CAPITOLO SETTIMO.
DA VARESE ALLA CATTOLICA. [1859.]
I.
Il grande anno intanto era spuntato. Napoleone III aveva già apostrofato il barone Hübner colle celebri parole: «Duolmi che le nostre relazioni col vostro Governo non siano più così buone come per il passato;» Vittorio Emanuele aveva già pronunciato nel Parlamento subalpino il fatidico motto dei «gridi di dolore,» e nessuno in Europa, non che in Italia, poteva fraintendere il senso di sì eloquenti responsi. Oramai ogni dubbiezza spariva, i frutti dell’alleanza di Crimea venivano a maturanza, e il segreto delle escursioni autunnali di Plombières cominciava a trapelare. Nessun fatto l’attestava chiaramente, ma ognuno nella mente sua ne era certo: il Piemonte e la Francia, meglio dire re Vittorio e l’imperatore Napoleone, avevano patteggiato la cacciata dell’Austriaco dall’Italia; e solo restava a «percorrere quello spazio oscuro (come dice Amleto), pieno d’incertezza e d’ansietà, che corre tra la risoluzione d’un disegno e la sua esecuzione.»
Nè l’Italia chiedeva a quali patti quell’alleanza fosse conchiusa. Come nel 1848 non v’era tradimento, per quanto assurdo, a cui gli Italiani non fossero disposti a credere; così nel 1859 non v’era generosità, per quanto sovrannaturale, di cui non fossero pronti a lusingarsi. Per essi il disinteresse della Francia era un dogma, al pari della lealtà di Vittorio Emanuele. Indarno il moltiforme stuolo de’ repubblicani, de’ radicali, de’ diffidenti per indole e dei malcontenti per progetto andava susurrando: pericolosa l’alleanza forestiera, certi i compensi promessi a Napoleone, unica mèta del conte di Cavour un regno dell’Alta Italia, e l’unità rinnegata e la libertà pericolante: tutte queste voci passavano senz’eco traverso l’anima credente della nazione e non la turbavano un istante. Assennata da’ suoi errori, l’Italia del 1859 aveva finalmente compreso: suprema necessità l’acquisto dell’indipendenza; vana, accademica, insolubile ogni altra questione prima che fosse risolta quella a tutte anteriore dell’essere; ogni mezzo valere a siffatto fine; provvida perciò anche l’alleanza forestiera, se le forze nazionali non bastavano all’opera, e tanto più se di quell’alleanza stava garante quel Re galantuomo, che, oltre al non poter tradire, era interessato per il primo a non barattare il suo piccolo, ma sovrano retaggio in una più grande, ma tributaria corona di vassallo.
Però il ricordarlo potrà spiacere a taluno, ma la verità è questa sola: l’alleanza francese era nel 1859, e rimase fino alla scoperta dei capitoli di Nizza e Savoia, popolarissima in Italia; e molti tra coloro che oggi rifatti liberi mercè sua la ripudiano e la maledicono, dimenticano d’averla in quell’anno festeggiata e benedetta. Nessun ricordo del grande inganno del 1796; nessun rancore della più recente aggressione del 1849. Così il Francese conquistatore e prepotente del primo Bonaparte, come il Francese cocollato e liberticida del terzo, s’erano interamente ecclissati nella memoria popolare, per far luce al tipo, fantastico in parte esso pure, d’un terzo Francese, cavalleresco, disinteressato, paladino di un’idea, mosso unicamente dall’onesto orgoglio di dare egli il primo strappo ai trattati del 1815, e di vendicare nel nipote i torti fatti allo zio. Erano fratelli che venivano a liberare fratelli; era la nuova rivincita della stirpe latina contro il secolare nemico teutonico; e i calcoli della politica e i sillogismi della ragione non potevano scrollare la bella fede. Quindi quel giubilo, trepido tuttora e segreto, ma universale, al primo annunzio del grande avvenimento; poi quell’entusiasmo aperto, e crescente man mano che la promessa si faceva certezza; finalmente, manifestazione più significativa di tutte, quell’accorrere della più eletta gioventù italiana sotto la bandiera di quel Re, al cenno di quel Ministro, che avevano ordita quell’alleanza e preparata quella guerra, arre certissime della redenzion della patria.
II.
Fin dallo scorcio di dicembre del 1858 il conte di Cavour faceva chiamare a segreto convegno il general Garibaldi, e questi, lasciata in tutta fretta la Caprera, giungeva a insaputa di tutti a Torino, e strettosi a conferenza col Conte riceveva da lui la confidenza di questo disegno.[182] Una insurrezione era predisposta ne’ Ducati: verso il 1º d’aprile Massa e Carrara darebbero la mossa; due bande di volontari irromperebbero contemporaneamente da Lerici e da Sarzana a spalleggiare la rivolta e Garibaldi stesso le capitanerebbe. Frattanto una compagnia di Bersaglieri, composta de’ più validi e attuosi elementi della Guardia Nazionale di Genova, si doveva organizzare in quella città, e sarebbe il primo nucleo delle forze popolari destinate a fiancheggiar colla rivoluzione l’esercito regolare. Giubilò Garibaldi alla proposta e diede senza ritegno tutto sè stesso; e lieto di portar seco la certezza che ormai la guerra d’Italia fosse imminente, si ridusse di nuovo alla sua Isola, da dove non rifiniva di lodare il gran Ministro, che chiamava «suo amico,» di predicare a tutti i suoi la necessità della Dittatura regia, di patrocinare l’armamento nazionale, e soprattutto di raccomandarsi perchè al primo segnale s’affrettassero a chiamarlo, inviandogli, se occorreva, un apposito piroscafo per levarlo da Caprera.
Ma la nuova piega degli avvenimenti e l’accalcarsi crescente dei volontari in Piemonte consigliarono il conte di Cavour, se non ad abbandonare, a porre in seconda linea quel disegno, ed a pensare un mezzo, a parer suo più efficace ed espediente, per trar profitto di Garibaldi e de’ suoi seguaci. Infatti il 2 marzo 1859 (quella volta chiamato dal Re stesso) Garibaldi tornava in Torino, e il suo arrivo improvviso parve a tutti indizio di prossime novità.[185]
Di quel dialogo tra il Re Galantuomo e l’eroe popolare, le parole testuali andarono perdute; almeno a noi non fu dato scoprirle; ma il senso ne fu ben presto palese. Tornato a Genova, Garibaldi convocò i suoi più intimi, Medici, Sacchi, Bixio, e nell’usato suo stile diede loro quest’annunzio: Ho veduto Vittorio Emanuele; credo che il giorno di ripigliare le armi per l’Italia non sia lontano; state pronti; io spero di poter fare ancora qualcosa con voi!
E le parole furono decisive. Dicemmo come molti de’ più radicali si fossero rifiutati di ascriversi all’_Associazione nazionale_ del Pallavicino, non per avversione all’idea, ma perchè preferivano tenersi sciolti da ogni impegno, pronti sempre a gettarsi nelle fila del primo partito che combattesse. Ora però la condizione da essi posta s’adempiva; e poichè non un partito, ma un governo, un popolo intero si metteva a capo di quell’impresa, per la quale essi medesimi s’eran serbati, ogni ragione di esitanza o di dubbiezza scompariva, ed essi promettevano a Garibaldi tutto il loro concorso, come Garibaldi l’aveva promesso a Vittorio Emanuele ed al Cavour.
Ed era quella, tra le molte, una delle più preziose conquiste del conte di Cavour. Che l’Italia fosse con lui, nessun dubbio; ma era mestieri che tutti lo sapessero e lo credessero del pari; che lo credesse e sapesse prima di tutti la vecchia Europa conservatrice, la quale probabilmente non avrebbe tardato a domandargli con qual diritto egli, piemontese, si arrogava di parlare in nome di tutti gli Italiani. Ora la risposta a questa domanda egli voleva averla pronta; e l’aveva già nel fatto. Tutti quei giovani d’ogni classe e condizione, che traverso a rischi e travagli infiniti convenivano da ogni regione della Penisola in Piemonte, impazienti di combattere e di morire sotto le insegne di quel che che s’era fatto campione della causa nazionale, erano l’Italia, e facevano anche agli occhi della più cieca diplomazia tale un plebiscito unitario, che nessun altro più eloquente. Tuttavia v’era un modo per rendere ancora più fruttuoso quel soccorso e più espressivo quel suffragio: ordinare quella valorosa gioventù in corpi speciali, che stessero a fianco dell’esercito come rappresentanti distinti di quell’elemento popolare e di quell’Italia rivoluzionaria, che il conte di Cavour s’era assunto di dimostrare metamorfosata, mercè la sua politica, in una pacifica e ordinata milizia, giurata alla sua impresa, obbediente al suo freno e soggetta al suo comando.
Nacquero da questo concetto i _Cacciatori delle Alpi_. L’idea d’un corpo ausiliario dell’esercito, che operando alla partigiana suscitasse o spalleggiasse l’insurrezione delle popolazioni, non fu indubbiamente estranea alla loro istituzione; ma importa assodare che quell’idea non ne fu nè la causa generatrice, nè il fine principale.
Certo il merito d’averli istituiti resta sempre; e foss’anche vero che il conte di Cavour se ne sia fatto uno stromento della sua politica, fu uno stromento utile e una politica patriottica, e nessuno ha diritto di biasimarlo.
Solo conviene esaminare il fatto in tutti i suoi aspetti, e, nemmeno per ammirazione dovuta ad un grand’uomo, alterarne il senso, o magnificarne la proporzione. Dei Cacciatori delle Alpi doveva essere più l’apparenza che la sostanza; più l’effetto morale che il vantaggio materiale, e più il significato politico che l’importanza militare. Simboleggiare la rivoluzione alleata alla Monarchia, offrire un pegno prudente ai radicali e un trattenimento gradito a Garibaldi, dare una mano, occorrendo, al grand’esercito italo-franco, questo l’ufficio e lo scopo dei Cacciatori delle Alpi: tutto il di più fortuito ed eventuale, come le sorti della guerra.
III.
Eravamo giunti così ai primi di marzo. Entrambi i contendenti, l’Austria e il Piemonte, reiteravano proteste di pace, ed entrambi gareggiavano in segreto a chi più s’armava e si premuniva. La gran lite era apparentemente commessa all’arbitrato della Diplomazia, in realtà stava tutta nelle mani del Cavour. Guai se in quell’armeggío di proposte oblique, di concessioni ambigue, di transazioni capziose egli avesse sbagliato una sola mossa: l’occasione d’Italia andava per quell’anno certamente perduta.
Il soccorso francese era a condizione che l’Austria non fosse assalita per la prima, onde al Cavour quest’arduo giuoco: alimentare co’ fatti lo sdegno del grande nemico, e a parole chetarlo; provocare e aver l’aria di essere provocato; accettare tutte le condizioni pacifiche che le Potenze proponevano, sottomano congiurando perchè all’avversario restasse tutto il torto di rifiutarle; far la parte della vittima rassegnata, confidando che l’Austria si stancherebbe per la prima e gli getterebbe quel guanto di sfida ch’egli era impaziente di raccogliere. E il giuoco gli riuscì; ma per un istante fu tale lo spavento di perderlo, che a guisa di tutti i giuocatori disperati pensò al suicidio.
E poichè uno dei più efficaci mezzi di provocazione, la vera banderuola rossa sugli occhi del toro infuriato, era la formazione dei Volontari italiani, essa fu irrevocabilmente decisa, e proprio nei giorni stessi in cui i Gabinetti di Torino e di Parigi accettavano la proposta del Congresso europeo, Garibaldi fu richiamato da Caprera per capitanarli.
Ed egli venne, traendosi seco i suoi più fidi commilitoni; e senza pretese, giova rammentarlo, senza riserve, senza condizioni di sorta, proprio come un vecchio ufficiale richiamato in attività di servizio si prese il posto che gli era assegnato, e si pose all’opera.
A lui tuttavia non fu lasciata nell’organizzazione grande balía; non lo si credeva molto idoneo a quell’ufficio, si voleva che il corpo ritraesse quanto più fosse possibile dell’ordinamento militare piemontese, e parve conveniente che un Generale dell’esercito sardo ne togliesse l’assunto. Però la scelta cadde su Enrico Cialdini, che appunto tra i Generali di quell’esercito aveva caldeggiata più d’ogni altro quella istituzione de’ Volontari, e per la mente larga e spregiudicata, le origini rivoluzionarie, i vincoli d’amicizia con parecchi tra i più eminenti uomini del partito d’azione, era additato a maneggiare meglio di chicchessia quell’aspra e diversa materia e darle la forma conveniente.
Nel primo pensiero i Volontari italiani dovevano chiamarsi, dal fiume che bagna Cuneo, luogo del loro primo deposito, _Cacciatori della Stura_; in appresso, pensando al teatro della loro probabile azione, furono battezzati col fiero nome di _Cacciatori delle Alpi_. Dovevano essere tre reggimenti; ma poichè non contarono mai più di due battaglioni, restarono infatti mezzi reggimenti, forti tutt’al più di mille cento uomini ciascuno. Ordinamento, disciplina, istruzione rigorosamente piemontesi, quindi buone; i quadri scelti dagli avanzi di Venezia, di Roma e del Tirolo, frammisti a pochi ufficiali licenziati dall’esercito sardo, quindi eccellenti. Nello Stato Maggiore il maggiore Carrano, dei difensori di Venezia; il capitano Corte, della Legione anglo-italiana; il capitano Cenni, dei difensori di Roma. Al comando del primo Reggimento, il tenente colonnello Enrico Cosenz, allievo della Scuola d’artiglieria di Napoli, emulo di Rossarol a Malghera; a quello del secondo, il tenente colonnello Giacomo Medici, l’eroe del Vascello; a quello del terzo, il colonnello Arduino, veterano del 21, soldato valoroso in Ispagna, comandante un reggimento della brigata Fanti nel 49. Sotto di loro poi, a capi di battaglione, Sacchi, Marocchetti, Bixio, Quintini; e ufficiali nelle compagnie, Bronzetti, De Cristoforis, Ferrari, Gorini, Alfieri, Susini Millelire, Chiassi, Cairoli, Migliavacca, Cadolini, Landi, Airoldi, Fanti, tutti nomi noti, o che lo diverranno tra poco. Finalmente, disseminato nelle file, un vivaio di studenti, di medici, di avvocati, di poeti, di patrizi, di patriotti; il fiore dell’intelligenza, del cuore, e del valore italiano.
Circa alle armi poi, mediocrissime, e circa all’assisa, sgraziatissima. Prendete un bel giovanotto dalle spalle quadre, dalle membra snelle, dal viso intelligente, insaccatelo nel cappottone turchino e nei pantaloni grigi del fantaccino regolare infilati entro le ghette di cuoio; calcategli sull’orecchio un gramo berrettuccio blù colla croce sabauda proprio di fino; cingetegli sulla schiena uno zaino a pelo, e attorno ai fianchi un cinturone nero colla sua brava giberna; girategli a tracolla il sacco a pane, la boraccia e la gamella di munizione; infine buttategli sulle spalle un vecchio fucilaccio a percussione che diverrà ben presto nelle sue mani un catenaccio irriconoscibile, e, per chiudere, se amaste i contrasti, mettetegli negli occhi l’allegria, nel cuore l’entusiasmo, nello stomaco l’appetito, e sulle labbra la perpetua canzone: _Addio, mia bella, addio_; e avrete il Cacciatore delle Alpi.
Nel rimanente, punto Artiglieria, punto Genio, punto, fino a campagna inoltrata, Intendenza. S’aggiunga un’ambulanza sceltissima, guidata dal dottor Bertani; una squadra di cinquanta cavalieri decorati del nome di Guide, capitanati da Francesco Simonetti, montati la più parte su cavalli propri; un manipolo di quaranta Carabinieri genovesi, tanto pochi quanto valenti, armati delle loro carabine svizzere, ed ecco rassegnata tutta quanta la così detta brigata dei Cacciatori delle Alpi: una brigata di tremila cinquecento uomini, quando fu completissima, e che, senza cannoni, senza materiali, senza cavalleria, male armata, male equipaggiata, doveva rappresentare la rivoluzione italiana e precedere i grandi eserciti alleati sui fianchi del nemico; o per usar l’espressione del conte di Cavour, «non ostante i difetti di istruzione e di coesione, mercè l’esperienza e l’abilità del suo capo, rendere utili servigi all’esercito, di cui sarà un aggregato.»
IV.
La fase diplomatica era esaurita; tutte le proposte di mediazione, di congresso, e di disarmo generale, quali frustrate dall’abilità del conte di Cavour, quali rigettate dal superbo disdegno della Corte di Vienna, erano fallite, e l’Austria ormai allo stremo della pazienza, consigliata, per fortuna nostra, più dalla collera che dalla saggezza, decise di rompere colla spada quella maglia insidiosa di trafitture e di ingiurie che il conte di Cavour gli aveva ordito d’intorno, e di appellarsi un’altra volta all’ultima ragione del suo vecchio e certo formidabile esercito.
La sera del 23 aprile due Inviati austriaci presentavano al conte di Cavour l’_Ultimatum_ del loro Governo: o disarmo immediato, o guerra inevitabile; e la risposta non poteva essere dubbia. Annunzio di nozze non giunge più gradito a fanciulla innamorata di quello che al Ministro sardo quell’intimazione di guerra. Finalmente quel cartello di sfida tanto provocato, tanto desiderato, egli lo teneva nelle mani; finalmente la guerra era certa, la Francia vi era impegnata, l’Austria l’intimava essa stessa e non poteva sfuggirla. Infatti, prima ancora che il conte di Cavour consegnasse ai messaggeri austriaci la sua risposta, Garibaldi, risposta ancora più espressiva, riceveva l’ordine di portar la sua brigata a Brusasco sulla destra del Po; e val quanto dire in prima linea.
E, poichè chi doveva ubbidire era anche più impaziente di chi comandava, i due primi reggimenti de’ Cacciatori (il terzo non era ancora giunto) presa a Savigliano la ferrovia, arrivavano la mattina del 26 a Chivasso e nella giornata stessa a Cavagnola e Brusasco, dove s’accantonavano.
V.
Fino a quel giorno naturalmente era dubbio quale sarebbe stato il teatro della guerra. Il nemico concentrato sul medio e basso Ticino, da Abbiategrasso a Pavia poteva tanto operare al mezzogiorno, quanto al settentrione della linea del Po; tanto mirare a Torino per le valli della Dora Baltea e della Stura, quanto mirare a Genova per la valle della Scrivia; ed all’esercito piemontese abbandonato ne’ primi giorni a sè stesso e costretto con cinquantamila uomini a fronteggiarne centocinquantamila, non restava miglior partito che tenersi in osservazione lungo tutta quella linea, guardando i passi principali e proteggendo da un colpo di mano la Capitale. E così fece; e fu conseguenza di questo primo appostamento de’ due eserciti avversari che la brigata dei Cacciatori delle Alpi fosse chiamata a Brusasco. Suo mandato era guardare il Po da Brusasco a Gabbiano, difendere la strada militare Casale-Torino, e chiudere gli intervalli vacanti tra la divisione Cialdini che guardava la Dora Baltea, e le batterie di Casale che proteggevano più a mezzogiorno i passi del Po.
Però sin dal primo giorno il Comandante in capo l’esercito regio dovette accorgersi che il Comandante dei Cacciatori delle Alpi era uomo che conosceva il suo mestiere, e pure ubbedendo agli ordini ricevuti li sapeva all’uopo saggiamente interpetrare. Infatti avendogli il Ministro della guerra comandato di porre un presidio nel castello di Verrua, il generale Garibaldi avvertì tosto, e giustamente, che se quel presidio aveva per iscopo di guardar la strada militare da Casale a Torino, non lo raggiungeva affatto, perchè Verrua era discosto troppo dalla detta via per poterne sbarrare il passo. Invece esplorando coll’usata sua solerzia il terreno datogli in custodia, aveva osservato che allo stesso ufficio provvedevano assai meglio le alture di Brozzolo; onde inviando la compagnia del Gorini (la prima del secondo Reggimento) a presidiar Verrua, mandò avviso al generale Cialdini, suo capo immediato, ch’egli andava in quel giorno stesso ad occupare Brozzolo e vi piantava il suo Quartier generale. E della risoluzione presa n’ebbe la miglior lode che mai potesse lusingarlo; poichè lo stesso generale Cialdini nell’ora medesima in cui il suo Brigadiere gli annunziava di aver fatta quella mossa, gli spediva, ignorando d’esser stato prevenuto, l’ordine di farla.
Però la disparità delle forze era tale che nessuna postura, per quanto felice, avrebbe salvato Torino per lo meno da un assalto, e l’esercito sardo da una percossa più o meno forte, se l’Austriaco avesse agito con maggior prontezza ed energia, e fosse stato governato da un concetto e da un uomo. Tutto ciò invece, per sventura sua e per ventura nostra, gli mancava. Il generale Giulay aveva innanzi a sè due vie: operare per il basso Po, sbucando da Pavia e da Piacenza, e assalita la destra piemontese prima che i soccorsi francesi l’avessero raggiunta, voltarsi a battere questi man mano che arrivavano in linea; o varcare il Ticino tra Magenta e Bereguardo e lasciato un corpo sufficiente a osservare Casale, rompere col rimanente le fragili linee della Baltea e della Stura, e marciare su Torino. Certo fra queste due vie quella che poteva condurre ad un risultato militare sicuro e completo, era la prima; la seconda invece non offriva che il vantaggio politico, importante per fermo, di impadronirsi della Capitale, e s’intende che un mediocre generale, insuperbito dalla momentanea superiorità delle sue forze, potesse vagheggiarlo. Ma in tal caso conveniva saper eseguire; conveniva cioè marciar rapido e manovrare energico; aver passato il Ticino fino dal 27 mattina, minacciare e, meglio ancora, sforzare colla metà dell’esercito i ponti del Po tra Casale e Valenza, prima che gl’Italo-Sardi vi si fossero concentrati d’attorno, e coll’altra metà, per Novara-Vercelli sfondate le fragili linee della Baltea e della Stura, correre sulla Capitale per rovesciarsi poi sull’esercito sardo e metterlo tra due fuochi.
Il generale Giulay, all’opposto, aspettò di varcare il Ticino al 29 sera; andò vagando tre giorni tra Mortara e Vercelli in cerca d’un nemico che non c’era; non fece alcun serio tentativo nè sul Po, nè verso la Dora; e lasciando scorrere inutilmente tre giorni preziosissimi per lui, si pose nell’impossibilità di trar profitto così della lontananza de’ Francesi, come della debolezza numerica degl’Italiani, e di vincere con poche difficoltà una prima grossa battaglia.
L’esercito sardo invece, appena conobbe le mosse del Generalissimo austriaco, s’appigliò al solo partito saggio e logico che gli restasse; si concentrò tutto sulla destra del Po tra Casale e San Salvatore, fiancheggiandosi con Alessandria, e lasciò che il Generalissimo nemico avanzasse se l’osava. E non l’osò per ventura sua; chè ormai nella giornata del 30 giunte a Torino ed Alessandria le avanguardie francesi, se gli Imperiali si fossero cacciati avanti, pochi di loro, assai probabilmente, avrebbero potuto ripassare il Ticino.
VI.
Compiuto pertanto questo provvido concentramento, il comando supremo dell’esercito sardo reputò ormai superflua la presenza della brigata Alpi sul Po, e ordinava al generale Garibaldi che levasse pel dì seguente, 1º maggio, il campo, e per Chivasso, Ivrea, Biella spiccasse la marcia verso il Lago Maggiore, campo assegnatogli fin dall’aprire della campagna. E Garibaldi s’apprestava ad ubbidire; quando un secondo ordine del generale Cialdini, scritto nella notte stessa dal 30 aprile al 1º maggio, veniva a revocare il primo, ingiungendogli di trasportare nel giorno stesso la sua brigata a Ponte Stura; mentre egli, il Cialdini, si sarebbe messo in marcia da Chivasso alla volta di Casale. Nè il cambiamento d’ordine era privo di ragione. Gli Austriaci si fortificavano a Vercelli, stormeggiavano intorno alla sinistra del Po, e molti indizi facevano dubitare che essi, abbandonata l’ubbía di correre su Torino, pensassero a sforzare il passaggio del gran fiume tra Casale e Valenza; onde nessuna forza era superflua a frustrarne il tentativo. Ed ecco come la brigata dei Cacciatori delle Alpi sostò ancora diciassette giorni sulle rive del Po, e potè prendere parte non piccola e non infeconda a tutta quella serie d’operazioni che la sinistra dell’esercito sardo, ora per contrastare il passaggio del Po, ora per tentare quello della Sesia, fece dal 1º al 18 maggio tra Casale e Vercelli.
E poichè questa parte fu circostanziatamente descritta dal capo dello Stato Maggiore dello stesso Garibaldi, noi vi sorvoleremo, bastandoci di registrarne compendiosamente per sola memoria le azioni principali e le date. Il 4 maggio i Cacciatori delle Alpi stanno a custodia di Ponte Stura; il 5, richiamati da una lettera del Cialdini,[186] marciano sotto un diluvio a Casale. Il 6, ordinata una sortita generale da Casale per riconoscere il nemico, e incettare vena e paglia, Garibaldi ha il comando della sinistra e alla testa di undici compagnie di Cacciatori, di un battaglione del diciassettesimo di linea, di una sezione d’artiglieria, si spinge sino a Bolzola e Rive; l’8 gli Austriaci vengono essi in ricognizione fino alla testa di Ponte di Casale, e i Cacciatori delle Alpi, specialmente la terza compagnia del capitano De Cristoforis gareggia di valore coi Bersaglieri e ributta alla baionetta il nemico. Nel giorno stesso Garibaldi parte per il Quartiere generale principale di San Salvatore, e ne riporta questa lettera autografa del Re, della quale, a dir vero, era più facile e doveroso ammirare le intenzioni che eseguire le prescrizioni:
«San Salvatore, 8 maggio 1859.
»Il signor generale Garibaldi partirà nella doppia mèta di cercare d’impedire al nemico di marciare sopra Torino, e di recarsi a Biella per Ivrea, onde agire sulla destra austriaca al Lago Maggiore nel modo che meglio crederà. — Io ordino pertanto a tutte le Autorità civili e militari, a tutte le Amministrazioni comunali di prestare ogni sorta di facilitazioni al predetto signor generale Garibaldi, onde egli possa fare sussistere la sua truppa e ripararla dalle intemperie. — Il generale Garibaldi è autorizzato a riunire sotto li suoi ordini tutti i volontari che già siano riuniti a Savigliano, Acqui ed altrove, come ad arruolare volontari ovunque si presenteranno a lui, sempre quando egli creda poterli accettare.[187]»
VII.
Come ognuno vede, la balía data al generale Garibaldi non poteva essere più ampia; ma i mezzi? Comunque, ubbidiente agli ordini sovrani, il Generale contromarcia immediatamente per Brozzolo, dove giunge la sera del 9; dirige su Gattinara tutte le reclute, i malati e magazzini rimasti a Savigliano; invita il colonnello Boldone, comandante i _Cacciatori degli Appennini_ organizzati ad Acqui, di marciare subito per Chivasso; il che però non ottiene, avendo il Ministro della guerra cassato ad arbitrio suo l’ordine del Re, e vietato a quel reggimento di muoversi fino a che non fosse in tutto punto per uscire alla campagna. Quali le conseguenze di questo contr’ordine, avremo a discorrere tra poco; intanto il nostro Generale, prescritto alla brigata di proseguire per Chivasso, parte al mattino del 10 per Torino, dove il Cavour l’aveva richiamato; ne riparte la sera stessa pel suo campo; ma a Chivasso vi è raggiunto da un nuovo ordine di pugno del Cavour stesso in cui era invitato ad avviare la sua colonna verso San Germano ed a mettersi a disposizione del generale Sonnaz per le operazioni dirette a scacciare i Tedeschi da Vercelli. La lettera poi soggiungeva: «Liberata quella città, potrà proseguire a seconda delle istruzioni ricevute da Sua Maestà.»
E naturalmente Garibaldi ubbidisce sollecito; e la brigata portata per la ferrovia da Chivasso a San Germano, vi arrivò nella giornata del 12 e si pose senz’altro agli ordini del vecchio Sonnaz. Il 13 la brigata udì il grato annunzio che avrebbe partecipato in prima linea all’attacco di Vercelli, combinato tra il generale Sonnaz che doveva assalire dalla sinistra, e il generale Cialdini che doveva irrompere dalla destra; e già i nostri Cacciatori erano in posizione, impazienti di combattere, quando un’ordinanza del generale Cialdini venne ad avvisare essere sospeso per quel giorno l’attacco, avendo il nemico preso una posizione di fianco sulla Sesia, pericolosa per l’assalitore. Allora il generale Sonnaz si contentò d’una ricognizione, nella quale stimò degno di lode il contegno de’ Cacciatori, e nel pomeriggio rimandò tutte le truppe ai loro accampamenti intorno a San Germano. E là, battuta giorno e notte da una pioggia sottile e ostinata, sprofondata fino al ginocchio nelle risaie, il capo sotto una doccia, il corpo dentro un bagno perpetuo, la brigata bivaccò ancora quattro giorni, occupata in esplorazioni e in tasteggiamenti; finchè, ormai entrato in linea da Novi ad Alessandria tutto l’esercito francese e dileguato il timore d’un colpo di mano su Torino e sul Po, Garibaldi ricevette l’ordine, e quella volta fu l’ultima, di muovere per Biella alla divisata sua incursione in Lombardia; e infatti nel mattino del 18 potè incominciare la marcia.
VIII.
Prima di seguirlo però, ci sia lecito un’osservazione. In quei venti giorni Garibaldi non aveva operato nulla di meraviglioso e di straordinario; ma tutto quello che gli era stato comandato l’aveva eseguito esattamente e puntualmente. Certo egli divide questo merito co’ suoi tre principali luogotenenti, il Medici, il Cosenz, l’Arduino, e questi con tutti i Cacciatori delle Alpi, i quali, nuovi quasi tutti alle armi, avvezzi la maggior parte agli agi ed alle delicatezze della vita, sopportarono le fatiche e le privazioni di quello scorcio di campagna colla disciplinatezza, la costanza e la imperturbabilità di veterani. Però nemmeno essi avrebbero potuto in così breve tempo meritar questo giudizio, se il loro Generale non avesse saputo trar partito così delle loro eccellenti qualità, come de’ loro inevitabili difetti. Quel che Garibaldi fece in que’ giorni per istruire, disciplinare, agguerrire i suoi volontari, potrebbe essere materia di non poche pagine. Oggi con un ordine del giorno o una parlata, domani con un esperimento o una manovra in piazza d’armi; il tal giorno addestrandoli ad aspettare il nemico a brucia pelo, il tal altro a battere in ritirata ultimi e ordinati; e dando sempre egli stesso l’esempio dell’attività, dell’ordine e della disciplina, era riuscito ad ottenere in quei pochi giorni di pratico tirocinio più che altri con mesi di caserma e di piazza d’armi.
E questo dell’ordinatore: come capitano poi, nessuna delle posizioni da lui prese ebbe bisogno d’esser corretta da’ suoi superiori; talvolta, come a Verrua, corresse egli stesso le sviste altrui; e se il 13 maggio fosse stato ascoltato, assai probabilmente Vercelli sarebbe tornato nel giorno stesso in potere degl’Italiani.
Sottoposto per tre settimane al comando di capi diversi, abballottato sovente tra ordini contradittori, li seppe conciliare e ubbidire tutti. Quanti l’accostavano ne sentivano il fáscino. Come le popolazioni, in mezzo alle quali passava, non rifinivano dal magnificare la sua cortesia, la sua affabilità, il suo delicato rispetto alle cose ed alle persone; così i suoi superiori restarono ammirati della sua arrendevolezza, della sua sottomissione e della sua disciplina. Il Cialdini, il De Sonnaz, il Cavour, il Re erano subitamente diventati suoi amici. Infatti avrebbe potuto dolersi di tante cose, e nol fece. Aveva bisogno di un Commissario di guerra, e non gli fu dato che tardi; domandò replicatamente il materiale d’ambulanza, e non potè ottenerlo; chiese due pezzi da montagna, e gli furono negati; pregò per i brevetti de’ suoi ufficiali, e non li ebbe mai; il Re gli concesse i Cacciatori degli Appennini, e il Ministero glieli portò via; era mandato a impresa rischiosissima, e se ne vedeva lesinati con mano avara i mezzi; pure non un lamento dalla sua bocca, non una difficoltà dal suo Quartier generale, mai un segno di dispetto e d’indisciplinatezza.
E dicasi pure che la disciplina e la subordinazione sono i doveri elementari d’ogni buon soldato; non è una lode che chiediamo per lui, amiamo soltanto chiarire un fatto e assodarlo.
Passato repentinamente dalle più sciolte abitudini della milizia irregolare alle rigide norme della regolare, egli si spogliò di quelle e s’investì di queste senza dar segno di sforzo o di disagio veruno. Il Garibaldi d’America e di Roma s’era nel 1859 totalmente trasformato. Il _gaucho_ era divenuto per amor di patria una _vecchia giberna_; per osservanza al Regolamento s’era persino fatto radere la barba, e se ne eccettui la sella americana buttata sul suo cavallo, e nelle marcie il fazzoletto rosso svolazzante sulle sue spalle, nessuno avrebbe riconosciuto sotto la tunica gallonata del generale piemontese l’antico partigiano di Montevideo.
IX.
Il 18 sera i Cacciatori delle Alpi entrarono in Biella, e collocati gli avamposti nelle due strade di Vercelli e di Gattinara, attesero alacremente a riordinarsi e rifornirsi dell’occorrente per il più lungo viaggio che dovevano intraprendere. Il Carrano nota che fu quella la prima città in cui Garibaldi fu popolarmente acclamato. «Il Vescovo, che per molti anni aveva fatto il missionario in Oriente e del vivere orientale si chiariva non leggiero gustatore,» volle ospitarlo e mancò poco che il Generale non attraesse il buon Prelato e il Vicario e il Segretario di lui a prendere un moschetto per l’indipendenza d’Italia.
Il pensiero però di Garibaldi era di rendere, quanto più lo fosse possibile, leggiera e spedita la brigata, liberandola da tutti gl’impedimenti soverchi, o da quelli che a lui parevano tali. Ordinò quindi (se provvidamente è disputabile) che tutti i Cacciatori deponessero in appositi magazzini il loro zaino, e che a sostituirlo fosse cucita nel cappotto una gran tasca, nella quale i militi avrebbero potuto riporre gli oggetti più necessari. E non appena finita quell’operazione, Garibaldi, raccolti i varii posti sparsi nei dintorni, comandò che per il mezzogiorno del 20 la brigata si mettesse in marcia colla destra in testa per la volta di Gattinara, prima stazione sulla strada del Lago Maggiore e della Lombardia.
Quantunque sino dal giorno antecedente gli Austriaci avessero già sgombrato Vercelli e ripassato la Sesia, e tutto il loro sforzo ormai si volgesse alla destra, tenuta dall’esercito francese, tuttavia una marcia di fianco con un grosso nemico a una tappa di distanza non era certamente scevra di pericoli. Occorreva per cansarli diligenza somma, tanto più che la colonna s’era, in quel continuo andirivieni, di molto assottigliata e non aveva cavalleria sufficiente per spazzar il terreno d’attorno e guardarsi il lungo fianco.
