Chapter 3 of 6 · 69216 words · ~346 min read

parte di quella montagna, nella magnifica e selvaggia solitudine dei

monti Sabinati, sta Ciciliano; e anche questo castello, a’ tempi di Giovanni X, era una rocca forte dei Saraceni[353]. Adesso, lorquando i pellegrini nordici, che movevano a Roma, scendevano dalle Alpi, intoppavano nei Mauri ispani, i quali, dopo l’anno 891, avevano posto sede a Frejus ossia _Fraxinetum_; trovavano da quelli impedimento alla loro via, e tosto che con tributi avevano riscattato il passo, cadevano nelle mani della ladronaia saracena che scorrazzava lungo le strade di Narni, di Rieti e di Nepi. Nessun pellegrino più giungeva a Roma recando donativi. La Sabina, la Tuscia, il Lazio erano fatti deserto dove dominava silenzio di sepolcro, e, sorte peggiore, vi si aggiungevano orde di predoni cristiani, che spesse volte facevano causa comune coi pagani: tali condizioni disastrose duravano da trent’anni; nè il Re d’Italia, nè i Margravî di Tuscia o di Spoleto si davano un pensiero al mondo di spurgare il paese da siffatta piaga. In questo periodo di tempo, di cui non si riesce a descrivere la confusione, cessato aveva di esistere ogni potere che s’affermasse in un centro: ogni città, ogni abazia, ogni castello era abbandonato a sè medesimo ed ai suoi casi[354].

Finalmente, Giovanni X sentì pietà del suo paese e salvò Italia. Gli Infedeli non avevano nemico più acerbo del Papa, per il quale si trattava nientemeno che di salvarne Roma, anzi la Chiesa. Ricordava egli quel che un tempo aveva potuto operare la podestà imperiale, rammentava l’appello universale alla riscossa, per cui mezzo Lodovico II aveva condotto gli Italiani a combattere contro i Saraceni, ed a vincerli; vedeva il decadimento ognor più profondo in cui s’andavano inabissando gli ordini politici, capiva che le ruine di questi avrebbero alla fine travolto con sè Roma, e fattala preda di qualche Principe che avesse avuto maggiore audacia o fortuna. Egli deliberò pertanto di restaurare la podestà imperiale, sì come Giovanni IX aveva fatto. Per verità, il cieco Lodovico continuava in Provenza a fregiarsi del nome d’imperatore, ma i suoi titoli non avevano più valore alcuno in Italia. Per lo contrario, le terre dell’Italia superiore erano raccolte sotto al mite scettro di Berengario, e questi, come altra fiata Lamberto, era adesso la speranza degli uomini che s’ispiravano a idea di nazione. Il Papa si unì risolutamente con questa parte, se ne pose alla testa, e, come ebbe certezza di riuscire nel suo intendimento, decise di dar la corona a Berengario, affine di fondare per mezzo suo un Impero italico independente.

Chiamato con lettere e con messaggi del Pontefice, Berengario si pose in cammino per Roma, nel mese di Novembre. L’accoglimento festoso che vi trovò dimostra che il Papa aveva guadagnato a favore di lui i voti dei Romani, e che ora la parte italica era dominatrice. Un Poeta cortigiano (ne è ignoto il nome) descrisse con diligente cura, qual si conveniva a lui testimone di veduta, le solennità che avvennero allorchè il signor suo entrò in Roma e v’ebbe la corona: i sonori esametri di lui sono la sola opera che la immiserita musa d’Italia dettasse a quel tempo; modestamente adorni dei fiori di Virgilio e di Stazio, ci ridestano la ricordanza della venuta di Onorio, onde un tempo aveva cantato Claudiano[355]. Parimente come i suoi predecessori, anche Berengario venne per Monte Mario, attraversando il campo di Nerone: la nobiltà, ossia senato, e le milizie della Città lo salutarono colle consuete laudi; e il Poeta nota che le loro alabarde erano adorne di simulacri di fiere, cioè di teste di aquile, di leoni, di lupi e di dragoni[356]. Nè mancavano le Scuole della Città: fra esse il Poeta, ispirandosi alla venerazione della classica antichità, metteva al di sopra di tutte quella dei Greci, ricordandone gli «inni dedalici di lode,» laddove le altre comitive di esse salutavano Berengario, ciascuna parlando l’idioma della propria nazione. Non perdette il Poeta di vista gli omaggi che due illustri giovani, bianco-vestiti, venivano prestando all’Imperatore: erano Pietro fratello del Pontefice, e il figliuolo di Teofilatto console. Poichè il Papa e il Console dei Romani erano qui accoppiati l’uno allato dell’altro, poichè l’uno mandava incontro a Berengario il fratel suo, l’altro il figliuolo, eglino compajono quasi in sembianza di due podestà, per guisa che, accosto al Papato, s’erige l’aristocrazia come ordine di potenza cittadina.

