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CAPITOLO SESTO.

DA ROMA AL SECONDO ESIGLIO. [1849-1854.]

I.

A mezzogiorno del 2 luglio, non per anco entrati i Francesi in Roma, Garibaldi radunava sulla Piazza del Vaticano le milizie della sua divisione, e fatto formare il quadrato le arringava press’a poco così:[148]

«Soldati, io esco da Roma. Chi vuole continuare la guerra contro lo straniero venga con me. Non posso offrirgli nè onori nè stipendi; gli offro fame, sete, marcie forzate, battaglie e morte. Chi ama la patria mi segua.»

Strepitose acclamazioni a Garibaldi e all’Italia risposero al laconico appello; a seguirlo però non, si profferirono che al più tremila uomini;[149] i resti cioè della Legione italiana, buona parte della polacca e del battaglione Medici, grossi manipoli di finanzieri, di studenti e d’emigrati, i superstiti Lancieri di Masina, circa quattrocento Dragoni; ma dei Bersaglieri lombardi pochissimi.

Ma a lui, avvezzo alle _guerillas_ dell’Uruguay, paiono anche troppi. La sera del giorno stesso esce furtivo da Porta San Giovanni; e lasciando tutti incerti della sua mèta, s’incammina per la Tiburtina. Gli cavalca al fianco, in vesti virili, già incinta del quarto figlio, pronta a tutti i cimenti la sua Anita; gli fa da guida Ciceruacchio, fuggente esso pure co’ figli l’abbominio della vista straniera; l’accompagna Ugo Bassi, avido di martirio; ne seguono le sorti Sacchi, Marocchetti, Montanari, Hoffstetter, Cenni, Livraghi, Isnardi, Sisco, Ceccaldi, Chiassi, Stagnetti, Bueno, Müller, l’eletta de’ suoi ufficiali superstiti. Giunto in sull’alba del 3 a Tivoli, divide la sua truppa in due legioni, ripartita ciascuna in tre coorti, e affida il comando della prima legione al Sacchi; pone la cavalleria agli ordini del Bueno; dà l’unico cannone al Müller; compone il suo Stato Maggiore di: Marocchetti capo, Hoffstetter ufficial di dettaglio, Cenni aiutante di campo, Montanari, Torricelli, Stagnetti, e altri, ufficiali di ordinanza; nomina Gianuzzi e Fumagalli commissari alle proviande; fa sparger voce che mira al Napoletano. Al tramonto infatti, levato il campo, marcia buon tratto verso mezzogiorno; indi volge improvviso a settentrione, pernotta a Monticelli, e la mattina del 4 s’accampa a Monterotondo.[150]

Qual era pertanto il suo disegno? dove andava? a che mirava? Degli storici che abbiamo sott’occhi, l’uno gli attribuisce il pensiero di chiudersi a Spoleto, munitissima altura, e di continuare colà la resistenza; altri gli affibbia il proposito di sollevare le Marche e l’Umbria; altri di gettarsi in Toscana, e assalirvi gli Austriaci; questi di avviarsi a Venezia, quegli di rimeditare l’impresa del Regno; e in verità se egli volgeva in mente tutte queste ed altrettali cose, e se a tutte pareva ugualmente disposto, secondo le opportunità e gli eventi, una sola ne voleva chiaramente e saldamente: cadere ultimo; tener viva la fiamma finchè le bastasse soffio di vita; morire, se era d’uopo, avvolto tra i laceri brani della sua bandiera; ma non patteggiare collo straniero.[151]

Frattanto, facile a prevedersi, la persecuzione era già cominciata. L’Oudinot gli sguinzaglia contro due colonne, l’una delle quali guidata dal generale Molière gli dava la caccia fin sotto Albano; l’altra comandata dal Morris l’andava a cercare sulla via di Civita Castellana; il borbonico Statella gli moveva alle spalle dal Tronto; gli Spagnuoli di Don Consalvo appostati a Rieti gli sbarravano la destra; e gli Austriaci del D’Aspre, accampati nell’Umbria, l’aspettavano di fronte a Foligno e gli chiudevano le due vie di Perugia e d’Ancona. Come si vede, eran quattro eserciti che lo serravano da ogni parte entro una maglia di ferro, e guai se l’inseguíto sbagliava una mossa: era perso inevitabilmente. Ma l’inseguíto si chiamava Garibaldi; quella guerra l’aveva fatta dieci anni in America; si può quasi dire che l’aveva inventata lui; ed era bravo davvero chi lo coglieva. Levare il campo quasi sempre di notte, e mai ad ora fissa; marciare con pochi impedimenti; accampare nei luoghi nascosti; frugar senza posa il terreno d’ogni intorno; spinger scorribande in tutti i sensi; accennare ad una mèta e camminare improvviso per l’altra; partire ostensibilmente per la via maestra e fuori di vista scappar per le traverse; calcolare il tempo e studiare il passo come in un ballo; mangiar poco e in fretta, ma incettar viveri oltre il bisogno per parer più numerosi; aver per fede che con pochi valorosi si fa assai più che in molti timidi e fiacchi: ecco l’arte colla quale egli sperava di uscire anco quella volta dalla grande pania che gli era tesa; e forse lasciare ai quattro nemici che lo braccavano come belva un ricordo imperituro della sua arte. E questa arte egli non usò mai con tanta perfezione di disegno e di opera come in quella ritirata, capolavoro del guerrillero.

II.

Nel pomeriggio del 3 stacca la marcia da Monterotondo; il 6 è a Confine; il 7 a Poggio Mirteto; l’8 a Terni, dove s’incontra col colonnello Forbes, che viene a portargli una colonna di ottocento uomini, resti di molti corpi sbandati nella campagna, e due altri pezzi di cannone.

Ma Terni è centro di cinque vie; per essa si può tanto salire a Foligno, quanto ridiscendere a Rieti; come voltare per Narni e Viterbo, come salire a Todi e Perugia; quale sarà la buona? Garibaldi non cerca a lungo. Lancia in ogni passo scorribande per ingannare gl’inseguenti; spinge un’avanguardia di cavalli fino a San Gemini sulla strada di Todi e il dì appresso (9 giugno) vi si conduce egli stesso col grosso del corpo. Colà però l’orizzonte comincia a intorbidarsi.

Troppo facile batter le mani da Piazza Vaticana, al programma «fame, sete, battaglie;» ma eseguirlo giorno per giorno, punto per punto, qui la difficoltà, hoc opus, hic labor, e s’intende che nemmeno a tutti coloro cui bastava l’animo bastasser parimente le forze. Tanto più che, sarebbe vano nasconderlo, della gente che Garibaldi traeva seco non tutti certamente erano quel fiore d’eroi, e quella quintessenza di galantuomini che il Capitano nella credula mente aveva sognato. Molti aveva spinto sotto le sue insegne indomito amor di patria, o innocente vaghezza di avventure, ma non pochi altresì la vita famelica e disperata, la gola di bottino, la speranza di pescare nel torbido, o perdersi nel fosco; se pur, a dir tutto, non v’era taluno cui non era discaro di coprire col camiciotto del volontario qualche vecchia e incomoda magagna di polizia.

Però nulla di più naturale che sintomi di scoramento, di stanchezza e d’indisciplina fossero apparsi nelle file sin dai primi giorni; che le diserzioni prima a frotte, poi in massa, fossero già cominciate e andassero crescendo; che i reati di violenza, di ladroneccio, d’insubordinazione sempre più spesseggiassero, e malgrado la espressa volontà del capo di reprimerli energicamente, non fossero sempre scoperti e puniti; che infine, per tutte quelle cagioni che erano inseparabili da siffatta impresa, la colonna ne restasse ogni giorno più assottigliata, indebolita e scompigliata.

Aggiungasi che le popolazioni sobillate da chierici venivano manifestandosi sempre più ostili; sicchè grande la difficoltà di procacciarsi viveri, ricoveri, guide, notizie, quanto ad una truppa in guerra, specie a quella, sarebbe stato indispensabile; impossibile poi ottenere checchessia da frati e monache, che sbarravano in faccia ai Garibaldini le porte de’ loro conventi, li accoglievano talvolta a schioppettate, sguinzagliavano contro di loro, come in quel di Todi, persino i mastini di guardia; rendevano necessari castighi e rappresaglie, che di contraccolpo inasprivano i conflitti e assiepavano di nuovi triboli e maggiori perigli la via già tanto tribolata e perigliosa. Infine, cosa più grave, due dei quattro inseguenti s’avvicinavano a gran passi, e il terreno sul quale Garibaldi poteva manovrare andava sempre più restringendosi. Concordi notizie infatti recavano che da un lato i Francesi del Morris erano già mossi da Viterbo in marcia per Orvieto, e che dall’altra gli Austriaci concentrati a Foligno, come annunziava in un suo bando il generale Stadion, si preparavano a marciare su Todi, «per ridurre al dovere le masnade che infestano le terre occupate dalle vittoriose armi dell’Impero.» Ora, chi pensi che Todi è quasi al centro del trivio Orvieto-Perugia-Foligno, intenderà quanto fosse arduo il problema che a Garibaldi veniva imposto. Se marciava per la via di Foligno o di Perugia, dava di cozzo negli Austriaci; se per l’altra d’Orvieto, andava ad urtar nei Francesi; se fermava il campo a Todi, rischiava d’averli sulle spalle entrambi. Tutto considerato, non gli restava sui nemici che un vantaggio di poche miglia e di poche ore; e avendo indovinato che in quelle poche ore e in quelle poche miglia stava la salvezza, se la conquistò da par suo. Manda a scorazzare la strada di Foligno per far credere che egli mira di là; spedisce il Müller con i suoi cavalli scortato da una compagnia della Legione a perlustrare i dintorni d’Orvieto, coll’ordine di spingere esploratori fin sulla strada Montefiascone-Viterbo; seppellisce i due cannoni del Forbes e non serba che il cannoncino di montagna; e quando è assicurato dai suoi scorridori che i due nemici sono tuttora tanto lontani da potervi scivolare in mezzo, lascia Todi la sera del 12, passa il Tevere a Ponte Acuto, e s’incammina per Orvieto non tuttavia per la maestra, ma per la viottola più montuosa ed obbliqua di Brodo, dove nella giornata del 13 pianta il campo. E Brodo, basta un’occhiata alla carta per accertarsene, offriva ancora un altro grandissimo vantaggio: lo allontanava d’una tappa così dai Francesi come dagli Austriaci, senza scostarlo per questo dalla Toscana, sua mèta; verso la quale era sempre libero di camminare, sia per la grande strada Orvieto-Siena, sia per Val di Chiana, per mezzo della quale poteva sbucar sotto Arezzo.

Ma il 13 sera, essendosi per altre perlustrazioni accertato che il generale Morris era ancora lontano, si decide a staccare la marcia per Orvieto, presso la quale città giunge sul mattino del 14. Quivi però, saputo che i Francesi avevano ordinato quattromila razioni di pane, segno della loro vicinanza, e visto l’animo ostile degli Orvietani che per prima accoglienza gli serrarono le porte in viso, decide saviamente di tornare all’aperto, prendendo, per ogni evento, una buona posizione a cavaliere della strada di Ficulle, verso cui s’incamminava. A sera però gli Orvietani, ridesti da una scintilla di patriottico pudore, apersero le porte, cedettero a Garibaldi il pane destinato ai Francesi, e vollero essi pure festeggiare il famoso uomo che consentì a salire in città. Ma non per questo egli s’indugia, e nel pomeriggio del 15, mezz’ora prima che i Francesi entrassero in Orvieto, aveva già levato il campo e marciava di buon passo verso Ficulle. Vi arriva a sera; e a ciel sereno, in un bel prato, una fresca fontana poco lunge, la moglie accanto, le stelle sul capo, i nemici d’ogni intorno, ma sempre la speranza nel cuore, si accampa e riposa. Non perde però tempo: i Francesi lo serrano alle calcagna da Orvieto; gli Austriaci gli muovono novamente incontro da Perugia, e bisogna studiare il passo.

Parte la mattina del 16; fatte poche miglia, abbandona la strada maestra e si butta a Sole, dove rifiata poche ore; la notte del 16, per alpi disabitate e sentieri impervii, sotto una pioggia dirottissima e in mezzo a tenebre fitte guadagna tuttavia il confine toscano e giunge al mattino del 17 a Cetona; dove la popolazione, cosa rara, gli muove incontro festosa, onde, nota l’Hoffstetter, «fu quella la prima volta che la brigata, dacchè era uscita da Roma, dormì acquartierata.» Ma _uno avulso non deficit alter_: liberatosi da uno dei persecutori, perchè i Francesi non possono sconfinare in Toscana, gliene restano sempre di fronte altri due: gli Austriaci che scendono da Perugia a sbarrargli il passo; e i Toscani che tenevano presidii tra Sarteano e Chiusi e potevano, se non arrestarlo, impacciare i suoi movimenti e molestarlo.

Pure non se ne sgomenta. Fortificatosi a Cetona, circondati i suoi fianchi d’imboscate, coperte le sue spalle di pattuglie, manda celeremente una grossa squadriglia a battere la strada Sarteano e Chiusi, e quando gli riportano d’averne snidati e messi in fuga pochi Toscani[152] ivi appiattati, ripiglia la marcia; dorme il 17 a Sarteano; entra il 18 a Montepulciano, dove uomini, donne, frati, fanno a chi più lo colma di cortesie, di carezze, di banchetti; e dove, esaltato probabilmente da quelle accoglienze strepitose, pubblica un ardente manifesto ai Toscani, col quale li invita ad insorgere contro la tirannide domestica e straniera. Fu però l’illusione d’un istante: l’appello si perdette nella profonda indifferenza delle popolazioni, come un tizzone in un’acqua morta; e Garibaldi, presago oramai di quello che l’attendeva in Toscana, ma parato ad ogni fortuna, continua il suo fatale cammino.

Giunto però sull’albeggiare del 20 a Torrita, prende una grande risoluzione! Visto l’effetto del manifesto di Montepulciano, e forzato da troppi indizi a convenire, che se mai v’era cosa, in quei giorni, impossibile era un’insurrezione toscana, delibera istantaneamente di mutar obbiettivo e schacchiere, di abbandonare al più presto il Granducato e il centro d’Italia e di prendere per nuova mèta l’Adriatico e Venezia! A che pro infatti sforzarsi a galvanizzare de’ popoli morti, se Venezia viveva ancora? Perchè ostinarsi a suscitare da ceneri estinte l’incendio? Là sulla Laguna ardeva sempre quel grande focolare, in cui si concentrava ancora quanto di fuoco esisteva in Italia! Venezia era tutto per Garibaldi! A Venezia l’Italia; a Venezia la libertà; a Venezia l’onore; a Venezia la guerra; a Venezia infine due campi: la terra per il soldato del 30 aprile, il mare per l’ammiraglio di _Las Cruces_; due campi a lui famigliari come all’anfibio i meandri del suo fiume e i recessi delle sue rive, e nei quali egli poteva ancora, favorendo la fortuna, rinnovare i prodigi di Montevideo, e colla duplice natura donatagli da Dio servire due volte la patria.

Però fin da quel giorno Garibaldi ha già fermato il suo piano: salire fin presso Arezzo; passare, riguadagnando qualche marcia sui Tedeschi, dal Subapennino al grande Apennino; scendere tra Pesaro e Ravenna all’Adriatico; imbarcarsi nel punto più opportuno e veleggiare per Venezia.

III.

