediati; quando ai primi di giugno del 1844 accadde un fatto, che attirò su Montevideo un nuovo pericolo, e rischiò di comprometterne le sorti. Fra gli equipaggi della piccola flottiglia, sempre comandata da Garibaldi, s’erano infiltrati, ad insaputa sua, due disertori dell’esercito brasiliano, onde il Governo di Rio Janeiro ordinò al comandante la squadra imperiale nella Plata di reclamarne l’estradizione. L’ammiraglio brasiliano però in luogo di rivolgere la sua domanda al Governo di Montevideo, come era suo debito, andò ad ancorarsi a un tiro di pistola dalla squadriglia orientale, intimando minacciosamente a Garibaldi la consegna dei due fuggitivi. Aveva trovato, come suol dirsi, il suo uomo. Garibaldi per risposta fece chiamare un mozzo e in pretto genovese gli disse: «Inchiodami questa bandiera alla punta dell’albero di maestra, e poi vediamo chi ce la farà abbassare!» Ne sorse naturalmente un litigio diplomatico, che poteva in seguito rompere in aperto conflitto. Il ministro Pacheco, geloso dell’onore nazionale, stava per respingere la violenta intimazione e ribattere, occorrendo, la forza colla forza; gli altri suoi colleghi del Governo, timorosi di aggravare con una nuova inimicizia la situazione già tanto critica della patria, inclinavano alla sommissione, e deliberavano collegialmente di acconsentire alla domanda. Al Pacheco pertanto fu mestieri piegare il capo e dar egli stesso l’ordine della estradizione dei due disertori, ma nello stesso tempo rassegnò il suo ufficio di ministro della guerra e si ritrasse a Rio Janeiro.

Nessuno però vorrà credere che soltanto il dissidio per l’affare brasiliano sia stato la cagione della sua rinuncia. Quello ne fu tutt’al più l’occasione; le cause vere risalivano più in alto e più lontane. Il Ribera non aveva mai saputo rassegnarsi a fare in quella guerra, quasi combattuta per cagion sua, la seconda parte, e copertamente per mezzo di molti aderenti che gli restavano in Montevideo, minava il Governo in cui vedeva quasi un usurpatore de’ suoi diritti, e specialmente il generale Pacheco, rivale tanto più invidiato, quanto più glorioso. E come dal canto suo il Pacheco colla severità del suo carattere e il rigore del suo governo aveva offesi non pochi, quali nella vanità, quali nell’interesse, ed ingrossato perciò di rancori volgari lo stuolo degli odii politici; così in capo a due anni di gloriosi servigi resi alla patria dovette avvedersi che il solo modo di giovarle ancora era di risparmiarle la guerra civile e di allontanarsi.

Colla sua partenza l’anima stessa della difesa di Montevideo venne meno. Il nemico non fece alcun notabile progresso; ma la cronaca delle brillanti sortite si chiuse, l’entusiasmo popolare raffreddò, la discordia dei partiti rinacque ed il Governo si chiarì impotente a contenerla.

XV.

A tale essendo le cose nella capitale, giunse dalle campagne l’annunzio di un irreparabile disastro.

L’esercito del Ribera, se tale poteva dirsi un’accozzaglia di uomini e cavalli, accodata, come le orde barbariche, da interminabili file di carri carichi di donne e di fanciulli, sorpreso dall’Urquiza ad India Muerta era stato il 24 marzo 1845 completamente disfatto e costretto a rifugiarsi co’ suoi laceri avanzi nel Brasile. Il colpo era fiero, ma forse nelle sue conseguenze meno esiziale di quel che poteva temersi. La battaglia d’India Muerta pose, è vero, tutte le campagne in balía del Rosas e aperse all’Urquiza le vie della capitale; ma in compenso paralizzò, almeno per qualche tempo, l’influenza del Ribera, produsse il richiamo del Pacheco, ravvivò il semispento ardore dei Montevideani, affrettò l’intervento delle Potenze straniere.

Per la sola presenza del Pacheco la difesa riprese l’antico vigore. Il 27 maggio 1845 era ordinata una nuova sortita contro l’ala nemica in osservazione al Cerro; gli Oribeani caduti da un lato in una imboscata della Legione italiana, assaliti dall’altro vigorosamente dalla guarnigione, eran volti in precipitosa fuga, salvi soltanto da completa disfatta pel propizio scoppiare d’un uragano che sospese la battaglia.

Garibaldi dal canto suo, che partecipava col Pacheco alla direzione superiore della difesa, ideava altri colpi di mano col suo piccolo naviglio, ed alcuni ne tentava. Un giorno proponeva d’imbarcare sulla flottiglia la Legione, di sbarcare di notte a Buenos-Ayres e rapirvi il Rosas; e se il Governo avesse consentito alla temeraria proposta, era uomo da eseguirla. Spesse volte si trastullava a catturare, sotto gli occhi dell’ammiraglio Brown, qualche legno mercantile, o ad inquietare con assalti notturni la squadra nemica. Un mattino finalmente esce a vele spiegate con tre de’ migliori suoi legni, e va a sfidare nel suo ancoraggio la squadra del Rosas, composta di tre grossi navigli e armata di quarantaquattro pezzi. L’annunzio dell’audace disfida mette in moto tutta la popolazione di Montevideo; le terrazze delle case, gli alberi dei bastimenti sono coperti di spettatori. Garibaldi è già arrivato a portata de’ cannoni del nemico, e tutti attendono trepidi ed impazienti il cominciare del navale duello, quando l’ammiraglio Brown giudica più prudente voltare la prua e prendere il mare.

Ma nè questa, nè altre tali prodezze, nè le frequenti, ma piccole e parziali fortune degli assediati avrebbero potuto salvare a lungo la città dall’inevitabile caduta, se la Francia e l’Inghilterra non si fossero decise ad intervenire a favore di Montevideo, intimando al Rosas lo sgombro della Banda Orientale. E le obbligavano al passo energico il sentimento dell’umanità e della giustizia; la perfidia del Rosas, sfacciatamente fedifrago a tutti i patti promessi; la cura dei molti interessi che i loro nazionali avevano sulla Plata; la indipendenza della Repubblica orientale da esse medesime guarentita.

Non per questo il dittatore di Buenos-Ayres si lasciò intimidire. Dopo aver traccheggiato due mesi deludendo uno dopo l’altro cinque _ultimatum_, rispose infine che rifiutava ogni concessione, e s’apparecchiò nuovamente a sostenere il suo potere coll’armi. Ed è allora soltanto che la squadra anglo-francese, ricevuto l’ordine di usare la forza, corre spazzando d’ogni nave argentina il Plata ed il Paranà; sbaraglia la squadra del dittatore a Obligado e lo blocca nella sua capitale (agosto 1845).

Ed è allora altresì che il Governo di Montevideo rinasce alla speranza di poter riavere un esercito di campagna che lo aiuti a combattere gli assedianti, e che trovando libero ormai l’Estuario da ogni nave nemica, ordina a Garibaldi di risalire colla sua flottiglia e parte della Legione la Plata e di entrare nell’Uruguay col doppio fine di ravvivare l’insurrezione nei distretti, e di dar la mano ai dispersi avanzi dell’esercito del Ribera rifugiati nel Brasile.

Garibaldi, lieto di tornare al suo doppio ufficio di capitano di terra e di mare, mosse, senza indugiarsi, all’impresa. S’impadronì facilmente, e senza colpo ferire, di Colonia, di Martin Garcia, di Mercedes; passò intrepido sotto le batterie di Paysandu, respinse un attacco del generale Lavalleja[81] all’Hervidero, sorprese Gualeguaychu, dove catturò il famoso Millan suo torturatore; infine arrivò al Salto, luogo forte sulla sinistra dell’Uruguay, distante dodici leghe soltanto dalla frontiera brasiliana, il cui nome corrisponde al nostro di _cateratta_, e dove il fiume perciò non è più navigabile che alle piccole barche. Colà stabilì il suo quartier generale, si fortificò, mandò avviso del suo arrivo ai rifugiati del Brasile, scacciò dal Tapevi, affluente dell’Uruguay, le truppe del Lavalleja, e si assicurò così i fianchi e le spalle; quindi (il 5 decembre 1845) assalito egli stesso al Salto dal generale Urquiza, che spavaldamente andava dicendo di non aver di fronte che «cuori di polli,» lo costrinse a dar le spalle vergognosamente e a ripassare l’Uruguay pesto e malconcio.

