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LIBRO QUINTO.

LA CITTÀ DI ROMA DURANTE l’ETÀ DEI CAROLINGI, FINO ALL’ANNO 900.

CAPITOLO PRIMO.

§ 1.

Novello stato che la città di Roma tiene nel mondo. — Relazioni dell’Imperatore e del Papa con Roma. — Leone va un’altra volta a Carlo. — Ardulfo di Northumberland viene a Roma.

Carlo conseguiva da Roma il titolo giuridico del suo Impero, ma, veramente, la materia che si gettava nella forma antica, era metallo di lega germanica, ed il nome di germanico-romano, quale si attribuisce al novello Stato, non esprime che l’associazione di quei contrapposti elementi su cui riposa lo svolgimento della vita nuova di Europa. L’una delle due nazioni continuava la storia della gente umana, raccogliendone il retaggio in una successione non interrotta mai, e tramandava ai posteri i beneficî della vecchia cultura insieme colle idee del Cristianesimo; l’altra nazione faceva suoi, e ringiovaniva e fecondava quei beneficî e quelle idee. Roma aveva trascinato fra le sue braccia il mondo germanico; la Chiesa romana aveva vinto la barbarie, aveva ridotto i popoli ad un ordinamento sociale, e finalmente gli aveva associati in un comune sistema ecclesiastico e politico, che teneva suo seggio nella eterna Città. Ei pareva che adesso incombesse a Bisanzio il mandato di esercitare un’influenza pari sul mondo slavo; quella missione peraltro non ebbe compimento, sia perchè nell’Impero bizantino non alitasse un principio sociale di creazione simile a quello che era operoso nella Chiesa romana, sia perchè le stirpi slave non fossero capaci di accogliere idee elevate nell’ordine dello Stato e della civiltà, e di sollevarsi all’altezza di eredi del mondo greco. Il disegno di costituire un Impero slavo-greco continua oggidì tuttavia ad agitarsi nella Russia, ma non lo ispira il concetto di raggiungere una meta nazionale che compia uno svolgimento imperfetto, sì piuttosto deriva dalla consapevolezza della incuria per cui la sua storia fallì allo scopo che le era imposto, ed alla quale omai non puossi più porre riparo.

Mentre dunque Bisanzio fu messa, per così dire, al bando dalla nuova storia, Roma riappiccò invece una seconda volta splendide relazioni col mondo. Dopochè la Roma dei Cesari ebbe distrutto la autonomia politica delle nazioni, le migrazioni dei popoli fecero sorgere novelle congregazioni di Stati, e la Chiesa proclamò il dogma della eguaglianza morale dei popoli, ossia bandì il loro giure civile universale e cristiano. L’idea che la gente umana fosse raccolta ad unità indivisibile, il concetto della Republica cristiana, apparvero adesso pensiero che informava un mondo novello. Innanzi all’altare d’Iddio universale, Romani, Germani, Greci e Slavi, tutti stavano da pari, e non v’era popolo tapino cui non fosse mallevato il completo possedimento dei beni più sublimi della Religione. Era Roma che mostrava in sè accolto questo grande principio il quale trasformava a nuovo il mondo; l’antica città capitale dell’Impero, che or si era restaurato, centro apostolico della Chiesa, sè appellava madre delle nazioni cristiane, e, _Civitas Dei_, rappresentava nell’ordine morale l’_Orbis Terrarum_. Si abbozzava la forma prima e imperfetta di una Republica unita per via di una idea morale, ossia di un’associazione di popoli, ma questo «sacro Impero» aveva ancora ad assumere figura, e tutto il medio evo fu, e, perfino, l’età nostra è soltanto una lotta continuata che si combatte per tradurre in vita il sublime concetto cristiano della libertà e dell’amore che abbraccino il mondo.

Anche nella cerchia più ristretta della sua storia la città di Roma consegue adesso nuova e maggiore rilevanza. Una legge storica aveva operato sì, che andasse salva da tutti gli assalimenti dei Barbari e che da ultimo si liberasse dalla signoria dei Longobardi e dei Greci; ed in vero Roma fu suolo santo, non a causa delle sue catacombe, ma del suo concetto cosmopolitico. Dopochè dunque Pipino e Carlo ebbero posto fine all’ultima lotta che i Germani avevano combattuto per Roma, eglino cinsero di un vallo la liberata città, e signore ne fecero il Pontefice. Il Re dei Franchi, imperatore novello, prometteva, come sire supremo, di difendere questo Stato ecclesiastico consecrato a san Pietro, e di proteggerlo dai nemici di dentro e di fuori, avvegnaddio nessun principe o popolo, esclusi gli altri, potesse possedere Roma, bene comune della gente umana; la metropoli della Cristianità, pari alla Roma antica, rappresentava nel concetto più eccelso un principio universale; essa pertanto doveva aver libertà; a tutti i popoli parimenti doveva esserne sgombro l’accesso, ed il sommo Sacerdote che in essa sedeva non dovea essere suddito a nessun Re, fuori che al capo supremo dell’Impero e della Chiesa, ossia all’Imperatore. Questo concetto della neutralità di Roma, qual si conveniva al centro ecclesiastico del mondo, fino a cui non dovevano rovesciarsi i flutti del genere umano agitati senza posa dagli uragani politici e sociali, questo concetto fu che serbò al Pontefice fino ai dì nostri il piccolo Stato della Chiesa, laddove la grande monarchia di Carlo e cento reami crollarono ad esso tutt’all’intorno, e si ridussero in polve. Chi può negare che grande fosse e mirabile l’idea di una città santa del mondo, di un tempio della pace eterna nel mezzo della umanità battagliera, di un asilo universale dell’amore, della cultura, del diritto e della riconciliazione? Se l’istituto del Papato, fondato sulla ragione di libertà e di amore, non avesse conosciuto desiderî di dominio e ambizioni mondane, nè avesse intorpidito il mondo coi suoi dogmatismi, ma fosse proceduto di conserva collo svolgimento della vita civile che si andava allargando, colle tendenze sociali del mondo, coll’opera industre d’invenzioni e colla cultura, ei vi sarebbe stato a mala pena una forma cosmica più sublime, in cui il genere umano avesse avuto durevole intendimento del principio della sua unità e della sua armonia. Per lo contrario, dopo che fu trascorsa la sua prima e splendida età, il Papato ebbe ad essere veramente il principio inceppante e repulsivo nel dramma della storia: la massima idea che riposava nella Chiesa non ottenne adempimento, ma questo solo che un’idea siffatta visse un tempo nel Pontificato, basta a renderlo il più venerabile di tutti gli istituti che si foggiarono nella storia, e il fatto solo che la città di Roma fu nido classico di quella idea universale, è bastevole ad assicurarle per sempre l’affetto fervente degli uomini.

Roma, capo gerarchico della Chiesa nell’Occidente, diventò altresì di bel nuovo origine legittima dell’Impero. In essa si custodivano le grandi tradizioni dello Stato romano, dell’organamento politico del mondo, laonde Carlo sè appellava imperatore dei Romani, perocchè non esistesse alcun altro Impero pari a questo, la cui derivazione e il cui concetto fossero associati con Roma: perciò era che eziandio i Principi di Bisanzio continuavano a chiamarsi imperatori romani. In verità, Roma nell’ordine politico non era altro che una morta mina, ma il suo possedimento nelle mani di Carlo corrispondeva al possesso del solo diploma giuridico, che fosse autentico e per antichità venerando. Nondimeno, il diritto per cui la Città pretendeva ad essere pur sempre radice dell’Impero, null’altro sarebbe stato che una ricordanza antiquata, se la Chiesa non le avesse restituita l’idea della universalità. Gli era in grazia di questo concetto, che Roma dominava le antiche province dei Cesari ancor prima che Carlo conseguisse la corona, per la quale anche nell’ordine politico egli riuniva di nuovo quelle province in un Impero. Era stato essenzialmente il giure romano che allo Stato romano antico aveva dato l’unità; il codice delle leggi ecclesiastiche di Roma ve la costituiva nel novello Impero romano. I Pontefici con loro titoli ecclesiastici avevano restaurato i diritti politici che Roma aveva perduto, ma tosto dopo si affaticavano a cancellare quelle sembianze di sovranità che i Romani avevano esercitato al tempo della elezione di Carlo all’Impero, perocchè proclamassero essere l’Imperatore germanico un feudatario della Chiesa, l’Impero essere una emanazione del volere di Dio, il quale otteneva compimento colla consecrazione che gli Imperatori ricevevano dalla mano del Papa. Se dunque i Romani di quell’età si facevano a considerare qual fosse l’indole della dominazione che la loro Città esercitava sulle più remote contrade per via del sistema della Chiesa, della diffusione universale dei canoni romani, della lingua latina introdotta dappertutto nelle scuole, nelle chiese, nei sinodi e nelle trattazioni dei negozî temporali, per via finalmente delle reliquie della sapienza classica e dell’arte, i Romani d’allora dovevano pur confessare a sè stessi che, sebbene fosse di forma diversa, quella dominazione era poco meno potente della signoria che Roma aveva posseduto al tempo di Trajano.

Tuttavolta, Roma non altro era che il centro morale dell’Impero; la storia per buona ventura non consentì alla Città di ridivenire altresì suo centro politico. Se ciò fosse accaduto, l’Impero e il Papato si sarebbero associati in una podestà immensurata; e un despotismo gerarchico, più terribile e più violento di quello dell’antica dominazione dei Cesari, avrebbe divorato Europa. Carlo non si curò di costituire Roma a capitale dell’Impero suo, e quella incuria fu uno dei fatti più gravi di conseguenze nella storia. Poichè di tal guisa fu tolto che si rinnovasse ciò che l’antico Impero romano era stato, ne fu reso per ciò solo possibile che si compiessero lo svolgimento e l’autonomia delle nazioni germaniche ed eziandio della Chiesa. La favoleggiata donazione di Costantino, che pure abdicò Roma a favore del Papa, per verità previde gli effetti che avrebbero dovuto conseguirne al Papato, se il capo dell’Impero avesse riposto sua sede in Roma. Il più tremendo pericolo minacciava l’ambizioso Episcopato romano al momento della rinnovazione dell’Impero, ma per sua buona sorte ne fu rimosso il danno. I contrasti del Germanesimo e del Romanismo separarono per sempre la podestà imperiale da quella del Pontefice, e le due autorità, la temporale e la religiosa, s’incepparono e si limitarono a vicenda. Dacchè il novello Imperatore discendeva dalla potenza del popolo conquistatore germanico, dacchè il Papa era creazione di Roma e dei Latini, ne veniva che quei due elementi nazionali dovessero altresì svolgere entro a sè ognor più largamente le forme e la possanza di quelle due autorità del mondo; l’elemento nordico doveva elaborare e compiere le istituzioni politiche, l’elemento meridionale gli istituti ecclesiastici; Germania provvedeva allo Impero, Roma alla Chiesa. Il mondo occidentale, quest’era il pensiero di Carlo, doveva pertanto posare sovra due centri, intorno ai quali si librasse il grande sistema dell’Impero cristiano: la città pontificia e la città imperiale, Roma e Aquisgrana, nel tempo stesso in cui egli, Imperatore, solo capo della Republica cristiana, stava da reggitore della Chiesa universale[1].

Peraltro, i contrasti che di dentro si combattevano, e le tendenze dell’individualità germanica, che al principio romano, ossequente all’autorità e al sistema, contrapponevano il sentimento di libertà e l’independenza dell’indole propria, sconnessero abbastanza presto l’organamento creato da Carlo, e lo stesso Papato decadde ben tosto da quel fastigio cui lo aveva innalzato il monarca potente e pio. I Germani si opposero al principio romano ed alla latinità che lor volevasi far accogliere; perfino dentro della città di Roma si accese la più acre battaglia fra le aspirazioni cittadine e i privilegî ecclesiastici; e la storia di due secoli meravigliosi (chè tanta ne abbraccia questo volume terzo) ci mostrerà le più gagliarde contrarietà combattersi nella vita di Roma, fino a che quel periodo di tempo si chiude colla età in cui i Sassoni rialzano il Pontificato dalla più desolata ruina, e restaurano il sistema crollato di Carlo, mercè un’imitazione in cui tuttavia le idee teocratiche ognor più s’eclissano innanzi al concetto imperatorio di Roma antica.

Carlo soggiornò a Roma tutto l’inverno che susseguì alla sua incoronazione. Non tenne dimora nell’antico _Palatium_, che lasciò in balìa del decadimento; pose piuttosto sue case in uno degli episcopî che erano accosto al san Pietro. Fu quello la residenza di tutti i Carolingi ogni qual volta vennero a Roma, ed ivi ebbe stanza anche il _Missus_ imperiale. La lontananza da Germania, e l’intendimento giudizioso di non costituire in Roma il centro dell’Impero, distolsero Carlo dall’edificazione di un novello palazzo imperiale: se egli si avesse costruito case di residenza in Roma, i Cronisti non avrebbero mancato di parlarne e di darne la descrizione, sì com’ebbero fatto dei palazzi di Aquisgrana e di Ingelheim[2].