E con tale proposito parte per Foiano, dove sosta alcune ore; alle 5 di sera del 21 luglio traversa la Chiana e arriva a Castiglion Fiorentino; ivi, acchiappato un cacciatore tirolese travestito alla contadina, gli scopre indosso un biglietto che il Comandante di Perugia scriveva al Comandante d’Arezzo, per dirgli che in quella notte gli arriverebbero in Arezzo altre quattro compagnie; non fucila perciò il messo, ma fa tesoro dell’avviso e stende le sue reti per cogliere di sorpresa l’annunciato nemico. Disgraziatamente il rinforzo austriaco si arresta a Cortona; e Garibaldi, giudicando imprudenza aspettare di più, muove con tutta la sua gente per Arezzo, in faccia alla quale arriva sul mattino del 21 ed a cui manda a chiedere transito, viveri e quartiere per un giorno. Ma gli Aretini, soffiati dal bernesco Guadagnoli che dipinge i Garibaldini come un’orda di scampaforche e di saccomanni, sbattono loro le porte sul viso; i contadini, ancora ossessi dallo spirito reazionario d’Aprile, corrono alle armi per respingere i diabolici invasori; la poca truppa austriaca di guardia, forse un cento di uomini, sta di rinfianco; e Garibaldi, cui non conviene indugiarsi a combattere, è costretto ad appagarsi de’ viveri e a serenar sotto le mura. Pure non è ancora quello il pericolo maggiore; il pericolo sta nelle colonne austriache che lo premono da ogni parte, e possono in poche ore aver chiuso il loro anello di ferro e tolto ogni scampo. Infatti da occidente avanza per la strada di Siena-Arezzo l’avanguardia del Stadion; da mezzogiorno salgono quelle quattro compagnie che vedemmo a Cortona; a settentrione occupa Anghiari con una seconda colonna veniente essa pure da Toscana l’arciduca Ernesto; da oriente infine altre colonne, spiccate da Rimini e da Pesaro, convergono tutte verso il medesimo punto, e compiono il cerchio. Ma Garibaldi vegliava, e affidatosi ancora al suo infallibile talismano del moto perpetuo, abbaglia, stanca, confonde con innumerevoli andirivieni a destra, a manca, alla fronte, alle spalle, il suo quadruplice nemico;[153] e colto il tempo e la mossa, come uno schermidore, spianta le tende da Arezzo, lascia che la sua retroguardia baratti alcune schioppettate colle punte d’avanguardia del Stadion arrivata per l’appunto, volta rapido per Monterchi, a metà cammino tra Arezzo e Città di Castello; vi riposa tutto il 23; e la notte fa un celere fianco sinistro e va, per i più aspri sentieri della montagna, a piantare il campo sulle alture di Citerna.

Il luogo alpestre munito dalla natura, la sua postura al centro del quadrivio pel quale s’avanzava il nemico, lo rendono adatto così ad esplorare gran tratto di paese ed a difendersi da forze superiori, come a dare alle colonne, decimate e affrante, un po’ di quel riposo, di cui avevano tanto bisogno: e Garibaldi se ne fa un campo trincerato e vi dimora parte del 24 e tutto il 25. Ma in sulla sera del dì stesso, avvertito da’ suoi esploratori che l’arciduca Ernesto era già coll’avanguardia a Borgo San Sepolcro e che le altre due colonne gli si serravano addosso da Arezzo e da Città di Castello, non s’indugia più oltre e risolve estemporaneamente il passo decisivo. Lancia sulla strada di Città di Castello forti pattuglie per trarre i nemici nell’inganno che egli volesse aprirsi il varco per quella via; ne spinge altre verso Borgo San Sepolcro col medesimo intento; e lasciando gli Austriaci scaramucciare colla sua retroguardia, che essi scambiano per la sua avanguardia, ripassa, notte tempo, il Tevere presso Borgo San Sepolcro, scende a San Giustino e vi riposa la notte del 26; poi allo spuntar del giorno intraprende la salita del monte Luna, in cima dell’Apennino centrale, il sommo dell’arco che egli descriveva. «La strada (dice il Carrano, traducendo l’Hoffstetter[154]) la strada corre su pel monte per molte giravolte. Per queste andava l’assottigliata schiera, quasi segnando grandi spire fino alla sommità. Cavalcava innanzi il Garibaldi colla sua moglie e collo Stato Maggiore in mantelli bianchi: seguivano i pochi Lancieri dell’estinto Masina; poi l’altra cavalleria a due a due, i cui piccoli cavalli montavano nitrendo e sbuffando; poi i saccardi[155] che si cacciavano innanzi non meno di quaranta muli carichi di salmerie, gridando, bestemmiando, scudisciando; veniva appresso una mandra di buoi bianchi dalle grandi corna e ricurve; seguiva poco discosta la prima legione, condotta dal Sacchi, che si distingueva per i cappelli puntuti alla calabrese; poi veniva il piccolo cannone tirato da quattro cavalli; poi la seconda legione, guidata dall’inglese Forbes, in camiciotti di tela; in ultimo, uniti a pochi finanzieri, i superstiti Bersaglieri del Manara. In tutto non erano più di duemila uomini, disposti a far fronte in dietro a ogni momento per respingere i sempre aspettati assalti del nemico; e serenarono sulla vetta del monte.»

IV.

All’alba del dì seguente la colonna comincia la discesa del versante opposto e seguendo, giù sempre per profondi e selvosi burroni, il corso del Metauro, andò a sostare, verso le dieci del mattino, nel villaggio di Mercatello. Sennonchè alcuni scorridori inviati di colà, costume solito, a perlustrare la strada, riportano che una colonna austriaca proveniente da Pesaro è presso a Sant’Angelo in Vado; mentre altri messaggi, da altre bande, recano che altre colonne occupano già Borgo San Sepolcro, Pieve Santo Stefano e Sestino, vale a dire tutti i passi di Toscana e di Romagna. Nuova stretta, nuova strategica per uscirne; la prima idea di Garibaldi fu di assalire la colonna di Sant’Angelo in Vado e di aprirsi la strada all’Adriatico colla baionetta; ma poco stante, meglio esplorate le posizioni e la forza del nemico, mutò divisamento. Dappoichè suo scopo non era tanto combattere quanto arrivare, apposta un forte distaccamento a guardare Sant’Angelo in Vado; un altro ne lascia a Mercatello a tener a bada il nemico che s’avanza da Sestino; indi per un sentiero di montagna, poco prima scoperto, spunta col grosso della colonna la posizione di Sant’Angelo in Vado, trapassa dalla Valle del Metauro in quella del Foglia, traversa questo torrentello, continua per Macerata Feltria, dove la sera del 29 s’accampa. Era scampato da un altro frangente; aveva girato a destra un’altra volta il nemico, in quella ultima con qualche perdita materiale e con maggior danno morale.

Infatti il distaccamento Dragoni lasciato a guardia di Sant’Angelo, sorpreso, per negligenza sua, da uno squadrone d’Ussari, va in rotta così precipitosa, che Anita stessa, la quale cavalcava alla retroguardia, frustava i fuggenti collo scudiscio e li apostrofava col nome di codardi. E il fatto sarebbe stato per sè solo insignificante, se l’effetto del brutto esempio non si fosse ripercosso in tutta la colonna, e non avesse dato a quelle milizie già scorate, sfinite e decimate ad ogni ora dalle diserzioni e dalle malattie, un colpo mortale.

Oltre di che gli Austriaci ebbero il modo di scoprire più prontamente la direzione della colonna principale e di ritornare novamente sulle sue orme. E, come dicemmo, la colonna principale fin dalla sera del 29 era già a Macerata Feltria accampata in buona posizione colla fronte a Sant’Angelo; i fianchi ben guardati; numerosi fuochi al bivacco ostentati ad arte e tenuti vivi tutta notte, affinchè il nemico s’addormentasse nella sicurezza che anche il campo garibaldino dormisse. Ma i fuochi ardevano tuttavia, e Diana non era ancora apparsa sull’orizzonte, che Garibaldi, fatti sfilare innanzi gli impedimenti, spianta, in men che non si dica, l’accampamento; sempre pei calli più dirupati e nascosti guadagna verso il mezzodì del 30 le alture di Carpegna, ne riparte sul vespro, traversa la Valle del Conca, rifiata alcune ore in un bosco, e al tocco dopo mezzanotte ripiglia la marcia alla volta di San Marino.

A San Marino. E perchè? Qual fine lo guidava? Quali speranze aveva egli fondate, Garibaldi, sopra la famosa Repubblichetta rimasta dai giorni dell’Alberoni inviolata? Mirava egli soltanto a guadagnar tempo ed a transitare per il suo territorio, o ne sperava qualcosa di più? Ma non sapeva dunque che San Marino era Stato neutrale e che le leggi della neutralità vietano il passo a gente armata, in guerra con Stati amici? O si lusingava forse che, trattandosi di soldati perseguitati e infelici d’una Repubblica sorella, il Governo di San Marino avrebbe fatto uno strappo anche alla sua Costituzione, e non che aperto le porte della sua capitale, aiutati, se occorreva, i fratelli che vi si rifugiavano?

Forse sì! Chi conobbe Garibaldi sa che nessuna idea durò mai maggior fatica a entrare nel suo cervello, dell’idea di legge. Egli è morto, certamente, senza intendere, soprattutto senza essere persuaso, che la legge è vincolo inviolabile, universale, uguale per tutti, e perenne, finchè un’altra legge, allo stesso modo deliberata da un legislatore altrettanto legittimo, non l’abbia abrogata e mutata. Per lui non vi furono mai altre leggi che quella della sua coscienza; e tutte le volte che egli trovò sul suo cammino la legge civile, se n’ebbe la forza la infranse, se no ne subì il giogo; ma giudicandola in cuor suo una violenza e una tirannía. Epperò la legge della neutralità di San Marino che cos’era ella mai in faccia a quell’altra gran legge superiore, che impone a tutti di soccorrere la virtù sventurata e di proteggere i deboli perseguitati; od al cospetto di quell’altro dovere d’un ordine meno alto, ma non meno imperioso, che prescrive a tutti gl’Italiani, e i Sanmarinesi lo erano bene, di difendere i loro fratelli di patria contro lo straniero? Per questo, senza affermarla recisamente, ripetiamo l’opinione nostra che la prima idea, onde Garibaldi fu mosso verso San Marino, fu quella di chiedere alla Repubblica, se non propriamente un’alleanza pubblica, una complicità segreta; e che soltanto più tardi, forzato dagli eventi, mutò i suoi propositi e moderò le sue pretese.

V.

Ma che non gli restasse più oramai altro rifugio fuorchè il Titano, lo dimostra da sè solo il fatto che se un altro ne fosse esistito, egli l’avrebbe scoperto. Oramai la sua non era più una ritirata: era una fuga; fuga di leone ferito che si rivolta di tratto in tratto, e mostra le zanne al branco dei cacciatori che lo persegue, ma fuga irreparabile. La colonna austriaca girata a Sant’Angelo in Vado, appena scoperta la sua direzione, gli si era posta tostamente alle calcagna; la colonna dell’arciduca Ernesto continuava ad inseguirlo dal lato opposto; un’altra colonna era già in moto da Rimini; San Marino era, può dirsi, circondato, e non lasciava più altro spazio di mezzo, se non quello per l’appunto che occorreva alla colonna Garibaldi per continuare a fuggire. Ed anche il fuggire diveniva d’ora in ora più difficile. Le retroguardie garibaldine toccavano quasi l’avanguardia degli Austriaci; e uno scontro era imminente. Garibaldi però studiava il passo; e la sera del 30 luglio, giunto a poche miglia dal Titano, spediva innanzi il Padre Ugo Bassi per chiedere al Governo della Repubblica il passaggio della colonna sul territorio sanmarinese, e i viveri occorrenti. Il Primo Capitano Reggente Belzoppi accolse benignamente l’oratore; ma rispose che i doveri della neutralità gli vietavano assolutamente di assentire alla prima sua domanda: «Quanto ai viveri era questione d’umanità, e se le truppe di Garibaldi avevano fame, la Repubblica le avrebbe fornite del necessario; all’indomani, però, ed al confine, che non dovevano in qualsivoglia caso oltrepassare.»

Il Bassi accettò per conto suo i patti; ma ripartito per riferirli al suo Generale, lo trovò già in cammino. Gli Austriaci infatti, raggiunta la retroguardia garibaldina, l’avevano attaccata, e poichè ormai lo sconforto e la demoralizzazione avevano spento ogni valore, messala facilmente in rotta, mietendone feriti e prigionieri e togliendo loro l’unico cannoncino, che scaraventano, grande trofeo e grande vendetta, in un vallone. Allora il Condottiero si persuase che tutto era finito, e senza aspettare nemmeno la risposta del Bassi, si decise a varcare il confine della Repubblica; e alle 7 antimeridiane del 31 luglio giunse sotto le mura di San Marino. Grande al suo apparire fu l’allarme de’ Sanmarinesi; ed altro non potendo, inviarono a Garibaldi per intimargli non oltrepassasse la porta della città. E di ciò furono paghi incontanente, chè Garibaldi stesso si pose in faccia alla porta per impedire alle sue truppe sopravvegnenti che passassero oltre, ordinando loro s’arrestassero nel Borgo e nel Piazzale esterno, chiamato lo Stradone. Ma circa alle 9 del mattino stesso avendo il Reggente mutato consiglio e invitato Garibaldi a salire in città, questi non se lo fece ripetere; e cavalcato più che frettoloso al palazzo della Reggenza, vi trovò il Belzoppi disposto a qualsiasi transazione potesse conciliare la dignità e la incolumità della Repubblica coi doveri dell’asilo e dell’umanità. Però neppure il Condottiero fu esigente. «Solo una forza maggiore della mia volontà, disse, mi costrinse a violare il territorio della Repubblica; non chiedo per me e la mia gente che il vitto quotidiano e un temporaneo rifugio. Quanto alle armi siamo pronti a deporle, se il Governo di San Marino s’impegna a farsi nostro mediatore presso i Comandanti austriaci, e ottenerci salve la vita e la libertà.»

E il Reggente assentì a tutti i patti; accettò il mandato della mediazione, assicurò de’ viveri, e null’altro scambio richiese che una rigorosa disciplina ai soldati e la sicurezza delle persone e delle sostanze. «Ed io vi ringrazio (replicò Garibaldi), e vi prometto che nella breve mia sosta, _se i Tedeschi non mi attaccano, io non li attaccherò_.» Così accommiatatosi, andò a prender stanza nel convento dei Padri Cappuccini, posto fuori della città in un luogo alto, pittoresco e strategico insieme, d’onde poteva dominare tutti gli accessi della città. Ivi Garibaldi, fatto sgombrare il convento dai soldati che vi si erano arbitrariamente acquartierati, e raccomandato loro con severe parole la disciplina, il rispetto alle persone e alle cose, comminando la fucilazione a chiunque vendesse oggetti d’equipaggio e d’armamento; si ritrasse a scrivere l’ordine del giorno ormai noto, col quale scioglieva la sua colonna e lasciava libero ognuno di tornar alla vita privata:

«San Marino, 31 luglio 1849.

Soldati (egli diceva), noi siamo giunti sulla terra di rifugio, e dobbiamo il miglior contegno ai nostri ospiti. In tal modo noi avremo meritato la considerazione che merita la disgrazia perseguitata. Da questo punto io svincolo da qualunque obbligo i miei compagni, lasciandoli liberi di ritornare alla vita privata, ma rammento loro che l’Italia non deve rimanere nell’obbrobrio, e che meglio è morire che vivere schiavi dello straniero.»

VI.