Dall’alto della scalea del san Pietro il Papa stavasene attendendo il Principe, che veniva cavalcando un palafreno delle stalle pontificie: Giovanni sedeva sopra un _cliothedrum_ ossia _faldestorium_, che era una scranna d’appoggiatoio ripieghevole. L’affollamento della gente che gli faceva ressa intorno, era così grande che soltanto a stento Berengario giungeva fino a lui. Come egli ebbe prestato giuramento di dare ajuto e di far giustizia alla Chiesa, si aprirono le porte della basilica: orarono innanzi alla Confessione, come era costume, indi il Re fu condotto nel palazzo Lateranense. Nei giorni primi del Dicembre dell’anno 915 avvenne la coronazione colle solite ceremonie; nè il Poeta dimentica di descrivere il suo diletto Imperatore tutto raggiante nella porpora del suo manto, e ne dipinge lo splendore della corona e dei coturni d’oro. Dopo che Berengario fu unto col crisma e coronato, e dopo che il popolo a lui ebbe acclamato, fu ordinato silenzio, ed un _Lector_ pontificio diede, ad alta voce, lettura del Diploma con cui il novello Imperatore confermava i possedimenti della Chiesa romana. La solennità ebbe termine coi donativi che l’Imperatore fece alla basilica di san Pietro, al clero, alla nobiltà ed al popolo di Roma[357].

In tal guisa, disconosciuti i diritti del cieco Lodovico III, la corona imperiale per la terza volta cinse le tempie ad un Principe che, sebbene disceso di origine germanica, era tuttavia italiano. Ed ora il paese sperava di conseguire independenza, unità e ordine interiore, in quello che il Pontefice aveva fede nella gagliarda operosità del novello Imperatore.

§ 4.

S’imprende guerra contro a’ Saraceni. — Si combatte nella Sabina e nella Campagna. — Trattato di Giovanni X coi Principi dell’Italia inferiore. — I Saraceni sono disfatti sul Garigliano, nell’Agosto dell’anno 916. — Il Pontefice e Alberico tornano a Roma. — Cosa divenisse Alberico. — Berengario cade. — Conseguenze che ne avvengono in Roma. — Fine incerta di Alberico.

