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CAPITOLO SECONDO.

DA RIO GRANDE DEL SUD A MONTEVIDEO. [1837-1841.]

I.

Sbarcato a Rio Janeiro, trovò subito una grande fortuna; rara certamente per ogni uomo, inestimabile per un esule: un amico. E quel che è più un amico compatriota, parlante la medesima lingua, partecipe ai medesimi sentimenti, innamorato del medesimo amore per la patria lontana; della patria stessa ricordo vivente.

Nella piccola colonia d’Italiani che aveva scelto per asilo il Brasile, contava in quell’anno 1836 fra i più stimati ed importanti Luigi Rossetti di Genova, marino esso pure di professione, fuoruscito dalla patria pei rovesci del 1831, uomo d’alti sensi, di non comune intelletto e di fortissimo cuore.

«Io non l’avevo mai veduto (dice Garibaldi), ma l’avrei distinto nella moltitudine. Incontratolo al Largo do Passo, gli occhi nostri si trovarono e non sembrò per la prima volta; ci sorridemmo scambievolmente, e fummo fratelli per la vita, per la vita inseparabili. Io ho descritto altrove tutto il valore di quella bell’anima. Io morrò forse senza il contento di piantare una croce sulla terra americana, ove riposano le ossa di quel generoso.[31]»

In attesa pertanto di suggellare con prove maggiori il patto della loro amicizia, s’accordarono di mettere in comune le loro braccia e di lavorare insieme.

Rossetti riuscì a combinare una piccola società di navigazione che doveva fare periodicamente un traffico di cabotaggio da Rio Janeiro a Cabo Frio, e Garibaldi vi ebbe naturalmente la parte principale, prendendo il comando di uno di quei bastimenti; e così senza privazioni, ma anche senza fortune, campò tutto quell’anno.

Peraltro quella vita non era più fatta per lui; quel va e vieni monotono per le medesime acque, quella navigazione obbligatoria e mestierante, priva di varietà e d’emozioni, non si confaceva più alle aspirazioni eroiche, allo spirito avventuriero, all’irrequietezza procellosa d’un uomo che veniva a chiedere alla terra d’esiglio meglio che un rifugio, una libera arena, in cui cimentare le sue forze ed agguerrirle per le remote, ma certe battaglie, a cui si sentiva chiamato; onde pochi mesi eran corsi che già meditava di lasciarla.

«Di me ti dirò soltanto (scriveva il 27 dicembre di quell’anno all’altro suo amico G. B. Cuneo, che l’aveva preceduto a Buenos-Ayres) che la fortuna non mi favorisce, e ciò che mi affligge si è l’idea di non potere avanzare nulla per le cose nostre: sono stanco, per Dio, di trascinare un’esistenza tanto inutile per la nostra terra; di dover fare questo mestiere; sta’ certo: _noi siamo destinati a cose maggiori_; siamo fuori del nostro elemento.[32]»

E il suo elemento lo trovò ben presto.

II.

Il Brasile comincia da qualche anno ad essere fra di noi meglio conosciuto ed estimato: l’uso intelligente e moderato ch’egli fa da quasi mezzo secolo di una delle più liberali costituzioni del secolo; le riforme introdotte dal suo dotto e benefico Imperatore in ogni ramo della pubblica legislazione ed economia; la emancipazione dei negri compíta senza i conflitti sanguinosi che misero in forse la vita degli Stati Uniti del Nord; le maggiori scoperte della civiltà applicate con celerità, che misurata alla stregua degli ostacoli opposti dalla vastità del suolo e dalla tenacia delle tradizioni direste meravigliosa; la parte sempre più operosa che esso prende al lavoro scientifico ed economico dei due mondi; l’asilo infine più sicuro forse e più produttivo d’ogni altra parte d’America che vi trovano gli emigranti del vecchio continente, tutto ciò costringe da qualche tempo l’Europa a volgere uno sguardo più attento e più simpatico alla storia d’un paese, che paga un sì largo tributo alla civiltà presente e ne promette uno maggiore alla avvenire.

E quella storia, se i limiti di questo studio lo consentissero, noi la narreremmo volontieri; non potendolo, ne toccheremo di volo le somme vicende.

Nei primi mesi del 1500, il portoghese Pietro Alvarès Cabral, mandato dal re Emanuele il Fortunato a rifare sulle orme di Vasco di Gama la strada delle Grandi Indie, sviato dalle correnti, sbattuto dalla tempesta contro un capo di quel nuovo continente che ancora si chiamava delle Indie occidentali, vi pianta colla bandiera del suo Re una croce, e battezza la terra incognita, per caso scoperta, col nome di Vera Cruz.

Fu questo il primo punto occupato stabilmente da Europei in quella immensa regione, che più tardi dal rosso ardente d’una sua pianta prenderà il nome di Brasile. È ben vero che pochi mesi prima anche lo spagnuolo Pinzon n’aveva intraveduta più a settentrione un’altra punta, onde il litigio insorto tra Spagna e Portogallo per la primazia della scoperta e della conquista; ma re Emanuele tagliò corto, inviando una spedizione armata, di cui era parte il nostro Amerigo, la quale, corsa ed occupata tutta quella parte di costa che va da Pernambuco a Porto Allegre, l’assicurò definitivamente al dominio portoghese.

Del felice possesso però il Portogallo non sentì in prima tutto il valore; si accampò sulle marine, abbandonò l’interno delle terre alle cento tribù indiane che da secoli l’abitavano, e s’accontentò di farne uno scarico de’ suoi galeotti e un asilo aperto ai corsari ed ai contrabbandieri che fossero tentati di convenirvi. Solo più tardi, seguendo l’esempio del leggendario Caramuro, il primo a dedurre nella baia di Todos los Santos una vera colonia, colonizza le terre, dividendole in tante capitanerie ereditarie; assoggetta, più ancora coll’opera della Compagnia di Gesù che mediante le armi, le orde indigene e le risospinge sempre più verso l’interno; concentra nelle mani di Tomaso da Susa il governo generale di tutta la contrada, e ne fonda a San Salvador la prima capitale, intanto che una colonia d’Ugonotti francesi poneva la prima pietra di quella che diverrà la sua capitale moderna, Rio Janeiro.

Ma quando nel 1580 per la tragica scomparsa di re Sebastiano e l’estinzione della sua casa, il Portogallo andò inghiottito nella mondiale monarchia di Filippo II, anche il Brasile seguì per sessant’anni la medesima sorte. Era però ben naturale che anche la grande colonia sperimentasse le conseguenze degli odii e delle rappresaglie che la demente politica di Filippo II suscitava per tutto il mondo; non scoppiava una guerra in Europa che il Brasile non ne sentisse il contraccolpo. Il conflitto coll’Inghilterra gli rovescia contro un nugolo di arditi corsari inglesi che ne devastano le coste, mentre gli Olandesi, già potenti in terra ed in mare, dopo aver spogliato Filippo III delle più ricche gemme dell’Indie orientali, vanno ad assalire Filippo IV ne’ suoi possedimenti brasiliani; e in una guerra di dodici anni (1624-1636), malgrado la eroica resistenza dei Portoghesi, gli strappano a palmo a palmo tutta la costiera che va dalle rive del San Francisco fino al Rio Grande del Nord. Così sulla terra del Brasile si assidono due diverse signorie, che si toccano e si urtano ad ogni passo, ed espongono quel paese a nuovi e non lontani conflitti.

III.

La conquista olandese però non fu nociva al Brasile.

Mentre la Spagna, smarrita dietro la chimera del favoloso Eldorado, trascurava il massimo interesse della fertilizzazione del suolo, e non scuopriva nuove regioni che per depauperarle a beneficio de’ suoi avidi governatori, e abbandonarne le tribù indigene alla caccia selvaggia di quei feroci coloni di San Paolo, che furono detti i _Mamelucchi d’Occidente_, il Governo olandese, nella mano prudente e liberale di Maurizio di Nassau, tentava cattivarsi l’amore e l’obbedienza dei nativi coi beneficii d’un regime più umano e civile. Invano! Tra il Brasile portoghese e la signoria olandese si frapponeva una barriera insormontabile: la questione religiosa.

Infatti non appena il Portogallo, colla congiura che portò sul trono la casa di Braganza, si sottrae alla dominazione spagnuola e ricupera con ciò le sue antiche colonie d’America, il conflitto tra le due razze e le due religioni, che si contendevano il possesso del Brasile, si riaccende più vivo che mai; ne dà il segnale colla rivolta degli _Independents_ la provincia di Pernambuco (1645), e dopo una guerra ostinata di nove anni gli Olandesi, battuti in terra ed in mare, sono costretti a lasciare le coste americane (1654), e il Brasile ritorna tutto quanto nel dominio de’ suoi primi colonizzatori.

Per tutto quel secolo XVII le colonie brasiliane continuano a popolarsi, ad espandersi, a prosperare; ma fiere discordie, frutto naturale dell’antagonismo tra i nuovi coloni e gli antichi, tra Portoghesi nativi e i nuovi immigrati (_Paulistas e Forestieros_), tra i Gesuiti aspiranti al governo temporale dello Stato, come già tenevano quello spirituale delle coscienze, e il popolo allarmato della loro invadente preponderanza, ne indugiano e ne turbano la nascente floridezza.

Nel secolo veniente, al contrario, rinascono le guerre straniere.

Luigi XIV, per vendicarsi del Portogallo che s’era lasciato trascinare contro di lui nella guerra della successione di Spagna, manda due flotte ad assalire il Brasile, ed una di esse s’impadronisce di Rio Janeiro, che soltanto a prezzo d’oro riscatta la libertà.

Pacificato colla Francia, ecco però la quistione degli sbocchi della Plata, sulla sinistra della quale il Portogallo aveva eretta per antemurale la colonia del Sacramento, intricarlo in una vicenda di conflitti dannosi e di accordi poco utili colla Spagna e colle di lei colonie finitime di Buenos-Ayres e della Banda Orientale, seme di guerre future.

Ciò nonostante i progressi del Brasile non rallentarono.

La capitale, per consiglio del conte di Pombal, grande ministro di piccolo re, è trasportata da San Salvadore a Rio Janeiro (1759). Nuove capitanerie sono istituite, tra cui quella di Rio Grande del Sud e di Santa Caterina, che avremo a rivedere tra poco; l’ultima delle tribù indiane che ancora resisteva all’Europeo è domata; i maritaggi tra indigeni e Portoghesi sono favoriti; i Gesuiti, principali istigatori delle discordie tra la Spagna e il Portogallo, vengono finalmente espulsi; il paese si va coprendo di scuole, di strade, d’istituti di beneficenza e di educazione; l’introduzione dell’indigo, della canape, del caffè, prepara all’agricoltura la dovizia di nuovi prodotti; i commerci, le industrie, la navigazione, prendono per tante cagioni nuovo elaterio; ma disgraziatamente nel 1777 il re Don Giuseppe muore, il suo favorito ministro cade, e la Spagna ne approfitta per imporre al regno rivale il disastroso trattato di Sant’Idelfonso, che spoglia il Brasile del suo unico porto sulla Plata, e d’una parte del territorio dell’Uruguay e del Rio Grande del Sud.

IV.

Frattanto erano maturati i due più grandi avvenimenti del secolo XVIII: la guerra d’indipendenza degli Stati Uniti dell’America del Nord e la rivoluzione francese. Quella accendendo il desiderio e dimostrando la probabilità dell’indipendenza, e questa sollevando i popoli alla speranza della libertà, mettevano in fermento anche le colonie dell’America del Sud, e ne preparavano la non lontana emancipazione.

Quanto al Brasile, lo spirito d’indipendenza vi si era manifestato fino dal 1789 con sommosse e congiure presto soffocate nel sangue; allorchè Napoleone invadendo la penisola iberica precipitò la crisi. Nel 1808 il principe reggente di Portogallo, Don Giovanni, fuggendo innanzi al Cesare francese, ripara nelle sue antiche colonie; pianta la sede della monarchia a Rio Janeiro; favorisce la nuova capitale di privilegi; apre tutti i porti brasiliani alla navigazione, e finalmente nel 1815 eleva il Brasile alla dignità di regno. Questo fatto fu decisivo.

I Brasiliani non avevano ancora l’indipendenza, ma ne possedevano il pegno più valido e il titolo più legittimo, e nessuno avrebbe potuto ritoglier loro un dono, che era un riconoscimento indiretto della loro autonomia nazionale.