Durante il verno, Carlo diè assetto alle cose d’Italia e della Città, che egli compose a pace in quello che le sottomise alla maestà del suo Impero[3]. I Romani gli avevano prestato giuramento di fedeltà e gli tributavano reverenza come a loro signor supremo; gli aristocratici del clero e della milizia, che egli aveva costretto ad obbedire al Pontefice come a loro principe territoriale, erano pur tenuti in conto di vassalli imperiali (_homines imperiales_), perocchè eglino fossero soggetti al banno giuridico supremo dell’Imperatore. Tuttavolta, la podestà imperiale si teneva in Roma soltanto come una norma di principio. In un’età di ordinamenti semplici e rozzi, ma remota ancora dal sistema di monarchia assoluta, dinanzi alla duplice indole ben singolare di un organamento politico-ecclesiastico, la rinnovata autorità imperatoria non si stabiliva con gravezze d’imposte, nè con obligo di milizia, ma, se si eccettuino poche regalie, aveva fondamento soltanto nell’amministrazione del diritto, concetto sublime della vita civile. Il Papa, da signore territoriale, eleggeva i suoi _Judices_ nelle varie giurisdizioni del reggimento, ma l’Imperatore esercitava la suprema podestà giuridica anche in Roma. In nome di lui ne tenea rappresentanza il suo _Missus_ o legato, che ivi sedeva costantemente e dimorava in vicinanza del san Pietro a spese della Camera pontificia: colà, oppure nella sala del Laterano detta «della Lupa», raccoglieva le tornate del suo tribunale (_placita_). Quanto tempo il suo ufficio durasse, non possiamo determinare. Era in Roma pari ad un conte palatino dell’Impero senza che ei si fregiasse di questo titolo, e teneva la autorità di giudice che aveva spettato al Patrizio. Difendeva il Papa e la Chiesa dalle insidie della nobiltà, ma in pari tempo custodiva nella Città i diritti dell’Impero. In nome dell’Imperatore presiedeva ai giudizî, apprendeva la metà della moneta che derivava da pene pecuniarie e la devolveva al fisco, sopravvegliava ai Giudici pontificî della Città e del Ducato, accoglieva le appellazioni che movevansi contro loro sentenze, e ne riferiva all’Imperatore. In parecchi casi, allorquando si sporgeva appello direttamente all’Imperatore, questi spediva a Roma un suo _Missus_ straordinario; e i rei di maestà che appartenevano al ceto più ragguardevole, gli ottimati romani od i Vescovi erano giudicati da un siffatto legato; di consueto eranlo dal Duca di Spoleto, e, come si scorge da casi parecchi, i condannati mandavansi in esilio al di là delle Alpi, sì come nei tempi anteriori, quando durava il reggimento bizantino, quella pena si espiava in qualche terra di Grecia. Il legato permanente dell’Imperatore era altresì suo plenipotenziario nella elezione e nell’ordinazione del Papa, alle quali doveva assistere; laonde, fino a tanto che si mantenne fermo l’Imperio dei Carolingi, egli vegliava continuamente a difesa dei diritti essenziali dell’Imperatore, della podestà giuridica suprema, e della prerogativa di dar conferma all’elezione pontificia[4].

Se si spiega con chiarezza la condizione di signoria suprema del novello Imperatore, restano invece in alcuna parte all’oscuro le relazioni in cui il Papa, nella sua signoria territoriale, trovavasi di contro alla Città. Nulla sappiamo di quel che riguarda la costituzione cittadina a quella epoca, nulla delle franchigie di libertà onde, probabilmente per ragione di patto, fosse fornita l’aristocrazia, nè dei suoi diritti a partecipazione nel reggimento di indole temporale; ignoriamo come fosse composto l’ordinamento giudiziario che a preferenza era posto in mano degli ottimati, perocchè di questo tempo i prelati non si fossero ancora impadroniti di tutti i negozî civili. Alla restaurazione dell’Impero doveva pur susseguire, come conseguenza, anche un riordinamento delle faccende interne della Città, e doveva ben comprendere in sè eziandio una novella partizione dei circondarî della milizia e delle regioni. Ma il silenzio dei Cronisti e dei documenti seppellisce tutte queste condizioni di cose in tenebra fittissima.

Il grande intelletto di Carlo lo premunì da vaghezza di imprendere conquiste verso il mezzogiorno. La potenza formidabile delle sue armi avrebbe potuto schiacciare Benevento ed allargare i confini dell’Impero occidentale fino al mare Jonio; e se lo avesse agitato quel genio avventuroso di imprese in Oriente, che più tardi gli attribuirono i romanzi, le armate dei Bizantini lo avrebbero a mala pena tenuto lontano di Grecia. Ma la missione di lui era rivolta all’Occidente e ai paesi nordici, dove gli era necessario di trovare il centro di gravità del suo Stato: pertanto al figliuolo Pipino, come a luogotenente suo, cedeva il reame d’Italia, gli affidava la cura della guerra di Benevento, e, trascorsa la Pasqua, addì 25 dell’Aprile 801, partiva di Roma per tornarsene in patria. A Spoleto, nell’ultima notte del mese di Aprile, era messo a spavento da un terremoto. La scossa era avvertita fino nelle terre bagnate dal Reno; Italia ne deplorava la caduta di alcune città, e può darsi che in Roma ne crollasse più di un monumento. Ma i Cronisti di quel tempo non degnano pur di rivolgere uno sguardo ai monumenti dell’antichità, laddove quasi tutti, Tedeschi e Italiani, registrano come avvenimento rilevante la caduta del tetto del san Paolo che era in vicinanza di Roma[5].

L’Imperatore andava a Ravenna, indi a Pavia, città capitale del reame d’Italia, e di qui promulgava alcuni Capitolari, che egli aggiungeva al codice delle leggi longobardiche. In essi ei s’intitola: «Carlo, per grazia di Dio, signore dell’Impero dei Romani, serenissimo Augusto,» ed appone ai suoi editti la data del consolato[6]. Nel corso dell’inverno la corte bizantina aveva avuto contezza dell’usurpazione dei suoi dritti legittimi, e ne traeva motivo di terrore e di odio contro i Franchi e contro i Romani. Quei dritti suoi vedeva essa distrutti dall’ardimento di un Re barbarico, che si arrogava nome di imperatore dei Romani sebbene spettasse soltanto ai Cesari greci, eredi di Costantino. Ma temuta era la potenza dei Franchi, grande la debolezza di Bisanzio, e sul trono vacillante sedeva pur sempre una femmina. Irene, circondata di uomini ribelli che si dimenavano per istrappare a sè la corona, non poteva osare di cimentarsi a lotta contro di Carlo; ella anzi brigava con civetterie per acquistarsene l’amicizia, dacchè trovavasi quasi nelle identiche condizioni che un tempo avevano costretto Amalasunta, regina dei Goti, a cercar ajuto presso il nemico del reame suo. Era impossibile cosa che si compiesse lo strano progetto di un matrimonio fra Carlo e Irene, per cui si sarebbero riuniti sotto la dinastia dei Franchi gli Imperi d’Oriente e d’Occidente; e Carlo stesso non si toglieva grande affanno che gli fosse dato riconoscimento dei suoi titoli di _Augustus_ e di _Basileus_, ma più gli premeva di definire con un trattato le vicendevoli pretese, e di determinare i confini dei possedimenti rispettivi in Italia. Egli accoglieva i legati di Irene, e suoi ambasciadori mandava a Bisanzio, ma questi ultimi giungevano a quella corte soltanto per essere spettatori della caduta della Imperatrice. Niceforo, un miserabile ipocrita che tempo addietro era stato tesoriere di palazzo, nel dì 31 dell’Ottobre 802 si impadroniva della porpora in un rivolgimento che avveniva senza spargimento di sangue, ed esiliava Irene nell’isola di Lesbo ad attendere al fuso e alla conocchia. Peraltro il nuovo despota non era meno di lei desideroso di amicizia cogli odiati Franchi; di buon grado prestava ascolto all’ambasceria, e, quand’essa ripartiva, le dava compagni suoi ministri che spediva a Carlo: dopochè questi ebbero conchiuso un trattato, se ne tornarono a Costantinopoli, passando per Roma. Anche papa Leone bramava di vedere aggiustati quei rapporti, affine di rimuovere da Roma il pericolo di una guerra; e poichè egli aveva spedito suoi legati a Bisanzio, è possibile cosa che egli non soltanto si facesse interpositore di pace, ma altresì che cercasse di giustificarsi della avvenuta incoronazione di Carlo. Ad ogni modo nulla sappiamo dei negoziati che corsero fra Roma e Bisanzio; furono i più difficili e scabrosi che si possano mai imaginare, e lo Storico deplora che una oscurità sempre più densa ricopra questa età sì meravigliosa di Roma.

Nell’anno 804 Leone III imprendeva un nuovo viaggio per andarne a Carlo: può ben darsi che ve lo inducessero dei motivi più urgenti di quello che fosse una spugna stillante di sangue, che si faceva vedere a Mantova. Invero il Papa aveva sofferto ostilità parecchie da parte del Re d’Italia nei possedimenti della Chiesa, era stato offeso dai comportamenti di padronanza onde i legati imperiali avevano usato verso i Duci pontificî nella Pentapoli, e gravi cure destava in lui l’atteggiamento dei Romani[7]. Allorchè, in sulla metà del mese di Novembre, l’Imperatore aveva novella che il Papa moveva a lui, spediva a San Maurizio il figliuol suo Carlo perchè gli facesse accompagnatura; egli stesso poi andava a Reims ad incontrarlo.

A Carisiaco celebravano le feste natalizie, indi Carlo adduceva l’ospite suo ad Aquisgrana. Di qui lo lasciava partire con ricchi donativi, e comandava ad alcuni degli ottimati suoi che gli fossero comitiva fino a Ravenna, per la via di Baviera. Nel mese di Gennajo Leone era reduce a Roma. Non pare che tornasse pago di tutti i suoi desiderî, avvegnachè le contese sui confini dei possedimenti pontificî e le discordanze sui limiti dell’autorità suprema dell’Imperatore e della podestà territoriale del Papa dessero occasione a continui dissapori, chè il giovane Pipino fornito di grande energia mirava di mal animo le intemperate pretensioni di san Pietro. Queste erano infatti, che mettevano impedimento ai suoi disegni rivolti a costituire un poderoso reame d’Italia, così che egli omai doveva deplorare in silenzio la donazione dell’avo suo, se anche lo sguardo di lui non poteva peranco discernere i germi fatali dell’eterna divisione d’Italia, che in quella donazione si stavano accolti.

Nell’anno 806 Pipino riceveva nuova confermazione del suo reame d’Italia. Carlo, il quale omai volgeva a vecchiezza, seguiva la consuetudine dei Franchi provvedendo alla partizione del suo retaggio; ei comprendeva che era impossibile di conservare l’immenso Impero sotto di un solo reggimento, prevedeva le contese che sarebbero sorte fra’ suoi eredi, e deliberava perciò di distribuire la monarchia in parti fra’ suoi tre figliuoli: tributava poi onoranza al Papa, perocchè mandasse a Roma Eginardo col documento che statuiva quelle divisioni, affinchè il Pontefice vi si sottoscrivesse e vi desse sanzione coll’autorità della Chiesa[8]. In conseguenza di questo atto, Pipino annunciò che sarebbe ito a Roma per far visita al Papa, ma non v’andò. Invece di lui venne a Roma un altro Re. Ardulfo di Northumberland nell’anno 808 era stato cacciato del suo trono e della sua terra per opera di un partito potente; fuggitivo egli andava a Nimwegen alla corte di Carlo e lo supplicava che lo restituisse nel suo regno, indi col beneplacito dell’Imperatore moveva in gran fretta a Roma per raccomandarsi all’ajuto del Papa, e Leone gli dava a compagno il sassone Adolfo, suo diacono e nunzio, acciocchè lo scortasse in patria, dove il discacciato fu indi nuovamente riposto in signoria per opera di due legati imperiali[9]. Fino a questo tempo Roma aveva veduto dei Re, massimamente dell’isola britannica, venuti per coprirsi del saio di monaci, ma Ardulfo era il primo Principe che capitasse in Laterano in figura di supplicante per ottenere la restituzione di una corona regale rapita. Questo fatto ammaestrava quanto fosse grande la reverenza che nell’Occidente cominciava a tributarsi alla podestà imperiale ed a quella pontificia. Da Pipino in poi, furono i Re che per motivi di profitto mondano si fecero a sollevare l’idea dell’Episcopato romano ben altamente e ad additarlo alla fede dei popoli e dei Principi, nè pertanto può destar meraviglia se i Vescovi di Roma, abbandonando il concetto delle intromissioni religiose, presto si attribuirono autorità divina di poter dare corone e di poterle togliere.

§ 2.

Pipino muore nell’anno 810. — Bernardo, re d’Italia. — Lodovico I è coronato in Aquisgrana, socio nell’Impero dei Romani. — Muore Carlo magno. — Valore di lui nella storia del mondo. — Mancanza di tradizioni locali di lui nella città di Roma.