La coronazione di Berengario fe’ palese la sua efficacia nella splendida opera di guerra che fu tosto intrapresa contro a’ Saraceni. L’amor di nazione risvegliavasi; era desso che ispirava gli Italiani e li riuniva ad un solo intento, per guisa che eglino in gran moltitudine correvano a schierarsi sotto il vessillo di questa crociata gloriosa. Per verità, il novello Imperatore non si metteva alla loro testa. Avvenimenti gravi lo richiamavano indietro nell’Italia superiore, dopo che aveva trattato coi Principi dell’Italia meridionale e coi Bizantini, per muovere ad una comune impresa[358]. Egli poneva delle soldatesche sotto il comandamento del Papa, ed erano propriamente composte di Toscani, che Adalberto margravio aveva levato in arme, e di genti di Spoleto e di Camerino, che erano guidate da Alberico; forse l’Imperatore vi aggiungeva altresì alcune milizie dell’Italia superiore, e un naviglio delle città marittime settentrionali. La grande lega contro ai Maomettani toccava a fortunato risultamento; concordi erano i Principi dell’Italia inferiore; financo l’Imperatore bizantino, premuto da ambascerie di Giovanni, faceva tacere i suoi rancori e porgeva la mano all’Imperatore dei Romani per una spedizione concorde. Alle instanze del Papa e dei Principi del mezzodì, il giovane Costantino di Bisanzio aveva armato una flotta e l’aveva messa sotto agli ordini dello stratega Nicolò Picingli. Poichè una grande parte delle Calabrie e delle Puglie obbediva nuovamente ai Greci, che continuavano a chiamare quella loro provincia col nome di «Lombardia,» era cosa desiderata per il governo bizantino di entrare nell’Italia meridionale, armato in guerra. Il Picingli veleggiava, nella primavera dell’anno 916, nel mare napoletano; ai Duchi di Gaeta e di Napoli apportava il titolo pur sempre ambito di Patrizio; induceva questi, che altra volta erano stati ostinatamente amici dei Saraceni, a prender parte alla lega; indi schierava innanzi alla foce del Garigliano la sua armata, cui si saranno aggiunte le dromone pontificie di Ostia e le galere di Berengario: l’esercito di terra dell’Italia meridionale prendeva ordinanza, al di sotto della fortezza saracena, dalla parte di mare. Dalla banda di terra s’avanzavano le soldatesche condotte da Giovanni X in persona, e, insieme con lui, da Alberico. Il Papa aveva dato prova di un’operosità istancabile, degna di un Principe guerriero; aveva chiamato in arme le milizie di Roma, le genti del _Latium_, della Tuscia romana, della Sabina e di tutti gli Stati suoi, e le aveva riunite con quelle che gli venivano di Toscana e di Spoleto. Teofilatto senatore e Alberico avevano, quai generali, la capitananza dell’esercito così composto[359]. La preponderanza delle forze di esso cacciò, battendoli, i Saraceni fuor della Sabina, ed ivi e nella Campagna s’accese la prima pugna. I Longobardi di Rieti e di altre terre sabinati, condotti da Agiprando, si scagliarono sull’inimico in vicinanza a Trevi; le milizie di Sutri e di Nepi combatterono prodemente presso a Baccano, finchè i Maomettani furono costretti di ritirarsi sul Garigliano; e, anche senza di ciò, i loro fratelli, messi a mal punto, ve gli avrebbero chiamati. Ei pare che Giovanni conseguisse, in prossimità di Tivoli e di Vicovaro, una vittoria, la cui novella si serbò in tradizione[360]. A Terracina, il Papa s’incontrò coi Principi dell’Italia inferiore, e con essi conchiuse un trattato in piena regola, perocchè quegli astuti signori esigessero un compenso, se volevasi che entrassero nella lega. Il Papa dovette rinunciare a parecchi diritti cui la Chiesa pretendeva sulla Campania del mezzodì: oltre al patrimonio di Traetto, il Duca di Gaeta riceveva altresì il Ducato di Fundi, e i restanti Principi probabilmente erano guadagnati a forza di donazioni di altri possedimenti. Quei due paesi avevano, da lungo tempo, appartenuto alla Chiesa romana, la quale li faceva amministrare per mezzo di suoi officiali laici, che avevano titolo di conte o di console e duce[361]; ma di già Giovanni VIII, nell’anno 872, in pari circostanze, ne avea fatto cessione a Docibile e a Giovanni di Gaeta, ed ora Giovanni X era costretto a confermare quella donazione. Il trattato si conchiuse nella pianura del Garigliano, entro al campo dell’esercito alleato. Gli ottimati romani, che ora, in armamento di guerra, comandavano nell’esercito con autorità di capitani pontificî, sottoscrissero da parte loro il Diploma: ivi sono registrati per nome; a capo di loro è primo Teofilatto, senatore dei Romani; vengono indi i duchi Graziano, Gregorio, Austoaldo (uomo germanico), Sergio primicerio, Stefano secondicerio, Sergio de Eufemia, Adriano «padre del signor papa Stefano (VI)», Stefano primicerio dei defensori, Stefano arcario, Teofilatto sacellario. Per comando di Giovanni, giurarono il patto altri diciassette nobili, che nominati non sono; vi sottoscrissero altresì i Principi e i capitani della lega; primo Nicolò (Picingli) _Stratigus_ della Longobardia greca, poi Gregorio console di Napoli, Landolfo patrizio imperiale e duca di Capua, Atenolfo di Benevento, Guaimaro principe di Salerno, Giovanni e Docibile gloriosi duchi e consoli di Gaeta[362].

Splendida e completa fu la vittoria che gli alleati riportarono sul Garigliano. Nel Giugno dell’anno 916, si cominciò a muovere contro le schiere dei Saraceni, i quali si difesero ancora ostinatamente per ben due mesi. Circondati da tutte le parti, e senza speranza di soccorso da Sicilia, eglino finalmente si appigliarono al partito di aprirsi un varco, e di rifuggirsi sui monti. Di nottetempo diedero fuoco al loro campo, e se ne scagliarono fuori con grande impeto, ma caddero sotto la spada dei Cristiani inferociti, o ne furono fatti prigionieri; e quanti si salvarono sulle vette dei monti, ivi pure furono inseguiti e sterminati. Così, quel covo meraviglioso di ladroni musulmani disparve dalle terre inferiori del Garigliano, dopochè, per più di trent’anni, era stato onta, spavento e ruina d’Italia. La sua distruzione è l’opera nazionale più onoranda che abbiano compiuto gli Italiani nel secolo decimo, parimente come la vittoria di Ostia era stata il maggiore loro decoro nel secolo nono[363].