Intanto il Governo di San Marino faceva il primo passo per ottenere dall’Autorità austriaca i patti da Garibaldi richiesti. E poichè noi troviamo di que’ negoziati ampio ragguaglio nello scritto d’un Aretino, reazionario nell’anima, ma che, per la sua qualità di consultore militare della Repubblica di San Marino, potè attingere le prove de’ particolari narrati a fonti sicure, e come suol dirsi, ufficiali; così cediamo a lui per breve tratto la cura del racconto.[156]

«Frattanto, la Reggenza aveva spedito al general maggiore De Hahne, a Rimini, il segretario generale di Stato consigliere Giovanni Battista Bonelli, e il tenente Giovanni Battista Braschi al generale maggiore arciduca Ernesto, che inoltravasi nella direzione di Fiorentino, con incarico di partecipare l’accaduto agli austriaci duci, di scandagliarne le intenzioni e d’intercedere una capitolazione a favore di Garibaldi. Il tenente Braschi, che per la fretta aveva lasciato d’indossare l’uniforme, videsi arrestato dai Bersaglieri imperiali della prima linea, e a stento, mostrando il dispaccio e declinando la qualità di parlamentario, potè giungere sino al Vascone di Fiorentino, ove incontrò l’Arciduca con duemilacinquecento uomini trafelati dal caldo, esasperati dalle inutili marce, e impazienti di combattere e terminare con una decisiva fazione la disagiosa campagna.

»Rassegnato il dispaccio al Principe, il nostro Inviato pregavalo di avere commiserazione di quelle bande, accordando loro men dure condizioni, ed a risparmiare il terribile flagello della guerra all’innocente Repubblica. Rispondeva l’Arciduca che, operando in nome del Sommo Pontefice contro i nemici del Governo legittimo, non poteva concedere ad essi loro altre condizioni che la resa assoluta alla grazia del loro Sovrano; e in questo senso scriveva su due piedi col lapis alla Reggenza. Prometteva bensì che avrebbe risparmiato lo più possibile la Repubblica, e che a di lei riguardo non avrebbe ingaggiato mai per primo il combattimento.

»Interrogava poscia l’Ambasciatore dove fosse il confine sanmarinese, e all’udire che lo aveva già passato mezzo miglio indietro, mostravasene dolente, e scusavasene col dire: che non avendovi trovato nè guardie nè segni (nella credenza che la Repubblica non si estendesse al di là del monte Titano, ed inseguendo un nemico che andava sempre innanzi quasi fosse in casa propria), non aveva nemmeno sospettato di calcar già il suolo repubblicano. Però, onde evitare che la colonna, inoltrantesi per Monte Maggio, incorresse in pari errore, faceva dar subito nelle trombe, e quella fermavasi e non incedeva più oltre.

»La promessa ottenuta dal Braschi era tranquillizzante, ma il rifiuto di accordar condizioni alle truppe garibaldine poteva spingerle a qualche atto disperato, e questo renderla vana. Ciò temè la Reggenza, allorchè conobbe la risposta del Principe, e più allorchè conobbe in qual modo era stata accolta da Garibaldi. Egli infatti aveva respinto disdegnosamente la resa a discrezione, ed erasi accinto alla difesa piuttostochè sottomettervisi, disponendo le sue genti nell’orto dei PP. Cappuccini, nella Murata dei PP. MM. Conventuali e negli altri siti propizi all’ardito divisamento.

»In tanto frangente, a ore 4 pomeridiane spedissi di nuovo il Braschi all’Arciduca, latore di una lettera, con cui la Reggenza informava l’Arciduca stesso del rigetto della proposta dedizione incondizionata da parte di Garibaldi, e dell’assunta minacciosa attitudine. — Questa volta alla Cella del Sirone gli Austriaci bendarono il Braschi, e così bendato il guidarono al Vascone davanti al Principe, il quale cortesemente trattollo, e fecegli intendere che, se la città avesse per brevi istanti tenuto fermo impedendo ai Garibaldini di rifugiarvisi, egli in brevi istanti avrebbeli avviluppati e distrutti. Ma il Braschi gli fece saviamente osservare, che la città mancava di difensori, che le mura erano in varii punti di facile accesso, e che i Garibaldini, astretti da lui ad abbandonare le posizioni esterne, vi si sarebbero introdotti e avrebberle cagionato infiniti guai. L’Arciduca parve soddisfatto dalle addottegli ragioni, e nel congedare il Parlamentario, reiterò l’assicurazione di non attaccare quando non venisse attaccato.

»Poco mancò d’altronde che l’Inviato non restasse vittima del falso allarme, che mise repentinamente in moto il campo garibaldino mentre ei tornavasene in città, e poco mancò che l’assicurazione non cadesse di subito a terra a cagione dell’allarme medesimo. È da sapere che i Garibaldini, supponendosi assaltati, occuparono in un attimo tutte le alture, rafforzarono i posti avanzati e si prepararono a respingere la sognata aggressione, e che il Braschi ebbe a rimanere offeso dalle palle di alcuni di loro, che tiravano non si sa a chi.

»L’affare diventava ognor più imbarazzante pel Governo, e da un momento all’altro poteva avvenire uno scontro d’armi esiziale per la Repubblica. L’unica speranza di salute era omai riposta nel segretario Bonelli mandato a Rimini, nè tale speranza, la Dio mercè, andò fallita. Imperciocchè il De Hahne mostrossi fin da bel primo meno avverso dell’Arciduca a secondare le premure del Governo sanmarinese, e finì coll’aderirvi, incaricando il primo tenente Adolfo De Fidler di portarsi sul Titano insieme al nostro Diplomatico, e munendolo dei poteri necessari onde stipulare coll’Eccelsa Reggenza una Convenzione in proposito, salva l’approvazione del generale di cavalleria Gorzkowsky comandante in capo.

»Era sul fare della sera, quando il Bonelli, il menzionato uffiziale ed un’ordinanza giunsero presso al borgo di San Marino, e poichè quei di Garibaldi allarmaronsi scorgendo delle uniformi bianche, il Segretario si fe’ avanti, espose ad un uffiziale l’oggetto della venuta di quegli Austriaci, e potè liberamente passar oltre ed entrare coi medesimi in città. Ivi il reggente Belzoppi e il tenente De Fidler segnarono un atto intitolato: _Condizioni per accettare la mediazione del Governo legittimo della Repubblica di San Marino riguardo alla truppa comandata da Garibaldi_, il quale venne tosto recato dall’Austriaco al proprio Generale a Rimini, e dalla Reggenza partecipato all’Arciduca e a Garibaldi.

»Giusta l’atto stesso, le armi e la cassa della Banda garibaldina dovevan consegnarsi ai Rappresentanti della Repubblica e da essi all’Autorità militare austriaca; — la Banda doveva sciogliersi, e i di lei membri, divisi in piccioli drappelli, dovevano portarsi sino alle rispettive provincie e quindi rimandarsi liberi e sicuri alle loro case, non rimanendo soggetti che alle conseguenze dei delitti comuni; — la Repubblica doveva indennizzarsi delle straordinarie spese con cavalli ed altri oggetti alla Banda appartenenti: — Garibaldi, la sua moglie e qualunque della famiglia doveva ricevere un passaporto, coll’obbligo sulla parola d’onore di trasferirsi in America; — fino alla sanzione della Convenzione per parte del generale Gorzkowsky residente a Bologna, i Garibaldini non dovevano passare in nessun luogo i confini repubblicani, nè dovevano farsi scambievolmente ostacoli od attacchi; — e per garanzia del mantenimento di tali patti, dovevano mandarsi al Quartier generale a Rimini, l’indomani a mezzogiorno, colla risposta due rappresentanti sanmarinesi e due uffiziali superiori garibaldini in qualità di ostaggi.

»Queste furono le condizioni che poteronsi ottenere, nè erano da disprezzarsi affatto, considerata la spinosa situazione in cui trovavasi il Garibaldi. Egli all’invece ne ascoltò la lettura in aria piuttosto sdegnosa, ne chiese copia per sottoporla allo Stato Maggiore e disse al Reggente: — Quando avrò udito il parere del Consiglio, vi renderò noto se le accetto o le rifiuto; ma in ogni caso non mi scorderò mai di ciò che avete fatto a pro di me e de’ miei sventurati amici. — Sembra d’altro lato (da quanto si è ricavato dipoi) che non gli piacesse il patto di tornare in America, nè la esclusione dei delitti comuni dall’amnistia, perchè quelli tra i suoi uomini che ne erano macchiati non avrebbero potuto goder completamente del di lei beneficio; e sembra che peculiarmente temesse la niegativa del Gorzkowsky di ratificare la Convenzione, e d’essere infrattanto accerchiato per modo da doversi arrendere a discrezione. Fors’anche Garibaldi non ebbe mai in animo di accettare condizioni, e forse ne mostrò desiderio sol per acquistar tempo ed aver agio di sottrarvisi colla fuga.»

VII.

E qui il cronista s’inganna; e l’Hoffstetter, che ci riferì i pensieri del Generale nell’ultima ora, ce ne fa fede. Temeva, bensì, che tutto quel temporeggiamento fosse un agguato; dubitava, è vero, che il Gorzkowsky non fosse per ratificare la Convenzione; ma il sentimento che sopra tutto lo dominava, era la ripugnanza di scendere a patti collo straniero. Gli eroi son fatti così: è sempre un affetto, spesso una chimera dell’anima loro che li muove; la considerazione dei pericoli, dei danni, dei vantaggi non entra che dopo, spesso assai tardi, nei loro giudizi, ma non ne è mai il primo e precipuo movente. Però Garibaldi ha risoluto: verso le undici della sera chiama i migliori suoi ufficiali e i pochi suoi fidi, e svela loro l’incrollabile suo proposito di sottrarsi ancora una volta ai patti dello straniero. «A chi vuol seguirmi, soggiunge, io offro nuove battaglie, patimenti, esiglio; patti collo straniero mai.» Le parole cadono come stille roventi sull’animo degli ascoltanti; ma a pochi, ed è naturale, bastarono l’animo e le forze di ascoltare il nuovo appello. Non sono più di duecento quelli che paiono disposti a seguirlo; ma Garibaldi non li conta; lo segue inseparabile, indomita, pronta a tutti i rischi, la sua Anita; l’accompagnano ancora Ugo Bassi, Ciceruacchio, Forbes, Ceccaldi, Liveriero e Livraghi; ed egli allo scoccar della mezzanotte, preceduto da tre guide paesane per l’unico sentiero di montagna che ancora rimanga aperto, scende il Titano; guizza non visto tra le scolte nemiche; traversa la Marecchia; passa Montebello; e camminando tutta la giornata del 1º agosto, verso le dieci di sera penetra improvviso a Cesenatico, sulla spiaggia di quel mare che era da dieci giorni la mèta del suo cammino. E ben s’intende che colà non perde tempo. Fatti prigionieri i Carabinieri e i pochi soldati austriaci colà sorpresi, s’impadronisce di tredici bragozzi chiozzotti, vi imbarca durante la notte la sua gente e i prigionieri, e allo scoccar delle sei con vento in poppa veleggia arditamente verso Venezia.[157]

La sorpresa, l’affaccendamento, l’affanno degl’Imperiali all’annunzio della sparizione di Garibaldi da San Marino sono indescrivibili. Il generale Hahne di Rimini ne accusa il Governo sanmarinese, che a stento riesce a farsi riconoscere innocente. Il Gorzkowski dirama da Bologna un bando selvaggio, in cui era minacciato di fucilazione immediata chiunque soccorresse quei «masnadieri fuggiti alla galera ed alla corda;» e aggiungevasi tra gli altri contrassegni per iscoprirli, «che v’era con Garibaldi una donna incinta da sei mesi.[158]»

I Governatori di Cesenatico e di Rimini mandano rapporti su rapporti in cui vedono il fantasma di Garibaldi dappertutto, ingrossano colla fantasia il numero de’ suoi seguaci, narrano in suono lamentoso i particolari della sua fuga e del suo imbarco; mentre nuove truppe sono in moto da Rimini per riacchiapparlo a Cesenatico (vi arrivarono, ahimè! un’ora troppo tardi), da Ferrara per impedirgli lo sbarco nell’Estuario, da Forlì per vietargli la Romagna; infine da Brondolo una squadra di quattro legni da guerra per affrontarlo in mare, e averlo nelle mani o vivo o morto.

In sulle prime al fuggitivo arrise col vento la fortuna; ma verso sera, rinfrescato il vento e ingrossando il mare, il navigare con più battelli da pesca diventava arduo e cimentoso. Pure si va; quando le vedette segnalano all’orizzonte la flottiglia austriaca che s’avanza a vele spiegate e a tutto vapore contro i bragozzi. Ma per Garibaldi il pericolo non ha più sorprese. Rinato a un tratto uomo di mare, ritto sulla poppa del suo barco, concepito con rapidità fulminea il suo piano, comanda ai bragozzi di sparpagliarsi per poco onde confondere sul loro numero e la loro mèta le navi nemiche; e ciò fatto di orzare rapidi, e con tutto il vento correre verso Punta di Maestra, dove le basse acque li avrebbero protetti dall’inseguimento e le batterie di Venezia dal cannone nemico. Ma i Carniglia ed i Griggs non sono più là ad ascoltarlo: egli comanda a timidi pescatori ed a marinai forzati, e alle prime bordate, alla prima minaccia delle scialuppe nemiche che vengono loro incontro a voga arrancata, i bragozzi si sbandano, si scompigliano, vanno in precipitosa rotta. Ripete, urla il comando Garibaldi; prega, bestemmia, maledice: invano; otto barche scontano tosto la paura cadendo prigioniere nelle mani degli inseguenti; e a Garibaldi non resta che buttarsi sulle coste di Magnavacca, dove fu un altro miracolo d’arte e di fortuna se potè afferrare.

VIII.

Ma la terra non era più sicura del mare: squadre di Gendarmi e di Croati la frugavano per ogni verso, intanto che gli incrociatori austriaci ne battevano le coste; la natura stessa del suolo, vasto padule intersecato da canali, attorniato da boscaglie, frastagliato da canneti, sparso di rari casolari, ne rendeva del pari difficile al forastiero l’entrata e l’uscita, la dimora e la traversata.

Importava dunque apparecchiarsi con virtù nuova alla nuova caccia che cominciava, e per prima necessità, poichè i fuggiaschi eran pochi per combattere e troppi per nascondersi, separarsi. Ugo Bassi e il capitano Livraghi presero per una via; Ciceruacchio e i suoi figliuoli per un’altra; i rimanenti si disseminano a caso per altre direzioni, e Garibaldi restò solo con Anita e il capitano Leggiero. Ma ohimè! la povera Anita non era più la robusta Amazzone che per settimane intere poteva correre a cavallo, col figlio al seno, le foreste del Brasile, e caricar a fianco del marito entro il fitto delle schiere nemiche! Di lei viveva ancora lo spirito, ma il corpo era consunto. Gravida di sei mesi, attrita dagli stenti e dagli affanni dell’ultima odissea, assalita fin da San Marino da una febbre insidiosa che lentamente la struggeva, straziata da atroci crampi di stomaco, arsa di sete, priva da giorni d’ogni cibo riconfortante, scalza, lacera, seminuda, la misera donna era all’estremo della sua possa; e se un pensiero la sorreggeva ancora e le dava la forza di dissimulare il suo male, era quello di non cagionare inciampi alla salvezza del marito e di dividere in ogni caso fino all’ultimo il suo destino. E certo il marito l’intendeva e ne soffriva di contraccolpo; ma poichè unico mezzo di salute a entrambi era il lasciare all’istante quella spiaggia scoperta, già presa di mira dal nemico, Garibaldi abbandona alla sua sorte la barca che lo aveva portato senza nemmeno levarne i miseri cenci e i pochi soldi che vi aveva riposti, prende sulle sue braccia Anita, e scortato da Leggiero e guidato da un contadino che il caso gli aveva condotto dinanzi, traverso macchie e canneti, più trepidante per il caro peso che per sè, ma pur da esso traendo la lena a proseguire, arriva finalmente a una deserta capanna, dove la comitiva trova almeno un nascondiglio e Anita, sopra un giaciglio di frasche, un po’ di riposo.

Non era però scorsa un’ora dacchè i fuggitivi se ne stavano in quel ricovero, incerti ancora del dove avrebbero nuovamente diretti i loro passi, che Garibaldi vide comparire all’improvviso sull’uscio della capanna un giovanotto in vesti signorili, che lo salutava rispettosamente e gli faceva de’ cenni misteriosi. Garibaldi portentoso ritenitore delle fisionomie, senza sospettare un istante solo d’ingannarsi, nè curarsi dell’incognito che pur gli giovava di conservare, «Bonnet!» esclamò, e si gettò, come naufrago che abbia trovato improvvisamente la sua tavola, tra le sue braccia.