La casa di Carlo, le cui sorti ebbero strettissima associazione colla storia della città di Roma, fu poco meno sventurata della famiglia di Augusto. Il fondatore di una dinastia imperiale vide cadersi dinanzi ad uno ad uno i suoi figli prediletti. Pipino toccava appena i trentadue anni di età, quando morte il rapiva a Milano nel giorno 8 del Luglio 810. Aveva egli coltivato il disegno di ridurre ad unità il bel reame d’Italia colla conquista delle Venezie e di Benevento, ma non poteva ridurlo a compimento, e dal suo letto di morte mirava con grave angustia alla tenera giovinezza dell’unico figliuolo ch’ei lasciava, nato di connubio illegittimo. Carlo designò il giovinetto Bernardo a re d’Italia, ma la formale elevazione di lui al trono avvenne soltanto nell’anno 813, sebbene di già l’anno prima ei fosse mandato a Pavia coll’accompagnatura di Wala, nipote di Carlo Martello, e di Adelardo abate di Corveia, fratello di lui: avvegnaddio questi due uomini insigni dovessero stare ai fianchi del giovinetto, da consigliatori suoi[10]. Nel frattempo, l’Imperatore aveva nuova e profonda ragione di amarezze, chè gli moriva anche il figlio Carlo. Ridotto in solitudine desolata e impensierito di sua prossima fine, egli deliberava di farsi socio nell’Impero dei Romani l’unico erede della sua monarchia, Lodovico di Aquitania; e in Aquisgrana, nel Settembre dell’anno 813, coll’adesione dei maggiorenti del suo Stato, gli conferiva la dignità imperatoria. Dei Cronisti franchi altri narra che Carlo stesso porgesse in mano al figliuolo la corona, altri che egli gliene cingesse il capo, altri infine che gli ordinasse di torla di sue man proprie dall’altare sopra cui era, e di porsela in testa[11]. Il parlamento era composto degli ottimati della nobiltà e del clero dei Franchi, che erano accorsi da tutte le parti dell’Impero. Pertanto, anche Lodovico fu fatto imperatore con un atto di elezione universale, ma le forme furono diverse da quelle della elezione romana che erano state adempiute pel padre suo. La elezione di questo era avvenuta in Roma, e quantunque il «Senato de’ Franchi» avesse avuto parte al voto, tuttavolta l’opera massima ne aveva appartenuto ai Romani ed al Papa, per mano del quale s’era compiuta la incoronazione; ed anzi l’esaltamento di Carlo ad _Imperator Romanorum_ apparve essenzialmente essere opera della volontà dei Romani e della consecrazione data dal Pontefice: in tal conto più tardi fu tenuto decisamente[12]. Per lo contrario, la elezione cesarea di Aquisgrana procedette dalla adesione del parlamento della monarchia ch’era stata omai fondata; e non il Papa, nè Vescovo alcuno che ne tenesse le veci, ungeva dell’olio santo l’eletto e lo coronava, ma colle proprie mani il figliuolo s’imponeva in capo il diadema paterno. In nessuna scrittura si fa cenno che fra i congregati all’elezione intervenissero Romani; e se per il fatto sarannovi stati presenti dei legati del Papa, e duci e vescovi delle terre romane, eglino, parimenti come i conti e i prelati del reame d’Italia, andarono confusi cogli altri nella assemblea universale dell’Impero: Carlo considerava Roma, radice dell’_Imperium_, da città compresa nello Stato di lui, alla paro di quello che accadeva per le città di Pavia, di Milano o di Aquileja. Pertanto, il possente Imperatore opponeva manifestamente un argine alle pretensioni eccessive di Roma; e quella splendida ora che si segnava nella adunanza di Aquisgrana, era addirittura un avvertimento che ei dava a’ suoi succeditori. Se i fiacchi eredi di Carlo avessero saputo comprenderne l’insegnamento, la storia del Pontificato e quella dell’Impero, di leggieri avrebbero potuto mutarsi da quelle che furono; ma noi vedremo invece che l’atto elettivo di Aquisgrana si perdette senza conseguenze di sorta in mezzo al torrente delle credenze dommatiche che in quella età si accoglievano. La stessa assemblea dell’Impero dava altresì a Bernardo, figliuolo di Pipino, la confermazione del suo regno d’Italia.

Di lì a pochi mesi, addì 28 di Gennaio dell’anno 814, Carlo moriva in Aquisgrana, a settantun anno di età: spegnevasi quella vita di eroe e di savio. La storia della Città registra nei suoi annali la morte del fondatore del nuovo Impero, ma poichè essa deve tenersi chiusa soltanto dentro la cerchia sua propria, le è forza trarre innanzi con rapido cammino, sebbene sia a contraggenio che la mente si diparte dall’affisare uno fra gli uomini maggiori che torreggino nella storia. Se si paragonino fra essi i tre periodi della vita di Roma, che, quai pinnacoli sublimi di un edifizio, rimarranno sempre segnalati alla vista, se cioè si raffronti il periodo di Cesare e di Augusto in cui si fondò la monarchia universale romana, con quello di Costantino in cui il Cristianesimo incominciò a tenere dominio, e finalmente coll’età di Carlo, nella quale dalla ruina di Roma si elevò il sistema della civiltà germanico-romana, egli è certo che l’epoca di Carlo non è in veruna guisa da meno delle altre due, per altissima rilevanza nella storia dell’Occidente. Questa età nulla distrusse, perocchè il periodo delle ruine la avesse già preceduta; bensì fu feconda di novelle edificazioni, fornita essendo massimamente di grandi forze creatrici. Essa impose termine alla grande migrazione dei popoli, rappacificò i Germani con Roma, e raccolse nelle sue braccia la immensurata sostanza del mondo per infonderle genio e per ispirarle forme di civiltà: impedì che la immiserita gente umana perdesse il patrimonio dell’antichità, tesoro sepolto di sapienza e di splendida cultura; fu anzi essa per la prima che, gagliarda e spoglia di pregiudizî, incominciò ad evocarlo ad esistenza nuova e ad accoglierlo come nerbo di forza necessaria e immortale nello svolgimento della vita morale. Il tempo di Carlo fe’ risorgere la grande tradizione dell’_Orbis terrarum_, ossia della unità del mondo, che anticamente nell’ordine politico aveva creato con grave lavorìo l’Impero romano dei Cesari, sorto contemporaneo al Cristianesimo; l’età di Carlo trasformò l’Impero antico nella monarchia occidentale, che aver doveva la sua più intima compagine nel principio della religione cristiana. Carlo, Mosè del medio evo, guidò la gente umana con avventurato cammino attraverso i deserti della barbarie, e le impartì un codice novello di costituzioni politiche, ecclesiastiche e civili: nello Stato teocratico di lui, il medio evo manifestò il tentativo primo di fondare nella storia un patto di alleanza nuova. L’occhio dell’Imperatore moribondo scorse l’albeggiare delle venture età, e nell’orizzonte di remoti giorni discerse forme di civiltà infinite sollevarsi in mezzo a quella triplice congregazione di popoli ch’era composta dei Germani, dei Romani e degli Slavi. Di rimpetto alla grandezza di Carlo si oscurano le glorie di Alessandro, di Cesare e di Trajano, e il suo genio edificatore, provvido a raccogliere svariati elementi ad unità ed a seminare germi fecondi, sarà sempre un fenomeno unico nella storia, perocchè egli non sia stato condannato ad espiare la fortuna della sua opera creatrice con quella corona di martirio, che, retaggio fatale, fu di consueto serbata agli uomini grandi.

Carlo legò una parte dei suoi tesori alle ventuna Chiese metropolitane del suo Impero: di esse, cinque ve n’aveva in Italia, ed erano quelle di Roma, di Ravenna, di Milano, di Aquileja e di Grado. Fra le cose preziose del suo palazzo erano due mense d’argento, una di forma quadrangolare, adorna di un rilievo che rappresentava Costantinopoli, l’altra di forma rotonda e coperta dell’effigie di Roma; la prima l’Imperatore donava al san Pietro, la seconda alla Chiesa di Ravenna. Quei due monumenti dell’arte dei primi tempi di mezzo andarono perduti. La Biografia di Leone III non memora la mensa spedita in dono a Roma, sebbene nel Libro Pontificale spesse volte si faccia menzione di una grande croce d’oro che era pure un presente votivo di Carlo; ma il Cronista di Ravenna vide la mensa decorata dell’imagine di Roma, chè, adempiendo a ciò che statuiva il testamento di Carlo, l’imperatore Lodovico la mandava all’arcivescovo Martino, e quell’egregia opera d’arte vi giungeva nel tempo in cui Agnello era ancor fanciullo[13].

Roma ricevette altresì un ricchissimo legato di vasellami sontuosi, per guisa che Carlo, il quale aveva largito alla Chiesa tanta ricchezza di privilegî e di possedimenti e sì grande copia d’oro e d’argento, le fu liberale di doni anche in morte, più liberale massimamente di tutti i Principi che lo precedettero e che vennero dopo di lui: così si conveniva a chi fu vero fondatore dello Stato della Chiesa e della potenza pontificia, la cui sconfinata estensione dei tempi posteriori egli peraltro non aveva mai presagito. Ed invero, quantunque Carlo fosse il figliuolo più fervido e pio della Chiesa, e la giudicasse istituto massimo e divino della umana gente, e vincolo essenziale che annodava il reame suo all’elemento più vitale della civiltà, pure egli non si rassegnò in guisa alcuna a servirla con balìa cieca. Onorò la immunità che egli ebbe fondato a favore del Vescovo ossia Metropolita di Roma, ma non dimenticò mai di essere egli il sovrano di tutta la monarchia; ei tenne sè, ed i suoi popoli tennero lui in conto di reggitore supremo eziandio di tutti i negozî ecclesiastici; fondò vescovati e conventi, promulgò editti in materia di giure ecclesiastico, ordinò le scuole popolari, sancì le costituzioni della Chiesa colla sua confermazione sovrana, e nel tempo stesso le accolse nel suo codice, attribuendovi forza di leggi, e l’Episcopato e i Sinodi mantenne sotto la sua influenza dominatrice.

La Chiesa con animo grato tributò a Carlo l’aureola della santità, che egli non aveva mai vagheggiato[14]. Le lotte di Roma contro agli Hohenstaufen per il possedimento dei beni della contessa Matilde, di cui questi ultimi movevano pretesa, ebbero richiamato alla ricordanza degli uomini che Carlo era stato il fondatore pio dello Stato ecclesiastico; in lui le Crociate fecero rammemorare l’eroe della Cristianità. Parimenti come Ottaviano e come Cesare, anch’egli diventò subbietto di leggenda; e nell’anno 1122 un Papa della Francia meridionale, Calisto II, proclamò essere genuina e veritiera la celebre Storia di Turpino che celebrava le geste di Carlo e di Rolando, e che forse fu opera di quel Pontefice. Anche in Roma la persona di Carlo incominciò prestamente a ornarsi di favoloso; ce ne fa testimonianza il frate che, sullo scorcio del secolo decimo, dal monastero di Monte Soratte scriveva la sua barbarica Cronica: di già egli narrava della spedizione di Carlo al santo sepolcro; e poichè è difficile cosa che quel monaco inventasse siffatta fola ed è probabile che a quell’ora omai se ne fosse diffusa la tradizione, ne avviene che la sua origine devasi riferire ad un qualche mezzo secolo prima[15]. Tuttavolta, il Carlo della leggenda non ottenne in Roma rinomanza e favor di nazione, perocchè non si convenisse col Carlo della storia. Sebbene imperatore romano, ei vi rimase uomo straniero al paro di Teodorico il grande, e la sua persona non si compose una nicchia in mezzo ai Romani, dacchè la sua fama non si raccomandò a luogo o a monumento alcuno nella Città; ed è cosa notevole che i _Mirabilia_ di Roma non ispendano pure una parola che ricordi Carlo magno.

§ 3.

Avvengono tumulti in Roma. — Bernardo è mandato a Roma per procedervi a inquisizione. — Leone III muore nell’anno 816. — Edificî di Leone in Roma. — Caratteri dell’architettura e dell’arte di quell’età. — Chiese titolari e conventi celebri di Roma in quell’epoca.

La novella della morte di Carlo si sparse come scroscio di tuono per la Città che egli aveva amato con amore tanto devoto, e dov’egli era venerato e temuto. Il Papa vide spalancarsi un abisso sotto i suoi piedi, avvegnachè, non sì tosto i Romani seppero morto il gran Principe, smessa ogni temenza, sbrigliassero la foga del loro odio contro la podestà del loro Vescovo. Se si raccogliesse un computo di tutte le rivoluzioni onde fu agitato lo Stato della Chiesa dal giorno della sua fondazione in poi, nel corso dei più che mille anni di sua esistenza, il loro numero ci turberebbe la mente; la metà sola di quei moti avrebbe bastato ad infrangere e a sperdere le tracce dei maggiori reami: invece lo Stato della Chiesa durò fino ai tempi nostri, quantunque la ribellione contro il potere temporale del Vescovo, il cui regno non doveva essere di questo mondo, abbia principiato nell’ora stessa in cui quel potere ebbe incominciamento; duplice dimostrazione che in questa miscela del sacerdozio e del principato si accoglieva una contraddizione intollerabile, e che in pari tempo l’essere dello Stato ecclesiastico conteneva in sè un principio che era riuscito ad altezza tale da infrenare le sollevazioni. Gli aderenti di Campulo e di Pasquale (questi Romani erano scomparsi in un esilio che durava omai da quattordici anni) si collegavano in cospirazione contro il Papa, ma i loro disegni erano discoperti. Fieramente e senza indugi Leone punì i «rei di maestà» dandoli in mano al carnefice, e di tal guisa il Padre Santo fu costretto più e più sempre a immergere le mani nel sangue de’ suoi Romani, da principe feroce e pauroso. La novella di quei supplizî costernò perfino l’animo del pio succeditore di Carlo. L’imperatore Lodovico trovò biasimevole cosa che il Vescovo di Roma avesse proceduto con tanta precipitazione e con rigore sì grave, e soprattutto gli parve che la sentenza pronunciata dal Papa sopra dei maggiorenti romani, senza intervento dei legati imperiali, ledesse i diritti di sè Imperatore[16]. Gli era pur debito suo di proteggere i Romani in tatti i loro diritti, ogni qual volta questi da qualsiasi parte ricevessero offesa, laonde egli mandava a Roma il Re d’Italia affinchè istituisse un’inquisizione sui fatti avvenuti. Venuto a Roma, Bernardo ammalava, ma il conte Geroldo annunciava all’Imperatore ciò che veduto aveva. Or si affrettava anche il Papa di produrre sue giustificazioni al signore supremo di Roma, e i suoi legati s’adoperavano a purgarlo di tutte quelle querele che, forse, Bernardo stesso, e, senza dubbio, i Romani avevano sporto al trono di Lodovico. Grande era in Roma il fermento degli animi inaspriti, e in quello stesso anno 815 gli inimici di Leone si sollevavano, mentre egli, affranto il corpo e l’animo dagli avvenimenti, era infermato gravemente. I ribelli si raccoglievano nella Campagna, incendiavano le tenute pontificie, così le antiche come le nuove, che Leone aveva fondato[17]. I torbidi accadevano massimamente nelle terre fuori di Roma; gli ottimati romani armavano i coloni e i servi dei loro possedimenti, movevano a rivolta le città del territorio, e minacciavano di entrare in Roma per costringere il Papa a restituire le proprietà che egli aveva confiscato a danno di loro o dei loro amici decapitati, e devolute alla Camera apostolica. Questa sollevazione faceva prova della crescente potenza della nobiltà romana, che più tardi diventar doveva formidabile tanto. Bernardo provvedeva a sedare la ribellione e mandava Vinigi duca di Spoleto a Roma, dove questi entrava con soldatesche. Il Papa, oppresso di profondo cordoglio, moriva nel giorno 11 di Giugno dell’anno 816.