Il reggente, divenuto re Giovanni VI, tutto assorto nel conquisto della Banda Orientale (1815-1819), non lo comprese subito; ma quando nel 1821 egli fu richiamato in patria da quella rivoluzione che aveva tratto la sua principale ragione dai privilegi accordati al Brasile, il dilemma gli si parò dinanzi inevitabile: o abbandonare il Portogallo per conservare il Brasile, o perdere questo per salvar quello. Il Re si decise saggiamente pel vecchio regno; ma si vuole che, nel partire, al figlio Don Pedro, rimasto reggente del nuovo, pronosticasse la rivoluzione imminente delle provincie brasiliane, e lo consigliasse a farsene capo, ed a guidarla egli stesso per trarne profitto.

Provocato dalle esorbitanze della madre patria, in sul principio del 1822 il movimento brasiliano scoppiò; allora Don Pedro prima tentò combatterlo, poi lo subì, prendendo il titolo di _Difensore perpetuo del Brasile_; indi convocò in assemblea costituente i notabili del paese; finalmente, rompendo gli ultimi legami col governo di suo padre, ripetuto sulle rive dell’Ispirangua il grido nazionale di _Indipendencia o morte!_, il 12 ottobre dell’anno stesso fu proclamato Imperatore costituzionale del Brasile. Ebbe però quasi tosto paura dell’opera sua; e disciolta la Costituente pensò gettare in offa al malcontento pubblico una Costituzione di sua fattura, liberale, a vero dire, ma che essendo stata preceduta da un atto di violenza e sottratta alla discussione dei rappresentanti della nazione, anzichè assicurare pace e stabilità al nuovo governo, lasciò un lievito di rancori ed uno strascico di sommosse che fu mestieri soffocare nel sangue o antivenire col terrore.

Che se a tutte queste cagioni di scontento s’aggiungano il disegno più volte manifestato dall’Imperatore di togliere la Costituzione; il conflitto rinascente tra i nuovi Portoghesi costituenti il partito della Corte, e i vecchi Brasiliani onde componevasi in gran parte il partito liberale; l’indebolita influenza dell’Imperatore per l’assunzione del suo nemico Don Miguel alla corona di Portogallo; infine la guerra disastrosa vanamente combattuta per la conservazione della Banda Orientale e finita nel 1828 coll’indipendenza di quella provincia, s’intenderà che il trono di Don Pedro dovesse essere profondamente scrollato.

E invero, avendo il partito liberale reclamato il cambiamento di Ministero, l’Imperatore sulle prime lo concede; poi,

Pentito sempre e non cangiato mai,

si libera dei nuovi ministri per sciogliere l’assemblea. Allora il popolo in armi si raduna il 7 aprile 1831 nel campo di Sant’Anna, e, spalleggiato dallo stesso esercito, costringe l’Imperatore ad abdicare a favore di suo figlio minorenne, Don Pedro II, ed a partire per l’Europa. La minorità del novello Imperatore richiese una nuova Reggenza, e primo decreto di questa fu l’aggiunta alla Costituzione di un _Atto addizionale_, che garantiva al popolo le più ampie libertà; pure nemmeno questo bastò a placare le provincie ed a soddisfare i partiti. I quali d’ora innanzi da due che erano divengono tre: il conservatore o reazionario, dal nome del celebre colonizzatore, detto _Caramuro_, che aspirava di tornare alla Costituzione di Don Pedro I e a rafforzare il potere centrale dello Stato; il _moderato liberale_, che voleva lo sviluppo progressivo della Costituzione novella; il _repubblicano_, che sognava una federazione sul modello degli Stati Uniti del Nord, e più veramente combatteva per una risurrezione delle autonomie locali. Ma tutto ciò complicato da quell’intreccio di passioni e di cupidigie personali, di gelosie di razze e di provincie, di utopie moderne e di superstizioni antiche, che sono il naturale portato d’ogni popolo nuovo od immaturo alla libertà, che lo erano tanto più di quello che, non ancora intieramente redento dalla prisca barbarie, si trovava quasi all’improvviso sbalzato ai primi onori della civiltà.

V.

Ora tra le provincie che non furono paghe nemmeno dell’_Atto addizionale_ di Don Pedro II, e levarono prime il vessillo della rivolta, fu quella di Rio Grande del Sud. E non senza qualche ragione. Tra le ultime ad entrare nella famiglia delle colonie brasiliane, ultima perciò a spogliarsi delle sue tradizioni di selvatichezza e d’indipendenza, perduta quasi nell’estremità meridionale dell’impero, quindi meno prossima all’influenza della capitale ed alla vigilanza del governo; confinante con quella capitaneria di San Paolo che dava al Brasile i suoi più intraprendenti _Mamelucchi_; ricca di pascoli e di mandrie; abitata da un popolo educato dall’infanzia a correre sulla groppa dei nativi cavalli le vaste pianure, e superbo di fornire agli eserciti brasiliani una delle cavallerie più famose del Nuovo Mondo; gittata come una marea contro le invasioni spagnuole da un lato e le incursioni gesuitiche dall’altro, quindi obbligata all’esercizio d’una guerra perpetua, si comprende di leggeri come la provincia di Rio Grande potesse apprestare un terreno più d’ogni altro propizio ad un partito autonomo e repubblicano, ed essere atta a difenderne le ragioni coll’armi in pugno.

A dare poi il tracollo alla bilancia toccò ai Riograndesi la pessima amministrazione del presidente imperiale Giuseppe Aranjo Ribeira, sicchè il 20 settembre 1836 il popolo di Porto Allegre, capitale della provincia, si getta in armi contro il governatore che si salva a stento colla fuga, e ben presto secondato dalle altre comarche (_Comarcas_) di Rio Grande grida la Repubblica, e ne proclama presidente Bento Gonçales de Silva.

VI.

Ora segretario di questo era quel Livio Zambeccari di Bologna, figlio dell’infelice areonauta, patriotta ardentissimo, il quale fuoruscito d’Italia nel 1823, riparato prima in Ispagna, poi di là nel 1825 emigrato alla Plata, prese le armi per l’indipendenza di Montevideo contro il Brasile, combattè più tardi colle bande del Lavalle la tirannia di Rosas e passò finalmente nel 1831 a Rio Grande, dove era divenuto uno dei più caldi banditori delle idee repubblicane e dei più energici attori della rivoluzione del 1836. La vittoria degl’insorti però fu breve; non andò guari infatti che il Governo imperiale di Rio Janeiro, rotto nei campi di Fanfa il piccolo esercito riograndese, potè mettere le mani sul presidente della neonata repubblichetta e sul suo segretario, e tradurli prigionieri nel forte di Santa Cruz presso Rio Janeiro.

Gli è allora che il patriotta bolognese e l’esule nizzardo s’incontrano per la prima volta, e che il primo serve di mediatore, forse inconsapevole, alla fortuna del secondo.

Come avvenisse, se pensatamente o per caso, se pubblicamente o di nascosto, il fatto è che Garibaldi e Rossetti visitano nel suo forte il Zambeccari, e questi propone loro di fare la guerra di corsa contro il Brasile. La proposta del segretario della Repubblica dava troppo nel genio ai due amici, perchè pensassero a rifiutarla. Tutt’altri avrebbe potuto restare indifferente a quella rivolta d’una piccola provincia contro un colossale impero, mossa da interessi ignoti e da ragioni ambigue, ribelle in nome d’una fantastica repubblica ad un governo benemerito dell’indipendenza e della libertà del suo paese; tutt’altri, fuorchè Garibaldi e Rossetti.

Alle loro menti affratellate dal medesimo nobile ardore, l’insurrezione riograndese rappresentava la riscossa del debole contro il forte, dell’oppresso contro l’oppressore, della libertà contro il dispotismo; adombrava quasi in simbolo la lotta che l’Italia doveva combattere un giorno per la medesima causa. Oltredichè, quante attrattive in quella insurrezione! Essa schiudeva un campo più adatto e più gradito alla loro operosità, rispondeva alle loro più segrete vocazioni di soldati e di marinai, occupava il loro braccio e soddisfaceva al tempo stesso il loro cuore.

Accettarono quindi; e presentati dallo Zambeccari al presidente Gonçales, e ottenuto da lui le _lettere di corsa_ e aiuti di armi e di denari per eseguirla, armano in guerra il _Mazzini_, una delle barche colle quali facevano il cabotaggio e prendono il mare.

VII.

Ed ecco Garibaldi corsaro!

«Con sedici uomini (egli esclama[33]) ed una fragile _garapera_[34] io portavo la guerra ad un impero, e piantava al mio albero di maestra la bandiera di una libera repubblica.»

Uscito dal porto, governa verso mezzogiorno; filati pochi nodi, avvista all’altezza dell’Isola Grande una goletta brasiliana che se ne viene inconscia e tranquilla verso di lui: l’abborda, le intima la resa e senza battaglia nè sforzo veruno se ne impadronisce; e visto che la nave predata si prestava alla corsa assai meglio della sua sconquassata _garapera_, cola a fondo questa e trasborda con tutto il suo equipaggio su quella.

Ma dice Garibaldi: «I miei compagni non erano tutti Rossetti;» val quanto dire tutti fiori di gentilezza e d’onestà, sicchè quando la banda pose il piede . sulla _Luisa_, tale era il nome della goletta, e gli assaliti videro da vicino i ceffi sinistri degli assalitori, da non so quali teatrali abbigliamenti resi ancora più spaventevoli, furono così certi d’essere caduti nelle mani di veri ladroni, che un di loro, un Brasiliano mercante di gioie, credendo ormai venuta la sua ultima ora, trasse da una sua cassetta tre diamanti, e li offerse, tremante, al feroce capo della masnada in riscatto della sua vita. Ma quale sorpresa! Il «feroce capo» non solo rifiuta il dono del gioielliere assicurandolo che la sua vita non corre alcun pericolo; non solo intima ai suoi compagni di rispettare la vita e la roba delle persone, ritenendo il solo carico di caffè, stimato, secondo tutte le norme della guerra marittima, di buona presa; ma corse altre poche miglia, giunto presso l’isola Santa Caterina dà la libertà ai negri componenti la ciurma della goletta, che consentono poi a seguirlo come marinai; piglia tutti gli altri passeggieri e le cose loro; li fornisce di viveri; li cala nella lancia della _Luisa_ e li manda liberi a terra regalandoli della lancia per giunta.

Garibaldi rammenta con altiera compiacenza le particolarità di quella sua prima impresa, e n’ha ben d’onde. Egli vuole far ben capire ai lettori della sua vita che era un corsaro, non un pirata; che la sua era una guerra, non un brigantaggio: guerra rivoluzionaria finchè si voglia, ma autenticata dalle patenti di un governo creduto legittimo; intrapresa per una causa stimata buona: combattuta con tutte le armi lecite dell’umanità e della cavalleria. Ed ha ragione; e chi non vedesse nel corsaro del Rio Grande che un capobanda di Barbareschi o d’Uscocchi, o per benigna concessione, uno di quegli avventurieri del mare mezzo cavalieri erranti e mezzo masnadieri, di cui rimasero fantastici tipi i _Pirati_ di Walter Scott e i _Corsari_ di Byron, commetterebbe ingiustizia verso lui e verso la storia. Il paladino eroico e disinteressato della libertà dei popoli non si smentirà nè sulla terra nè sui mari.

Egli apparteneva alla grande famiglia dei Pizzarro, dei Guglielmi Lamarck, dei Jean Barth, dei Duguay Trouin, dei Dundas, e se una differenza esiste tra i più famosi corsari della storia e lui, è tutta a vantaggio suo. Molti in eroismo lo uguagliarono; taluno per grandiosità di fortune e vastità di conquiste lo superò; ma per temperanza nelle pugne, per umanità nella vittoria, per altiero disprezzo de’ lucri e degli onori, per virtù infine di disinteresse e di sacrificio egli vinse tutti e non somiglia che a sè solo.

Continuato pertanto il suo viaggio verso il sud, tocca felicemente le coste dell’Uruguay; getta l’áncora nel porto di Maldonado a poche miglia da Montevideo, e accoltovi amichevolmente dalle popolazioni, per la memoria della recente guerra d’indipendenza avverse al nuovo Impero brasiliano, manda innanzi il Rossetti a Montevideo per convertirvi in denaro il predato caffè e lo raggiunge di lì a poco egli stesso.

Se non che il generale Oribe, presidente a quei giorni della Repubblica orientale, premuroso di non disgustare il potente Stato vicino, spicca l’ordine d’arrestare l’incomodo corsaro e il suo legno; sicchè a Garibaldi non resta che salpare in tutta fretta e prendere il largo.

VIII.

Non vuol però lasciare le coste dell’Uruguay, e la notte stessa, messa la prua sul Rio della Plata, lo risale dirigendosi alla Punta di Gesù, poche miglia al di sopra di Montevideo. Ma quale non fu la sua sorpresa nel trovarsi di lì a poche ore in mezzo ai frangenti del Las Pedras, attorniato da scogli che gli precludono da ogni parte il cammino e minacciano ad ogni moto della nave di sfracellarla e sommergerla.