Adorno di gloriosa onoranza per questa vittoria ottenuta sugli Africani, Giovanni X tornò a Roma, pari a trionfatore reduce da una guerra punica. I Cronisti tacciono di feste che celebrasse la Città in segno di gratitudine e di letizia; non parlano dell’ingresso che vi fece l’uomo liberatore, innanzi ai cui passi forse avranno preceduto Saraceni, tratti in catene con pompa di trionfo; ma noi possiamo credere che egli entrasse a cavallo da una delle porte che guarda a mezzodì, tenendosi al fianco Alberico margravio, e venendo alla testa dei nobili Duchi e dei Consoli di Roma, che avevano maneggiato la spada con pari prodezza; lo avranno accolto le acclamazioni del popolo, il quale plaudiva a lui, capitano diplomatico della guerra, e ad Alberico rendeva venerazione come ad un Scipione novello. L’eroe del Garigliano, carico di allori, salutato con grande reverenza dalla Città, ne avrà chiesto ed ottenuto una ricompensa. Se potessimo penetrare collo sguardo entro il buio di quella età, vedremmo che il Papa lo regalava riccamente di beni, e che egli ebbe benanco in dono la dignità di console dei Romani. Tempo prima ancora, aveva menato in moglie Marozia, figlia di Teofilatto senatore; dopo la vittoria del Garigliano, doveva per certo essergli attribuito uno stato potente in Roma; però confessiamo di non saper cosa alcuna delle geste di Alberico, e neppur del luogo ove ponesse sue dimore per una serie di anni: anche il senatore Teofilatto perdiamo di vista. Vien detto che il figlio di Alberico nascesse nel palazzo della sua famiglia, posto sull’Aventino, e ivi può darsi che il Margravio e Console avesse stanza. Finchè durò la potenza di Berengario, e fino a tanto che Roma obbedì chetamente all’energico reggimento del Papa che gli era amico, nessuna opportunità si offerse ad Alberico di condurre a compimento quei disegni ambiziosi che per certo coltivava nell’animo: anzi, per alcuni anni, fu egli sostenitore del Pontefice in Roma[364].

Ma una rivoluzione violenta mutò lo stato d’Italia. Gli irrequieti ottimati di Tuscia e di Lombardia, alla cui testa stava Adalberto margravio d’Ivrea, che aveva sposato Gisela sorella di Berengario, si levarono in arme contro l’Imperatore. Quei piccoli tiranni si beffavano dell’idea di nazione italiana, o, piuttosto, nessun’altra cura nutrivano fuor di quella che premeva alla persona propria di loro. Li frugava la maledizione antica di cacciare un dominatore con evocarne un altro, laonde novellamente chiamavano nella loro terra uno straniero, ed erano di bel nuovo i Principi e i Vescovi stessi d’Italia, che senza necessità soffocavano le speranze della independenza nazionale, e vendevano la loro patria alla gente di fuori. Nessun popolo rivela nei suoi annali un’arte politica così triste, come è quella del popolo italico per lungo corso di secoli. Se pur sia un fatto innegabile che i Pontefici favorirono la disunione d’Italia, è però difficile che quel peccato sia apposto sempre a colpa di loro soli; e, poichè le cose d’Italia erano così cadute in basso, chi pronuncia giusto giudizio deve confessare che per lungo tempo il Papato fu sola podestà che reggesse Italia anche nell’ordine politico: senza di esso questa contrada avrebbe dovuto precipitare in miseria ancor più profonda.

Giovanni X, che ne fu innocente, vide, per isventura propria, cadere in pezzi l’opera che egli aveva composto. Rodolfo, re della Borgogna cisalpina, era chiamato in Italia, e scendeva dalle Alpi per torsi la corona che gli veniva profferta. La Storia della Città non descrive le battaglie che Berengario combattè contro a lui ed ai ribelli italiani; soltanto di volo essa nota, che lo sventurato Imperatore era costretto a tradire il suo paese, perocchè, come la disperazione sua lo consigliava, implorasse a soccorso i terribili Ungheri: e questi allora davano alle fiamme Pavia, sede antica dell’Impero longobardo, che Liudprando diceva essere tanto bella, da sovrastare financo a quella Roma che andava così famosa nel mondo. L’imperatore Berengario, di cui le genti contemporanee lodarono la fortezza e la clemenza dell’animo, cadde a Verona nello stesso anno 924, sotto il pugnale di un assassino. Fu il terzo e ultimo imperatore di nazione italiana, avvegnaddio, dalla morte di Carlo il Grosso in qua, gli Italiani avessero sollevato all’Impero tre uomini della loro terra, Guido, Lamberto e Berengario. D’allora in poi, l’Impero uscì per sempre fuor delle mani del popolo italico, e cagione ne fu la debolezza e la colpa di quest’ultimo. Per verità, anche lo stato di altri paesi a questi tempi era spaventevole tanto, che, nell’anno 909, Eriveo vescovo di Reims, innanzi al concilio di Trosle, paragonava gli uomini ai pesci del mare, di cui gli uni divorano gli altri; però Italia trovavasi allora in balìa ad una dissoluzione così orribile, che superava i mali di ogni altro popolo. Divisa per differenze di stirpi, lacerata da fazioni, da tiranni grandi e piccoli, cherici e laici, orbata di coscienza, di onore e di diritto di nazione, Italia non aveva intelletto di conquistarsi independenza e unità. E adesso, anche il titolo di imperatore romano si spegneva per un periodo di trentasette anni; indi la corona imperiale toccava nuovamente in sorte ad uno straniero, ad un eroe sassone, che la tramandava in retaggio agli animosi Principi di nazione tedesca.