Tuttavia le guide del Simonetta si centuplicavano, e, lanciate innanzi a grande distanza, frugavano, spiavano, riferivano al Generale tutte le voci, rendevano quasi impossibile la sorpresa. Così la brigata giunse senza guai a Romagnano; vi passò, sopra un ponte di travi fatto preparare dal Simonetta medesimo, la Sesia, e nel declinare del giorno stesso entrò in Borgomanero. Quivi sostò ventiquattr’ore; e il Generale provvide tosto perchè fossero adoperate a ripulire le armi, a risarcire le cartuccie, ad alleggerire i bagagli, dandone l’esempio egli stesso col farsi un leggerissimo fardello di biancheria, che involse in un pezzo di tela cerata. La suprema cura di quel giorno però era preparare l’entrata in Lombardia. Garibaldi non aveva esitato un istante a scegliere per punto di passaggio quel tratto di terreno chiuso tra Arona e Castelletto, dove il Ticino esce dal Lago Maggiore, e fassi fiume giù per le aride brughiere. Più basso sarebbe incappato nella estrema destra del grande esercito austriaco; più alto avrebbe dovuto avventurarsi al tragitto del lago padroneggiato dai piroscafi nemici, per grossa imprevidenza del nostro Ministero della guerra abbandonato alla loro balía.
X.
Però, come sempre, la difficoltà cominciava dall’esecuzione. Fortuna volle che fra i Cacciatori ci fosse Francesco Simonetta. Pratico de’ luoghi, possessore di case e di poderi così sul Lago che sul Ticino, autorevole e quasi popolare in quelle rive, lungo le quali ad ogni passo contava amici e conoscenti, ardito, accorto, intraprendente, egli era l’uomo di quell’impresa. Però l’unico merito che nel passaggio del Ticino spetti a Garibaldi è d’aver scelto ad apparecchiarlo il Simonetta. Questi pertanto nella giornata stessa del 21, travestitosi da borghese, lascia celatamente Borgomanero, scende fino alla sua casa di Varallo lungo il Ticino, risale il lago fino ad Intra a esplorare il terreno e scandagliare gli animi; ma accertatosi sempre più che il tragitto del lago è impossibile, ritorna a Varallo e chiamatovi a convegno il suo amico di Sesto-Calende, Viganotti, concerta con lui (poichè la difficoltà somma stava nella mancanza di barche, confiscate quasi tutte dagli Austriaci) che per la notte dal 22 al 23 si sarebbero trovati a Castelletto, presso la riva del giardino Visconti, quanti barconi gli fosse dato radunare; e tutto ciò ben prestabilito e concordato, torna a raggiungere Garibaldi a Borgomanero e a ragguagliarlo dell’opera.
Garibaldi non perdette un’ora, e tra le due e le tre pomeridiane del 22, sotto pioggia dirotta, ormai compagna inseparabile de’ nostri Cacciatori, s’avviò coll’intera brigata ad Arona. Lungo la via fece spesseggiare le pattuglie e raddoppiare le cautele; presso Oleggio nel timore che il _Radetzky_, vapore austriaco, potesse dal lago scoprir la colonna marciante, la fece arrestare fino al calar della sera, e quando le prime tenebre cominciavano a scendere ripigliò la discesa verso Arona.
Nessuna marcia, fin allora, era mai stata sì celere e ordinata. Il pensiero che tra poche ore avrebbero calcato il suolo di Lombardia, che per molti di loro era lo stesso suolo natío, dava le ali ai Cacciatori e trasfondeva nel sangue dei più fiacchi una lena novella. La canzone prediletta dei coscritti:
Addio, mia bella, addio, L’armata se ne va;
echeggiava con squilli insoliti d’allegria e di passione da un capo all’altro della colonna, e l’ultima strofa:
Andremo in Lombardia Incontro all’oppressor,
pareva uscir dalle gole tra mezzo a compressi singhiozzi di gioia! Pure man mano che la colonna s’avvicinava al lago i canti volontariamente smorivano, la gioia, come risospinta dalla paura di tradirsi, rientrava ne’ cuori, i piedi parevano fatti di feltro, e ognuno si studiava di smorzare il passo quasi gli Austriaci fossero appiattati ne’ dintorni e dovessero sentirli.
Dal canto suo il Generale non aveva tralasciato di usare il vecchio, ma sempre efficace strattagemma. Molte ore prima l’infaticabile Simonetta era partito per Arona coll’ordine di requisirvi, tanto colà che a Meina, viveri e alloggi e foraggi per tremilacinquecento Cacciatori e cencinquanta cavalli; e poco dopo Garibaldi stesso smontava alla stazione d’Arona come uomo che si prepari ad entrarvi. Così tutto poteva far credere che i Cacciatori avrebbero pernottato ad Arona; e però che lo scopo loro fosse di sconfinare per il lago.
A notte calata invece la brigata ripiglia la marcia; giunta alle prime case d’Arona, fa un rapido mezzo giro a destra e infila, sempre più serrata e silenziosa, la strada di Castelletto; ma intanto che il primo e il terzo Reggimento, comandati dal Cosenz, sostano fuori del paese a guardia de’ fianchi e delle spalle, il secondo si trafora nelle tenebre, come un gran serpe nero, nel parco Visconti, e trovati alla riva i barconi del bravo Viganotti, compagnia per compagnia, in profondo silenzio e in ordine mirabile, vi s’imbarca, afferra l’opposta riva, l’occupa militarmente; mentre la terza compagnia del De Cristoforis, scelta d’avanguardia, si spinge franca dentro Sesto-Calende, immersa nel sonno e impreparata alla sorpresa, e coglie nel loro letto Commissario, Intendente, doganieri, gendarmi, croati, tutta la tedescheria imperiale e regia colà annidata.
XI.
La mattina del 23 maggio la situazione degli eserciti belligeranti era questa: gli alleati ancora di là dalla Sesia e dal Po, tra Vercelli e Voghera; gli Austriaci in faccia a loro, padroni tuttavia delle due rive della Sesia e del Ticino, e può ben aggiungersi, come vedemmo, di tutto il Lago Maggiore, che gl’Italiani per inconsulta noncuranza avevano loro abbandonato.
In questo stato di cose Garibaldi poteva dirsi come campato in aria, e i suoi Cacciatori considerarsi come una scorribanda perduta nel cuore del campo nemico. Divelto da ogni base d’operazione, tronca, in caso di rovescio, ogni via di ritirata, tolta ogni speranza di aiuto, al nostro Condottiero si parava dinanzi il dilemma: o vincere subito e ad ogni costo, o andar disperso pe’ monti per rifugiarsi quando che sia in Isvizzera. E a ragion militare veduta, ognuno converrà che de’ due eventi il men probabile non era certo il secondo. L’Austria signoreggiava sempre la Lombardia con circa dodicimila uomini; poteva ricevere e riceveva di fatto soccorsi dal centro dell’Impero; occupava con un forte presidio Milano; allacciava i suoi distaccamenti e sorvegliava le sue comunicazioni con frequenti colonne mobili che potevano all’uopo correre sui punti minacciati, e opporre al Condottiero italiano una forza sempre maggiore della sua. A lui invece unici ausiliari la perizia e l’audacia; unico punto d’appoggio la speranza d’una rivoluzione incerta tuttora e problematica, e sulla quale tanto egli quanto il Cavour facevano un assegnamento sproporzionato alla probabilità. Pure se anco fosse stato dell’indole sua l’indietreggiare, non era più in suo potere. Fermato pertanto rapidamente il suo disegno, scartata, senza nemmeno discuterla, l’idea di marciare per la pianura su Milano, fisso l’occhio sull’antico suo scacchiere del 1848 tra il Verbano e il Lario e mirando al centro di essi, delibera nel giorno stesso la marcia su Varese.
XII.
Intanto però la nuova del suo sbarco era volata; egli stesso, con un fiero proclama, scritto di sua mano, ma diresti inciso colla sua spada, l’aveva annunziato,[188] e non v’era umile terra de’ dintorni che vi restasse insensibile. Da Laveno, Gallarate, Besozzo, Ispra, Varese, quali spontanei, quali inviati da’ lor Comuni e da’ lor Comitati patriottici, accorrevano festanti, imbandierati, tricolorati, i più fervidi patriotti de’ luoghi, impazienti di accertarsi del fatto, di mirar da vicino il famoso, di invocare una parola d’ordine, di offrirgli l’opera loro per la lotta imminente. E a tutti l’eroe, con quella voce, que’ gesti, quei sorrisi che direste un’arte sopraffina, se non fossero natura, distribuiva parole d’incitamento e di conforto.
All’Inviato di Varese principalmente, che a nome del suo generoso Podestà gli chiedeva istruzioni pel contegno da tenersi,[189] rispondeva di suo pugno: «Qualunque cosa facciate contro il nemico comune in pro della santa causa italiana, sarà da me approvata e vi sosterrò validamente.» Parole che nella loro apparente indeterminatezza servivano, per quell’ora, meglio di qualsivoglia istruzione, e denotavano come a quell’uomo fosse famigliare la legge delle rivoluzioni, le quali per riuscire non vogliono mai essere intimate a un’ora fissa e dietro un disegno prestabilito, ma lasciate alla loro spontaneità, ai loro impeti, alle loro forze, e come direste della poesia, alla loro ispirazione.
E ciò fatto, s’apparecchiò alla partenza. La marcia da Sesto-Calende a Varese non poteva essere attraversata di fronte; bensì essere pericolosamente molestata alla coda ed al fianco o dal presidio di Laveno, se pensava ad una sortita, o da quel qualsiasi corpo che fosse già avviato da Milano su Gallarate e che poteva da un istante all’altro comparire. Oltre di che, prima di inoltrarsi nel paese importava afferrare sul Lago Maggiore un punto di sostegno qual si fosse, e impadronirsi di uno almeno de’ tre piroscafi che il nemico vi teneva. Guidato pertanto da questi varii concetti, il Generale ordinò il suo movimento così: il Bixio con un battaglione del terzo Reggimento marci per la strada lacuale di Sesto-Calende; toccato Angera, stacchi una compagnia che tenti predarvi il _Ticino_, ivi ancorato: giunto ad Ispra, sosti e si informi esattamente del presidio di Laveno e di tutte le altre forze austriache del lago; ciò fatto, converga su Brebbia e si spinga fino a Sant’Andrea, borgo che cavalca la via Laveno-Varese, e vi s’accampi gagliardamente. A Sesto poi resti la compagnia del capitano De Cristoforis; coll’istruzione di sorvegliare il passo del Ticino, d’acchiappare, se gli si porgesse il destro, qualcuno dei vapori nemici, e soprattutto di guardare la strada Sesto-Gallarate, attirandovi e trattenendovi il nemico; ma battendo in ritirata su Varese, se assalito da forze superiori.
Con queste cautele e questi accorgimenti, di cui ogni occhio appena militare scorgerà la saviezza,[190] Garibaldi conseguiva, o almeno vi mirava, tutti i molteplici scopi ai quali gli conveniva tener fissa la mira: guardarsi alle spalle e ai fianchi, sviare il nemico da’ suoi passi, e forse, se il colpo sul _Ticino_ riusciva, aprirsi il transito del Lago Maggiore e principiare a possedere una flottiglia.
Tutto ciò esattamente prestabilito, spinta un’altra pattuglia a Gallarate, così per esplorare il terreno, come per mascherare una volta di più la sua mossa; verso le 5 di sera stacca la marcia, e per le vie traverse di Corgegno, Varano, Bodio, Capolago, camminando entro una tenebra fitta, egli attento a tutti i bivii e sollecito a tutti i rumori, la truppa stanca, ma elettrizzata dal contatto di quella terra tanto agognata, s’accosta a Varese, dove in sul far delle 11, incontrato da musiche e da fiaccole, accolto da una calca di popolo in delirio, entra in trionfo.
Chi vide Varese in quella notte non lo dimenticherà più. Di tutte le terre di quell’angolo di Lombardia, Varese fu, in ogni tempo, delle più patriottiche, e il pensiero d’essere la prima nel 1859 a sventolar nuovamente quella bandiera, che era stata l’ultima a ripiegare nel 1848, infiammava la sua fede e il suo entusiasmo. Già vedemmo come i Varesini fossero dei primi a muovere incontro allo sbarcato di Sesto-Calende; ma ora, udito il suo fiero appello, rompono gl’indugi, abbattono gli stemmi stranieri, sostengono i gendarmi e i magistrati sospetti, diseppelliscono dai nascondigli i vecchi tricolori, gridano il governo liberatore di Vittorio Emanuele, s’apprestano a dare al suo Capitano non solo feste ed omaggi, ma braccia e soldati. E non bastò. Sentito in sulla sera del 23 che una colonna austriaca mossa da Como era pervenuta ad Olgiate, e dubitando d’una sorpresa notturna, Varese non si smarrisce, non nasconde, giusta il costume degli eroi ormai famigerati della sesta giornata, le bandiere e le coccarde; ma arma tutti i pochi giovani che le restano in paese colle armi già acquistate nella vicina Svizzera, asserraglia le sue vie, dirama pattuglie ed avamposti e s’appresta a resistere al nemico, onde arrestarne, almeno per quella notte, la marcia. Così Garibaldi entrava in città totalmente italiana e deliberatamente sollevata.
XIII.
Avviatosi difilato al Municipio, come uomo che sa a memoria la strada, vi incontra e vi abbraccia il Podestà; loda, infiamma, affascina come al solito quanti l’ascoltano, e prima di ritirarsi pronuncia queste testuali parole ch’egli invecchiando dimenticò, come tante altre, ma che la storia non può dimenticare: «Qualunque bene diciate di Vittorio Emanuele, non sarà mai troppo. Voi sapete che _io non sono realista_: ma dopo che avvicinai Vittorio Emanuele, dovetti riconoscerlo per un gran galantuomo. Egli non solo ha per l’Italia un amore immenso, ma un culto, un’idolatria.[191]»
Ma quello che più importava era provvedere alla difesa. L’Austriaco, scossa la prima sorpresa, serrava da ogni banda. Non appena conosciuta l’invasione garibaldina, il generale Giulay dal suo quartiere di Garlasco bandiva, quasi risposta a quello del generale Garibaldi, un suo proclama feroce, nel quale, dopo aver annunziato prossimo l’arrivo di imponenti soccorsi dagli Stati ereditarii del suo Sovrano, soggiungeva, con accento meritevole di troppa fede: «Do la mia parola che i luoghi, i quali facessero causa comune colla rivoluzione, impedissero il passaggio ai rinforzi della mia armata, distruggessero le comunicazioni, i ponti, ec., verrebbero puniti col fuoco e colla spada. Emetto in questo senso le opportune istruzioni ai miei sottocomandanti. Spero che non mi si obbligherà a ricorrere a tali mezzi estremi, e che alle conseguenze della guerra, senz’altro disastrose per il paese, non si vorranno aggiungere anche i terrori della guerra civile.[192]»
Nè eran parole soltanto. Il giorno stesso si spiccava dal grand’esercito una colonna che a marcia forzata accorreva sul nuovo teatro di guerra; mentre da Milano il Governatore, generale Melezes di Kellermes, spediva su Gallarate e Somma un altro corpo di circa quattrocento fanti, due pezzi e uno squadrone; e fu quello per l’appunto che il 25 mattina andò ad attaccare in Sesto-Calende il capitano De Cristoforis, e che questi, con strattagemmi degni d’una pagina di Vegezio, seppe illudere e deludere così bene, da tenerlo in iscacco per più d’un’ora con forze quattro volte inferiori, e sgusciargli di sotto gli occhi a mezzo tiro di moschetto, lasciandolo solo a cannoneggiare le povere case di Sesto, dove fin dal mattino non c’era più l’ombra di un garibaldino.
Ma se la colonna di Gallarate non si chiarì molto temibile, non si sapeva ancora che pensare di quella che era venuta a formarsi, frammista di varii corpi, attorno al nucleo della colonna partita da Oleggio, e di cui i Varesini avevan visto spuntar ad Olgiate l’antiguardo sino dalla sera del 23. Si componeva di circa quattromila[193] uomini con due mezze batterie e due squadroni; la comandava quel tenente maresciallo Urban, croato d’origine, salito in voce di esperto partigiano nella campagna di Transilvania del 1849; in Italia famigerato soltanto come luogotenente di Haynau e assassino dell’innocente famiglia Cignoli di Casteggio.
XIV.
Varese giace come in una conca di colline, quali popolate da splendide ville e da ameni giardini, quali vestite ancora di macchie e di boscaglie, che formano al tempo stesso la sua delizia e il suo baluardo. E tramezzo a siffatte colline nella direzione dei quattro punti cardinali corrono cinque strade principali: a oriente quella che dalle falde di Biumo conduce, per Malnate, a Olgiate e Como; a mezzodì quella che, lambendo le pendici di San Pedrino e di Giubiano, va per Gallarate e Tradate a Milano; a occidente quella che traverso i poggi di Masnago e Comerio mena per Gavirate a Laveno; a settentrione, infine, le due strade di Induno e di Sant’Ambrogio, che spaccando le prealpi di Valcuvia e di Valgana portano al Lago Maggiore ed alla Svizzera. Se non che a chi riconsideri questa topografia, due cose sono notabili: la prima, che la strada di Induno o di Valgana si allaccia, presso Biumo Inferiore, alla strada di Como, in guisa da formar con essa un angolo retto; la seconda, che il poggio di Biumo Superiore s’incunea a dir così nel quadrivio testè descritto, Varese-Sant’Ambrogio-Induno-Como, e colla forte postura ne tiene la chiave e lo domina.
Ciò posto, e per quanto fosse manifesto che l’attacco principale sarebbe venuto dalla via di Como, non era da trascurarsi il supposto, assai probabile, che l’Urban l’avrebbe compíto con un movimento aggirante per la via di Induno; nè molto meno a rigettare come improbabile il caso che i corpi lasciati a Gallarate dal De Cristoforis e il presidio di Laveno si movessero a rincalzare di costa e alle spalle l’assalto principale, tentando di mettere i Garibaldini fra tre fuochi.
Importava dunque guardarsi da tutti i lati, e guardarsi in modo da poter all’evenienza far fronte da ogni parte, senza assottigliare di troppo la propria linea e disseminare le forze. Si sottintende che Garibaldi non titubò. Immaginate due linee di difesa, una esterna lungo l’arco Biumo-Giubiano-San Pedrino, e l’altra interna rasente gli sbocchi delle principali vie di Varese, occupa coi Carabinieri genovesi e un battaglione del terzo Reggimento la Villa Ponti, centro di Biumo Superiore, e vi pianta il suo Quartier generale; mette a guardia di Biumo Inferiore un battaglione del secondo Reggimento, ed erigendo due barricate (una appoggiata alla Villa Litta Modignani a custodia della strada d’Induno, l’altra tra la chiesetta di San Cristoforo e la casa Merini a sbarrare la via di Como) assicura con queste disposizioni la sua sinistra. Indi apposta un battaglione del primo mezzo Reggimento in faccia a Giubiano, e intorno alle alture circostanti di Boscaccio e vi appoggia il suo centro; colloca tra la Villa Pero e la Villa Decristoforis a San Pedrino il rimanente del primo Reggimento sotto il comando del Cosenz, e fatta asserragliare anche quella strada afforza la sua destra dal lato di Milano; richiama il Bixio da Sant’Andrea, giustamente pensando che il nemico meno temibile stava da quella banda, ma non tralascia di far battere da frequenti pattuglie a grande distanza la strada di Laveno; munisce di barricate coll’opera de’ cittadini tutti gli sbocchi di Varese e provvede così alla seconda linea; infine, prescritte come eventuali linee di ritirata le strade di Induno e Sant’Ambrogio, tutto visitato co’ suoi occhi, a tutti comunicando la sua intrepidezza e la sua fede, attende di piè fermo il nemico.
XV.
Ed egli non si fece aspettare lungamente. Già fin dalla sera del 25 gli esploratori l’avevano segnalato a Olgiate; un breviloquente manifesto del Commissario regio Emilio Visconti Venosta: «Varesini, voi foste i primi a salutare la bandiera tricolore in Lombardia, voi sarete i primi a difenderla,» n’aveva propagata la certezza. I Varesini erano pronti, i Cacciatori impazienti; e al mattino seguente, sullo scoccar delle otto, il nemico apparve innanzi a Belforte e il combattimento cominciò. Del fatto d’arme di Varese (sarebbe ridevole iperbole chiamarlo _battaglia_) discorse lungamente il capo di Stato Maggiore dello stesso generale Garibaldi;[194] e noi, più desiderosi di raccoglierne gli insegnamenti che vaghi di pennelleggiarne gli aneddoti, ne ridiremo succintamente.
Dei quattromila uomini circa che il generale Urban traeva seco, una parte, forse un battaglione, l’aveva lasciata in riserva a San Salvatore, forte posizione tra Binago e Malnate; un altro battaglione di Granatieri comandati dal tenente colonnello Bioll l’avea inviato per Casanuova e Cazzone ad eseguire quel movimento aggirante sulla strada d’Induno che il generale Garibaldi aveva preveduto; e cogli altri, duemilacinquecento fanti circa, la cavalleria e quattro pezzi veniva ad assalire direttamente Varese. Facilmente impadronitosi del poggetto di Belforte, annunziò con alcuni razzi il suo attacco; e mosse simultaneamente contro la sinistra e contro il centro garibaldino. Ma nessuno balenò; i Cacciatori attesero, come Garibaldi aveva prescritto, a mezzo tiro de’ loro grami moschetti l’assalitore e con pochi colpi bene assestati l’arrestarono di botto. Tornò egli tuttavia colla medesima tattica ad un secondo e più gagliardo assalto; due movimenti risoluti e aggiustati, comandati a tempo dai colonnelli Medici e Cosenz, lo frustrarono ancora. Infatti, non appena il nemico fu presso alla barricata della grande strada di Como, e spuntò al centro sulle alture di Boscaccio, il Medici con una brillante carica alla baionetta di fronte, il Cosenz con un abile controattacco di fianco, con poche forze, ma con grande valore, ributtarono insieme l’assalitore fin sotto alle falde di Belforte e lo sforzarono a battere in ritirata su tutta la linea.
«Il nemico si ritira!» esclamò Garibaldi dal belvedere di Villa Ponti, donde aveva osservato, colla sua consueta serenità, tutte le vicende della pugna: «Bisogna inseguirlo;» e scendendo di galoppo sulla strada, si pone egli stesso a capo dell’inseguimento.
Il generale Urban intanto arrivava a San Salvatore, dove aveva lasciato la sua riserva, ed ivi più nell’intento, crediamo noi, di proteggere la sua ritirata e di aspettare novelle del corpo del tenente colonnello Bioll, ingarbugliato tra le borre di Cazzone, che per velleità di rinfrescare la battaglia, s’apparecchia a sua volta a sostenere l’assalto.
Garibaldi non aveva con sè che un terzo delle sue forze: il battaglione del Bixio mandato sulla destra, un battaglione del Cosenz sulla strada e alcune compagnie del secondo Reggimento del Medici. Del rimanente, parte era rimasto in riserva a Varese, e parte, condotto dal Medici stesso, s’era avviato su verso Cazzone, dove un balenío di baionette aveva fatto sospettare la presenza d’un corpo nemico. Tuttavia, quantunque la postura di San Salvatore sia fortissima e serri la strada quasi come un contrafforte, Garibaldi non esitò ad ordinarne l’attacco, e occupato il poggetto Roera fronteggiante San Salvatore e fatto ripiegare il Bixio che s’era troppo inoltrato, continua a barattare col nemico un vivissimo fuoco di moschetteria, finchè sceso da Cazzone il Medici, cui non era riuscito di raggiungere la colonna del Bioll, certamente ritiratasi per Casanova, spinge ad una carica di baionetta tutta la sua linea e costringe nuovamente l’Austriaco a lasciare a precipizio anche quella seconda posizione e a non arrestarsi più che ad Olgiate.
XVI.
Questa in compendio, così nel primo come nel suo secondo periodo, la fazione di Varese: fazione vinta prima che combattuta, e di cui la gagliardía delle posizioni garibaldine, i sagaci provvedimenti del Capitano, il numero di poco disuguale, la tanto disuguale prodezza de’ combattenti, e più d’ogni altra cosa, gli spropositi del Generale austriaco avevano anticipatamente decisa la sorte. Per dir degli spropositi soltanto, essi furono tanti e sì madornali, che nessuna forza e nessuna fortuna li avrebbe potuti correggere. E non parliamo della fiacchezza dell’assalto, della semplicità quasi puerile delle manovre, dell’incoerenza, della lentezza dei movimenti; non dell’errore di lasciare a San Salvatore una così forte riserva; non del più grosso sbaglio di non far appoggiare la mossa dalla colonna di Gallarate e dal presidio di Laveno; parliamo del fallo capitale di non avere fatto attaccare a rovescio Biumo Superiore dalla via Induno; senza di che nessuna forza avrebbe potuto sradicar Garibaldi da quella forte postura.[195] Ma egli lo vide, si dice, e l’ordinò; ed a quel fine doveva operare il battaglione di Granatieri del tenente colonnello Bioll staccato ad Olgiate per Casanova. Peggio ancora, se dopo aver concepita l’idea, d’altronde evidente, non seppe effettuarla. E certo se non fu effettuata, a lui solo tutta la colpa. Infatti obbligando il colonnello Bioll a partire da quel punto lontano, lo pose nella quasi impossibilità di eseguire il movimento aggirante, di cui era incaricato. E basti a dimostrarlo questo solo: che da Casanova a Induno non v’era nel 1859 strada diretta, sì che per arrivare a quel punto era giocoforza fare un lunghissimo giro per Olgiate, o inerpicarsi per sentieri aspri e selvosi di montagne, traverso i quali non era possibile che un corpo pesante (Granatieri) potesse camminare ordinato e spedito per arrivare ad un’ora fissa, a uno scopo determinato. Però il tenente colonnello Bioll, fatte poche miglia fuori di Cazzone, fu costretto ad arrestarsi, ed ecco perchè l’assalto a Biumo, tanto preveduto ed atteso dal generale Garibaldi, voluto, ma non saputo preparare dal generale Urban, non avvenne mai; e fallito il quale, la vittoria dell’uno e la sconfitta dell’altro furono certe ed irrevocabili.
XVII.
Ancora più vergognosa fu la rotta toccata all’Urban sotto Como, e davvero se era quegli il più famoso capo di partigiani che l’Austria possedeva a que’ giorni, si può dire che il nostro non ne sarebbe stato vinto mai. All’annunzio della vittoria di Varese l’agitazione patriottica, che ancora non poteva dirsi insurrezione, delle popolazioni circonvicine, s’era rinfocolata ed estesa, e i patriotti di Como avevano immediatamente inviati oratori segreti a Garibaldi per dirgli che la loro città lo aspettava fremendo; che molte pievi del Lario s’eran già sollevate, ed alcune centinaia di giovani armati avevano già occupati i vapori del lago, volontariamente passati alla causa nazionale. E Garibaldi non penò molto a promettere che sarebbe marciato alla volta di Como, non però col proposito d’impadronirsene tosto, ma di occupare in faccia ad esso una buona posizione che gli permettesse di dar la mano agl’insorti del lago e di riassalire di conserva con loro l’Austriaco.
Date pertanto le sue disposizioni per la cura dei feriti, per la provvigione dei viveri, per la sicurezza di Varese, all’alba del 27 col primo Reggimento in testa s’incamminò con tutta la brigata per la via postale, più volte nominata, che per Olgiate e Cavallasca mette a Como. Il generale Urban a sua volta, rinforzato da due nuove brigate (Augustin e Schaffgotsche), onde la sua colonna venne a sommare a circa diecimila uomini,[196] aveva preso una posizione difensiva fra la strada medesima e l’altra più settentrionale che da Cavallasca per San Fermo piomba su Como; e colla sinistra dietro il Lura tra Brebbio e Brecchia, il centro a San Fermo, la destra al Prato di Parè sul lago, si preparò a sostenere l’assalto. Se non che, male esperto delle abitudini di Garibaldi, egli se l’aspettava principalmente nel piano, alla sua sinistra; quindi rinforzato questo punto, indeboliti malaccortamente tutti gli altri. Garibaldi invece aveva l’occhio fisso ai monti; sicchè giunto ad Olgiate arresta la colonna, mette in posizione tutto il primo Reggimento in aspetto di chi prepari un assalto da quella banda, ristà e tiene a bada il nemico per alcune ore, e allo scoccar del mezzogiorno, sempre coperto dal reggimento Cosenz, volta repentino a sinistra per le erte viottole che salgono a Geronico al Piano ed a Parè, e giunge a Cavallasca in faccia a San Fermo. E quivi spiate attentamente dal campanile di Cavallasca le posizioni nemiche, il generale Garibaldi ideò prontamente il suo piano e ne ordinò con pari celerità l’esecuzione. Toccò la prima prova al colonnello Medici ed al suo reggimento; la terza compagnia del De Cristoforis sostenuta da un’altra attacchi di fronte la chiesa di San Fermo; la quarta compagnia del Susini-Millelire l’attacchi di costa per la sinistra; quella del Vacchieri fiancheggi per la destra; altre compagnie condotte dal Gorini e dal Medici in persona calino sulla strada San Fermo-Rondinello e minaccino la ritirata nemica.
Il primo cozzo fu tremendo; i Cacciatori austriaci armati delle loro eccellenti carabine, appiattati intorno al parapetto del piazzale della chiesa, che s’innalza sopra un poggio a guisa di bastione, e dietro le finestre di due case circostanti, balestrano con un fuoco micidiale di fronte e di fianco i primi assalitori; la compagnia De Cristoforis, che forse s’era mossa troppo presto all’assalto,[197] riga del sangue de’ suoi migliori la via infuocata; cade, colpito al cuore, il tenente Pedotti; cade, lacerate le viscere, il capitano De Cristoforis; cade, fracassata una spalla, il tenente Guerzoni; la compagnia decimata balena, s’arresta un istante, ma non indietreggia: intanto l’assalto ai due fianchi si spiega e incalza; un battaglione austriaco si lancia alla corsa da Rondinello, ma incontra sui suoi passi il Medici in persona che lo arresta, lo carica, lo rovescia; altre compagnie subentrano a rinfrescare l’assalto, e il nemico ormai circuito, diviso, sgominato, va in fuga precipitosa verso Camerlata e Como.
XVIII.
È questo però il primo periodo dell’azione. Garibaldi non indugia un istante ad occupare fortemente le posizioni espugnate; il Medici s’afforza tra Rondinello e Breccia; il Bixio col suo battaglione chiude gl’intervalli tra San Fermo e Rondinello; il maggiore Quintini si pianta col suo battaglione ed alcune compagnie del secondo Reggimento a San Fermo; altre compagnie si stendono a sinistra verso Cima-la-Costa; ma il nemico non si dà vinto ancora, e il generale Augustin, raccolte le forze che teneva nei prati di Pasqué e a San Giovanni presso Como, le spinge parte a destra su Cima-la-Costa per spuntarvi la nostra sinistra; parte a manca per riafferrare l’altura di Sopra-la-Costa, e di là controbattere San Fermo. E la mossa fu condotta con certa rapidità; ma vegliava Garibaldi, vegliavano i suoi Luogotenenti; onde appena l’assalitore giunge a mezzo tiro della nostra linea, il Cosenz a sinistra da Cima-la-Costa, il Medici a destra da Sopra-la-Costa, lo respingono, di svolta in svolta, di poggio in poggio, giù per la strada dond’era venuto, fino a che Garibaldi, adocchiata da Cima-la-Costa quella seconda più ruinosa ritirata, vede possibile quello che prima non pensava, cioè la presa di Como, e si prepara a discendervi. Prescritto infatti che fossero raccolte e riordinate le forze, spedito il Simonetta con altre due guide ad esplorare la città, lasciate alcune retroguardie a proteggere San Fermo, s’incammina a notte calata giù per la tortuosa via di Borgo Vico, e ormai accertato dagli esploratori che l’Austriaco ha abbandonato Como, vi penetra risolutamente.
Tralascio il descrivere la sorpresa della città; il destarsi in soprassalto de’ cittadini riscossi nel sonno da quel grato suono d’armi e d’armati; e lo spalancarsi istantaneo delle porte e delle finestre; e il brulicar rapido delle vie inondate quasi per incanto da una piena di popolo trasognato ancora, ebbro, farneticante. Tralascio Garibaldi baciato, benedetto, toccato come un santo, portato in trionfo sino al palazzo del Comune; e le campane a gloria e le fiaccole e le bandiere, e i viva e gli abbracciamenti e le lagrime, e il tumulto e il baccanale; perchè ormai codeste scene ricorreranno troppo frequenti in questa Vita, e, vorrei anche dire, in Italia, perchè giovi il descriverle e non sia troppo facile l’immaginarle. Diciamo piuttosto che Garibaldi non smarrì un istante solo la mente, e che non era appena in città che già pensava a custodire le sue spalle, inviando il Medici, infaticabile quanto lui a vegliar la strada di Camerlata, dove ancora s’accalcava minaccioso il nemico, ed a munirvisi.
XIX.
L’alba dell’indomani però chiarì che l’ultimo Tedesco era scomparso da Camerlata; e che oramai tutta la colonna dell’Urban s’era riconcentrata tra Barlassina e Monza sulla strada di Milano. Allora Garibaldi, incapace d’immobilità, pensò di approfittare della ritirata del nemico, e per usar una delle sue frasi predilette, «di far qualcos’altro.» Affidata a Gabriele Camozzi, commissario regio per Bergamo, l’organizzazione militare; lasciata la compagnia del Fanti a proteggere Como, a reclutar volontari, a raccogliere armi; inviata collo stesso ufficio la compagnia del Ferrari a Lecco; lodati, stimolati i suoi Cacciatori e concessa loro per riposo tutta quella giornata del 28; la mattina del 29, all’improvviso, senza svelare ad alcuno il suo disegno, fa battere l’assemblea, e contromarcia col resto della brigata, di molto assottigliata dai morti, dai feriti, dagl’infermi, dai distaccati,[198] per Olgiate e Varese.
Dove si andava? a che mirava? s’affretta a chiedergli qualcuno del suo Stato Maggiore. «Andiamo, rispose, a incontrare i nostri cannoni a Varese.» Infatti il Ministro della guerra s’era finalmente deciso ad inviare ai Cacciatori delle Alpi quattro obici di montagna, che dovevano, nella mente sua, sostituire i quattro cannoncini che il conte Francesco Annoni aveva regalati a Garibaldi fin da Torino e che s’erano arrenati per via, non sappiamo nè come nè dove. Ma i cannoni erano un pretesto, o tutt’al più un fine accessorio: altro era l’intento di Garibaldi. Egli non aveva mai deposto il pensiero di assicurarsi una base sul Lago Maggiore; quindi d’impadronirsi di Laveno, che ne era uno dei punti dominanti. Marciava perciò a quello scopo, e fidando sulla ritirata e lo scompiglio del nemico, sulla rapidità e segretezza delle proprie mosse, sperava riuscirvi. Ora fino a qual punto quello scopo fosse utile a conseguirsi, e se esso compensasse i pericoli di quella contromarcia rischiosa, lo discuteremo in appresso; per ora seguiamo i passi dei combattenti e vediamo i fatti.
Passata la notte del 30 a Varese, muove all’alba dell’indomani per la gran strada di Laveno; giunto a Gemonio, sosta, studia il piano, raccoglie notizie del forte a cui mira; quindi deciso di tentarne la notte stessa la sorpresa, s’inoltra colla brigata fino a Cittiglio; lascia dietro di sè a Brenta sulla strada di Valcuvia, sua linea di ritirata, il secondo Reggimento, ed a Gemonio, sulla strada di Varese, donde era possibile, se non probabile, una comparsa dell’Urban, il terzo; manda segretamente il Bixio e il Simonetta sull’altra sponda del lago, perchè vi raccolgano barche ed armati, con cui tentare un abbordaggio contro qualcuno de’ vapori austriaci ancorati presso Laveno; e ciò fatto volta a sinistra per Mombello e va a collocarsi a due chilometri dal forte di Laveno, diramando tosto i suoi ordini per attaccarlo.