Che cosa era accaduto? La più naturale cosa del mondo, non infrequente ai navigatori. Garibaldi, nel sospetto di dover presto combattere, aveva fatto portar sopra coperta le armi; i marinai, a sua insaputa, le avevan gettate spensieratamente presso l’abitacolo; per la vicinanza d’una massa sì grande di ferro l’ago aveva deviato e il pilota, non avendo nel buio pesto di quella notte altra guida che la bussola, vi si era sviato dietro. Intanto però il pericolo era urgente e molti de’ marinai, perduta la testa, piangevano. Non la perdette Garibaldi. Lanciatosi alla verga di trinchetto, traccia la rotta egli stesso al timoniere, scivola tramezzo a scogli da inorridire, e quando Dio volle tocca Jesus-Maria.

Ma colà nuovo incidente. Il bastimento era in salvo, ma i viveri mancavano; il pericolo del naufragio era cansato, sorgeva la minaccia della fame. Anche qui apparve la mente sempre ricca d’arditi espedienti del nostro corsaro. Bordeggiando lungo la costa in cerca di qualche abituro, egli scopre, a quattro miglia dentro terra, una fattoria; non può nè approdare a cagione dei venti _pamperi_ (soffianti dalla Pampa) che lo battono di traverso, nè staccare alcuna barca, poichè la lancia della _Luisa_, come è noto, l’aveva ceduta ai suoi primi padroni. Conviene dunque immaginare un ripiego ed eccolo. Ormeggia a due áncore il bastimento; improvvisa, con una tavola legata sopra due botti e una pertica piantata nel centro, una specie di zattera; vi balza sopra accompagnato da un solo marinaio (che si nomina, vedi il caso, senza alcun vincolo di parentela, col nome di suo fratello, Maurizio Garibaldi), e rotolando più che navigando fra i marosi; mulinato dalle correnti e allagato a ogni tratto dalla raffica; facendo miracoli d’equilibrio sulla zattera, e la zattera prodigi di nautica sulle acque, riesce ad afferrare la sponda, e di là, affidata la zattera al compagno, s’incammina verso la fattoria.

Fu allora che vide per la prima volta, sebbene possa dirsi in iscorcio, la Pampa. Il quadro però che egli ne fa è un po’ di fantasia, e più che una pittura esatta del tratto di paese che aveva davanti, si potrebbe dire un compendio poetico dei ricordi e delle sensazioni che l’aspetto della contrada, in cui era vissuto per dodici anni, aveva lasciato nell’animo suo.

Egli scrive: «Lo spettacolo che si offrì alla mia vista per la prima volta, è veramente degno di menzione. Gl’immensi ed ondulati campi orientali[35] presentano una natura affatto nuova ad un Europeo, e massime ad un Italiano assuefatto e cresciuto ove palmo di terra non si presenta vuoto di case, o di altra opera qualunque di mano d’uomo. Là nulla di questo! Il Creolo conserva la superficie di quel suolo come gliela lasciarono gl’indigeni dallo Spagnuolo distrutti. I campi sono coperti di fieno, e non variano che nelle valli e sulle sponde dell’Arroyo,[36] ove s’innalzano, più o meno alti, bellissimi boschi. Il cavallo, il bue, il venado,[37] lo struzzo sono gli abitatori di quella terra. L’uomo, rarissimo, vero centauro, la passeggia soltanto per annunziare un padrone agl’innumerevoli e selvaggi suoi servi. Non di rado il bellicoso stallone e l’indomito toro si avventano sul suo passaggio, disprezzandone l’alterigia con vigorosi e non equivoci segni d’indipendenza. Io ho veduto sulla misera terra ove nacqui un Tedesco solcante e calpestante le moltitudini; e i servi aprivano un varco ed abbassavano lo sguardo per paura di compromettersi.

»Dio mio, sin a quando permetterai tanto vilipendio della tua creatura! Quanto bello è lo stallone de’ campi orientali! Le sue labbra non sentiranno giammai il freddo ribrezzo del freno, e la lucida sua schiena, battuta da bellissima criniera, non sarà mai calcata dal fetido sedere dell’uomo!... Il superbo, raccogliendo le sparse giumente e fuggendo la persecuzione dell’uomo, avanza la velocità del vento. Vero sultano del deserto si sceglie la più vaga delle sue odalische senza il servile ministero della più vile e schifosa delle creature, l’eunuco! Come esprimere le emozioni del corsaro di venticinque anni in mezzo a quella fiera natura, vista per la prima volta.»

Non c’è pagina forse in tutto il voluminoso archivio degli scritti di Garibaldi, in cui egli abbia confessato l’intimo suo pensiero più di questa. L’uomo allo stato di natura, libero, indomito come il toro selvaggio, incontaminato dal freno e dalla sella come lo stallone della Pampa, signore de’ suoi pascoli, sultano delle sue donne, re pel solo diritto della forza e della bellezza della sua torma, ecco, scrutato in fondo, l’ideale umano verso cui Garibaldi, senza forse confessarlo a sè stesso, si sentiva trasportato ed a cui conformerà tanti atti e costumi della sua vita.

IX.

Arrivato all’_estancia_, invece del fattore (_Capataz_), trova una donna; una bella donna, a quanto pare, e per di più poetessa. S’immagini la meraviglia del nostro corsaro nello scoprire là, in mezzo al deserto, una donna che parlava l’italiano, che sapeva a memoria squarci di Petrarca, di Dante, di Tasso, che faceva dei versi essa stessa. L’incendio fu subitaneo: ella gli leggeva i suoi versi, egli li ammirava; ella sfoggiava la sua perizia nell’italiano, egli metteva in mostra tutto il po’ di spagnuolo che possedeva; ella gli donava un volume delle poesie di Quintana, egli forse.... ma il marito arrivò, ed era tempo.

Nè l’aneddoto mi sarebbe parso meritevole di memoria, se non fosse un primo indizio del grande potere che la donna esercitò sull’appassionata fantasia dell’eroe nizzardo. La storia aneddotica degli amori di Garibaldi non la conosciamo, nè la vogliamo conoscere. Lasciamo a cui piace il raccontarla; ma il concetto ch’egli ebbe della donna e dell’amore, la storia ideale del suo cuore amante, è lineamento essenziale del suo carattere, e prima o poi ci sarà mestieri consacrarle un capitolo di questo libro.

Allora, stretto in poche parole il contratto, il _Capataz_ gli dà bell’e squartato e spellato il bove, di cui aveva bisogno; Garibaldi ne sciorina a guisa di tenda sul palo della sua zattera i quarti, e si avventura nel fiume.

Ma naturalmente il ritorno sarà ancora più periglioso dell’andata. Al flagello dei marosi s’unisce ora l’avversità della corrente, e a un certo punto essa è tanto furiosa, che porta la fragile tavola a deriva e minaccia travolgerla. Fortunatamente però la goletta mossagli incontro riesce a gettargli una cima, e il nostro corsaro giunge alla fine a riafferrare il suo bordo fra le grida di giubilo e i battimani de’ suoi affamati compagni, forse più ansiosi, dirà egli, con insolita ironia, della sorte del bove che di quella del loro capitano.

«Sazio del cibo il natural talento,» passata la notte alla Sonda, circa sei miglia a mezzodì della punta di Jesus-Maria, i guardieri della Luisa segnalano in sul far del giorno due barche verso Montevideo. In sulle prime Garibaldi le crede amiche e non ci bada; poi avvedutosi che non portavano bandiera rossa, segno convenuto fra i rivoluzionari, entra in qualche sospetto, e ad ogni buon conto comanda di mettere alla vela e di far portare le armi in coperta.

E la precauzione fu provvida. La maggiore delle due barche veniva innanzi coll’andatura quieta e grave d’un bastimento mercantile; quando, giunta a pochi passi dalla _Luisa_, getta, per così dire, la maschera; una voce squillante s’innalza dal suo bordo che intima al legno corsaro la resa, mentre il ponte si copre, come per incanto, di uomini armati, che senza aspettar risposta commentano l’intimazione della voce con una salva di moschetteria. La cosa era ormai palese. Il governo della Repubblica Orientale aveva comandato di perseguitare i corsari, e le due barche misteriose erano due lancioni della Repubblica mandati ad eseguire l’ordine. Non c’era dunque che una risposta. «All’armi,» grida Garibaldi; e mentre spara egli stesso il primo colpo di fucile, ordina di _bracciare in vela da prua_ col manifesto disegno di scivolare, bordeggiando, fra i due lancioni. Allora un combattimento accanito s’impegna fra i due legni, il primo, veramente il primo, ed è deplorevole che ne manchi la data, in cui si provò Garibaldi. I negri e i marinai stranieri, zavorra dell’equipaggio, si rimpiattano nella stiva, ma i sette italiani che aveva a bordo, Fiorentino, Luigi Carniglia, Pasquale Lodola, Giovanni Lamberti, Maurizio Garibaldi e due Maltesi, fanno, dietro al suo esempio, prove di disperato valore. A un certo punto uno de’ lancioni, fidente nella superiorità del numero, tenta un arrembaggio; e già alcuni de’ suoi più arditi sono montati sulle impavesate di destra della brava goletta, ma invano; pochi colpi di moschetto e di sciabola li rovesciano e li fanno saltare in mare. Intanto però Garibaldi s’era accorto che la goletta non aveva risposto alla manovra da lui ordinata, e voltatosi per ripetere l’ordine al timoniere, vede il timone abbandonato e a pochi passi il bravo Fiorentino, stato fin’allora al governo, steso morto da una palla nel petto. Garibaldi indovina l’accaduto e si slancia egli stesso al timone; ma ne ha appena afferrata la barra, che un’altra palla gli traversa il collo, e lo stramazza, fuor di sensi, sul ponte. Per la _Luisa_ poteva essere quella l’ultima ora, se i cinque Italiani superstiti, guidati dall’intrepido Carniglia, un genovese gigantesco, non avesser continuato a combattere e tenere in rispetto i nemici; onde i lancioni assalitori, disperati oramai di poter vincere una sì ostinata resistenza, virarono di bordo e la goletta corsara fu salva.

Lo era il suo capitano? La ferita è gravissima: il ferito aveva ricuperati i sensi, ma era incapace di ogni movimento. Il fido Carniglia, il primo a corrergli accanto per soccorrerlo, l’ultimo a staccarsene, gli chiese dove si dovesse dirigere la prua, essendo manifesto ormai che le rive della Repubblica erano tutte ugualmente malfide; e Garibaldi, fissati i moribondi occhi sopra una carta, additò Santa-Fè nel Parana, nello Stato di Entre-Rios, provincia dell’Argentina. E la nave, favorita da un vento fresco di levante, descrisse il rombo tracciato dal capitano. Prima cura però dell’equipaggio della _Luisa_ fu di dare sepoltura alla salma dell’infelice compagno. Ma quale triste sepoltura le acque d’un fiume! Oh non era quella la tomba che Garibaldi desiderava! La morte non lo spaventava; ma se non gli era concesso morire in un angolo di terra della sua diletta Italia, che il suo corpo non sia pasto ai pescicani, che almeno «un sasso (diceva al fedele Carniglia) distingua le mie, dalle infinite ossa, che per terra e per mar semina morte.[38]»

X.

In una vita seminata d’avventure straordinarie tralasceremo le comuni.

Raccolto all’imboccatura dell’Ibiqui (affluente del Parana) da un bastimento brasiliano,[39] viene sbarcato a Gualeguaj, capoluogo d’un distretto dell’Entre-Rios: accolto benignamente dal governatore della provincia, Don Pedro Echague, che troveremo un giorno fra i partigiani di Rosas. Ivi un bravo chirurgo, il dottor Rammon, gli estrae la palla; un altro dottore, Giacinto Andreus, gli offre in casa sua un’ospitalità quasi fraterna; il Governo stesso gli somministra per il suo sostentamento un _duro_ al giorno (fr. 5), ricchezza in quei paesi, ponendogli unica condizione di non allontanarsi da Gualeguaj e di restar prigioniero sulla parola fino a che il dittatore di Buenos-Ayres (Rosas) abbia deciso della sua sorte.