Frattanto i rinforzi attesi andavano arrivando; il colonnello Baez era già entrato nel Salto con duecento cavalli; il 7 febbraio 1846 il generale montevideano, Anacleto Medina, spediva un messo a Garibaldi per avvisarlo che il giorno susseguente si sarebbe riunito a lui con circa cinquecento uomini di cavalleria, male armati e peggio equipaggiati; richiedendolo nel tempo stesso di notizie sulle posizioni e sulle forze del nemico e d’aiuti in caso di bisogno. Garibaldi mandò a rispondere che all’indomani si sarebbe trovato con un rinforzo sulle alture del Tapevi, presso il quale appunto il Medina doveva passare; e come promise eseguì. Soltanto gli esploratori avendolo assicurato che il nemico campeggiante ne’ dintorni del Tapevi non era più forte di quattrocento uomini, stimò più che bastevole uscir con sole quattro compagnie della Legione, e duecento cavalieri del Baez, lasciando il resto sotto gli ordini dell’Anzani alla guardia del Salto.

E da questo punto comincia la prima fase di quella giornata di Sant’Antonio, che fu la più gloriosa di quante la Legione italiana abbia combattute; la sola che abbia riecheggiato in Europa; la prima che abbia fatto sapere all’Italia, quasi disavvezza alle armi, che di là dall’Oceano v’era una mano di fratelli italiani che sapeva ancora trattarle, e cresceva un Capitano prodigioso serbato forse a rinnovare nella terra nativa i miracoli che lo rendevano famoso sui campi stranieri.

E poichè di tanti racconti letti od uditi dell’epico gesto, il più schietto, il più semplice, il più compiuto insieme ci parve quello fornitoci dal generale Sacchi, così affidiamo a lui, testimonio ed attore del fatto, l’ufficio di celebrarlo.[82]

XVI.

«Nella mattina, dalle 8 alle 9 e mezza, sortiva Garibaldi dal paese, alla testa di circa centonovanta soldati italiani, divisi in quattro piccole compagnie, e circa duecento cavalieri comandati dal colonnello Baez che da pochi giorni s’era a noi riunito. Costeggiando la sinistra dell’Uruguay un po’ prima delle 12, si arrivò alle alture del Tapevi, fiancheggiati sempre dal nemico che fu tenuto in soggezione dalle nostre catene di cacciatori.

La fanteria prese posizione sotto tettoie di paglia (_taperas_), che altro vantaggio non ci offrivano fuorchè ripararci dai cocenti raggi del sole; la cavalleria si spinse fino al Tapevi in esplorazione. Una mezz’ora si passò senza nessuna dimostrazione ostile per parte del nemico: ma questo da tempo covava un inganno e ci aveva tratti nell’agguato, occultando accuratamente le sue forze nei boschi del Tapevi per trarci all’aperta campagna onde ottener ciò che non gli fu mai dato sotto la protezione della nostra batteria. La nostra cavalleria fu attaccata da forze molto superiori e travolta verso la parte nostra; Garibaldi precedeva tutti nella corsa, ed arrivato a noi ci dirigeva queste parole: — I nemici son molti, ma per noi son pochi ancora, non è vero? Italiani, questo sarà un giorno di gloria pel nostro paese; non fate fuoco se non a bruciapelo! —

Grandi masse di cavalleria si avanzano intanto su di noi, e per poco ci lusingammo di aver a fare con sola cavalleria; ma fummo ben presto disingannati nel veder scender dalla groppa dei cavalli i fanti, ed ordinarsi in numero di circa trecento: mille e più erano i cavalieri, tutti sotto il comando del generale Servando Gomez. Le nostre piccole compagnie furono ordinate in battaglia sotto le tettoie per trar profitto di una scarica generale e caricar quindi alla baionetta; la cavalleria si tenne pronta ad agire ove più occorresse. La fanteria nemica ci assaliva di fronte; la cavalleria ci prendeva ai fianchi ed alle spalle; ma quando la fanteria fu a trenta passi da noi, l’accogliemmo con una scarica così concorde e aggiustata, che s’arrestò di botto; e poichè anche il suo comandante era caduto da cavallo, lo scompiglio del nemico crebbe a tal segno, che noi pensammo di trarne profitto immediatamente. E ben n’era tempo, perchè anche la cavalleria ci era sopra e pochi istanti di titubanza ci potevano riuscir fatali. Dietro l’esempio e la voce di Garibaldi, ci scagliammo dunque sulla fanteria impegnando una lotta corpo a corpo, che terminò colla quasi totale distruzione sua. Ed anco la nostra cavalleria ci giovò in quel frangente, divergendo da noi una parte delle truppe nemiche e caricando forze tre volte superiori quando già stavan per piombare su noi; se non che avviluppata dal numero fu costretta a cercar la propria salvezza nella velocità dei cavalli, e così restammo soli sul campo! Diciassette soltanto preferirono divider le nostre sorti; voltata la briglia, s’apersero un cammino fra il nemico, e lasciando i cavalli vennero a combattere con noi; il restante continuò la sua rapida corsa verso il paese, traendo dietro a sè un buon nucleo di forza che gli inseguiva facendone macello. Fu un bene per noi la diversione di una parte delle forze nemiche nel momento più critico, sebbene l’abbandono dei nostri cavalieri ci abbia grandemente addolorati.

Troppo lungo sarebbe l’enumerare tutte le valorose azioni individuali, di cui fecero mostra gl’Italiani in quel giorno; la lotta colla fanteria durò circa venti minuti e pochi fanti nemici scamparono alla morte. Era dolorosa necessità il dovere uccidere solo per scemare il numero dei nemici, ma la nostra salvezza dipendeva dalla distruzione della fanteria; altra speranza per noi non vi era, avendosi a che fare con un nemico che non dava quartiere. L’anima di Garibaldi era trasfusa in tutti noi; ove appariva Garibaldi si centuplicavano le nostre forze, ed egli era dappertutto; in tutti i gruppi la sua voce confortatrice, il suo esempio rincoravano, rianimavano quasi gli estinti, perchè furon veduti giovani, coperti di otto o dieci ferite da taglio, combattere senza posa quasi fossero ancora sani e robusti, e spirare appena terminata la lotta.

La cavalleria nemica fu spettatrice della distruzione della propria fanteria, senza potervi porre riparo; i suoi ripetuti assalti furono sempre respinti dai nostri, che in un attimo si aggruppavano ed obbligavano interi squadroni a dar volta, lasciando il terreno seminato di cadaveri. Fra i tanti un solo esempio citerò di valore pressochè feroce, di cui fui testimonio. Un trombetto, giovane appena di quindici anni, piccolo, tarchiato, rosso di capelli, che durante il combattimento ci aveva continuamente animato coi suoni della sua cornetta, fu da un cavaliere nemico ferito di vari colpi di lancia. Allora gittar la cornetta, sguainare il coltello e avventarsi contro il feritore fu un punto. Indarno questi tentava liberarsene spingendo a carriera il cavallo; il prode trombetto, avviticchiato alla gamba destra del suo nemico, l’andava percotendo con furiosi colpi di coltello; fino a che lo vidi io stesso abbandonar la sua preda e cader col capo spaccato da un fendente. Nel tempo stesso però il cavaliere precipitava a sua volta trapassato da una palla de’ nostri; ed esaminandone dopo il combattimento il cadavere gli trovai io stesso la gamba lacerata da parecchie pugnalate, e coll’impronta dei denti del giovinetto.

Distrutta la fanteria, restammo padroni del campo; il nemico si ritirò a rispettosa distanza atterrito dalla nostra difesa; non abbandonò però il pensiero di considerarci come cosa sua, e dispose tutta la sua cavalleria, una metà della quale era armata di carabina, all’intorno del nostro campo, sicuro che la fame e la mancanza di munizioni ci avrebbero costretti alla resa! Cessato il combattere, emozioni ben diverse dalle già provate subentravano nel nostro animo! In un ristretto spazio di terreno giaceva una quantità di corpi estinti od agonizzanti, amici e nemici confusi in uno! Ci straziava l’animo la voce degli agonizzanti che chiedevan acqua e non se ne aveva una sola goccia. E questo bisogno era sentito da tutti; a tutti la febbre, prodotta dall’agitazione del combattere e dai cocentissimi raggi del sole, ardeva le viscere; per una goccia d’acqua molti avrebbero data la vita; basti che alcuni supplirono alla mancanza bevendo le orine che raccoglievano nelle scarpe.