E gli ordini erano stati buoni; i soli possibili forse: se a frustrarli non avesse cospirato quel nemico quasi fatale di tutte le imprese notturne, generatore inevitabile di confusione, d’equivoci, di terrori: il buio. E invero, e tralasciando i particolari, il capitano Bronzetti, che doveva con una compagnia cogliere di sorpresa il forte di Castello dal lato settentrionale, viene abbandonato dalle guide, perde la via e non arriva al posto; il capitano Landi, cui spettava penetrare non visto con un’altra compagnia dal lato meridionale, è scoperto prima del tempo dalle vedette, incontra un’inattesa strada coperta, guernita di nemici là dove credeva trovare un orto indifeso, combatte un’ora valorosamente, lascia sul terreno feriti i luogotenenti Gastaldi e Sprovieri, sino a che, ferito egli stesso, è costretto a ritirarsi nella fretta e nel disordine inevitabili a tutte le imprese notturne fallite. E il forte, naturalmente, desto dall’inopinato allarme, dà fuoco a tutte le sue batterie, tempesta di palle il terreno circostante, comunica l’allarme ai vapori, i quali accortisi delle barche condotte dal Bixio e dal Simonetta le ricevono a bordate e mettono ben presto lo spavento nella ciurma inesperta, che urlando «a terra a terra» si sgomina, e nonostante le preghiere, i comandi, le minaccie de’ suoi intrepidi condottieri, volta precipitosamente le prue.
Potevano essere le due dopo mezzanotte, e Garibaldi calato il berretto sugli occhi, soffocando l’ira nel cuore, borbottando: _maledetta paura!_ (e rispetto agli assalitori del forte abbiamo veduto che aveva torto e che paura non ci fu), ordina la ritirata su Cittiglio, e colà si ricongiunge in buon ordine ai corpi che aveva lasciati a Brenta ed a Gemonio.
XX.
Il sole del 31 maggio doveva essere foriero di una non lieta novella. Anzitutto il generale Urban s’accostava minaccioso e ringagliardito a Varese, e Garibaldi, che aveva tutto predisposto per ritornarvi, dovette prudentemente mutar pensiero e risalire la via di Valcuvia, dove poteva, protetto dai monti, attendere gli eventi. Dal canto loro i Varesini, sgomenti, ma non avviliti, dall’annunzio del pericolo imminente, inviano a Garibaldi per richiederlo d’aiuto e di consigli; ma a lui non restava altro che a rispondere: «Uscissero i cittadini validi, portando seco le armi e le munizioni e riparassero ai monti.» Consiglio disperato, ma l’unico effettuabile in quel caso.
Non tramontava difatti la giornata del 31, che il generale Urban compariva con due colonne da Tradate e da Gallarate sulle alture di Giubiano e di San Pedrino che da quel lato attorniano Varese, e vi si accampava militarmente. Conduceva dodicimila uomini d’ogni arma e diciotto pezzi d’artiglieria; sbuffava fuoco e fiamme; annunziava alla ribelle città strage e rovina; la multava dell’assurdo tributo di tre milioni e di proviande in pazza quantità; prendeva statici anche fra i più innocenti e li minacciava ad ogni istante di morte; esigeva per sè e pe’ suoi ufficiali strane leccornie di vini e di vivande; e non soddisfatte le sue insensate pretese (nè potevano esserlo da una città non ricca e vuota de’ suoi abitatori), apriva contro di essa un furibondo bombardamento e l’abbandonava per parecchie ore al saccheggio.[199]
Intanto che Varese fuggiva e si riparava alla meglio da quel flagello, più per confortare di sua vicinanza la tribolata città e spiare davvicino le mosse del nemico, che per deliberato proposito di cercargli battaglia, Garibaldi scendeva da Valcuvia fino in faccia di Santa Maria del Monte; e di là nella mattina del 1º giugno giù fino a Sant’Ambrogio e Robarello, discosti un’ora di cammino da Varese. E certo più bella occasione di vendicarsi di quel brigante di Garibaldi, al Generale austriaco non si poteva porgere. Aveva tanto giurato e sacramentato di volerlo appiccare con tutti i suoi; ed ecco che lo teneva, può dirsi, nell’ugne; era tornato espressamente a Varese con forze quadruplicate per schiacciare con un colpo magistrale l’aborrito nemico, e la fortuna glielo faceva incontrare a un tratto di cannone, in una posizione quasi disperata; o perchè dunque non lo assaliva? Perchè se ne stava immobile dietro Varese, occupato soltanto a bombardare una vuota ed inerme città, quando Garibaldi scendeva a sfidarlo così da vicino? Perchè lasciò scorrere tutta quella giornata del primo senza muovere un passo, senza tentare nemmeno una ricognizione a fondo, e soltanto la sera del giorno stesso si decise ad occupare la posizione di Biumo Superiore; quel Biumo, come dicemmo, chiave di tre vie e baluardo bifronte che il Garibaldi italiano aveva subito afferrato, appena entrato in Varese, e il Garibaldi austriaco, come chiamava sè stesso, contemplò da lontano tre giorni prima di conoscerne l’importanza? E si fu appunto perchè il Generale austriaco non s’era accorto di Biumo, che Garibaldi rivolse in mente per alcune ore l’idea di prender egli quell’offensiva, che il nemico più forte non sapeva prendere; e soltanto verso sera, quando seppe occupata quell’importante postura, ne depose il pensiero.
XXI.
Intanto più grossi avvenimenti erano accaduti sul maggior teatro della guerra. Fra il 27 e il 28 l’esercito alleato iniziava quel grande movimento di fianco dal Po sul Ticino, che fu l’unica manovra strategica di tutta la campagna; il giorno 30 dello stesso mese l’esercito piemontese sforzava i passi della Sesia e colla seconda vittoria di Palestro se n’assicurava il possesso; in conseguenza de’ quali fatti tutto l’esercito franco-sardo veniva a trovarsi ammassato tra Mortara e Novara, pronto, vorremmo dire, a varcare il Ticino, se la prontezza fosse stata la dote della mente direttrice di quell’esercito. Ora questi avvenimenti erano affatto ignoti al generale Garibaldi, poichè nessuno al Quartier generale principale aveva pensato a mandargliene pur un cenno; ma non lo erano naturalmente al generale Giulay, il quale, penetrato il segreto della mossa nemica e accortosi oramai che lo aspettava una battaglia difensiva sull’alto Ticino, aveva pensato a rinforzarsi su quel punto quanto più poteva, e non attribuendo, giustamente, alcuna importanza alla diversione di Garibaldi,[200] s’era affrettato a richiamare la divisione Urban da Varese dandole per obiettivo Turbigo.
L’ordine, a quanto assicura uno storico,[201] giunse al Generale austriaco in sulla sera del 1º maggio; e può essere; certo egli non lo eseguì immediatamente, perchè la mattina del 2 era ancora in battaglia sulle sue posizioni del giorno precedente. Comunque, oramai da Garibaldi egli non aveva più nulla da temere; chè il nostro condottiero, considerati i rischi d’un combattimento sì disuguale, ignaro, come dicemmo, di tutte le mosse degli alleati, epperò anche dell’ordine di ritirata ricevuto dal suo avversario, s’era a sua volta deciso di ripiegare su Como; e nella stessa mattina aveva appoggiato ad Induno ed Arcisate, che erano appunto le prime stazioni della via che s’era proposto di percorrere.
Però, com’è suo costume, egli aveva mascherato sì bene il suo movimento, che il generale Urban non ne ebbe sentore; anzi vedendolo appostarsi fortemente nei dintorni d’Induno, lo prese piuttosto come un preparativo di nuove operazioni offensive, che di ritirata; e sollecito assai più di guardar sè stesso che di tentare il nemico, si accontentò di far correre il terreno circostante da piccoli drappelli, che non giunsero mai nemmeno a tiro delle vedette italiane.
In realtà erano due avversari che pensavano a ritirarsi: l’Italiano obbligato dalla esiguità della forza e dalla debolezza delle posizioni; l’Austriaco dagli ordini del suo Generalissimo e dal precipitar degli eventi. Perciò, intanto che Garibaldi levava il suo nuovo campo d’Induno, e per Arcisate, Rodero Casanova s’avviava su Como; l’Urban lasciava una forte retroguardia di circa duemila uomini a guardia di Varese e Como, e col grosso della sua divisione contromarciava su Gallarate diretto al Ticino.
XXII.
Se non che Garibaldi, cui era mancato ogni indizio per supporre quella ritirata, continuava a marciar molto circospetto, guardingo, come uomo che non sia ben sicuro nè della sua testa, nè delle sue spalle.
Poichè convien sapere, e forse abbiamo tardato troppo a narrarlo, che fino dal 31 maggio, cavalcando egli tra Sant’Ambrogio e Robarello, incontrava per via una bella signorina, la marchesa Giuseppina Raimondi, la quale, dicendosi arrivata allora allora da Como traverso i monti della Svizzera, veniva a portargli l’annunzio che la sua città era minacciata a un tempo dagli Austriaci di fuori e dagli austriacanti di dentro, e bisognevole perciò d’un immediato soccorso. Qual effetto producesse sull’animo, o sui sensi, di Garibaldi l’inattesa vista dell’audace messaggiera, vedremo un giorno; intanto egli la invitò a entrar con lui nella locanda di Robarello e le consegnò questo biglietto:
«Robarello, 1º giugno 1859.
»Signor Visconti,
»Io sono a fronte del nemico a Varese; penso di attaccarlo questa sera. Mandate i paurosi e le famiglie che temono fuori della città; ma la popolazione virile, sostenuta dal Camozzi nostro, le due Compagnie, i Volontari e le campane a stormo, procurino di fare la possibile resistenza.»
Pur tuttavia, come esser certi che quell’avviso fosse pervenuto al Visconti Venosta, e che Como volesse e sapesse resistere, e che gli ordini del Generale avrebbero potuto essere comunque eseguiti? Grande dunque l’incertezza così in lui, come ne’ suoi Luogotenenti consapevoli del segreto; tormentoso in ognuno il dubbio di trovar le strade di Casanova sbarrate dai nemici: più frequenti perciò e più ansiose le esplorazioni e le cautele man mano che la colonna s’avvicinava a Como. Aveva bensì Garibaldi spedito due nuovi messi all’altro commissario Camozzi per avvertirlo che marciava a quella volta e ordinargli di occupar San Fermo; e del pari il Camozzi non aveva tralasciato di inviargli l’annunzio che tutte le posizioni da lui indicate erano occupate, e che l’aspettava; ma questa rassicurante risposta, sviatasi, non sappiamo come, per via, non fu consegnata a Garibaldi che al suo arrivare in Como; onde il fitto buio della notte aggiungendosi all’oscurità de’ fatti, accresceva negli animi l’inquietezza ed il sospetto. Quale consolante sorpresa però, quando, giunta la nostra avanguardia presso San Fermo, si udì squillare un _alt-chi-va-là_ in pretto italiano; e quale gioia di tutti nell’udire levarsi per l’aria le grida di _Viva l’Italia_ e _Viva Garibaldi_, segno troppo eloquente che si era in paese amico, tra braccia d’amici. E da quell’istante la strada pareva sparire sotto i piedi; la marcia non fu che un continuato tripudio sino a Como, la quale tremante quattro giorni di rivedere ad ogni istante gli Austriaci, si vendicava con urla di gioia e suoni di musiche e passeggiar di fiaccole dallo spavento passato.
L’indomani era la giornata di Magenta, e ne sono stampati nella memoria degli uomini gli errori, le prodezze ed i beneficii. Ventiquattro ore dopo l’intero esercito austriaco era in ritirata sull’Adda; le avanguardie degli alleati entravano in Milano, ed anche il piccolo obbliato corpo de’ Cacciatori delle Alpi poteva proseguire la sua marcia fortunosa.
XXIII.
Prima però di seguirlo, volgiamoci un istante a riguardare l’opera del nostro eroe in quel primo periodo della Campagna.[202] Noi siamo i primi ad assentire che i risultati da lui ottenuti furono scarsi; ma non si deve da essi misurare la grandezza dell’uomo che li ottenne. Noi non vogliamo magnificarli più del ragionevole, ma non crediamo siano stati ancora bastevolmente riconosciuti ed estimati. Certo se riguardiamo l’impresa commessa a Garibaldi ne’ suoi effetti pratici, principalmente militari, può dirsi sterile; ove la consideriamo nel modo con cui fu condotta, deve stimarsi ammiranda. Passato il Ticino, e nemmeno quella fu la più facile delle opere, gli ordini dati, gli accorgimenti adoperati per coprire la sua marcia da Sesto-Calende a Varese, sono degni di qualsiasi più provetto capitano: il combattimento di Varese dovrebbe essere dato nelle nostre Scuole militari come modello della tattica di posizione; la pronta decisione di riprendere all’indomani stesso l’offensiva è più facile ammirarla che prenderla; la dimostrazione su Olgiate diretta a mascherare l’attacco di San Fermo, e tutti i particolari della marcia e del combattimento, meriterebbero d’essere studiati da qualsiasi giovane ufficiale; infine l’ispirazione venutagli sul campo di battaglia di San Fermo di calare su Como, molti Generali la possono invidiare, ma a pochi è concessa.
È certamente disputabile la contromarcia su Varese e la spedizione su Laveno; ma ogni ragione ponderata e vagliata, noi ci peritiamo ad affermare che fra tutti i partiti era quello il migliore. Che cosa restava infatti a Garibaldi dopo la presa di Como? L’immobilità difensiva intorno alla presa città? Nessuno, speriamolo, l’avrebbe consigliata. La marcia su Milano? Basti pensare a’ suoi tremila duecento uomini, senza cavalli e senza cannoni, e a’ quindicimila Austriaci d’ogni arma che gli stavan contro in paese raso e scoperto,[203] per levarne a chicchessia il capriccio? La ritirata su per la Valtellina? Certo era un partito sicurissimo; ma appunto perchè troppo sicuro non si confaceva a Garibaldi, nè al suo mandato. La Valtellina poteva essere un rifugio in caso di rovescio; ma non mai una base d’operazione per un corpo destinato ad una missione attiva e militante. Come avrebbero potuto i Cacciatori delle Alpi molestare ed indebolire l’estrema destra dell’Austriaco, se andavano ad inerpicarsi su pei monti a centinaia di chilometri da lui? Come sollevar la Lombardia, se andavano a portar la rivolta dove non poteva avere nè eco nè propagazione, nè soccorrere gli amici, nè infastidire i nemici?
La ritirata in Valtellina significava la paralisi per molto tempo di tutta la colonna garibaldina; la spedizione di Laveno aveva i suoi rischi, ma assicurava, se il colpo fosse riuscito, una base salda all’intero corpo che gli avrebbe permesso di restare nello scacchiere, Lago Maggiore-Milano-Varese-Como,[204] fino all’entrar in linea del grande esercito, e di serrar sempre dappresso i fianchi del nemico; che solo per tal modo poteva sentire la molestia della diversione ordinata contro di lui. Il solo guaio fu che la sorpresa di Laveno fallì; e ne diamo, se vuolsi, la sua parte, la maggior parte di torto, a Garibaldi; ma poteva anche riuscire, e mancò poco non riuscisse: e in ogni modo ogni scolaro c’insegna che non si deve mai giudicare d’un concetto strategico dagli errori o dagli eventi dell’azione tattica diretta ad attuarlo; come nessun storico di quell’anno cessò di lodare la conversione strategica dell’imperatore Napoleone dal Po al Ticino, solo perchè la battaglia di Magenta, per gli sbagli commessi prima e durante, rischiò d’esser perduta.
XXIV.
Ma qui ci occorre aprir tutto l’animo nostro. A Garibaldi era stata commessa un’ardua impresa senza la forza necessaria a compierla. La sproporzione anzi tra il fine ed i mezzi parve a taluno sì grande, che il Governo piemontese fu persino sospettato d’aver piuttosto mirato ad orpellare la parte rivoluzionaria con una vana lustra e trastullar Garibaldi con un gradito zimbello, che voluta seriamente un’opera seria. E il sospetto era certamente ingiusto, e la lealtà di Vittorio Emanuele ed il patriottismo del conte di Cavour ce ne stanno garanti. Però se mal animo non ci fu, nè ci poteva essere, ci fu certamente errore. Se davvero si credeva utile, se non necessaria, una diversione nell’alta Lombardia, conveniva che i mezzi le fossero apprestati in misura adeguata agli ostacoli che doveva superare ed ai nemici che doveva vincere. E ciò non fu. Si trattò Garibaldi, come i padri feudali del Medio Evo trattavano i figliuoli cadetti: mettevano loro nelle mani un vecchio ronzinante, una vecchia lama ed una smilza borsa e li mandavano a cercar fortuna pel mondo.
Così al capo de’ Cacciatori delle Alpi: gli diedero tremila cinquecento giovani male armati, mal vestiti, senza artiglierie, senza cavalli, e gli dissero: ingegnati. Ed egli s’ingegnò; ma non era nè provvido nè fraterno attender tutto dai prodigi del suo genio e dal valore de’ suoi camerati. Egli sapeva d’esser debole; e però prima di partire dal Po aveva invocato che la sua brigata fosse rinforzata e provveduta di tante cose necessarie a qualunque guerra; ma, triste a ripetersi, o gli furono negate, o non gli furono concesse che tardi, a spizzico, a stento, quando n’era ormai passato il bisogno e scemata l’utilità. Chiese infatti il reggimento de’ Cacciatori degli Appennini, volontari venuti e organizzati per lui: negati; chiese una batteria di cannoni: negata o concessa soltanto a metà, senza muli, senza artiglieri e d’un calibro insufficiente; chiese cavalli, ambulanze, armi: negati o dati così a rilento, in sì scarsa misura, da tornar pressochè inutili! Nessuno può immaginare quel che avrebbe potuto fare Garibaldi, se invece di quei tremila cinquecento uomini, ne avesse avuti anche non più di cinque o seimila forniti di tutte le armi convenienti!
E fosse qui tutto; ma fu lasciato quindici interi giorni senza un’istruzione, un ordine, una notizia, nè dell’esercito nemico, nè dell’esercito amico; talchè egli non conobbe le mosse degli alleati, e nemmeno il loro avvicinarsi al Ticino e i preludi di Magenta, se non quando erano già vociferati dovunque dalle gazzette e dalla fama! Ora dicasi pure che carattere di codesti corpi alla partigiana è d’essere spediti e leggieri e di procedere sciolti e indipendenti dai grandi eserciti, di cui sono in certa guisa le estreme avanguardie: tutto questo sappiamo noi, e sapeva meglio Garibaldi; ma _sunt certi denique fines_, anco a questa norma; e i confini doveva prescriverli il dovere, oltrechè l’utilità: il dovere di metter in grado il corpo staccato d’adempiere al suo scopo e di trarre dall’opera sua tutto il vantaggio possibile. E se ciò si fosse osservato, non si sarebbe potuto affermare, e con molta ragione, che la punta di Garibaldi in Lombardia fu militarmente infruttuosa. Se gli fosse stato dato il poco che chiedeva, se avesse potuto varcare il Ticino con forze almeno raddoppiate, se non gli si fossero nascosti, quasi come a nemico, i principali movimenti del grande esercito, nessuno può prevedere quel che avrebbe saputo fare!
Probabilmente l’Urban non sarebbe stato battuto due sole volte, ma tre; certo non avrebbe potuto, nè liberamente accorrere alla chiamata del Giulay, nè recare il 4 giugno all’esercito imperiale il soccorso non ispregevole che gli recò.
Il 24 maggio il conte di Cavour telegrafava a Garibaldi in Varese: «Insurrection générale et immédiate;» e certo se v’era uomo da intendere l’ardito laconismo di quel comando, era il capo dei Cacciatori delle Alpi. Se non che il conte di Cavour scrivendolo dimenticava due cose: che se non è mai facile intimare una rivoluzione a giorno e ora fissa per cenno di telegrafo, lo era anche meno in un popolo, come il lombardo, vigilato da un presidio di circa ventimila soldati e serrato all’intorno da un esercito ancora invitto di duecentomila, côlto inerme e sprovveduto, educato da anni alla fede lunga e pacifica della rivoluzione diplomatica e dell’iniziativa piemontese; e che al postutto vedendo la sua causa commessa alle mani di due eserciti poderosi, non vedeva più alcuna ragione sufficiente per buttarsi allo sbaraglio d’un’insurrezione, di cui eran certi i rischi, affatto ignoti i vantaggi e superflui i sacrifici.
E v’ha di più. Acciocchè la rivoluzione lombarda potesse divenire veramente «generale,» come la intendeva il conte di Cavour, era necessario che essa o prima o poi s’impadronisse di Milano. Una rivoluzione chiusa nelle prealpi del Varesotto e del Comasco poteva essere sgradita e fastidiosa al Governo austriaco, ma danneggiare o molestare seriamente il suo forte esercito non mai. Milano, se l’insurrezione lombarda era davvero necessaria alla vittoria, doveva essere il focolare dell’incendio, e una volta acceso nella capitale tutte le provincie sarebbero divampate.
Ma come sperare tanta fortuna? E come, ammesso pure che i Milanesi fossero predisposti alle disperate audacie del 48, come avrebbe potuto Garibaldi o spingerli, o secondarli, o soccorrerli?
Il Carrano scrive che il Medici la mattina del 3 giugno consigliò il suo Generale di marciare su Milano; e il consiglio riattesta l’animo del prode che lo dava. Ma poteva Garibaldi con quei suoi tremila, spossati, logori, decimati, avventurarsi contro le mura d’una città non forte, ma pur sempre bastionata, guardata ancora da un potente presidio, fiancheggiata sempre dall’Urban, lontano poco più d’una marcia, e incerto ancora l’esito della battaglia di Magenta; anzi incerto persino che battaglia vi sarebbe stata?
Da qualsivoglia parte la si riguardi, comunque la si rivolti, la spedizione di Garibaldi in Lombardia fu tanto male apprestata ed ordinata, quanto mirabilmente condotta e combattuta. Se la diversione sull’estrema destra nemica, se «l’insurrezione generale ed immediata» della Lombardia erano reputate parti utili e integranti del piano generale di campagna, conveniva che Garibaldi arrivasse sul terreno con forze adeguate al cimento. Se non lo era, meglio adoperare i volontari e il loro Capo altrove e più utilmente; meglio non illudersi nè illudere; meglio risparmiare tanto sangue prezioso e tante giovani vite; e lasciar che la guerra fosse quel che era di fatti: un’impresa nazionale, commessa dal popolo alla dittatura d’un Re leale, d’un abile Ministro e d’un generoso alleato, e nella quale al popolo non restava altra parte che combattere ubbidiente e allineato nelle file, attendendo dalla fortuna delle armi e dalla virtù de’ suoi liberatori i decreti del suo destino.
XXV.
Tuttavia nemmeno per la battaglia di Magenta la brigata garibaldina cessò dal suo ufficio o rallentò dalla sua operosità. Come prima, continuò a precedere il grande esercito alleato, a correre sui fianchi del nemico, a occupar nuove terre, a piantar sempre più innanzi il vessillo italiano; e come prima, fu lasciata (almeno fino al 9 giugno) senza sussidi, senza comandi, senza notizie; abbandonata all’abilità del suo Capo ed alla sua stella.
Noi ne traccieremo a rapidi passi l’itinerario, poichè per dieci giorni tutto il merito suo fu di celerità e di lena.
Il 4 e 5 giugno Garibaldi li adopera a riordinare le sue forze, a chiamare nuovi volontari, ad afforzarsi in Como, a perlustrare in tutti i sensi le strade circostanti, a lanciare sulle orme del nemico drappelli di scorridori che si spingono sui fianchi dell’Urban ritirantesi da Gallarate, volteggiando sin presso le porte di Milano.
Nella notte poi dal 5 al 6, ormai certi gli effetti della battaglia di Magenta, s’imbarca con tutta la brigata, meno alcune compagnie lasciate a Como per tutela della città e nucleo di nuovi battaglioni, alla volta di Lecco, e nel giorno stesso in cui l’esercito alleato varcava il Ticino, tocca la destra sponda dell’Adda. Breve però la fermata: chè il dì appresso tenendo sempre ai monti ripiglia la marcia per Caprino e Almeno; e dopo breve sosta scende a passo di carica sopra Bergamo, dove sperava abbrancare almeno la coda del reggimento di presidio, che due suoi fidati, introdottisi furtivamente nella città,[205] gli avevano annunziato fare apparecchi di precipitosa ritirata.
Arrivato però troppo tardi, chè il nemico era corso più di lui, pensa immediatamente a inseguire i fuggenti sulla strada di Crema; se non che, appena cominciata la marcia, ode alla stazione che un corpo d’Austriaci s’avanza in ferrovia col proposito di giungere in aiuto del presidio, di cui ignorava la partenza. Allora Garibaldi che si vede tornar tra le ugne, inconscio e sprovveduto, quel nemico che aveva fino allora indarno inseguíto, pregusta la voluttà d’una copiosa e facile retata, e richiamata in fretta la brigata dalla strada di Crema, distribuisce e rimpiatta in tutti i nascondigli della stazione i suoi Cacciatori, che zitti, quatti, intenti, coll’ansia del cacciatore che anela la preda, stanno ad aspettare. Disdetta! A pochi passi da Seriate il battaglione viaggiante, avvisato da uno spione (fungaia di tutte le guerre) che a Bergamo v’erano i Garibaldini, arresta il treno, ne smonta frettoloso, e circondato da fiancheggiatori e da esploratori s’inoltra con tutta la cautela verso la città. E poteva ancora essere colto; se non che il Bronzetti, inviato con una compagnia a percorrer la strada di Seriate, lo incontra; non contando i nemici li assalta con impetuoso ardimento e li arresta, li sbaraglia, li costringe a ricercare più celeri che mai la vaporiera, che li salva dall’agguato mortale che li attendeva.
XXVI.
In quel medesimo giorno i Sovrani alleati entravano solennemente nella Capitale lombarda, il generale Bazaine rompeva le retroguardie di Zobel a Melegnano, e Garibaldi era chiamato in Milano da Vittorio Emanuele a conferire con lui. Le accoglienze del Re al Condottiero furono degne del grande animo di quello e della gloria di questi, e caldi gli elogi a lui ed ai suoi, e copiose le promozioni e le decorazioni, e iterati i conforti a continuare nella comune impresa; ma oltre a queste cortesie, nulla più. E pure un accordo sarebbe stato tanto giovevole! E doveva parer così naturale al Capo supremo dell’esercito, poichè la vittoria gli aveva fatto ritrovar viva e gloriosa la sua estrema avanguardia, l’affiatarsi col suo capo, fermare con lui il disegno delle operazioni future, e trarre dall’opera sua il maggior profitto possibile! Però ha ragione lo storico dei Cacciatori delle Alpi[206] di dolersi che l’esercito nostro si sia lasciato sfuggire l’opportunità di schiacciare, mercè un’operazione combinata col generale Garibaldi, la divisione del generale Urban, che fino dal 7 aveva preso campo sull’Adda, ne’ dintorni di Vaprio e vi si era trincerato.
Poichè la posizione del Generale austriaco poteva dirsi forte, finchè non era minacciata che di fronte; ma dopo l’entrata di Garibaldi in Bergamo non lo era più; e bastava che il generale Cialdini, il quale formava l’avanguardia del nostro esercito, si fosse affrettato verso l’Adda, e il generale Garibaldi fosse calato, con mossa combinata, da Bergamo, perchè quella Divisione nemica, ancora staccata dal grosso del suo esercito, fosse inevitabilmente disfatta. E quanti frutti non si sarebbero colti da questa semplicissima manovra! La rotta di Vaprio avrebbe precipitata la ritirata dell’esercito austriaco più della rotta di Melegnano; gli eserciti alleati avrebbero potuto marciare più celeri e spediti, e arrivando molto prima sulla destra del Mincio, avrebbero troncato a mezzo il secondo concentramento del nemico e reso Solferino impossibile.[207]
Ma non è da noi discutere delle operazioni degli alleati; ci basti mettere in sodo che, se l’Urban potè restar sull’Adda impunemente ancora tre giorni, e Garibaldi fu costretto a indugiarsi a Bergamo altri tre, la colpa si deve cercare in quel complesso di ragioni chiare ed oscure, piccole e grandi, per le quali l’esercito alleato aveva fin dal 9 giugno perduto il contatto col nemico, sprecando quattordici giorni per marciare, senza combattere, dal Lambro al Chiese.[208]
Comunque, la mattina dell’11 giugno l’Urban lasciava Vaprio ritirandosi per la via di Crema, e la sera del giorno stesso Garibaldi abbandonava Bergamo incamminandosi per Brescia. Marcia non senza pericoli per lui che doveva correre su una strada parallela a quella di un nemico più forte, col pericolo di trovarselo ad ogni ora sul fianco senza speranza di pronto aiuto dal grosso dell’esercito. Tuttavia, destreggiando come al solito, usando del sottile manipolo de’ suoi cavalieri con arte che parve maravigliosa soltanto ne’ Prussiani, comparendo e scomparendo co’ suoi scorridori su tutti i punti della linea nemica, spingendo ad una marcia forzata di notte i suoi Cacciatori affranti, ma indomiti, varcò all’alba del 14 le porte di Brescia; la quale, memore del suo nome, sprezzando il consiglio de’ pochi suoi timidi, incitata dall’infiammata parola di Giuseppe Zanardelli, e dall’esempio de’ suoi più fervidi patriotti, non aveva atteso colle mani al sen conserte, neghittosa o rassegnata, il liberatore; ma appena l’avanguardia dei Cacciatori, guidata dal bravo capitano Pisani, era comparsa nelle mura, s’era stretta intorno all’audace drappello, aveva atterrati insieme con lui gli stemmi della signoria straniera inalberando i vessilli della redenzione nazionale; ed era già tutta in piedi colla fiera attitudine d’un popolo deliberato a non lasciarsi ritogliere il bene conquistato, pronto a dare all’eroe che veniva a liberarla soccorso non di sole parole.
Però commoventi, trionfali le entrate di Garibaldi in Varese, in Como, in Bergamo; ma quella di Brescia, epica. E che dieci anni di oppressione non avessero fiaccata la fibra della città, sdegnosa d’ogni vil pensiero, fu manifesto il giorno stesso, quando, corsa all’improvviso la voce che gli Austriaci s’accostavano alla città dalla strada di San Zeno, si vide il popolo intero versarsi come torrente per le vie a chieder armi e battaglia; ed armarsi egli stesso di quanto gli veniva alle mani; e serrarsi intorno all’invitto Capitano ed alla sua Legione, invocando d’essere condotto alle mura incontro al reduce oppressore. Il pericolo fortunatamente dileguò: la colonna austriaca, frazione della divisione Urban accampata a Bagnolo, avviata su Brescia per estorcerle non so che multa di guerra, non appena seppe che la città era di Garibaldi, rifece a passi più che studiati la sua via; ma non è men vero che, se l’incauto nemico si fosse cimentato ad un assalto, Brescia avrebbe rinnovato una delle sue dieci giornate.
XXVII.
Dall’ingresso in Brescia la storia dei Cacciatori delle Alpi e del loro Capitano cessa d’essere distinta e indipendente da quella dell’esercito alleato e si perde, a dir così, semplice postilla, nelle grandi pagine del suo libro. Non affermiamo per questo che le sia venuto meno ogni valore; molti ancora i travagli, i sacrifici e i cimenti: ma la mente che la dirige è un’altra; il concetto che la ispira scende dall’alto, da sfera lontana e superiore; l’uomo che la comanda, sottomesso al cenno d’altri capi, guidato in ogni passo dall’impulso d’altre volontà, ingranato sempre più nel rigido meccanismo della gerarchia militare, diventa un brigadiere qualsiasi dell’esercito, non è più Garibaldi.
E questo si deve dire del combattimento di Tre-Ponti o di Rezzato che vogliasi chiamarlo.
Nella notte dal 14 al 15 giugno, standosi il generale Garibaldi in Sant’Eufemia sulla strada Brescia-Lonato, riceveva dal Capo dello Stato Maggiore dell’esercito italiano quest’ordine: «Sua Maestà il Re desidera che domattina ella porti la sua Divisione[209] su Lonato, dove sarà seguita dalla Divisione di cavalleria comandata dal generale Sambuy, composta di quattro reggimenti di cavalleria di linea, con due batterie a cavallo.» Verbalmente però il messaggiero soggiungeva, esser ordine dello stesso Re che Garibaldi restaurasse il Ponte del Bettoletto sul Chiese che sta a settentrione di Ponte San Marco.
Ubbidendo pertanto all’ordine regio, all’alba del dì successivo il Generale metteva in moto la sua colonna verso la mèta designata. Se non che, giunto a Rezzato, esploratori suoi e paesani gli annunziano che sulla sua destra tra Castenedolo e Montechiaro scorrazzava un corpo d’Austriaci, che era appunto la retroguardia dell’inevitabile Urban, accampato a Montechiaro. Garibaldi allora, non volendo tollerare quella molestia sul suo fianco, fece prudentemente ristare la colonna tra Rezzato e Tre-Ponti, e quivi, schierati il primo Reggimento agli ordini del Cosenz e un battaglione del secondo agli ordini del Medici in guisa da occupar tutti gli sbocchi da Tre-Ponti a Castenedolo, continua con altri tre battaglioni per Bettoletto, onde mettere ad effetto la seconda parte dell’ordine ricevuto. Però non era scorsa mezz’ora dalla sua partenza, che un colpeggiare di schioppettate annunziava come i nostri avamposti di destra fossero alle prese col nemico. Forse era da ricusar tosto il combattimento; ma poichè il nemico incalzava da ogni parte, e il Cosenz appartiene a quella buona scuola militare, che il miglior modo per respingere un attacco ritiene il contrattacco; si spinse innanzi con tutte le sue forze ed accettò la lotta. Non descriveremo tutte le fasi del combattimento di Rezzato; rammentiamo soltanto ad onore di chi lo sostenne, che in sulle prime, incalzato da brillanti cariche alla baionetta, il nemico cedette su tutta la linea, e andò travolto fin sotto Castenedolo; che in appresso l’ungherese colonnello Türr, venuto da pochi giorni al Quartier generale di Garibaldi, avendo spinto con più valore che prudenza gli scarsi nostri pelottoni ad attaccar lo stesso nemico nel centro della sua posizione, anche il Cosenz fu costretto a secondarlo, onde il combattimento si spostò affatto dal primo terreno, che gli serviva di base; che infine, essendo accorsa da Montechiaro in sostegno de’ suoi combattenti un’intera brigata austriaca, e avendo questa ripresa l’offensiva, non ostante il valore disperato degli assaliti, e l’eroico sacrificio del prode de’ prodi[210] Narciso Bronzetti; non ostante la intrepidezza sfortunata del colonnello Türr, esso pure ferito, e il sangue freddo imperturbato di Enrico Cosenz, vero capitano di quella giornata; i nostri sopraffatti dal numero furono costretti a dar le spalle, non senza confusione e disordine, sino a Rezzato. Giungeva però nello stesso punto, chiamato non tanto dal fragore della fucilata, che sul Chiese si udiva appena, quanto dai reiterati messaggi del Cosenz, Garibaldi in persona; il quale, riuscito d’accordo col Medici, col Cosenz, co’ più valorosi de’ suoi Luogotenenti a ristabilire un po’ di calma e d’ordine nelle file scompigliate de’ fuggenti, arresta la foga dell’incalzante nemico; fino a che, essendo comparse a Castenedolo le avanguardie del generale Cialdini, richiesto da Garibaldi e mandato in soccorso dal Re, il nemico suonò a ritirata e i Garibaldini restarono padroni del campo di battaglia.
Non fu dunque, come si scrisse, una sconfitta; i nostri non perderono un palmo del terreno occupato la mattina; il nemico venne ad assalire e fu respinto: co’ suoi quattromila poteva, nel comodo spazio di quattr’ore, circuire, tagliare, stritolare i tre sottili battaglioni italiani e non vi riuscì, e la vittoria, quando mai, non fu sua. Ma sconfitta, o vittoria, o scacco, od _insuccesso_, come vogliasi dire, il merito o il demerito non va ascritto a Garibaldi.