In sulle prime Garibaldi, sostenuto dalla speranza d’un pronto mutamento di sorte, sopportò rassegnato, se non contento, la non dura cattività, tentando ingannare le lunghe ore del forzato riposo ora colla lettura di libri che l’ospite gli prestava; ora col versare in copiose lettere agli amici gl’intimi pensieri del suo cuore;[40] ora finalmente coll’inviare alla patria lontana, creduta più ignava che infelice, canti d’amore indignato, in cui senti tutte le passioni dell’uomo e del patriotta gorgogliare in mezzo agl’ingenui falli del ritmo ed all’insospettata scorrettezza della parola, simile a flutto di lava che sgorghi tra le scorie ed il fango.

È dei giorni di Gualeguaj quella, non sapremmo dire se ode o ruggito di selvaggio ferito, le cui strofe abbiamo udito noi stessi tornare più volte sulle sue labbra, e che riportiamo qui per intero, non tanto come saggio delle facoltà poetiche del nostro eroe (quistione che vorrà essere esaminata a parte), quanto come testimonio dei sentimenti che ribollivano allora nell’anima sua e della forma con cui ne erompevano:

Non fra pomposi ed aurei Vaghi giardin simmetrici, Non sotto immensi aerei Archi e portenti artefici, Ma tra l’ombrose selve Piacesi il mio pensier. Non quando il Ciel sereno E dei Zeffiri il lambito All’ente fausto in seno Diffondan dolce palpito, Ma quando rugge il nembo E scuote l’orbe intier. Non quando Teti argentei I flutti suoi mi estolle; Non quando ardenti agl’ignei Monti il bitume bolle, Ma tempestuose l’onde, Sconquassato il crater. E che m’importa il gaudio E de’ popoli la pace? Che m’importa del Sabaudio Il prosperar mendace, E del Samnita immemore Il codardo giacer? Che m’importa d’Italia I lirici concenti, Se di Germania e Gallia I bellici istrumenti Nel sen di quell’imbelle L’onta fan rimbombar? Io la vorrei deserta, I suoi palagi infranti; Ed io, dell’Alpi allerta, Le sue città fumanti Scorger, e con sardonico Sorriso contemplar. Pria di vederla trepida Sotto il baston d’un Vandalo. Già prostituta e squalida Delle nazioni scandalo, Il suo destin cospicuo Stolida rinnegar.

Però che un uomo come Garibaldi potesse reggere a lungo a quella vita che non era nè la libertà nè la servitù, nessuno vorrà pensarlo. Oltredichè avendogli taluno susurrato, forse per vile agguato, che la sua evasione sarebbe stata non interamente sgradita al Governo argentino, a cui probabilmente non spiaceva di liberarsi da un’incomoda e costosa custodia, egli, facilmente credulo a ciò che più desiderava, si stimò come prosciolto dalla data parola, e si decise a fuggire. Colta infatti una sera d’uragano, esce non visto da Gualeguaj, raggiunge a passi di lupo l’_estancia_ più vicina, vi trova una guida e un cavallo e si dirige a gran galoppo verso il Parana colla speranza di poterlo tragittare. Ma, tradito dalla guida, sorpreso da una pattuglia di cavalleria, toltagli ogni possibilità così di fuga come di difesa, è ripreso, e colle mani legate alle reni e i piedi cinghiati alla sella viene ricondotto a Gualeguaj e tradotto davanti al governatore della città.

Era costui un cotal Millan, il quale, non sospettando certamente che stampa d’uomo gli stesse dinanzi, gl’intimò senz’altro di palesare i suoi complici. Garibaldi, naturalmente, rispose con uno sdegnoso rifiuto; allora il degno magistrato di Rosas, traendo sicuramente coraggio dalle ritorte che rendevano impotente il prigioniero, brandì una sua frusta e si diede a flagellarlo furiosamente. Non ottenne per questo una parola di più; sicchè, vedute oramai riuscir vane così le minaccie come le percosse, comandò, procedura non insolita in quella Repubblica, che fosse inflitta al testardo Italiano la tortura.

Lo presero quindi, gli girarono attorno ai polsi sempre legati al dorso un’altra fune, lo sospesero con questa ad una trave, e ve lo lasciarono due ore.

«Il mio corpo (urla ancora più che non scriva Garibaldi) ardeva come una fornace, e lo stomaco mio disseccava l’acqua che io trangugiavo continuamente come una rovente lamina.... Tali patimenti non si ponno esprimere! Quando mi sciolsero, io più non mi lamentavo.... ero diventato un cadavere, e così mi incepparono. Io avevo traversato cinquantaquattro miglia di paese paludoso, legato mani e piedi. Le zanzare, moltissime in quella stagione, avevano fatto strage di me. Avevo sofferto molto. Ora mi trovavo in ceppi allato d’un assassino. Andreus, il mio benefattore, era imprigionato. Gli abitanti tutti del paese erano atterriti, e senza l’anima generosa d’una donna io sarei morto. La signora Alleman, angelo virtuoso di bontà, calpestò ogni timore e venne in soccorso del torturato. Io non mancai di nulla nella prigione, grazie alla benefattrice mia.[41]»

Finalmente, stanco di martoriarlo invano, dopo averlo ridotto presso all’agonia, e temendo forse di dover rispondere della sua vita, il bestiale Millan fa tradurre il prigioniero da Gualeguaj alla Bajada, capitale dell’Entre-Rios, dove, tenuto altri due mesi in custodia, viene alla fine dal mite Echague liberato.

Che a Garibaldi dovesse tardare di togliersi a quella terra in cui anco l’ospitalità era pericolosa, s’intende da sè; però imbarcatosi sopra un brigantino italiano, capitano Ventura, scende con esso fino alla Plata, e di là, raccolto da una barca da pesca (_balandra_), riafferra felicemente Montevideo. Colà, è vero, durava la sua proscrizione; ma il Cuneo, il Castellini, il Pesante, uno stuolo d’amici gli si fanno d’attorno, lo ospitano, lo nascondono, lo proteggono; tra poco il Rossetti stesso, reduce da Rio Grande, dove era stato a rinfocolare la rivoluzione, viene a raggiungerlo ed a proporgli di condurlo seco al campo dei sollevati.

E qui si chiude il primo periodo delle avventure di Garibaldi sulla Plata. Della tortura di Gualeguaj egli serbò ricordo perenne sul suo corpo, l’artritide alle mani che lo tormentò tutta la vita, ma non la più lieve ombra di rancore nel suo animo.

Corsi appena dieci anni, guerreggiando egli per la Repubblica di Montevideo contro l’Argentina, un caso, che poteva parere giustizia, fece cadere nelle sue mani, tra gli altri prigionieri, anche il Millan. E in un paese, dove l’intingere la lancia (_mocar_) nel corpo del nemico ferito era buon dritto di guerra, s’intende che la vita d’un prigioniero fosse legittima cosa del vincitore; pure Garibaldi, quando seppe dal Sacchi che l’aguzzino di Gualeguaj era in sua mano: «Non voglio vederlo, esclamò, lasciatelo libero!» e fu quella l’unica vendetta ch’egli si tolse.

XI.

La proposta del Rossetti secondava troppo il genio di Garibaldi perchè questi potesse rifiutarla; oltre di che Montevideo, dopo la giornata dei lancioni, non era più un asilo troppo sicuro per lui.

Non trascorreva il mese adunque che i due amici erano già sulla strada di Rio Grande. Fecero il viaggio a cavallo, anzi ad _escotero_, maniera singolarissima di viaggiare laggiù e che, a detta di Garibaldi, vince in velocità le più celebri poste del vecchio mondo. Branchi di cavalli sono talmente assuefatti a vivere assieme, che, quando uno è preso e montato da un cavaliere, tutto il branco lo segue; sicchè il viaggiatore affrettato, quando la sua cavalcatura è stanca, non ha che a buttare la sella e montare sul primo cavallo del branco che gli capita alle mani, e così di cavallo in cavallo fino al termine del viaggio: questo è l’_escotero_.

In tal modo, traverso un paese pittoresco ed ospitale, che il nostro eroe non rifinisce mai di magnificare, i due Italiani giunsero a Piratinin, villaggio meglio che città del Rio Grande, sorgente a poca distanza dalla sponda occidentale della laguna _de los Patos_ (delle Anitre), e dove il presidente Bento Gonçales, dopo la perdita di Porto Allegre, aveva trapiantata la capitale della sua nomade repubblichetta.

Festose furono le accoglienze e lieto era il soggiorno di Piratinin; ma udito che il Presidente campeggiava sul San Gonzales contro una divisione dell’esercito imperiale, comandata da un tal Silva Tavares, Garibaldi non volle tollerare dimora, e lo raggiunse subito al campo.

Era quella la prima volta che il Nizzardo vedeva il campione dell’indipendenza riograndese, e ne toccò una impressione incancellabile. Veneranda la testa per gli anni e la canizie; alto e snello di corpo; pittoresca la foggia del vestire; nell’esercizio del cavalcare espertissimo; prode di mano, intrepido di cuore; sobrio fino a non conoscere altro cibo che un po’ di carne arrostita, nè altra bevanda che l’acqua pura delle sorgenti; cortese, cavalleresco, famigliare, il Gonçales rappresentava agli occhi di Garibaldi il modello dell’eroe popolare; e nessuno meraviglierà se i principali lineamenti di siffatto tipo si stamperanno così profondamente nell’animo del gran Nizzardo, da rinascere un giorno ne’ suoi costumi e nelle sue gesta come rinascono le fattezze del padre in quelle d’un figliuolo. In un punto solo l’Italiano differiva dal Riograndese; che questi fu tanto sfortunato nelle sue imprese, quanto sarà fortunato quello: «Il che mi ha fatto sempre credere (soggiunge il nostro eroe) essere la fortuna non per poco negli eventi della guerra.» E la confessione ci parrà tanto più onesta e preziosa nella bocca di un uomo che, nell’ebbrezza di tanti trionfi, poteva essere di sovente trascinato a scambiare per conquiste del proprio genio i favori della sorte, ed essere facilmente ingrato alla Dea che lo aveva siffattamente beneficato.

Rimasta senza effetto, per la ritirata delle truppe imperiali, la spedizione del Gonçales, questi tornò con tutti i suoi a Piratinin, e Garibaldi naturalmente fu nel numero. Colà però il governo del Gonçales pensò subito a trar profitto del giovane italiano, che aveva già dato tante prove di valore e devozione alla causa repubblicana, e avendo sperimentata principalmente la sua perizia nelle cose di mare, gli commise l’organizzazione e il comando della piccola flotta riograndese. Era per Garibaldi un regno. Don Giovanni d’Austria che riceveva il comando della flotta cristiana; Nelson che guidava il naviglio inglese a disperdere la marina napoleonica, non esultarono forse di una gioia sì superba come il marinaio nizzardo nel sentirsi comandante dei due lancioni destinati a far la guerra all’Impero brasiliano sulla laguna delle Anitre. Però non frappose indugio di sorta; coll’opera de’ suoi antichi marinai venuti a raggiungerlo da Montevideo, tra’ quali il fedele Carniglia, e d’alcuni carpentieri indigeni, preparando, segando, fucinando sul luogo stesso il legname, i ferramenti, perfino i chiodi, costruì in men di due mesi due lancioni della portata da 15 a 20 tonnellate; li varò nel Camacua, confluente della laguna; li armò di due cannoncini di bronzo, e, tra neri, europei e mulatti, di settanta uomini d’equipaggio; e preso egli stesso il comando del più grosso, detto il _Rio Pardo_, affidò il governo del minore, battezzato il _Repubblicano_, all’americano John Griggs, e si slanciò nella laguna contro la squadra imperiale forte di trenta navigli da guerra e di un battello a vapore.

Qui comincia la vera vita eroica di Garibaldi. Finora di questa epopea noi non abbiamo veduto, a dir così, che il proemio, ora viene il poema, ora s’apre quel volume di prodezze favolose, di virtù temerarie, di errori fortunati e di fortune insolenti che a grado a grado sollevarono il nome del mozzo nizzardo dalla oscura arena di Piratinin all’onore d’una scena europea e quasi mondiale, e ne fecero una delle più fantastiche e meravigliose figure della storia moderna. Narrarle tutte ad una ad una col minuto intreccio dei loro particolari, non sapremmo; oltredichè sarebbe soverchio e superfluo insieme: superfluo, perchè Garibaldi stesso nelle sue _Memorie_ ne parla a distesa; soverchio, perchè il più delle volte si rassomigliano e si ripetono; e accrescono bensì la mole dei fatti, ma non aggiungono alcun nuovo tratto alla fisonomia dell’eroe, nè suscitano alcuna nuova sensazione nell’animo del lettore. Diremo però le principali, le eccezionali, le caratteristiche, quelle che più scolpiscono l’uomo ed il tempo, l’attore e la scena.