E il giovanotto era infatti Giovacchino Bonnet di Comacchio, primogenito di una famiglia di patriotti,[159] e patriotta ardentissimo egli stesso, volontario in Lombardia ed a Bologna, conoscente di Garibaldi fin dal di lui soggiorno a Ravenna, e che avendo dalle finestre d’una sua casa di campagna veduto prima l’approdare dei Garibaldini, poi la caccia degli Austriaci, veniva ora, sfidando rischi non pochi, a cercar Garibaldi in quel suo asilo e ad offrirgli nella terribile distretta il suo soccorso. Pochi istanti dopo infatti il Bonnet conduceva la raminga brigata nella casa, non lontana, d’un suo amico fidato, e Anita dopo tanti giorni potè essere adagiata sopra un letto e ricevere i primi soccorsi che il suo stato aggravatissimo richiedeva. E là, intanto che l’inferma riposava, Garibaldi e il suo salvatore, sdraiati su un carro rovesciato entro un rustico capanno di canne, rinfrescavano le labbra arse con un cocomero, e s’intrattenevano a parlare delle sorti d’Italia, rammentando con pia memoria le gesta di quei bravi, vittime del loro amore di patria e del loro eroismo.

Ma anche quel primo ricovero poteva, abitato troppo a lungo, divenire pericoloso, e il Bonnet insistette perchè passassero nella giornata stessa nella casa d’un suo parente, fratello d’un suo cognato, dove avrebbero trovato la stessa sicurezza e le medesime cure, e potevano aspettar più tranquillamente l’esito dei nuovi tentativi che il Bonnet si preparava a fare per provvedere alla loro salvezza futura. L’opera del Bonnet non poteva dirsi perfetta se non quando egli fosse riuscito a condurre i suoi protetti fuori delle valli di Comacchio, dalle quali però, chiunque abbia le buone ragioni di Garibaldi per cansare le strade maestre non può uscire, se non traverso il labirinto dei canali, e avendo perciò dalla sua i molti guardiani che li sorvegliano. Con questo disegno pertanto il Bonnet partì difilato per Comacchio, ed ivi dando ad intendere che si trattasse d’un suo fratello e promettendo lauti compensi, induce alcuni guardiani di sua conoscenza a traghettare il finto suo fratello ed altri suoi compagni dalla villa di suo cognato al posto ch’egli stesso avrebbe loro indicato.

Sennonchè tornato il Bonnet in compagnia d’un amico all’asilo de’ suoi profughi, ode e vede tutti i suoi piani minacciati di rovina ed ogni cosa rimessa nuovamente in forse. La padrona della fattoria, indovinato che gli ospiti fino allora ricoverati erano Garibaldi e sua moglie, gridava e smaniava che non voleva più tenerli in casa; l’amico mandato a sorvegliare i guardiani veniva a dirgli, che scoperto l’inganno del supposto fratello e spaventati dalle minaccie delle molte pattuglie che battevano i dintorni, si rifiutavano al promesso tragitto. Fu pel bravo Bonnet un momento angoscioso, e non vide altra speranza che in una disperata audacia. Corre dai guardiani, confessa loro che colui che trattavasi di salvare era realmente Garibaldi, ma li ammonisce che se nol faranno ne va della loro vita; che nessuno degl’Italiani avrebbe lasciato impunito un tanto misfatto, che essi possono guadagnare, se lo aiutano, una bella somma, ma quando si ostinino nel rifiuto egli non rispondeva più di quel che poteva loro accadere. Il discorso fatto da un uomo autorevolissimo fra i Comacchiesi, corroborato da quei due argomenti sempre validi pel cuore umano: la paura e l’avidità, fece istantaneamente l’effetto suo, e i guardiani ripromisero che avrebbero fatto quanto il signor Bonnet richiedeva.

Allora questi ritorna al Generale, lo traveste dei suoi abiti, gli dà il passaporto di suo fratello Gaetano morto in Roma;[160] fa trasportare sulla barca Anita, le compone sotto alla persona materassi e guanciali e ve l’adagia, coll’aiuto del marito, come in un letto, e sparsa ad arte la voce che il Generale si fosse imbarcato con una mano d’armati al Po di Volano diretto a Venezia, appena s’è assicurato che tutte le pattuglie nemiche sono incamminate a quella volta, ordina ai guardiani di prendere l’opposta direzione di Ravenna, fissando loro per prima tappa la fattoria del marchese Guiccioli posta alle Mandriole presso Sant’Alberto.

IX.

Era la notte del 3 agosto, e quando il Bonnet vide in moto la barca fatale partì per Comacchio, onde addormentare colla sua presenza i sospetti della Polizia e prendere egli stesso un po’ di riposo. Ma quale sorpresa! quale colpo di fulmine per lui nel vedere il mattino dopo entrare in camera la sorella tutta conturbata e udirla dire: «I guardiani essersi rifiutati a proseguire il cammino e aver gettato Garibaldi sulla Costa di Paviero.» Balzò dal letto, mandò un suo fidato alla barca sì per guidar Garibaldi, come per mettere al dovere i guardiani, ed egli stesso, quantunque zoppo, salta in biroccino per correre alla fattoria Guiccioli a riconoscere lo stato delle cose. E il pensiero fu ottimo, poichè là potè accertarsi di più fatti: che Garibaldi non era ancor giunto; che la fattoressa in assenza del marito era ben disposta a ricevere gli ospiti annunciati; che infine dovunque si trovassero in quel momento non correva voce che fosse accaduta loro alcuna disgrazia. Rassicurato di nuovo, l’infaticabile uomo parte a carriera per Ravenna, sguscia con arte e felicità somma in mezzo ai perlustratori tedeschi che scontra sul suo cammino: a Ravenna concerta con un suo amico, il maggiore Montanaro, il modo con cui Garibaldi potrà penetrare in città e di là passare in Toscana; e ciò fatto, nel mattino del 5 agosto torna nuovamente alla fattoria Guiccioli, dove ode dal fattore Ravaglia questa lugubre novella: Garibaldi, condotto dai noti guardiani sin presso a Sant’Alberto, aveva potuto procacciarsi, non sapremmo dire con qual mezzo, un biroccino e trasportatovi sopra la moglie agonizzante era giunto con essa alla fattoria. Colà però il dottore Nannini, che per caso vi si trovava, esaminata l’inferma capì che le restavano pochi minuti di vita. Infatti appena adagiata in letto, ella chiese con voce semispenta un po’ d’acqua fresca, ne trangugiò alcuni sorsi e spirò, come di colpo, nelle braccia del marito.

«Fu sepolta?» chiese il Bonnet. «Ah no! (rispose il Ravaglia). La povera Anita era appena spirata, che gli Austriaci comparivano in faccia alla casa; onde il Generale ebbe appena il tempo di fuggire, lasciandomi per ultima preghiera che dassi io onorata sepoltura a sua moglie, fino a che potesse tornare egli stesso in ora più propizia a riprendere i sacri resti mortali!»

Così morì il 4 agosto 1849 verso le 4 di sera Anita Garibaldi. Della sua agonia e della sua morte fu scritto sino ad ora con poesia, non con verità; ed era naturale che fino al giorno in cui questa fosse interamente scoperta, la fantasia impietosita intessesse di poetiche invenzioni la luttuosa catastrofe, e coltivasse sulla tomba della martire il gentil fiore della leggenda. Persino il romanzo di Garibaldi, che prima di riprendere la sua fuga trangosciata scava colle sue mani la fossa e dà sepoltura alla donna del suo cuore, non è più credibile. Come vedemmo, Garibaldi non potè adempiere a quell’ultimo ufficio, che pur avrebbe sparsa di qualche balsamo la grande piaga del suo cuore; ciò non vieta che lo spettacolo di quell’uomo costretto a staccarsi dalle spoglie della sua donna appena morta, ed a lasciarla insepolta in balía d’estranei, non sia tragedia ancora più pietosa e terribile.

Quindici giorni dopo, alcuni contadini videro una mano sbucare da un monte di sabbia: chiamata l’Autorità e scavata la terra, fu trovato il corpo di una donna sfigurata dalla incipiente putredine, colla lingua schizzata fuori dai denti sprangati, la trachea rotta, il collo segnato da un cerchio livido, un feto di sei mesi nelle viscere.

X.

Era Anita Garibaldi. Ma perchè sepolta a quel modo? Perchè quel cerchio livido intorno al collo? D’onde il deturpamento e il nuovo strazio di quel misero corpo?

Il medico delegato dal Governo pontificio all’autopsia del cadavere vide in quei segni altrettante prove di strangolamento,[161] onde la voce che Anita Garibaldi fosse stata strozzata dalle mani stesse che l’avevano sepolta, alimentata con infami artificii dalla polizia pretesca, si diffuse e s’accreditò siffattamente nei popoli delle Romagne, che il povero Ravaglia fu segnato a dito, per molti anni, come l’unico autore del sacrilego assassinio, e poco mancò che il famigerato Passatore, eroe teatrale del masnadierume romagnolo, erettosi esecutore della vendetta popolare, non gli facesse scontare colla vita l’immaginario delitto.[162] Era un errore: se pure non gli va dato un più triste nome; e lo stesso Bonnet si studia, nelle sue _Memorie_, di chiarirne le origini ed i motivi.

«Il fattore Ravaglia (egli dice), anzichè tener nascosto il cadavere d’Anita e sparger la voce che non era morta, onde poterla trasportare nella notte in luogo sicuro, spinto dal timore d’essere scoperto, aveva creduto unico spediente di seppellirla come che fosse. Io non approvai il fatto, e studiandomi d’acquietar la sua paura gli dissi, che nella sera bisognava disotterrare il cadavere d’Anita e con un biroccino portarlo nella Pineta, e colà in luogo nascosto e remoto darle sepoltura, che a suo tempo poi sarebbe stata portata in tomba più adatta e conveniente. Lo ammonii inoltre esser quella una funzione da fare soli e senza alcun testimonio; che se non si sentiva capace me lo dicesse francamente, che sarei rimasto io stesso per aiutarlo all’opera pietosa. Il fattore promise, ma, a quanto pare, non potè mantenere; in conseguenza di che essendo la morta malamente sepolta venne trovata, e la Curia appena ne fu consapevole fece fare l’accertamento da distinti professori che errarono nel giudizio e dissero che Anita era stata strangolata per derubarla. Questa voce ben presto si propagò nelle Romagne senza che nessuno pensasse che Anita morta in istato di gravidanza poteva essere stata soffocata da un riflusso di sangue; onde tutti quei segni di strangolamento che trassero in inganno il primo medico visitatore. E si corresse bensì il giudizio, ma assai tardi; e per molto tempo ne restò infamato il nome e minacciata la vita del misero fattore, che aveva, come si vede, esposta a rischio la sua per salvarla.»

XI.

Tale la fine miseranda di Anita Ribeira Garibaldi. Essa fu una martire dell’amore. Oscura figlia del Continente brasiliano, destinata a nozze pacifiche, ella sarebbe probabilmente vissuta felice senza neppure conoscere che esisteva un’Italia, se un giorno, nel breve tragitto dalla sua casa alla fontana, non si fosse abbattuta in quella maliarda figura d’eroe che l’affascinò coll’inesprimibile sortilegio della sua leonina bellezza, e ghermitala nel suo pugno poderoso la trasportò seco nel fortunoso ciclone della sua vita.

Ed ella, come sappiamo, non discusse, non vacillò, non resistette. Come Ernani a Doña Sol, Garibaldi le offerse di

Dormir sur l’herbe, boire au torrent, et la nuit Entendre, en allaitant quelque enfant qui s’éveille, Les balles de mousquets siffler à votre oreille, Être errante avec moi, proscrite, et s’il le faut Me suivre............. à l’echafaud!

e come Doña Sol a Ernani, ella rispose semplicemente: _Je vous suivrai_.

Divenuta in un istante schiava felice di quel bello e terribile Signore, la sua coscienza ammutì e la sua volontà s’infranse. Per esso sostenne di lacerare il cuore del padre e di portarne sul capo per tutta la vita la maledizione; per esso affrontò impavida la tenebra d’un avvenire malfido, pieno di nembi e di procelle; per esso si esiliò volontaria dalla sua contrada nativa e dal suo domestico focolare, e con esso partì. Chiunque si fosse quell’angelico o satanico sconosciuto, ella l’amava; dovunque la portasse, qual si fosse la sorte ch’egli le preparava, ella s’era data a lui, non col sensuale capriccio d’una ganza, ma col voto religioso e perpetuo d’una moglie, e si sentì sua per sempre. Il fato d’amore,

D’amor che a nullo amato amar perdona,

l’aveva presa nelle sue spire, e come Francesca si lasciò turbinare, beata, nella sua rapina.

E non appena ella fu tra le braccia del suo eroe, s’incarnò con esso e, come Giovanna d’Arco, da fanciulla casalinga e romita si trasformò per lui in amazzone ed in eroina.

Per non abbandonarlo mai, per trovarsi sempre al suo fianco, qualunque fosse la ventura e il periglio; per esser pronta ad ogni istante a coprirlo col suo petto nelle pugne, a medicarlo colle sue mani nelle ferite, a premiarlo prima del suo amore nelle vittorie, imparò a trattare un moschetto come un cacciatore, a bracciar una vela ed a sfidare un fortunale come un marinaio, a cavalcare nelle marcie, a caricare nelle mischie come un cavaliere, a serenare ne’ bivacchi, a durar nelle vigilie come un veterano, a disprezzar le delicatezze, dissimular le necessità, domar talvolta i tormenti del suo corpo di donna e del suo seno di madre per tornar più utile e più cara all’uomo che adorava.

Gravida di Menotti, lo portò nove mesi in seno tra stenti e perigli mortali, lo partorì in una capanna, lo scaldò del suo fiato, lo vestì co’ suoi cenci, lo allattò a cavallo combattendo e marciando, gli diede per cuna i tronchi delle foreste, per giocattoli il fischio delle palle, lo scrosciar de’ torrenti e il bramir delle fiere. Al combattimento navale di Santa Caterina mette ella stessa la miccia al cannone; alla fazione di Santa Vittoria durante la battaglia è la provvidenza de’ feriti, che va a curare sotto il grandinar delle palle; a Coritibani guida ella stessa la scorta delle munizioni. Avvolta da una squadra di cavalli nemici, sdegna d’arrendersi; ma atterrato da una palla il suo cavallo, e tradotta prigioniera davanti al capitano nemico, ne rintuzza colla fiera parola i sarcasmi, come poco prima aveva rintuzzato l’assalto de’ suoi soldati col virile ardimento.

Disgiunta però dal marito e sparsasi fra i nemici la voce della morte di lui, l’amore la rende umile e la pietà eloquente, e impetra unica grazia dal vincitore di andare ella stessa sul campo a cercare, vivo o morto, il corpo del perduto consorte.

E il vincitore incauto consente; ond’eccola come Argia errare una giornata per la funerea campagna, frugandone tutti i recessi, interrogandone ogni cadavere, tremando ad ogni vaga somiglianza di vesti o di persona, rivolgendo i corpi dei caduti boccone per leggere nei loro volti la sentenza del suo destino. Invano; ma poichè ogni delusione ravvivava in quel caso una speranza, decide di andare a cercare tra i vivi colui che non aveva potuto trovare fra i morti, e colta una notte in cui i suoi custodi giacevano assonnati dal vino, fugge dal campo nemico e ripara nella capanna più vicina, nella speranza d’un momentaneo rifugio e di un soccorso.