Italia sommerse in un caos di barbara anarchia: l’Imperatore, morto; il Papa, minacciato di pericolo estremo. Anche in Roma l’idra delle fazioni levava adesso il suo capo, e Giovanni X doveva cader soffocato fra le sue spire. Ma Roma si asconde al nostro sguardo, ravvolgendosi nelle negre ombre di una notte che cela gli avvenimenti venuti dappoi. Ogni luogo è funestato di stragi orrende; sui ruderi fumanti di città distrutte celebrano loro baccanali gli Ungheri che non hanno costume umano; gli abitatori paesani fuggono in luoghi ermi e selvaggi; Re, vassalli e Vescovi pugnano fra loro per strapparsi i brandelli sanguinanti d’Italia; donne belle e dal protervo sorriso sembrano furie o menadi tremende che conducano quelle schiere feroci. Le Croniche contemporanee, o di tempi poco più tardi, sono tutte un guazzabuglio incolto, così che lo studioso vi si perde, come dentro a un labirinto inestricabile: di Alberico non fanno pur motto. Tuttavolta, se sia nella natura delle cose che un uomo cupido di giungere ad alto luogo, colga le opportunità favorevoli per accrescere la sua potenza, e se debbasi accogliere con buon fondamento che l’ambizione di Marozia moglie sua gliene desse stimolo, può credersi che Alberico, morto l’Imperatore, abbia vagheggiato il Patriziato di Roma, che allora, in pari tempo, diveniva vacante. Potrebbesi accogliere per vero ciò che annunciano Cronisti di tempi posteriori, che egli si imbronciasse col Papa, che strappasse a sè il governo della Città, e che despoticamente dominasse in Roma, fino a che all’accorto Pontefice riusciva, coll’ajuto dei Romani, di cacciare fuor della Città lui che romano non era: allora Alberico si sarebbe munito a difesa in Orta, che ben era il luogo maggiore dei suoi dominî; avrebbe chiamato in soccorso suo gli Ungheri, ma, assalito nel suo castello dalle milizie di Roma accese di furore, ne sarebbe stato trucidato[365]. Ad ogni modo, di certo v’ha questo solo che le orde dei Magiari in quel tempo mettevano a guasto la Campagna romana, e, d’allora in poi, ripetute volte scorazzavano fino sotto alle porte di Roma[366].

La fine di Alberico è coperta di mistero; però il suo nome, la sua ambizione, il suo valore, le sue astuzie ei lasciava in retaggio ad un figliuolo, più fortunato di lui: di lì a non molti anni, Roma doveva obbedire al vero dominio di questo[367].

§ 5.

Cacciata di Rodolfo di Borgogna. — Intrighi donneschi per elevare Ugo al trono. — Giovanni X conchiude un trattato con lui. — Marozia sposa Guido di Tuscia. — Giovanni X è travagliato in Roma di gravi difficoltà. — Pietro, fratello di lui, è discacciato. — Rivolgimento in Roma. — Pietro è trucidato. — Caduta e morte di Giovanni X.