La nostra posizione era ben critica: scemati di numero; feriti la maggior parte dei superstiti; circondati da un nemico imponente e minaccioso; la nostra energia era pressochè esaurita. In molti dei nostri alla forza d’animo mostrata nel combattimento era subentrata un’apatica noncuranza per tutto ciò che accadeva loro d’attorno; parecchi si gettavano al suolo nella speranza di non più rialzarsi.... guai a noi se il nemico ci avesse attaccati un’altra volta in quei momenti! La grandezza d’animo di Garibaldi rifulse in quell’occasione di tutta la sua più pura luce! Per lui si operarono prodigi combattendo; a lui era serbato rialzare gli animi abbattuti dopo il combattimento, e vi riescì. Colla solita sua facondia amorevole ed insinuatrice, ci fece un quadro della nostra situazione; ci persuase di quanto allora più che mai era necessario, il conservare la fortezza d’animo che ci aveva animati dapprima onde uscire dalla scabrosa posizione; parlò della certezza di una ritirata appena potesse essere protetta dall’oscurità; della gloria che ne ridondava all’Italia ed a noi pei fatti di quel giorno; finalmente tanto disse, che tutti si sentirono un’altra volta animati dall’alito di quell’uomo, a cui i destini serbano per certo le più grandi azioni a pro del suo paese! Con mucchi di cadaveri d’uomini e cavalli si formò una trincera di riparo alle moleste palle del nemico, ed in quella posizione si attese la notte, usufruttuando il tempo a sollevare e curare, per quanto ci fu possibile, i nostri feriti; ed alle bende e filaccie supplirono le nostre camicie! Si parlò a lungo dei fatti della giornata, e qualche volta la voce di Garibaldi intuonava l’inno nazionale uruguaiano, a cui facevano eco le voci di tutti, non esclusi i feriti.[83]

Era tanto il terrore del nemico, che i suoi capi non riuscirono a condurlo all’attacco una seconda volta, sebbene lo tentassero ripetutamente. Più volte vedemmo radunarsi gli squadroni e muover verso di noi; ma al primo nostro fuoco dar volta, non ostante la voce dei loro capi e le piattonate che loro piovevano sulle spalle.

Il nemico tentò pure di farci accettare un parlamentario, ma non ci riuscì.... ci avrebbe portate condizioni di resa, e di renderci non ne volevamo sapere. A un certo punto un cavaliere nemico ben montato si spinse audacemente fin presso il nostro campo, e passando come il fulmine fra l’una e l’altra tettoia da noi occupata tentò gettarvi un tizzone acceso per incendiarla. Il colpo gli fallì; ma l’audace ebbe salva la vita soltanto per la generosità di Garibaldi, che gridò a noi: _Non fate fuoco su quel bravo_.

Dal canto nostro si economizzava la munizione per la ritirata e non si faceva fuoco che a colpo sicuro. Le ore di aspettazione furono secoli, principalmente pei poveri feriti; ma finalmente venne la desiderata oscurità; taluni de’ nostri inviati, strisciando sul terreno, verso il nemico, ritornarono col grato avviso che solo alcune vedette rimanevano a cavallo, e che il rimanente se ne stava coi cavalli a pascolo: bisogno a cui non avevan potuto attendere in tutto il giorno. Ad un miglio circa da noi avevamo il bosco che costeggia l’Uruguay, porto di salute al quale tante volte nel giorno avevamo rivolti gli occhi e che l’indolenza o l’ignoranza del nemico, sicuro ormai della sua preda, ci lasciava aperto.

In gran silenzio si formò una piccola colonna; i feriti atti a camminare nel mezzo, gl’impotenti sulle spalle, meno due che, doloroso il dirlo, dovemmo abbandonare agonizzanti ed impotenti affatto ad essere trasportati!... Ad un dato segnale si partì compatti, a passo accelerato, decisi a tutto; presimo la direzione del bosco e passammo silenziosi in mezzo al nemico, che stupefatto del nostro ordine, senza opporre resistenza, ci lasciò libero il varco, e prima ch’egli si fosse riavuto, avesse messo le briglie a’ cavalli, e si fosse posto a inseguirci, noi avevamo già guadagnato il bosco. Una truppa meno affezionata al suo capo, meno agguerrita, dopo una giornata così disastrosa, arsa dalla sete, si sarebbe sbandata appena giunta al bosco, cercando la propria salvezza individuale ed il soddisfacimento di quel possente bisogno che fu il nostro martirio in tutta la giornata; poche parole che Garibaldi preventivamente ci aveva diretto ovviarono a quello inconveniente; nessuno si sbandò, nessuno corse a dissetarsi al fiume, bensì, ubbidienti all’ordine, tutti si gettarono a terra distesi in una lunga catena e in attesa, silenziosi, del nemico, che non molto si fece attendere. Il suono delle sue trombe ci avvisò del suo avvicinarsi, e poco stante comparvero i suoi squadroni, che noi, silenziosi sempre e nascosti, attendemmo fino alla distanza di venti passi circa per indi salutarli con una salva che li colpì nel più fitto e riescì micidialissima, mettendoli in scompiglio e persuadendoli a dar volta a briglia sciolta!

Un grido di Garibaldi allora ci avvisò che era tempo di bere! Soddisfatta la sete, riprendemmo la ritirata verso il Salto, parte seguendo la riva del fiume, altri il bosco. Il nemico ci molestò fino quasi all’entrata del paese, ma i suoi tiri non ci cagionarono più alcuna perdita. A poca distanza dal Salto, al passo di un guado che a causa della sua strettezza dovevasi eseguire a uno a uno, incontrammo il bravo Anzani, nostro tenente-colonnello e comandante la Legione italiana, che ci era venuto incontro fino a quel luogo onde poterci abbracciare tutti. Or due parole su questo bravo: egli era rimasto nel Salto a causa di una piaga in una gamba; con lui eran pure rimasti pochi de’ nostri ammalati e dodici uomini di guardia alla batteria, unica difesa del forte! Il nemico, inseguendo la nostra cavalleria sin entro il paese, intimò all’Anzani la resa della batteria annunciandogli la morte e la prigionia di noi tutti, compreso Garibaldi, ed offrendo salva la vita a lui ed ai suoi. L’Anzani rispose da forte qual’era: disse che avrebbe difesa la posizione fino all’estremo; che avanzavagli abbastanza polvere per farlo, e che avrebbe fatto saltare la batteria in uno coi suoi compagni prima di arrendersi; pertanto aspettava l’attacco! Il nemico non credè conveniente cimentarsi a quell’impresa, e così l’Anzani salvò a noi la ritirata, procacciò all’Italia una nuova gloria, e ben altre prove a favore del suo paese avrebbe dato, se una morte immatura non lo avesse colpito mentre poneva il piede sul suolo d’Italia!

Nella notte poi entrarono nel paese i cinquecento del generale Medina, che per incidenti diversi non aveva potuto operare la sua congiunzione in tempo utile. Quantunque tutta la sua gente fosse disarmata, il nemico demoralizzato dai fatti del giorno non lo molestò menomamente.

Gli abitanti del paese presero amorevole cura dei nostri feriti. La nostra perdita ammontò a quarantatrè morti, dei quali trentasette sul campo di battaglia e sei in conseguenza delle ferite; del rimanente pochi furono gli illesi da ferite: la perdita del nemico fu di cinquecento uomini e più fra morti e feriti; nei primi diversi ufficiali superiori! Appena seppimo libera dal nemico la campagna, sortimmo a raccogliere i corpi dei nostri fratelli e li deponemmo in una fossa all’uopo preparata poco lungi dallo stesso terreno ove caddero valorosamente pugnando: un’alta croce colla modesta iscrizione: — _Trentasette Italiani — morti combattendo — l’8 febbraio 1846_ — indica il luogo ove quei valorosi riposano per sempre!»

XVII.

A questo racconto non manca per esser compito che l’Ordine del giorno, in cui Garibaldi ringrazia i suoi legionari della vittoria, e il Decreto, con cui la Repubblica orientale decretava ai vincitori di Sant’Antonio imperitura onoranza. Ecco pertanto nella loro integrità i due documenti; dolenti soltanto di non poterli raccomandare a più durevoli pagine:

«Salto, 10 febbraio 1846.