Combattere per terra e per mare; oggi sottrarsi alla caccia d’una flotta venti volte superiore, domani affrontare con un pugno d’uomini nugoli di cavalieri; oggi lanciarsi all’arrembaggio d’un vascello nemico e predarlo, domani lottare disperatamente contro l’uragano e scampar per miracolo da un naufragio; essere al tempo stesso marinaio, cavaliere, calafato, boaro; vivere alla ventura e in perpetuo allarme; ambire, vincitore, unico premio alla vittoria, i sorrisi delle belle ed ottenerli; conseguire, vinto, l’ammirazione di tutti i generosi e meritarla; trovarsi ad ogni istante a faccia a faccia colla morte e sentirsi beato; non possedere che una striscia di terra su cui posare il capo, ed una tavola di barca su cui piantare il piede, e ciò non ostante avere il corpo fiorente di salute e l’anima piena di fantasie giovanili e di sogni d’amore, questa fu la vita di Garibaldi per oltre quattro anni, questa fu la prima scuola del futuro duce dei Mille.

Lungo la sponda occidentale del Los Patos correvano larghi e continui banchi di sabbia, che erano diga insuperabile alle grosse navi imperiali, e via di scampo e di rifugio ai due piccoli legni repubblicani. Però, quando Garibaldi si vedeva minacciato dalla squadra nemica o aveva bisogno di vettovagliarsi o di restaurare i suoi lancioni, non aveva, com’egli diceva, _che a far l’anitra_; spingere, cioè, i lancioni sui banchi, e saltando coi suoi nell’acqua, tirarli a terra a forza di braccia.

Una volta adunque che i nostri Garibaldini, nulla vieta di chiamarli fin d’allora così, avevano «fatto l’anitra» e preso terra sui possessi medesimi del Presidente, precisamente nei dintorni d’un _saladero_ (specie di capannone per salarvi le carni) detto il _Galpon de Chargucada_, e proprio nel momento in cui, rassicurati dai rapporti degli esploratori, se ne stavano abbandonatamente, quali terminando il loro rancio, quali a tagliar legne o a raccomodar vele e sartie, odono risuonare sul loro capo un terribile squillo di carica e di _deguillo_, o, come tradurremmo noi, di sgozzamento. Erano gl’Imperiali: era un grosso corpo di cavalieri, capitanati da un certo colonnello Moringue, famoso, assicurano, per furberia e coraggio, che sbucando a un tratto dal fitto sipario di nebbia che li aveva sino allora nascosti, si precipitavano sull’accampamento repubblicano e minacciavano sterminarlo. La sorpresa dell’inaspettato assalto fu tanta, la furia degli assalitori era tale, che Garibaldi, il quale se ne stava tranquillamente centellando il suo _mate_,[42] e il cuoco, che gli era seduto dappresso, ebbero appena il tempo di balzare in piedi e di rifugiarsi nel Galpon; anzi uno dei cavalieri nemici giunse sì presso a Garibaldi stesso, che, mentre questi entrava nella porta del Galpon, riesciva a forargli il _poncio_ con un colpo di lancia. Tuttavia i due Italiani furono ancora in tempo a sbarrare la porta del capannone, e poichè fortuna volle che tutte le armi degli accampati fossero cariche e schierate in ordine intorno alla porta stessa, poterono anche aprire istantaneamente contro il nemico un fuoco micidiale. Garibaldi sparava e il cuoco riporgeva le armi e le ricaricava, e ogni colpo feriva giusto e atterrava un nemico. Intanto alcuni Garibaldini sparsi nei dintorni, chiamati dalle trombe e dalle fucilate, accorrevano in soccorso dei loro compagni, e rasenti le muraglie, strisciando tra le macchie, sfidando il fuoco degl’Imperiali, riuscivano a penetrare nel Galpon. Via via arrivarono Carniglia, Ignazio Bilbao biscaglino, Edoardo Mutru nizzardo, Raffaello e Procopio, l’uno mulatto l’altro nero, Francesco Sylva spagnuolo ed altri cinque, di cui Garibaldi stesso lamenta di non ricordare il nome. Così i difensori del Galpon diventarono tredici, e apparivano cento. La disperazione somministrava le armi e il furore; ma una disperazione fredda, calcolatrice, impavida, che pareva rendere più acuto l’occhio, più fermo il polso dei difensori, e faceva nello stormo degli assalitori irreparabili vuoti. Il Galpon era stato in pochi istanti coperto di feritoie, e da ogni feritoia partiva la morte. A un certo punto gli assalitori, stanchi di vedersi decimati senza potere offendere, immaginarono d’incendiare il Galpon. Salirono perciò sul tetto, lo scoperchiarono e si diedero a gettare sull’improvvisata cittadella fasci di legne accese. Fu quello pei difensori il momento più terribile; molti di loro, colpiti da quella breccia aperta nell’alto, caddero mortalmente feriti. Pure non smarrirono un istante l’animo invitto: guidati da Garibaldi, mentre gli uni attendevano a spegnere il nascente incendio, gli altri puntavano, freddi e calmi, contro ogni nemico che s’affacciasse dal tetto e lo fulminavano. La difesa si protrasse così ancora per qualche tempo, ma venne un punto in cui gli assaliti si contarono, e non erano più che tre. Cinque erano morti, cinque gravemente feriti. Gli Imperiali, quantunque decimati, superavano ancora il centinaio, e la rabbia dell’inattesa resistenza li rendeva ancora più feroci. Oramai non restava più ai difensori che l’ultima ragione della baionetta e una morte gloriosa. In quel punto Garibaldi, trovando nel sublime delirio dell’imminente agonia un impensato stratagemma, intuona in faccia ai nemici esterrefatti l’inno di Riego:

Soldados, la patria Nos llama a la lid: Coriemos, coriemos La patria a salvar.

E i due compagni tengon bordone, e i feriti cui resta un filo di voce ancora accompagnano, e tanto è l’effetto di quelle patriottiche note elevate da quel coro d’eroici morenti, che gl’imperiali, tra stupiti e commossi, ristanno alcun poco interdetti e sospendono per alcuni istanti l’assalto. Fu la salvezza degli assediati: che in quel medesimo punto il negro Procopio essendo riuscito a fracassare con una ben aggiustata palla il braccio del colonnello Moringue, i suoi cavalieri si turbano e si scompigliano, il colonnello stesso ordina la ritirata, e in poco d’ora il Galpon è libero e tutto il piano circostante sgombro di nemici. Era quello il primo combattimento di terra che Garibaldi sosteneva. Per cinque ore tredici uomini ressero all’assalto di centocinquanta agguerriti cavalieri, comandati da uno dei più valorosi e astuti capitani del Brasile.

Due anni dopo il capitano Lelièvre con centoventitrè uomini difendeva la Torre di Mazagran contro dodicimila beduini; ma Mazagran era una fortezza e il Galpon di Chargucada una bicocca.

Le «anitre» erano tornate all’acqua. Il governo di Piratinin, visto come l’assedio posto a Porto Allegre si trascinasse troppo per le lunghe e non promettesse alcun prospero fine, deliberò di dar la mano ai rivoluzionari della finitima provincia di Santa Caterina, ove si erano già manifestati molti segni di ribellione all’Impero, e poteva, una volta soccorsa, mettere l’esercito di Don Pedros tra due fuochi e seriamente minacciarlo. Ordinò quindi una doppia spedizione _auxiliadora_. Il general Canavarro dovea agire per terra ed il capitan-tenente Garibaldi per mare. Ma agire per mare era una parola. La Repubblica aveva bensì aggiunti al Rio Pardo ed al Republicano che tenevano la laguna altri due più grossi lancioni, uno dei quali (dell’altro non si trova scritto il nome) era chiamato il Seival; ma sull’Oceano essa non possedeva nè porti, nè flotta, e la laguna del Los Patos era separata dall’Atlantico da oltre venticinque leghe di terra e le sue foci erano tutte in mano degl’Imperiali. Come fare adunque? Caricare due lancioni sopra carri e trasportarli dalla laguna in mare: fu questo il suggerimento di Garibaldi e fu senza indugio accettato. Presi pertanto il vecchio Rio Pardo ed il nuovo Seival, e commesso ad un abile carradore dei dintorni la costruzione di due lunghi carri sostenuti da quattro altissime ruote, si mise all’opera. Da un’insenata a greco della laguna sgorga entro un burrone un torrentello detto il Capivari, il quale dopo un corso di oltre venti leghe andava a finire colle sue povere acque in un altro lago chiamato Taramanday, che a sua volta sboccava per mezzo a vorticosi frangenti nell’Atlantico. Ora Garibaldi scelse per il trasporto dei suoi lancioni queste due vie. Fatti entrare i carri nel Capivari fin presso al suo sbocco dalla laguna, vi fece scorrer sopra, senza grandi sforzi, i due lancioni: attaccò a ciascun carro venticinque paia di buoi: discese, non dice in quanti giorni, tutto il letto del fiume: giunse, con meraviglia degli abitanti accorrenti a quell’insolito spettacolo, fino alle sponde del Taramanday, ivi scaricò i due legni, li gettò in acqua, li armò e li allestì d’ogni occorrente e drizzò la prua verso l’Oceano. Il più pareva fatto, ed era il meno.[43]

Il fondo di foce del Taramanday è bassissimo e soltanto nelle ore d’alta marea praticabile; oltre a ciò, la costa dell’Atlantico in quel punto scopertissima e per le correnti alluvionali che la solcano e gli spessi marosi che la flagellano, oltremodo ardua e perigliosa. A Garibaldi quindi e a’ suoi arditi compagni si convenne attendere fin quasi a sera il ritorno dell’alto flusso; ma quando questo arrivò e si prepararono a tentarne il passaggio, s’avvidero che l’acqua non bastava ancora. Era dunque giocoforza ricominciare da capo; faticare e sudare ancora, manovrare di destrezza e di coraggio, balzare di nuovo in acqua, spingere e trascinare di nuovo i bastimenti a forza di remi e di braccia, scivolare nel buio della notte tra le secche e i frangenti; dare una battaglia all’Oceano anche prima di potervi entrare.

E la battaglia prima delle tre ore del mattino era vinta, e Garibaldi poteva dire che eran quelli i primi bastimenti che superassero quelle sirti fin allora intentate; ma l’Oceano se ne vendicherà. Non appena infatti i lancioni ebbero salpata l’áncora, un fortunale di mezzogiorno si scatenò con tanto furore, che il capitano, posto tra il pericolo imminente e quasi certo di veder i suoi legni andar sommersi al primo colpo di vento e l’altro ancor lontano ed incerto di cader prigioniero nelle mani degl’Imperiali, scelse tuttavia questo e comandò di accostar terra il più presto, comunque, dovunque. Ma anche per questa manovra era tardi. Il _Seival_, comandato dal Griggs, come il più forte e il più snello potè ancora reggere all’urto e afferrare, sebben sconquassato, la costa. Il _Rio Pardo_, più piccolo e più carico, dopo avere lungamente e valorosamente lottato, battuto di fianco da un’ondata più furibonda delle altre andò capovolto sotto i flutti e non si risollevò mai più.

Allora apparve uno spettacolo terribile. Garibaldi, buttato come tutti gli altri in preda alle onde, non ebbe nell’istante del disastro che un solo pensiero: provvedere alla salvezza de’ suoi compagni. Gagliardissimo nuotatore, andava da un naufrago all’altro, a questi porgendo la mano, a quelli stendendo un boccaporto o un remo, a tutti recando un aiuto ed un consiglio; ma invano.

Luigi Carniglia fu il primo a perire sotto i suoi occhi. Il destino volle che nel momento del naufragio egli portasse indosso un pesante giacchettone di _calmuck_, che serrandogli fortemente le membra gli impediva di nuotare. Si tenne egli aggrappato ai sartiami dello sbattuto bastimento finchè gli bastò la forza; ma venutagli meno si mise a gridare al soccorso. L’intese Garibaldi e accorse in due lanci; e mentre si reggeva egli pure con una mano al bastimento, coll’altra tratto di tasca un coltello si diede a tagliare, febbricitante, il collo ed il dosso della tenace giacchetta; e già questa cadeva a lembi, già il bravo timoniere ricuperava il fiato ed il moto, quando una furiosa ondata percuote e divide d’un colpo i due amici, manda in brani il bastimento e sommerge tutti. Ritornò a galla stordito, ma lottante ancora Garibaldi; il suo fido Carniglia, colui che gli aveva salvata la vita sulla Plata, non vi tornò mai più.