Leone III aveva tenuto da più che vent’anni la cattedra di san Pietro in un’età feconda di grandissimi avvenimenti; sacerdote della gente umana, fu egli che ne consecrò un’era nuova. Odiato dai Romani poichè s’era impadronito del dominio temporale della Città, maltrattato a morte, costretto a fuggire, riposto novellamente in potenza, atterrito da ripetuti tumulti di popolo, ei tuttavia non soggiacque innanzi ai suoi avversarî. Fu uomo temprato a gagliarda energia, astuto calcolatore, capace di mire arditissime; il breve istante in cui egli coronò in san Pietro il novello Imperatore bastò a fare di lui lo strumento della storia universale del mondo, e gli assicurò nominanza incancellabile[18].

Leone III ornò la città di Roma con copia siffatta di edificazioni, che quasi superò ciò che Adriano aveva fatto. Roma ecclesiastica rinnovellò sè stessa durante l’età dei Carolingi, che fu il suo secondo periodo monumentale, se per primo si consideri l’età di Costantino. Dacchè i Pontefici di quel tempo attesero con tanta alacrità a edificare, eglino devono per certo essere annoverati fra i più fervidi distruggitori di Roma antica. L’architettura si manteneva continuamente operosa; però, quantunque seguisse le tradizioni della Chiesa, i cui massimi edificî di già appartenevano al secolo quarto, al quinto ed al sesto, essa non poteva giungere ad eguagliare la grandezza di quelli, ma doveva imitarli in dimensioni minori. Continuava a far suo pro di colonne e di ornati tolti a vecchi monumenti romani; il nuovo componeva soltanto coi materiali dell’antico. Quindi avvenne che l’illustre periodo di Roma sotto i Carolingi operò molte e splendide restaurazioni di chiese, ma non lasciò di sè alcun monumento nuovo e grandioso. Poichè aveva sott’occhio gli antichi esemplari di basiliche, l’architettura di Roma si teneva ancora ad una certa altezza, ma il numero senza fine di chiese e di conventi rendeva impossibile cosa che si costruisse in grande, ond’è che nell’arte edificatoria di Roma all’età dei Carolingi, si discopre una tal quale pochezza minuta. La decorazione delle cornici che si disponevano ad ammattonato sotto i tetti, la fattura delle torri che erano nella maggior parte di esigue proporzioni con finestre (_camerae_) arcuate e divise a colonne, l’ornato dei prospetti delle torri a dischi rotondi con marmi di vario colore, le spesse gallerie con loro brevi colonnati e con cornici di musaico, tratto tratto fregiate di medaglioni pure a musaico, tutto questo dimostra che s’era rimpicciolito il concetto delle dimensioni[19].

Allorchè Leone III restaurò la basilica di santo Apollinare in Ravenna, egli spedì colà degli architetti romani; può essere ch’ei lo facesse per un senso di orgoglio nazionale o per iscopo di dare lavoro ai suoi concittadini, di guisa che da questo fatto non è consentito di concludere esattamente che i maestri d’arte romani avessero conseguito una speciale rinomanza, siccome l’avevano ottenuta ancor tempo innanzi gli artefici comaschi[20]. Tuttavolta, la continua operosità doveva allevare all’arte gli ingegni, in Roma più che in qualunque altra città d’Italia. Il Biografo di Leone III enumera con cura scrupolosa tutte le edificazioni di chiese onde Roma andò debitrice a questo Papa. Sappiamo già del triclinio che fu suo massimo monumento nel Laterano; il Pontefice ampliò poi ed abbellì anche il palazzo pontificio e vi costruì un oratorio in onore dell’Arcangelo. Nel san Pietro rinnovò la celebre cappella battesimale di papa Damaso, e le conservò o le diede forma rotonda[21]. Edificò a nuovo ed ornò di musaici l’oratorio della Croce che era stato costruzione di Simmaco, aggiunse splendidezza di ornati alla Confessione, vi fece allogare statue d’oro e d’argento di Apostoli e di Cherubini erigendole sopra colonne d’argento, e ne lastricò il pavimento con una copia di lamine d’oro ancor maggiore di quella che prima v’era. Merita notarsi che dai due lati della tomba dell’Apostolo, così nel san Pietro che nel san Paolo, si rizzarono due scudi d’argento, sui quali s’inscrisse il simbolo apostolico in latino ed in greco, laonde si pare che a quel tempo non destava peranco repugnanza la professione greca di fede. Leone fece edificazioni altresì negli Episcopî che erano vicini al san Pietro, e vi costruì un triclinio di egregia fattura, il cui pavimento fu tutto mattonato di marmi a varî colori[22]. Restaurò la torre del san Pietro; eresse pei pellegrini uno splendido bagno di forma rotonda in vicinanza dell’obelisco, che, tutt’a un tratto dopo lungo silenzio, riappare col nome di _Columna major_, ossia di grande colonna[23]. Torna adesso a galla un altro nome antico, dacchè vien detto precisamente che Leone fondò un ospitale nel luogo che era appellato «Naumachia». Quell’ospizio stava nel suolo Vaticano ed era consecrato a santo Peregrino, prete romano il quale nel secolo secondo ebbe sofferto martirio nelle Gallie: il nome di lui dava ragione di farne il patrono dei pellegrini (_Peregrini_), che principalmente venivano in grandissimo numero dalla terra delle antiche Gallie. La piccola chiesa odierna di san Pellegrino, che è presso porta Angelica, offre ricordanza della fondazione di Leone nel luogo stesso dove questa sorgeva, e poichè quel sito era detto «Naumachia», se ne trae la conseguenza che ivi un tempo esistesse la Naumachia di Domiziano[24].

In vicinanza al san Pietro Leone rinnovava il convento dedicato a Stefano protomartire, e restaurava altresì il vicino monastero consecrato a san Martino. Una delle più antiche chiese titolari di Roma, quella dei santi Nereo ed Achilleo (_Fasciola_) nella via Appia, era stata ridotta in ruina per causa di inondazioni; adesso Leone la rialzava sopra un terreno che era posto a maggior livello d’altezza. Salve alcune modificazioni, quella chiesa tuttora si conserva nella sua forma antica di piccola basilica a tre navate; ha dimensioni che talentano l’occhio; però dei suoi musaici non restano che pochi frammenti[25]. Nel catalogo delle edificazioni di Leone si trova appena una sola chiesa di Roma che non ne ricevesse riparazioni, e gli innumerevoli donativi di splendidi vasellami e di drapperie magnifiche fanno testimonianza della dovizia del tesoro Lateranense. L’amore dei Romani antichi al lusso sontuoso, riviveva nei Pontefici, e l’arte era tuttavia valente nei lavori di arazzi e di vasi preziosissimi, dei cui disegni prendevasi a modello lo stile d’Oriente. Se si tolgano alcune pitture condotte sul vetro e miniature di codici, sembra che all’età di Leone in principalità si coltivasse l’arte dei musaici, così che sotto il concetto di _Pictura_, che è adoperato di sovente, devonsi senza peritanza intendere le fatture di musaico. Davasi cura diligente all’arte di gettare in metallo, nel bronzo, nell’argento e nell’oro, perocchè si producessero statue in grandissimo numero di quella foggia: erano pure in bel fiore i lavori a battuto e le cesellature in argento. Statue di quell’età fino a noi non giunsero, ma non si può dubitare che fin d’allora si costumasse di collocare nelle chiese simulacri di Santi scolpiti in legno, che si dipingevano a colori e si vestivano d’abiti[26].

Non è fatica senza pregio che dal catalogo delle fondazioni di Leone si ricavino le denominazioni delle chiese titolari, delle diaconie e dei conventi che a quella età erano in Roma; chè ci converrà correre alcuni secoli prima che ci si offra un documento di enumerazione parimenti completa. Risulta che v’avessero ventiquattro Titoli presbiteriali, appellati con questi nomi: Emiliana, Anastasia, Aquila e Prisca, Balbina, Calisto ossia Maria in Transtevere, Cecilia, Crisogono, Clemente, Ciriaco, Eusebio, Lorenzo in Lucina, Lorenzo in Damaso, Marcello, Marco, Nereo ed Achilleo, Pammachio, Prassede, Pudente, Quattro Coronati, Sabina, Silvestro e Martino, Sisto, Susanna, Vitale[27].

Delle Diaconie se ne enumerano venti, e sono appellate: Adriano, Agata, Arcangelo[28], Bonifacio sull’Aventino, Cosma e Damiano, Eustachio, Giorgio, Lucia _in septem viis_ o _in septizonio_ od anche più tardi _ad septem solia_, Lucia _juxta Orphea_[29], Maria Antica oggidì detta Francesca Romana, ed inoltre le chiese dedicate alla Vergine _in Adrianio, in Cosmedin, in Cyro_ od _Aquiro, in Domnica, in via Lata_, fuor di porta san Pietro; Sergio e Bacco, Silvestro e Martino presso il san Pietro, Teodoro, Vito _in Macello_[30].

Di monasteri omai se ne cita più di una quarantina, ma di essi v’era in Roma un numero assai maggiore.

In vicinanza del san Pietro s’ergevano cinque conventi, ed erano quelli di Stefano Maggiore o Protomartire detto anche di Catagalla Patrizia, di Stefano Minore, di Giovanni e Paolo, di Martino e il chiostro di Gerusalemme[31].

In prossimità del Laterano si menzionano: Pancrazio, Andrea e Bartolomeo col nome di _Honori_ che è già cognito all’Anonimo di Einsiedeln, Stefano, e un convento di monache dal nome di Sergio e Bacco[32].

Presso a santa Maria Maggiore erano questi conventi: Andrea, detto anche di Catabarbara Patrizia che forse è identico di quello di Andrea _in Massa Juliana_; Cosma e Damiano, Adriano, detto anche di san Lorenzo. Tutti avevano l’addiettivo _ad Praesepe_.

Vicino al san Paolo fuor delle porte, stava il convento di Cesario e Stefano col soprannome _ad quatuor angulos_[33]; prossimo al san Lorenzo fuor delle porte, era quello di Stefano e Cassiano.

Altri monasteri romani erano i seguenti: Agata _super Suburram_, Agnese fuor di porta Nomentana, Agapito presso il Titolo di Eudossia, Anastasio _ad Aquas Salvias_, Andrea nel _Clivus Scauri_, Andrea presso i santi Apostoli, Bibiana, Crisogono nel Transtevere, un convento presso il _Caput Africae_, il chiostro _de Corsas_ o _Caesarii_ nella via Appia, il convento _de Sardas_ probabilmente situato presso al san Vito[34], Donato in vicinanza alla santa Prisca sul monte Aventino, Erasmo sul Celio, Eugenia fuor di porta Latina, Eufemia e Arcangelo in prossimità alla santa Pudenziana, il convento _duo Furna_ probabilmente _in Agone_ nell’odierna piazza Navona, Isidoro che era forse sul monte Pincio, Giovanni sull’Aventino, il convento _de Lutara_[35], quello detto _Laurentius Pallacini_ in vicinanza al san Marco, il convento appellato Lucia _Renati, in Renatis_ o _de Serenatis_[36], Maria _Ambrosii_ che è probabilmente lo stesso di quello chiamato _Ambrosii de Maxima_ nel _Forum Piscarium_, Maria _Juliae_ nell’isola Tiberina. Vi erano inoltre: un convento di monache dedicato a Maria in Campo Marzo e l’altro di Maria _in Capitolio_, i quali due, sebbene non menzionati nel catalogo delle fondazioni di Leone III, erano a quel tempo per certo di già fondati: Michele, ignoto; il chiostro _Tempuli_[37], Silvestro (_de Capite_), santo Saba o Cella Nova, il convento _Semitrii_, ignoto; quello di Vittore presso san Pancrazio nella via Aurelia.

In quell’età non s’erano ancora costituite le venti abazie, che più tardi sorsero dai conventi venuti a numero sì grande da renderne difficile il conto. La loro copia crebbe ognor più, e sulla fine del secolo decimo affermavasi che in Roma v’aveva venti conventi di monache, quaranta di frati e sessanta di canonici ossiano preti viventi sotto regola claustrale[38].

§ 4.