Era Erminia che andava alla cerca del suo Tancredi, ma col cuore di Clorinda. Se non che appena entrata la prima cosa che le si offre alla vista è un mantello.... il mantello di suo marito. Quale tremenda sorpresa! Quel mantello è egli un testimonio di vita o di morte? Fu egli perduto per caso nel campo o strappato da un predone nemico dal corpo d’un caduto? Cresce a quella scoperta piena di paurosi problemi l’ambascia della fuggitiva e delibera di troncare all’istante ogni indugio; non vuol partire però lasciando in mani straniere la preziosa reliquia, e non avendo con che riscattarla, offre in cambio alla donna che l’ospitava il suo proprio mantello. E poichè l’ospite non aveva che a guadagnare nel baratto, l’accetta prontamente; e Anita senz’altra dimora avvolta in quella cara spoglia, che forse aveva raccolto gli ultimi battiti del suo Garibaldi morente e che la sorte le inviava forse come un augurio e un talismano, si lancia alla ventura nella direzione di Layes, dove sapeva che i Repubblicani s’erano ritirati, e al cader della notte s’inselva nel folto della foresta che lungheggia quella contrada. E là sola, digiuna, senz’armi, senza guida, senza viatico, comincia per essa una terribile prova. «Colui soltanto (scriveva suo marito) che ha veduto le immense foreste che coprono la Serra dell’Espinasso, co’ suoi colossali _taquari_ che sembrano sostenere il cielo e formare le colonne di quel magnifico tempio della natura; può formarsi un concetto della virtù occorsa, delle difficoltà vinte dalla valorosa Brasiliana per arrivare, traverso venti leghe di cammino, tante ne corrono da Coritibani a Layes, al termine del suo pellegrinaggio.»

E non era soltanto la natura inanimata che le moveva guerra; ma la viva e l’umana. Poichè gli abitanti stessi avversi alla repubblica nel perseguitare gli sperperati avanzi degl’insorti perseguivano lei pure, onde più d’una volta si trovò avviluppata dalla muta feroce degl’Imperiali, salvata soltanto dal suo meraviglioso ardire e dalla sua fortuna. Vinto un pericolo, ne sorgeva un altro; anzi pareva che l’uno pullulasse dall’altro colla fecondità d’un’idra. Passata la foresta, sorgeva il monte; delusa la furia degli uomini, si scatenava quella degli elementi.

E fu allora che gli abitanti di Layes e di Vaccaria ebbero uno strano spettacolo. Per due giorni un fantastico cavaliere, montato sopra un nero cavallo, fu visto saltar al galoppo dirupi, tragittare a nuoto torrenti, traversare a volo come uno spettro di Bürger la tenebra d’una notte tempestosa, comparire, scomparire tra i tuoni e le folgori, or sulla vetta de’ monti, or nel fondo delle valli, lasciando esterrefatti sul suo passaggio abitatori e viandanti, mettendo in fuga col suo sovrumano fantasma gli stessi cavalieri imperiali mandati alla sua caccia.[163]

Era Anita, che, procacciatasi, colla facilità consueta a que’ paesi, un generoso cavallo, e sorpresa, ma non atterrita, da un uragano, continuava la sua corsa fortunosa, e già pianta dallo stesso marito, per il medesimo inganno ond’ella aveva pianto lui, riusciva dopo otto giorni di disperata separazione a trovarlo nei dintorni di Layes, ed a cadere beata nelle sue braccia.

XII.

Da quell’istante fino a Montevideo Anita e Garibaldi non si separarono più, e per quali nuovi patimenti e perigli siano passati assieme durante quella travagliatissima ritirata da Layes all’Uruguay, noi lo sappiamo.

A Montevideo però, fosse la volontà del marito, fossero le cure crescenti della maternità,[164] la vita guerriera di Anita ha una tregua, e da eroina la vedete tornar di nuovo ritirata e casalinga. E fu a Montevideo, come vedemmo, che Garibaldi volle consacrare coi riti della Chiesa le sue libere nozze, e che Anita diventò anche per le leggi del mondo, come lo era stato sempre per quelle del suo cuore, sua legittima moglie.[165] Non fu per questo nè più tranquilla, nè più felice. Quel vedere il marito partire per le lontane e perigliose spedizioni, e non poterlo accompagnare; quell’udire dalla sua casetta di Montevideo, quella casetta così povera che non aveva lume, il fragore delle cannonate e il tumulto della battaglia, e non potervi partecipare; quel sapere insomma il suo eroe in balía ad ogni istante alla morte, e non poter essergli al fianco per proteggerlo e soccorrerlo, erano all’innamorata donna, muta, ma inconsolabile doglia.

Oltre di che il troppo ardente amore aveva generato il suo serpe: Anita era gelosa. La gelosia nasce generalmente da un sentimento di inferiorità, ed ella povera creola non bella, non colta, quasi selvaggia, si sentiva troppo inferiore a quel suo bellissimo e celebrato amante, per non tremare ad ogni istante di perderlo. Egoista, in questo, al pari di tutti gli innamorati, ella l’avrebbe voluto brutto per essere sola ad ammirarlo, talvolta l’avrebbe persino desiderato oscuro per non aver rivali a glorificarlo. La bellezza che l’innamorava era il suo tormento, la gloria che l’inebbriava il suo martirio. Quel nome del suo Garibaldi su tante labbra femminili, la inquietava; tutte quelle donne che nei ritorni trionfali della Bojada e del Salto s’affollavano sul di lui passaggio, e lo plaudivano e gli sorridevano e lo coprivano di fiori, persino la cura singolare ch’egli aveva della nettezza della sua persona e dell’eleganza della sua acconciatura, la turbava e ingelosiva.

Un giorno Garibaldi fu visto comparire tra i suoi Legionari colla barba e i capelli accorciati.

— O come va, Colonnello (chiese taluno), che s’è fatto tagliare i suoi stupendi capelli!

— Cosa volete, _amigo_,[166] mia moglie è gelosa, e pretende che porto i capelli lunghi per dar nell’occhio alle belle. Però mi ha tanto tormentato per questi benedetti capelli, che io, per la pace di casa, ho finito ad accontentarla. —

E quella gelosia l’accompagnerà anche negli anni più maturi e morirà molto probabilmente con lei.

Un’altra volta durante la ritirata da Roma, giunta la colonna garibaldina a Montepulciano, uomini e donne fanno a chi più festeggia il famoso condottiero; ma quell’entusiasmo delle Montepulcianesi non va punto a sangue alla nostra creola, e maledice la proterva e lusingatrice bellezza delle Italiane; vede in ogni occhiata e in ogni sorriso un tradimento; punge il marito di querele e di sarcasmi, e non è contenta se non quando squilla il segnale della partenza, e può trascinar seco lontano da quella Capua insidiosa il troppo vagheggiato consorte.

XIII.

Venne così il 1848; venne il giorno in cui per volontà del marito dovette lasciare il suo Continente nativo, e partir coi figli per quell’Italia che si sforzava ad amare ed ammirare, poichè era la patria del suo eroe; ma nella quale il suo istinto di donna le faceva presagire che avrebbe trovato la più terribile delle rivali, e forse, in un giorno non lontano, la fine del suo bel romanzo d’amore e la tomba. E fu quella la sua sorte. Sbalestrata di repente fra gente e costumanze straniere, separata dal consorte dall’immensità dell’Oceano, torturata da un amore pieno di sospetti e di gelosie, Anita non ebbe più, dal suo arrivo in Italia, una sola ora di pace. Penelope gelosa ella attendeva il suo Ulisse, colla stessa fedeltà dell’antica; ma non colla stessa rassegnazione.

E quando finalmente l’ora del ritorno suonò, e quella nave sospirata spuntò sull’orizzonte, e s’accostò e gettò l’áncora ed ella potè alla fine vederlo, abbracciarlo e sbramarsi di lui, oh come fu breve quella gioia comperata a prezzo di tante lagrime e di tante angoscie!

Non eran scorsi tre giorni, divisi essi pure tra le cure dell’armi e della politica, che Garibaldi si staccava nuovamente da lei e ripartiva per quegl’infelici campi di Lombardia, dove l’attendeva Morazzone. È ben vero che tre mesi dopo ella lo rivedeva ancora; ma per quanto tempo e in quale stato! Triste, irritato, ramingo, colla grave ferita d’Italia infissa nel petto: _infixum sub pectore vulnus_; risoluto più che mai, finchè gli restava un’arma e gli si apriva un campo, a ricominciare la lotta, venuto a dare un abbraccio fuggevole a sua madre, a sua moglie, a’ suoi bimbi; ma impaziente di ripigliare da capo la sua procellosa ventura.

Quella volta però le fu concesso d’accompagnarlo; sicchè dall’ottobre del 1848 al marzo del 1849 la troviamo ancora con lui a Bologna, a Ravenna, a Macerata, a Rieti, fino al giorno in cui il marito, sollecito di risparmiarle i pericoli della campagna imminente e desideroso che tornasse a rivedere i figli, decise di allontanarla e la fece ripartire per Nizza.

Ed ecco Garibaldi a Roma, e Anita nuovamente sola. La rincoravano, è vero, la bontà della suocera, le lettere del marito, le novelle divulgate delle sue prodezze e de’ suoi trionfi; ma che importava se egli era là solo, esposto ogni giorno a ignoti pericoli a faccia a faccia colla morte, forse ferito, forse morente, e, pensiero non meno angoscioso, incolume, ma in braccio d’un’altra donna e dimentico di lei!

Però la lontananza e l’incertezza cospirano talmente ad accrescere le smanie della solitaria, chè, giunto l’annunzio del terribile 3 giugno, ella non regge più all’affanno e toltosi per guida e cavaliere Felice Orrigoni,[167] un veterano di suo marito venuto d’America con lui, parte per Roma.

Era la mattina del 14 giugno: Garibaldi, il quale, sfabbricato il Casino Savorelli, aveva trapiantato il suo quartier generale a Villa Spada, vi stava facendo colazione col Sacchi, il Bueno, il Cucelli ed altri uffiziali, quando a un tratto la porta della sala si spalanca, Garibaldi getta un grido; e si trova un istante dopo tra le braccia d’Anita. Come fosse venuta, come avesse traversato tanto paese nemico deludendo in Toscana le spie austriache, e intorno alle porte di Roma le vedette francesi, e tant’altre interrogazioni e spiegazioni, tutto ciò s’immagina e si tralascia. Quel che non si può facilmente immaginare è la gioia di quelle due anime; ella estatica d’essersi ricongiunta al suo eroe, egli lieto d’aver trovato la sua scudiera ed amazzone di Laguna e di Coritibani, e superbo di mostrarla a’ suoi nuovi compagni d’armi d’Italia come il modello delle spose e delle madri; un’eroina degna di marciare al loro fianco.

XIV.

Da quell’istante non si separarono più. Le peripezie della ritirata da Roma sono note; e già sappiamo che la intrepida donna se non fu di stimolo ai pigri, di conforto agli abbattuti, d’esempio ai forti, non fu mai di fastidio o d’impedimento ad alcuno.

Fame, sete, guerra furono le promesse del Capitano a’ suoi soldati, ed essa le accettò tutte come l’ultimo dei gregari.

Quel che dovesse soffrire incinta di sei mesi, sotto quei sollioni di luglio, in quelle notti senza sonno, in quelle marcie senza ristoro, in quegli incessanti allarmi e quei perpetui batticuori, lo pensino le madri; ma non un lamento usciva dalle sue labbra, non un segno tradiva il suo martirio.

Beata del suo amore ringiovanito, pareva fatta insensibile a tutte le sofferenze del corpo. Finchè poteva dividerli col suo amante, nè i travagli nè i pericoli, che pure fiaccavano i più gagliardi, le sembravano maggiori delle sue forze. Che se più d’una volta un malore repentino l’aveva avvertita che era donna ed era madre, il primo suo studio era stato quello di nasconderlo persino a sè stessa, affinchè nessuno potesse crederla un inciampo all’impresa dei forti, e il marito soprattutto non avesse mai alcun motivo, nemmeno quello pietoso della sua salute, di fermarla per via e di allontanarla da sè.

Pure a San Marino la natura reclamò alla fine i suoi diritti, e la febbretta, che da giorni le covava nel sangue, non le accordò più tregua, e divampò con tutti i caratteri d’una violenta perniciosa. Non le fu più possibile allora l’infingersi; pure quando Garibaldi la consigliò d’arrestarsi in quel luogo ospitale e pronunciò quella odiosa parola di separazione, essa non volle a nessun patto ascoltarla, e simulando ancora una forza che ad ogni istante l’abbandonava, si ostinò a voler proseguire il suo fatale cammino. Era un suicidio; e non è troppo il dire che la soverchia arrendevolezza del marito ne fu complice involontaria.

Pochi giorni dopo infatti, della forte Anita non restava più che un corpo agonizzante; e il disperato marito, dopo averla portata sulle sue braccia traverso l’acque e le boscaglie d’una contrada irta di agguati e di pericoli, dovrà credere ancora somma ventura se la pietà coraggiosa di alcuni amici gli porgerà un letto su cui adagiarla, una stilla d’acqua con cui bagnarne le labbra spiranti, risparmiando alla morente l’ultimo oltraggio del destino, di finir come belva traccheggiata, dalla muta feroce, nel canneto d’una maremma.

Era pietà che la luttuosa tragedia finisse, e il 4 agosto 1849 Anita Garibaldi non era più. Ella aveva invocato suprema grazia dal marito di non essere separata da lui che morta, e il suo voto fu esaudito. Anita morì come aveva sognato, tra le braccia del suo caro, specchiando fino all’ultimo anelito i suoi occhi moribondi in quel volto tanto adorato; ma chi potrebbe dire ch’ella sia morta felice? Chi può affermare che il pensiero di lasciar solo sulla terra, bandito e cerco a morte, l’uomo dell’anima sua, non abbia funestato i suoi ultimi istanti, e che l’oscura visione del suo eroe, tradotto fra uno stuolo di soldati, moschettato contro una muraglia, appeso ad una corda infame, non sia passata come meteora sanguinosa, nella tenebra della sua agonia, perseguitando fino all’orlo della fossa il suo spirito fuggente?

Innanzi a questo pensiero il cuore si stringe e la penna s’arresta. Se la poesia tornerà alle eccelse sorgenti dell’ideale, e questa Bradamante troverà il suo Ariosto, tutta l’intima bellezza di codesta eroina dell’amore sarà conosciuta, e la mesta plejade di Francesca e di Sofronia, di Tecla e di Margherita, avrà una stella di più.

Povera fanciulla strappata dal fato all’ombra della sua casa natía, travolta nel turbine d’un arcangelo ribelle, trapassata sulla terra in una vicenda incessante d’affanni e di perigli, consacrata volontaria ad un olocausto perpetuo di fede, di devozione e d’amore, venuta infine a morire in Italia per una causa non sua, un solo dolore, forse, le fu risparmiato, ma il supremo: quello di vedere il suo eroe profanare d’amori senili l’epica bellezza del suo amore giovanile, e il suo idolo sgretolato dagli anni mostrare il torso di creta dell’Adamo volgare.

XV.