»Fratelli,

»Avanti ieri ebbe luogo ne’ campi di Sant’Antonio, a una lega e mezzo da questa città, il più terribile ed il più glorioso combattimento. Le quattro compagnie della nostra Legione, e forse venti uomini di cavalleria rifuggitisi sotto la nostra protezione, non solo si sono sostenuti contro mille e dugento uomini di Servando Gomez, ma hanno sbaragliato interamente la fanteria nemica che ci assaltò in numero di trecento. Il fuoco cominciò a mezzogiorno e durò fino a mezzanotte: non valsero al nemico le ripetute cariche delle sue masse di cavalleria, nè gli attacchi de’ suoi fucilieri a piedi; senz’altro riparo che d’una casupola in rovina (_tapera_), ove non erano in piedi se non alcune travi, i legionari hanno respinto i ripetuti assalti del più accanito de’ nemici; io e tutti gli uffiziali abbiamo fatto da soldati in quel giorno. Anzani che era rimasto nel Salto, ed a cui il nemico aveva intimato la resa della piazza, rispose colla miccia alla mano e il piè sulla Santa Barbara della batteria, quantunque lo avesse il nemico assicurato che tutti eravamo caduti o morti o prigionieri. Abbiamo avuto trenta morti e cinquantatrè feriti: tutti gli uffiziali sono feriti, meno Scaroni, Saccarello il maggiore, e Traverso, tutti leggermente. _Io non darei il mio nome di legionario italiano per tutto il globo in oro._

Alla mezzanotte entravamo in ritirata nel Salto, poco più di cento legionari italiani con settanta e più feriti, compresi i leggermente, che ci precedevano, contenendo, quando troppo c’incalzava, un nemico di milledugento, e repellendolo impaurito. Oh! questo merita d’essere scolpito. — Addio, vi scriverò più a lungo un’altra volta.[84] Il vostro

G. GARIBALDI.»

«_DS_. — Gli uffiziali che erano con me e che rimasero feriti sono: Cassana, Marrocchetti, Beruti, Ramorino, Saccarello minore, Sacchi, Grafigna e Rodi.»

Ed ecco il:

«DECRETO.

Desiderando il Governo dimostrare la gratitudine della Patria ai prodi che combatterono con tanto eroismo nei campi di Sant’Antonio il giorno 8 del corrente; consultato il Consiglio di Stato, decreta:

Art. I. Il signor generale Garibaldi, e tutti coloro che lo accompagnarono in quella gloriosa giornata, sono benemeriti della Repubblica.

Art. II. Nella bandiera della Legione italiana saranno inserite a lettere d’oro, sulla parte superiore del Vesuvio, queste parole: Gesta dell’8 febbraio del 1846, operate dalla Legione italiana agli ordini di Garibaldi.

Art. III. I nomi di quelli che combatterono in quel giorno, dopo la separazione della cavalleria, saranno inscritti in un quadro, il quale si collocherà nella sala del Governo, rimpetto allo Stemma nazionale, incominciando la lista col nome di quelli che morirono.

Art. IV. Le famiglie di questi, che abbiano diritto a una pensione, la goderanno doppia.

Art. V. Si decreta a coloro che si trovarono in quel fatto, dopo di esserne stata separata la cavalleria, uno scudo che porteranno nel braccio sinistro, con questa iscrizione circondata d’alloro: _Invincibili combatterono l’8 di febbraio del 1846._

Art. VI. Fino a tanto che un altro corpo dell’esercito non s’illustri con un fatto d’arme simile a questo, la Legione italiana sarà in ogni parata la diritta della nostra fanteria.

Art. VII. Il presente Decreto si consegnerà in copia autentica alla Legione italiana, e si ripeterà nell’Ordine generale tutti gli anniversari di questo combattimento.

Art. VIII. Il Ministro della guerra resta incaricato della esecuzione e della parte regolamentare di questo Decreto, che sarà presentato all’Assemblea de’ Notabili: si pubblicherà e inserirà nel R. N.

SUAREZ. — JOSÈ DE BEJA. — SANTIAGO. — VASQUEZ. — FRANCISCO. — I. MUGNOZ.[85]

Nè l’epico gesto esaltò soltanto gli Orientali; gli stranieri stessi, quelli almeno il cui animo non era offuscato da odii partigiani, o da miserabili invidie, gareggiarono nel celebrarlo. «Io vi felicito (scriveva a Garibaldi stesso l’ammiraglio francese Lainé),[86] io vi felicito, mio caro Generale, d’avere così potentemente contribuito colla intelligente ed intrepida vostra condotta al compimento di fatti d’arme, dei quali si sarebbero inorgogliti i soldati della grande armata, che per un momento contenne tutta l’Europa. Io vi felicito in egual modo per la semplicità e la modestia che rendono più cara la lettura della relazione, in cui ci date i più minuti ragguagli d’un fatto, del quale potreste senza timore attribuirvi tutto l’onore. Del resto questa modestia vi ha cattivato le simpatie di persone atte a meritamente apprezzare ciò che voi siete venuto operando da sei mesi in qua, tra le quali noterò in primo luogo il nostro Ministro plenipotenziario, che onora il vostro carattere, e nel quale avete un caldo difensore soprattutto allorquando si tratta di scrivere a Parigi coll’intento di distruggere le impressioni sfavorevoli, che ponno aver fatto nascere alcuni articoli di giornali, redatti da persone poco use a dire la verità anche quando raccontano dei fatti avvenuti sotto i propri loro occhi.[87]»

Tosto infine che la notizia varcò il mare e giunse in Italia, i patriotti se ne impadronirono come d’un annunzio di vittoria nazionale, e il narrar la giornata del Salto, il decantarne i prodi, il glorificarne il condottiero, divenne in un subito parte di quella congiura di manifestazioni politiche, all’apparenza tutte letterarie ed accademiche, colle quali gli Italiani si studiavano a ravvivare le già accese scintille del patrio incendio, e punzecchiavano, non potendo di meglio, con invisibili, ma tormentose trafitture la settemplice maglia de’ loro oppressori. Così a Bologna il Felsineo dava un esteso ragguaglio del fatto, e le Letture di famiglia di Torino, e il Diario del Congresso scientifico italiano e altri giornali, lo riproducevano; a Livorno G. B. Cuneo stampava nel Corriere Livornese[88] una serie d’articoli per sbugiardare i calunniatori della Legione e celebrare le virtù del suo capo.

A Firenze erano raccolti per cura del colonnello De Laugier, il futuro eroe di Curtatone, i documenti relativi all’impresa di Garibaldi a Montevideo, e in una pubblica radunanza era annunziato un libro che li avrebbe distesamente narrati. Per tutta Italia infine si apriva, quasi pubblicamente, una sottoscrizione per una spada d’onore al colonnello Garibaldi, che era per incanto coperta di firme, e il giovine Bertoldi incuorava con un inno al patriottico dono.

Chi sono quei fortissimi, Che vinto il lungo assalto D’un oste innumerevole Entran festanti in Salto? Per chi quel serto intrecciano? Di chi parla quel cantico guerrier? Itali sono, ed italo È il Condottier dei forti; Un giogo iniquo a frangere Si sfidan mille morti, Ogni terreno è patria, Nessun popolo a noi vive stranier. Chi ne’ tuoi chiusi oracoli Può penetrar, gran Dio? Tu dei più eletti spiriti Vedovi il suol natío; Tu lasci qui nell’ozio Tanta gagliarda gioventù morir: E va Gioberti, vindice Dell’italo pensiero, Ad erger su gli elvetici Dirupi un trono al Vero; È Garibaldi un fulmine Che fa l’americane acque stupir.[89]

XVIII.

Garibaldi restò ancora alcuni mesi al Salto, continuando a battagliare colla flottiglia e colla Legione fino a che il Governo stesso lo richiamò a Montevideo, dove ritornò difatti in sul cominciare di settembre. Nella Banda Orientale però erano accaduti nel frattempo dolorosi, ma importanti avvenimenti.