Stefano IV, papa. — Egli va a Lodovico. — Presto muore. — Elezione e ordinazione precipitosa di Pasquale I. — Il falso diploma di Lodovico.

Dopo una vacanza di dieci soli giorni, fu eletto papa un uomo romano di nascita illustre, Stefano diacono, figlio di Marino. S’affrettava egli a significare i sensi della sua soggezione al Principe supremo di Roma; faceva che il popolo romano giurasse fedeltà all’Imperatore, e gli spediva suoi legati che scusassero lui e i Romani per ciò che senz’altro era stato consecrato[39]. Questo primo avvenimento di una mutazione nel pontificato che accadesse dopo la restaurazione dell’Impero romano, sollevava parecchie questioni sui rapporti che intercedevano fra il Papa e l’Imperatore: pertanto Stefano IV in persona andava a Francia. I torbidi prima avvenuti in Roma, la contrarietà dei nobili, il bisogno di conseguire guarentigie con un nuovo patto di confermazione, e, vale altresì aggiugnervi, il desiderio di ungere imperatore Lodovico che era stato già coronato, e di far tenere quella cerimonia in conto di un diritto pontificio per guisa che non potesse più preterirsi, erano tutti motivi che inducevano il Papa a intraprendere tostamente il suo viaggio. Le relazioni che passavano fra Stefano e Lodovico erano differenti da quelle che s’erano strette fra Leone III e Carlo. Nella mente degli uomini, Leone s’era quasi levato al di sopra di Carlo benefattore suo, e s’era sdebitato di tutti i suoi oblighi poichè gli aveva cinto il capo della corona dei Romani, laddove Lodovico or si trovava verso il Pontefice in condizioni di independenza assoluta. Il novello Papa vedeva di contra a sè un Imperatore possente, che per diritto di eredità teneva omai possedimento legittimo della podestà imperiale, mentre egli non aveva con lui rapporti personali di sorta. Lo impensierivano perciò le condizioni in cui il Papato trovavasi verso l’Impero, sebbene dalla bontà o piuttosto dalla debolezza d’animo del pio Lodovico non avesse ragioni di temenza.

Accompagnato da Bernardo, il Papa arrivava nel Settembre dell’anno 816 a Reims, dove l’Imperatore lo accoglieva con officî di venerazione profonda. Il prete avventurato lo ungeva del sacro crisma, e, insieme colla moglie Irmengarda, lo coronava nella cattedrale di quella città; indi tornavasi a casa sua regalato riccamente, e sopra tutto provvisto della confermazione dei possedimenti, dei privilegî e delle immunità, di cui la Chiesa romana era investita[40]. A conforto dei Romani, fra i quali correva un mormorìo di mal contento, ei recava in dono la liberazione di tutti coloro, che, esiliati nelle terre di Francia, vi espiavano la loro ribellione contro Leone III, e dei quali con sue suppliche Stefano aveva ottenuto grazia dall’Imperatore. Egli li conduceva con sè a Roma, e fra loro pertanto saranno stati anche Pasquale e Campulo, se a quel momento avranno ancora vivuto[41]. Poco tempo dopo il Papa moriva, addì 24 del Gennajo 817, tre soli mesi dacchè avea fatto ritorno in patria.

Tosto, i Romani con voto concorde eleggevano a pontefice Pasquale, figlio di Bonoso, e senza indugio egli era anche consecrato. Pasquale I fu uomo pio, prudente, d’animo fermo: prima di esser papa, era stato abate di quel convento di santo Stefano che si ergeva in prossimità del san Pietro, laonde, a differenza dei suoi predecessori, tutti diaconi o preti, egli passava dalla cella monastica alla cattedra pontificia. La celerità fuor del consueto, con cui avveniva la sua ordinazione, dimostra che il clero romano con opera pronta bramava di scongiurare il pericolo ognor più minaccioso delle pretensioni onde l’Imperatore intendeva al diritto di dar conferma all’elezione; ed è prova che non peranco s’era promulgata la statuizione, attribuita erroneamente a Stefano IV, per cui s’imponeva che il Papa non potesse più ottenere la consecrazione, se non ne avesse avuto consentimento dall’Imperatore[42]. Però, parimenti come avea fatto il predecessore suo, anche Pasquale reputava necessario di far nota all’Imperatore la rapida sua esaltazione al soglio, e di tranquillarne l’animo colla certezza che egli avea conseguito la dignità pontificia con elezione conforme ai canoni[43]: il suo legato Teodoro tornava di Francia con un diploma imperiale in cui si confermavano i privilegî di san Pietro.

Di questo tempo in poi, ad ogni mutazione della corona imperiale, ad ogni novella elezione pontificia, si rinnovavano le scritture dei privilegî antichi. I vescovati e le abazie imitavano l’esempio di Roma, e si coglieva ogni opportunità per far convalidare con autorità di documenti i titoli antichi d’immunità, o per farvi aggiungere franchigie nuove. Negli archivî delle chiese si conservavano con cura diligente le filze dei diplomi imperiali, che poco a poco vi si erano accumulati. Nell’archivio Lateranense erano già custoditi con cura i classici diplomi di Pipino, di Carlo e di Lodovico, e scritte di donazioni, di conferme d’immunità antiche e nuove, ed altri trattati che s’erano conchiusi fra l’Imperatore e la Chiesa di Roma: se quelle pergamene esistessero al dì d’oggi, e se l’occhio dello studioso potesse prenderne conoscimento, esse sarebbero di inestimabile soccorso a scriver la storia. Or nell’anno 817, si aggiungeva a quei documenti il diploma di Lodovico il Pio, il quale fuor d’ogni dubbio non era altro che la rinnovazione di quello che il suo cancelliere, un anno prima, aveva dato a papa Stefano[44]. Questa scrittura ottenne in tempi assai posteriori celebrità d’importanza grandissima: la si falsò nel suo tenore; accosto alla donazione di Pipino, la si elevò al grado di una donazione ampia oltre ogni limite, e con audacia se ne trasse il fondamento di nuovi e larghissimi possedimenti della cattedra pontificia e di privilegî rilevanti.

Per non dire che delle cose più sorprendenti, Lodovico il Pio, oltre alla signoria su di Roma e del Ducato, oltre alla conferma delle donazioni di Pipino e di Carlo, avrebbe con quel diploma fatto dono al Papa dei patrimonî delle Calabrie e di Napoli, e perfino del pieno possedimento delle isole di Corsica, di Sardegna e di Sicilia: finalmente ei vi avrebbe proclamato che ai Romani si spettava libertà completa di eleggere e di ordinare il Papa, senza che occorresse qualsiasi preventiva approvazione dell’Imperatore. Ma la storia ripudia queste favole, perocchè a luce di sole essa dimostri cogli avvenimenti suoi, che l’Imperatore continuò a esercitare la sovranità sopra di Roma: ed offre prova che in quel tempo i Greci possedevano le Calabrie e Napoli, Sicilia e Sardegna, mentre Bisanzio, riposando sul patto mercè cui erasi stabilito il riconoscimento dei territorî che spettavano alle due parti, mantenevasi in pace coll’Imperatore occidentale; e questi difficilmente avrebbe rotto l’amicizia per donare a san Pietro estensione di province che non erano sue, nè per titolo giuridico, nè per possesso[45].

Alla perfine, anche la libertà di ordinazione del Papa, è contraddetta da un celebre documento de’ tempi di Eugenio II.

Il Libro Pontificale non fa pur motto del documento di Lodovico. I diplomi di Ottone I e di Enrico I, che la Chiesa annovera fra i più ragguardevoli atti di donazione e di conferma dei diritti suoi e che essa ordina in serie con la scritta di Lodovico, dimostrano di ignorare financo che quest’ultima esista, sebbene quei diplomi si riferiscano con espresso discorso alle scritture di Pipino e di Carlo. Si trova menzione di essa soltanto ai giorni di Gregorio VII, al momento delle controversie sulla eredità della contessa Matilde, chè allora si ebbe falsificato con addizioni il diploma di Lodovico, affine di dare un fondamento antico e largo alle pretensioni di Roma[46].

CAPITOLO SECONDO.

§ 1.

Lotario è fatto socio nell’Impero. — Ribellione e fine di Bernardo re. — Lotario diventa re d’Italia. — È coronato in Roma. — Vi pone tribunale imperiale di giustizia. — Lite del monastero di Farfa. — Supplizio violento di maggiorenti romani. — Pasquale evita il giudizio dell’Imperatore. — Muore.

Secondo l’esempio del padre suo, Lodovico il Pio deliberava di associarsi all’Impero il suo figliuolo maggiore, che era ancora in giovine età. Questa consuetudine, derivata dal costume dell’antico Impero romano e di quello bizantino, fu accolta anche nel nuovo, per ciò che di tal guisa sembrava assicurarsene l’unità e il sistema ereditario. Non appena però Lotario era insignito della dignità imperiale nella dieta di Aquisgrana, che se ne destava gelosia in tutti gli altri Principi: Pipino e Lodovico, fratelli, fremendo di malcontento se ne andavano alle sedi dei loro reami di Aquitania e di Baviera, e l’ambizioso bastardo Bernardo levava le armi con aperta ribellione. Carlo aveva messo lui, come primamente Pipino, da suo luogotenente nel reame d’Italia, ma secondo natura delle cose, il desiderio d’independenza doveva ben presto svegliarsi in questi Re italici. La bramosia degli Italiani a conseguire autonomia di nazione, facevasi viva in adesso per la prima volta, e propriamente manifestavasi nell’Italia settentrionale: ivi i Longobardi, quantunque avessero omai accolto costumanze di vita latina, conservavano tuttavia con fervore i sentimenti germanici di libertà e custodivano la ricordanza di loro signoria antica; ivi Milano aveva di già incominciato a superare di splendore Pavia che era stata un tempo la dominatrice. La caduta del reame dei Longobardi non avea sepolto con sè la vita di questo popolo fornito d’intelligenza e operoso; dalle Alpi esso si distendeva fin giù nelle Puglie. Fatta eccezione per Roma, dove nullameno vivevano famiglie longobarde in gran numero e dove parecchi uomini di quella stirpe ascesero alla cattedra di san Pietro, quella nazione germanica teneva del continuo in mani sue la somma maggiore delle cose d’Italia, così al settentrione che al mezzogiorno. Duranti i tempi più oscuri della storia, furono veramente i Longobardi che diedero a Italia eroi, principi, vescovi, istoriografi, poeti e per ultimo libertà di republiche. Nelle forze di loro, massimamente, riposa pertanto la parte più grande della vita storica e della civiltà d’Italia: è questo un fatto incontestabile, che al dì d’oggi parecchi Italiani si studiano invano di negare, quando, ad onta della ragione storica, eglino parlano della nazione italiana in secoli nei quali non ne esisteva una siffatta, o quando dimenticano che essenzialmente questa nazione italica si formò dalla miscela della razza goto-longobarda colla razza latina: e se noi pure parliamo di una nazione italiana a quest’età, vale considerare, per quanto dicemmo in precedenza, che ne abbiamo ristretto il concetto a sua giusta misura storica. Gli ottimati lombardi non pensavano più alla restaurazione della spenta dinastia di Desiderio, ma anelavano di affrancarsi dall’odiato reggimento dei Franchi. I Vescovi, giunti a signoria di principi per privilegî ottenuti da Carlo e da Lodovico, e già avvezzi ad aver prima voce nelle faccende politiche come signori territoriali, sospingevano il giovane Bernardo nella via delle sue aspirazioni. V’aveva fra loro anche Teodolfo, il quale, sebbene vescovo di Orleans, era longobardo di nascita, v’era Wolfoldo di Cremona, e, più ragguardevole di tutti, Anselmo di Milano. Il Re malprudente si vedeva peraltro deluso nei suoi intendimenti. I fratelli Pipino e Lodovico non si levavano a rivolta, e tosto che le soldatesche imperiali rattamente s’avvicinavano ai confini d’Italia, le schiere di lui lo disertavano. Lo sconsigliato giovane correva a Cavillon per gettarsi ai piedi del suo zio, sia che lo affidasse una promessa ricevuta, sia che ve lo decidesse la sorte sua disperata: più probabile è la prima supposizione, chè altrimenti non ve l’avrebbero accompagnato i soci suoi di cospirazione. Lui e i suoi compagni l’Imperatore faceva gettare in carcere. Bernardo, come reo di maestà, era condannato nel capo, e quantunque Lodovico per compassione il graziasse, permetteva che all’infelice si svellessero gli occhi. Questa sentenza, vien detto per comando della imperatrice Irmengarda rabida di vendetta, si eseguiva così barbaramente, che Bernardo ne moriva tre giorni dopo: ciò accadeva in Aquisgrana dopo la Pasqua dell’anno 818. Pari sorte subiva l’amico del Principe, Reginaro, figlio di Meginaro conte, ch’era stato conte palatino dell’Impero, laddove i Vescovi incarcerati, per giudizio del clero franco, erano deposti del loro officio e chiusi in varii conventi. L’Imperatore avea ceduto per debolezza alle sollecitazioni della sua donna e dei consiglieri suoi; peraltro, allorchè gli fu annunciato che il suo nipote era morto, lo pianse acerbamente, ed ancora quattr’anni dopo si sottopose a publica penitenza in espiazione di questa e di altre sue colpe: l’autorità imperiale per lo smacco si scemava, e il potere morale dei Vescovi si accresceva; eglino confortavano l’Imperatore rammentandogli l’esempio di Teodosio penitente, e sè stessi rallegravano ripensando al tribunale da cui lo aveva punito Ambrogio vescovo[47]. Non vien detto se Pasquale si adoperasse presso di Lodovico, affine di alleviare le sorti di Bernardo: noi però accogliamo per vero che ciò avvenisse, perocchè s’acconciasse all’indole di quell’età che in un caso così fuor dei soliti eventi, l’Imperatore udisse il monito paterno del Pontefice. Morto Bernardo, il suo trono restò due anni senza successore, e bene stava che la Chiesa romana tollerasse in pace quella vacanza, dappoichè omai il reame d’Italia incominciava a darle noja.