Al punto in cui Garibaldi lasciava la stanza mortuaria d’Anita e dava le spalle alle Mandriole, le _Memorie_ di Gioachino Bonnet si fermano, e a noi non restano delle vicende del fuggitivo, sino al suo arrivo in Toscana, che poche e sommarie notizie.[168] Raccolto, a poca distanza dalle Mandriole, dal Montanari e dal Soldi, fu condotto a Sant’Alberto, dove nell’osteria di Ferdinando Matteucci trovò un primo ricovero. Essendo corsa però la voce dell’avvicinarsi di due battaglioni austriaci, parve maggior sicurezza nasconderlo nella casa del signor Antonio Moreschi, d’onde poco dopo fu fatto passare nel bosco della _Scorticata_, di proprietà dei signori Buffa di Ravenna. Il luogo però non essendo apparso abbastanza sicuro allo stesso Garibaldi, si deliberò di condurlo il giorno medesimo nella Pineta di Ravenna e di là subito dopo alla Valle Guiccioli, detta Marubio. Colà venne a prenderlo in consegna il popolano Giuseppe Savini di Ravenna, che tenutolo per alcuni giorni rimpiattato in un casolare delle Paludi di Ravenna, dette anche Valli di Canna, lo passò ad Antonio Fuzzi, ravennate esso pure, che lo affidò a sua volta a Don Giovanni Verità, onesto e patriottico sacerdote di Modigliana, mercè il quale, traverso il Passo della Futa, sconfinò in Toscana. Da allora, passando sempre da mano amica in mano amica, sgusciando sovente in mezzo alle ronde mandate alla sua caccia, sedendo talvolta nelle osterie alla stessa tavola coi Croati sguinzagliati alle sue peste, udendoli persino pronunciare, tra un sorso e l’altro, il suo nome, e non ostante la sua testa singolare e la sua barba caratteristica, che non volle radersi mai, passando dovunque irriconosciuto, valica protetto fidamente dalla sua stella, che poteva ben dirsi la sua provvidenza, i due versanti dell’Appennino, e verso la fine dell’agosto può dirsi, se non interamente salvo, scampato dai pericoli e dalle distrette maggiori.

Giunto però il 25 agosto al Molino di Cerbaja, presso Prato, un assistente di strade lo riconosce e si fa riconoscere suo amico, e da quell’istante tutte le stazioni del suo itinerario tornano a divenire note e precise. Il 26 agosto un fidato dell’assistente lo conduce nascostamente a Poggibonsi, di là un’altra persona lo porta a Pomarance, dove Antonio Martini lo ospita. In appresso, sempre sotto finto nome, Camillo Serafini lo tragitta a San Dalmazio, dove lo raccomanda al Guelfi, il quale a sua volta condottolo prima a Massa Marittima, poi a Follonica, lo commette finalmente alle mani di Paolo Azzarini, marinaio di Rio, ma oriundo genovese, che si offre di portar Garibaldi in terra di salute, e narra egli stesso le vicende del suo viaggio così:

«Di buon mattino imbarcai l’eroico generale Garibaldi e il capitan Leggiero, e mi diressi all’Isola dell’Elba. A Capo Castello sbarcai mio padre, e un marinaro di Capoliveri, perchè vi fosse sempre il numero. Il Deputato di sanità mi firmò abusivamente la patente, e la sera feci vela per il Golfo della Spezia. All’indomani a mezzogiorno si era giunti in vista di Livorno, ove si vedevano passeggiare le sentinelle tedesche. Il giorno dopo giunsi felicemente a Porto Venere. Colà sbarcai l’eroico Garibaldi con Leggiero. Garibaldi mi diede per ricompensa un piccolo scritto di sua propria mano, che conservo come la pupilla de’ miei occhi. Esso era così concepito:

»_Il padrone Paolo Azzarini, che la fortuna mi fece incontrare in terra italiana, dominata dai Tedeschi, mi ha trasportato su questo luogo di asilo e di salvamento, trattandomi egregiamente e senza interesse._»

Garibaldi era salvo, ma non tranquillo ancora. Fattosi portare da una vettura a Chiavari, appena l’Intendente di questa provincia, conte Di Cossilla, seppe il di lui arrivo, corse a lui, e pregatolo di non dar molestie alla città lo fece tradurre sotto scorta di Carabinieri a Genova, dove arrivò la sera del 7 settembre; e dove il La Marmora, ubbedendo agli ordini del suo Governo, lo tenne «non prigioniero, ma in arresto,» come dirà più tardi il ministro Pinelli, in realtà chiuso e guardato a vista nel Palazzo ducale.

La notizia però dell’arresto del favoloso eroe, proprio nel punto in cui dopo tanti travagli toccava il libero suolo di quello Stato, dove egli era cittadino, destò nella parte più liberale del popolo piemontese una viva impressione di scontento, e la Sinistra del Parlamento subalpino se ne fece tostamente l’interprete. Presentata dal deputato Sanguinetti una petizione dei Chiavaresi, colla quale «reclamavano contro l’arresto del generale Garibaldi, suddito sardo,» s’accendeva intorno ad essa una vivacissima discussione. Il Pinelli si trincera malamente dietro una povera ragione di leguleio; il Rattazzi vede nell’arresto di Garibaldi offeso il diritto di cittadino, violata la legge, e una trasgressione patente dello Statuto; il Baralis esclama, tra gli applausi della tribuna: «Il generale Garibaldi non può esser reputato reo che delle sue prodezze;» il Lanza propone quest’ordine del giorno, in cui proclama: «La violenza usata a Garibaldi è un insulto fatto alla Nazione;» e la Camera finalmente vota una mozione del Tecchio, ancora più esplicita ed energica:[169] «La Camera, dichiarando che l’arresto del generale Garibaldi, e la minacciata espulsione di lui dal Piemonte, sono lesioni dei diritti consacrati dallo Statuto e dei sentimenti di nazionalità e della gloria italiana, passa all’ordine del giorno.»

Ma è vecchia arte di tutti i Governi fiacchi, epperò ipocriti, che i decreti de’ Parlamenti, quando non si possono prendere di fronte, si eludono; onde il Pinelli, che aveva egli pure nel sangue il terrore superstizioso del Diavolo rosso, s’accorda segretamente col La Marmora perchè induca Garibaldi a espatriarsi, assegnandogli, se consentisse, una pensione mensile di trecento lire; ponte d’argento a nemico che fugge. E il La Marmora si tolse l’incarico, trattando, è vero, con cavalleresca cortesia l’eroe; ma anch’egli, checchè se ne dica, violando un ordine del Parlamento che aveva due soli giorni di data. Comunque, egli riuscì perfettamente nel suo assunto; e la lettera, con cui ne ragguaglia il Dabormida, è documento interessantissimo che fa onore all’abilità ed alla penetrazione del Generale piemontese; ma che onora anche più la lealtà del Capitano nizzardo.

«Garibaldi (scrive il La Marmora,[170] alludendo alla promessa fattagli di tornare entro due giorni da Nizza) Garibaldi ha mantenuto la sua parola, come ne ero certo. Gli feci intendere come il Governo desiderasse il suo allontanamento, non perchè temesse di lui, ma perchè i turbolenti avrebbero col pretesto suo compromesso molte persone e lui stesso: che d’altronde stando in paese era impossibile dargli un impiego, mentre andando egli all’estero poteva il Governo accordargli un sussidio mensile. Piegò egli con garbo a persuadersi alle mie proposte, e fummo facilmente d’accordo che egli se ne andrebbe a Tunisi, e che il Governo gli farebbe una pensione di trecento lire al mese, finchè egli colà rimane.[171] Infatti tutto è preparato e ordinato perchè il vapore, che parte domani per la Sardegna, da Cagliari prosegua fino a Tunisi.

»Garibaldi non è uomo comune, la sua fisionomia, comunque rozza, è molto espressiva. Parla poco e bene: ha molta penetrazione; sempre più mi persuado che si è gettato nel partito repubblicano per battersi e perchè i suoi servigi erano stati rifiutati. Nè lo credo ora repubblicano di principio. Fu grande errore il non servirsene. Occorrendo una nuova guerra, è uomo da impiegare. Come abbia riuscito a salvarsi quest’ultima volta, è veramente un miracolo.»

XVI.

E quel che Garibaldi promise attenne. Il 16 settembre 1849 egli s’imbarcava sul _San Michele_, alla volta di Tunisi, per ricalcare una seconda volta l’amara via dell’esiglio; proscritto con garbo, ma proscritto da quello Stato d’Italia che, a que’ giorni, era l’unico asilo de’ proscritti; sospettato d’essere una cagione d’inquietezza e di molestia a quella patria, alla quale era venuto, traverso l’Oceano, a dare il suo sangue senza chiederle se fosse repubblicana o monarchica, senza levare altra bandiera che quella della sua indipendenza e della sua unità, nè invocare, così dai Re come dai Triumviri, altra grazia che quella di combattere e morire per essa.

Ma partendo, quante memorie non lasciava a quella patria; quante belle pagine di valore, quanti nobili esempi di virtù non aveva scritto nel primo volume del suo risorgimento! L’Italia l’aveva ricevuto famoso dal primo esiglio, lo mandava nel secondo glorioso. La sua figura s’era ingrandita, in que’ soli due anni, di molti cubiti; il suo nome noto soltanto, prima del quarantotto, alla classe ristretta degli studiosi ed all’Italia sotterranea dei patriotti e dei cospiratori, era divenuto a un tratto popolare e solenne. I militari, i tecnici discutevano ancora se egli fosse più condottiero o capitano; ma una vasta legione di giovani soldati da lui istruita, e per lui sempre pronta a morire, non conosceva altri generali che lui; lo nominava «il Generale» senz’altro, il generale per antonomasia, l’unico generale vero per essa, come i discepoli di Palestina chiamavano «Maestro» senza più il figliuolo del fabbro nazzareno, che aveva saputo toccare i loro cuori e accendervi la fiamma d’una fede novella.

Egli aveva aperta una nuova scuola di guerra; una schiera di valenti ufficiali creati ed educati da lui ne continuava dall’esiglio la tradizione, ne meditava gli insegnamenti, si preparava, quando la tromba suonasse di nuovo, a rinnovarne, su altri campi, gli esempi e la gloria. La leggenda cominciava già a sbocciare intorno alle sue gesta: e la Storia medesima non sapeva scriverne senza chiedere a prestito alla Poesia le sue immagini e i suoi colori. La breve campagna di Lombardia non era parsa che un saggio di ardimento generoso, ma sterile; la campagna di Roma era sembrata un poema, e la sua ritirata un miracolo. E poichè questa ritirata riassume tutta l’epopea garibaldina di quell’anno, e fu, a parer nostro, una delle più maravigliose imprese di lui, e per giunta impresa tutta sua, combattuta e vinta unicamente dalla sua perizia e gagliardía, alla quale si direbbe che le sue milizie non parteciparono che per guastarla; così vogliamo che ella sia giudicata da tale, sul cui giudizio non possa cadere pur l’ombra d’un sospetto di tenerezza per l’eroe nostro, e di parzialità per la causa che difendeva: da Alfredo De Reumont, storico insigne e amante delle glorie italiane, ma Tedesco, clericale, diplomatico, rappresentante della Prussia presso il Granduca di Toscana, prima e dopo la ristaurazione: tutto quello che di più antigaribaldino e antirivoluzionario l’Europa del 1815 abbia generato:[172]

«Garibaldi tenne quasi il mezzo tra il Fra Monreale del 400, ed Alfonso Piccolomini di Montemarciano del 600, servendo come quello una effimera Repubblica romana, senza lodarne i capi; e come questi andando inseguíto attraverso l’Umbria, la Toscana, le Romagne, colla sola differenza con tutti e due che, più destro o più fortunato di essi, non venne nè decapitato come l’uno, nè appiccato come l’altro.

»In modo veramente maraviglioso l’ultimo pugno dell’armata repubblicana romana andò a finire sul territorio dell’infima Repubblica italiana, mettendo a repentaglio l’esistenza di quel modestamente felice San Marino, che dai tempi del cardinale Alberoni in poi non aveva attraversato simile burrasca.

»Il modo con cui Garibaldi giunse fino a San Marino, confina col miracoloso. Sarebbe fargli torto il porlo fra il comune degli uomini. Si può giudicare come si vuole le sue opinioni politiche e persino la sua moralità; ma come condottiero di bande libere ha mostrato un raro talento, e la sua condotta in Roma, tanto prima, quanto durante l’assedio, lo ha fatto conoscere sotto un aspetto più favorevole di quello che si avesse motivo d’aspettarsi. Ha conservato la disciplina nella sua truppa raccogliticcia, in cui v’erano anche avventurieri della peggior specie; ha combattuto da coraggioso soldato, se non sempre come comandante; quando s’accorse che si sagrificavano infruttuosamente vittime umane, e che tutto era inutile, lo dichiarò apertamente ai Triumviri, senza badare ai loro acerbi rimproveri. Alla resa della città, si ritirò quietamente ed ordinatamente coi suoi rimastigli o quei pochi che gli si erano aggregati negli ultimi momenti, senza neppure essere ringraziato da coloro pei quali aveva arrischiato la vita. La risolutezza ed il sangue freddo non si possono negare neppure al nemico.»

[Illustrazione: CARTA ITINERARIA della ritirata di Garibaldi da Roma — 1849.]

XVII.

Ma la pena dell’esiglio richiede, oltre la terra che vi sfratta, un’altra terra che vi raccolga, e a Garibaldi mancò per lungo tempo anche questa. Egli era anche più increscioso alla Francia repubblicana che al Piemonte monarchico; e il Governo di Luigi Napoleone aveva già fatto intendere al Bey di Tunisi, come avrebbe veduto assai di mala voglia che egli desse ricetto al rivoluzionario condottiero, che dal 30 aprile al 15 luglio aveva dato tanta faccenda agli eserciti della grande nazione. Il Bey, pertanto, che amava restare nella grazia del potente vicino d’Algeria, tenne il monito imperiale per comando e vietò che Garibaldi sbarcasse in qualsiasi porto di Barberia, costringendolo a ripartire con un altro bastimento per Malta, o per dove meglio gli piaceva.

Malta però non sorrideva al nostro proscritto, e ottenne dalla condiscendenza del capitano d’essere sbarcato all’Isola della Maddalena, la maggiore del gruppo d’isolette che fanno arcipelago nel Golfo di San Bonifacio.

E fu ventura. Pietro Susini, sindaco della Maddalena, padre di quel Susini Millelire che Garibaldi aveva lasciato capitano nella Legione di Montevideo, tenne a singolare onore d’accogliere al suo focolare l’uomo favoloso che di là dall’Oceano era stato meglio che capo, amico, secondo padre a suo figlio; e Garibaldi passò nell’isoletta ospitale, nel consorzio di quei poveri e semplici pescatori, i giorni forse più riposati e tranquilli della sua vita procellosa. Viveva di nulla, passava la giornata alla caccia e alla pesca, imparando a memoria tutte le calanche e tutte le macchie delle isole circonvicine; e cominciando probabilmente fin d’allora ad innamorarsi di quella Caprera che preferirà un giorno alle più splendide dimore d’Italia, e renderà celebre quanto il suo nome.

Ma era detto che nemmeno nel più oscuro e pacifico angolo d’Italia egli potesse vivere oscuro e pacifico; com’era detto che il ministro Pinelli non potesse godere un istante di sonno, finchè quel terribile orco della rivoluzione errava sui lidi d’Italia.

Un giorno infatti del 1850, che è, che non è, si presenta nelle acque della Maddalena il bastimento di guerra _Colombo_ coll’ordine di prender Garibaldi a bordo e di portarselo a Gibilterra. E Garibaldi, ormai rassegnato a tutto, lasciò fare e partì. Pochi giorni prima s’era buttato a nuoto per salvare un canotto sardo che naufragava; e fu quello il solo tributo di riconoscenza che potè pagare a’ suoi ospiti generosi, e insieme la sola azione peccaminosa dopo la ritirata di San Marino e la fuga di Comacchio, ch’egli compì in Italia.

Nemmeno Gibilterra però lo voleva. Il Governatore inglese gli permise lo sbarco per alcuni giorni, ma non un soggiorno più lungo; il Console spagnuolo, interpellato se la Spagna l’avrebbe raccolto, rispose seccamente di no; per cui sbandito dall’Italia, perseguitato dalla Francia, cercato a morte dall’Austria, congedato dall’Inghilterra, respinto dalla Spagna, assai probabilmente internato dalla Svizzera, e della Germania e della Russia non si discorre, è manifesto che in tutta la vecchia Europa l’unico ospizio ancora aperto al nostro perseguitato era la mussulmana e barbara Turchia.