Egli ricevette un ordine d’avanzare sulla strada di Lonato, e ubbidì; al primo sentore del nemico si arrestò e mandò ad avvertire dell’evento il Quartier generale: se si dilungò a restaurare il Ponte di Bettoletto, eseguì un ordine del Re, che non toccava a lui il discutere; se la battaglia s’impegnò e si estese, la posizione l’aveva resa inevitabile e fu onore del Cosenz e de’ suoi prodi l’averla sostenuta.
Garibaldi dunque può rimuovere da sè ogni responsabilità della giornata di Rezzato; se pure non ha diritto di chiedere che ne siano rimeritati i suoi Luogotenenti, che ne resero a forza di virtù meno dannose le conseguenze. E sappiamo bene che un secondo messo del Re, il capitano Uberto Pallavicino, raggiunse Garibaldi a Bettoletto, e gli portò un secondo ordine, nel quale era scritto: «Resti nella posizione occupata.» Ma dice bene il Carrano: quale posizione? Quella di Sant’Eufemia del mattino, o di Rezzato e Bettoletto del mezzogiorno? L’ordine giunse tardi e non certo per colpa d’alcuno; la cavalleria che doveva sostenere la nostra brigata non si mosse, ed a chi la fermò non saranno mancate buone ed imperiose ragioni; ma tutto ciò non poteva essere nè conosciuto nè indagato da Garibaldi, il quale, avendo la saggia abitudine d’ogni uomo di guerra di eseguire o far eseguire immediatamente gli ordini che dà o riceve, non poteva arrestarsi a discutere, a interpetrare quello che gli mandava il Re in persona; nè per la prima volta che il Quartier generale l’onorava d’un suo comando, rischiare di apparire o pigro o disubbidiente sol perchè v’era un rischio maggiore ad essere sollecito e disciplinato.
E basti: la parte eroica e brillante de’ Cacciatori delle Alpi è finita. Passato l’esercito alleato sulla sinistra del Chiese, la brigata è divisa in due parti: una sta con Garibaldi ad occupare gli sbocchi di Valsabbia; l’altra sale col Medici a custodire le gole della Valtellina. Ma via via che il campo si impicciolisce, ne diradano i frutti e ne ammutisce, innanzi al gigantesco strepito di Solferino, la memoria.
Per alcuni giorni, è vero, Garibaldi spera sempre di potere, per mezzo di barche, tragittarsi dal lago sulla sponda veneta, e girato il Quadrilatero portarsi ancora sui fianchi dell’esercito austriaco; ma un ordine del Quartier generale viene a troncargli il disegno e la speranza. Il Cialdini, improvvidamente staccato dal grosso dell’esercito, passa a dargli lo scambio in Valsabbia; ed egli, Garibaldi, va a fiancheggiare il Medici in Valtellina; più tardi però di nuovo è richiamato; e la brigata dei Cacciatori delle Alpi, già ingrossata coi terzi battaglioni, e coll’arrivo del reggimento dei Cacciatori degli Appennini cresciuta a Divisione, riceve il mandato di custodire le tre valli che da Bormio, dal Tonale e da Monte Suello sboccano in Lombardia, e potevano portar sui fianchi degl’Italo-Franchi veri od immaginari nemici.
E fu memorabile in quel breve periodo la campagna del Medici, il quale, impadronitosi con rapido colpo di mano di Bormio, rimase signore temuto e incrollato della Valtellina fino allo scoccar di Villafranca; nè furono senza sapienza nè senza pena gli ordini dati da Garibaldi, per render concordi e armoniche le mosse delle sue tre colonne; ma a che pro? Nessun nemico serio minacciava quelle chiuse; tutto lo sforzo era concentrato tra il Chiese ed il Mincio: Solferino tra poco ci schiudeva i varchi fino all’Adige, e pareva il penultimo atto del dramma. Scoppiò invece inattesa catastrofe, Villafranca; e la stessa mano che arrestava innanzi al Quadrilatero la marcia trionfale d’Italia, arrestava sui monti i nostri Cacciatori delle Alpi, e li sospingeva col loro Duce in cerca d’altri campi e d’altre battaglie.
XXVIII.
Il conte di Cavour, sbollita l’ira del colpo inaspettato, scriveva da Leri: «Bénie soit la paix de Villafranca,[211]» e l’Italia faceva come lui: s’adirava, rompeva prima in alte grida di dolore e di sdegno, ma poscia in cuor suo diceva: Benedetta sia la pace di Villafranca! Gli è che, se Villafranca troncava la guerra sul Mincio, le apriva una via più libera e più ampia dal Taro alla Cattolica, e la lasciava arbitra del proprio destino.
Un altro Solferino avrebbe ricacciato l’Austriaco oltre l’Alpi, liberato la Venezia, costituito un forte regno dell’Alta Italia; ma, periglioso ricambio, ingrandito e rassodato altresì il predominio francese, conservati o restaurati nella Penisola tutti i suoi regoli, effettuata senza possibilità di contrasto l’idea napoleonica della Confederazione presieduta dal Papa, costretto lo stesso Governo di Vittorio Emanuele a subirla per prudenza, a rispettarla per lealtà e per gratitudine.
Mercè Villafranca il problema dell’indipendenza restava insoluto, ma era avviata la soluzione di quello dell’unità. Il non intervento non era ancora dichiarato nè pattuito; ma il nativo buon senso degl’Italiani l’aveva letto, come suol dirsi, tra le righe, facilmente comprendendo che Napoleone poteva bensì dispettare il moto unitario del centro, e strepitare e minacciare, ma certamente non sarebbe mai ridisceso in Italia a disfare colle sue mani l’opera sua, nè avrebbe permesso che l’Austria, sua rivale, la disfacesse a beneficio proprio. Così dalle sventure nascono sovente le fortune; così un fiume regio se incontra una diga improvvisa devía bensì dal primo suo corso, ma per scavarsi un letto più vasto e più profondo e camminare più maestoso alla sua foce.
Restava, è vero, che gl’Italiani sapessero trar profitto dalle favorevoli circostanze; ma sappiamo che di quel senno furono capaci. Affrettare e condurre a termine la gran trama dell’unificazione, contenendo al tempo stesso gli eccessivi, acquetando i timorati e attraendo gli avversi; combattere in un punto solo le velleità municipali, le congiure dinastiche, le candidature forestiere, senza offendere troppo crudamente il culto delle tradizioni locali, nè manomettere la libertà, nè insanguinare la rivoluzione; resistere alle querimonie della Diplomazia senza irritarla, ai rabbuffi della Francia senza inimicarsela, alle strida del Papa e dell’Austria senza porger loro alcun pretesto di guerra; e tutto ciò operando d’accordo col Piemonte senza comprometterlo e obbedendo alla volontà di Vittorio Emanuele senza scoprirla; questa era l’opera molteplice e delicata che il fato aveva imposto ai popoli del centro, e la storia ha scritto come seppero compirla. Li sorresse, è vero, l’inflessibile fermezza del barone Ricasoli; li scorse da lontano il tacito patrocinio d’un gran Re, e dall’ombra solitaria di Leri il genio d’un grande Ministro; li secondò finalmente un manipolo d’uomini valenti e benemeriti;[212] ma insomma il primo e vero autore di quella stupenda concordia di sacrifici e di ardimenti, di accortezze e di costanza che al sorgere del 1860 riunì in una sola famiglia dodici milioni d’Italiani, fu il popolo; e senza la virtù sua nessuna forza di volontà o prodigio di genio avrebbe potuto vincere quell’ardua guerra.
XXIX.
E uno de’ maggiori problemi imposti ai governanti dell’Italia centrale erano le armi. La formazione d’un esercito era non solo necessaria a quei nuovi Stati, come testimonio della loro vitalità e guardia della loro esistenza; ma all’intera Italia, che poteva da un istante all’altro essere forzata a difendere colla spada in pugno il nascente edificio della sua indipendenza. Tuttavia ordinare in un sol corpo tutte le membra sparse di que’ tre o quattro esercitini che eran smontati dalla guardia delle bandite Signorie, vivificandoli del novello spirito, depurandoli dai corrotti elementi e fondendoli insieme con tutta quella massa eterogenea di milizie improvvisate, di volontari inesperti e di soldati di ventura accorrenti da ogni dove al centro, come ad un focolare, non era facile assunto; e s’intende come ad esso intendessero le supreme cure dei reggitori di quelle provincie. Vi si eran provati prima il Mezzacapo colle milizie bolognesi, il Ribotti colle parmensi, l’Ulloa colle toscane; ma nè quelli avevano riscossa sufficiente autorità, nè l’Ulloa, per la mala prova fatta nella spedizione di Lombardia e per i suoi armeggiamenti napoleonici, era parso adatto all’ufficio. Si fu allora che il Governo del Ricasoli, sospinto dal voto pubblico, pensò di invitar al comando dell’esercito toscano il Garibaldi, incaricando dell’imbasciata il valoroso Malenchini, già da qualche mese ascrittosi al Quartier generale dei Cacciatori delle Alpi, e al Generale carissimo.
Erano i primi d’agosto; il Generale era in Lovere sofferente della sua artritide, ma d’animo sereno e tranquillissimo. Villafranca l’aveva scoraggiato meno di chicchessia; credeva più che mai alla fortuna d’Italia; ammirava lo stupendo moto dei popoli del Centro; parlava sempre con fede entusiasta di Vittorio Emanuele, e persisteva nel predicare a quanti l’accostavano la necessità della sua dittatura. In un manifesto, anzi, da lui indirizzato agl’Italiani del Centro, non solo ripeteva quel ch’egli chiamava sacro programma: «Italia e Vittorio Emanuele;» ma proclamava il dovere degl’Italiani di serbare: «Eterna gratitudine a Napoleone e alla nazione francese.»
Naturalmente con siffatta disposizione d’animo l’offerta del Malenchini fu prima accolta che annunziata. Il Generale chiese immediatamente d’essere dispensato dal comando dei Cacciatori delle Alpi e il 7 agosto il Ministro della guerra La Marmora segnava il suo congedo; l’11 rivolgeva un affettuoso addio a’ suoi compagni d’arme di Varese e di Como; e il 30 di quello stesso mese, seguíto da pochi amici ed ufficiali, partiva per Modena, dov’era stanziato il Quartier generale della sua Divisione.
Quantunque però la sua nomina fosse grandemente popolare, non tutti gli ufficiali dell’antico esercito toscano l’avevano veduta con uguale favore. Sparsasi la voce ch’egli avesse proposto al Governo una lunga lista de’ suoi vecchi ufficiali, li inaspriva il pensiero d’essere, a cagion di questi, o cassati, e messi in disparte, o frodati de’ loro diritti ed offesi nel loro amor proprio. Invasati essi pure dal pregiudizio comune all’universa famiglia militare, che Garibaldi non fosse che un guerrigliero rivoluzionario, sprezzante delle ordinanze stanziali, ribelle ad ogni disciplina, ignaro d’ogni precetto militare, temevano ch’egli capitasse loro addosso per scompigliare e disordinare anche quel poco che s’era fino allora faticosamente venuto ordinando e costituendo; e per questa e per quella ragione ognuno «in suo sogno dubitava.»
Quando però lo videro arrivare scortato soltanto da cinque o sei ufficiali, e di questi quattro soli aver posti importanti ne’ quadri della Divisione toscana: il Medici comandante di Brigata; il Bixio d’un Reggimento; il Corte capo di Stato Maggiore;[213] e avvicinato l’orco s’accorsero che non divorava, e cominciarono a sentir l’incanto di quella parola melodica e l’impero di quella dignità affabile, e lo videro alla prova reggere con mano ferma la disciplina, raccomandare l’istruzione e attendere all’ordinamento del suo corpo, quanto e meglio d’un vecchio Generale di mestiere; allora anche le idee de’ più increduli si vennero modificando; la fiducia tra gli ufficiali e il Generale rinacque prontamente, e la Divisione toscana prese ben presto quel piglio sciolto, e quel carattere guerriero e italiano che per ragioni molteplici le erano fino allora mancati.[214]
XXX.
Verso la metà d’agosto i quattro nuovi Stati di Toscana, Romagna, Modena e Parma, ubbidienti ad una felicissima ispirazione dell’infaticabile Farini, conchiudevano tra di loro una Lega militare, mercè della quale ognuno di loro obbligavasi a contribuire un contingente di milizie, destinate alla tutela dell’ordine ed alla difesa dell’indipendenza comune, e ordinate perciò in un esercito solo sotto un sol Comandante.
Ora è noto che il capitano prescelto fu Manfredo Fanti, il quale, riunendo in sè i molteplici requisiti di Generale sardo, di dotto militare e di vecchio rivoluzionario, sembrava l’uomo più acconcio al delicato e multiforme ufficio. E certo l’esercito della Lega sentì ben presto il tocco della sua mano esperta e robusta; lo partì in tre Divisioni, mettendovi a comandanti Pietro Rosselli, Luigi Mezzacapo e Garibaldi; apparecchiò i quadri di nuovi reggimenti di cavalleria e artiglieria; alacremente provvide alle armi, alle assise, alle ambulanze, all’amministrazione; aprì in Modena una Scuola militare, che tuttodì fiorisce; e, riforma più importante di tutte, prima ancora che l’annessione fosse dichiarata, diede al nuovo esercito i numeri progressivi del piemontese e ne fece con esso un esercito solo. Un solo atto del Fanti diremmo più degno di encomio per la sua generosità, che per la sua saggezza: pochi giorni dopo il suo arrivo, nominava il generale Garibaldi _Comandante in secondo_ dell’esercito collegato; val quanto dire suo primo Luogotenente e rappresentante. Ora la ragione ispiratrice di questo atto fu per fermo nobilissima, ma nel rispetto militare non altrettanto saggia ed accorta. Codesti comandi duali negli eserciti nuocciono spesso, giovano quasi mai. Se reali, aprono una sorgente inesauribile di equivoci, d’attriti, di urti sovente rovinosi; se apparenti, mortificano l’amor proprio dell’inferiore di grado, ne scemano l’autorità, ne paralizzano l’azione, seppure non ne formano un vero inciampo ed un vero pericolo. E il fatto ci darà fra breve ragione.
Verso la metà d’ottobre era corsa voce che i mercenari pontificii, da tempo raccolti ne’ dintorni di Pesaro, apparecchiassero un’irruzione al di qua della Cattolica; e nello stesso tempo, che i popoli delle Marche e dell’Umbria, stanchi di mordere il freno aborrito, fossero prossimi a rompere in aperta sollevazione. A queste novelle, certo ingrandite dal desiderio e dall’arte, nè il Ricasoli nè il Cipriani prestarono fede; ma non così il Farini ed il Fanti, i quali, nutriti di latte rivoluzionario assai più di que’ due, lungi dall’impaurirsi di quella eventualità, l’avrebbero salutata con gioia, siccome l’occasione più propizia per provare la forza del novello Stato e al tempo stesso, sotto la bandiera della legittima difesa, dilatar la rivoluzione ed estendere i confini dell’Italia liberata.
Il Fanti perciò, d’accordo col Farini, concentrate intorno al confine due Divisioni, la toscana e la modenese, le pone entrambi sotto il comando supremo del generale Garibaldi e gli dà per iscritto queste testuali istruzioni:
«1º Tenersi in difesa sulla frontiera.
»2º Resistere al nemico se attaccasse.
»3º Dato questo caso e supposto di poterlo respingere, inseguirlo oltre il confine sin dove la prudenza consigli arrestarsi.
»4º Quando ciò avvenisse, altre truppe della Lega accorrerebbero immediatamente in appoggio di quelle che avessero oltrepassata la frontiera.
»5º Qualora una intera provincia, o anche una sola città si sollevasse e proclamasse volersi unire alle Romagne, e domandasse soccorso per essere protetta contro un nuovo eccidio, simile a quello di Perugia, e per mantenere l’ordine pubblico, in tale evenienza doversi spedire ai sollevati armi ed armati, in quella misura che le circostanze consiglieranno.
»6º Finalmente se il nemico tentasse colla forza di riprendere quei luoghi, le truppe della Lega dovranno opporvisi difendendoli energicamente, nè desisteranno dalle ostilità contro i Pontificii, se non quando abbiano occupato tanto terreno, quanto riterranno necessario per garantire la loro sicurezza.»
XXXI.
Non appena però queste istruzioni furono conosciute, grande l’allarme su tutta la linea: gli stramoderati, perchè, a parer loro, si avventurava nell’ignoto tutto il bene conquistato; il Ricasoli, perchè non tollerava di veder complicata di nuovi problemi l’opera dell’annessione, sua nobile monomania; il Cipriani, all’opposto, perchè temeva di sgradir all’idolo bonapartista e di guastar il suo disegnino d’una Romagna separata; il Gabinetto di Torino, perchè si sentiva venir addosso nuovi impicci e nuovi rabbuffi diplomatici; tutti, quali per una ragione, quali per un’altra, biasimavano quella risoluzione, facendo carico al Fanti ed al Farini d’averla presa di loro capo senza nemmeno consultar gli altri due Governi della Lega (nel frattempo i Governi di Parma e di Modena s’eran fusi in un solo detto dell’Emilia), e violando i confini della loro legittima podestà.
Però non andò guari che la procella, lentamente addensatasi in segreto, alquanti giorni dopo scoppiò. Verso gli ultimi di ottobre, il Cipriani, il Ricasoli e Marco Minghetti per terzo, convenuti segretamente alle Filigare, deliberarono d’accordo di sconfessare senza indugio quelle pericolose istruzioni, tenendo tuttavia quanto al modo due vie diverse, secondo i caratteri e gl’ingegni: al Ricasoli essendo bastato di disdire recisamente l’opera tenuta illegale e pericolosa; il Cipriani avendovi voluto aggiungere di suo l’ingiunzione al Fanti di recarsi a Bologna ad una specie di _redde rationem_, e di rimandar tostamente le truppe ai quartieri d’inverno.
S’impennò alla superba intimazione il Fanti, e fiancheggiato dal Farini ribattè fieramente col noto telegramma: «Non ricevo ordini che dai tre Governi riuniti;» risposta invero più superba che giusta; poichè se i tre Governi riuniti gli parevano necessari a disfare, a maggior ragione avrebbero dovuto parergli indispensabili a fare.
Comunque, durando il dissidio, e persistendo il Fanti a voler rassegnare l’ufficio piuttosto che cedere; il re Vittorio Emanuele, al quale nulla di quanto accadeva nella Penisola era nascosto, risolveva d’intervenire colla forza dell’autorità sua, chiamando presso di sè Garibaldi a sentire consiglio; e scrivendo contemporaneamente un’affettuosa lettera al Fanti per invitarlo a desistere da’ suoi propositi e piuttosto a deporre l’ufficio ed a tornare presso di lui, lasciando a Garibaldi solo il carico ed il rischio d’una impresa ch’egli, Re, non approvava.
All’augusto invito nessuno de’ due Generali riluttò. Garibaldi si mise tostamente in viaggio; e il 27 ottobre giunto a Torino aveva un abboccamento di quattro ore col Re, di cui molto si novellò, e si novella tuttora; nulla di certo, di preciso trapelò. Che disse infatti Vittorio Emanuele al favorito Capitano popolare? Che rispose questi al suo Re? Vi sono degli storici fortunati che posseggono l’anello d’Alcina, e possono penetrare invisibili nella Reggia, invisibili ascoltare i colloqui delle stanze più segrete, e allo stesso modo uscire per imbandire all’indomani il verbo delle cose udite alla turba credula e beata. A noi questo dono non fu concesso, e però non potendo nè volendo spacciare per verità le nostre divinazioni, ci accontenteremo, più modesti, a proporre quelle congetture che ci sembrino più ragionevoli.
Che Vittorio Emanuele abbia consigliato Garibaldi a sospendere o, se anche si vuole, a rinunciare interamente alla meditata irruzione, è assai probabile; che gliel’abbia espressamente ordinato, due ragioni gravissime c’inducono a dubitarne. Il Generale, infatti, appena tornato da Torino a Rimini, lungi dal differire, affretta così gli ordini dell’insurrezione al di là, come gli apparecchi dell’invasione al di qua del confine; ed ai suoi ufficiali che lo interrogavano sulla possibilità della passata, presente fra gli altri lo scrittore di queste pagine, diceva pubblicamente: «Credo che saremo attaccati noi stessi; ma _forse non ci mancherà l’occasione di marciare avanti lo stesso_.[215]
Ora, che Garibaldi, risuonanti ancora gli orecchi degli augusti consigli di Torino, s’arrischiasse a pronunciare in pubblico quelle parole, ed a contravvenire apertamente e con apparecchi di guerra agli ordini di quel Re, ch’egli ostentava, fin troppo, non che di ubbidire come un Sovrano, di ascoltare come un amico, lo creda chi vuole. Noi fino a prova contraria, fino alla presentazione d’un documento che faccia testimonianza del colloquio di Torino, persisteremo sempre a credere che Vittorio Emanuele consigliò, non comandò; consigliò in guisa da far capire al suo non duro interlocutore, che non avrebbe, per questo, perduto il di lui regale favore, se per avventura sotto la sua responsabilità avesse disubbidito.
Certo il re Vittorio non poteva assumere su di sè l’approvazione d’un’impresa, come quella che il Farini ed il Fanti avevano concertato; e in ogni caso non gli doveva piacere che un Generale dell’esercito suo, come il Fanti, membro d’un Governo posto sotto il di lui patrocinio, se ne immischiasse; ma una volta levato di mezzo questo unico indizio compromettente, che gl’importava, a che s’arrischiava egli, e a che il Piemonte, se una persona qualsifosse, estranea al Governo, libera e al tempo stesso amica, ribelle nei modi e devota al fine, vi si avventurasse a tutto suo rischio e pericolo, e salva sempre la condizione di giovarsene o di sconfessarla, secondo l’opportunità ed il successo?
XXXII.
E che siffatti pensieri passassero per la mente del gran Re, non è maraviglia. Era quella la politica del tempo: mirare al fine, nascondendone i mezzi; onestare di forme legali la rivolta; i rivoluzionari tentare di render complice la Monarchia; i monarchici farsi stromento della rivoluzione; tutti giocar a giova giova, mascherando d’inimicizie pubbliche gli amori privati nel sacro intento di fare l’Italia. Però nulla anche di più naturale che, in quell’armeggío di sottintesi, d’ambiguità, di nasconderelli, il semplice Garibaldi si smarrisse, e pigliando di colta le prime parole si credesse in diritto d’interpretarle nel loro senso più naturale e operare a seconda.
Quanto al Fanti il discorso è di poco diverso; chè non volendo trasgredire all’augusto consiglio del Re, e non potendo rassegnarsi a desistere dal suo proponimento, deliberò piuttosto rassegnare l’ufficio e il comando. Ma poichè a nessuno bastava l’animo di accettare quella rinuncia che avrebbe privato l’esercito collegato della sua vera provvidenza, l’indugio, come spesso accade, portò consiglio; e rinata colla calma la fede nella suprema necessità della concordia, il Farini ed il Fanti finirono per persuadersi che quello sperato moto delle Marche era o illusorio o immaturo: lasciando bensì Garibaldi a continuare la sua guardia alla Cattolica, ma tacitamente sottintendendo che egli non avrebbe dato un passo più innanzi, e che le sue istruzioni, senza revocarle espressamente, sarebbero rimaste lettera morta.
E questo solo fu l’errore. Se i Governi dell’Italia centrale, d’accordo ormai col Capitano supremo della Lega, stimavano di dover rinunziare a quell’impresa, per la quale dianzi avevan giudicati necessari il braccio ed il cuore di Garibaldi, non restava loro che un solo partito onesto e saggio: avvertirlo che i loro ordini erano revocati e richiamarlo dal confine. Trastullar Garibaldi di lusinghe, e credere ch’egli se ne acqueterebbe; abbandonargli nelle mani un ordine bellicoso, come quello di Modena, e pretendere che senza saperlo revocato non lo eseguisse; lasciarlo a cavallo d’un confine a capo di circa dodicimila uomini, quasi a tiro di moschetto d’un nemico provocatore e aborrito, innanzi a mezza Italia da liberare, e sperare, ch’egli si acconcerebbe lungamente all’imbelle gioco ed all’inutile comparsa, era un dar prova, per non dir di peggio, che non si conosceva ancora Garibaldi, nè si era imparato a servirsene.
Garibaldi era allora, come sempre, la rivoluzione; ora un Governo qualsivoglia era certamente nel pieno suo diritto di guidare, di frenare, di repudiare e riprendere a sua posta la terribile alleata, ma ad un patto: che non ponesse il tizzone vicino alla polveriera, nè pretendesse adoperare Garibaldi per spegnitoio. Usar gli uomini per quel che sono e per quel che valgono, è il primo precetto dell’arte di Stato; e non pare che i governanti dell’Italia centrale se lo siano, in quel caso, ricordato abbastanza. Forte delle sue istruzioni non disdette mai, e risoluto, se vuolsi, a interpretarle liberamente, ma a non oltrepassarle, reputando vergogna per un esercito italiano il guardar colle armi al braccio un branco di mercenari, grondanti ancora di sangue cittadino, e non vedendo alcun rischio se di sottomano aiutava e affrettava quella sommossa delle Marche, che tutti, anche i più cauti, stimavan pretesto necessario alla guerra premeditata, Garibaldi fece quel che doveva fare egli; quel che era da aspettarsi da lui; quello che era nella natura sua e nella tradizione dell’intera sua vita; e che si doveva in ogni caso vietargli ed impedirgli prima, per avere il diritto di rimproverarglielo dopo.
XXXIII.
Garibaldi infatti non s’era infinto: egli da più settimane non lavorava visibilmente che ad uno scopo: provocare fra i Marchigiani quella sommossa che tutti aspettavano od annunziavano e non iscoppiava mai. Perciò spediva messi, introduceva armi, allestiva barche sul mare, inviava piccoli drappelli per terra; sinchè venne il giorno in cui anche il Governo non potè più nasconderselo, e decise di richiamarlo a Bologna, onde prima persuaderlo coi consigli, intimargli poscia coll’autorità, di desistere da tutti quegli apparecchi e di non muover passo senza nuovi ordini del legittimo suo Comandante.
E Garibaldi accorse senza sospetti, e trovato pronto a riceverlo, oltre al Farini ed al Fanti, il generale Solaroli, inviatogli incontro dal Re per il medesimo scopo, li seguì a Palazzo e si richiuse con essi a consulta. Quivi i tre valentuomini espressero cortesi, ma franchi, le ragioni loro; egli, non meno cortese e tenace, espresse le sue; ma persistendo i primi e facendo appello alla necessità della concordia, ai doveri della disciplina, agli ostacoli della Diplomazia, finirono, se non propriamente col convincerlo, collo strappargli la promessa che avrebbe rinunciato, per allora, alla vagheggiata impresa, e non operato cosa che potesse dispiacere ai reggitori dello Stato.
Se non che appena fuori di Palazzo, ecco farsegli attorno i suoi più accesi partigiani, e susurrargli: tutta quella voltata sentire d’intrigo napoleonico; il Fanti ed il Farini essersi burlati di lui; la rivoluzione essere imminente oltre il Tavullo; le promesse di soccorso già date; fedifrago e crudele il mancarvi. Nè bastò; che giunto nel cuore della notte ad Imola, vi trova, chi disse un messo, chi una lettera, chi un telegramma, ma insomma qualcosa, o qualcuno insieme, che gli annunziava per cosa certa la rivoluzione scoppiata oltre il Tavullo, tutte le Marche andare in fiamme, ed aspettare impazientemente l’aiuto promesso.
Chi abbia portato quella lettera o quel telegramma; d’onde sia nata quella bugiarda notizia, non si sa ancora. Forse l’immaginò l’impazienza e il desiderio; probabilmente fu fabbricata nelle occulte officine delle sètte, nel qual caso la verità vi rimarrà perpetuamente nascosta e intera non si scoprirà mai. Il fatto è che Garibaldi ne fu colto. E soggiungiamo che probabilmente in altra disposizione d’animo non lo sarebbe stato; ma allora, in quella notte, l’idea di esser stato per tutto quel tempo burlato gli si era fitta come un chiodo nel cervello, e non gli pareva vero che un sì felice annunzio venisse a porgergli l’occasione di sventar la trama de’ suoi rivali, e compire al tempo stesso un disegno ch’egli sinceramente credeva lo svolgimento naturale della rivoluzione nazionale e la sua salvezza. Risolvendo quindi con procellosa concitazione, annunzia per telegrafo al Fanti: «Sollevate le Marche, muovere in soccorso de’ fratelli;» e prese le poste, riparte a trotto serrato per Rimini, dove comanda che per la notte stessa del 12 novembre le avanguardie abbiano a varcare il confine e tutta la Divisione seguitare il movimento.[216]
Il telegramma da Imola cessò nell’animo così del Farini come del Fanti ogni dubbiezza, e giustamente ridesti al sentimento della loro autorità e responsabilità, spiccarono pressantissimamente contr’ordini energici, affinchè nessuno de’ corpi sotto il comando di Garibaldi lo obbedisse, e muovesse dalle sue stanze, o procedesse oltre, se per avventura si fosse già mosso. E poichè, se ne eccettui qualche isolata imprecazione e qualche sordo mormorío, tutti furono pronti all’obbedienza della legittima autorità, l’impresa restò, pel fatto solo della mancanza di forze, troncata nel suo nascere e sventata. Scoppiò invece all’inatteso contraccolpo l’animo già tumido d’ira e di sospetto di Garibaldi: e risolvendo tosto sotto la prima vampa della passione, rinfocolata da’ suoi più intimi seguaci e partigiani, riparte ancora per Bologna, si presenta al Farini ed al Fanti, li investe di irate rampogne, e intima loro, con temerità quasi ingenua, di cedere a lui la Dittatura politica e militare. Resistettero alla procella i due valorosi; è fama anzi che il Farini replicasse: ben lo si potrebbe gittare dal balcone in piazza, ma non piegarlo per sedizione militare; risposta a dir vero inutilmente romana, poichè Garibaldi parlò bensì imperioso e violento, non minacciò di ribellione o di sedizione chicchessia.
Comunque, il Generale non gittò, come dice lo Zini,[217] il grado e il comando; molto meno partì immediatamente per Torino; ma ritiratosi a consulta con sè stesso e i suoi amici, «lasciò il Dittatore incerto del partito che presceglierebbe.[218]»
Lo premevano infatti due correnti: da un lato i rivoluzionari schietti[219] lo spingevano ad afferrare anche colla violenza la Dittatura ed a varcare il Rubicone, che, forse, non era in quel caso una mera figura rettorica; dall’altro i governativi, i moderati, i prudenti, e più che tutti le segrete voci della sua coscienza, rimasta fino allora provvidenzialmente paurosa della guerra civile, lo consigliavano a contenersi, e a contenere i suoi più audaci; a rassegnare piuttosto un ufficio, che non poteva nè esercitare con libertà, nè tenere senza violenza.
Naturale pertanto che l’aspettazione delle risoluzioni di Garibaldi tenesse in sospeso gli animi, così de’ suoi amici come de’ suoi avversari, e che la battaglia che si combatteva in lui e attorno a lui avesse un’eco in tutto il paese. Poichè se la sua Dittatura non poteva parer provvida che a pochi fanatici o idolatri, la sua ritirata brusca ed improvvisa dall’Italia centrale poteva sembrare pericolosa anche ai più saggi. Giuseppe La Farina, che pellegrinava in quei giorni per le città dell’Emilia, si provò ad intromettersi paciere nel conflitto; ma dimostrando egli pure, come tanti altri, di non conoscere dell’eroe che la corteccia, non gli soccorse altra idea più sublime che quella di proporre che a Garibaldi fosse dato il comando supremo dell’esercito dell’Italia centrale e al Fanti lasciato il Ministero della guerra. Garibaldi pel primo rifiutò netto; ed era da prevedersi; poichè non era nè il suono d’un titolo, nè la lustra d’un grado che egli mendicava; era un comando effettivo, una balía assoluta, ch’egli aveva certamente torto di pretendere a quel modo, e gli altri numerose ragioni di ricusargli; ma che pure chiedeva soltanto nella profonda e sincera illusione che quello fosse il miglior mezzo di giovare alla patria sua, e di adempiere alla missione provvidenziale onde si credeva investito.
L’agitazione tuttavia cresceva; conati di manifestazioni rivoluzionarie erano succeduti in varii luoghi; la parte più garibaldina dell’esercito centrale rumoreggiava; conveniva che una risoluzione fosse presa; e la risoluzione venne anche quella volta da Torino. Il 12 novembre il conte di Cavour scriveva da Leri al Rattazzi: _Unico mezzo per soffocare la nascente discordia, invitar Garibaldi a deporre il comando._ Rattazzi teneva buona l’idea, ma troppo aspro il modo, e suggeriva al Re di esperimentare ancora una volta il consiglio. Perciò il 14 Garibaldi era chiamato da Vittorio Emanuele a Torino; il 17 mattina s’abboccava con lui, e la sera stessa correva per tutti i giornali la notizia ch’egli aveva rassegnato l’ufficio tenuto fino allora nell’Italia del centro. Infatti due giorni dopo l’annunziava agl’Italiani, da Genova, col celebre Manifesto del 19 novembre 1859, che vuol essere integralmente riprodotto, come il primo indizio di quel dissidio tra la politica rivoluzionaria garibaldina e la politica rivoluzionaria cavouriana, le quali procedendo ora emule ora rivali, ora complici ora concordi, fecero l’Italia:
«AGLI ITALIANI.
»Trovando con arti subdole e continue vincolata quella libertà d’azione che è inerente al mio grado nell’armata dell’Italia centrale, ond’io usai sempre sempre a conseguire lo scopo cui mira ogni buon Italiano, mi allontano per ora dal militare servizio. Il giorno in cui Vittorio Emanuele chiami un’altra volta i suoi guerrieri alla pugna per la redenzione della patria, io ritroverò un’arma qualunque ed un posto accanto a’ miei prodi commilitoni.
»La miserabile volpina politica che turba il maestoso andamento delle cose italiane deve persuaderci più che mai che noi dobbiamo serrarci intorno al prode e leale soldato dell’indipendenza nazionale, incapace di retrocedere dal sublime e generoso suo proposito; e più che mai preparare oro e ferro per accogliere chiunque tenta tuffarci nelle antiche sciagure.
»G. GARIBALDI.»
Dopo ciò si poteva credere che il Generale s’apparecchiasse, irato Achille, a ritornare sotto la tenda della sua Caprera, tanto che l’annunziava con un affettuoso e riverente biglietto[220] al Re stesso, quando mutava improvvisamente pensiero; e il 23 mattina, giorno da lui fissato per la partenza, bandiva un nuovo proclama agl’Italiani, in cui, confermata la sua fede in Vittorio Emanuele, gl’invitava di nuovo a versare il loro obolo per la sottoscrizione nazionale del _Milione di fucili_, già da lui iniziata fin dall’ottobre, affinchè ognuno «_preparasse un’arma per ottenere, forse domani, colla forza ciò che si tentenna ora a concedere colla giustizia_.[221]»
Partiva invece per Nizza, dove dimorava, occupato di sue faccende private, fino ai primi di dicembre, e dove, stando a svernare l’Imperatrice delle Russie, si divulgava la fiaba ch’egli la visitasse per accordarsi con lei circa ad una immaginaria candidatura d’un Principe russo al trono, non per anco tagliato, dell’Italia centrale.[222]
Di là fece, è vero, una corsa a Caprera, ma breve; chè prima della metà dello stesso mese era di nuovo sul Continente. Dal 14 al 25 dicembre infatti lo troviamo a Fino, villa del marchese Raimondi, presso Como, d’onde indirizza agli studenti di Pavia un infiammato appello;[223] il 26 passa per Milano, ed alla folla, acclamante lui essere la forza d’Italia, risponde: «Errore; la forza di una nazione non è in un uomo solo, ma in sè stessa;[224]» il 29 lo incontriamo a Torino, dove lo porta la speranza di ottenere l’organizzazione della Guardia Nazionale mobile di Lombardia ed ha in proposito un lungo colloquio col Re.[225] Nel giorno stesso lo vediamo rinunciare alla presidenza dell’_Associazione nazionale_ e mettersi a capo d’una nuova società, la _Nazione armata_, che però, cedendo agli allarmi della parte moderata, e forse del Re medesimo, scioglie subito dopo (4 gennaio);[226] il 6 del mese stesso, infine, fastidito dalle ambagi di quella politica che non poteva comprendere, attratto dalla larva d’una felicità sognata fin da Valgana, scompare novellamente nell’ombra di Fino, dove il perfido Dio, che si trastulla specialmente degli eroi, gli andava tessendo in silenzio le più grosse bende e i più volgari agguati.