Per mala ventura, una tenebra fitta seppellisce nel suo bujo le condizioni di Roma a questo tempo, per guisa che la storia della Città fa mostra di sè ad intervalli, soltanto in quegli avvenimenti che si associano alla storia dell’Impero. Lotario, figliuolo maggiore di Lodovico, già nominato imperatore, era fatto altresì re d’Italia; in tal modo, per la prima volta dopo di Carlo magno, le due dignità si riunivano in una sola persona. Quantunque il padre suo fin dall’anno 820 gli avesse concesso la corona d’Italia, egli lo mandava a Pavia soltanto due anni più tardi. Lo aveva sposato ad Irmengarda, figlia del possente Ugo conte, ed a questa occasione aveva fatto grazia ai Vescovi prigionieri; indi, nell’Agosto 822, congregava in Attigny una dieta e in quella comandava a Lotario che andasse adesso al regno suo. Gli poneva ai fianchi, da consiglieri, il monaco Wala, quel desso che era stato ministro di Bernardo, e Gerungo, che era un officiale della sua corte; tuttavolta non intendeva di prefiggere al Re d’Italia che tenesse residenza costante a Pavia. Piuttosto, Lotario ivi era spedito soltanto affinchè desse sesto alle cose del paese e vi facesse giustizia; il Re doveva tornarsene a Francia non appena che avesse adempiuto a questi officî, perlocchè si rivela che il padre di lui, travagliato da sospetti, non bramava che il figliuolo ponesse stanza in Italia. Come Pasquale udiva della partenza di Lotario (la quale avveniva poco tempo prima della Pasqua dell’anno 823), lo invitava affinchè andasse a Roma per ricevervi di mano del Papa la incoronazione e l’unzione: è ben facile capire i motivi dell’invito.

Lotario, consapevole il padre, aderiva alla richiesta. Accolto con onoranza degna d’imperatore, nel dì di Pasqua era coronato dal Pontefice in san Pietro, e il popolo romano lo acclamava Augusto: egli era primo degli Imperatori, dopo di Carlo, che ricevesse in Roma la corona, perocchè Lodovico padre suo fosse stato coronato in Reims[48]. Così l’arte politica romana sapeva con accorta fermezza sostenere il principio che Roma era fonte dell’Imperio, e che la unzione pontificia era necessaria agli Imperatori, sebbene fossero stati eletti per deliberazione della dieta dello Stato, ed anche coronati. Pasquale consecrava col crisma il giovane Imperatore, indi proclamava che questi, pari ai predecessori suoi, aveva podestà imperatoria sul popolo romano[49]: Lotario immantinente ne esercitò l’officio, poichè nel breve tempo di suo soggiorno in Roma vi pronunciò sentenze da giudice.

Innanzi al suo tribunale imperiale ed in presenza del Papa e della nobiltà romana e franca, comparvero le parti che litigavano: ed è meritevole di nota una causa che il Papa allora promosse contro il potente Abate di Farfa e che il Papa perdette. Quel bello e celebre convento di Benedettini che s’ergeva nel territorio Sabinate nelle pertinenze di Spoleto, stava anticamente sotto la protezione dei Re longobardi, e, dopo la fine di loro signoria, godeva di pari privilegî sotto il patronato dei Carolingi. Oltre ad antichi diplomi longobardi, il monastero poteva allegare un documento dell’anno 803, con cui Carlo magno gli aveva data conferma di sua immunità. Nell’anno 815, il convento aveva conseguito una pergamena di simile tenore dall’imperatore Lodovico, il quale vi promulgava che l’abazia stava sotto il suo «privilegio, mundiburdio e patronato imperiale, affinchè i monaci in buona pace orassero per lui e per la durata dell’Impero[50].» Nessun Vescovo poteva imporre tributo o censo su Farfa: i doviziosi monaci godevano completa franchigia, eleggevano liberamente dal loro gremio l’Abate, e il Papa stesso non aveva altro diritto che quello di consecrarlo. Oltre ai diplomi dei Re e degli Imperatori, che stavano conservati negli scaffali del loro archivio, i monaci possedevano altresì bolle di conferma concesse dai Papi. Stefano IV, pochi dì prima della sua morte, aveva dato il placito a tutti i privilegî ed ai possedimenti di Farfa, per lo che aveva imposto al convento soltanto un tributo annuo di dieci solidi d’oro. Ma ei sembra che per intromissione dell’Imperatore, Farfa si fosse affrancata anche di questo onere, perocchè nella bolla di confermazione data da Pasquale I in quello stesso anno, non si facesse più menzione di quell’obligo[51]. Eppure, di tempo in tempo, i Papi cercavano di diminuire le libertà dell’abazia, le quali loro riuscivano moleste. Già Adriano e Leone III s’avevano usurpato parecchi possedimenti del convento, e mentre Lotario era in Roma, l’avvocato pontificio sostenne innanzi al tribunale imperiale che Farfa «era sottoposta al giure e al dominio della Chiesa romana.» Ma il valente abate Ingoaldo allegava i preziosi diplomi del suo archivio, e dimostrava splendidamente le franchigie che gli eran concesse dalle lettere patenti scritte, e la sentenza del tribunale imperiale costringeva la Camera pontificia a restituire tutti i fondi che contro diritto erano stati tolti al convento[52].

Gli è probabile che il contegno energico di Lotario destasse il malcontento del clero di Roma, laddove invece i nemici della signoria temporale del Papa si stringevano speranzosi intorno al giovane Principe. Insieme col nuovo Impero incominciava la divisione della Città in una fazione pontificia e in una parte imperiale, e doveva durare per un corso di secoli sotto quel nome di Guelfi e di Ghibellini, che sorse in tempi posteriori. Subito dopo la partenza di Lotario, un avvenimento faceva sì che la scissura di repente si manifestasse. Il giovane Imperatore era tornato in Lombardia, e già nel Giugno era arrivato presso il padre suo, quando Roma era messa sossopra da un tumulto, il quale senza dubbio derivava dalle ragioni stesse che avevano cagionato la ribellione contro di Leone III. Oscuri ne sono i casi particolareggiati; fatto è che giungevano messaggi alla residenza imperiale, e riferivano che in Roma due ministri del Palazzo pontificio, Teodoro primicerio e il genero suo Leone nomenclatore, erano stati prima acciecati, indi decapitati nel palazzo Lateranense; dicevano che questo era accaduto perchè quegli uomini aderivano con fede vivissima alla casa imperiale, e che papa Pasquale stesso aveva comandato o consigliato l’assassinio[53]. Il supplizio di que’ due maggiorenti non era stato conseguenza di una sentenza di giustizia, ma opera violenta dei famigliari del palazzo pontificio. Quei Romani (Teodoro ancor nell’anno 821 era stato nunzio in Francia) appartenevano alla più eletta aristocrazia, parteggiavano decisamente per l’Impero, e occupavano la dignità più potente, che, ancor tempo prima, aveva favoreggiato disegni di ribellione: può essere che s’adoperassero alla distruzione del reggimento pontificio. Eglino furono presi, acciecati e decapitati in Laterano dai servitori del Papa[54]. L’imperatore Lodovico ascoltò le doglianze dei Romani e spedì suoi _Missi_ affinchè istituissero in Roma una inquisizione. Però, prima che questi partissero, capitavano legati del Pontefice per giustificarlo, e per dichiarare che Pasquale si assogettava ad un procedimento[55]. Allora i giudici imperiali viaggiavano a Roma nel Luglio od altrimenti nell’Agosto dell’anno 823, ma giunti colà, avevano di che stupire in udendo protestarsi che il Papa rifiutava qualsiasi inquisizione giuridica. Fosse o no che ei ne temesse le risultanze, egli scansava di sottomettersi ai giudici dell’Impero, e ricorreva ad una scappatoja il cui valido effetto era omai alla prova di esperienza vecchia. Infatti, il Papa prestava giuramento di purgazione nelle case patriarcali del Laterano in presenza dei legati imperiali e del popolo romano, circondato da vescovi, da preti e da diaconi. In pari tempo ei si faceva difensore degli assassini perocchè appartenessero alla famiglia di san Pietro, malediceva agli uccisi vituperandoli come rei di tradimento, e protestava che colla morte di loro s’era adempiuto ad un atto di giustizia[56]. I legati imperiali, cui la temenza dei privilegî della Chiesa suggellava la bocca, tornavano in Francia cogli ambasciatori pontificî per riferire di questa piega inaspettata che avevano preso le cose. Se ne indignava l’Imperatore conscio del suo dovere di proteggitore e di giusto giudice de’ suoi sudditi romani; gli stessi diritti di lui richiedevano che si facesse severissima ragione degli assassini, ma poichè il comportamento del Pontefice ne lo aveva impedito, era costretto a porre una pietra su quanto era accaduto. Non sappiamo quel ch’ei rispondesse ai Romani ed al Papa[57].

Pasquale passava di vita in mezzo a tempeste non dissimili da quelle che avevano funestato Leone III nei suoi ultimi giorni: anch’egli naufragò fra le contraddizioni del potere temporale e dell’autorità religiosa che si riunivano nella persona del Vescovo. Affranto da quegli avvenimenti e dalle loro conseguenze, odiato da una gran parte dei Romani, morte il colpiva sul principio dell’anno successivo. I Romani, inaspriti contro di lui, non permisero che il suo cadavere venisse sepolto nel san Pietro, e il suo succeditore fu costretto a deporlo in un’altra basilica, che era stata edificata da Pasquale istesso: è probabile che fosse la chiesa di santa Prassede[58].

§ 2.

Pasquale edifica le chiese di santa Cecilia in Transtevere, di santa Prassede sul monte Esquilino, di santa Maria _in Domnica_ sul Celio.

Al dì oggi tuttavia, Roma conserva alcuni ragguardevoli monumenti, edificazione di Pasquale I. Perfino il ritratto di lui, cosa rarissima fra i Papi di quell’età, dura ancora in tre musaici che rappresentano l’istesso capo tonsurato e le stesse fattezze lunghe e secche. L’arte di quel tempo non poteva cogliere somiglianze di volto fuorchè nei semplici contorni, dacchè non aveva l’uso di lumeggiarne i tratti a chiari e ad ombre. Quelle imagini si mirano in tre chiese rinnovate da Pasquale, che sono santa Cecilia in Transtevere, santa Prassede sul monte Esquilino e santa Maria _in Domnica_ sul Celio.

Nel cielo de’ Santi romani, Cecilia è la musa della musica: a lei la leggenda di tempi posteriori ha attribuito l’invenzione dell’organo, e il genio di Raffaello la ha riposta sopra un trono di gloria, dipingendola con siffatto atteggiamento di musa in uno dei suoi quadri più belli[59]. La fantasia dell’arte cristiana creò appena un’altra figura più ispirata e più gentile di quella di Cecilia. Santa nazionale al paro di Agnese, fu ella la prediletta di tutte le nobili matrone di Roma, le quali credevano di venerare in lei la illustre nepote della famiglia Metella. In tempi di spaventosa barbarie, queste persone verginali di Cecilia e di Agnese furono candide idealità della virtù, e soavi e belle si alzarono a volo raggiante in mezzo al tenebroso aere di Roma. Narra la leggenda che Cecilia si disposava al giovine Valeriano: nella prima notte di nozze ella gli diceva che un angelo del cielo stava a guardia di sua casta santità; se ne atterrì il giovinetto, e fu bramoso di vedere quel molesto cherubino, e lo vide, poichè, tocco dalla virtù sovrumana della sua sposa, ebbe battesimo dal vescovo Urbano. Cecilia sofferse il martirio ai 22 del Novembre 232; morì di tre colpi di spada che la ferirono nel collo[60]. E morendo avea richiesto il Vescovo di fondare una chiesa nelle sue case e nel suo bagno, che erano situati nel Transtevere, dove l’aveano martoriata. Urbano ravvolse il corpo bellissimo della fanciulla in panni trapunti in oro, indi lo chiuse in una cassa di legno di cipresso, e lo depose in un sarcofago di marmo: la Santa ebbe sepoltura nelle catacombe di Calisto presso la via Appia[61]. La chiesa di lei, una delle antichissime di Roma, era, fin dal secolo quinto, Titolo di un Cardinale. Pasquale la trovava in grande decadimento e la riedificava: bramava di collocarvi la salma della Santa, ma non la rinveniva nelle catacombe, perlocchè credette che se l’avessero portata via i Longobardi di Astolfo. Ma una visione celeste discese a soccorrerlo: in sull’alba di un giorno di domenica, mentre stava innanzi alla Confessione del san Pietro, i suoi occhi stanchi si chiudevano un tratto, e nel sonno gli appariva davanti un’angelica persona di giovinetta; dicevagli essere ella Cecilia, lo accertava che i Longobardi non avevano trovato le sue ceneri, e, rincorato il Pontefice a proseguire nella sua ricerca, la Santa celeste spariva. Pasquale si destò, cercò, rinvenne Cecilia nel cimitero di Pretestato, dove, tuttora involta nei panni d’oro, riposava in pace accanto del giovane Valeriano, che presto le era morto dietro[62].