Il general Ribera, che era rientrato, pochi mesi prima, nella capitale, si mette a capo, il 1º aprile 1846, d’una sedizione militare; assale e rovescia il Governo e s’impadronisce del potere. Da quel giorno, nota Garibaldi stesso, la guerra cessa d’essere nazionale, e diventa una meschina lotta di fazioni personali che indeboliscono la difesa e insanguinano la città, la quale di certo sarebbe caduta nelle mani del Rosas, se la Francia e l’Inghilterra coi loro negoziati non avessero ritardata la catastrofe. Nemmeno il governo del Ribera durò a lungo, che ripreso dalla sua incurabile manía di capitanare eserciti in rasa campagna e di dar battaglie, pochi giorni dopo la sua uscita da Montevideo nel gennaio 1847, è nuovamente disfatto e per la seconda volta forzato a riparare nel Brasile, da dove non ritorna più che uomo privato ed impotente.

Ciò nonostante Garibaldi non s’era lasciato sfuggire occasione veruna per rendere ancora alla Repubblica quanti servigi erano da lui, e col disegno di secondare le operazioni del Ribera in campagna risaliva con una nuova flottiglia e nuove truppe l’Uruguay fino a Las Vacas, correva fino all’influente del Dajman; vi sbaragliava, il 20 maggio, in un brillante combattimento di cavalleria le truppe riunite del Lama e Vergara, luogotenenti del Gomez, spazzando per alcun tempo d’ogni nemico tutto il territorio attorno al Salto; quando il generale Pacheco, risalito, per la caduta del suo rivale, al potere, lo chiama in Montevideo, e gli offre il comando della piazza.

Garibaldi però, a cui era parso eccessivo onore persino il grado di Generale, avrebbe volontieri rifiutato l’arduo incarico, se la deferenza al rispettato amico, e il desiderio di prestare fino all’ultimo l’opera sua alla Repubblica, non l’avessero indotto a sobbarcarsi ad un ufficio, in cui il cuore gli presagiva di non incontrare che difficoltà ed amarezze. E non s’ingannò. Fin che Garibaldi dava gratuitamente il sangue e la vita per la causa orientale e s’accontentava dei secondi onori e dei posti subalterni, era un fratello, era un eroe, e gli ambiziosi, anzichè adombrarsene, potevano sperare di farsene sgabello e per la stessa degnazione con cui l’onoravano ingrandire sè stessi; ma quando lo videro salire ai primi onori ed occupare, anche forzato, quei posti, a cui essi avevano, forse senza merito, agognato, non gli perdonarono più.

Il fratello divenne uno straniero, l’eroe un avventuriere, il vincitore di Nueva Cava e di Sant’Antonio un inetto, tutta la congiura delle piccole e grandi gelosie, dei pregiudizi locali, delle permalosità spagnuole scoppiò contro di lui e lo costrinse a deporre l’ufficio.

Non prima però d’aver reso alla Repubblica un ultimo e segnalato servigio. Ammutinatosi, forse per istigazione de’ suoi stessi nemici, un reggimento di Negri, e nessuno dei capi osando affrontarlo per rimetterlo all’obbedienza, «Rimanete adunque se avete paura,» esclamò Garibaldi; e seguíto dal solo Sacchi si presenta a cavallo innanzi al reggimento ribelle, penetra nelle sue file, lo arringa con alcune di quelle toccanti e incisive parole che solo i grandi capitani sanno trovare in simili occasioni, e lo riconduce al dovere.

Fu quello l’ultimo pericolo corso da Garibaldi a pro della Repubblica, per cui aveva da sei anni combattuto.

XIX.

Ma ormai i bei giorni di Montevideo sono passati. La città è piena di fazioni, l’esercito di sedizioni, il Governo di rivalità; la difesa si trascina innanzi languida e inonorata; i migliori, come il Sosa, il Battle, l’Estaban, il Diaz, son morti o fuggiaschi; l’assedio dura per la sola forza d’inerzia degli assedianti e degli assediati, e le sorti della Repubblica pendono assai più dai negoziatori diplomatici, che dalle battaglie e dalle armi.

Oltre di che un’altra patria, ben più cara e più sacra, richiama ed attende Garibaldi; e se il suo braccio continua a combattere ancora per la causa di Montevideo, la sua anima è altrove.

Il 1847 stava per finire; e ogni bastimento che da mesi approdasse alla Plata, portava dal vecchio continente l’annunzio d’un avvenimento importante.

Un nuovo Pontefice benediva l’Italia, perdonava ai ribelli, accoglieva i proscritti e poneva in tutela della Croce la causa dei popoli.

Un fremito di vita nuova correva da un capo all’altro della Penisola; i suoi popoli già ardivano squassar le catene in viso ai loro tiranni, e chiedere ad alta voce quella libertà che avevano sino allora sommessamente sospirata. In alcune città l’agitazione legale poneva gli oppressori all’aspro bivio o d’incrudelire, o di cedere; in altre le prime avvisaglie erano già cominciate, e il sangue era pegno di conflitti maggiori. Ogni angolo d’Italia era un braciere di congiure, e i Principi stessi, o sinceri o atterriti, promettevano riforme e costituzioni; la Polonia, la Gallizia, l’Ungheria reclamavano dalle antiche dinastie nuovi statuti sociali; la Francia, l’Austria, la Germania stessa parevano alla vigilia d’una rivoluzione.

L’impressione che le novelle d’Italia facevano sull’animo di Garibaldi è più facile immaginarla che descriverla. «La sua fisonomia (scrive il Cuneo, che doveva vederlo ogni giorno) aveva preso un’espressione nuova, i suoi modi erano divenuti più concitati; sovente ei s’arrestava sopra pensieri, e gli sfuggiva un leggiero sorriso, come a chi attende una lieta fortuna.» Pio IX soprattutto l’aveva esaltato; onde colto dal farnetico comune per quel Pontefice, in cui la fantasia degli Italiani s’era creata un novello Giulio II, s’accorda coll’Anzani a indirizzargli, per mezzo di monsignor Bedini, nunzio apostolico in Rio Janeiro, la seguente lettera:

«Illustrissimo e rispettabilissimo signore,

Dal momento in cui ci sono arrivate le prime nuove dell’esaltazione del sovrano pontefice Pio IX e dell’amnistia che egli concesse a’ poveri proscritti, noi abbiamo con attenzione e con sempre crescente interesse seguite le orme che il capo supremo della Chiesa imprime sulla via della gloria e della libertà. Le lodi, il di cui eco arrivò sino a noi dall’altra parte del mare, il fremito col quale l’Italia accoglie la convocazione dei deputati e vi applaude, le saggie concessioni fatte alla stampa, l’istituzione della guardia civica, l’impulso dato all’istruzione popolare e all’industria, senza contare le tante sollecitudini tutte dirette al miglioramento d’una nuova amministrazione, tutto infine ci ha convinti che uscì finalmente dal seno della nostra patria l’uomo, che comprendendo i bisogni del suo secolo aveva saputo, secondo i precetti della nostra augusta Religione, sempre nuova, sempre immortale, e senza derogare alla loro autorità, piegarsi frattanto alle esigenze dei tempi. E sebbene tutti questi progressi non avessero alcuna diretta influenza sopra di noi, gli abbiamo nondimeno seguiti da lungi, accompagnando coi nostri applausi e coi nostri voti l’accordo universale dell’Italia e di tutta la Cristianità. Ma quando da pochi giorni apprendemmo l’attentato sacrilego, col quale una fazione fomentata e sostenuta dallo straniero, non ancora stanca dopo tanto tempo di straziare la nostra povera patria, si propose di rovesciare l’ordine di cose attualmente esistente, ci è sembrato che l’ammirazione e l’entusiasmo per il Sovrano Pontefice fossero un troppo debole tributo, e che un dovere più grande ci fosse imposto.

Noi che vi scriviamo, o illustrissimo e rispettabilissimo signore, siamo di coloro, i quali, sempre animati dal medesimo pensiero che ci ha fatto subire l’esilio, abbiamo prese a Montevideo le armi per una causa che ci sembrò giusta, e riunite poche centinaia d’uomini nostri compatriotti qua venuti colla speranza di trovarvi giorni meno dolorosi di quelli che subivamo nella nostra patria.

Ora nei cinque anni dacchè dura l’assedio delle sue mura, ciascuno di noi più o meno ha dovuto far prova più d’una volta di rassegnazione e di coraggio; e grazie alla Provvidenza ed a quello spirito antico, che infiamma ancora il nostro sangue italiano, la nostra Legione ha avuto occasione di distinguersi; ed ogni volta che questa occasione si è presentata, essa non ha lasciato fuggirsela, di maniera che (io credo sia permesso dirlo senza vanità) ha sul cammino dell’onore sorpassato tutti gli altri corpi che erano suoi rivali e suoi emuli.