XXXIV.
Abbiamo ripetuto più volte che un solo degli amori di Garibaldi, quello d’Anita, ci parve degno di poema e di storia, e avvertiamo nuovamente il volgo dei lettori ingordi d’aneddoti erotici, che questo libro non è per loro. Sul finire del 1859 però, un amore, o fantasia, o avventura amorosa di Garibaldi, si conchiuse nel fatto pubblico d’un matrimonio, e noi possiamo scivolargli accanto e coprirne di discreti veli i particolari, ma non trapassarlo in silenzio.
L’ultimo di maggio, il lettore non l’avrà dimenticato, si presentava a Garibaldi, in Sant’Ambrogio, la giovane marchesa Giuseppina Raimondi, che gli portava le notizie di Como, e insieme la preghiera dei Comaschi di accorrere in aiuto della loro città minacciata da un ritorno degli Austriaci. La messaggera era bella, di quella bellezza ardita e virile, che poteva tanto sulla fantasia del nostro eroe; di più narrava d’essere venuta traverso disagi e pericoli maggiori del suo sesso, ora rompendo, ora deludendo le fitte linee di nemici che imboscavano il paese; e Garibaldi, colto a un punto dalle seducenti attrattive della donna e dal miraggio fascinante dell’amazzone, ne restò ammaliato. Gli eventi d’Italia lo separarono per alcun tempo da lei, ma non poterono cancellarla dalla sua mente; e non appena il tumulto delle armi e l’altro più grande amore della patria gli concederanno un’ora di tregua, l’immagine della fantastica fanciulla rivivrà innanzi a’ suoi occhi, e sognando, illuso, di ritessere in Italia, con una seconda Anita, gli eroici idilli d’America, giurerà nel suo cuore di selvaggio innamorato di farla sua per sempre, come l’aveva giurato alla povera creola di Laguna.
Ed era appunto per sciogliere quel voto ch’egli tornava a quei giorni sul Continente, e che noi lo troviamo nella seconda metà del dicembre nella villa di Fino, dove la marchesa Raimondi villeggiava coi suoi parenti. Indotto d’ambagi galanti, come delle diplomatiche; dimentico de’ suoi cinquant’anni, e ignaro che il cuore della donna è pelago che non si naviga mai senza scandaglio; avvezzo a prendere d’assalto le fortezze d’amore come le fortezze di guerra, e scordandosi che quelle seppelliscono spesso sotto corone di rose i loro vincitori; Garibaldi disse alla bramata fanciulla il suo amore, e la chiese in isposa. Il padre assentì; ella, che aveva già dato il suo cuore ad un altro, doveva ricusare, e non osò; e Garibaldi il mattino del 24 gennaio 1860, nella stessa cappella domestica di Fino, la condusse all’altare.
Poche ore dopo però una lettera, tardamente pietosa, venne ad avvertire il Generale ch’egli aveva un rivale felice; ella, interrogata dal marito, chinò il capo confessando, e Garibaldi, trovando in un impeto subitaneo della sua tempra eroica la sola catastrofe degna del triste dramma, monta a cavallo e fugge la sera stessa da Fino, riparando indi a pochi giorni nella sua Caprera, dove non porterà seco di quella breve fiamma che poca cenere amara e la balza d’un matrimonio di nome, di cui la donna che gli fu moglie per pochi istanti fu la prima certamente a sentire il tormento ed il castigo.[227]
XXXV.
Così finiva anche per Garibaldi il 1859.
Delle cose da lui operate come Capitano nell’estate di quell’anno, il giudizio non è controverso, nè dubbia la gloria. Diversa invece la sentenza intorno alla parte da lui rappresentata nell’Italia centrale. Come non si potè levare dalla mente de’ suoi contemporanei, così non si potrà interamente cancellare dalle pagine della storia l’opinione che il Comandante in secondo dell’esercito centrale, volendo a forza un’impresa che il legittimo Governo disvoleva, abbia tentato, se non compiuto, un atto di ribellione, e posto a repentaglio, non che la disciplina dell’esercito, la quiete e la salute d’Italia.
Pure non è questa la conclusione che scaturisce dai fatti da noi esposti, e chi vorrà persistere in quel giudizio dovrà o smentire con autentiche testimonianze i fatti, od aspettarsi dal tempo un giudizio molto diverso dal suo.
Garibaldi esorbitò certamente nei modi e patrocinò forse con troppa violenza un’idea per lo meno disputabile, e di cui non era giudice egli solo; ma insomma quell’idea egli aveva il diritto di crederla buona, non solo per sè stessa, ma anche perchè era stata caldeggiata fino all’ultimo da quei medesimi che l’avevano poi sconfessata.
Di tutto quanto egli fece per apparecchiare il passaggio della Cattolica, nessuno potrebbe fargli torto; poichè nessuno fino al principiar del novembre pensò ad avvertirlo che gli ordini a lui impartiti erano abrogati, e il mandato a lui commesso sospeso. Fino allora dunque nulla nella sua condotta che non fosse, anche militarmente parlando, regolare e corretto. Che se a novembre il Governo mutò disegno e Garibaldi promise che avrebbe desistito dalla cominciata impresa, fu soltanto perchè gli venne dato per certo che l’attesa rivolta nelle Marche, stimata condizione indispensabile all’invasione, non accadrebbe, nè poteva più accadere.
Ora lo si potrà accusare d’avere con troppa precipitazione creduto al messaggio d’Imola, che gli annunziava invece la rivolta già scoppiata; lo si può, lo si deve biasimare d’essersi tolto l’arbitrio di comandare da sè solo una mossa che in qualsivoglia ipotesi spettava al Governo solo di ordinare; ma di volontaria e meditata ribellione, non mai. Egli non fu allora più ribelle al Farini ed al Fanti di quello che il Fanti ed il Farini lo sieno stati un mese prima al Cipriani ed al Ricasoli. In quel tramestío rivoluzionario, in quella semi-anarchia di governi, di opinioni, di politiche, che cangiavano, si confondevano, si urtavano ad ogni piè sospinto; in quel parapiglia di ordini dati a Modena, disdetti a Bologna, modificati a Firenze, corretti a Torino, stabilire l’esatto punto in cui l’opposizione diventava ribellione, e la legalità rivoluzione, è difficile assai; e in un paese, dove tutti, da Vittorio Emanuele al Cavour, dal Ricasoli al Farini, dal Fanti al Boncompagni, cospiravano un po’, e spesso ad insaputa, talvolta a rovescio l’un dell’altro, il rimproverare a Garibaldi d’essere tocco dal male comune, deve parere soverchio anche pei più accigliati custodi della rigorosa dottrina governativa.
Garibaldi era un generale, e sta bene; ma un generale unico, _sui generis_, in tale posizione anormale che non ha riscontro nella storia degli eserciti. Era un generale, ma insieme un capo-popolo, un tribuno, un apostolo armato; era un generale, ma un presidente, riconosciuto ed onorato dallo stesso Governo, di una vasta associazione politica; era un generale, ma a cui era lecito di aprire pubbliche collette d’armi, di scrivere ogni giorno un nuovo Manifesto politico o guerriero, di avere uno Stato Maggiore composto in parte d’uomini politici, di formarsi dei corpi speciali a suo talento, quasi guardie del corpo, di arringare dai balconi il popolo, e di cospirare in segreto col Re. Ora come applicare ad un uomo simile i criterii d’una rigorosa disciplina militare, quando gli si concedeva di violarla ad ogni passo col consenso e colla tolleranza dei suoi stessi superiori? Per impedirgli d’agire di suo capo l’ultimo giorno, conveniva metterlo al dovere fino dal primo; per rimproverargli di agitare il popolo, bisognava non giovarsi o non compiacersi della sua popolarità; per censurarlo di portar nei consigli militari la sua politica, importava non farne con lui; nè spesso applaudirla e seguitarla in pubblico per sconfessarla in privato. Garibaldi era logico. Convinto, come tutti i veggenti e gl’illuminati, d’aver ricevuto dall’alto una missione, l’adempiva. Persuaso che fosse dannoso l’arrestare «il maestoso andamento della rivoluzione,» e che sola politica degna dell’Italia fossero «un milione di fucili e un milione d’armati,» non nascondeva il suo pensiero; lo gridava anzi ai quattro venti; e poichè il suo concetto trovava un’eco non solo nel fondo di quelle turbe popolari a cui la sua voce più dirittamente arrivava, ma un seguito ed una adesione in quelle medesime classi che per altre ragioni lo combattevano, egli era in pieno diritto di persistere nella sua via, e di chiamarvi a seguitarlo l’Italia.
Garibaldi faceva la parte sua, ed era provvido che la facesse. Le grandi evoluzioni della storia, al pari delle grandi evoluzioni della natura, non sono mai l’effetto d’una forza sola. Al movimento italiano era tanto necessaria la forza impellente della rivoluzione, quanto le forze moderatrici e dirigenti dell’arte di Stato, dell’ordine e della legalità.
Se immaginare la rivoluzione italiana senza il nome di Vittorio Emanuele e il genio del Cavour è impossibile, non meno impossibile è pensarla senza la mano di Garibaldi, che a un dato istante, appena la ruota pareva sviarsi od inciampare, veniva ad imprimerle un moto impreveduto ed a risospingerla verso la sua mèta.
Questo egli volle nel 1859, ed era troppo presto; rivolle nel 1860, e indovinò l’ora del destino.
FINE DEL VOLUME PRIMO.
INDICE DEL VOLUME PRIMO
DEDICA Pag. V PREFAZIONE VII FAC-SIMILE DI DUE PAGINE DELLE MEMORIE DI GARIBALDI 1
_Capitolo_ I. Dalla nascita al primo esiglio [1807-1836] ivi II. Da Rio Grande del Sud a Montevideo [1837-1841] 50 III. Da Montevideo al ritorno in Italia [1842-1848] 109 Carta dell’Uruguay con le provincie del Rio Grande Do Sul, dell’Entrerios e del Corrientes, ad illustrazione dei viaggi e delle azioni di G. Garibaldi nell’America meridionale 213 IV. Da Nizza a Morazzone [1848] 214 V. Roma [1849] 246 VI. Da Roma al secondo esiglio [1849-1854] 331 Schizzo topografico illustrativo del combattimento di Morazzone [1848] 392 Schizzo topografico illustrativo della battaglia di Velletri [1849] ivi Carta itineraria della ritirata di Garibaldi da Roma [1849] ivi VII. Da Varese alla Cattolica [1859] 415
ERRATA-CORRIGE.
Volume I.
_Pag._ _lin._ 5, 7 l’anno stesso di _va soppresso_ Cavour 27, 12 Ragiundo Raimondi 84, 25 Tramandahy Taramanday id., ult. id. id. 85, 4 id. id. id., ult. id. id. 170, 9 1842 1843 202, 13 14 gennaio 12 gennaio 206, 22 Duyman Dayman 233, 7 4 luglio 4 agosto 247, 27 24 aprile 29 aprile 259, 7 22 marzo 23 marzo 280, 24 Giuseppe Rosselli Pietro Rosselli 398, 25 barca bara 422, 24 fosse assalita non fosse assalita 424, 21 Migliavaca Migliavacca 437, 25 giornata stessa del 27 giornata stessa del 21 450, 14 maggiore Bioll tenente colonnello Bioll 453, 17 colonnello Bioll id. id.
A pag. 193, riproducendo in nota l’ode a Garibaldi del signor Giuseppe Bertoldi, corse un errore di disposizione.
Dopo la strofe sesta «Or leva dai marmorei ec.,» devono seguire le ultime quattro strofe, che cominciano dal verso «Chi sono quei fortissimi» e vanno al verso «Che fa l’americane acque stupir;» poi l’ode continua colla strofe che nel volume sarebbe la settima: «Quando su noi le barbare ec.»
NOTE:
[1] Essendosi S. M. degnata di mettermi in corrispondenza, per mezzo del Ministro della Real Casa, conte Visone, col cavalier Promis, bibliotecario della Biblioteca del Re in Torino, io esposi allo stesso signor Cavaliere una serie di domande e di quesiti, ai quali egli, dopo altre lettere cortesi, finì col rispondere in questo tenore:
«Ella....., sono persuaso, non potrà a meno di approvare il mio operato, tanto più che tutto il desiderato è sotto suggello. Credo però di non mancare al mio dovere, dicendole che moltissimo non esiste più, essendo stato sottratto, non so nè dove nè da chi; ma è cosa notoria: che del 63 e 64 nulla affatto vi è, forse perchè tolto o regalato: nulla vi è sulla chiamata del Generale nel 1859, e sul richiamo dalla Cattolica; poco sul resto: nulla del Re: qualche copia di proclama e qualche raccomandazione: pochi fogli del 59 e 60 e di qualche altro anno, tutte cose in gran parte pubblicate.»
[2] Nell’_Epître dédicatoire à Madame de Pompadour, premessa al Tancrède._
[3] Le stesse _Memorie_ son quelle pubblicate da Alessandro Dumas seniore, in due volumi col titolo _Mémoires de Garibaldi_ (Paris, M. Lévy Frères, 1862); e in parte, fino al 1848, edite da Francesco Carrano, allora generale, nel suo libro _Garibaldi e i Cacciatori delle Alpi nel 1859_. Circa però all’edizione del Dumas conviene stare in guardia, poichè se non può veramente dirsi che il celebre scrittore abbia inventati fatti di sana pianta, li travestì di tante ciarpe romanzesche da diventare talvolta affatto irriconoscibili. Epperò circa a quel periodo le sole _Memorie_ di Garibaldi da tenersi per autentiche son quelle dell’Elpis Melena. Vedi anche sulla storia delle _Memorie_ di Garibaldi confidate ad Elpis Melena un articolo di Saint-René Taillandier nella _Revue des Deux-Mondes._
[4] Altre Vite da consultarsi con frutto per alcuni documenti che vi si trovano sono: P. C. BOGGIO, _La Vita politica aneddotica militare del generale Giuseppe Garibaldi_, Torino, 1861; GIUSEPPE RICCIARDI, _Vita di Giuseppe Garibaldi_ narrata al popolo e continuata sino al ritiro nell’isola di Caprera (9 novembre 1860), Firenze, G. Barbèra, 1860; _Vita di Giuseppe Garibaldi_ scritta sopra documenti genealogici, storici, dalla sua partenza fino al recente ritorno in Caprera, Firenze, Le Monnier, 1864. Anche l’opuscolo _Garibaldi dal 1860 al 1879_ per F. BIDESCHINI, Roma, Tip. del Popolo Romano, 1879, ha particolari interessanti, di cui l’autore, testimonio e attore, può star garante. Taccio le straniere, copiate o calcate quasi tutte sulle italiane. L’ultima comparsa che io mi sappia è _The Life of G. Garibaldi_ by T. THEODORE BENT, London, Longmans, Green etc., 1881.
[5] Fra le Storie generali non va dimenticata quella dell’ANELLI, _Storia d’Italia_, e affinchè _audiatur et altera pars_, confrontisi anche _La continuazione alla Storia universale della Chiesa Cattolica dell’Ab. Rohrbacher dall’elezione al Pontificato di Pio IX nel 1846 sino ai giorni nostri_, scritta dal prof. D. P. BALAN ec., vol. II, Torino, per Giacinto Marietti, 1879.
[6] Eccone l’elenco nell’ordine e coi titoli appostivi dal Generale stesso:
L’Uomo Pag. 1 Il Governo 3 Il Prete 4 Esercito 9 Il Popolo 11 Il Giornalismo 14 La Contesa 17 Cristo 18 La Religione del Vero 21 Disciplina 23 La Donna 25 Dignità 28 Terror pànico 34 Marina e Cavalleria 40 Menzogna e Corruzione 43 La Coscienza 45 Sarnico 47 Palermo 51 Calatafimi 54 Marsala 56 Aspromonte 58 Il Trasporto 75 L’Anima 77 Il Beneficio 80 Il Bene e il Male 86 La Morte 89 Il Dolore 92 I Ministeri 98 La paura governa il mondo 100 La Dittatura 109 I Briganti 116 Ordinamenti 121 Nizza 124 Roma 138 Palermo 140 Donne 142 Le Latitudini 144 Incertezze. Pag. 154, interrotto alla 155 Unità Mondiale 156-160 Frammento sull’Esercito 161 Poche parole all’Italia (interrotto) 162-163 Studio sui Venti (incompleto) 164-168 Lo stesso in francese 169-172 Il Furto organizzato 173-175 Massime 176 Il Re Galantuomo 177-178 Parlamento e Ministri 179
Altri frammenti di pensieri e abbozzi di manifesti e lettere, ec. e fra gli altri alcuni studi di matematica.
[7] Soltanto nel correggere la stampa di questa Prefazione vengo a scoprire che la lettera del Maraini fu in questi ultimi giorni stampata dalla _Riforma_. Lungi dal mio pensiero l’incolpare il mio buon amico Maraini d’aver voluto pagare anch’egli il suo tributo alla memoria del grande uomo col mettere in luce un sì prezioso tesoro, sul quale, poichè m’era stato donato per la stampa, potevo sperare d’aver anch’io un certo diritto di prelazione. Mi scuso soltanto se la do per inedita, poichè fino a ieri era tale per me.
[8] _On History_, nei suoi _Criticals and Historicals Essays_.
[9] _Historiarum_, lib. I, cap. I.
[10] G. CARDUCCI, _A Giuseppe Garibaldi_.
[11] _Memorie di G. Garibaldi_ pubblicate da FRANCESCO CARRANO nell’opera: _I Cacciatori delle Alpi comandati dal generale Garibaldi_, ec., pag. 16. Torino. Unione Tipografica Editrice, 1860.
[12] Il DUMAS nelle sue _Memorie_ la chiama «Ragiundo;» il BORDONE nel _Garibaldi_ «Bogiado;» ma il vero nome è Raimondi, come si rileva dall’_Atto di morte_ di suo marito Domenico del 3 aprile 1841, estratto dai Registri della Parrocchia della Concezione di M. V. in Nizza e dalla immatricolazione di suo figlio Giuseppe nella Marina sarda, ricavata dalla _Matricola del 1832_, pag. 392.
[13] _Memorie_ edite dal CARRANO, pag. 10.
[14] Vedi _Memorie_ citate, pag. 10.
[15] Queste parole le traduciamo dalle _Mémoires de Garibaldi_, di A. DUMAS padre (Paris, Levy, 1862), le quali devono tenersi, come dicemmo nella Prefazione, un ampliamento del testo primitivo e originale, ornato poi dalla fantasia del Traduttore.
[16] E non _Giovanni_, come dice il Dumas; e non _Giaume_, come scrive l’Elpis Melena.
[17] _Memorie_ edite dal CARRANO, pag. 12.
[18] Vedi _Memorie_ citate, pag. 14.
[19] A Enrico Guastalla, suo soldato da Roma a Bezzecca.
[20] _Memorie_ edite dal CARRANO, pag. 14.
[21] Diciamo altrove, cioè nel _Garibaldi’s Denkwürdigkeiten_, di ELPIS MELENA (pag. 17); mentre il testo Carrano non accenna a questo episodio. Il Dumas poi vi ricama sopra uno de’ suoi soliti romanzi; immagina favolosi combattimenti, e mette in bocca a Garibaldi parole che non ha mai proferite.
[22] L’Elpis Melena, nelle _Memorie_ già citate, dice _Trovaigo_, ma deve essere errore di scrittura o di stampa. Il Carrano, che riproduce esattamente le _Memorie_ originali, dice _Sauvaigo_. E Dumas lo segue.
[23] Di queste parole restò memoria viva fra i vecchi conoscenti ed amici di casa Garibaldi, e ce le riferì un egregio Nizzardo, che volle favorirmi, con questa, molte altre notizie circa il suo celebre concittadino e la sua famiglia.
[24] _Biografia di Giuseppe Garibaldi_ compilata da GIO. BATTISTA CUNEO, pag. 16. Genova, Regia Tipografia Ferrando.
Il Carrano suppone che il credente potesse essere Mazzini. Ma il Mazzini stesso ci assicura di non aver conosciuto Garibaldi che l’anno dopo a Marsiglia.
[25] I preti di Firenze gli negarono la sepoltura! Ora dorme in Oneglia sua patria.
[26] _Memorie_ edite dal CARRANO, pag. 15.
[27] _Opere_ di _G. Mazzini_. Milano, Daelli: _Politica_, vol. III, pag. 334.
[28] Ecco il suo atto d’arruolamento quale venne estratto dalla _Matricola del 1832_, vol. I, pag. 392:
«Marinaro di terza classe Garibaldi Giuseppe Maria per nome di guerra _Cleombroto_, figlio di Domenico e di Rosa Raimondi, nato li 4 luglio 1807 a Nizza, provincia di Nizza, iscritto alla Matricola della Direzione di Nizza il 27 febbraio 1832 al Nº 289.
»Assentato da Genova come marinaro di terza classe di leva li 26 dicembre 1833. Statura oncie 39¾. Capelli e ciglia rossicci, occhi castagni, fronte spaziosa, naso aquilino, bocca media, mento tondo, viso tondo, colorito naturale, segni apparenti....
»Imbarcato sul _Des Geneys_ il 3 febbraio 1834. A. S. L. (assentatosi senza licenza) dalla suddetta regia fregata il 4 febbraio 1834.»
[29] Durante il mio soggiorno a Caprera non era facile indurre Garibaldi a raccontare le sue avventure; ma su questa tornava egli medesimo spesse volte e volontariamente, ed era uno degli esempi con cui illustrava la vanità delle congiure mazziniane, delle quali non fu mai ammiratore.
[30] E non il _Nantomis_, come stampava forse per errore il Cariano; nè il _Nagens_, come dice il Bordone.
[31] _Memorie_ edite dal CARRANO, pag. 17.
[32] _Biografia di Giuseppe Garibaldi_ compilata da G. B. CUNEO, pag. 18.
[33] Le _Memorie_ del Carrano dicono _12_; quelle dell’Elpis Melena e il Dumas _16_. Anche queste parole sono riferite con lievi varianti; ma il senso è questo
[34] Barca destinata alla pesca delle _garape_, pesce delicato del Brasile.
[35] Intende della Banda Orientale, secondo nome dato all’Uruguay che si trova sulla sponda orientale della Plata.
[36] Piccolo fiume.
[37] Specie di gazzella.
[38] _Memorie_ edite dal CARRANO, pag. 25.
[39] Nè il nome del capitano, nè quello del bastimento ci fu dato accertare. Il Dumas dice: _un navire commandé par un Mahonais nommé Don Lucas Tartanlo_. L’Elpis Melena: Luca _Tartabal von der Goelette Pintosesco_. Il Carrano: _Lucas Tartabul della goeletta Pintaresco_.
[40] A G. B. Cuneo appunto in quei giorni scriveva: «Circa ad evadermi, ti basti che sono in questa condizione sulla mia parola d’onore. Passo la maggior parte del giorno leggendo libri che l’instancabile bontà del mio ospite mi provvede; talora nella sera d’un bel giorno vado a passeggio, visito qualche conoscente, e guardo malinconicamente le bellezze del paese, e mi ritiro a casa; altre volte esco a godere d’una bella mattinata, e leggo, scrivo, e _sempre in cuore l’Italia_, e parlando con dispetto io grido:
Io la vorrei deserta E i suoi palagi infranti . . . . . . . . . . . . . Pria che vederla trepida Sotto il baston del Vandalo!
La mia sorte è legata alla tua; guidati da un solo principio, consacrati ad una causa, abbiamo rinunciato alla tranquillità e imposto silenzio a tutte le passioni: ad onta dei giudizi leggeri ed inconsiderati della moltitudine, che non riguarda sovente il nostro generoso proposito che sotto l’aspetto d’interessate mire e d’ambizione, proseguiremo. Il testimonio della coscienza ci basta.»
[41] Il Cuneo aggiunge: «che lo strazio crudele era reso più osceno ed atroce da una turba selvaggia che, affollatasi alla soglia della prigione rimasta aperta, scherniva il sofferente e del martirio faceva argomento di contumelie.»
Qua e là si legge che Garibaldi, quand’era impeso alla trave, si vendicò sputando in faccia al suo carnefice. Può essere, ma nelle sue _Memorie_ non troviamo cenno alcuno del fatto.
[42] Specie di thè brasiliano.
[43] Al Brasile rammentano ancora il fatto; e a proposito di un canale progettato, tra la laguna e Porto Allegre, il Siglo di Montevideo del dicembre 1879, nº 4452, usciva con queste parole:
«_Canalizacion_. — Varios ingenieros brasileros han publicado un folleto que versa sobre la apertura de un canal navegable entre el puerto de la laguna y la ciudad de Porto Alegre. Referiendose a ese proyecto, recuerda _O Cruzeiro_ un episodio de la vida militar de Garibaldi. Ese ilustrado caudillo hallandose al servicio de la revolucion republicana riograndense, ejecuto la idea que hoy se agita, colocando tres lanchones sobre ruedas y metiendolos en el Capivary: de manera que con esa parte de _navegacion terrestre_, pudo entrar en la laguna con un solo barquetillo pues los demos naufragaron en la costa de Taramanday.»
[44] _Memorie_ edite dal CARRANO, pag. 46-47.
[45] Non si confonda questa _Laguna_, vasto lago nella provincia di Santa Caterina, e che dà il nome alla città di Laguna sopra nominata, colla laguna _de los Patos_, posta nel Rio Grande, di cui si è discorso finora.
[46] Dal _Garibaldi’s Denkwurdigkeiten_, di ELPIS MELENA, vol. I, pag. 84 e 85. Il Carrano sopprime il brano, e il Dumas al solito lo infrasca. Nel rimanente tutta la storia d’Anita, tanto quella narrata fin qui, quanto quella che avremo a narrare in seguito, l’abbiamo attinta a due fonti per noi inoppugnabili: le _Memorie_ di Garibaldi, le attestazioni di parenti e amici suoi, o testimoni, o consapevoli per diretta notizia, de’ fatti.
[47] _Anta_ è una bestia inoffensiva della mediocre altezza d’un somaro, la cui carne è squisita, e il cuoio serve a vari lavori. Io non l’ho veduta mai.
[48] _Piccada_, vale ancora _foresta_.
[49] Specie di pino gigantesco.
[50] Boschi.
[51] Buchi ricoperti accuratamente con erbe, nei quali precipitando l’incauto viandante, ne profittano i selvaggi per assalirlo.
[52] Dal 1836 al 1842.
[53] _Les dissensions des Républiques de la Plata et les machinations du Brésil_, pag. 2. Paris, E. Dentu libraire-éditeur, 1865.
[54] Non dispiacerà forse il risapere che fra le sette prime famiglie che vennero da _Buenos-Ayres_ ad abitare la nuova città, una era tutta di Genovesi, cioè Giorgio Borgès, sua moglie Maria Carrasco e quattro di famiglia.
E che per _Borgès_ si debba leggere _Borghesi_, e questo nome sia fra gli antichissimi di Genova lo dimostra il prof. G. B. BRIGNARDELLO nella sua _Memoria delle vicende dell’America meridionale e specialmente di Montevideo nell’Uruguay_, pag. 31 e seg. Genova, 1879.
[55] _Glorias militares de los Españoles desde la mas remota antigüedad hasta el presente_, tomo II, pag. 197. Cadiz, 1808.
[56] _Estudios historicos, politicos y sociales sobre el Rio de la Plata_, por D. ALESANDRO MAGARIÑOS CERVANTES, pag. 97. Paris, 1854.
[57] In alcune provincie anzi, come nella Nuova Granata, fu piuttosto diretto contro i Francesi ed i loro partigiani (_afrancesados_) che contro gli Spagnuoli.
[58] La posizione astronomica della Repubblica è fra il 55° e 61° longitudine occidentale, e il 30° e 35° latitudine meridionale dal meridiano di Parigi. Gli scrittori di Geografia fisica del paese s’accordano però nel dire che le osservazioni meteorologiche vi sono ancora molto manchevoli e imperfette.
Vedi _Elementi di Geografia fisica della Repubblica orientale dell’Uruguay_, di PIETRO GIRALT, membro dell’Istituto d’istruzione pubblica in Montevideo. Versione italiana pubblicata per cura del Consolato generale dell’Uruguay in Italia.
Poi: _La République orientale de l’Uruguay à l’Exposition de Vienne_, par A. VAILLANT.
Estensione della Banda Orientale Chilom. quad. 186,920.01 Popolazione assoluta nel 1877 440,000. — Popolazione relativa per ogni chilom. quadrato 2.4
_Riassunto statistico per l’Esposizione Universale di Parigi, fatto dalla Direzione di Statistica della Repubblica_. Montevideo, 1878.
Estensione dell’Argentina Chilom. quad. 4,195,519.84 Popolazione assoluta nel 1873 1,877,490. — Popolazione relativa per ogni chilom. quadrato 0.6
Oggi la popolazione assoluta è calcolata di 2,400,000.
Queste cifre risultano da un calcolo planimetrico eseguito nel 1873 e nel 1880 (_Die Bevölkerung der Erde_) da M. M. BEHM ET WAGNER, VI, _Gotha 1880_, all’Istituto geografico F. Perthes di Gotha.
[59] Serpente che prende il nome dal rosso vivo del corallo. Così il _coguar_ è una specie di leone più piccolo di quelli d’Africa e d’Asia.
[60] Uno dei difensori di Montevideo contro gl’Inglesi nel 1807.
[61] Il Saavedra favoriva la monarchia con un principe europeo.
[62] Nel progetto di trattato da lui proposto il 16 giugno 1815 aveva inchiuso quest’articolo:
«13º — Las Provincias y pueblos comprendidos desde la márgen Oriental del Paraná hasta la Occidental, quedan en la forma inclusa en el primier artículo de este Tratado, como igualmente las provincias de Santa-Fé y Cordoba hasta que voluntariamte no querian separarse de la proteccion de la Banda Oriental del Uruguay y direccion del gefe de los orientales.» _Bosquejo histórico de la República oriental del Uruguay_, pag. 76.
[63] Parole del vicerè di Buenos-Ayres, Don Nicola de Arredondo, tolte dal libro: _Estudios históricos, politicos y sociales sobre el Rio de la Plata_, por D. ALEYANDRO MAGARIÑOS CERVANTES, ec., pag. 90. Paris, tip. Ad. Blondeau, 1854.
[64] Vi è un quadro rappresentante _El Juramento de Los 33_, opera del pittore uruguayano Blanos (ora dimorante a Firenze). Ecco i nomi di que’ valorosi, ai quali forse pensò il venturo capitano dei Mille:
1. Ignacio Nuñez. 2. Juan Acosta. 3. Felipe Carapé. 4. Juan Rosas. 5. Celedonio Rojas. 6. Manuel Melendez. 7. Avelino Miranda. 8. Agustin Velasquez. 9. Manuel Freire. 10. Joaquin Artigas. 11. Gregorio Sanabria. 12. Santiago Nievas. 13. Santiago Gadea. 14. Ignacio Medina. 15. Jacinto Trapani. 16. Luciano Romero. 17. Juan Spikermann. 18. Pablo Zufriategui. 19. Simon del Pino. 20. Manuel Lavalleja. 21. Juan Antonio Lavalleja. 22. Atanasio Sierra. 23. Manuel Oribe. 24. Andrés Spikermann. 25. Ramon Ortiz. 26. Basilio Aranjo. 27. Juan Ortiz. 28. Pantaleon Artigas. 29. Andrés Areguati. 30. Andrés Chebeste. 31. Francisco Lavalleja. 32. Dionisio Oribe. 33. Carmelo Colman.
[65] SARMIENTO, _Civilisation et barbarie_. Vedine l’ampio sunto nella _Revue des Deux-Mondes_, 1º ottobre 1846, fattone da CARLO DI MAZADE.
[66] Taverne di campagna.
[67] MAGARIÑOS CERVANTES, op. cit.
[68] _Horca_ vuol dire nell’istesso tempo _covone_ e _forca_. Laonde _Mas-horca: più forca_ e _più unione_; o l’unione che si cementa nel sangue de’ patiboli.
[69] Vedi i _Decreti dei Governatori di Tucuman de Calamarca e Corrientes_, in MAGARIÑOS CERVANTES, pag. 223.
Il primo di que’ Decreti dice:
«Todos les Argentinos estan autorizados á quitar la vida á los comprendidos en el anterior artículo, en qualquier lugar del territorio de la República, etc.»
Il secondo più esplicitamente:
«Considerando que es un crímen el mirar á los malvados facinerosos con clemencia, etc.
»Art. 1º — Quedan proscritos _para siempre y fuera de la ley_, todos los individuos de uno y otro sexo que se hallan alistados en las filas de las dos divisiones de bandidos y malvados salvages inmundos unitarios.»
[70] MAGARIÑOS CERVANTES, op. cit., pag. 10.
[71] Un ufficiale francese, il signor FERDINAND DURAND, in un suo pregevole lavoro intitolato: _Précis de l’Histoire politique et militaire des Etats de Rio de la Plata_, nello _Spectateur Militaire_ (febbraio e marzo 1852), dice a questo punto, «che l’Echague marciava contro Montevideo, ma che vistolo occupato dai Francesi (i quali per confessione sua non erano più di quattrocento) rinunciò ad assediarli, e mosse invece contro il Ribera a Chagancia.» Questo, se non è una vanteria francese, è manifestamente un grosso errore militare: l’Echague non poteva mai impegnarsi ad assediare Montevideo, quando aveva sui fianchi a poche leghe tutto l’esercito del Ribera, intatto e impaziente di combattere.
[72] Vedi ANDRÉS LAMAS, _Apuntes históricos de las agresiones de Rosas contra la independencia de la República oriental del Uruguay_.
Nella Nota 34 si legge:
«Libres los despojos humanos del general Lavalle en tierra boliviana, por el heroico sacrificio de los patriotas que los custodiaban, Oribe en su despecho _reclamó la estradicion de aquellos restos_. El general Urdimenea rechazó con horror tan atroz proposicion.»
[73] Ciò è attestato dall’_Atto matrimoniale_ che pubblichiamo più innanzi a pag. 377-78, in nota.
[74] Dal _Garibaldi’s Denkwurdigkeiten_ di ELPIS MELENA, vol. I. Il Carrano abbrevia, il Dumas inventa; la sola Elpis Melena si sforza a tradurre alla lettera il testo delle _Memorie_ originali che aveva tra mano. Noi però, ritraducendo, usiamo, rispetto alla forma, d’una certa libertà, anche perchè non siamo ben sicuri se la traduttrice abbia sempre intesa o riprodotta fedelmente la locuzione italiana.
[75] Traduciamo alla lettera la frase del testo Elpis Melena, ma confessiamo sinceramente di non intenderla. Come una squadra che navigava in acque basse avesse bisogno di accrescere la propria zavorra, nessuno l’intenderà mai, molto meno che avesse bisogno di fare quest’operazione nell’imminenza d’un combattimento. Forse la traduttrice ha voltato male una frase di Garibaldi, o si è spiegato poco chiaramente egli stesso.