Allora oppresso da ambascia mortale, più come automa spinto da un involontario impulso che come uomo guidato dall’amore della vita, Garibaldi s’avvia lento e triste verso la spiaggia. Quando toccatala appena vede boccheggiare sull’onde, agitando le braccia con gesti disperati, l’altro suo amico Edoardo Mutru. Il Nizzardo era a terra, al sicuro, affranto da una lotta disperata di più ore; pure il pensiero della salvezza de’ suoi lo domina sempre, torna a slanciarsi in mare, arriva in pochi passi presso l’amico agonizzante, gli porge un boccaporto; ma nel punto in cui il povero Mutru tenta allungare le braccia ed afferrarlo, l’ultima lena gli vien meno e l’onda lo arrotola, lo capovolge e lo ingoia per sempre. Era l’ultimo sforzo, di cui anche Garibaldi poteva essere capace. Raggiunta di nuovo la riva, fatta la triste rassegna de’ naufraghi, sedici erano periti: quattordici soli erano salvi, e tra di essi, mortale certezza al cuore del nostro patriotta, nemmeno uno italiano. «Carniglia, Mutru, Staderini, Navone, Giovanni, un altro di cui non rammento il nome (scrive dolorosamente Garibaldi), erano tutti morti. Forti e buoni nuotatori perirono. Alcuni giovanotti americani che non sapevano nuotare erano salvi. Pare incredibile, ma è vero. Io vaneggiava: mi pareva il mondo un deserto.[44]»

E tuttavia anche la vita de’ superstiti pendeva ad un filo. Balestrati su una spiaggia deserta, fradici fino alla midolla, assiderati dalla lunga immersione, privi da molte ore d’alcun ristoro, spossati dalla lotta disperata contro la tempesta, se un pronto soccorso non sopravveniva sarebbero morti certamente di freddo e d’inedia sul palmo di costa in cui l’onda li aveva gettati. Per fortuna il soccorso venne; e fu un consiglio. «Corriamo,» suggerì una voce, «corriamo:» assentirono tutti. E quei quattordici naufraghi, ignudi e tremanti, raccolto l’estremo delle loro forze si diedero a correre macchinalmente sulla sabbia della riva fin che ebbero lena. Fu la loro salvezza. Al tornar del calore tornava la vita, almeno quel tanto di vita che era loro necessario per potersi trascinare alla prima casa abitata, dove pervennero infatti e trovarono ogni maniera d’ospitali conforti.

XII.

Ma ben altre prove lo aspettavano. Quel generale Canavarro che doveva operare per terra, accolto come liberatore dagli abitanti della città di Laguna, ed ivi piantato il governo repubblicano, di cui fu eletto segretario il Rossetti, s’apparecchiò a marciare avanti ed a riprendere anche sul mare le ostilità. Di queste affidò la piena balía a Garibaldi, ammiraglio nato di quelle guerre, il quale, raccolta nelle acque della laguna[45] un’altra flottiglia, ossia due golette, una col nome storico di _Rio Pardo_ da lui comandata, l’altra con quello di _Cassapara_ comandata dal Griggs, e il vecchio _Seival_ sotto il governo dell’italiano Lorenzo, si slanciò una notte, malgrado la crociera imperiale, nell’Oceano.

Da principio le sorti della piccola flottiglia repubblicana corsero prospere: all’altezza dell’isola di Santos sfuggì alla caccia d’una corvetta imperiale, presso all’isola di Abrigo catturò due _sumaques_ brasiliane cariche di riso ed un’altra più tardi. Ma alcuni giorni dopo, perduta in una oscura notte di tempesta la _Cassapara_, ridotta la squadriglia ai soli _Rio Pardo_ e _Seival_ e affrontata all’altezza di Santa Caterina da un grosso _patacco_ brasiliano, sostenne bensì per alcun tempo il combattimento, ma una cannonata nemica avendo smontato un pezzo del _Seival_ e forata la sua chiglia, per giunta le _sumaques_ impaurite avendo ammainata la bandiera, Garibaldi fu costretto a cercar rifugio nel porto di Imbituba.

Colà un vento avverso di mezzoggiorno lo teneva quasi prigioniero, e allora la squadra brasiliana, forte di tre grossi bastimenti, prese ella l’offensiva. Inutile dire che il nostro capitano s’apparecchiò a riceverla da par suo. Collocò il cannone smontato dal _Seival_ dietro una batteria gabbionata, sopra il promontorio che proteggeva la baia dalla parte di levante; imbossò il _Rio Pardo_ traverso il porto e attese l’attacco. Le bordate degl’Imperiali erano spesse e terribili, i cannonieri dei Repubblicani si studiavano a compensare la poca forza dei loro pezzi colla giustezza dei tiri e coll’intrepidezza; ma, come accade sempre nei combattimenti disuguali, ogni perdita che facevano gli assaliti era rovinosa e decisiva; le perdite degli assalitori, per quanto grandi, quasi insensibili. Oramai il _Rio Pardo_ era stremato; la sua coperta era ingombra di cadaveri; i suoi fianchi, la sua alberatura, laceri e mutilati. Solo il pezzo della batteria di terra continuava la difesa e teneva in rispetto il nemico. Da un istante all’altro Garibaldi s’attendeva l’arrembaggio ed in cuor suo quasi lo pregustava. Ma a un certo punto, che è, che non è, i colpi dal mare diradano, il fuoco va via via cessando, la squadra nemica si ritira. Fu detto che la cagione dell’improvvida ritirata fosse la morte del comandante di uno dei legni brasiliani, ma nessuno l’accertò. Garibaldi restò una volta ancora con forze disuguali, e per il solo ostinato coraggio suo e de’ suoi, padrone del campo; e girato sul far della sera il vento, potè la notte medesima, tardi scoperto e invano inseguito, rientrare sicuro e vittorioso nella laguna di Santa Caterina.

XIII.

I vincitori di Imbituba non furono soltanto uomini. Fin dal cominciare della zuffa si sarebbe potuto vedere sulla tolda del _Rio Pardo_ una donna, la quale impavida al fuoco, sprezzante la morte, ora soccorrendo i feriti, ora incorando i combattenti, ora sparando ella medesima il suo bravo colpo di carabina, porgeva a tutti un singolare spettacolo d’intrepidezza e di gagliardía virile. Era Anita. Si trattasse d’uno di quegli amori di ventura e di capriccio tanto frequenti al nostro eroe, e dir si potrebbe a tutti gli eroi, o vi scivoleremmo sopra o ne taceremmo affatto. Ma di questa donna che fu la più durevole e fors’anco l’unica passione vera di Garibaldi, la di cui istoria è tanto immedesimata in quella dell’uomo del suo cuore, che molti gesti e trionfi di lui rimarrebbero incompiuti e inesplicabili senza la presenza e partecipazione di lei, e la cui vita fu tutta un romanzo d’amore, di fede e di eroismo, e la morte una tragica catastrofe d’eroico poema; di questa donna, dico, strana forse di costumi, ma ingenua di cuore, volgare di sangue, ma nobilissima d’animo, la storia non potrebbe tacere senza smezzare Garibaldi stesso. Quanto egli fosse sensibile al fáscino potente dell’eterno femminile, lo vedemmo nella capanna del _Capataz_ innanzi alla donna poetessa. E non sarebbe stato eroe altrimenti. Come non si potrebbe concepire Achille senza Briseide, Rolando senza la bella Alda, il Cid senza Chimene e Ruggiero senza Bradamante; così non si concepirebbe Garibaldi senza la donna. Le avventure delle armi traggono seco quelle dell’amore; e il sangue ricco, la salute fiorente, il gusto della vita sciolta e perigliosa che fanno il soldato, fanno l’amante paladino.

Bello, giovane, ardente, gagliardo, facilmente amava ed era facilmente amato. Romantico in azione, figlio armato di Byron e di Walter Scott, amare occultamente una vergine violentata da padre crudele, una sposa vittima di marito brutale, consacrarle un eterno amore e portarne seco l’immagine

Tra il furor delle tempeste, Fra le stragi del Pirata,

strapparla a’ suoi oppressori e rapirla in una notte burrascosa sulla groppa del suo cavallo, farne l’amazzone del suo campo e la sultana della propria nave, era il suo sogno, la sua poesia, la forma ideale con cui egli concepiva l’amore. Così si spiega il romanzo d’Anita; ma si spiega anche come questo romanzo dovesse avere parecchie prefazioni.

Poco dopo il suo arrivo sul Camacua, accolto ospitalmente in casa da una delle sorelle del Presidente, v’incontra una Manuella, bellissima vergine, dice lui, ma destinata sposa ad un figlio del Presidente: perciò appunto se ne infiamma fulmineamente; diventa il suo cavaliere, il suo navalestro, il suo tacito amante; gli consacra mentalmente le sue fatiche, le sue prodezze, la sua vita; sogna, sospira, si adorna, si pavoneggia per lei; e quando torna vittorioso dal combattimento del Galpon, e saputo che la fanciulla aveva chiesto tutto il giorno sue nuove, e tremato e impallidito più volte per la sua vita, esclama «che quest’annunzio gli era stato anche più dolce della vittoria;» e ancora dodici anni dopo, associando nella sua mente i ricordi di Manuella e di Anita, esclamava: «Bellissima figlia del continente, tu destinata donna ad un altro!... A me riserbava la sorte altra brasiliana.... ch’io piango oggi e piangerò tutta la vita.... Dolce madre de’ miei figli, mi conobbe nella sventura, naufrago!... Più che il mio merito, la vincolarono a me le mie sciagure, e me la sacrarono per la vita!»

Scampato dal naufragio dell’Atlantico, Garibaldi raggiunse a Laguna il generale Canavarro, a cui gli abitanti stessi rovesciato, al suo avvicinarsi, il governo imperiale, avevano aperte le porte. Anche Garibaldi, quindi, trovata una città amica là dove aveva temuto trovarne una ostile, vi fu ricevuto con ogni maniera di festose accoglienze e onorato immediatamente del comando della goletta _Itaparika_, forte di sette cannoni. Era però mesto e abbattuto. La perdita di tanti cari compagni, specialmente del Carniglia e del Mutru, l’aveva piombato in una profonda tristezza. Si sentiva solo sulla terra: un vuoto immenso pesava sul suo cuore: la vita gli pareva insopportabile. Fu allora che gli balenò alla mente per la prima volta l’idea del matrimonio. Fino a quel giorno la vita coniugale gli era parsa tanto disadatta e contraria all’esistenza nomade e avventuriera toccatagli in sorte, che l’aveva riguardata sempre come un evento impossibile; ma dopo il naufragio dei lancioni la corrente de’ suoi pensieri mutò: sentiva il bisogno di surrogare in qualche modo gli amici perduti, di trovare un’anima fedele ed amante che dividesse con lui le battaglie del destino e gli rendesse men dura la solitudine dell’esiglio. Aveva il Rossetti, è vero, amato da lui come un fratello; ma il Rossetti per i doveri del suo ufficio era costretto a stargli lontano e tornavano rarissime le occasioni in cui potesse vederlo. Oltre a ciò, l’amicizia d’un uomo, per quanto forte, non gli bastava più; era il cuore d’una donna che gli abbisognava, d’una donna tutta, soltanto, indissolubilmente sua: e quando la trovò, se la prese.

Una sera se ne stava con questi pensieri contemplando dal suo bordo la riva, quando notò sul molo vicino un gruppo di donne e di fanciulle. In sulle prime le loro figure passavano e ripassavano in confuso innanzi a’ suoi occhi; poi a poco a poco il suo sguardo, forse il suo cuore, ne fissò una e s’arrestò a contemplarla. Era una giovane nella pienezza dell’età e della forza, dotata di una irregolare, ma virile bellezza: l’ideale femminile che Garibaldi cercava. Però prima d’averle parlato e d’averla udita parlare, per il solo effetto di quella invisibile e magica scintilla donde è sempre nato l’amore, il Nizzardo l’amò. Ed ella pure doveva aver notata la bionda e leonina testa del marinaio straniero che da giorni la spiava: ella pure aveva sentito il fáscino di quello sguardo e il tocco di quella scintilla, e dato nel suo segreto il cuore a colui che gli offriva il suo. Però un’altra sera Garibaldi non si contenne più; formò il suo disegno, scese a terra e s’avviò difilato verso la casa della giovane. Il suo cuore batteva violentemente, ma chiudeva una risoluzione incrollabile. Sulla soglia incontrò un uomo, il quale forse per la conoscenza che aveva fatto del prode Italiano, forse obbedendo alle costumanze di quel paese, lo invitò ad entrare ed a prendere con lui una tazza di caffè. Garibaldi, dice egli stesso, «sarebbe entrato anche senz’essere invitato.» L’invito gli agevolò la parte che s’era proposta. Appena in casa, colto il momento propizio, s’avvicinò alla giovane e le susurrò, calmo e formidabile insieme: «Fanciulla, tu sarai mia.» Ella non rispose che un cenno, ma conteneva un patto d’amore infrangibile.