Adunque se oggi le braccia che hanno qualche uso delle armi sono accette a Sua Santità, è superfluo il dire che più volentieri che mai noi le consacreremo al servigio di colui, che fa tanto per la patria e per la Chiesa.

Noi ci chiameremo adunque fortunati, se potremo venire in aiuto dell’opera redentrice di Pio IX assieme a’ nostri compagni, a nome dei quali ve ne facciamo parola, e noi non crederemo di pagarla troppo cara con tutto il nostro sangue.

Se la vostra illustre e rispettabile signoria pensa che la nostra offerta possa essere accetta al Sovrano Pontefice, che Ella la deponga a’ piedi del suo trono.

Non è già la puerile pretensione che il nostro braccio sia necessario che ce lo fa offrire; sappiamo benissimo che il trono di san Pietro riposa su basi che non possono nè crollare, nè confermare i soccorsi umani, e che di più il novello ordine di cose conta numerosi difensori, i quali saprebbero vigorosamente respingere le ingiuste aggressioni dei suoi nemici; ma poichè l’opera deve essere repartita tra i buoni, e la dura fatica data ai forti, fate a noi l’onore di contarci tra questi.

Attendendo, ringraziamo la Provvidenza d’aver preservato Sua Santità dalle macchinazioni dei tristi, e facciamo voti ardenti perchè le accordi lunghi anni per il bene della Cristianità e dell’Italia.

Non ci resta più altro che pregar voi, illustre e venerabilissimo signore, di perdonarci il disturbo che vi causiamo, e di ricevere i sentimenti della nostra perfetta stima e del profondo rispetto, con i quali noi ci professiamo della sua illustrissima e rispettabilissima persona i più devoti servitori

G. GARIBALDI. F. ANZANI.[90]»

La qual lettera, quando si pensi a quella specie di ubbriacatura guelfa da cui le teste erano state prese nel 1848, e si ricordi che il Mazzini stesso, pochi mesi dopo, ne scriveva direttamente al Papa una consimile, non potrà parere strana ad alcuno. Essa, al contrario, getta un raggio di più sul carattere di Garibaldi e ne rileva uno de’ tratti più espressivi. Dominato dall’idea fissa di fare l’Italia, unica luce del suo cervello, unica fiamma del suo cuore, egli non conobbe mai preferenza d’uomini o predilezione di parti; combattè a fianco del Mazzini; combattè agli ordini di Napoleone e di Vittorio Emanuele; avrebbe combattuto, diceva un giorno, «col demonio;» qual meraviglia che egli fosse nel 1848 disposto a combattere sotto le insegne del Vicario di Cristo? Franco condottiero della causa de’ popoli, era la bandiera ch’egli guardava, non i capitani o gli alleati.

La lettera a Pio IX sarà il capostipite d’un interminabile epistolario; ma chi vi frugherà dentro con senso di misericordia e intelletto d’equità, troverà sempre sotto l’incondita congerie delle bizzarrie, delle contraddizioni e delle volgarità la stessa schiettezza ingenua di sentimenti, la stessa ignoranza bonaria della realtà, la stessa credulità sconsiderata all’utopia, lo stesso concetto romanzesco ed eroico della vita; ma altresì la stessa fiamma d’amor patrio, che brilla, quasi gemma legata in similoro, nella prima lettera a Pio IX.

E a me non sembra strano che il nunzio Bedini ingannato, come tanti altri, dalle mostre liberalesche del suo Signore, rispondesse ai due patriotti per assicurarli, «che se la distanza di tutto un emisfero può impedire di profittare di magnanime offerte, non ne sarà mai diminuito il merito, nè menomata la soddisfazione nel riceverle;[91]» come non deve punto stupire che egli nel 1849, prete, Legato nelle Romagne, ministro d’un Pontefice che ripudiava ogni alleanza colla rivoluzione, facesse bombardare dagli Austriaci la patriottica Bologna, divenisse complice della fucilazione di Ugo Bassi e di Ciceruacchio, cercasse a morte lo stesso Garibaldi. Pio IX aveva mutato, o se vuolsi, spiegato meglio la sua politica, e il suo Legato la mutava o spiegava con lui, e ben ingenui coloro che se ne maravigliano!

XX.

Le notizie pertanto d’Europa e d’Italia s’erano andate facendo di giorno in giorno più gravi; la risposta di Pio IX non veniva, ma venivano le lettere de’ patriotti, compagni di fede e di congiure, che da ogni parte annunziavano inevitabile la rivoluzione ed imminente lo scoppio. Il Mazzini soprattutto, che non aveva mai perduto di vista il suo affigliato di Marsiglia, s’era posto in diretto carteggio con lui per informarlo dell’andamento delle cose, infervorarlo a tenersi pronto, accaparrare in certa guisa il braccio suo e de’ suoi commilitoni per le attese battaglie della patria. Infine la Colonia italiana, composta in gran parte di proscritti del 1821 e del 1831, non poteva restare insensibile alle novelle che le venivano d’Italia, e desiderosa di mostrare alla dolce madre lontana il loro cuore di figli, andavano eccitando Garibaldi, se di eccitamento poteva aver bisogno, affinchè persistesse nel magnanimo proposito, promettendogli tutti i conforti e gli aiuti onde avesse bisogno.

La partenza frattanto per l’Italia era nel petto di Garibaldi cosa ormai risoluta, quando l’annunzio della sollevazione di Palermo e di Messina del 12 gennaio 1848 venne a precipitarla. Non v’era più da indugiare; la lotta era cominciata; in Italia si combatteva e si moriva: il posto di Garibaldi e della sua Legione era là. Una sola cosa era incresciosa e al tempo stesso difficile: svincolarsi da Montevideo; e non perchè Garibaldi fosse legato alla Repubblica da alcun patto indissolubile, chè la sua condotta era sempre stata subordinata alla condizione del ritorno in Italia; ma perchè gli riusciva doloroso abbandonare prima dell’ora decisiva una causa giusta ed un popolo amato.

Una pubblica sottoscrizione era stata già aperta fra gl’Italiani per «la spedizione in Italia comandata da Garibaldi,» e il solo Stefano Antonini aveva firmato per 30,000 lire. Un brigantino era stato noleggiato ed allestito di tutto l’occorrente. Anita, appena sgravata di Ricciotti, erasi già imbarcata fin dal dicembre per l’Italia e tutto cospirava a credere la partenza inevitabile. Invano il Governo di Montevideo, conscio della gran perdita che stava per fare, tentava trattenere con preghiere, con lusinghe, con studiati indugi l’impaziente Italiano; invano gli stranieri stessi, che vedevano in Garibaldi una delle più sicure garanzie dei loro interessi, si sforzavano a ritardarne, almeno, la partenza, offrendogli di assumere a loro carico il più della _diaria_ d’affitto del bastimento noleggiato. Garibaldi non si sentiva più padrone della sua volontà, e tutte quelle preghiere, quelle insistenze, quegl’indugi, anzichè piegarlo non facevano che inasprirlo, strappandogli spesso dalle labbra il detto piena d’amarezza: _Duolmi che arriveremo gli ultimi, quando tutto sarà finito_.

Affinchè però l’impresa riuscisse al suo fine, era mestiere precisarne la mèta, divisarne i luoghi d’approdo, avvertirne gli amici ed aderenti, prepararle in Italia stessa il terreno.

Pochi mesi dopo la giornata del Salto, era sbarcato a Montevideo e si era arrolato nella Legione, Giacomo Medici. Era un giovane di maschia bellezza, d’intrepido cuore, d’ingegno acuto e prudente insieme, d’affabili modi; e Garibaldi, presentendo in lui l’uomo che ormai la storia ha fatto suo, l’ebbe caro prontamente e ripose in lui tutta la sua fiducia. Però egli fu anche il prescelto da Garibaldi come il foriero e preparatore in Italia della divisata spedizione. Il Medici doveva partir subito, vedere a Londra il Mazzini e accontarsi con lui; percorrere, facendo propaganda, il Piemonte, penetrare in Toscana e accordarsi col Fanti, col Belluomini, col Guerrazzi e con altri molti; prepararvi nascostamente armi ed armati ed attendervi Garibaldi colla Legione, che non avrebbe tardato a raggiungerli tra Piombino e Viareggio.