La riedificazione del tempio di santa Cecilia non fu opera dappoco dell’arte di quell’età. Questa grande basilica comprendeva nel suo interno una chiesa elevata, con duplice ordine di colonne, secondo il modello di quella di santa Agnese. In tempi più tardi se n’ebbe rimutata la forma, ma nell’essenza non ne fu distrutto il concetto antico. Un ampio atrio, come ancora al dì d’oggi, stava innanzi alla chiesa, ed in quel tempo era circondato di loggiati a colonne: nella chiesa adduceva il vestibolo che tuttora si conserva. Quattro colonne antiche di stile jonio e due pilastri a capitelli corinzî, da ciascun lato sopportano il tetto; la cornice è adorna di musaici di rozza fattura chiusi entro a medaglioni che stanno sopra ad ogni colonna e ad ogni capitello, e rappresentano i Santi, dei quali Pasquale depose le reliquie nella Confessione della Chiesa. Sulle pareti dell’atrio fu istoriata la vita di Cecilia con pitture che probabilmente appartengono al secolo decimoterzo; di esse si conserva ancora un resto che or si mira nell’interno della chiesa, infisso nel muro. Vi sono dipinti Urbano che dà sepoltura alla vergine, e questa che appare a Pasquale: il Papa sonnecchia, mentre gli sta innanzi in atto soave la persona della fanciulla; è un quadro mirabile, il cui disegno pesante, le tinte grevi e vigorose, e i toni oscuri e carichi ne significano la considerevole antichità; all’età di Pasquale non può appartenere, bensì all’epoca di Onorio III. Vagamente bello ne è il soggetto, ed ha tutta la dolcezza di un carme lirico.

L’interno della chiesa, che oggidì è mutato assai dall’antico, si componeva di tre navate. Dodici colonne nello spazio di mezzo sostenevano la chiesa superiore; quattro di esse erano collocate a capo del coro; in una chiesa sottoposta si accoglieva la cripta dei Santi. Durano tuttavia i musaici della tribuna; nel mezzo è il Cristo avvolto in un manto di colore dell’oro, benedice, e tiene nella mano sinistra un rotolo di pergamena; dai suoi fianchi stanno san Pietro e san Paolo, dipinti con tratti affatto barbarici. A destra di chi guarda, presso san Pietro, stanno Cecilia e Valeriano che sporgono loro corone di martiri; a manca, d’accanto a san Paolo, è una Santa, che forse è Agata, e Pasquale, figura allampanata, con grandi occhi; dietro al capo ha un quadrato di tinta azzurra, nelle mani reca il modello della sua basilica[63]. Il musaico è chiuso da un contorno di palme, e una fenice, colore di fuoco, posa sopra un ramo. Sotto del quadro stanno disposti il Cristo e i discepoli nella solita figura di agnelli; indi leggonsi dei distici che celebrano l’opera di Pasquale[64]. Lo stile di questi musaici (quelli che ornarono l’arco della tribuna caddero) è apertamente bizantino; perfino il Cristo benedice a foggia greca colle tre dita posate sul pollice. Rude ne è la fattura; i corpi secchi e duri non sono che sbozzati; manca distribuzione di luce e di ombre; i panneggiamenti sono significati soltanto con grossi tocchi. Può darsi che sia opera di artisti di Grecia, tanto più che Pasquale fu gran favoreggiatore dei Greci, molti dei quali ospitò in Roma.

Un’altra riedificazione di Pasquale è la chiesa di santa Prassede sul monte Esquilino, di cui egli era stato cardinale. Dopo di aver vissuto un’esistenza di secoli, quest’antichissima basilica era prossima a cadere; il Papa la faceva demolire e costruiva indi una chiesa affatto nuova. Essa si mantiene tuttora dopo di aver subìto, nel corso dei tempi, mutamenti molti all’interno, quantunque non così gravi come gli ebbe la chiesa di santa Cecilia. Simile a questa ha il disegno. Dalla suburra si sale per una scalea di venticinque gradini al suo atrio, il quale oggi più non s’adopera, dacchè fu aperto alla chiesa un ingresso laterale. Svelte colonne antiche di granito a capitelli corinzî scompartiscono l’interno in tre navate, ma non v’ha chiesa superiore. L’elevato presbiterio mette capo alla tribuna, che, parimenti come l’arco di trionfo, è ancora adorna dei musaici antichi. Un aggruppamento ricco di figure copre la parete superiore di quest’ultimo: vi si rappresentano Santi con loro corone, il Cristo col globo terrestre, che circondato da angeli si leva sopra di Gerusalemme, ed uomini che cercano di entrare nella città presidiata da angeli: sulle pareti laterali sono figurate turbe di fedeli, come nell’arco di trionfo del san Paolo. Anche nella tribuna è dipinto il Redentore in manto d’oro, che tiene nella mano il rotolo di scritti papiri; e si nota che l’artefice tolse ad esemplare la figura del Cristo, che è nel musaico della chiesa dei santi Cosma e Damiano. Alla sinistra innanzi a lui è san Paolo che cinge con un braccio la persona di santa Prassede: questa tiene in mano la corona e sta accanto a Pasquale, il quale ha il capo incorniciato nel quadrato azzurro e le sporge in offerta la chiesa. Dalla destra, sono disposti in pari posa san Pietro, santa Pudenziana e santo Zenone con un libro. Non mancano le palme e la fenice; nella parte inferiore del quadro scorre il fiume Giordano; sotto, sono il Cristo e i discepoli in figura di agnelli colle due città dipinte in oro, e finalmente la solita iscrizione in distici[65]. Come in santa Cecilia, l’arco della tribuna comprende nella orlatura interna il monogramma di Pasquale; nell’alto di esso sono rappresentati il Cristo in forma di agnello sedente sul trono, i sette candelabri, i due angeli, i simboli dell’Apocalisse dell’Evangelista, e i Seniori che portano loro corone. L’artista si attenne anche qui al modello della chiesa dei santi Cosma e Damiano, ma fece opera comportevole, e, segnatamente, gli angeli non difettano di grazia nella posa.

In questa chiesa istessa Pasquale edificò una piccola cappella in onore di Zenone, martire romano dei tempi di Diocleziano: è un monumento assai mirabile dell’arte di quell’età, e mantiensi completamente oggidì ancora. Questa cappella, costruita a volta ed oscura, tutta coperta di musaici, era anticamente considerata tanto bella che la si appellava «giardino del paradiso». Eppure, ad onta di ciò, il gusto dei suoi musaici è ancor più barbarico che non sia quello dei musaici della tribuna, i quali contengono almeno qualche buon tratto tradizionale, specialmente nelle figure di donna.

Il grande quadro in santa Prassede è del resto il miglior monumento di quella età, in cui l’arte dei musaici, già padroneggiata dal così detto «bizantinismo», mandava ancora soltanto un fiacco raggio di luce, ultimo guizzo innanzi che la face si spegnesse. Può darsi che vi lavorassero intorno anche degli artefici greci, avvegnachè Pasquale avesse edificato in vicinanza della chiesa un convento di monaci greci dell’ordine di Basilio. E la persecuzione delle imagini che allora ricominciava ad infierire in Oriente, dove Leone l’Armeno aveva fatto rivivere i dogmi di Leone l’Isaurico, cacciava parecchi monaci e pittori greci a Roma, dove educava nuove attinenze coi concetti bizantini[66].

Sul monte Celio è la antichissima chiesa diaconale di santa Maria _in Domnica_ (grecamente Kyriaka), oggidì detta «della navicella», perocchè ivi sia conservata la copia moderna di un’antica nave votiva[67]. Anche a questa chiesa diede Pasquale la forma, che essa conserva tuttora, di basilica a tre navate: nove colonne antiche di granito compongono la navata di mezzo. Per mala sorte i musaici della tribuna furono guasti da restauri; rappresentano la Vergine in trono col putto, ai due lati sono degli angeli, mentre Pasquale, ginocchione, abbraccia con ambe le mani il piede destro di lei; il suolo è screziato di fiori a vario colore.

Passiamo oltre sul grande numero di oratorî e di cappelle che Pasquale edificò in altre chiese; ei merita soltanto notarsi che il Biografo di lui narra come un incendio struggesse in ceneri il quartiere dei Sassoni nel territorio Vaticano (allora omai con voce germanica lo si chiamava _burgus_), e distruggesse altresì da capo a fondo il portico del san Pietro: e lo Scrittore aggiunge che il Papa vi correva a piè scalzi e con orazioni acchetava il furore delle fiamme; più tardi riedificava il quartiere e restaurava il portico[68].

§ 3.

Eugenio II è fatto papa. — Lotario viene a Roma. — Sua Costituzione dell’anno 824. — Eugenio muore nell’Agosto dell’827.

Succeditore di Pasquale fu Eugenio, prete di santa Sabina, figlio di un Boemondo romano, il cui nome rivela origine nordica. Egli significava il suo esaltamento all’imperatore Lodovico, e questi mandava a Roma Lotario, affinchè, colla promulgazione di uno Statuto imperiale, ordinasse col novello Papa e col popolo romano tutti i rapporti politici e civili[69]. Ne lo richiedevano i torbidi ripetuti di Roma, la scissura palese che s’era messa fra il Pontefice e la Città, e le giuste doglianze che si levavano contro agli arbitrî dei giudici pontificî.

Lotario s’ebbe nel Settembre dell’anno 824 splendidi accoglimenti da Eugenio. Il giovane Imperatore gli disse d’esser venuto per ristorare l’ordine delle leggi, lagnossi dell’atteggiamento in cui il Papato s’era posto verso dell’Imperatore e di Roma, rammentò essersi trucidati uomini fedeli all’Imperatore, altri perseguitati; censurò l’avidità rapace dei giudici pontificî, le inettezze del reggimento ecclesiastico, la ignoranza in cui addormentavansi i Papi stessi non vedendo gli abusi, o la tolleranza per cui li sofferivano. Le aperte lamentanze dei Romani domandavano che si facesse una rigida inquisizione delle opere di violenza che erano avvenute sotto il predecessore di Eugenio; e lo Stato della Chiesa, omai così tosto turbato da mali intestini e che in fondo non altro era fuor di una grande immunità ecclesiastica sotto il patronato dell’Imperatore, abbisognava di un più sodo ordinamento. Pasquale aveva saputo sottrarsi al tribunale dell’Imperatore, ma poichè adesso egli era morto, Lotario procedeva in Roma senza trovare impedimento alcuno. Adesso si poneva riparo a quel che prima fatto non s’era; la podestà imperatoria adoperava una grande energia, e si acquistava dal popolo gratitudine vera. Si avviò una inquisizione in tutte le regole sotto la presidenza di Lotario, e se n’ebbe a risultamento che la Camera pontificia fu condannata a restituire tutti i beni confiscati a’ Romani; gli ingiusti giudici pontificî furono puniti coll’esilio, e Lotario senz’altro li fe’ tradurre nelle terre di Francia[70].

L’autorità imperiale ebbe in Roma un momento di splendore e di potenza, quale forse non ottenne mai più nell’avvenire così pacificamente. Il popolo plaudiva al Cesare germanico che proteggeva anche i diritti di esso, e il lieto commovimento degli animi crebbe, allorchè Lotario promulgò un suo Statuto. Questa Costituzione del Novembre dell’anno 824, che usciva fuor degli ordini consueti, intendeva soprattutto a guarentire le cose della giustizia, le quali erano cascate affatto in balìa della violenza. Vi si regolava in nove articoli la materia che concerneva l’amministrazione della giustizia e il sistema delle attinenze di maggiore importanza fra Roma, il Papa e l’Imperatore. Si sanciva quale norma di principio, la comunanza del reggimento temporale fra l’Imperatore e il Papa in Roma e nello Stato della Chiesa, per guisa che al Papa, come a signore territoriale, restava l’iniziativa di podestà immediata; all’Imperatore poi competeva l’autorità suprema, il sommo giudizio di appello nelle cose di giustizia e la sopravveglianza dei negozî civili. In nome dei due imperanti dovevano pertanto essere eletti dei legati, il cui officio era di riferire ogni anno all’Imperatore sul modo onde i _Duces_ e i giudici pontificî rendevano giustizia al popolo e davano eseguimento alla Costituzione imperiale[71]. Ogni querela di doveri negletti da parte dei giudici doveva prima sporgersi al Papa, affinchè o riparasse al male col mezzo di suoi proprî legati, oppure facesse proposta che si spedissero dei _Missi_ imperiali straordinarî. E per rendere più rigoroso il suo decreto, Lotario comandava che tutti i _Duces_ e i giudici pontificî venissero in persona davanti a lui, perchè voleva conoscerne i nomi ed il numero, e ammonire ciascuno di loro del ministero che gli era confidato[72].