Egli tornò, non visto, alcune sere dopo, la prese, più che non la rapì, sotto il suo braccio, la fece salire, come a talamo inviolabile, il bordo del suo Rio Pardo, la pose sotto la tutela formidabile de’ suoi cannoni e de’ suoi marinai, e in faccia al cielo e al mare la giurò sua sposa.

Ella si chiamava Anita Riberas ed era nativa di Merinos, villaggio di quel medesimo distretto di Laguna. L’uomo che Garibaldi incontrò sulla soglia era suo padre, e chi lo disse suo marito errò. Anita era bensì fidanzata per volere del padre ad un uomo che non amava; ma non era, come fu creduto, maritata. Cedendo al fato d’amore, lacerò il cuore del padre, non ruppe fede ad alcun altro uomo. «Se vi fu colpa (esclama Garibaldi) fu tutta mia. Se l’anima d’un innocente ha patito, io solo devo risponderne, e ne ho risposto. Ella è morta e suo padre è vendicato. Là presso le bocche dell’Eridano, il giorno in cui sperando disputarla alla morte, serrai convulsamente i suoi polsi per contarne gli ultimi battiti; raccoglieva sulle mie labbra il suo respiro fuggitivo; stringeva un cadavere. In quel giorno conobbi tutta la grandezza del mio fallo.[46]»

XIV.

Quando Garibaldi rientrò a Laguna, le cose dei Repubblicani cominciavano a volgere alla peggio. I Riograndesi non avevano saputo cattivarsi l’affetto della provincia sorella. Il regime violento e dispotico del generale Canavarro; il contegno duro ed oltraggioso de’ suoi luogotenenti; i maltrattamenti, le vessazioni, le rapine delle sue soldatesche, avevano seminato in poco tempo nell’animo dei Sancaterinesi cagioni di malcontento da mutare il primo loro entusiasmo per la causa repubblicana in aperta avversione; anzi la piccola città d’Imeruy, posta sul lago dello stesso nome, aveva dato per la prima il segnale della rivolta, e, scagliatasi in armi contro il piccolo presidio, risollevate le insegne dell’Impero.

E ciò mentre l’esercito imperiale, rinforzato di nuove truppe, marciava in più colonne, grosso e agguerrito, contro la capitale della provincia, e secondato dalla squadra sempre signora della costa, quindi degli sbocchi del lago, investiva di fronte e di fianco il debole esercito repubblicano, e minacciava di troncargli ogni scampo.

In tali frangenti il generale Canavarro, pensando di soffocar prima nel sangue la nascente ribellione, ordinava a Garibaldi di riprendere a viva forza Imeruy e di abbandonarla al saccheggio. Nulla poteva riuscire più repugnante all’indole ed all’animo di lui che quest’ordine selvaggio; ma l’ordine era perentorio; egli era soldato e doveva obbedire. Lo eseguì però con tutta la mitezza e, staremmo per dire, la pietà di cui era capace. Impadronitosi, con una rapida manovra, della città, spese tutto sè stesso per rendere meno terribile il flagello che la minacciava. Permise il sacco delle cose, vietò rigorosamente l’offesa alle persone; e quantunque simili divieti sia più facile darli che farli eseguire, e frenare una soldatesca sguinzagliata, ebbra di rapine e di vino, tocchi quasi il miracolo, pure Garibaldi vi riuscì. Correndo di gruppo in gruppo e quasi di casa in casa, usando cogli uni le minaccie, cogli altri le preghiere, con alcuni anche le percosse, immaginando persino lo stratagemma di un ritorno improvviso del nemico, dopo sforzi incredibili di energia e di pazienza ottenne ancora non solo di far rispettare, quanto alle persone, il suo ordine, ma di rendere assai men grave anche la devastazione delle cose e di ricondurre quel branco di belve umane, sozze, è vero, di vino e di furto, ma tuttavia monde di sangue innocente, a Laguna. Però di quel giorno e di quel fatto serbò la ricordanza amara finchè visse. E benchè egli abbia combattuto in luoghi e in tempi in cui il saccheggio era ancora arma lecita di guerra, nè egli nè i suoi soldati si bruttarono più di simile macchia.

Ma a Laguna trovò ciò che il suo cuore da tempo gli presagiva: gl’Imperiali incalzanti, i Repubblicani che facevano i primi apparecchi della ritirata. E la ritirata cominciò ben presto lenta, contrastata, minacciosa, gloriosa anche, ma senza tregua e senza speranza di ritorno. Non posizione o passo militare che i Repubblicani non difendessero con ardimento, o stratagemma che lasciassero intentato; non palmo di terra che valorosamente e spesso disperatamente non contrastassero. Ma incalzati per acqua e per terra da forze soverchianti; attorniati da popolazioni indifferenti od ostili; guidati da capitani più valorosi che esperti e sotto il comando di quel Bento Gonçales che Garibaldi stesso continua a chiamar sfortunato, forse per non dirlo incapace, i Repubblicani non videro più un sol giorno di completa vittoria.

Perduta Laguna, protrassero ancora nei distretti alpestri e selvosi di Lages e Vaccaria la resistenza; ma scacciati anche da quelle alture, tentata invano la presa di San Josè del Norte, cittadella sulla riva settentrionale del Los Patos in mano degl’Imperiali, e che doveva dar loro la base d’operazione, circuiti, traccheggiati, decimati dalle morti e dalle diserzioni, andavano dispersi su nelle serre di Missiones e di Cruz-Alta, dove restò sepolto coll’ultimo avanzo del loro esercito il breve sogno della loro repubblica.

Quanta parte avesse Garibaldi in quella campagna, è facile indovinarlo. Primo, se non al comando, al pericolo; ultimo solo nelle ritirate; accettando o scegliendo in ogni combattimento la parte più rischiosa; passando nel giorno stesso dall’acqua alla terra, dal governo di una flottiglia al comando di uno squadrone o di un battaglione; ricco di coraggio e fecondo di stratagemmi; a tempo arditissimo, a tempo prudente, egli fu l’anima di quella ritirata d’oltre dieci mesi; e a quanto appare dalle sue _Memorie_, meglio che il braccio ed il cuore, l’unica mente che intuisse e ragionasse.

Fin dal primo giorno della ritirata, incaricato di fronteggiare sulla laguna stessa di Santa Caterina la flottiglia nemica e di proteggere il passaggio dell’esercito repubblicano sulla sponda meridionale, resiste un giorno intero con tre bastimenti contro una squadra di ventidue vele fiancheggiata di truppe di terra. Anita stessa ritta al suo fianco colla miccia al cannone, impavida sotto la mitraglia, dà a tutti l’esempio del valore che non conta i nemici; e quando tutti i suoi pezzi sono smontati e i suoi legni fracassati e le coperte seminate di morenti e di morti, fra i quali orrendamente mutilato il prode John Griggs, manda a terra, sotto il comando d’Anita stessa, le armi, le munizioni e gli uomini superstiti; appicca il fuoco egli medesimo ai suoi bastimenti e si salva sopra un canotto alla riva.

Un’altra volta a Coritibani sulle rive del Pelotas, sorpresa e sgominata la colonna colla quale egli marciava, difende con settantatrè uomini contro cinquecento eccellenti cavalieri la ritirata, e sfilato il grosso della colonna si ritira egli stesso traverso le fitte foreste del Lages, combattendo due giorni e due notti, incolume, invitto.

Al combattimento di Santa Vittoria decide della giornata; alla fazione del Taquary guida il nerbo dell’infanteria; nota da provetto capitano i falli «dell’eroico, ma sfortunato Gonçales» e tenta invano di ripararli; in fine all’assedio di San Josè del Norte monta tra i primi all’assalto, s’impadronisce, in men che non si dica, di tutti i forti, e ne sarebbe anche rimasto padrone, se l’indisciplinatezza dei soldati sbandatisi a sbevazzare e a bottinare, lo scoppio d’una polveriera e il sopravvenire della squadra nemica che dal lago infilava e spazzava le vie, non l’avessero costretto a battere in ritirata.

Fu quello però l’ultimo importante combattimento di quella campagna a cui Garibaldi partecipò. Dopo l’infelice esito di San Josè, Garibaldi, nominato di nuovo capitano della marina repubblicana, si fermò presso una fattoria detta San Simon, coll’intento di costruirvi alcune di quelle barche fatte d’un sol fusto d’albero, e che colà chiamano _canoe_, colle quali tentare di poter riprendere il lago, su cui aveva fatto le sue prime prove, e molestarvi i nemici. Se non che la costruzione di codeste _canoe_ essendogli andata fallita, e i pascoli di San Simon essendo ricchi di poledri, pensò bene farne una distribuzione, a dir vero un po’ socialista, ai suoi compagni, e dove non aveva potuto comporre una flottiglia di barche, organizzare almeno uno squadrone di cavalli.

Ma in mezzo a questi avvenimenti e a queste cure, un avvenimento e una cura più importante vennero ad occuparlo e ad assorbirlo. Anita incinta, forse dal giorno del combattimento di Santa Vittoria, dopo aver portata a cavallo la sua creatura per nove mesi, traverso tutti i pericoli, le privazioni, gli stenti, le fughe di quella campagna disastrosa, il 16 settembre 1840 partorì a Mustarda presso San Simon il suo primogenito.

Era un maschio fiorente e gagliardo, a cui il padre, sostituendo (io credo per il primo) ai consueti santi della Chiesa, un martire della patria, impose il nome di Menotti; e sulla cui fronte una piccola cicatrice, riportata per una caduta da cavallo della madre, sigillava lo stigma della sua origine tempestosa.

Ma Garibaldi aveva appena cominciato ad assaporare le gioie di padre, che uno dei tanti accidenti onde componevasi la sua vicenda quotidiana, venne a mettere a serio pericolo tanto la sua, quanto la vita di sua moglie e di suo figlio, minacciando distruggere in un colpo solo il nido della sua felicità.

Essendosi egli recato a Settembrina, villaggio distante da San Simon alcune giornate di cammino, per provvedersi di biancheria e di vesti per sua moglie e suo figlio ridotti quasi ignudi, e avendo occupato nel viaggio, attraverso un paese maremmano e paludoso, maggior tempo di quello che aveva pensato, al suo ritorno alla fattoria non trovò più nè Anita, nè Menotti, nè alcuno. Quali si fossero la sorpresa, l’affanno, qui potremmo dire anche lo spavento di Garibaldi, l’immaginerà chi ha cuore. Non tardò, è vero, a scoprire tosto la cagione della scomparsa de’ suoi cari e l’asilo in cui si erano rifugiati; ma finchè non li ebbe riveduti ed abbracciati non ebbe pace.

Ecco pertanto come il caso era succeduto. Quello stesso colonnello Moringue che l’aveva sorpreso al Galpon di Chargucada, riportando, perenne ricordo del guerrigliero italiano, un braccio fracassato, campeggiava sempre nei dintorni di Los Patos, e appunto in quei giorni era piombato addosso, con astuzia più felice, ad un posto di cavalleggieri repubblicani comandati da un certo Massimo, e facilmente massacrati i soldati e il capitano, s’era spinto con una forte colonna di cavalli nei dintorni di San Simon, spargendo il terrore in tutta la contrada.

Ora i quaranta uomini lasciati da Garibaldi a presidio della fattoria, erano troppo scarsi di numero per resistere ad un nemico tanto più forte, e lontano il solo capo che poteva guidarli alla disperata difesa, stimarono non restasse loro altro scampo che fuggire e inselvarsi nelle foreste vicine fino al dileguarsi del nembo. E naturalmente anco Anita dovette fuggire con loro.

Ecco dunque la novella madre, puerpera appena da dodici giorni, costretta a balzar in groppa al cavallo e in una notte tempestosa, coperta della semplice camicia, col suo figliuolo traverso la sella, gettarsi alla ventura per macchie e burroni, esposta ad ogni guisa di stenti e di pericoli, noncurante di sè, ma trepida della vita del caro suo portato, tremante anche per la sorte di suo marito che forse correva rischio peggiore. Fortuna volle invece che Garibaldi la scoprisse, con tutta la sua scorta, al margine di un bosco, e che tutta la famiglia di San Simon, un istante dispersa, potesse ricongiungersi incolume nell’asilo da poco abbandonato. Non vi potè per altro dimorare a lungo; chè Garibaldi, non sapremmo dire se per ordine della Repubblica o di volontà sua, attirato sempre dall’idea di armar in guerra le sue canoe, che gli rappresentavano in embrione un simulacro di flotta, s’era trapiantato sulla riva del Capivari, quel fiume, emissario del Los Patos, sul quale aveva eseguito il famoso trasbordo dei lancioni; e colà si era dato, forse in attesa di meglio, a trasportar gente e corrispondenze dalla riva orientale del lago all’occidentale; operazione che, fatta sotto il tiro delle squadre imperiali, sempre signoreggianti le acque della laguna, non doveva essere priva nemmeno essa di emozioni e di pericoli.