Ma a rendere ben chiaro il concetto di Garibaldi e il mandato del Medici, valga il documento che qui per la prima volta pubblichiamo:

«ISTRUZIONI.

Terrai presente soprattutto che scopo nostro è di recarci in patria non per contrariare l’andamento attuale delle cose, e i Governi che v’acconsentono; ma per accomunarci ai buoni, e d’accordo con essi andare innanzi pel meglio del paese; ma che noi preferiremmo lanciarci ove una via ci fosse aperta ad agire contro il Tedesco, contro cui denno essere rivolte senza tregua le ire di tutti: e tanto più lo vorremmo, chè la gente che ci accompagna è mossa principalmente da questo ardentissimo desiderio, che ove non venisse soddisfatto potrebbe dar luogo allo sfiduciamento; scemare o infiacchire i compagni, che avvezzi alla vita attiva del campo male s’adatterebbero a vivere nei quartieri; perciò ti recherai:

1º A consultare M.... (_Mazzini_) intorno ai passi da darsi onde preparare le cose nel senso indicato; e appena a ciò provveduto t’affretterai per alla volta di Genova, Lucca, Firenze e Bologna, a meno che con M.... non risolviate altrimenti. Per questi punti ti do lettere che consegnerai ai loro indirizzi, se pure lo crederai conveniente, dietro le intelligenze con M....

2º Dagli amici ti procurerai commendatizie per tutti quei punti che crederai utili visitare, affine di dar moto e preparare gli uomini, e combinare elementi di cooperazione, quanto più ti sarà possibile.

3º Scorsi quei paesi ti ridurrai in Livorno, come luogo più acconcio a sapere di noi; perchè nostro pensiero è approdare in uno dei porti seguenti: Viareggio, Cecina, Piombino, San Stefano, Port’Ercole. Soltanto ne devieremo, se ci perverranno notizie che ci consiglino farlo pel meglio; e in ogni caso tenteremo sempre ogni mezzo onde fartene avvertito.

4º Una delle cose che dovrai tenere in vista, si è quella di indurre gli amici a tener pronti quei mezzi indispensabili a provvedere il bisognevole almeno pei primi giorni; mancando su questo punto tanto essenziale si correrebbe rischio di perdere il frutto di tante fatiche, e dei sacrifici fatti con tanta generosità dai nostri compatriotti in Montevideo.

5º I venti, o altre cause, potrebbero obbligarci a toccare in Gibilterra. Se M.... ha ivi persona fidata le diriga lettere per me, informandomi della marcia delle cose e sul da farsi — e potrà appena tu arrivi cominciare a scrivere. La persona che incaricasse dovrebbe stare sempre all’erta, affine di farmi pervenire ogni cosa a bordo, e subito; senza aspettare che si scendesse a terra: potrebbe non convenire andarci; potrebbero le quarantene impedirlo. — Dal nome del bastimento, che è quello di _Speranza_, con bandiera orientale, sarebbe al momento avvertito del nostro arrivo — e perchè ne fosse più sicuro, e potesse riconoscerlo facilmente, alzeressimo all’albero di prora una bandiera _bianca_ attraversata orizzontalmente, per quanto è lunga e nel bel mezzo, da una striscia _nera_.

Di quanto scrivesse a noi potrebbe darti avviso se ciò potesse farci mutare di direzione.

Ai porti indicati puoi aggiungervi anche quelli di Talamone e di Livorno. Anche il bastimento è a _brigantino_.

Montevideo, 20 febbraio 1848.

G. GARIBALDI.

Le lettere che io ti scriverò dirette a Livorno saranno al nome di Mr James Gross — nella soprascritta — Signor Giacomo Medici.[92]»

Il Medici infatti tre giorni dopo s’imbarcava per la sua missione; e il 15 aprile 1848 Garibaldi medesimo, accompagnato da ottantacinque de’ suoi legionari, fra cui l’Anzani, ammalato, il Sacelli, ferito, Ramorino, Montaldi, Marocchetti, Grafigna, Peralta, Rodi, Cucelli e il suo moro Aghiar; soccorso dallo stesso Governo orientale di armi, di munizioni, di cannoni sul brigantino _Bifronte_, ribattezzato espressamente per quel viaggio coll’auguroso nome _La Speranza_, comandato dal capitano Gazzolo, salpò da Montevideo per i lidi d’Italia.[93]

XXI.

Nel 1836 l’America raccoglieva un oscuro marinaio e un disertore proscritto; dopo undici anni ella restituiva all’Italia un ammiraglio provetto, un capitano invitto, un eroe glorioso. In quegli undici anni Garibaldi consacratosi alla causa di due Repubbliche, rappresentanti, a’ suoi occhi, la causa stessa della libertà e della giustizia, aveva per esse patita la tortura e toccata una ferita mortale; trionfato d’un naufragio e additato un nuovo passaggio all’Oceano; costruito flottiglie e organizzato legioni; fatta la corsa sui mari, sui fiumi e guerreggiato a piedi ed a cavallo sui campi; sostenuto quattro combattimenti navali e dodici terrestri; vinto, nella campagna di Rio Grande, al Galpon de Chargucada, a Imeruy, sulle lagune di Santa Caterina e di Los Patos, a Santa Vittoria ed a San Josè; e in quella di Montevideo, a San Martin Garcia, a Nueva Cava, alle Tres Cruces, alla Boyada, all’Hervidero, al Salto ed al Dayman; fronteggiato in una ritirata d’oltre diciotto mesi un nemico soverchiante, e delusa più volte la caccia di potenti crociere; capitanato per seicento leghe una spedizione navale traverso un fiume seminato di batterie nemiche; presa d’assalto una fortezza e diretta la difesa d’una piazza forte; e sbaragliando sovente, emulando sempre i più famosi guerriglieri del suo tempo, non lasciandosi nè insuperbire dalle fortune, nè abbattere dai rovesci, inventando talvolta nuovi artificii e nuovi stratagemmi di guerra, vincendo la forza coll’astuzia e colla prodezza il numero, facendo umana, tra costumanze feroci, la guerra, avea reso temuto e ammirando il suo nome agli stessi nemici, e risuscitato sui più lontani lidi i ricordi del valore italiano.

Ciò non ostante le virtù del soldato e le vittorie del capitano sono un nulla a paragone di quella virtù suprema, di quella vittoria che mai, fino allora, gli fallì contro i più naturali istinti della natura umana. Ond’è sotto questo rispetto che la frase tante volte ripetuta di lui «uomo di Plutarco» diventa rigorosamente vera.

Entrato al servizio di Montevideo senza patteggiare nè per sè nè per la sua Legione alcun salario, visse fin dal primo giorno, come l’ultimo de’ suoi soldati, delle sole razioni militari. Ricevuta nel 1845 dal generale Ribera l’offerta di vaste terre da dividersi fra lui e i suoi legionari, le rifiuta a nome della Legione stessa, dicendo: «che tanto egli, quanto i suoi compagni, chiedendo d’essere armati ed ammessi a dividere i pericoli del campo coi figli di queste contrade, avevano inteso d’ubbidire unicamente ai dettami della loro coscienza; che avendo essi soddisfatto a ciò che essi riguardavano come un dovere, essi continueranno da uomini liberi a soddisfarvi, dividendo, finchè le necessità dell’assedio lo richiederanno, pane e pericoli coi loro valenti compagni del presidio di questa metropoli, senza desiderare o accettare rimunerazione o compenso delle loro fatiche.»

Promosso, col Decreto che abbiamo citato, al grado di Generale, non gli parve aver fatto abbastanza per meritarlo, e con questa nobilissima lettera, ch’egli scrisse al Ministro della guerra, vi rinunziò:

«Nella mia qualità di comandante in capo la Marina nazionale, onorevole posto in cui piacque al Governo della Repubblica collocarmi, nulla ho io fatto che merti la promozione a colonnello maggiore (Generale). Come capo della Legione italiana quello che posso aver meritato di ricompensa io lo dedico ai mutilati ed alle famiglie dei morti della medesima. I benefizi non solo, ma gli onori anche mi opprimerebbero l’animo, comprati con tanto sangue italiano. Io non aveva seconde mire, quando fomentava l’entusiasmo de’ miei concittadini in favore d’un popolo che la fatalità lasciava in balía d’un tiranno; ed oggi smentirei me stesso accettando la distinzione che la generosità del Governo vuole impartirmi. La Legione mi ha trovato colonnello nell’esercito, come tale mi accettò suo capo, e come tale la lascerò, una volta compíto il voto che offerimmo al popolo orientale. Le fatiche, la gloria, i rovesci che possono ancora toccare alla Legione, spero dividerli con essa fino all’ultimo. Rendo infinite grazie al Governo, e non accetto la mia promozione del Decreto 16 febbraio. La Legione italiana accetta riconoscente la distinzione sublime che il Governo le decretò il 1º marzo. Una sola cosa chiedono i miei uffiziali, la Legione ed io, ed è questa: che siccome spontanea e indipendente fu l’amministrazione economica, la formazione e la gerarchia del Corpo fin dal suo principio, s’abbia a continuare sullo stesso piede, e chiediamo quindi a V. E. compiacersi di annullare la promozione, di cui tratta il Decreto del 16 febbraio relativamente agli individui che appartengono alla Legione italiana.