[76] WRIGHT, autore del _Siège de Montevideo_, citato da A. DUMAS padre, nel suo eccellente libro: _Montevideo ou une nouvelle Troje_ (Paris, Nap. Chaix, 1850), dettatogli può dirsi dal general Pacheco, ministro allora dell’Uruguay a Parigi.
[77] Vedi _Spectateur militaire_, febbraio, marzo e aprile 1852. — _Précis de l’Histoire politique et militaire des États de Rio de la Plata_, par FERDINAND DURAND; studio militare che ci fu di utilissima guida.
[78] Propriamente d’Alzate.
[79] Il generale Sacchi ci diede i nomi di quei due ufficiali; si chiamavano Larini e Ferretti; e sta bene che la storia serbi loro il posticciuolo d’infamia che si sono meritati.
[80] Il Dumas narra il fatto con molte frangie di particolari romanzeschi; e noi, come sempre, ci atteniamo alla più genuina, cioè alla tedesca, tanto più che, se fosse vera la versione del Dumas, il fatto di Garibaldi si aggraverebbe.
[81] Lo stesso capo dei 33.
[82] In un manoscritto di _Ricordi_ inediti da lui gentilmente favoritoci.
[83] Crediamo voglia intendere l’_Himno Nacional_ orientale, scritto dal FIGUERROA, il miglior poeta dell’Uruguay. Lo riproduciamo qui per intero.
Libertad, Libertad, Orientales, Este grito á la Patria salvò, Que sus bravos en fieras batallas De entusiasmo sublime inflamò, De este don sacrosanto la gloria Merecimos.... Tiranos, temblad! Libertad en la lid clamaremos Y muriendo tambien libertad! Orientales, mirad la bandera De heroismo fulgente crisol: Nuestras lanzas defienden sa brilla Nadie insulte la imágen del Sol! De los fueros civiles el goce Sostengamos, y el código fiel Veneremos inmune, y glorioso Como el arca sagrada Israel. De las leyes al númen juremos Igualdad, patriotismo, y union, Immolando en sus aras divinas Ciegos odios y negra ambicion; Y hallaran los que fieros insulten La grandeza del pueblo Oriental, Si enemigos, la lanza de Marte, Si tiranos, de Bruto el puñal.
CORO.
Orientales, la Patria ó la tumba! Libertad ó con gloria morir! Es el voto que el alma pronuncia Y que heróicos sabremos cumplir!
[84] Questi e i seguenti sono tratti dai _Documenti intorno a Garibaldi e la Legione italiana a Montevideo_, pubblicati per cura del colonnello E. DE LAUGIER. Firenze, tip. Fumagalli, 1846.
[85] Al Decreto tenne dietro il seguente Ordine del giorno del Ministro della guerra, in virtù del quale tutta la guarnigione doveva sfilare in colonna d’onore davanti a tutta quella parte della Legione che era rimasta nella capitale:
«Per dare ai prodi nostri compagni d’arme, che s’immortalarono nei campi di Sant’Antonio, una rilevante prova della stima in cui si tiene l’esercito, del quale hanno illustrato la gloria in quel memorabile combattimento, il comandante delle armi dispone:
1º Il giorno 15 del corrente, giorno segnalato dall’Autorità per consegnare alla Legione italiana la copia del Decreto che precede, vi sarà una grande parata della guarnigione, che si schiererà, ad eccezione della Legione italiana, nella strada del Menado, appoggiando la diritta nella piazzetta della medesima, e nell’ordine che indicherà lo Stato Maggiore.
2º La Legione italiana si schiererà nella Plaza de la Costitucion, dando le spalle alla Cattedrale, ed ivi riceverà la copia suddetta, che le sarà consegnata da una Deputazione presieduta dal signor colonnello Francesco Vajes, e composta di un capo, un ufiziale, un sergente e un soldato di ogni corpo.
3º Incorporata la Deputazione ai corpi rispettivi, la guarnigione si dirigerà alla piazza indicata, sfilando in colonna di onore davanti alla Legione italiana; e in questo mentre i capi dei corpi saluteranno, con Evviva la Patria, il generale Garibaldi e i suoi prodi compagni.
4º Le schiere dovranno essere allineate alle 10 della mattina.
5º Verranno consegnate copie autentiche di quest’Ordine generale alla Legione italiana e al signor generale Garibaldi.
Pacheco J. Obes.»
[86] Lo togliamo dal Cuneo, che dice avere in suo potere l’autografo. Egli aggiunge poi con la nota:
«Queste parole dell’Ammiraglio francese non possono far allusione che alle ripetute calunnie a carico degl’Italiani apparse ne’ giornali francesi intorno all’occupazione della Colonia, e specialmente ad articoli pubblicati nella _Presse_, generalmente attribuiti al signor Page, comandante del brigantino _Ducoëidic_, il quale trovavasi dinanzi alla Colonia all’epoca dell’occupazione suddetta, e traeva coi cannoni sugl’Italiani sbarcati, in luogo di mitragliare i nemici. Il signor Page è tenuto nel Rio della Plata come interessato partigiano di Rosas. Era ministro di Francia in Montevideo il barone Deffandis.» — CUNEO, _Biografia di Giuseppe Garibaldi_. Genova, Regia tip. Ferrando, pag. 35.
[87] Anche un uffiziale del _D’Assaz_, brigantino da guerra francese, confermava col racconto di fatti particolari le maraviglie destate dal fatto prodigioso.
«Le notizie dell’Uruguay sono che Servando Gomez è stato battuto da Garibaldi e Baez. Di 1200 uomini di cavalleria e 300 fanti ne ha perduti 500; 250 furono trovati morti sul campo nella prima sortita, e 124 la seconda; quattro carri pieni di feriti furono presi due giorni dopo. Garibaldi aveva 200 uomini; ebbe 33 morti e 53 feriti, tra i quali ultimi quasi tutti gli ufficiali. Baez ebbe 18 uomini resi inabili all’armi. Il generale Medina arrivò al Salto il 9 febbraio con 280 uomini.»
[88] Vedi i N.ri 23 e 30 luglio, e 3, 6, 10, 13, 17 agosto 1847 di quel giornale.
[89] Giovane allora, ora è il commendatore Giuseppe Bertoldi, membro del Consiglio superiore dell’Istruzione pubblica. Noi riproduciamo qui tutto il suo Inno non tanto come saggio della sua facoltà poetica, quanto come un documento storico, che fa al tempo stesso bella testimonianza dell’antico e generoso amor patrio del poeta:
Beato l’uom che al gemito Della sua patria oppressa, Poichè di molti secoli L’onta pesò sovr’essa, Si sveglia, e il formidabile Suo brando impugna in nome del Signor! E pien della magnanima Ira di mille petti, Là dove più fiammeggiano Gli acciari ed i moschetti, Fra il denso fumo e gli orridi Rimbombi, cerca dei nemici il cuor. Da noi perdono impetrino Gli oltraggi a noi sol fatti: Dei popoli le lagrime, I violati patti Quaggiù non si perdonano, E il ferro appena cancellar li può. Confida negli eserciti, Empio oppressor, confida; Prepara Iddio le folgori E a un braccio sol le affida; Cadde il gigante esanime Al primo sasso che un fanciul lanciò. Oh! ben festeggi, o Genova, La secolar vittoria, Che conquistava un Davide Alla tua bella istoria, E fece all’implacabile Aquila le battute ugne tremar. Or leva dai marmorei Palagi il capo altero; China lo sguardo all’Isole Che il tuo divin nocchiero Cercò sotto astri incogniti, Fra le procelle d’intentato mar. Chi sono quei fortissimi, Che vinto il lungo assalto D’un oste innumerevole Entran festanti in Salto? Per chi quel serto intrecciano? Di chi parla quel cantico guerrier? Itali sono, ed italo È il Condottier dei forti; Un giogo iniquo a frangere Si sfidan mille morti, Ogni terreno è patria, Nessun popolo a noi vive stranier. Chi ne’ tuoi chiusi oracoli Può penetrar, gran Dio? Tu dei più eletti spiriti Vedovi il suol natío; Tu lasci qui nell’ozio Tanta gagliarda gioventù morir; E va Gioberti, vindice Dell’italo pensiero, Ad erger su gli elvetici Dirupi un trono al Vero; È Garibaldi un fulmine Che fa l’americane acque stupir. Quando su noi le barbare Orde stendean gli artigli, E la demente Italia Col sangue de’ suoi figli, Con l’oro suo mercavasi Eterno vitupero, e servitù; Signore, il tuo giudicio Era tremendo allora; Ma se di pochi e splendidi Esempi ancor s’onora, A serbar vivo un popolo Basta il pensier d’un solo e la virtù. Della grand’alma prodigo Per la non sua contrada, Altro ei non chiede in premio Che un tetto ed una spada, Molte battaglie e vittime E degli ospiti suoi la libertà. A noi concedi, o libero Di Washington nipote, Il trionfale cantico: Bello di patrie note, Più dolce nella memore Alma del nostro Eroe discenderà. E noi scemiam gl’ignobili Trionfi dei conviti; Noi defraudiam d’un vacuo Concento i molli uditi; E dica al mondo un povero Don che la madre di quei prodi è qui; Sappiano i nostri parvoli Il nome del Campione Con le dipinte immagini Dell’itala Legione Di trastullarsi godano, Per sorger essi ad emularla un dì. Già fra le rotte tenebre Penetra un raggio e splende, I volti si conoscono, Lo sguardo si comprende: Nostre non son le fertili Campagne, e nostro questo ciel non è? Appiè dell’Alpi battono Polsi di vita ardenti, Sorgon concordi, indomiti Voleri ed alte menti; Come dell’arme il fremito Suoni il vero giocondo al cuor del Re. Non affrettiam precipiti Il giorno glorioso; Quel giorno è nella provvida Mente di Dio nascoso; Allor che la sua vindice Destra folgoreggiando accennerà. E noi sorgiam terribili Dai campi e dagli spaldi; In ogni seno palpiti Il cuor di Garibaldi: Beato l’uom che l’anima In quel santo conflitto esalerà!
[90] Mancandocene il testo originale, la togliamo dalla traduzione italiana delle _Memorie_ di A. Dumas, fatta da VINCENZO BELLAGAMBI. Firenze, Pietro Del Corona, 1862.
[91] Il Cuneo dice che la lettera del Bedini aveva la data 14 novembre, e ne dà questo sunto per esteso:
«Sento il dovere di significarle senza indugio che quanto in essa si contiene (nella lettera di Garibaldi) di devoto e di generoso verso il Sommo Pontefice regnante è veramente degno di cuori italiani, e merita riconoscenza ed elogio.
Col pacchetto inglese che partì ieri trasmisi l’indicato foglio a Roma, onde siano eccitati anche in più elevati petti i medesimi sentimenti. Se la distanza di tutto un emisfero può impedire di profittare di _magnanime offerte_, non ne sarà mai diminuita nè menomata la soddisfazione nel riceverle.» Conchiudeva con questo voto: «Quelli che si trovano sotto la sua direzione, deh! che sian sempre degni del nome che li onora e del sangue che li scalda! Con questo voto sincerissimo accompagno l’augurio, ec. ec.»
[92] Dobbiamo il documento alla cortesia del generale Giacomo Medici, che ci fa largo di molte altre carte e notizie.
[93] Nei giornali vedemmo spesso confusi i due nomi. Il signor Giacomo Antonini, che abitava a Montevideo ne’ giorni della partenza di Garibaldi, ci chiarì finalmente la causa della confusione. Il _Bifronte_ venne ribattezzato _La Speranza_ col consenso del Console sardo.
[94] PACHECO Y OBES, _Réponse aux détracteurs de Montevideo_. Paris, 1849.
[95] PACHECO Y OBES, op. cit.
[96] Così le parole di Lord Howden come quelle di Garibaldi sono riferite dal CUNEO nella sua _Biografia_, e nelle _Memorie_ edite dal CARRANO più volte citato.
[97] L’episodio ci fu narrato tal quale dal generale Gaetano Sacchi.
[98] Nella _Concordia_ del 19 giugno 1848 si leggeva:
«_Cronaca politica_. — Si legge nell’_Echo des Alpes Maritimes_: Un naviglio sardo proveniente da Montevideo annunzia che partì da questa città nello stesso tempo che una fregata di trentasei cannoni (?), sulla quale si trova il generale Garibaldi colla Legione italiana. Il capitano aggiunge che navigò con questa fregata sino al golfo di Lione, dove i due navigli destinati per Genova si dovettero separare in causa del cattivo tempo. Ciò vuol dire che non possiamo tardare a vedere il valoroso Generale e complimentarlo.»
[99] Anche un carteggio del 27 giugno 1848, diretto da Nizza alla Concordia di Torino, confermava, ampliandolo, il discorso tenuto da Garibaldi al banchetto di Nizza, e noi lo riproduciamo per documento:
«Giungendo direttamente a Nizza da Montevideo, egli ignorava tutto quanto era succeduto in Europa dappoi il mese di gennaio, ed era talmente digiuno delle cose nostre, che, temendovi ancora il capestro e le persecuzioni del 1833, entrò nel nostro porto inalberando sulla di lui nave la bandiera di Montevideo; ma quantunque..... (_Qui il manoscritto, da cui togliamo questi estratti della_ Concordia, _ha una frase incompiuta e forse sbagliata dal copista, che omettiamo_) col cuore ulcerato dall’esiglio, conobbe tosto quale giustamente fosse l’attuale nostra condizione, e ne presentì i bisogni. Fu sempre repubblicano, e s’avvide che pel bene d’Italia rinunciare pur doveva alle inveterate sue convinzioni per francamente unirsi a Carlo Alberto, ed alle sole forme di governo che sono in armonia colle necessità della Patria, e proclamò altamente l’unione e la perseveranza nel gran principio che l’Italia _deve fare da sè!_ Disse quindi in occasione dell’offertogli banchetto: _Tutti quei che mi conoscono sanno se io sia mai stato favorevole alla causa dei re; ma questo fu solo perchè allora i Principi facevano il male d’Italia; ma invece io sono realista e vengo ad esibirmi coi miei al Re di Sardegna che s’è fatto il rigeneratore della nostra Penisola, e sono per lui pronto a versare tutto il mio sangue; io sono certo che tutti gli Italiani la pensano al pari di me; vorrei potervi provare, o miei concittadini, che non ho mai dimenticato il mio suolo natale, e che la fraterna vostra accoglienza mi sta impressa nel cuore. Viva l’Italia! Viva il Re! Viva Nizza!_
E quando poi questo nostro illustre concittadino sentiva alcuni di quei pochi, i quali affermano che gl’Italiani nulla possono senza l’aiuto della Francia, ne arrossiva per loro e con rabbia esclamava: _Se gli uomini temono, radunerò le donne italiane che basteranno a cacciare gli Austriaci_. Ed a coloro poi che accorrevano volontari sotto il suo comando, diceva: _Non credetevi che io vi conduca a gozzovigliare; chè vi toccherà invece patire la fame e la sete, e di dormire sul nudo terreno, a cielo scoperto, e di reggere ad ogni sorta di fatiche e di pericoli, giacchè la mia Legione non indietreggia; e non intendo, per Dio, che abbia mai ad indietreggiare._»
[100] Dei giornali di Nizza e di Genova chi dice novanta, e chi censessanta. La prima cifra è evidentemente sbagliata, perchè ne aveva condotti seco soltanto dall’America ottanta, e n’avea già reclutati in Nizza circa settanta. Dicendo circa cencinquanta, crediamo essere più prossimi al vero.
[101] La _Concordia_, in una corrispondenza da Genova del 29 giugno, parla del suo arrivo così:
«Ti scrivo in tutta fretta per dirti che il prode Garibaldi è giunto ora in porto con novanta uomini della sua invitta Legione. Garibaldi scenderà a terra incognitamente. In questo punto (ore 1 pom.) sono discesi sul ponte reale i legionari e defilano a suon di tromba, preceduti dalla bandiera italiana, collo scudo di Savoia, e dalla loro propria. Sono tutti giovani alti, robusti e pieni di vita; la maggior parte sono nostri, come Italiani. Strepitosi applausi vengono innalzati sul loro passaggio, dal popolo che si accalca lungo le vie. Essi verranno ospitati nei quartieri militari di San Leonardo.»
E un’altra notizia del 30 giugno aggiunge questi particolari:
«Il prode Garibaldi scese a terra ieri verso le due del pomeriggio, e recossi difilato ad abbracciare il povero Anzani infermo. Si portò poscia a far visita al Governatore ed ai sindaci, dai quali fu accolto con tutti quei riguardi che meritano le eminenti sue virtù militari. Il Garibaldi era in abito borghese; ed il popolo schieratosi sul suo passaggio lo accolse con un sonoro batter di palme e di viva strepitosi. Egli ha con sè centosessanta legionari, metà dei quali appartengono alla famosa Legione italiana di Montevideo; gli altri sono nuovi arruolatisi recentemente. Molti ufficiali incanutiti negli stenti della guerra, infiammati dal santo amor di patria, hanno rinunciato al loro grado ed ai loro onorarii per correre in Italia e militarvi nella guerra santa da semplici soldati.»
[102] Il VECCHI (_La Italia, Storia di due anni_, vol. I, pag. 216) mette in bocca a Garibaldi queste parole:
«Sire, ho combattuto in terra straniera per la libertà d’un paese ospitale, e Dio benedisse alle armi nostre, illustrando il nome dei legionari italiani. Con pochi de’ miei giunsi anche in tempo per la impresa onorata. Ho qui dentro un cuore che ama l’Italia davvero, e richiede a mercede di poter operare cogli altri ciò che ridondi in di lei vantaggio e onore.»
Il Re rispondeva aprisse quel suo desiderio ai ministri, dolergli non poterlo fare di per sè stesso, e accomiatollo con gentili testimonianze d’affetto.
Non sappiamo dove le abbia tolte. Noi non le abbiamo vedute riferite in alcun altro luogo. Se i sentimenti sono probabili, lo stile non è certamente quello di Garibaldi.
Anche il Boggio fa addirittura una scena drammatica dell’incontro di Garibaldi con Carlo Alberto.
[103] Garibaldi arringava il popolo dal balcone della _Bella Venezia_, e diceva nell’usato suo stile: «Cari Milanesi! Vi son grato delle vostre ovazioni, ma questo non è tempo da gridi e da ciarle; è tempo da fatti. Pur troppo lo sgherro nemico ha ripreso lena e coraggio. Noi dobbiamo sbarrargli la via al ritorno in queste belle contrade, ec.»
[104] La Legione si radunò per partire alla caserma di San Francesco in piazza Sant’Ambrogio, che era il luogo delle sue consuete riunioni per gli esercizi. Questi, ed altri particolari che verrò in seguito indicando, li tolgo dal manoscritto di ANTONIO PICOZZI, _Episodio storico concernente i fatti militari di Garibaldi e di Medici nell’anno 1848_.
Il Picozzi, mio carissimo amico e commilitone, fece parte in quell’anno del _Battaglione Anzani_: le cose da lui narrate adunque meritano piena fede, ed io m’auguro che il suo Manoscritto veda presto la luce.
[105] Giunta da un’ora la colonna garibaldina in Monza, ci fu un falso allarme; e poichè il battaglione Anzani era agli avamposti, il Picozzi narra d’aver «visto egli stesso il Mazzini, armato di carabina inglese, schierarsi fra i militi della seconda fila disposto a fare ciò che era compito d’ogni legionario italiano.» (_Manoscritto_ citato)
[106] Lo riportiamo dal CANTÙ, _Della indipendenza d’Italia, Cronistoria_, vol. II, parte II, pag. 964. Torino, Unione Tip.-Editrice, 1875.
[107] Il Manifesto restò nascosto parecchi anni; io lo tolgo dal citato manoscritto: _Episodio storico_, ec., del PICOZZI, il quale lo ebbe dal suo amico Pietro Perelli, che custodì il prezioso documento durante il decennio 1849-59 della dominazione austriaca in Lombardia.
[108] Nella _Concordia_ del 4 settembre 1848, tolta dal _Pensiero Italiano_, troviamo una relazione del combattimento del Medici, scritto in persona prima e con tale esattezza di particolari che non esitiamo a dirlo del Medici stesso. Noi lo riproduciamo, facendo una riserva soltanto sul giudizio ch’egli porta circa il movimento di Garibaldi su Morazzone; riserva di cui diamo ampia ragione nel testo:
«SVIZZERA.
_Ultime relazioni della colonna Garibaldi._
Lugano, 31 agosto.
Non ho che scoranti notizie ad annunciarvi: tutti i nostri tentativi ebbero infelicissimo esito, non vi so dire se per difetto di prudente direzione, oppure per la generale demoralizzazione nata in conseguenza di tradimenti e della diserzione di non pochi dei principali capi delle forze lombarde da loro condotte nell’errore di ridursi in Piemonte, anzichè combattere sul proprio suolo per la vera causa. Garibaldi solo tentò mantenere attiva l’insurrezione; ma come egli fu debolmente assecondato e da pochissimi seguíto, dovette finalmente cedere il campo alla forza prepotente del nemico.
Avrebbe egli però potuto sostenersi più lungo tempo, se, meno ardito, si fosse mostrato più sulla difensiva sui monti, invece di spingersi troppo avanti verso la pianura; il nemico difatti colse in buon punto l’occasione di portarsi egli con grosse colonne allo spalle ed ai fianchi, e nella notte del giorno 26 Garibaldi colla sua colonna, forte di milledugento militi, fu sorpreso dal nemico in Morazzone, luogo poco distante da Varese; alcune bombe vi misero l’incendio, la colonna si decise a ritirarsi, ma, appena mossa, colta da timor pánico cominciò a disordinarsi e poco dopo a sbandarsi, e capi e soldati ognuno cercò salvarsi come meglio potè attraverso i monti. Garibaldi giunse in Isvizzera con non più di trenta uomini; a poco a poco ne giunsero altri quattrocento circa; del resto ignoriamo, ma pur troppo dobbiamo temere sia in gran parte caduto in potere del nemico.
Più fortunato fui io colla mia compagnia, poichè trovandomi distaccato dalla colonna con missione di fiancheggiarla e di molestare il nemico con qualche sorpresa, fui invece nella mattina del 24 d’improvviso assalito da una forza di circa quattromila di fanteria, cinquecento di cavalleria e due batterie, divisa in più colonne, che da ogni lato tentavano avviluppare le posizioni che io occupavo. Il fuoco di fucileria e d’artiglieria fu vivissimo, ma non sgomentò punto i valorosi miei militi, che bene difendendosi e talvolta attaccando resistettero quasi quattro ore al fierissimo assalto; per ultimo, sopraffatto dal numero cotanto sproporzionato, prevedendo che la ostinazione di pochi minuti di più avrebbe reso, se non impossibile, difficilissimo il ritirarsi, ho raccolto la mia gente, e con perfetto, ordine, colla mia piccola bandiera (Dio e Popolo) sventolante, mi ripiegai sulla frontiera svizzera, sempre però molestato da quei barbari che per due volte violarono il confine in persecuzione nostra. La mia perdita in morti e feriti fu sensibile più per la qualità degl’individui che per la quantità, quella dell’inimico fu dieci volte maggiore. Non avevo che centodieci uomini con me, occupavamo una linea di circa un miglio e mezzo disposti in posizioni fortissime con non difficile ritirata sopra un punto centrico, in modo che era facile il farci supporre assai più in numero; difatti il Generale nemico credette d’aver da fare con tutta la colonna Garibaldi; e veramente mi vien da ridere quando penso a tutte le mosse tattiche e strategiche di tutta quella grande massa, al trasporto de’ cannoni sulle alture, alle grida feroci, e con tutto questo lasciarsi contendere per tanto tempo il passo da sì piccolo drappello di giovani ardimentosi di certo, ma non anco avvezzi ai movimenti ordinati dei militari. Oh se veramente gl’Italiani si decidessero a combattere davvero, s’accorgerebbero tosto del quanto sia infondato il timore che si ha per tutta Italia dei centomila vandali, se pur tanti sono.»
[109] Il CUNEO e il BOGGIO nelle loro _Vite_ ripetono l’aneddoto. La fonte però manca.
[110] Lo raggiunsero colà i resti del battaglione degli Studenti mantovani, poco più di duecento uomini.
[111] Valga di prova questo documento inedito ricavato dal _Cartone_ 9, al 16 marzo 1849, degli _Archivi di Stato_ di Roma:
«In risposta ad un dispaccio del Ministero dell’interno, Nº 6453, del marzo 1849, che lamenta d’essersi introdotti in Bologna alcuni individui pregiudicati e scappati dalla galera di Civitacastellana per arruolarsi nella prima Legione italiana, il generale Garibaldi scriveva la seguente:
«_Comando della Iª Legione italiana_, N. 9.
Rieti, 15 marzo 1849.
Cittadino Ministro.
Risposta al Nº 6453 S. S.
Di quelli venuti da Civitacastellana disertarono cinque, tre dei quali, Borghi Raffaele, Bussi Francesco e Trebbi Paolo, fino dal giorno 4; gli altri due, Martelli Luigi e Zani Luigi, il giorno 14. Dall’epoca in cui disertarono, vorrei dedurre che neppure i primi avrebbero potuto trovarsi in Bologna, quando accaddero quei fatti che mossero tanto terrore.
Altri tre di Ravenna si evasero dalla Legione il giorno 5, e sono: Lombardi, Paoletti Michele e Morelli; neppure questi potevano trovarsi in Bologna all’epoca dei querelati fatti.
Per gli uni e per gli altri ho date ovunque indicazioni e preghiere per arrestarli e ricondurli a subire la pena nella Legione, ma senza effetto.
Io non so che altro avria potuto operare per impedire qualsiasi disordine.
_Il Comandante la Legione_ G. GARIBALDI.»
[112] Dapprima, per verità, volevano mandarlo a Fermo; dopo mutarono in Macerata. L’ordine però gli arrivò per via, quando la Legione era già a Foligno ed egli a Terni; il che prova che Garibaldi era già stato accettato ai servigi del Governo romano fino dai primi di dicembre, e che l’idea di rinviarlo a Fermo od a Macerata non venne a’ governatori di Roma che più tardi.
E di tutto ciò fa testimonianza una lettera di Garibaldi al Ministro della guerra, romano, già pubblicata da Federico Torre nella pregiata sua opera: _Storia dell’Intervento francese in Roma nel 1849_, vol. I, documento LXIV, pag. 357 (Torino, tip. del Progresso): lettera che vuol essere riprodotta per chiarezza dell’itinerario del Nostro a que’ giorni;
«Terni, 22 dicembre 1343.
Eccellenza,
Domani raggiungerò la colonna a Foligno, da dove mi dirigerò a Rieti, punto che mi sembra molto più conveniente per organizzare il battaglione e ricevere da Roma il vestiario, armamento ed altri oggetti indispensabili. Mi permetto di raccomandare a V. E. il pronto invio del vestiario, e massime dei cappotti e scarpe, trovandosi la gente in uno stato deplorabile.
Onori de’ suoi comandi.
G. GARIBALDI.
_PS_. — Ho ricevuto il dispaccio di V. E. dopo d’aver scritto la presente, e dirigerò la colonna a Fermo, siccome mi vien ordinato. Ringrazio V. E. dell’accettazione del Corpo al servizio dello Stato, e solamente reitero la sollecitudine dell’abbigliamento e dei suoi ordini. Vale.
_A S. E. il signor Ministro della Guerra._»
Quando si consideri pertanto che Garibaldi era a Macerata il 1º gennaio 1849, come tra poco dimostreremo, si deve ragionevolmente arguire ch’egli partì da Ravenna nella prima settimana di dicembre; arrivò a Foligno per la via di Fano e il Passo del Furlo tra il 15 e il 16; ripartì da Foligno per Fermo tra il 27 e il 28 (probabilmente vi stette ad aspettare il vestiario), e fu a Macerata il 1º del 1849; dove forse lo raggiunse un novello ordine di non proseguire più per Fermo e di starsene dov’era.
[113] Fu eletto il 21 gennaio 1849. A proposito di codesta elezione e del soggiorno di Garibaldi in Macerata, ecco quello che ce ne scrive un antico patriotta e onorando gentiluomo di quella città:
«1º Il generale Garibaldi arrivò con la sua Legione in Macerata il 1º gennaio 1849, e ne ripartì il giorno 24 dello stesso mese di gennaio 1849.
»2º Durante l’indicata permanenza della Legione garibaldina in quella città si manifestò una qualche discordia tra i borghigiani di San Giovan Battista ed i soldati della Legione da procedere a fatti. Ma il Generale si diportò da prudentissimo capitano e si adoperò, per quanto fu da lui, in vantaggio dei cittadini; mentre al principio d’una contesa, che poi fu l’unica, tra borghigiani e soldati, bardato il cavallo, ed inforcatone l’arcione insieme ad altri ufficiali del suo seguito, corse in sul luogo, ed impose ai suoi soldati di ritornare immediatamente in quartiere nell’ex-convento di San Domenico fuori di città, e così ubbidito nel suo comando ebbero fine le baruffe, le zuffe, le risse, senza che si dovesse deplorare alcun disastro.
»Da ciò argomentarono le Autorità essere cosa conveniente di allontanare da Macerata la Legione garibaldina, la quale partì come fu promesso il 24 gennaio 1849.
»3º Il Collegio elettorale per la nomina dei deputati all’Assemblea Costituente Romana fu tenuto in Macerata, come in tutti gli altri paesi dello Stato, il giorno 21 gennaio surripetuto, e per l’affluenza de’ votanti non essendo state sufficienti le sette ore stabilite dalla legge in detto giorno, la votazione fu proseguita nel giorno successivo 22.
»Il generale Garibaldi fu uno degli eletti; ed a maggioranza rimarchevolissima di voti. Il numero dei voti raccolti dal Generale non può precisarsi, attesochè nell’ufficio rovistato dall’estensore della presente non esistono gli atti relativi alla pratica, di quel Collegio elettorale.»
[114] _La Italia, Storia di due anni_, scritta da C. A. VECCHI, vol. II, pag. 38.
[115] Ci fu favorita dalla cortesia squisita del nostro egregio amico ingegnere Clemente Maraini, che ne possiede l’autografo.
[116] L’esatta verità sulla forza dell’esercito francese spedito a Roma non fu dato nè a noi, nè ad alcuno degli storici italiani, saperla e dirla precisamente. Perocchè gli scrittori francesi, tanto ufficiali che ufficiosi, l’hanno sempre imbrogliata e nascosta; come imbrogliarono, nascosero e tradirono la verità de’ fatti. Da ciò consegue che anche la forza del primo Corpo spedizionario bisogna argomentarla. Ora è certo che esso era comandato in secondo da un generale divisionario, il Saint-Jean D’Angely, e che al 30 aprile si trovarono in azione due brigate. Il Corpo spedizionario adunque doveva contare per lo meno una divisione, la quale se fosse stata completa avrebbe dato circa dodicimila uomini. Supponendola non completa, ma aggiungendovi le truppe di marina e le altre truppe complementari, crediamo tenerci piuttosto al disotto che andar al disopra del vero fissando la cifra di diecimila uomini.
Durante l’assedio poi l’esercito francese fu rinforzato di altre due divisioni col proporzionato numero di truppe del Genio e dell’Artiglieria, sicchè il Torre non esita a stabilirne la forza a circa quarantamila uomini e settanta pezzi d’artiglieria, di cui quaranta d’assedio. — Vedi TORRE, op. cit., vol. I, lib. VI.
[117] Nella _Vita di Nino Bixio_. Firenze, G. Barbèra, edit.
[118] In alcuni suoi _Ricordi_ manoscritti, di cui ci fu, come di tant’altre notizie, generoso.
[119] Alludiamo al fatto del maggiore Picard e del suo battaglione, che Nino Bixio prima da solo, poi coll’aiuto del maggiore Franchi di Brescia e d’alcuni suoi soldati, riuscì a trarre prigioni in Roma. Lo narriamo estesamente nella nostra _Vita di Nino Bixio_.
[120] Non tutti noti però. Così nelle storie pubbliche, come nei nostri documenti privati, non troviamo memoria che dei seguenti:
Fra i morti, memorabile fra tutti, _Luigi Montaldi_ da Genova, capitano della Legione italiana di Montevideo, da Garibaldi paragonato, per le fattezze gentili, la mente colta e l’animo eroico, a Mameli ed a De Cristoforis; e di cui il generale Sacchi ci lasciò questo ricordo biografico:
«In Montevideo comandava una compagnia di Cacciatori. Dal Salto Garibaldi lo mandava in missione a Montevideo, scendendo l’Uruguay su di una piccola goletta mercantile. Le due rive dell’Uruguay, meno il Salto, erano in potere del nemico. A Paysandù (sulla sinistra dell’Uruguay), le di cui batterie battevano il canale navigabile, fu attaccato da forze nemiche marine guidate da un Italiano (Gavazzi di Genova). Il Montaldi preparò la difesa, ma la compiè solo; i suoi marinai (che non erano soldati) lo abbandonarono, parte gettandosi all’acqua, altri sotto coperta della goletta; da solo scaricò quindici o venti fucili all’uopo preparati; da solo si oppose all’abbordaggio con estremo valore e con prospero successo per qualche tempo, ma finalmente ferito e sopraffatto dal numero dovette cedere; l’ultimo colpo di pistola lo scagliò sul comandante delle forze nemiche che pel primo montava all’abbordaggio, e gli fracassò il braccio destro, che gli venne poi amputato. Il suo valore e le raccomandazioni del Gavazzi gli valsero salva la vita. Il nemico ammirato da tanta prodezza lo tenne prigioniero (caso unico, dacchè si aveva a fare con un nemico che non dava mai quartiere!). Dopo infiniti patimenti sopportati per un anno e più con dignità e costanza, fu liberato dalla prigionia in un assalto dato al paese di Paysandù, che cadde in nostro potere. Di questo giovane ignoto quasi ne è il nome, che pur è degno di essere annoverato fra i migliori e più valorosi figli d’Italia.»
Garibaldi scrisse al Guerrazzi (_Assedio di Roma_, pag. 696) che il Montaldi «esalò la sua grand’anima per diciannove ferite;» ma il Sacchi più preciso dice: «Il maggiore Montaldi, dopo aver fatto prodigi di valore, cadde colpito nel petto da palla francese; nella fuga i Francesi passarono sul suo corpo e barbaramente lo crivellarono di colpi di baionetta, rendendolo irriconoscibile.»
Dopo di lui sono ricordati: il tenente _Paolo Narducci_, romano; _Enrico Pallini_, aiutante maggiore dell’artiglieria; i tenenti _Righi_ e _Zamboni_; il capitano _Leduch_, belga, del quinto reggimento; il brigadiere _Della Vedova_.
Fra i feriti si leggono: il maggiore _Marocchetti_, il capitano _Pifferi_, il chirurgo _Scianda_, il commissario di guerra _Ghiglioni_; i tenenti _Belli, Dell’Oro, Rota, Tressoldi, Statella_ (morto poi a Custoza tenente colonnello de’ Granatieri), il maresciallo _Ottaviano_, il cadetto _Mancarino_, il caporale _Lodovich_.
[121] Nella seduta del 1º maggio il Presidente dell’Assemblea propose che fosse dato un attestato di riconoscenza a Garibaldi per le tante prove di valore che aveva date nel combattimento del 30 aprile.
L’Assemblea decise che tale attestato si sarebbe dato a tutti i meritevoli a cose finite.
[122] Il Vecchi dice che l’Oudinot levò il campo al solo veder Garibaldi. Non è così: Garibaldi non arrivò che in vista di Castelguido, e l’Oudinot non si mosse da Castelguido che la sera.
È poi un’invenzione, non so di chi, a torto raccolta dal Vecchi, che l’Oudinot mandasse, dopo quel giorno, a chiedere una tregua.
[123] Al 30 aprile il Torre (op. cit.) calcolava presenti circa novemilacinquecento uomini: sommando ad essi i nuovi Corpi, si arriva intorno alla cifra anche da noi calcolata.