Frattanto Rodolfo di Borgogna non riusciva a tenere la corona d’Italia per più di tre anni; e anche in questi facevalo a grande stento. Egli cadeva sotto l’urto di una potente fazione avversa, della quale era l’anima una donna leggiadra e ammaliatrice, Irmengarda, seconda moglie di Adalberto d’Ivrea, onde era adesso rimasta vedova. Se vogliamo trovare il filo che ci guidi fra gli avvolgimenti di questi fatti, i quali ebbero influenza anche su Roma, ci occorre di far menzione di una moltitudine di persone, e dei loro rapporti di parentela. I vezzi seducenti della celebre Gualdrada s’erano tramandati nelle sue discendenti: la fiamma della passione, che le censure della Chiesa e finalmente la morte avevano spento in quella donna, divampò con ardore ancor più fatale nelle figlie e nelle nipoti di lei, e mise il fuoco in Italia, per quant’era vasto il paese. Gualdrada aveva avuto una figlia di grande bellezza, Berta: frutto di adulteri amori, costei andò sposa al conte Teobaldo di Provenza, e gli partorì un figliuolo appellato Ugo. Divenuta vedova, colse ella nei suoi lacci Adalberto II, il dovizioso margravio di Tuscia; gli diè mano di sposa in seconde nozze, e n’ebbe tre figliuoli, Guido, Lamberto e la bella Irmengarda. Una volta che fu in Toscana, Berta si venne in potenza grandissima, che trasmise ai toscani suoi figli, e si strusse del desiderio di ottenere la corona d’Italia per Ugo di Provenza, suo prediletto figliuolo di primo letto. Poichè però siffatto disegno era impedito in lei dalla morte, che la colpiva nell’anno 925, quell’intendimento trovava continuazione per opera di Guido, di Lamberto e d’Irmengarda; e quest’ultima, divenuta allora vedova del Margravio d’Ivrea, colla sua avvenenza e colle sue astuzie sapeva muovere a voler suo i maggiorenti lombardi. Se sieno veri i racconti di quell’età, alquanto proclivi alle fole di romanzo, Irmengarda, per potenza di affascinare i cuori, non era dammeno della greca Elena o della egiziana Cleopatra; e i Vescovi, i Conti, i Re, le tributavano omaggio, smaniando d’amore a’ suoi piedi: financo Rodolfo di Borgogna ella adescava nelle sue reti seduttrici. Quel Principe valoroso si tramutava in un adoratore piagnoloso, e la novella Circe, sbuffoneggiandolo, toglieva la corona dei Lombardi dalla sua povera testa indebolita per darla a Ugo figliuolo di sua madre. Gli ottimati lombardi cominciarono a disprezzare Rodolfo; Lamberto arcivescovo di Milano, che il Re aveva tradito ed era allora il più ragguardevole uomo dell’Italia settentrionale, diè il crollo alla sua caduta, e tutti i maggiorenti, anche da parte loro, chiamarono Ugo di Provenza in Italia.

Agli inviti di quei grandi si associava la voce del Papa. Giovanni X soffriva in Roma grave travaglio dal partito di Marozia, la quale dai suoi morti parenti aveva ereditato ricchezze, estesa clientela e potenza. Pertanto, Giovanni cercava di vincere ancor una volta le fazioni per opera di un braccio poderoso; e, pensando a restaurare l’Impero, volgeva insieme coi Lombardi i suoi voti ad Ugo di Provenza. A lui spediva legati, che s’avvennero col Principe a Pisa, dov’era sbarcato; nè egli stesso metteva tempo in mezzo, e andava a trovarlo: nell’anno 926 Ugo era coronato a Pavia re d’Italia, indi andava tosto a Mantova, vi si incontrava col Papa, e con lui conchiudeva un trattato[368]. Probabile cosa è che Giovanni gli offerisse la corona d’Italia, e che Ugo si obbligasse, in cambio, di liberarlo dalle zanne dei suoi nemici di Roma. Ma il Papa fu deluso nel risultamento dei suoi viaggi e de’ suoi negoziati, chè la influenza di Marozia, proprio in questo tempo, diventava più terribile che mai. Come la vedova di Alberico ebbe compreso che Ugo stava per toccare la corona d’Italia, ella, con calcolo accorto, gettò tosto il suo occhio astuto sul potente fratello di lui. Offeriva mano di sposa a Guido, che allora era margravio di Tuscia, nè questi disdegnava la ricca Senatrice di Roma, o piuttosto l’attraente speranza di farsi signore della Città. Così la fazione di Teofilatto, ossia, adesso, di Marozia, la quale altra volta aveva favorito, sotto di Berengario, gli intendimenti nazionali d’Italia, si poneva dalla parte dei Toscani, che massimamente erano quelli che lavoravano a sollevare al trono il Principe provenzale.