Dio sia per molti anni con V. E.

GIUSEPPE GARIBALDI.»

Finalmente il generale Pacheco, rispondendo ai detrattori di Montevideo,[94] abbracciava nella sua apologia anche il generale Garibaldi, e faceva delle sue virtù private e civili, poichè delle guerresche nessuno aveva dubitato, questa pittura: «Nel 1843 il signor Francesco Angeli, uno fra i più rispettabili negozianti di Montevideo, indirizzandosi al Ministro della guerra, facevagli sapere che nella casa di Garibaldi, del capo della Legione italiana, del capo della flotta nazionale, dell’uomo infine che dava ogni giorno la sua vita per Montevideo, non si accendeva di notte il lume, perchè nella razione del soldato, unica cosa sulla quale Garibaldi contasse per vivere, non erano comprese le candele. Il Ministro mandò pel suo aiutante di campo, G. M. Torres, cento _patacconi_ (500 lire) a Garibaldi, il quale, ritenendo la metà di questa somma, restituì l’altra perchè fosse recata alla casa di una vedova, che, secondo lui, ne aveva maggior bisogno. Cinquanta _patacconi_ (250 lire), ecco l’unica somma che Garibaldi ebbe dalla Repubblica. Mentre rimase tra noi, la sua famiglia visse nella povertà; egli non fu mai calzato diversamente da’ soldati; sovente i di lui amici dovettero ricorrere a sotterfugi per fargli cambiare gli abiti già logori. Egli aveva amici tutti gli abitanti di Montevideo; giammai vi fu uomo più di lui universalmente amato, ed era questo ben naturale. Garibaldi, sempre primo a’ combattimenti, lo era egualmente a raddolcire i mali della guerra. Quando recavasi negli offici del Governo, era per domandare grazia per un cospiratore, o per chiedere soccorsi in favore di qualche infelice: ed è all’intervento di Garibaldi che il signor Michele Haedo, condannato dalle leggi della Repubblica, dovè la vita. Nel 1844 un’orribile tempesta flagellava la rada di Montevideo; eravi nel porto una goletta, che, perdute le áncore, stava affidata con evidente pericolo all’unica che le rimaneva; in quella goletta si trovavano le famiglie de’ signori Canil. Il generale Garibaldi, informato del pericolo, s’imbarcò con sei uomini, recando seco un’altra áncora, colla quale la goletta fu salva. A Gualeguaychu fa prigioniero il colonnello Villagra, uno dei più feroci capi del Rosas, e lo lascia in libertà, come anche gli altri di lui compagni. Nella sua spedizione all’interno egli si distinse per molti tratti di cavalleresca generosità, che anche al dì d’oggi formano argomento di conversazione nel campo de’ due partiti.[95]»

Innanzi a queste testimonianze potrebbe la storia degnar d’uno sguardo i miserabili libelli di pochi stranieri, e coll’onore d’una confutazione superflua scavare i loro nomi dal perpetuo oblío in cui sono sepolti?

Nel 1847 quando il nome di Garibaldi era quasi ignoto, e le sue gesta malnote, e parlar di Garibaldi era un parlar d’Italia; era bello che la voce intemerata di G. B. Cuneo schiacciasse, coll’argomento decisivo dei documenti, i botoli che addentavano Garibaldi e la sua Legione là appunto dove la loro corazza era più tersa e inattaccabile; ma ora l’opera sarebbe affatto vana ed accademica.

Nel luglio 1849 Lord Howden nella Camera dei Pari di Londra faceva di Garibaldi questo elogio ancora più eloquente:

«Il presidio di Montevideo era quasi tutto composto di Francesi e d’Italiani, ed era comandato da un uomo, cui sono felice di poter rendere testimonianza, che solo era disinteressato tra una folla d’individui che non cercavano che il loro personale ingrandimento. Intendo parlare di un uomo dotato di gran coraggio e di alto ingegno militare, che ha il diritto alle vostre simpatie per gli avvenimenti straordinari accaduti in Italia, del generale Garibaldi!»

Ora nessuno meglio di Lord Howden poteva parlare così; egli che, avendo proposto a Garibaldi di sciogliere la Legione mediante un compenso in danaro, si era sentito dire: «Gl’Italiani in Montevideo avere impugnate le armi per difendere la causa della giustizia, e questa causa non potersi abbandonare mai da uomini onorati.[96]»

Ed è qui la vera grandezza originale di Garibaldi. Egli nobilitò il nome di soldato di ventura, elevò a missione il mestiere dell’armi, creò il tipo del condottiero disinteressato, che va per il mondo, paladino gratuito della causa della giustizia, senza nemmeno la speranza di condurre in isposa, come i compagni d’Artù, la bella principessa per cui ha dato il sangue, pago sin troppo di riportare alla terra natía il fiero orgoglio delle alte imprese compiute, ravvivato di quando in quando dal ricordo delle gloriose ferite.

Pure al Garibaldi che tornava in Italia manca un ultimo tratto, e disgraziatamente è un’ombra. L’America era stata per lui un’eccellente palestra per l’educazione militare, ma non fu, nè poteva essere, una buona scuola d’instituzione politica. Non era certo fra un popolo di passioni veementi, di fazioni perpetue, di rivoluzioni periodiche, dove ogni _caudillo_ che si mettesse a capo d’una masnada di _gauchos_ poteva usurpare la dittatura, salvo ad essere a sua volta rovesciato da un _caudillo_ più fortunato, che un giovane come Garibaldi poteva formare la sua mente politica ed educarsi al culto della legge, all’amore dell’ordine, al giusto concetto della libertà. Ingenuo, fantasioso, inesperto, era naturale che il suo spirito ricevesse come cera l’impronta del paese in cui aveva trovato un asilo ospitale, di cui amava la pittoresca natura e la razza valorosa, con cui aveva stretto sui campi di battaglia un patto indissolubile di fratellanza, e dove infine aveva udito per la prima volta, non più susurrar timidamente ne’ crocchi o nascostamente nelle congiure come in Italia, ma gridar altamente, ma difendere apertamente colle armi que’ nomi di patria, di libertà e d’indipendenza, che erano l’unico patrimonio politico della sua mente e l’unica religione del suo cuore.

Trascorsa metà della vita in una consuetudine ininterrotta di corsari, di soldati, di marinai e di pastori, senza ritemprarsi quasi mai nel contatto d’una società più colta e più civile; portato da’ suoi istinti selvatici, dalle sue abitudini marinaresche, dai suoi gusti solitari, e soprattutto dal suo prepotente bisogno d’indipendenza, a vagheggiare quei vasti deserti della Pampa che a lui ripetevano sulla terra un’immagine dei deserti dell’Oceano, e ad ammirare, fors’anco ad invidiare, la sorte dei suoi fieri abitatori; qual meraviglia che a’ suoi occhi il _gaucho_ rappresentasse il miglior tipo dell’uomo libero, ed egli s’abituasse a poco a poco a pensare, a operare, a vestire perfino come quella parte dell’umana famiglia in cui era cresciuto, e che un giorno ne portasse seco in Europa non solo le idee e le credenze, ma le costumanze e le foggie?!

[Illustrazione: CARTA DELL’URUGUAY]

Un _gaucho_ temprato da un innesto europeo e purificato da un alto ideale umano; un Artigas, meno i puntigli e la vanità; un Ribera, più il genio, il disinteresse e la fortuna: ecco il Garibaldi che l’America rinviava in Italia, e che il tempo e la civiltà potranno, in qualche parte, modificare, ma che resterà, ne’ suoi tratti caratteristici, immutato.