Fu allora che il Console degli Stati Uniti d’America e seco lui gli ufficiali della sua squadra, indignati della codarda persecuzione onde l’eroe era fatto segno, gli offersero di prenderlo sotto l’egida della loro bandiera e di trasportarlo gratuitamente nel loro paese. Ma Garibaldi non sapeva ancora decidersi e mettere fra sè e la patria, l’Oceano; forse un ultimo filo di speranza lo teneva ancora avvinto all’Italia; e saputo che a Tangeri era console di Sardegna il signor Carpaneti di Genova, suo vecchio conoscente, si risolvette di tentar novellamente la terra d’Africa, e di recarsi da lui. E il Carpaneti l’ebbe caro come un fratello; l’accolse in sua casa, lo protesse della sua autorità; gli avrebbe fatto obliare che quella era terra d’esiglio, se gli esuli potessero obliare. Garibaldi invece come pellegrino che, giunto in luogo di sicurezza e di riposo, rifà colla mente il cammino percorso e ne racconta a sè medesimo le vicende; provò per la prima volta il bisogno di narrare «sè stesso ai posteri» e di scrivere i suoi ricordi. A Tangeri infatti furono incominciate quelle _Memorie_, che fino ad ora il mondo conosce nelle traduzioni di Dumas padre e di Elpis Melena, che fino al 1848 furono a noi storici la scorta più fidata, che un giorno, quando veggano la luce in tutta la loro interezza, saranno forse uno dei più preziosi documenti e dei più curiosi monumenti della nostra storia e della nostra letteratura.

Nemmeno a Tangeri però dimorò a lungo. Garibaldi non era pervenuto ancora a quell’età, in cui, divenuto impossibile l’operare, il solo ricordare le cose operate tien luogo d’azione. Garibaldi contava appena quarantadue anni; aveva ancora le braccia sane, teneva un’arte nobile e fruttuosa alle mani, sentiva sempre, come a’ suoi più giovani anni, il virtuoso orgoglio di non dovere che a sè stesso la propria esistenza, e non potendo appagarsi di quell’ozio larvato di scombiccherare quaderni, nè volendo abusare più a lungo della generosità dell’ospite amico, risolvette di lasciar Tangeri e di andar a cercare in altri lidi pane e lavoro.

Congedatosi pertanto dal Carpaneti, sull’aprile del 1850 s’imbarca per l’Inghilterra; approda a Liverpool; vi è assalito per la prima volta da quell’artritide che lo accompagnerà fino alla sua morte; ma appena riavuto, parendogli poco propizia a’ suoi progetti di lavoro anco l’Inghilterra, veleggia per gli Stati Uniti e sbarca in quell’anno stesso a New-York.

XVIII.

E colà il problema del pane quotidiano gli si presenta di nuovo in tutta la sua crudezza. Aveva chiesto, cercato, aspettato più mesi un comando di bastimenti (fosse stato anche in _secondo_ se ne sarebbe accontentato), e il comando non veniva; aveva picchiato a tutte le porte d’amici e conoscenti alla busca d’un mestiere purchessia, ma il mestiere non si trovava; aveva bighellonato per settimane in uno sciopero forzato per tutte le vie di New-York, e si era uggito e vergognato insieme; quando il caso gli fece incontrare un altro Genovese, certo Meucci, proprietario d’una fabbrica di candele, che non potendo offrirgli nulla di meglio, gli offerse un posto nella sua fabbrica. E doveva essere davvero uno spettacolo curioso: il vincitore del 30 aprile contornato di sugna e di stoppini, affaccendarsi da mane a sera a manipolare, ad impaccare e spedire candele ai due mondi, di cui lo dicevano l’eroe: curioso e toccante insieme; chè nulla commove di più della vista d’un uomo già grande, il quale, sdegnando vivere parassita della sua passata grandezza, corregge l’errore dell’avversa fortuna colla dignità del lavoro. Più l’opera sua par bassa, e più la sua figura s’innalza; più le sue mani sono sudicie, più la sua anima brilla di sublime candore.

Per ventura sua l’aspra prova non durò più d’un anno, ed alla fine potè tornare novellamente al suo elemento e rivivere alla sua arte.

Eletto da una Società italo-americana a comandante di un bastimento che doveva battere gli scali dell’America centrale, in sul finire del 1851 salpa da New-York; arrivato però a Panama, una febbre potente, che lo riduce quasi in fin di vita, lo sforza a rinunciare il bastimento; scampato tuttavia mercè la sua gagliarda tempra da quel nuovo pericolo, incontra nel Porto stesso di Panama quel Carpaneti che l’aveva ospitato a Tangeri, e che allora navigava con un altro bastimento, detto il _San Giorgio_, per Lima; onde raccolto coll’antico affetto dall’amico, s’imbarca con lui, e salpa ben presto per il Pacifico e la capitale del Perù. Ivi però nuova fortuna. Il signor Don Pedro De’ Negri, intraprendente genovese, arricchitosi al Perù, specialmente nelle miniere d’argento del _Cerro_ e di _Pasqua_, simpatizza prontamente col già famoso suo compatriotta e gli offre di fare per conto suo un viaggio alla China con un doppio carico di grani e d’argento. Era la prima volta che s’apriva a Garibaldi la possibilità di varcare il Grand’Oceano. Il bastimento, battezzato _La Carmen_, non era più nuovo, portava appena ottocento tonnellate, e aveva bisogno di molti raddobbi; ma per quel capitano avvezzo alle garapere e alle tartane, poteva parere un _Leviathan_. Fornito il carico all’Isola di Cincia (costa Sud del Perù a trecento miglia dal Callao), tornato in brevi giorni a Lima per compirvi le provviste e l’equipaggio, nei primi di gennaio del 1852 spiegò lietamente le vele per le coste d’Asia, e dopo novantaquattro giorni di navigazione felice getta l’áncora nel Porto di Hong-Kong.

Di tutta quella traversata soltanto un sogno parve memorabile a Garibaldi; ma un sogno sì strano e terribile, che soltanto narrato dalla stessa penna di colui che lo ebbe, può parere credibile.

«Solo una volta (scrive Garibaldi stesso),[173] io raccapriccio nel rammentarmela, sull’immenso Oceano Pacifico, tra il Continente americano e l’asiatico, colla Carmen, ebbimo una specie di _tifone_, non formidabile come quelli che si sperimentano sulle coste di China, ma abbastanza forte per farci stare parte della giornata, 19 marzo 1852, colle basse gabbie — e dico tifone, perchè il vento fece tutto il giro della bussola, segno caratteristico del tifone, ed il mare si agitò terribilmente come suole in quel grande temporale.

»Io ero ammalato di reumatismi, e mi trovavo nel forte della tempesta addormentato nel mio camerino sopra coperta. Nel sonno io ero trasportato nella mia terra natale; ma in luogo di trovarvi quell’aria di Paradiso ch’ero assuefatto di trovare in Nizza, ove tutto mi sorrideva, tutto mi sembrava tetro come un’atmosfera di cimitero; tra una folla di donne ch’io scorgeva in lontananza, in aria dimessa e mesta, mi sembrò di scorgere una bara — e quelle donne, quantunque movessero lentamente, avanzavano però alla mia volta. Io con un fatale presentimento feci uno sforzo per avvicinarmi al convoglio funebre, e non potei movermi, avevo una montagna sullo stomaco. La comitiva però giunse al lato del mio giaciglio, vi depose la bara e dileguossi.

»Sudante di fatica, avevo inutilmente cercato di sorreggermi sulle braccia. Ero sotto la terribile influenza d’un incubo — e quando principiai a movermi, a sentire accanto a me la fredda salma d’un cadavere, ed a riconoscere il santo volto di mia Madre, io mi era desto; ma l’impressione di una mano ghiacciata era rimasta sulla mia mano.

»Il cupo ruggito della tempesta ed i lamenti della povera _Carmen_ spietatamente sbattuta contro terra, non poterono dileguare interamente i terribili effetti del mio sogno.

»In quel giorno ed in quell’ora certamente io ero rimasto privo della mia genitrice, dell’ottima delle madri.»

Rammentiamoci infatti che il 19 marzo 1852 la signora Rosa non era più.

A Hong-Kong però avendo saputo che il corrispondente commerciale del De Negri, Mr King, era partito per Canton, il Generale stimò opportuno raggiungerlo colà; trovatolo di fatto e ricevuto l’ordine di riportare il carico ad Amoy, salpa a quella volta, vi scarica e vi vende ad ottimi patti, ritorna subito dopo a Hong-Kong, rimonta il fiume omonimo fino a Wampoo, rifà un nuovo carico da trasportare a Lima, e nell’autunno di quell’anno, battendo la stessa rotta, senza avventure notevoli, riapproda colla stessa fortuna nel porto d’onde era partito.

Non restò per altro a terra lungo tempo, chè al cominciare del 1853 è rinviato dallo stesso Negri a New-York a prendervi il comando del _Commonwealth_, un tre alberi di mille duecento tonnellate, destinato a caricare carbone in Inghilterra e trasportarlo in Italia. E infatti il nostro Capitano marittimo parte quasi subito per New-Castle e vi fa il carico assegnatogli; appena lesto, spiega la vela; e dopo cinque anni di lontananza, cominciando il 1854, viene a dar fondo nel Porto di Genova, e rivede quell’Italia che era stata su tutti i lidi la stella polare e la mèta suprema del suo cammino.[174]

Nè alcuno gli aveva contrastato lo sbarco. Il Governo piemontese era guarito de’ suoi puerili terrori, la sua politica aveva già preso colore più vivo di italianità: il Governo era passato nelle mani del conte di Cavour, e basti. Il Capitano del _Commonwealth_ non fu dunque molestato; ed egli potè liberamente metter piede a Nizza ad abbracciare i suoi tre bambini che non rivedeva da cinque anni; a salutare, almeno nella tomba, la sua povera madre, a cui aveva date sì torbide gioie e sì scarse consolazioni.

E in Nizza stette tutto quell’anno 1854, tranquillo e quasi dimenticato, contento d’avviare con un altro bastimentuccio, detto l’_Esploratore_, un po’ di cabotaggio per i mari vicini; arrischiandosi, una volta, fino a Marsiglia, dove pare che la Polizia napoleonica fosse disposta a chiudere un occhio e a lasciare in pace il suo antico perseguitato.

Le sue corse più frequenti però erano ancora per la Sardegna, dove già andava mulinando di fissare la sua dimora; e fu appunto in una di esse che sorpreso da un grosso fortunale nelle Bocche di San Bonifacio, e resogli impossibile il continuare la rotta per Porto Torres, si gettò a rifugio sulla costa della Maddalena; e colà dimorando alcuni giorni, gli balenò per la prima volta l’idea di comperare una parte dell’Isola di Caprera.

Aveva riscossi alcuni residui de’ suoi stipendi di Montevideo; nei suoi ultimi viaggi marittimi aveva messo da parte qualche peculio; una sommetta aveva raccolta dall’eredità del fratello Felice; onde gli pareva venuto il momento di metter a profitto i suoi modesti capitali, e che nessun impiego fosse migliore di quello.[175]

XIX.

La Caprera, come è noto, sorge tra il lato orientale della Maddalena, e il capo settentrionale della Sardegna, dalla quale è divisa soltanto dal piccolo golfo d’Arsachena. All’aspetto è un masso granitico oblungo che s’avvalla ad occidente, s’innalza al punto opposto e scende da quella banda a picco sul Mediterraneo. Un monte, detto il Teggiolone, alto non più che trecento metri sul livello del mare, lo corre da nord a sud, e cominciando da Punta Galera, sua estremità settentrionale, va a finire, traverso valloncelli e frane e scoscendimenti, alla così detta Punta Rossa, che forma a mezzodì uno de’ corni del golfo di Arsachena. Misura tre chilometri di larghezza e cinque di lunghezza; la nuda roccia dominante su tutta l’Isola è spalmata a intervalli da sottili strati di terra vegetale, su cui verdeggia a stento fra folte macchie di lentischi e di arbusti qualche oasi erbosa. Il clima vi è, come in tutte le nostre isole, temperato e l’aere salubre; ma scarsissima l’acqua, incessante il giuoco de’ venti e turbinoso il Maestro. Pescose le rive, ma irte di punte, di secche, di scogliere; innumeri perciò le anse, i seni, le calanche, ma di veri porti nessuno; unici punti d’approdo, per barche mezzane il porto dello Stagnarello a settentrione e l’insenata d’Arsachena a mezzodì.

Nel 1855 Caprera era divisa tra due soli proprietari: il Demanio sardo, che vi occupava il lato settentrionale e l’aveva già partito in piccoli lotti per metterlo in vendita, ed i signori Collins, inglesi stanziati alla Maddalena, che vi possedevano il meridionale più ad uso di caccia che per speranza d’un frutto qualsiasi. Nel rimanente due famiglie di pastori, di cui si perdevano tra gli anfratti della valle le povere capanne; qualche branco di capre e di pecore erranti tra gli scogli in cerca d’una magra pastura; qualche volo di pernici e di beccaccie migrate dalla vicina Sardegna annidiate tra le macchie; poche coppie di caproni selvatici inerpicati su pei greppi del Teggiolone: ecco i soli esseri viventi del luogo.

Nessuna amenità di sito adunque, nessuna feracità di suolo, nessuna varietà di flora e di fauna; ma in cambio il mare profondo, la solitudine immensa, la libertà imperturbata: tutto quanto bastava agli occhi di Garibaldi per trasformare l’orrido scoglio in un orto d’Esperia. Oltre di che l’aveva preso la passione dell’agricoltura, cosa meno strana di quel che appaia, poichè l’amor de’ campi e l’amore del mare sono fratelli e nascono entrambi dal bisogno della vita libera, solitaria, e dal profondo sentimento della natura infinita.

Alleandosi pertanto le illusioni dell’agricoltore alla misantropia dell’uomo ed alla fantasia del poeta, Garibaldi decise comperare la maggior parte di que’ lotti vendibili, e di trapiantarvi stabilmente le nomadi tende della sua vita.

Ma per far tutto ciò, una prima cosa era necessaria: rendere l’Isola abitabile, costruirvi cioè una casa. E a questo pure Garibaldi aveva pensato; ma a modo suo, quanto dire primitivo e singolare sempre. E punto primo, la casa dovrà essere una riproduzione perfetta di quelle di Montevideo: un semplice quadrato di quattro camere poste su d’un piano solo, coperto da una terrazza bianca e liscia che serva insieme di tetto e di vasca alle acque piovane, che vengono poi raccolte per via d’un canale in un serbatoio interno, ecco la reggia fastosa che Garibaldi edificherà da sè stesso nel suo nuovo regno di Caprera. Quanto poi ai lavoratori, egli e quattro o cinque amici, Basso, Menotti, Gusmaroli, Froscianti, si spartiranno le faccende ed i mestieri, e coll’aiuto e la guida di qualche maestro muratore e falegname basteranno alla bisogna. Di necessità, durante i lavori, si vivrà accampati sotto le tende, alla militare; la caccia e la pesca dei dintorni provvederanno al vitto quotidiano, e al difetto di pratica supplirà l’ingegno, la lena e l’allegria.

XX.