Il Pontefice, mesto e dolente, tornò a Roma non per altro che per cadervi vittima de’ suoi avversarî. Tuttavolta, ei tenne ancor fermo due anni travagliati di tumulti, minacciato ogni giorno dalla spada dei suoi nemici, i quali non ancora gli avevano strappato tutta la podestà: e questa è splendida prova della prudenza e della fortezza dell’animo suo. Il suo appoggio, il suo braccio armato, era Pietro, onde abbiamo già udito far chiara nominanza al tempo in cui avvenne la coronazione di Berengario. Giovanni lo aveva, così ci giova credere, posto a capo del reggimento cittadino, e, morto Alberico, lo aveva creato console de’ Romani; anzi è probabile, che fosse Pietro quegli che aveva condotto i Romani contro Alberico, che lo aveva battuto e conquistato Orta. Il Cronista di Soratte lo appella financo col nome di margravio, e, a meno che non l’abbia scambiato con Alberico, può darsi che Pietro avesse saputo insignorirsi del titolo e dei possedimenti di quello. Le scarse notizie che ci soccorrono dichiarano espressamente che Pietro s’opponeva alla fazione che intendeva a gettar abbasso il Papa, a porre una delle sue creature sulla cattedra di san Pietro, e a dominare poi sopra di Roma[369]. Guido e Marozia, che da parte loro miravano al patriziato, non erano ancora diventati padroni di Roma. Soltanto alla celata intromettevano soldatesche in Città, e con esse assaltavano un dì il Laterano. Se si voglia prestar fede ai Cronisti, Pietro in prima era cacciato della Città e confinato ad Orta; allora egli chiamava in soccorso gli Ungheri, capitava con essi alle porte di Roma, e, venendo in Laterano, si univa nuovamente al fratel suo. Innanzi agli occhi del Papa il popolo lo trucidava; le genti di Guido s’impadronivano anche di Giovanni, e Marozia lo faceva rinchiudere in Sant’Angelo. Il popolo romano era irritato dalle devastazioni che alla terra avevano dato gli Ungheri chiamati prima da Alberico, indi anche da Pietro, e di questo, forse ad arte, si era sparsa la fama; il popolo faceva plauso ad ogni mutazione di reggimento, ad ogni caduta di Papa; laonde dava aiuto al rivolgimento, e probabilmente la plebaglia s’aveva in ricompensa un nuovo saccheggio del Laterano. Questa rivoluzione, onde deploriamo l’oscurità che ne involge i particolari, avvenne nel Giugno, od altrimenti nel Luglio dell’anno 928. Ma il Papa passava di vita l’anno dopo, sia che in carcere lo facessero morire di fame, o che ve lo uccidessero per laccio[370].

Così finì il benefattore di Roma: ebbe sorte immeritata, ed è strana cosa che, al principio e alla fine della sua vita di Pontefice, incontrasse nella sua via due persone di donna, madre e figliuola; Teodora che gli diè la corona papale, Marozia che gli tolse corona e vita. Sulla storia dei suoi casi si distende per parecchi riguardi una tenebra che forse durerà eterna. Le circostanze del suo esaltamento al pontificato, i suoi vincoli con quelle femmine famose diedero motivo a molti Scrittori ecclesiastici, e sopra tutti al Baronio, di maledire alla sua memoria; eppure Giovanni X, i cui errori sono denunciati soltanto dalle dicerie della fama, ma le cui grandi virtù splendono invece dei fatti scritti nel libro della storia, si solleva fuor delle ombre buie del suo tempo barbarico, ed è una delle persone più memorande, massimamente fra i Papi. Gli atti della Storia ecclesiastica registrano con onoranza la operosità di lui, i rapporti ch’ei tenne stretti vivamente con tutte le terre della Cristianità, e lo celebrano come uno dei riformatori del monacato, perocchè egli sia stato che confermò la severa regola di Cluny. Degno di lode fu il suo tentativo di rimettere ordine nelle cose d’Italia per via di Berengario; e la gloria di aver liberato la sua patria dai Saraceni mediante la grande lega che egli conchiuse, renderà magnifica sempre la sua ricordanza.

In Roma non v’è monumento alcuno che parli di lui. Vien detto che egli compiesse la basilica Lateranense, e che ornasse di quadri il palazzo. Probabile è che nei pochi anni di quiete, succeduti alla vittoria del Garigliano, usando del ricco bottino fatto sui Saraceni, desse nella basilica compimento a molte opere che Sergio III non aveva potuto condurre a termine[371].

CAPITOLO SECONDO.

§ 1.

Leone VI e Stefano VII, papi. — Il figliuolo di Marozia sale alla cattedra pontificia con nome di Giovanni XI. — Ugo re. — Marozia gli offre mano di sposa a Roma. — Loro sponsali. — Il castel Sant’Angelo. — Rivoluzione in Roma. — Il giovine Alberico s’impadronisce del potere.

A Giovanni X succedettero due Papi, i quali non furono altro che ombre vane, creature entrambi, senza alcun dubbio, di Marozia or divenuta onnipossente, cui non era dato peranco di elevare alla cattedra di san Pietro il suo proprio figliuolo, avvegnaddio la giovinezza troppo acerba di questo lo impedisse. Leone VI, figlio di Cristoforo primicerio, fu papa soltanto per pochi mesi, in quello stesso tempo che il suo predecessore, deposto violentemente, languiva tuttavia in un carcere. Dopo di Leone, si innalzava alla sedia pontificale Stefano VII, anch’egli romano come l’altro. Quantunque tenesse il pontificato per più di due anni, fino al Febbrajo od al Marzo dell’anno 931, le opere di lui ci sono affatto ignote[372]; l’esistenza di questi due Papi andò perduta in un silenzio così profondo, che financo Liudprando, loro contemporaneo, sebbene d’alquanto più giovane, gli ebbe preteriti per modo tale, che a Giovanni X ei fa tosto susseguire Giovanni XI. Con questo Papa il potere di Marozia comincia a non aver più confine.