Il DEL VECCHIO poi dice che Roma, dopo la sortita di Garibaldi, era stata lasciata «alla guardia del popolo.» Se è una frase, passi; se vuol significare qualcosa di preciso, la rassegna delle forze romane che siamo venuti facendo sin qui dovrebbe smentirla. (Vedi DEL VECCHIO, _Prefazione ai Documenti della Guerra santa 1849_.)
[124] Queste ultime sono parole testuali di FEDERIGO TORRE, nella sua citata _Storia dell’intervento francese in Roma nel 1849_, vol. II, pag. 128.
Il Torre, come è noto, fu nel 1849 ufficiale superiore al Ministero della guerra, e il suo libro, specialmente rispetto alla enumerazione delle forze, merita pienissima fede.
[125] CARLO PISACANE, _Guerra combattuta in Italia negli anni 1848 e 1849_, pag. 269-270.
[126] TORRE, op. cit. — HOFFSTETTER, _Garibaldi in Rom, Tagebuch aus Italien 1849_. — DE VECCHI, _Storia di due anni, 1848 e 1849_. — FARINI, _Lo Stato romano, ec._ — GUERRAZZI, _L’assedio di Roma_. — MARIO, _Garibaldi_. — DEL VECCHIO, op. cit.
[127] E non novantasei, come scrive il Guerrazzi. I Lancieri non furono mai novantasei, e arrivarono soltanto a ottantacinque sul finire dell’assedio.
[128] Il Bassi era stato restituito nel cambio generale dei prigionieri fatto il 7 maggio. Anche in quel caso però la condotta del Generale francese fu perfida. Il Triumvirato aveva decretato la restituzione totale e gratuita dei prigionieri con tutte le loro armi e bagagli. L’Oudinot, all’apparenza, non tollerò di farsi superare di generosità dal suo nemico; ma in realtà commise una delle sue solite baratterie, restituendo il battaglione Melara (sostenuto proditoriamente a Civitavecchia prima che la guerra cominciasse), ma senza armi.
[129] _Marchetti_, dice il Torre, ed altri lo ripetono. _Marocchetti_, il Sacchi ed il Cenni.
[130] Vi fu posta una epigrafe, che rammenta la passata di Garibaldi e la battaglia.
[131] _I Volontari e i Bersaglieri lombardi_, di EMILIO DANDOLO.
[132] Dai _Ricordi_ manoscritti del generale SACCHI.
[133] Era a sinistra del Casino de’ Quattro-Venti. Giovanni Cadolini, soldato allora della Legione Medici e ferito il 30 giugno, così racconta nelle sue private _Memorie_, che volle favorirci, l’episodio.
«Venne pertanto la sera, e il Medici, temendo di dovere più tardi abbandonare quella casa, fece ammannire nella stanza del piano terreno molta paglia ed altri combustibili a fine di incendiare quel fabbricato al momento in cui fossimo costretti ad abbandonarlo. Quando tutto a un tratto, senza che il Medici avesse ordinato di appiccare il fuoco, vediamo la casa in fiamme. Fu capriccio, fu tradimento di alcuno?: la casa era stata incendiata. Allora fu unanime fra noi il pensiero e il grido: — _Ai nostri morti_! — Non volevamo che i cadaveri dei nostri morti, rimasti al secondo piano, fossero consumati dalle fiamme. In un attimo sorse allora una gara fra noi di accorrere, passando in mezzo al fuoco, per sottrarre da quella maniera di distruzione i cadaveri dei nostri compianti amici.
»Questo episodio fu una rivelazione ben singolare dei sentimenti e delle nobili passioni che si agitavano in quelli animi; l’esporsi a simili pericoli per salvare uomini viventi è istintivo in tutti, ma per sottrarre dei cadaveri è religione per la memoria dei caduti per la libertà e per l’onore della patria. Sottratti i cadaveri all’incendio, ogni cura si adoperò ad estinguere le fiamme, che già arrivavano al tetto; e si riuscì in ciò così rapidamente da poter salvare la maggior parte della casa.»
[134] Questi nomi togliemmo parte dalle _Memorie_, op. cit., del TORRE, parte dai _Ricordi_ manoscritti del generale SACCHI.
[135] Anche l’Adelchi ai Longobardi fuggenti:
Per Dio! la via che avete presa è infame; Il nemico è di là.... (_Adelchi_, atto III, scena 3ª.)
[136] Giudizio di EMILIO DANDOLO nei suoi _Volontari e Bersaglieri lombardi_.
[137] Estratte dagli Archivi romani, _Cartone_ 1849. Dal 1º al 10 giugno.
[138] Il che non toglie, checchè n’abbia scritto Garibaldi, che non possa e non debba esserlo.
[139] Anche il TORRE (op. cit., pag. 201) dubita della felice riuscita di quella impresa, ed è in dubbio se Garibaldi n’abbia voluto seguire in tutto l’idea, o solo operare una sortita per manomettere i lavori del nemico.
L’HOFFSTETTER non parla invece di quella generale sortita, e dice solo che il Rosselli doveva raccogliere per Garibaldi cinque o seimila uomini.
Il BARONI (_I Lombardi nelle guerre italiane 1848-49_, Memorie narrate da CALOANDRO BARONI, già maggiore ne’ Bersaglieri lombardi, vol. II, pag. 64) scrive che la spedizione di Garibaldi fu ordinata dal Rosselli, ed è probabile che questi, smesso il pensiero della grande, si sia accontentato della piccola.
[140] Anche la storia della sortita notturna la troviamo narrata in tre modi diversi da tre scrittori ugualmente credibili; e chi voglia persuadersene non ha che a leggere il TORRE (op. cit., vol. II, pag. 201), il BARONI (pag. 66-69) e l’HOFFSTETTER (pag. 181-187). Noi abbiamo preso un po’ dall’uno e dall’altro quel che ci parve più ragionevole e verosimile; ma non stiamo mallevadori che tutto sia per l’appunto avvenuto così, e questo ci riconferma nel pensiero che la storia dell’assedio di Roma abbia bisogno di essere ancora riveduta con lume di critica e rifatta con nuovi e più scelti documenti.
[141] L’Oudinot si vantò di _combats acharnés_ nella sua _Relazione_ del 22 giugno 1849, inserita nel _Moniteur Universel_ del 29 dello stesso mese.
[142] L’HOFFSTETTER anzi parla d’un consiglio di guerra. — Vedi _Garibaldi in Rom, Tagebuch_, ec., pag. 181.
[143] FARINI, _Lo Stato romano_, vol. IV, pag.200.
[144] Generale VAILLANT, _Relation du Siège de Rome_, pag. 129: «Il faut le dire, ce combat d’artillerie qui dura un jour et demi fut soutenu de part et d’autre avec une remarquable vigueur, avec beaucoup de persévérance et de bravoure.»
[145] Una volta appunto che alcune gentildonne romane erano in visita da lui, una bomba schianta la tenda e seppellisce sotto un monte di terra, gentildonne, Garibaldi e tutto. Un’altra, trovandosi nella batteria del Pino l’Hoffstetter, il Ghilardi e l’Avezzana, un’altra bomba cade tanto vicina al gruppo, che tutti si gettano a terra, e Garibaldi che non s’era mosso dice all’Hoffstetter: «Grazie che vi siete gettato sopra di me;» e se volessimo noverare le volte in cui Garibaldi ebbe la persona coperta dalla polvere e avvolta dai frammenti delle granate nemiche, non finiremmo più.
[146] Il capitano Casini fu portato all’ambulanza di Villa Pamfili col cranio aperto da dieci colpi di sciabola, la coscia forata da dieci baionettate e il braccio frantumato.
[147] Tutti raccontano questo discorso in modo diverso.
[148] Il testo preciso del discorso non fu fino ad ora stampato da alcuno, perchè assai probabilmente non fu da alcuno raccolto. Però ogni biografo se l’è confezionato a suo gusto, senz’altro torto, a dir vero, che di non averlo confessato. Il Vecchi, per esempio, gli mette sulle labbra un lungo discorso alla Tito Livio; il Farini lo fa cruscheggiare; il Mario gli fa scrivere un proclama immortale, che non scrisse mai, e così di seguito ognuno secondo la sua rettorica e il suo capriccio. La sola frase nella quale tutti convengono, e che è viva nella tradizione garibaldina, è: «Vi offro fame, sete, marcie, battaglie e morte,» e questa l’ho serbata fedelmente. Il resto è uno stillato delle varie lezioni fatte da me, giusta il criterio della maggiore verosimiglianza e dello stile dell’uomo.
[149] Tutti parlano di quattromila uomini; l’Hoffstetter, che era con essi, di duemilacinquecento fanti e quattrocento cavalli. — Così il SACCHI nelle _Memorie_ manoscritte, e ci atteniamo a questa cifra.
[150] Per tutto ciò che riguarda la ritirata da Roma a San Marino abbiamo seguíto il libro già ricordato (_Garibaldi in Rom, Tagebuch aus Italien, 1849_, von GUSTAV VON HOFFSTETTER, damaligem Major in romischen Diensten. Zürich, 1860), il solo fra molti che ci sia apparso, quanto all’itinerario, specialmente ordinato e preciso; e che sia stato trovato tale anche dal generale Sacchi e dal colonnello Cenni, che furono compagni di Garibaldi in quel periodo.
[151] Quanta fosse la incertezza dei Generali austriaci sulle mosse di Garibaldi, ne sia di testimonio questa lettera del D’Aspre all’Oudinot:
«Firenze, 13 luglio 1849.
»Signor Generale,
»In riscontro alla lettera che mi avete fatto l’onore d’indirizzarmi, mi affretto di comunicarvi che il mio capo di Stato Maggiore ed il signor capitano Falopp han chiesto di comune accordo i siti da occuparsi dai due eserciti rispettivi, ed aggiungo qui un estratto. Suppongo che questa linea avrà la vostra approvazione, e non dubito affatto che in seguito c’intenderemo con la medesima facilità.
»I miei rapporti degli 11, da Perugia, pongono Garibaldi a Todi con seimila uomini, trecento cavalli e tre pezzi d’artiglieria. Le mie truppe occupando Perugia avrebbero potuto avere di già uno scontro.
»Siccome il partigiano o brigante Forbes si è unito a Garibaldi, riesce difficile valutarne con precisione le forze; le proprie lo abbandonano, altre bande gli giungono in rinforzo, e l’Italia centrale non sarà pacificata prima che i partigiani non siano intieramente dispersi, presi o almeno allontanati da questo continente.
»Ho dato su tal proposito degli ordini alle truppe che sono scalonate da qui a Foligno; si trovano nel momento a Perugia quattro battaglioni, uno squadrone e mezzo e sei pezzi d’artiglieria, ed a Foligno due battaglioni e mezzo squadrone, da riunirsi in caso di bisogno.
»Se lo scontro avesse avuto luogo, avrebbe dovuto anche in questo momento esser deciso; credo piuttosto che il progetto annunziato da Garibaldi di penetrare in Toscana era un’astuzia di guerra, e che si getterà piuttosto negli Abruzzi, o cercherà di guadagnar l’Adriatico tra Spoleto, Norcia e Ascoli; quest’ultima città è occupata da un distaccamento austriaco appartenente alla guarnigione d’Ancona.
»Permettetemi, Generale, di felicitarvi riguardo al fatto d’armi da voi gloriosamente condotto a termine, nonostante le difficoltà di ogni sorta che vi si opponevano. Assai sensibile a tutto quel che mi dite di obbligante, spero che le nostre attuali relazioni mi porranno nel caso di verbalmente indirizzarvi le espressioni della mia alta considerazione.
»D’ASPRE.
»_Al signor generale Oudinot, comandante, ec_.»
TORRE, op. cit., vol. II, pag. 308-309.
In altra poi del 31 luglio dello stesso allo stesso, il generale D’Aspre supponeva a Garibaldi l’intenzione di imbarcarsi a Santo Stefano sulle coste della Maremma toscana.
[152] Alludeva a questo combattimento il Rapporto del Console generale pontificio qui trascritto:
«Livorno, dal Consolato generale pontificio, li 21 luglio 1849.
»_A Monsignore Bedini, Commissario straordinario pontificio — Bologna._
»Garibaldi. — Scontro colla truppa toscana a Chiusi.
»Eccellenza Reverendissima,
»Porto a cognizione dell’Eccellenza Vostra Rev.ma essere stato assicurato che Garibaldi co’ suoi abbia avuto il 18 corrente, a Chiusi nel Granducato, uno scontro colla truppa toscana, la quale soffrì la perdita del maggiore Bartolena, di due ufficiali e di alcuni soldati. Sembra che in quel paese facesse degli ostaggi di persone ragguardevoli, imponendo loro contribuzioni pecuniarie, conducendoli seco a Montepulciano, dove dicesi sia rinchiuso con viveri e munizioni. Molti volontari dei paesi a quello circonvicini si sono armati, e colla truppa toscana ed austriaca lo hanno circondato.
»Questa mane, alle ore otto, è qui giunto col treno della strada ferrata da Firenze un battaglione di truppa austriaca che recasi a Porto Santo Stefano.
»Il comandante di questa Marina militare ha ordinato che sia messo in perfetto ordine il regio _Barco_, il quale, condotto da un ufficiale, si dirigerà a Viareggio, onde ivi ricevere S. A. R. I. il Granduca di Toscana tosto che vi giungerà.
»E pieno della più alta stima e considerazione passo all’onore di ossequiamente rassegnarmi
»Dell’Eccellenza Vostra Rev.ma
»Umil. dev. obbl. serv. »_Il Console generale pontificio_ »Pio march. ROMAGNOLI.»
Vedi _Il Governo pontificio e lo Stato romano: Documenti preceduti da una Esposizione storica, e raccolti per Decreto del Governo delle Romagne dal cav_. ACHILLE GENNARELLI, _avvocato nella Sacra Rota, già Residente di Collegio della Pontificia Accademia Archeologica, ec. ec_. — Parte prima, pag. CXV, 246.
[153] Il signor CARLO CORSI, ora colonnello di Stato Maggiore, che viaggiava in quell’anno per que’ paesi e si trovò più volte avviluppato tra le colonne austriache, narra ne’ suoi _Venticinque anni in Italia_ (vol. I, pag. 193-194) parecchi aneddoti di quella campagna non privi d’interesse, e taluno de’ quali, come il seguente, può far prova del gran d’affare che il famoso guerrillero dava ai suoi persecutori e dell’alto concetto in cui essi lo tenevano.
Ad un tratto giunge l’avviso che una colonna d’Austriaci scende dalla montagna. Ed eccone la vanguardia, e non molto dopo il resto. È un battaglione del reggimento Baumgarten con un drappello d’Ussari. Lo comanda un colonnello. Entrano nel paese, pongono le guardie, mandano pattuglie. Erano così trafelati e stanchi che a fatica si reggevano in piedi, da far pietà. Maledicevano a quei paesi, a Garibaldi e a chi teneva per lui. Un capitano, che proprio non ne poteva più, diceva in pretto italiano: — Questo diavolo ci condurrà così a spasso fino all’inferno, o in Africa per lo meno. È un altro Abd-el-Kader costui! — Ma pure li ufficiali erano compresi anch’essi d’ammirazione per quell’ardito, lo giudicavano un _partigiano_ di gran vaglia, nè si curavano gran fatto di metterlo alle strette, anzi desideravano che gli rimanesse aperto qualche modo di scampo, purchè quella maledetta caccia per monti e valli finisse.»
[154] Op. cit., pag. 413.
[155] L’HOFFSTETTER ha _die Trossknechte_ (op. cit., pag. 413), e la traduzione in _saccardi_ è giusta. Soltanto la voce _saccardi_, nel senso di Custodi o Conduttori delle bagaglie, è fuori d’uso e nell’esercito principalmente non si capirebbe. Per usar la voce tecnica nostra bisognerebbe dire _Conduttori del Treno_.
[156] Vedi _Le Bande garibaldine a San Marino_. Racconto storico del capitano ORESTE BRIZZI, cavaliere di varii Ordini civili e militari, decorato di varie RR. medaglie d’onore cittadino, uffiziale dei Granatieri e consultore militare della Repubblica di San Marino, membro di molte illustri Accademie italiane e straniere, ec. Arezzo, 1850.
[157] Leggasi per questi particolari il seguente Rapporto del Commissariato di sanità in Cesenatico:
«_Commissariato di Sanità di Cesenatico_.
»Eccellenza,
»Ieri a sera alle ore 10 pomeridiane circa giunse in questo paese Garibaldi, assieme al suo Stato Maggiore e varii altri suoi satelliti, i quali in tutti potevano contare il numero di circa duecentocinquanta, e dopo aver fatto prigionieri sette soldati tedeschi che qui stanziavano, non che due ufficiali provenienti da Ravenna e Cervia diretti per Rimini a quel Comando, facevano pure prigionieri il brigadiere dei Carabinieri e due di linea sussidiarii alla brigata dei Carabinieri.
»Requisì poi con la forza, minacciando della vita a chi non si prestava, tredici legni pescatori chiozzotti, ove poscia si sono imbarcati questa notte, e questa mattina alle ore 6 antimeridiane hanno salpato dal porto prendendo la direzione di greco o levante, avendo però tenuti seco tanto i militari austriaci, compreso i due uffiziali, come pure la frazione dei Carabinieri. Che per quante raccomandazioni si sono potute fare, non si è potuto ottenere, da questi barbari, la grazia di essere liberi questi poveri infelici.
»Per sollecitare poi la evasione hanno preso a tutta forza varii marinai da diversi bordi che avevano approdato al porto ieri a sera in causa di mare burrascoso, restando così varii legni senza l’intero suo equipaggio.
»Tanto mi credevo subordinare all’Eccellenza Vostra, per via straordinaria, mentre con profondo ossequio e rispetto ho l’alto onore di segnarmi
»Dell’Eccellenza Vostra
»Cesenatico, li 2 agosto 1849.
»Umil.mo dev.mo obbl.mo servo »CLEMENTE CAVALCHI, _comandante_.»
Vedi _Il Governo pontificio e lo Stato romano: Documenti, ec. ec._ Parte prima, pag. CXV, 246.
[158] Citato nel libro di P. C. BOGGIO, _Da Montevideo a Palermo, Vita di G. Garibaldi_, pag. 17.
[159] Ed è dalle _Memorie_ manoscritte del BONNET, di cui egli volle esserci generoso, che noi togliamo tutto il racconto della fuga di Garibaldi traverso le valli di Comacchio, della morte d’Anita e del di lui miracoloso salvamento. E poichè è il salvatore stesso che parla, teniamo per errata od incompiuta ogni altra narrazione.
Della generosa parte avuta dal Bonnet in quel tragico episodio, fanno testimonianza i due seguenti documenti:
(_Municipio di Comacchio, Nº 553._)
«Comacchio, li 6 febbraio 1869.
»_Regno d’Italia._
»_Provincia di Ferrara. — Città di Comacchio._
»Dichiara il sottoscritto che il signor colonnello Nino Bonnet nel 1849, quando il generale Garibaldi, inseguíto sull’Adriatico da legni austriaci che incrociavano dinanzi alla Venezia, approdava su queste spiagge, senza temer pericoli si diede ogni cura per salvare quel Prode come difatti vi riescì, ed è cosa pubblicamente notoria che accusato da anonimi scritti di aver strappato di mano agli Austriaci il Garibaldi, fu chiamato da quel Comandante che intimogli alla presenza dei Gendarmi pontificii gli arresti. È pur noto che il Bonnet gli rispose, che se avesse dato retta a quegli scritti avrebbe commesso ingiustizia, e che egli impegnava la sua parola di Capitano d’onore che sarebbe, ogni qualvolta l’avesse fatto chiamare, comparso a render ragione del suo operato. Fu messo in libertà, ed invitato poscia a comparire di nuovo innanzi al medesimo, non valsero le preci de’ suoi amici a che non si presentasse perchè correva rischio di essere fucilato, ch’egli volle presentarsi al predetto Comandante, dicendo che mai avrebbe mancato alla sua parola d’onore, e difatti, presentatosi, venne fatto arrestare, ed incatenato mani e piedi fu tradotto a Bologna.
»Certifica altresì che i giornali d’allora portavano la di lui fucilazione: ma essendo giunto in Bologna quattro giorni dopo il Padre Ugo Bassi e Livraghi, ed essendo stato rimpiazzato al Gorzkowski il generale Strasoldo meno inumano, dopo trenta giorni fu posto in libertà, però sempre sospetto ed inviso agli Austriaci.
»Tanto si depone per la verità.
»_Il R. Sindaco_ »Firmato — L. FELETTI.
»La presente copia è conforme all’originale, col quale è stata collazionata.
»_L’Assessore municipale_ »CARLI.»
«Lovere, 7 agosto 1859.
»Carissimo Amico,
»In nessuna circostanza della vagante mia vita io non vi ho mai dimenticato. E come potevo scordare voi, che foste il mio Angelo salvatore, nell’ora del pericolo, e di angoscie che non si potrebbero nemmeno desiderare ad un nemico?
»Io sono contento d’aver con me vostro fratello, ed avvicinandomi verso le vostre contrade io spero riunirmi anche con voi al conseguimento della sacra missione che ci siamo proposta.
»Le reliquie della cara mia donna, che foste tanto gentilmente buono da custodire, e per cui vi devo tanta gratitudine — che non si rimuovano per ora — noi le traslocheremo quando fia d’uopo.
»Circa le vostre memorie — troppo onorevoli per i miei piccoli fatti — io lascio a voi libera disposizione; spero non tarderemo a rivederci, e sono intanto per la vita
»Vostro »Firmato — G. GARIBALDI.
»La presente copia è conforme all’originale, col quale è stata collazionata.
»_L’Assessore municipale_ »CARLI.»
[160] Il 3 giugno.
[161] Ecco il Rapporto del Delegato di polizia di Ravenna:
«GOVERNO PONTIFICIO.
»_Direzione generale di Polizia in Ravenna._
»_Rinvenimento d’ignoto cadavere._
»Eccellenza Reverendissima,
»Mi reco a premuroso dovere di rassegnare rapporto a Vostra Eccellenza Rev.ma sul rinvenimento d’ignoto cadavere.
»Venerdì scorso, 10 corrente, da alcuni ragazzetti in certe larghe, di proprietà Guiccioli alle Mandriole in distanza di circa un miglio dal porto di Primaro, e di circa undici miglia da Comacchio, fu trovato sporgere da una motta di sabbia una mano umana. Presso la ricevuta notizia andette ieri la Curia in luogo, dove giunta fu osservata la detta mano e parte del corrispondente avambraccio che erano stati divorati da animali e dalla putrefazione. Fatta levare la sabbia che vi era per l’altezza di circa mezzo metro, fu scoperto il cadavere di una femmina, dell’altezza di un metro e due terzi circa, dell’apparente età di trenta a trentacinque anni, alquanto complessa; i capelli già staccati dalla cute, e sparsi fra la sabbia, erano di colore scuro, piuttosto lunghi, così detti alla puritana,
»Fu osservato avere gli occhi sporgenti, e metà della lingua pure sporgente fra i denti, nonchè la trachea rotta ed un segno circolare al collo, segni non equivoci di sofferto strangolamento. Nè alcun’altra lesione fu osservata nella periferia del di lei corpo; fu veduto mancarle due denti molari nella mandibola superiore alla parte sinistra ed altro dente pur molare alla parte destra della mandibola inferiore. Sezionato il cadavere, fu trovato gravido di un feto di circa sei mesi. Era vestita di camicia di cambrick bianco, di sottana simile, di bournous egualmente di cambrick fondo paonazzo fiorato bianco, scalza nelle gambe e nei piedi, senza alcun ornamento alle dita, al collo, alle orecchie tuttochè forate. Li piedi mostravano d’essere di persona piuttosto civile e non di campagna, perchè non callosi nelle piante. La massa delle persone accorse dalle Mandriole di Primaro, di Sant’Alberto ed altri finitimi luoghi non seppero riconoscere il cadavere. Non si è potuto stabilire il colore della carnagione per essere il cadavere in putrefazione, nel qual caso non rappresenta il color naturale. Nè si credette trasportarlo in più pubblico luogo per la ricognizione, atteso il gran fetore, per cui fu subito sotterrato anche per riguardo della pubblica salute.
»Tutto ciò conduce a credere che fosse il cadavere della moglie o donna che seguiva il Garibaldi, sì per le prevenzioni che si avevano del di lei sbarco da quelle parti, sì per lo stato di gravidanza. Fin qui è oscuro come sia giunta quella donna in quei siti, e come sia rimasta vittima. Si stanno però praticando le opportune indagini, delle quali sarà mia premura sottomettere all’E. V. Rev.ma all’opportunità l’analogo risultato.
»Intanto con perfetta stima e profondo rispetto ho l’onore di ripetermi
»Di V. E. Rev.ma
»Ravenna, 12 agosto 1849.
»Dev.mo servitore »A. LOVATELLI, _Delegato_.»
«GOVERNO PONTIFICIO. »_Direzione provinciale di Polizia in Ravenna._
»_All’Eccellenza Reverendissima_ »_di Monsignor Commissario straordinario — Bologna._
»Eccellenza Reverendissima,
»In seguito al precedente mio rispettoso foglio del 12 corrente con egual numero, _sottoponeva_ all’E. V. Rev.ma che col mezzo delle indagini praticate dalla Polizia e con segreti confidenti da lei posti in giro, ho potuto venire nella chiara e precisa conoscenza dei fatti relativi al rinvenimento dell’ignoto cadavere di donna. Non vi ha in oggi più dubbio che il suddetto cadavere non sia della donna che seguiva Garibaldi. _Fu dessa condotta moriente su di un biroccino da Garibaldi istesso alla casa colonica dei fratelli Ravaglia_, fattori dei marchesi Guiccioli in una di lui proprietà alle Mandriole. _La donna era invasa da febbre perniciosa_, siccome espresse il medico Nannini di Sant’Alberto, che, trovatosi presente colà casualmente all’arrivo di essa, le tastò il polso. Asportata in una camera ed adagiata su di un letto, le fu apprestato il soccorso di un bicchiere d’acqua, ma non appena ne sorbì pochi sorsi cessò di vivere.
»Eravi presente il Garibaldi, il quale si sfogò in atti di inconsolabile dolore per tale disgrazia e poco dopo si diede alla fuga, raccomandando a quella famiglia di dare onorata sepoltura al cadavere. Questi fatti avvenivano il 4 corrente verso sera alla presenza di più che venti persone, essendosi colà riuniti gl’inservienti di quella fattoria per essere pagati della mercede delle opere prestate nel corso della settimana.
»Ho subito spedito nel luogo un impiegato di Polizia per procedere all’arresto dei fratelli Ravaglia, lo che è già stato eseguito; ed il Tribunale sta ora costruendo l’analogo incarto. Si vede fin d’ora che li suddetti coloni, compresi da timore di essere rimasti esposti a grave responsabilità per il ricovero dato momentaneamente a Garibaldi, e per la morte avvenuta in loro casa della di lui moglie, si appigliarono al partito di occultare l’avvenimento e quindi si indussero a sotterrare in campagna quel cadavere.
»Sarà mio dovere informarla delle risultanze del processo; ed intanto con perfetta stima e profondo rispetto passo a confermarmi
»Di V. E. Rev.ma
»Ravenna, li 15 agosto 1849.
»Umil.mo dev.mo servitore »A. LOVATELLI, _Delegato_.»
Vedi _Il Governo pontificio e lo Stato romano_, ec., Documenti già citati.
[162] «L’errore a primo giudizio del professor Foschini fu causa che si credesse che il fattore Ravaglia fosse creduto autore di questo misfatto, in conseguenza di che venne assalito dal famoso Pelloni, detto _il Passatore_, che infestava le Romagne, pretendendo dal Ravaglia i denari rubati a Garibaldi. Ciò fu la causa della morte di un fratello del fattore cagionatagli dalle percosse avute, ed il Ravaglia quasi strozzato, ebbe il cordino al collo, e finalmente lasciato dal Pelloni in uno stato deplorevole.» — (_Nota del_ BONNET.)
[163] Non aggiungiamo nulla a quanto narrò Garibaldi stesso nelle sue _Memorie_. Vedi in ELPIS MELENA, op. cit., vol. II.
[164] Solo adesso, già composte queste pagine, troviamo la notizia che Garibaldi non ebbe soltanto tre figli, come fu creduto fin’ora, ma quattro; cioè oltre a Menotti, Teresita e Ricciotti, anche Rosita, una bambina partoritagli da Anita nel 1842, e morta a Montevideo nei giorni in cui egli comandava la spedizione del _Salto_, nel 1846.
Ciò si desume da questi frammenti manoscritti in lapis tutti di pugno di Garibaldi, che ebbi dalla cortesia del mio amico Basso:
«Un giorno io era al Salto a cinquecento miglia al settentrione di Montevideo sul fiume Uruguay, confluente del Rio della Plata. La fortuna s’era compiaciuta di favorirmi in ogni mia operazione. Col mio piccolo contingente di dugento Legionari italiani, onore dell’armi italiane, e pochi cavalli — posso dire pochi, poichè erano sei soli i cavalli imbarcati al principio della spedizione — si erano operati prodigi, e mi trovavo alla testa d’una rispettabile colonna di fanteria, cinquecento cavalieri e circa duemila cavalli presi dal nemico. Il dipartimento del Salto tutto in nostro potere, e la Colonia militare in uno stato floridissimo.
»Io dico Colonia militare, poichè essendo spopolato il paese e tutta la gente da noi liberata dai nemici, che l’avevano strappata a forza dalla città del Salto e condotta sulle sponde del Tapevi ed ove intieramente li sbaragliammo — dico dunque Colonia, perchè erimo noi obbligati di custodire l’unico prodotto del paese: il bestiame.
»In quel giorno dunque io ero felice quanto lo può essere un soldato, cui ogni cosa di guerra va a gonfie vele. Quando giuntami una lettera dal generale Pacheco, allora ministro della guerra in Montevideo, laconicamente diceva:
»_Vostra figlia Rosita è morta! In ogni modo dovrete saperlo._ — Dunque tu non sei padre! non lo fosti! e non lo sarai giammai! — Tale era e fu quell’uomo! — Perchè se padre, egli meglio avrebbe apprezzato l’amore per una figlia. Io ero stato l’amico di quell’uomo, e da quel momento la sua memoria mi faceva ribrezzo.
»Lo avrei saputo, sì; e come non saperlo; io amavo tanto quella mia creatura; me ne sarei addolorato in qualunque modo — però mi sembrò sì villano il modo di colpirmi, che mi scosse sì dolorosamente, e che non ho potuto mai perdonargli.
»Io avevo amato e stimato il Pacheco; quando Montevideo, scevro dell’animosità di parte, ricorderà con gratitudine gli uomini che faticarono alla gloriosa sua difesa di dieci anni, certo il generale Pacheco, col generale Paz, figureranno alla testa de’ suoi prodi difensori, e meriteranno un ricordo dalla nuova Troia.
»L’uomo apprezza l’opera tua, e vorrebbe possibilmente fatta migliore dell’altrui. E la donna, poverina, che soffre tanto nell’opera sua? non ha essa il diritto di credere almeno d’aver partorito una bella, una buona cosa — nel bimbo o nella bimba — ch’ella diede alla luce! Tale era la mia povera Anita; e se dovessi raccontare tutte quante le doti ch’ella aveva trovato nella nostra Rosita, sarebbe cosa incredibile.
»Comunque fosse, Rosita era una bellissima, una carissima bambina! Morì dai quattro ai cinque anni: l’intelligenza sua era precoce, ed ella si estinse nel grembo della madre, come si estingue agli occhi nostri, nell’Infinito, la luce del primogenito della Natura, gradatamente, dolcemente, affettuosissimamente. Morì senza lamentarsi, supplicando la madre che non si addolorasse! che si troverebbero presto, per non _più dividersi_! — era un mondo di cose gentili!
»Infine, io passerò per un visionario. Ma così sincere, così veridiche, così scolpite nel suo spirito, mi sembrarono le ultime parole della figlia alla madre raccontatemi dalla mia Anita, quando giunse al Salto (ove la chiamai per paura che mi diventasse pazza), ch’io risposi all’addolorata consorte. — Oh sì! noi rivedremo la nostra Rosita, l’anima nostra è immortale!... e questa vita di miserie non è che un episodio dell’immortalità! e divina scintilla, parte della fiamma infinita che anima l’Universo. — »
[165] Del matrimonio di Garibaldi con Anita si dubitò fino agli ultimi giorni; parecchi anzi, fondandosi sull’errore che Anita fosse già maritata, lo negavano addirittura. Il seguente _Atto matrimoniale_, ottenuto da Montevideo mercè la squisita gentilezza del signor Ministro dell’Uruguay, P. Antonini y Diez, tronca ogni dubbio e chiude la controversia:
«(Hay très sellos) 031318.
»Martin Perez, Cura Rector de la Parroquia en San Francisco de Asis en Montevideo,
»Certifico: que en el Libro primero de matrimonios de esta Parroquia al folio diez y nueve vuelto, se lee la partida que trascribo: «En veinte y seis de marzo di mil ocho cientos cuarenta y dos: Don Zenon Aspiazú, mi lugar Teniente Cura de esta Parroquia de San Francisco de Asis en Montevideo, autorizó el matrimonio que in facie Ecclesiæ contrajó por palabras de presente Don José Garibaldi, natural de Italia, hijo legitimo de Don Domingo Garibaldi y de Doña Rosa Raimunda; con Doña Ana Maria de Jesus, natural de la Laguna en el Brasil, hija legitima de Don Benito Riveiro de Silva y de Doña Maria Antonia de Jesus, habiendo el Señor Provisor y Vicario General dispensado dos conciliares proclamas y practicado lo demas que previene el derecho: no recibieron las benediciones nupciales por ser tiempo que la Iglesia no las imparte. Fueron testigos de su otorgamiento Don Pablo Semidei y Doña Feliciana Garcia Villagran: lo que por verdad firmo yo el Cura Rector — Lorenzo A. Fernandez.»
»Concuerda con el originai y á solicitud de parte interesada expide el presente en Montevideo á veinte y siete de Enero de mil ocho cientos ochenta y uno.
»MARTIN PEREZ.
»Buono per la legalizzazione della firma sovraposta del signor Martin Perez, parroco della Matriz a noi ben cognita.
»Montevideo, 8 febbraio 1881.
»Il Vice-Console »PERROD.»
(L. S.)
[166] _Amigo_ è quasi un intercalare nel discorso domestico di Garibaldi; ricordo della lingua spagnuola. L’aneddoto l’avemmo dal generale Sacchi, che fu anche, se la memoria non ci fallisce, colui che interrogò Garibaldi.
[167] Felice Orrigoni di Varese, patriotta, soldato, marinaio, milite negli ultimi anni della Legione italiana, combattente a Roma nel 1849 ed in Valtellina; partito per la Sicilia colla spedizione Medici; capitano di corvetta del Dittatore; simpatica e onesta figura di patriotta.
[168] Poche e sommarie rispetto alla materia e al desiderio nostro, ma pure inedite in gran parte e crediamo tutte nuove e interessanti. Le togliemmo parte da altre lettere del BONNET, parte dall’opuscolo: _Da Prato a Porto Venere_, ossia _Un episodio della vita del generale Giuseppe Garibaldi_, narrato al Popolo dal dottor RICCIARDO RICCIARDI. Grosseto, 1873.
[169] Parlamento subalpino. Tornata 10 settembre 1849.
[170] _Commemorazione di A. La Marmora_, pag. 25. Firenze, G. Barbèra, edit., 1879.