XV.

Intanto però le cose della Repubblica precipitavano a rovina. Fallito l’assalto di San Josè e costretti a levarne l’assedio; divelti perciò da ogni base d’operazione; stremati, più ancora che dalle sconfitte, dalle defezioni, dalle discordie, dalle malattie; stretti sempre più nella cerchia di ferro dagli eserciti imperiali, dei quali per colmo d’improvvida alterezza avevano rifiutati i non disonorevoli patti, ai Repubblicani non restava più ormai altro scampo che ritirarsi senza frammettere indugio nei distretti montuosi e silvestri del centro e del settentrione, in mezzo ai quali, se non ristaurar le sorti e riafferrare la vittoria, era almeno possibile prolungare l’agonia e differire la catastrofe.

Concentrati tutti i piccoli distaccamenti sparsi nei dintorni, la ritirata cominciò. Era l’inverno del 1841. Il generale Canavarro, al quale era andato a riunirsi anche Garibaldi, doveva formar la testa della colonna e aprire la marcia, forzando innanzi a sè i passi delle Serre che il generale dell’impero Labattue (francese d’origine) minacciava sbarrargli; il generale Bento Gonçales doveva chiudere la colonna guardandone, quanto era possibile, i fianchi e le spalle.

Fin però dalle prime mosse l’esercito rivoluzionario e più ancora il cuore di Garibaldi erano stati funestati da dolorosissimo lutto. Il Rossetti, che marciava colla guarnigione di Settembrina all’estrema retroguardia, sorpreso dall’infaticabile Moringue, ferito e caduto da cavallo, avendo preferito alla resa la morte, era stato brutalmente trucidato.

La perdita era per la causa repubblicana gravissima, ma per Garibaldi irreparabile; con il Rossetti spirava il fratello del suo cuore, colui che nella gerarchia de’ suoi amici teneva il primo posto. Però il suo dolore fu pari al suo amore e il compianto di Patroclo degno d’Achille. Pure una cosa è tuttavia notabile, come nella passionata elegia che egli consacrò alla memoria dell’estinto amico l’immagine che più campeggia sia ancora l’Italia. Più che il prediletto de’ suoi amici, diresti ch’egli pianga il forte cittadino, e ch’egli non senta la propria sventura se non nella grandezza della sventura toccata all’Italia: tanto vero che in codesti uomini fatali gli affetti individuali, per quanto grandi, vengon sempre secondi, e che essi non amano davvero se non l’indipendenza per cui vivono e combattono.

La ritirata intanto intrapresa nel più rigido inverno, sotto pioggie continue, traverso laberinti senza sole e senza orme di sterminate foreste, fu una delle più disastrose che Garibaldi abbia mai veduto. E poichè egli ne fu insieme testimonio e narratore, e la pittura ch’egli ne fa, malgrado la rozzezza del pennello e il disordine della composizione, o forse appunto per questo, ci appare piena di verità e di vita, così la lasceremo narrare a lui stesso:

«Noi conducevamo per tutta provvista alcune vacche al laccio, non trovandosi animali negli ardui sentieri che dovevamo percorrere. Per le pioggie quasi perenni in quelle montagne, gonfi oltremodo erano i fiumi, e molti bagagli si perdevano, trasportati dalla corrente nel passaggio. Marciavasi con pioggia e senza alimenti; accampavasi senza alimenti e con pioggia. Tra un fiume e l’altro coloro che rimasti erano colle vacche ebbero carne, gli altri nulla. La fanteria specialmente pativa, mancandole pure il miserando pasto della carne di cavallo. Furonvi scene da inorridire. Molte donne, secondo l’uso del paese, seguivano la truppa, e con esse i bambini. Pochi bambini uscirono dalla foresta. Alcuni erano stati raccolti da’ cavalieri, che pochi tra i fortunati avevano potuto salvare il cavallo e con esso una creatura abbandonata dalla madre, morta o morente di fame, di fatica, di freddo. Anita abbrividiva all’idea di perdere il nostro Menotti, che salvammo per un miracolo. Nel più arduo della strada e nel passo de’ fiumi io portava il mio povero figlio di tre mesi in un fazzoletto a tracolla, procurando di riscaldarlo coll’alito. D’una dozzina d’animali tra cavalli e muli, che servivano per cavalcatura e pel mio equipaggio, e che con noi erano entrati nella selva, con due soli cavalli ero rimasto e due muli; il resto era caduto per stanchezza. Le guide per colmo di sciagura avevano sbagliato la strada, e questo fu uno dei motivi per cui più difficilmente varcammo quella terribile foresta delle Antas.[47] Siccome si procedeva avanti senza trovar mai il fine di quella maledetta piccada,[48] io rimasi nella selva coi due muli pure stanchi, coll’intenzione di salvarli facendoli avanzare a poco a poco ed alimentandoli con foglie di taquara.[49] Mandai Anita con un domestico e col bambino, perchè cercassero l’uscita del bosco ed alimento per ambi. I due cavalli che ci rimanevano, cavalcati alternativamente dalla coraggiosa, salvaronmi il tutto. Essa giunse fuori della _piccada_, e per fortuna trovò alcuni de’ miei soldati con un fuoco acceso, cosa non facile per la pioggia continua e per la povera condizione a cui eravamo ridotti.

»I miei compagni, a cui era riuscito asciugare alcuni de’ cenciosi loro panni, presero il bambino, l’involsero, lo riscaldarono e lo tornarono in vita, quando la povera madre già poco ne sperava. Con amorevole sollecitudine si diedero que’ buoni militi a cercare pure dell’alimento, con cui ambedue si riconfortarono. Io faticai invano per salvare i due animali, e terminai per abbandonarli spossati, e già molto deteriorato io stesso, varcai il resto della selva a piedi. Al nono giorno della nostra entrata nella _piccada_ appena trovavasi fuori la coda della nostra divisione, e pochissimi cavalli d’ufficiali eransi potuti salvare. Il nemico, che ci aveva preceduti fuggendo, aveva lasciato nella stessa foresta delle Antas alcuni pezzi d’artiglieria, di cui non ci occupammo per mancanza di mezzi di trasporto, e rimasero perciò sepolti in quelle spelonche chi sa per quanto tempo. I temporali sembravano stanziati in quella selva, poichè usciti ne’ campi dell’altopiano, Cima di Serra o Vaccaria, vi trovammo il buon tempo. Il tempo buono ed alcuni animali bovini, trovati in que’ dintorni, ci fecero alquanto dimenticare le fatiche passate. Nel dipartimento di Vaccaria permanemmo alcuni giorni per aspettare la divisione di Bento Gonçales, che vi giungeva frazionata ed assai malconcia. L’infaticabile Moringue, informato della ritirata nostra, erasi messo ad inseguire la retroguardia di quella divisione, incomodandola in ogni modo, coadiuvato dai montanari, sempre accanitamente ostili ai Repubblicani. Tutto ciò diede a Labattue il tempo sufficiente per ritirarsi e congiungersi all’esercito imperiale. Giunsevi però quasi senza gente per gli stessi inconvenienti incontrati da noi. Ebbe di più il nemico uno di quelli straordinari accidenti, che racconto per la strana sua natura. Dovendo Labattue attraversare sul suo cammino i due boschi, conosciuti col nome di Mattos[50] Portoghese e Castillano, trovavansi in quelli alcune delle tribù indigene, delle più selvagge che si conoscano nel Brasile. Esse, sapendo del passaggio degl’Imperiali, li assalirono in varie imboscate, e li danneggiarono non poco.

»Ci fecero queste sapere in seguito che erano amiche ai Repubblicani, e veramente non c’incomodarono affatto al passaggio nostro. Vedemmo passando i _foges_[51] ma nessuno coperto. In quei medesimi giorni comparì fuori della foresta una donna, rubata nella sua giovinezza dai selvaggi, e che in quell’occasione approfittò della vicinanza nostra per salvarsi: era questa poverina nel più deplorabile stato. Intanto, non avendo più nemici da fuggire, nè da perseguire in quelle alte regioni, procedemmo nella nostra marcia con lentezza, mancanti quasi totalmente di cavalli, ed obbligati a domar puledri cammin facendo. Il corpo de’ lancieri liberti, rimasto smontato per intiero, fu obbligato di rifarsi con puledri. Era bel vedere allora, quasi ogni giorno, una moltitudine di quei giovani e robusti negri, domatori tutti esperti, arrampicarsi sul dorso di selvaggi corsieri e tempestare per la campagna, e il bruto fare ogni sforzo per isvincolarsi e gettar lontano il carco di un tiranno, e l’uomo, ammirabile di destrezza, di forza, di coraggio, ingambarsi siccome tanaglia, battere, spingere, e stancare alfine il superbo figlio del deserto. In quella parte dell’America il puledro, giunto appena dal campo, s’inlaccia, s’insella, s’imbriglia, e lo cavalca il domatore. In pochi giorni è capace di ricevere il morso. I più renitenti riescono buoni cavalli come qualunque altro in poco tempo, salvo poche eccezioni. Ma difficilmente riescono ben domati dai soldati, massime nelle marce, ove non si può avere comodo nè cura per ben domarli.

»Passati i Mattos Portoghese e Castillano, scendemmo nella provincia di Missione, dirigendoci sopra Cruz-Alta, capoluogo di quella piccola città su d’un altopiano, ben costrutta ed in bella posizione, siccome bella è tutta quella parte dello Stato di Rio Grande. Da Cruz-Alita marciammo a San Gabriel, ove si stabilì il quartier generale, e si costrussero baracconi per accampare l’esercito.

»Sei anni d’una vita di disagi[52] e di avventure non mi avevano sgomentato quando ero solo; ma l’avere una famigliuola, l’essere così lontano da tutte le mie relazioni antiche e da’ parenti, di cui non sapevo nulla da anni, mi fecero nascere il desiderio di avvicinarmi ad un punto onde sapere alcuna cosa, massime de’ genitori, il cui affetto avevo potuto dimenticare un momento, ma che vivamente pur sempre esisteva nell’anima mia. Poi nulla sapevo dell’Italia! Poi abbisognava migliorare la condizione della mia cara e del bambino. Mi decisi adunque di passare a Montevideo, almeno temporariamente, e ne chiesi il permesso al Presidente, come pure di fare una piccola truppa di buoi per le spese.»

Ed eccolo così _truppiere_ o conduttore di buoi. Ottenuto facilmente dal Ministro della guerra di fare una razzía di quanto bestiame selvatico gli cadesse nelle mani (poichè siamo in paese, dove la proprietà dell’animale errante è di chi lo toglie), gli vien fatto di radunarne all’_estancia_ del Coral de Pedras novecento capi, e con questa enorme mandria s’incammina, scendendo il corso dell’Uruguay, per Montevideo. Ma nel traversare il Rio Negro comincia a perdere una gran quantità di buoi; poi un’altra buona parte gliela frodano i _Capataz_, sicchè fatta la rassegna s’avvede che non gliene restano più di cinquecento; onde minacciato dalla probabilità di perdere anche il rimanente, si decide a macellarli per venderne le cuoia: magro negozio pur quello, poichè non arrivò ad intascare che un centinaio di scudi, appena bastevoli alle necessità del lungo viaggio.

A San Gabriele però ha una felice ventura; incontrato Francesco Anzani, di cui più volte gli era suonato all’orecchio il nome, come d’uno dei più valorosi Italiani che abitassero l’America, si esalta al racconto delle sue avventure; ammira la nobiltà del suo animo, si innamora del suo carattere, e gli fa nel suo cuore il posto che il Rossetti aveva occupato. L’Anzani dal canto suo si compiace di quel giovane bello, prode, entusiasta, e ne presentisce l’alto destino; i due eroi poco prima estranei, sono in un’ora amici: continuano il viaggio assieme; assieme dividono il pane, il letto, le vesti: l’Anzani ha una camicia sola, ma due paia di pantaloni; Garibaldi invece un sol pantalone in cenci e due camicie, e barattano a vicenda la camicia ed il pantalone superflui. Al Salto dell’Uruguay però sono costretti a dividersi, ma per riunirsi fra breve. Garibaldi continua il viaggio e al cominciare del 1842 rientra con Anita in Montevideo, dove il mutato governo gli sta garante d’un asilo sicuro, e in breve gli si aprirà un campo più vasto di nuovi cimenti e di nuove glorie.