A questo ordinamento generale delle cose di giustizia si associava strettamente la determinazione speciale delle leggi individuali. Infatti, un altro articolo dello Statuto prescriveva ai nobili ed a quelli del popolo di significare la legge giusta la quale ognuno di loro voleva nel tempo avvenire essere giudicato. Ogni cittadino libero di Roma e del Ducato, dovette professare la sua soggezione ad un codice di leggi liberamente eletto. Se avessimo documenti che dessero notizia di queste dichiarazioni, che in Roma facilmente saranno state registrate in rapporto alla partizione regionale e nel Ducato in rapporto a ciascuna terra, ne avremmo giovamento come di importanti indici di statistica sul numero degli abitanti e sulle relazioni di famiglia, e noi potremmo renderci persuasi di quanto nella città stessa di Roma si fosse diffusa la stirpe germanica. L’ordinamento imperiale abolì pertanto il principio che il giure romano vigesse da legge territoriale, perciocchè in Roma e nel paese che ne dipendeva, fossero da grandissimo tempo venuti ad usanza anche il giure personale longobardo e il salico; quella Costituzione rese manifesta la contrarietà, fatta ognor più gagliarda, degli elementi germanici, i quali nel periodo di tempo in cui Roma stette sotto la suprema sovranità franca, non s’acconciarono a lasciarsi dominare dal giure romano, come i giudici pontificî, di ragione naturale, tentavano di fare. Il genio tedesco dell’individualità si afforzava sodamente e otteneva trionfo in Roma, e sebbene l’assetto giudiziario germanico qui non s’attuasse in principalità e da solo, tuttavia il suo scabinato incominciò poco alla volta ad operare mutazioni di forma anche nel rito della procedura romana[73].

La distinzione degli statuti personali dipinge al vivo la fisonomia del medio evo, la cui costituzione sociale riposava sulle differenze delle franchigie individuali, a riparo delle quali l’uomo individuo, al pari delle corporazioni, si schermiva dai soprusi; quella distinzione dimostra fino a che segno il suo organamento separativo dovesse alimentare il genio battagliero e ardito dell’individualità, il quale è uno dei caratteri mirabili del medio evo; e dimostra in pari tempo apertamente quanto fossero mal sicure e rozze le condizioni di quella società barbarica. La continua collisione dei diritti individuali doveva produrre una immensa confusione e difficoltà gravissime nell’organamento delle cose giuridiche. In Roma s’era sempre mantenuto fermamente in vigore il diritto giustinianeo, che i Longobardi avevano espulso da tutte le città cadute sotto la loro conquista; e si conservava legame efficace e durevole dei tempi nuovi coll’antichità, germe della vita civile dei Romani, vera e vivissima fonte dell’indole di nazione romana. Ora l’arbitrio di eleggersi liberamente una legge propria, avrebbe dovuto recar offesa ai Romani se con ciò s’avesse voluto supporre che taluno di loro potesse far professione di giure franco o longobardico. Ma l’editto di Lotario non poneva pur remotamente in dubbio la preponderanza grandissima che il diritto romano si aveva, nè dubitava del sentimento nazionale dei Romani, il quale, se allora non era così decisamente manifesto come fu un secolo dopo, ben viveva sempre fra essi. In Italia la razza germanica, pure, avendo accolto la lingua romanesca, prevaleva intieramente sulla stirpe latina del paese, così che di sè riempiva città e province, e teneva in mano sua tutti gli officî più elevati nello Stato e nella Chiesa; per lo contrario Roma sola a buona ragione poteva rappresentare la nazione latina. Vero è che anche i Romani da lunghissimo tempo si erano meschiati di sangue coi Goti, coi Longobardi, coi Franchi e coi Bizantini, laonde vi aveva difficoltà sempre maggiore di scoprirvi dei pretti discendenti di famiglie antiche del patriziato e del ceto plebeo; nondimeno la razza romana aveva serbato un’impronta essenzialmente latina, e i nomi dei Romani serbavano a preferenza suono romano o greco, laddove nel resto d’Italia tutti i documenti storici sono pieni di nomi che hanno accento germanico con loro desinenze _old, bald, pert, rich, mund, brand_, e così via. Precisamente dopo di quella Costituzione, il sentimento di nazione prese fra’ Romani un novello impulso di vita, perocchè la distinzione recisa delle leggi desse unità, forza e rilievo alla cittadinanza romana. Con siffatto criterio il Papa e i Romani considerarono questa professione di leggi, mentre l’Imperatore intendeva col suo editto a dare guarentia e fortezza agli elementi germanici che s’accoglievano in Roma. Le Scuole di stranieri che erano nella Città, affermarono così la loro legge di origine; lo stesso fece con grande suo trionfo il monastero imperiale di Farfa, e financo singoli uomini tedeschi poterono far valere i loro statuti personali innanzi a’ tribunali romani. La miscela di nazioni recò del resto dei proseliti alle leggi; donne conjugate professarono la legge dei loro mariti, donne vedove poterono tornare a quella dei loro padri[74]. Rapporti di clientela operarono sì che alcuni uomini franchi o longobardi dichiarassero di sottoporsi al codice giustinianeo, e furono pertanto proclamati con gran solennità cittadini romani, avvegnachè tornasse a vivere il concetto della _Civitas_ romana. Una formula compilata nel secolo decimo (e forse anche risale al secolo nono) determinava le maniere giusta le quali la persona doveva ottenere accoglimento nel numero dei cittadini romani e nella legge di Roma[75].

Gli statuti personali conseguirono dunque publico riconoscimento in Roma, mercè l’editto di Lotario; la legge salica e quella dei Longobardi acquistarono vigore nella loro cerchia rispettiva, ma il diritto romano fu e rimase pressochè universale, finchè più tardi un editto di Corrado II lo confermò a legge territoriale.

La Costituzione di Lotario conobbe la podestà temporale del Papa, avvegnachè espressamente comandasse ai Romani di prestargli obbedienza. A tôrre qualsiasi impedimento che sturbasse la elezione pontificia, si bandì che nessun uomo libero o servo potesse intendere a porre ostacoli all’elezione, ma che soltanto quei Romani, cui l’età conferiva il diritto di elettori, potessero eleggere il Pontefice: ai trasgressori di questa statuizione fu imposta la pena dell’esilio.

La elezione pontificia, che era atto di così grande rilevanza per Roma, ottenne veramente in questa guisa regolamento dalla podestà suprema, ma giova osservare che la Costituzione non determinava il modo con cui doveva comportarsi l’Imperatore in riferimento ad essa. Gli Imperatori pretendevano al diritto di darvi conferma; Odoacre, i Re goti, gli Imperatori bizantini avevano esercitato quel diritto, nè i Carolingi potevano rinunciarvi. Fu spesse volte messo in dubbio se la determinazione di quel rapporto risalisse ad un patto fra l’Imperatore e il Papa, che Lotario avesse conchiuso, ma, quantunque un solo Cronista ne parli, pur tutte le circostanze concorrono ad affermare che ciò avvenisse. Secondo quello Scrittore, il clero e il popolo dei Romani prestavano all’Imperatore questo giuramento:

«Per Iddio onnipossente, e per questi quattro Evangelî, e per questa croce del signor nostro Gesù Cristo, e per il corpo di Pietro santo, principe degli Apostoli, giuro che da questo giorno in poi, per tutto il tempo venturo sarò fedele ai signori e imperatori nostri Lodovico e Lotario, secondo le forze e l’intelletto mio, senza falsità o malizia, salva la fede che ho promesso al Pontefice apostolico: e giuro, che, secondo le forze e l’intelletto mio, io non consentirò che in questa sede romana la elezione pontificia avvenga con modo diverso da quello che impongono i canoni e il dritto, nè con mio consentimento l’eletto sarà consecrato papa se prima egli non abbia pronunciato in presenza del _Missus_ imperiale e del popolo, il giuramento che il signore e papa Eugenio per bene universale ebbe prestato spontaneamente con sua scrittura[76]».

All’energica riforma delle cose giuridiche, e all’ordinamento di tutti i rapporti publici e personali, deve per certo aver susseguito un assestamento conforme del governo civico di Roma. E qui deploriamo il silenzio in cui si chiudono tutti i documenti riguardo ad un subbietto così importante come è questo delle prime relazioni del Papa con Roma, da dopo ch’ebbe fondazione la sua signoria temporale. I Romani mercè di un patto tenevano l’amministrazione cittadina per mezzo di loro magistrati? e questi com’erano eletti? si restaurava l’officio del Prefetto, si instituivano dei Consoli? Sventuratamente su tutto ciò non v’ha altro che buio, e soltanto non abbiamo dubbiezza di credere che qualche cosa di somigliante avvenisse, e che la Costituzione di Lotario concedesse diritti maggiori alle necessità cittadine, che si facevano ogni giorno più imperiose, affine di riconciliarle col Papato. Per lo meno, in favore di questa ipotesi parla il fatto, che per un lungo tratto di tempo dopo che si promulgò la Costituzione, non si rivelano moti di tumulto in Roma[77].

Talmente operò Lotario alla sua seconda venuta in Roma; e ciò che ei fece segna un’epoca storica. Dopo che i Romani ed il Papa ebbero giurato fede alla Costituzione, Lotario potè partirsi della Città con animo contento e, reduce in patria, ottenerne lode dal padre suo, lieto di quanto egli aveva fatto.

Eugenio II morì nell’Agosto dell’anno 827. Benedetto fu il suo breve reggimento; all’animo temperato di questo Papa la Città dovette in particolar modo la pace onde godè l’Occidente al tempo suo, ma sopra tutto ne andò debitrice a quella Costituzione carolingia che per la prima volta diede una specie di autonomia al popolo romano rincontro al Papato[78].

§ 4.

Valentino I, papa. — Gregorio IV, papa. — I Saraceni s’avanzano nel mar Mediterraneo. — Fondano loro dominazione in Sicilia. — Gregorio IV edifica Nuova Ostia. — Decadimento della monarchia di Carlo. — Muore Lodovico il Pio. — Lotario regna solo imperatore. — Divisione dell’Impero a Verdun nell’anno 843.

A succeditore di Eugenio eleggevasi con voce concorde Valentino I, figlio di un romano Pietro che abitava nella via Lata; ma dopo soli quaranta giorni moriva. Allora fu fatto papa Gregorio IV, figlio di un romano Giovanni, cardinale di san Marco. La volontà del popolo costrinse lui, reluttante, ad accettare l’officio cui era eletto; ma egli non ricevette l’ordinazione se non allora che ebbe ottenuto la confermazione dall’Imperatore[79]. Sortiva illustri natali ed era bello di persona; se per genio non appartenne alla schiera dei Papi maggiori, fece ad ogni modo prova di operosità e di intelletto.

I tempi correvano allora fortunosi e minacciavano procelle terribili. A settentrione la giovane monarchia di Carlo vacillava per dissensioni della sua famiglia che presto dovea spegnersi; al mezzogiorno, Saraceni e Mauri, venendo d’Africa, di Candia e delle Spagne, si avanzavano sempre più poderosi nel mar Mediterraneo anelando di impadronirsi della penisola italica, sì come gli Arabi, fino dal principio del secolo ottavo, avevano fatto conquista delle Spagne. Già da lungo tempo i loro corsari incrociavano nelle acque del mar Tirreno, sorprendevano di botto le isole, e mettevano a sacco le marine della terraferma. Fin dall’età di Leone III avevano dato minaccia alle costiere romane, per guisa che questo Papa, d’accordo con Carlo, ivi aveva tenuto dei presidî: rimontano a quel periodo le prime costruzioni di torri erette a guardia delle spiagge del Lazio e dell’Etruria, seminate oggidì ancora di quei torrioni crollati, chè massimamente tutta Italia e tutte le sue isole sono da quel tempo in poi coronate di così fatte torri di vedetta. Omai nell’anno 813 i Saraceni assaltavano Centumcelle (Civitavecchia), saccheggiavano Lampadusa e Ischia, sbarcavano in Corsica e in Sardegna, e corseggiavano nelle acque di Sicilia[80]. La debolezza del Patrizio di colà, che governava l’isola per l’Impero di Bisanzio, ne accordava loro agio favorevole, tanto più dappoichè i Napoletani si rifiutavano di prestare al Patrizio l’ajuto delle loro navi, e le città commerciali di Amalfi e di Gaeta, che crescevano in bel fiore, seguivano soltanto a mala voglia le sue domande di soccorso.

Costretto a saziare i Saraceni a forza di tributi, il Patrizio nell’anno 813 avea comperato una tregua di dieci anni. Ma in sull’incominciamento dell’anno 827 una rivolta militare decideva delle sorti dell’isola. Eufemio generale siciliano, irritato da un’ingiuria fattagli dal patrizio Gregorio, si ribellava, uccideva quel nemico suo, e tentava di sottrarre la terra al dominio dell’Imperatore di Bisanzio. Però le soldatesche dell’armeno Palata, composte di genti che non erano siciliane, lo batterono e lo costrinsero a fuggire in Africa. Il traditore della patria proponeva a Ziâdet-Allah, signore di Kairewan, di conquistare l’isola, poichè ei bramava di acquistarsi titolo d’imperatore. Aséd-ben-Forât, vecchio cadì di quella città, ebbe la capitananza dell’impresa. Una flotta portava alle costiere di Sicilia Arabi (Saraceni), uomini di Barberia (Mauri), Maomettani fuggiti di Spagna, Persiani, tutto il fiore delle genti d’Africa, e nel giorno 17 del Giugno 827 sbarcavano a Mazara. Palata fu trucidato, i vincitori s’avanzarono fin sotto le mura dell’antica Siracusa, e poichè non poterono farne conquista, si gettarono su Palermo. Questa bella città cadde sotto il dominio dei Maomettani addì 11 di Settembre dell’anno 831[81].

Colla conquista di Sicilia cadde il baluardo che teneva remoto l’Islamismo dalle terre d’Italia. Di quell’ora i Maomettani penetrarono nella penisola, e le province meridionali di essa diventarono il campo sanguinoso su cui si combatterono fra loro gli Imperatori d’Occidente e d’Oriente e i Sultani d’Africa. Atterrivasi il Papa udendo che Sicilia era caduta nelle ugne dei nemici del Cristianesimo, i quali nella vicina Palermo avevano posta la sede di un reame arabo, donde volgevano i loro ceffi biechi e terribili verso il santo Pietro. Dalla