E fu ancora in quell’anno ch’egli s’era tolta l’impresa della liberazione dei prigionieri di Santo Stefano. Pochi anni or sono il fatto era noto a pochissimi; le _Memorie_ del Settembrini e le _Lettere_ al Panizzi, di recente pubblicate, l’hanno reso notorio. Ventidue condannati politici, tra i quali Luigi Settembrini, Silvio Spaventa, Gennaro Placco, Filippo Agresti, giacevano da quattro anni nelle carceri di Santo Stefano; rei, come diceva la legge borbonica, «del delitto di maestà;» rei d’amor patrio. Come è natura dei prigionieri, degl’innocenti principalmente, il pensiero della fuga era incessante; quindi i disegni, i conati, i tentativi innumerevoli, arditi, strani talvolta, ma vani fino allora tutti. Sulla fine del 1854 però Antonio Panizzi, non mai dimentico della sua Italia e partecipe, più che non paresse, d’ogni congiura diretta al suo bene, combina col Settembrini a Santo Stefano e con Agostino Bertani a Genova un nuovo e più arduo progetto. I prigionieri penseranno essi a scappare dall’ergastolo forando con ferri, nascostamente introdotti, la vôlta della loro camera, e calandosi di là per i tetti, e le muraglie in una nascosta insenata a oriente dell’isola. Di fuori invece un piroscafo noleggiato da amici, e «comandato da _un uomo unico_,» passerà in una notte senza luna davanti a Santo Stefano, portando per segnale all’albero, o agli alberi, _una fiamma bianca_, o _delle fiamme bianche_, le quali s’abbasseranno per qualche momento, poi giunto vicino all’ergastolo si rialzeranno; il bastimento di giorno s’allontanerà, al tornar della notte s’avvicinerà di nuovo all’isola, ed a mezza notte manderà una lancia o due al seno indicato; colà i prigionieri porteranno una lanterna accesa rivolta alla parte della lancia, questa s’accosterà pronunziando la parola d’ordine: _Panizzi_; i prigionieri risponderanno colla parola: _Settembrini_; e ciò fatto la lancia toccherà terra, imbarcherà i fuggitivi e il piroscafo li rapirà con sè. E questo progetto tenne occupati, speranzosi, angosciati per più d’un anno i poveri cattivi; finchè ai primi di settembre del 1856 fu scritta loro la notizia che il piroscafo destinato alla fuga aveva naufragato sulle coste d’Inghilterra; e il disegno per allora completamente fallito.

«L’uomo unico,» di cui parlava il Panizzi nella sua lettera al Settembrini, era Giuseppe Garibaldi; e si converrà che se v’era uomo adatto a rischiare e condurre alla fine quella nobile impresa era lui; se non l’unico, il primo innegabilmente.

XXI.

Il 6 agosto 1856 Garibaldi era in Genova; e tra lui e Felice Foresti, il compagno di Spielberg di Giorgio Pallavicino, succedeva questo dialogo:[176]

_Garibaldi._ — Tieni tu un assiduo carteggio col marchese Pallavicino?

_Foresti._ — Ci scriviamo di quando in quando.

_G._ — Ma dunque scrivigli, Foresti mio, che io sono importunato e messo continuamente alle strette da molti bravi giovinotti, che pur vorrebbero ch’io mi mettessi alla loro testa per incominciare un ardito movimento nazionale.

_F._ — D’onde vengono costoro?

_G._ — Dall’Italia centrale e dalla Sicilia; e parecchi appartengono all’Emigrazione italiana qui stanziata.

_F._ — Ma cosa rispondi tu alle loro inchieste insistenti?

_G._ — Che perseverino nel loro divisamento nobile e patriottico; ma in quanto ad attuarlo è forza che abbiano pazienza ancora un poco. Perchè, a dirti il vero, io reputo che sarebbe mal fatto di mettersi in campagna, o sull’Appennino con bande, prima della vegnente primavera.

_F._ — Ma io non comprendo come non si debba poter combattere anche d’inverno. Napoleone ha ripetutamente provato che lo si può fare.

_G._ — Io ho anche delle ragioni particolari per indugiare fino alla primavera: oggi non posso dirtele, ma te ne dirò una, e forse la principale. Io veggo che dobbiamo fare tesoro delle forze piemontesi regolari e volontarie: quindi la spinta al movimento, almeno indiretta, dovrebbe venirci dal Governo. Ma io non so.... non capisco. Mi pare che vi sia un’inerzia, un ritegno, un’indifferenza. Infine che cosa fa questo Partito Nazionale?

_F._ — Davvero non lo so propriamente: congetturo che s’adoperi per la causa italiana.

_G._ — Consenziente il Re?

_F._ — Non lo so.

_G._ — Ma, santo Dio, dovremmo pur saperlo! io offro il mio braccio, la mia vita all’Italia, e per essa alla Corona sabauda; ma vorrei vedere preparativi, udire assicurazioni d’appoggio, maneggi, movimento, vita.

_F._ — Lo desidero anch’io, ma non è che un desiderio.

_G._ — Giorgio Pallavicino e gli altri, che più facilmente avvicinano il Re ed i Ministri, si dieno le mani attorno; che mettano insieme de’ mezzi; che non mi lascino così sull’arena.

_F._ — Sì, te lo prometto.

E ciò, superfluo a dirsi, non perchè nell’animo dell’eroe si fosse intiepidita la fiducia nella rivoluzione e nelle armi popolari; ma per quella ragione già espressa al Foresti: che vedeva ormai la necessità di far tesoro delle forze piemontesi regolari e volontarie, e di attendere dal Governo la spinta. Era in sostanza l’idea che Daniele Manin e Giorgio Pallavicino si studiavano in quei giorni d’incarnare nel nuovo partito nazionale da essi immaginato: sottoporre ogni ragione di parte ed ogni questione di forma all’intento supremo dell’indipendenza e dell’unificazione d’Italia; accettare la Monarchia di Savoia, se essa accettava di fare l’Italia; fidare al Governo di Vittorio Emanuele l’arbitrato e l’imperio dell’impresa nazionale, spingendolo coll’agitazione, secondandolo, se era d’uopo, coll’insurrezione, ma lasciando a lui solo la scelta del modo e dell’istante.

Ora nessun documento, a parer nostro, rispecchia più fedelmente le idee e le opinioni del nostro Garibaldi in quell’anno, del dialogo da noi riferito. Era il momento in cui i conati d’insurrezione e i progetti di spedizioni pullulavano da ogni parte. Il Mazzini apparecchiava una delle sue solite scorrerie nell’Appennino apuano; il siciliano Francesco Bentivegna chiamava alla riscossa, con ardimento infelice, l’Isola natía; i patriotti napoletani, capitanati principalmente da Enrico Cosenz, tramavano, colla Legione anglo-italiana, uno sbarco nel Regno,[177] e tutti questi, e quanti altri com’essi covavano progetti di sommossa o di congiure, mettevano capo a Garibaldi; e quali per capitano, quali per iniziatore, quali per ausiliare, tutti facevano assegnamento sulla virtù del suo braccio e sulla magía del suo nome.

E Garibaldi non si rifiutava, non poteva rinnegare la propria natura, ma non incoraggiava nemmeno; prometteva di seguire, ma rifuggiva dall’iniziare; suggeriva, stile insolito, cautele e temporeggiamenti, e si teneva sciolto da ogni impegno. E qui si conviene esser giusti. Il programma dell’egemonia piemontese, o come altri lo dice, dell’unità sotto Casa Savoia, non fu un trovato esclusivo e privilegiato di chicchessia; scaturì per virtù propria dalle viscere stesse della nostra storia, si svolse naturalmente da tutte quelle serie di avvenimenti che dal Quarantotto in poi corressero, se non mutarono, l’indirizzo della rivoluzione italiana e ne apparecchiarono il trionfo. La impotenza sempre più manifesta dei partiti puramente rivoluzionari, la sfacciata complicità dei Principati domestici colle signorie straniere, l’uso sapientemente moderato della libertà fatto dal popolo subalpino, la politica schiettamente nazionale del suo Parlamento e del suo Governo, e infine, più possente di tutte, la proverbiale lealtà di Vittorio Emanuele ai patti giurati; queste furono le prime e vere cagioni di quel grande e provvido primato della Monarchia piemontese, d’onde sorse l’Italia. Senza l’accordo provvidenziale di questi tre grandi fatti; senza la condotta antinazionale e liberticida degli altri Principi d’Italia, che spegnesse nelle collere popolari le ultime reliquie delle fazioni municipali; senza il fallimento ripetuto della parte repubblicana, che faceva parer accettabile anche a’ più radicali la Dittatura regia, certo l’assorbimento dei vecchi partiti rivoluzionari in un grande partito nazionale, monarchico ed unitario sarebbe stato assai più lento; e il risorgimento italiano, tra martirii e strazi novelli, differito a un giorno imprevedibile.

E certo l’ultimo tratto alla bilancia lo diede la spedizione di Crimea. Invano s’ostinavano a negarlo gl’increduli, a fraintenderlo i ciechi, a schernirlo e ripudiarlo i settarii; l’alto fatto parlava da sè. Quella schiera di prodi che il conte di Cavour spediva col vessillo tricolore in pugno a combattere fra i primi eserciti d’Europa, portava nelle pieghe del suo vessillo, l’Italia; quella modesta, ma onorata vittoria di Traktir, era vittoria italiana; quelle alleanze, o quelle amicizie, onde il grand’uomo di Stato afforzava e muniva il Piemonte, erano forza e scudo d’Italia; quella voce ardita ch’egli faceva suonare ne’ Consigli europei era per l’Italia; tutta, insomma, quella breve, ma gloriosa pagina di storia del piccolo paese a piè dell’Alpi, era storia ormai di tutta Italia; e la nazione in suo segreto non esitava più a commettere le sue sorti a quel Re e a quel Ministro, che l’avevan difesa a viso aperto e fatta rivivere fra le genti civili.

XXII.

Tutto ciò però ampiamente concesso, importa restituire a ciascuno il suo. Grande il merito del Piemonte, grandissimo quello di Vittorio Emanuele e del Cavour; ma non spregevole, non dimenticabile, quello degli uomini, i quali indovinarono per i primi il segreto della loro politica e ne propagarono l’idea. E tanto più meritevole, in quanto che essi medesimi, cresciuti in una fede diversa della monarchica, dovevano troncare il filo della propria tradizione e rompere in visiera coi partiti, ai quali erano sino a quel giorno appartenuti. Però la difficoltà vera dell’impresa assunta da Daniele Manin e da Giorgio Pallavicino era non tanto di dare una formola ad un concetto per sè definito e palese, quanto di evangelizzarlo fra genti diverse; di farlo accettare insieme dai repubblicani, dai rivoluzionari e dagli autonomisti di tutti i colori, di scomporre i fasci de’ vecchi partiti, e di ricomporre coi loro frammenti il fascio d’un nuovo grande partito nazionale. Ed al compimento di questo disegno potrà essere dubbio se più abbia cooperato il patrocinio onde li fiancheggiava il conte di Cavour, o l’adesione aperta che gli aveva data Giuseppe Garibaldi; ma infine, nella misura delle forze e delle influenze loro, tutti concorsero all’opera, e Garibaldi, pel primo, li secondò, poi li precorse e fin’anco li superò.

Di Garibaldi anzi conviene mettere in sodo un punto. Egli accettò il programma «della Dittatura sabauda,» come egli lo chiamava, senza riserva e restrizione di sorta. Avrà avuto in petto egli pure come il Mazzini un giorno, o come il Manin in quell’anno, il suo: «se no, no;» ma non lo espresse mai; e tutto quanto egli concesse, fu con incondizionata fiducia. Diverso in questo dagli stessi componenti il _Comitato dell’Associazione nazionale_, che litigavano se il laborioso programma dovesse dire: «_finchè_, o _purchè_, o _perchè_, la Monarchia di Savoia sarà fedele ai patti promessi;» diverso dallo stesso Giorgio Pallavicino, che non sapendo guarire da’ suoi vecchi sospetti contro il Cavour,[178] ricompariva ad ogni istante a mettere condizioni, a esprimere diffidenze, a richiedere pegni che facevan, senza fallo, testimonianza del suo geloso amor patrio; ma che non erano certo buone prove del suo acume politico.

Garibaldi invece è come donna innamorata; una volta che si è dato, s’abbandona interamente. Il 13 agosto visita per la prima volta il conte di Cavour, e il Foresti, che l’accompagnava, così descrive l’incontro:

«Il nostro Garibaldi era a Torino il 13 corrente, ed io ve lo accompagnai. Cavour l’accolse con modi cortesi e famigliari ad un tempo, gli fece sperar molto, e l’autorizzò ad insinuare speranza nell’animo altrui. Pare ch’ei pensi seriamente al grande fatto della redenzione politica della nostra Penisola.... Insomma Garibaldi si congedò dal Ministro come da un amico, che promette e incoraggia ad un’impresa vagheggiata.[179]»

Più tardi, apertasi dalla stampa governativa la sottoscrizione pei cento cannoni d’Alessandria, e dalla democratica, quella per l’acquisto de’ centomila fucili, Garibaldi sottoscrisse, con patriottica neutralità, per entrambi; scontentando molti de’ suoi vecchi amici, ma più ancora sforzandoli col suo esempio ad imitarlo.

Alcune settimane dopo, essendo ai bagni di Voltaggio, e volendo ringraziare gli abitanti che l’avevano accolto con dimostrazioni di simpatia, scriveva loro, tra l’altre, queste significantissime parole:

«Sì, giovani della crescente generazione, voi siete chiamati a compire il sublime concetto di Dio, emanato nell’anima dei nostri grandi di tutte le epoche: l’unificazione del gran popolo che diede al mondo gli Archimedi, gli Scipioni, i Filiberti. A voi, guardiani delle Alpi, vien commessa oggi la sacra missione; non vi è un popolo della Penisola che non vi guardi, e che non palpiti alla guerriera vostra tenuta, alle vostre prodezze sui campi di battaglia. Campioni della redenzione italiana, il mondo vi contempla con ammirazione, e lo straniero, che infesta l’abituro dei vostri fratelli, ha la paura e la morte nell’anima.

»Gli Italiani di tutte le contrade sono pronti a rannodarsi al glorioso vessillo che vi regge, ed io giubilante di compiere il mio voto all’Italia, potrò, Dio ne sia benedetto!, darle questo resto di vita.

»Dallo Stabilimento idroterapico dei signori Ansaldo e Romanengo.

»GIUSEPPE GARIBALDI.[180]»

Finalmente quando nel maggio 1857 fu invitato, assieme al Pasi e al Medici, ad aderire pubblicamente al programma dell’Associazione nazionale, egli solo non esitò un istante a dare il suo consenso, e lo espresse al Pallavicino così:[181]

«Caprera, 20 maggio 1857.

»Pregiatissimo amico,

»Io imparai a stimarvi ed amarvi dal nostro Foresti, e dalle vicende dell’onorevole vostra vita. Le idee che voi manifestate sono le mie, e vi fo padrone quindi della mia firma per la dichiarazione vostra.

»Vogliate contraccambiare co’ miei affettuosi saluti Manin, Ulloa e La Farina, ch’io vo superbo d’accompagnare in qualunque manifestazione pubblica.

»Sono di cuore vostro

»GIUSEPPE GARIBALDI.»

Però il Pallavicino aveva ragione di chiamare la solenne adesione di Garibaldi «un fatto immenso.» Esso scioglieva in due il vecchio partito repubblicano, non lasciando al Mazzini che il manipolo dei dottrinari; raccoglieva sotto i segni della Monarchia gli erranti delle vecchie fazioni municipali; trascinava sotto le insegne della Dinastia di Savoia tutta la gioventù operosa e militante d’Italia; poneva il suggello al patto d’alleanza tra la rivoluzione e la Monarchia. Certo non era in potere di Garibaldi impedire che questa alleanza si facesse; ma nessuno negherà che fosse in sua mano il ritardarla. S’immagini per un istante Garibaldi avverso alla Monarchia di Savoia, e serrato intorno a lui, come a Capitano e Dittatore, tutto il vario stuolo de’ repubblicani, ingrossato dagli autonomisti e dagli scontenti di tutte le specie, e si dica quel che poteva accadere in Italia dopo Villafranca? Probabilmente una discordia fratricida, ed un’anarchia quarantottesca in metà della Penisola; certo la spedizione di Marsala o fermata dal conte di Cavour, o annientata dal Borbone, o sfruttata dal Mazzini; e in qualsivoglia caso, lo stupendo moto del nostro risorgimento o sviato, o impedito, o funestato.