[171] Garibaldi accettò la pensione per la madre e la rifiutò per sè. Nelle _Lettere ad Antonio Panizzi_ (G. Barbèra, edit., 1880) se ne legge una di Massimo D’Azeglio del 25 luglio 1864, la quale dice: «Io ho sempre amato ed ammirato Garibaldi. Quando fu rotto a Cesenatico, trattavo la pace coll’Austria e incaricai i Plenipotenziari di salvarlo potendo. Poi gli feci dare una pensione _che accettò per la madre e rifiutò per sè_.» (Pag. 479.) Ora come mai il La Marmora dimenticò questo particolare, che il D’Azeglio, allora Presidente del Consiglio de’ Ministri, così bene ricorda?
[172] ALFRED DE REUMONT, _Appunti alla Storia d’Italia_, pag. 205. Berlino, 1855.
[173] Dai frammenti di manoscritti datimi da G. Basso.
[174] Tutte queste notizie intorno ai viaggi di Garibaldi dall’America alla Cina e di là in Italia, le raccogliemmo da una lunga lettera di Giovanni Basso, uno de’ marinai della _Carmen_ e del _Commonwealth_; e d’allora in poi amico, segretario, soldato, intimo per trent’anni di Garibaldi.
[175] In una specie di _Bilancio_ scritto tutto di suo pugno da Garibaldi, troviamo, che dall’America potè riscuotere 25,000 lire e che 35,000 le ereditò dal fratello Felice. Udimmo noi stessi dire più volte, che quando comperò la Caprera poteva avere di suo circa 60,000 lire.
Alludono poi così alla morte del fratello, come a’ suoi viaggi a Nizza ed a Genova, le seguenti due lettere a quel Felice Orrigoni che accompagnò Anita Garibaldi da Nizza a Roma:
«Nizza, 31 ottobre 1855.
»Caro Orrigoni,
»Ho inteso con piacere il tuo felice ritorno e mi rincresce della perdita dell’aspettato vapore. T’invio un ordine per il signor Mangiapan acciò ti rimetta l’incarico del Salvatore, e ti prego di liquidare in luogo mio la differenza insorta tra il suddetto e l’equipaggio.
»Io non potrò recarmi a Genova sennonchè tra alcuni giorni, avendo qui mio fratello moribondo, che non posso lasciare.
»Tuo G. GARIBALDI.»
«Nizza, 29 novembre 1855.
»Caro Orrigoni,
»Ho la tua del 27: sono contento della vertenza Mangiapan ed equipaggio. Partirò per Genova lunedì, benchè sono persuaso che il _Salvatore_ non abbisogna di me essendo tu a bordo. — Comunque sia, se fa mestieri starò in Genova; ma se si dovesse rimanere lungo tempo nell’ozio, penso di far una passeggiata in Sardegna a veder come stanno le beccaccie.
»Tuo G. GARIBALDI.
»Antonio Riva o Cenni sanno dove trovar specchi.»
[176] Lo riferisce in una sua lettera al marchese Pallavicino lo stesso Foresti. — Vedi _Daniele Manin e Giorgio Pallavicino: Epistolario politico 1855-1857_, con note e documenti di B. E. MAINERI, pag. 163. Milano, tip. edit. Bertolotti, 1878.
[177] Ciò risulta manifestamente da questa lettera del Cosenz a Giorgio Pallavicino inserita nel detto _Epistolario_, pag. 400:
«Torino, 11 giugno 1856.
»Pregiatissimo Signore,
»Ecco quanto mi viene assicurato da fonte sicura e da varii altri canali, cioè che la parte _meridionale_ è disposta a muoversi, qualora non fosse affatto deficiente d’armi. Certo, non fuvvi mai opportunità migliore di questa, essendovi l’approvazione di tutti i patriotti italiani, a qualsiasi partito politico essi appartengano. Qualora poi si potessero introdurre armi, e, ciò ch’è meglio, un poderoso numero d’armati, non è a dubitarsi che il paese tosto non insorga. Dal di fuori non si potrebbe iniziare un movimento di qualche importanza senza l’appoggio di una Potenza. Or ci si fa credere che l’Inghilterra lascierebbe fare, facendosi cautamente; ed anzi permetterebbe che la Legione anglo-italiana venisse imbarcata; su che vennero di già iniziate le necessarie pratiche. Per poter meglio ciò eseguire, vi abbisognerebbero due vapori; e siccome ne vennero proposti due, ed a buon prezzo, così ci fa mestieri, prima d’inoltrarci nelle pratiche, sapere se in tempo utile avremmo disponibile una certa somma. Garibaldi sarebbe fra i caldi promotori di questa impresa; ha già visitati i vapori, e li ha trovati adatti allo scopo. Egli si ripromette molto nella riuscita, se le cose saranno realmente nelle condizioni suindicate. Io poi vi posso assicurare che tutti quelli che hanno a cuore il nostro paese, non mancheranno di prendere parte a simile fatto. Oggi non è mestieri parlare di programma politico, che è nel cuore di tutti, ed è l’indipendenza e l’unificazione della patria nostra.»
[178] Giorgio Pallavicino a Daniele Manin (op. cit., pag. 197):
«Intanto si lusinga il bravo Garibaldi per corbellarlo in appresso. Mi duole all’anima di quel valentuomo, il quale presta fede alle parole di Camillo Cavour. Senza un cambiamento di Ministero in Piemonte, l’Italia non si farà in eterno: abbilo per vangelo.»
E altrove, 23 settembre 1856 (pag. 204):
«L’Italia in questo momento non ha peggior nemico del Cavour.»
[179] _Daniele Manin_, ec., op. cit., pag. 172.
[180] _Daniele Manin_, ec., op. cit., pag. 533.
[181] _Daniele Manin_, ec., op. cit., pag. 312.
[182] Garibaldi era stato chiamato per mezzo di Giuseppe La Farina coll’intesa che fosse a Torino per la fine di novembre; ma poi avendo il conte di Cavour scritto al La Farina che il Generale poteva aspettare a venire fino alla fine di dicembre, questi non arrivò a Torino che il 20; e il 22 era già di ritorno a Caprera.
Così i particolari di questo viaggio, come i documenti riguardanti il complotto dei Ducati, di cui si parla più sotto, si ritraggono dall’_Epistolario_ di GIUSEPPE LA FARINA, vol. II, pag. 82, 83, 84, 91, 92, 97, 98, 99, 110 e 124. Nell’_Epistolario_ stesso si leggono parecchie lettere di Garibaldi non prive d’interesse; due delle quali non possiamo astenerci dal riprodurre:
«_A Giuseppe La Farina — Torino._
»Genova, 22 dicembre 1858.
»Carissimo amico,
»Parto oggi alle 9, ed in caso che le circostanze ci precipitino all’azione (ciò che non sarebbe impossibile), mandatemi un vapore. Chiunque de’ possidenti vapori in Genova può dare un vapore per l’oggetto, in caso non si potesse mandare un vapore da guerra.
»Gli elementi rivoluzionari tutti sono con noi; è bene che Cavour se ne persuada, in caso non lo fosse pienamente, e che vi sia fiducia illimitata. Credo pure necessario che il Re sia alla testa dell’esercito, e lasciar dire quei che lo trattano d’incapacità. Ciò farà tacere le gelosie e le ciarle, che disgraziatamente fanno uno degli attributi di noi Italiani. Egli conosce oggi di chi si deve attorniare. La dittatura militare è nel convincimento di tutti: dunque, per Dio! che sia senza limite. Io ho raccomandato in Lombardia, in Toscana: _Non movimenti intempestivi a qualunque costo_. La venuta delle leve nello Stato nostro, e quella degli studenti di Pavia, è un fatto che voi potrete ingigantire a vostro piacimento. Io ho raccomandato che ve ne avvertino.
»Vi prego tanto di scusarmi su quanto vi ho detto. Io non ho certamente la pretensione di consigliarvi, ma di dirvi francamente la mia opinione.
»Addio, comandate
»il vostro »G. GARIBALDI.»
«_A Giuseppe La Farina — Torino._
»Caprera, 30 gennaio 1859.
»Carissimo amico,
»Avevo già risposto alle antecedenti vostre, quando mi giunse l’ultima del 23. Io sono contentissimo del buon andamento delle nostre cose, e non aspetto che un cenno vostro per partire. B.[183] credo che finirà per venire con me, ad onta d’aver ancora certe mazzinerie; in caso contrario, noi faremo pure senza. Circa alle suggestioni che potrebbero venirmi da quei di Londra, state pur tranquillo. Io sono corroborato nello spirito del sacro programma che ci siam proposti, da non temere crollo, e non retrocedere nè davanti ad uomini, nè davanti a considerazioni. Io non voglio dar consigli al Conte, nè a voi, perchè non ne abbisognate; ma colla parola vostra potente sorreggetelo e spingetelo sulla via santissima prefissa. Italia è ricca d’uomini e di danari. Egli può tutto; che faccia tutto, e qualche cosa di più ancora. I nostri nemici ed i suoi più ancora lo rimprovereranno di non aver fatto, che d’aver mal fatto. Che l’organizzazione de’ Corpi Bersaglieri già menzionati sia su scala spaventosa: noi non avremo mai fatto troppo; ed io bacierò piangendo la mano che ci solleva dall’avvilimento e dalla miseria. Scrivo al Presidente nostro pure.[184
»Sono per la vita
»vostro »G. GARIBALDI.» ]
[183] Allude certamente al dottore Agostino Bertani.
[184] Cioè al Pallavicino, presidente della Società nazionale.
[185] Il _Diritto_ del 3 marzo 1859 diceva: «Il generale Garibaldi è giunto a Torino;» vi doveva dunque essere arrivato fino dal giorno antecedente.
[186] L’ordine del Cialdini suonava così: «Gli Austriaci avanzano per la sinistra del Po dopo di aver passato la Sesia a Caresana; giungeranno presto innanzi alla mia testa di ponte; non intendo di dare ordini, ma sarei lieto se la vedessi giungere colla sua colonna dei Cacciatori delle Alpi; la consiglio a sbrigarsi, perchè il nemico persiste nel voler gettare un ponte a Frassineto, e allora sarebbe quasi impossibile entrare in Casale.» — _I Cacciatori delle Alpi_, ec., di FRANCESCO CARRANO, pag. 194-195.
[187] FRANCESCO CARRANO, op. cit., pag. 206.
[188] Lo riproduciamo come documento storico e psicologico insieme. Poche volte lo stile fu più esattamente l’uomo.
«Lombardi, voi siete chiamati a nuova vita, e dovete rispondere alla chiamata, come risposero i padri vostri in Pontida e in Legnano. Il nemico è lo stesso, atroce, assassino, depredatore. I fratelli vostri d’ogni provincia hanno giurato di vincere o morire con noi. Le ingiurie, gli oltraggi, le servitù di venti passate generazioni noi dobbiamo vendicare e lasciare a’ nostri figli un patrimonio non contaminato dal puzzo del dominatore soldato straniero. Vittorio Emanuele, che la volontà nazionale ha eletto a nostro duce supremo, mi spinge tra di voi per ordinarvi alle patrie battaglie. Io sono commosso della sacra missione affidatami, e superbo di comandarvi. All’armi dunque! Il servaggio deve cessare, e chi è capace d’impugnare un’arma, e non l’impugna, è un traditore. L’Italia con i suoi figli unita e purgata dalla dominazione straniera, ripiglierà il posto che la Provvidenza le assegnò tra le nazioni.» — CARRANO, op. cit., pag. 249-50.
[189] L’inviato era l’ingegnere Cesare Piccinelli; ecco la lettera del podestà Carcano:
«Varese, 23 maggio 1859. »Ore 6 ant.
»S’incarica il signor ingegnere Cesare Piccinelli per mandato particolare di speciale confidenza di tosto recarsi a Sesto-Calende, ed in qualunque altro paese abbia fermato il proprio Quartiere generale la colonna dell’Esercito italiano che ha stamattina varcato il Ticino, di presentarsi al Comandante della colonna stessa onde porgergli in nome di questi cittadini un benvenuto di cuore, e chiedergli e ricevere istruzioni sul contegno del Municipio di Varese per le occorrenze del momento.
»_Il Podestà_ »Ing. CARLO CARCANO.»
Vedi _Varese, Garibaldi ed Urban nel 1859_, ec., del sacerdote GIUSEPPE DELLA VALLE. Varese, tip. G. Carreglio, pag. 31.
[190] È vero che la sera del 23 il nemico non era ancora comparso a Gallarate, e che perciò la marcia Sesto-Varese poteva tenersi da quel lato sicura; ma la compagnia De Cristoforis serviva sempre a mantenere il nemico nell’illusione che Garibaldi fosse sempre a Sesto, e quindi lo richiamava verso quel punto, distogliendolo dall’idea di voltare direttamente per Gazzada o per Tradate su Varese, come avrebbe potuto fare.
[191] _Varese, Garibaldi ed Urban_, ec., pag. 40.
[192] Proclama del generale Giulay da Garlasco, 24 maggio 1859. Curioso che il Generalissimo imperiale chiami _civile_ la guerra tra i suoi Tedeschi e noi Italiani. Proprio vero: con quei signori non ci siamo intesi mai, nè credo c’intenderemo. Vedilo nell’opera succitata, _Varese_, ec.
[193] Nella _Campagne de l’empereur Napoléon III en Italie 1859, rédigée au Dépôt de la Guerre d’après les Documents officiels, étant directeur le général_ BLONDEL, _sous le Ministère de S. E, le maréchal comte_ BARDON, a pag. 102 si legge:
«Mais, dès le 12, le bruit du mouvement opéré par Garibaldi était arrivé à Milan et au quartier général de la deuxième armée. Le Gouverneur civil et militaire de Milan, feld-maréchal-lieutenant Melezes de Kellermes, dirigea immédiatement sur Varèse des détachements de la garnison de Milan, pendant que le général Urban recevait du comte Giulay l’ordre de rejoindre la brigade Rupprecht et de marcher sur Garibaldi.
»Cette brigade, qui faisait partie de la division de réserve, se composait de:
»1 Bataillon du régiment frontière de Szluin (nº 4). »3 Bataillons du régiment de Kellner (nº 41). »1 Batterie à pied, de 12. »1 Batterie de fusées. »2 Escadrons de hussards comte Haller (nº 12).»
Valutando i battaglioni austriaci a mille uomini, sarebbero stati cinquemila fanti, centosessanta cavalli, sei pezzi d’artiglieria e una batteria di razzi che il generale Urban aveva a’ suoi comandi. Ma supponendo che n’abbia lasciati una parte a Como, portò sempre contro Garibaldi quattromila uomini.
[194] Nell’opera più volte citata del maggiore G. CARRANO, _Garibaldi e i Cacciatori delle Alpi_.
[195] Il generale Urban doveva far partire la colonna aggirante tra Malnate e Belforte. Anche di là non poteva, è vero, andare che per sentieri, ma aveva due terzi meno di cammino, e in un’ora al più poteva essere in linea. Io penso poi che, anche spiegato da quella parte l’attacco, il solo battaglione mandato ad eseguirlo non bastava a snidare dalle forti posizioni Garibaldi, che vi si teneva concentrato con sette od ottocento uomini. A parer mio soltanto con dimostrazioni più forti sul centro e sulla sinistra, combinate con un vero e serio attacco girante da sinistra, e il generale Urban era in forze da tentarlo, la posizione di Varese poteva essere espugnata. Invece non fu neanche seriamente minacciata.
[196] Ecco il quadro delle sue forze desunto dall’opera citata: _Campagne de l’emp. Napoléon III en Italie_, pag. 104-105:
_Generale Rupprecht._
1 Battaglione reggimento frontiera di Szluin (nº 4). 4 Battaglioni del reggimento Kellner (nº 41).
_Generale Augustin._
1 Battaglione frontiera di Titel. 4 Battaglioni del reggimento Principe di Prussia (nº 34).
_Generale Schaffgotsche._
3 Battaglioni di Cacciatori. Il 14º battaglione di Cacciatori. 1 Battaglione del reggimento Don Miguel (nº 39). 1 Battaglione del reggimento Arciduca Ranieri (nº 59).
[197] Non però per cagion sua. Essa doveva attaccare quando sentisse cominciato il fuoco alla sua sinistra, e siccome una squadra della compagnia Susini sparò senz’ordine e prima del tempo, così anche il De Cristoforis fu tratto in inganno da quella fucilata. Del resto, gli ordini da lui ricevuti non gli permettevano di perdersi in indugi. Fu il generale Garibaldi in persona che, passando dinanzi alla fronte della compagnia pronta all’attacco dietro la Villa Amato, disse al De Cristoforis: «Capitano, appena udite la fucilata e passato questo muro, caricate alla vostra maniera.» Testuali parole udite da me stesso, e che son ben lieto di scrivere qui a maggior giustificazione di quel valente ufficiale e mio dilettissimo amico, ingiustamente accusato d’aver troppo precipitata l’azione in quella giornata.
[198] A Varese aveva perduto tra morti e feriti circa ottantaquattro uomini, e a San Fermo trentacinque; per cui, sottraendo ancora le compagnie lasciate a Como ed a Lecco, la squadra rimasta a Varese e i malati (in tutto circa quattrocento uomini), si può con certezza affermare che la colonna in quel giorno (28) non arrivava a duemila novecento combattenti.
[199] La citata opera (_Campagne de l’emp. Napoléon III en Italie_, pag. 106) dice: «Pour atténuer l’horreur d’une pareille mesure le général Urban a prétendu que le tir des pièces était dirigé de manière a épargner la ville et a n’atteindre que quelques grands bâtiments isolés et inhabités.»
Contro le parole del bombardatore attestano le vestigia del bombardamento visibili ancora in molte case, certo non isolate nè disabitate. E chi voglia saper la verità tutta, legga quel che ne scrive uno degli ostaggi ritenuti dall’Urban, testimonio del feroce spettacolo:
«Alle ore sei pomeridiane precise cominciò il bombardamento della città. Sessanta e più furono i colpi di cannone scaricati nello spazio di poco tempo. Alle nove circa fu ripetuta la scarica a doppia dose. Per maggior colmo di barbarie, e perchè avesse a farci maggiore impressione l’orrendo spettacolo, ci si aprivano le finestre. Ogni colpo era come una stilettata al cuore per gli astanti che si immaginavano il pericolo dei loro più cari. Si cominciava colle artiglierie del Quartiere generale alla Villa Pero di casa Picinini, comandate dal _valoroso_ tenente-maresciallo Urban; poco dopo vi rispondevano quelle situate sulle alture di Giubbiano, sulla spianata di Montalbano, di San Michele di Bosto, e da ultimo quelle di San Pedrino, ove ci trovavamo noi stessi. In quel momento il suolo ci ballava sotto i piedi, e non pochi vetri cadevano spezzati.»
Il libro poi da cui togliamo questo brano (_Varese, Garibaldi ed Urban_, pag. 117), soggiungeva:
«Nel secondo bombardamento i colpi scagliati furono circa duecentocinquanta. Vennero diretti specialmente al campanile, che si voleva forse castigare perchè fu suonato a stormo la mattina in cui gli Austriaci furono battuti a Biumo Inferiore, ed _a festa_ il dì in cui s’inaugurò il Governo costituzionale ed italiano di Vittorio Emanuele, la sera in cui giunse Garibaldi, e quando questi ritornò dopo le riportate vittorie; alla cupola della Basilica, intanto che si beffeggiava la Religione; ad alcune ville e case, che ne furono assai malconcie e danneggiate; all’Ospitale stesso, dove, cogli ammalati e coi feriti nostri, trovavansi anche i feriti austriaci.»
[200] «L’État-Major du commandant de la deuxième armée sembla voir une grande portée politique et militaire dans l’entreprise de Garibaldi sur Como. D’habiles officiers inclinaient à penser quelle devait être le prélude de graves opérations et le présage d’une attaque sérieuse sur l’aile droite autrichienne. Mais dans un Conseil de guerre tenu à Garlasco le 27, le comte Giulay déclara qu’il n’attribuait aux courses de Garibaldi dans le nord d’autre caractère que celui d’une simple diversion, et persévéra plus que jamais dans sa première manière de voir. Aussi se contenta-t-il de donner, le 28 mai, au général Urban, l’ordre de reprendre l’offensive contre Garibaldi avec toutes ses forces, et de tirer de la ville de Varèse une répression exemplaire.» _Campagne de l’empereur Napoléon III en Italie_, già citata. — Solamente, come stiamo raccontando, l’Urban non seppe eseguire l’ordine del suo capo; gli fu facile bombardare Varese, ma quanto a riprendere l’offensiva, abbiamo veduto che non gli bastarono tre giorni a risolversi; e dopo quei tre giorni era tardi.
[201] Il RUSTOW, _Campagna del 1859_.
[202] Ci sarebbe difficile raccogliere e correggere tutti gli errori di fatto che intorno a questa campagna di Garibaldi scrissero e propagarono anche gli autori militari più reputati. Mi limiterò ad alcuni esempi.
Il CORSI nel suo _Sommario di Storia militare_ (parte III, pag. 238) dice «che Garibaldi partì da Biella con seimila uomini,» ed è noto che la brigata dei Cacciatori delle Alpi, anche nei giorni della sua maggior forza, non contò più di tremilaquattrocento uomini; che «il 26 maggio l’Urban mosse di nuovo ad assalire Garibaldi a Como,» mentre tutti sanno che l’assalitore fu Garibaldi; che dopo il colpo fallito sul forte di Laveno, Garibaldi stava per essere costretto a cercare scampo in Isvizzera, quando l’apparizione dei Francesi sul Ticino costrinse l’Urban a retrocedere; mentre noi abbiamo dimostrato che Garibaldi stette in presenza dell’Urban tre giorni, e che nel momento in cui egli intraprendeva la sua marcia di fianco da Induno-Como, il Generale austriaco era ancora con tutte le sue forze a Varese, da cui non partì col grosso che la sera del giorno 2 giugno.
Il LECOMTE (_Relation hist. et crit. de la Campagne d’Italie en 1859_, tomo I, pag. 108, 104,105) immagina la scaramuccia sotto Como il 28, 29 e 30 maggio. Vede Garibaldi entrare in Varese il 3 giugno nel momento in cui gli Austriaci ne sortivano, attaccarli subitamente _à quelque distance de la ville_, e accelerare così la loro ritirata _tout en leur faisant quelques prisonniers_, etc. — Non confutiamo.
[203] Oltre il corpo dell’Urban, bisogna calcolare il presidio di Milano. Dire quindicimila uomini è dir poco.
[204]
Varese. ---------------- | | | | Lago | | Como. Maggiore. | | | | ---------------- Milano.
[205] Erano il povero Francesco Nullo e Piero Bergamaschi, entrambi guide di Garibaldi.
[206] CARRANO, op. cit., pag. 393.
[207] La più forte ragione data delle lentezze degli alleati fu il disegno attribuito al Giulay di dare una nuova battaglia sul Chiese e dell’anticipato concentramento che vi andava facendo.
È però evidente, che, se l’esercito austriaco avesse dovuto fare una ritirata precipitosa dall’Adda in poi, o non avrebbe avuto più tempo di apparecchiarsi alla supposta battaglia, o l’esercito alleato l’avrebbe colto in flagranti di concentramento, quindi con molta probabilità di sconfiggerlo.
E mi sembra del pari evidente, che, se i Franco-Sardi arrivavano sul Chiese soltanto due giorni prima di noi, fra il 16 e il 17 giugno (e lo potevano), avrebbero potuto riprendere il movimento in avanti fra il 19 e il 20, invece del 23, ed occupare così Solferino senza combattere e prima che l’Austria avesse avuto tempo di riprendere la progettata offensiva.
[208] Fece 140 chilometri in quattordici giorni.
[209] Come al Quartier generale principale si chiamassero Divisione tre mezzi Reggimenti di mille uomini ciascuno, non sappiamo comprendere.
[210] Così lo chiamò in un suo Ordine del giorno Garibaldi: due volte ferito sul Roccolo di Castenedolo, continuò a combattere; colpito da una terza palla al petto, fu trasportato a Brescia e vi morì.
[211] Lettera del Cavour al principe Napoleone Girolamo Bonaparte, 23 giugno 1860, citata da NICOMEDE BIANCHI, _Storia documentata della Diplomazia europea in Italia (1859-1861)_, vol. VIII, pag. 168.
[212] In Toscana, G. B. Giorgini, Ubaldino Peruzzi, Marco Tabarrini, Cosimo Ridolfi, Vincenzo Malenchini, Ermolao Rubieri e Giuseppe Dolfi. — Nelle Romagne, Marco Minghetti, Gioachino Pepoli, Pietro Montanari, Carlo Pasolini, i fratelli Rasponi. — A Modena, Giuseppe Malmusi, Camillo Fontanelli, Luigi Zini. — A Parma, Antonio Cantelli, Jacopo Sanvitale, Giuseppe Piroli, e molti altri che la brevità mi forza a tralasciare.
[213] Non furono quelli i soli ufficiali dei Cacciatori delle Alpi passati nell’Italia centrale; ma Cosenz, Sacchi, Chiassi, Lombardi, Grioli, Pellegrino entravano nelle Divisioni romagnola e parmense; Migliavacca, Paggi, Leardi, Bonnet, Bruzzesi, Guerzoni nella Toscana.
[214] Lo confermano queste parole del colonnello Carlo Corsi, del generale Garibaldi non certo entusiasta;
«Credevasi da molti che Garibaldi, non assuefatto alla regolare milizia ed avvezzo invece a maneggiare genti raccogliticcie e fare e disfare a piacere suo, non si sarebbe adattato a quelle pastoie di regola e disciplina che vincolano le soldatesche stabili, e le avrebbe rotte per sostituirvi modo di vivere più largo e più democratico, e che non avrebbe saputo sopportare a lungo quel giogo di soggezione al Governo di Firenze, cui da principio s’era lasciato indurre a piegar volonteroso il collo. Egli è fatto per comandare, dicevano, e non per obbedire. Maneggevole forse finchè le cose procedano secondo i suoi desiderii, resisterà e drizzerà quella sua testa leonina sul capo di tutti quando vogliasi trattenerlo o sviarlo. Lo giudicavano quindi un amico _molto pericoloso_. I fatti che poi seguirono mostrano come quel giudizio non fosse fallace in quanto concerneva la docilità del Generale. Ma nel governo della milizia egli amò e coltivò la regolarità e la stretta disciplina. La sua esperienza medesima lo aveva persuaso dei pregi delle milizie stabili come istrumenti da guerra. Era quindi manifesta la contentezza sua dell’avere in sua balía mezzi tanto più perfetti e poderosi di quelli che sino allora avea avuto. E non solamente non s’arrischiò a farvi mutazioni di qualche rilievo per timore di guastarli, ma volle che fossero conservati tali quali li vogliono le regole della milizia stabile. Insomma, contro la comune aspettazione, egli apparve in ciò _conservatore_, come il suo predecessore era apparso _rivoluzionario_. Fu supposto allora che egli avesse dovuto prendere qualche impegno intorno a ciò o col barone Ricasoli, o col Ministro della guerra toscano, generale De Cavero, appartenente all’esercito sardo; tanto più che si seppe non essergli stato concesso di portar secolui al servizio toscano se non che pochi dei suoi principali compagni d’arme dei Cacciatori delle Alpi, mentre egli ne aveva presentato una lunga lista. Ciò spiegasi da questo che egli aveva avuto informazioni assai cattive circa gli ufficiali toscani, le quali furono smentite prima dai governanti, e poi più ancora dalla conoscenza ch’egli acquistò degli stessi ufficiali. Egli ebbe a dire che li trovava diversi assai e migliori molto di quello ch’egli avesse potuto figurarsi da quanto gliene era stato detto. E presto vi fu sincero ricambio di stima e rispetto, e miglioramento nelle condizioni disciplinari di tutta la Divisione.» — Vedi _Venticinque anni in Italia_, per CARLO CORSI, vol. I, pag. 366.
E poco dopo:
«Errano coloro che credono che Garibaldi faccia guerra alla sventata, come i condottieri del Medio Evo, o per semplici strattagemmi, da momento a momento, come i guerrigliatori. Egli sa benissimo quanti e quali aiuti le carte e i libri offrano ai capi degli eserciti odierni, ne apprezza molto il valore, e ne fa suo pro, al pari di qualunque buon capitano. Ogni sua impresa ha per base qualche buon concetto strategico. Soltanto la sua tattica è piuttosto da guerrigliero che da generale. Nè potrebbe essere altrimenti, considerato il suo carattere e la via ch’egli ha seguito per giungere ai sommi gradi della milizia. Se qualcosa gli manca, non è per fermo la naturale disposizione al comando o lo studio, ma la pratica del maneggio delle grandi masse regolari, invece della quale ha l’abitudine della piccola guerra delle milizie ragunaticce.» — Vedi _Venticinque anni_, ec., pag. 372. — _Su quest’ultimo giudizio però avremmo qualche cosa a ridire, ma di ciò più tardi_.
[215] Doveva essere fra il 4 ed il 5 novembre 1859. Erano presenti Clemente Corte, il Malenchini, il Montanari, il Cairoli, il Basso, il Paggi ed altri che non ricordo. Le parole in corsivo sono testuali, delle altre sto mallevadore del senso.
[216] Quella avanguardia era composta del battaglione, nel quale lo scrittore di queste pagine era luogotenente. Se il contr’ordine del Fanti tardava mezz’ora, noi eravamo già di là dal confine.
[217] _Storia d’Italia dal 1850 al 1866_, per LUIGI ZINI, vol. I, parte II, pag. 474.
[218] Vedi NICOMEDE BIANCHI, _Storia documentata della Diplomazia europea in Italia (1859-1861)_, vol. VIII, pag. 179. Egli cita una lettera di Marco Minghetti a Urbano Rattazzi, del 7 novembre 1859.
[219] Lo Zini, il Bianchi e parecchi altri parlano qui di Mazziniani; ma il vocabolo ci sembra improprio. Intorno a Garibaldi di Mazziniani puri, e intendiamo anche autorevoli, non ce n’era uno solo; e ci fossero stati, non erano quelli certamente che egli avrebbe preferiti ed ascoltati.
[220]
«23 novembre 1859.
»Secondo il desiderio della V. M. io partirò il 23 da Genova per Caprera, e sarò fortunato quando voglia valersi del mio debole servizio.
»La dimissione mia, chiesta al Governo della Toscana ed al generale Fanti, non è ottenuta ancora. Prego V. M. si degni ordinare mi venga concessa.
»Con affettuoso rispetto di V. M.
»Devotissimo »Garibaldi.»
[221] Vedi il Manifesto nel _Movimento_ del 23 novembre 1859.
[222] Vedi la lettera 14 dicembre, da Fino, scritta in francese al giornale _L’Esperance_, nella quale smentisce e la visita all’Imperatrice, e, cosa superflua, i pretesi accordi con lei per la candidatura russa.
[223] È un violento e quasi selvaggio bando di guerra contro i preti, non dissimile da quelli che uscivano tante volte sotto la concitazione dell’ira dalla sua penna. Esso diede luogo a non poche proteste di sacerdoti onesti e amanti della patria, contro i quali certamente il Manifesto non era rivolto. Quanto agli altri avevan ragione di risentirsi della forma; ma non so con quali argomenti avrebbero potuto confutarne il pensiero. Noi ne riproduciamo, anche per brevità, le ultime parti:
«..... Eppure quella razza reproba siederà domani, e protetta, accanto ai rappresentanti delle nazioni più cospicue, e chiederà con insistenza la continuazione, la conferma del suo _potere temporale_, che vuol dire, in lingua umana, la continuazione, la conferma di poter pesare sopra alcuni milioni di sventurati Italiani!... come una sciagura, una maledizione!... la continuazione di un potere che non si adopera ad altro che a rubare ai poveri nostri fratelli il loro oro per gozzovigliare schifosamente, a comprare mercenari stranieri per combattere Italiani!... la continuazione di un potere che non conta amici, se non che tra i nemici d’Italia.... e tra quelli che vogliono dividerla e manometterla e soggiogarla!... un potere che ha scagliato l’anatema sul popolo e sull’esercito rigeneratore.... sul Re prode e generoso che Dio ha dato agl’Italiani!...
. . . . . . .
»Nell’ora della pugna io sarò con voi.... giovani.... e siate certi.... questa sarà una grand’epoca per l’Italia. Voi appartenete alla generazione di liberi.... e liberatori del vostro paese!... Dio non ha combinato invano tanta virtù in un Monarca!... tanto valore in un esercito!... tanto fervore in un popolo!... ch’io ho già veduto combattere degnamente accanto ai primi popoli della terra.... per abbandonarci all’ignominia del servaggio!... per non redimerci a quella vita nazionale, ridestata in noi con tanta potenza!
»Il vostro obolo deposto alla sottoscrizione nazionale è un augurio felice per l’avvenire dell’Italia; ed essa conta — superba! — che non fallirà il vostro braccio.... ove si debba tornare sui campi di battaglia!
»Fino, 24 dicembre 1859.
»G. GARIBALDI.»
(_Pungolo_ di Milano, 3 gennaio 1860.)
[224] Vedi _Pungolo_ di Milano del 26 dicembre 1859.
[225] Del colloquio col Re parlarono tutti i giornali di Torino. De’ suoi concetti circa alla Guardia mobile, all’opposizione incontrata, ec., attesta questa lettera inedita al generale Medici:
«Torino, 5 gennaio 1860.
»Mio caro Medici,
»Anche questa volta ho predicato al deserto. Io credevo di aver ottenuto di poter organizzare le Guardie mobili in Lombardia. — Ebbene! Aspettavo oggi nomine, istruzioni, ec.; invece la Diplomazia straniera, suscitata da Cavour, Dabormida, La Marmora (che chiesero in massa la loro dimissione per lo stesso motivo), hanno significato al Re «che non intendevano che vi fosse nello Stato: _Autre force, ou pouvoir, ou personnes armées, que l’armée du Roi_.» Stupirai di più, quando saprai che Hudson, ambasciatore d’Inghilterra, da me interpellato, m’ha dato la suddetta risposta. — Ciò che prova che lui, come tutto il resto della famiglia diplomatica in corpo, hanno imposto la suddetta condizione a Vittorio Emanuele.
»Saprai di più che fui richiesto dai liberali di Torino di frappormi conciliatore tra i loro dissidii; lo accettai con alcune difficoltà — ed organizzarono la società _Nazione armata_, di cui mi nominarono presidente.
»Il partito Cavouriano ha fatto il diavolo, perchè nulla di ciò si effettuasse, ed ho avuto i risultati suddetti per ogni cosa.
»Partecipa questa poco buona nuova agli amici, e credimi sempre
»tuo »G. GARIBALDI.»
[226] Leggasi questo Manifesto agl’Italiani (_Pungolo_, 5 gennaio 1850):
«AGLI ITALIANI.
»Chiamato da alcuni miei amici ad assumere la parte di conciliatore fra tutte le frazioni del partito liberale italiano, fui invitato ad accettare la presidenza di una società che si chiamerebbe _Nazione armata_. Credetti poter essere utile; mi piacque la grandezza del concetto, ed accettai.
»Ma siccome la nazione italiana armata è tal fatto che spaventa quanto c’è di sleale, corruttore e prepotente, tanto dentro che fuori d’Italia, la folla dei moderni gesuiti si è spaventata ed ha gridato: Anatema!
»Il Governo del Re galantuomo fu importunato dagli allarmisti e, per non comprometterlo, mi sono deciso di desistere dall’onorato proposito.
»Di unanime accordo di tutti i soci, dichiaro dunque sciolta la società della _Nazione armata_, ed invito ogni Italiano che ami la patria a concorrere colle sottoscrizioni all’acquisto di _un milione di fucili_. Se con un milione di fucili l’Italia, in cospetto dello straniero, non fosse capace di armare un milione di soldati, bisognerebbe disperare dell’umanità. L’Italia si armi e sarà libera.
»Torino, 4 gennaio 1860.
»G. GARIBALDI.»
[227] Il matrimonio fu poi annullato dal Tribunale d’appello di Roma con sentenza del 14 gennaio 1880.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a fine libro (Errata Corrige) sono state riportate nel testo.