Giovanni XI era figlio di questa famosa donna romana, che si faceva appellare Senatrice e perfino Patrizia, avvegnachè ora ella fosse in fatto la dominatrice temporale della Città ed elettrice dei Papi: padre di lui reputavasi Sergio III, ma è cosa tuttavia incerta. Una femmina tiranneggiava adesso la Chiesa e Roma. Morto era allora il suo secondo marito, Guido di Tuscia, che senza dubbio i Romani avevano nominato Patrizio; però la dignità di margravio era toccata a Lamberto fratello di lui. Rimasta appena vedova, Marozia pensava a trovarsi un terzo marito, e i suoi desiderî, fatti sempre più audaci, si levavano fino ad Ugo re d’Italia. Lamberto, ch’era giovane ed aveva vigoria d’animo, rivolgeva i suoi intendimenti a grandi cose, laonde era cagione di pericolo a quel Principe: costui voleva sbarazzarsene e presto; perciò afferrava la mano che la Patrizia di Roma gli offeriva.

Ugo era maestro d’inganni e di astuzie: dissoluto, avaro, temerario, non si faceva coscienza di cosa alcuna, e coi modi più perfidi si studiava di ampliare il suo reame italico: egli raffigura al vivo la vera tempra di quell’età. In essa, Stato e Chiesa, così in Francia che in Italia, erano in balìa della dissoluzione più spaventosa, laddove la robusta Alemagna per buona ventura, non era tocca che lievemente di quel pestifero morbo romanesco, ed è per questa ragione che essa custodiva nel suo seno il principio della legge morale e del diritto, e le era riserbata la missione di rigenerare l’Impero di Carlo insieme colla Chiesa: tuttavolta i tempi non ne erano peranco maturi, e Italia doveva in prima piombare nell’estremo del decadimento. Se ci fosse concesso di soffermarci a lungo fuor dei limiti della storia di Roma, potremmo mostrare come quell’Ugo facesse traffico dei Vescovati e delle Abazie d’Italia, e li riempiesse di impudenti cortigiani, e sbrigliasse ogni licenza di desiderî, e soffocasse tutti i sensi di giustizia. Liudprando vescovo viveva allora in Pavia, ed era paggio alla corte di quel Re, di cui s’aveva guadagnato il favore col suono armonioso della sua voce; ivi era dove acquistava quelle tendenze d’ingegno frivolo e arguto, che in parte è impresso negli scritti suoi. Magnificò egli con lodi Ugo tiranno, sì come più tardi il Macchiavelli fece di Cesare Borgia un eroe; gratitudine, intendimento politico e ricordanze di quei suoi anni giovanili vissuti in vita cortigianesca influirono sul giudizio di lui: celebrò Ugo come principe prudente, coraggioso, liberale, favoreggiatore di preti e di scienze, e addirittura lo appellò filosofo. Certo è che quel Principe s’ornava di pregi fuor del comune; le sue dissolutezze ammantava con forme cavalleresche; molto trattava con Santi, ad esempio con Odone di Cluny; ma in pari tempo era il più audace libertino del suo tempo. Poco diverso da un Sultano, teneva con sè un aremme ben fornito; financo Liudprando, ai cui occhi tutte le donne parevano non esser altro che femmine da partito, ne lo doveva biasimare, ma, in mezzo alla censura, trovava di che spassarsi alla facezia del popolo, il quale alle favorite di Ugo dava nomi di dee; chè Pezola era appellata Venere, Rosa passava per Giunone, e la bella romana Stefania aveva nome di Semele. Ad ogni modo, innanzi ai delitti di Ugo, anche il Vescovo, che pur era privo di coscienza, non può far tacere ogni voce di verità, ed egli stesso narra che, per ottenere la mano di Marozia, il Re non si trattenne di vituperare la propria madre. Le leggi canoniche divietavano i maritaggi fra cognati come se fossero state nozze incestuose, e Marozia era stata moglie di Guido, fratello uterino di Ugo. Perciò questi andò affermando publicamente, che i tre figli di sua madre Berta erano stati suppositi nel parto: non giovò che Lamberto, secondo il costume di quel tempo, dimostrasse in duello l’origine sua legittima, e della prova uscisse vincitore; Ugo attirava un dì il fratello in un suo trabocchetto, lo faceva acciecare, lo cacciava in un carcere, e dava il margraviato di Toscana a Bosone fratel suo, nato dell’istesso padre. Tostochè s’era così liberato di Lamberto, andava egli a Roma per celebrare il suo matrimonio con Marozia, cui la morte di sua moglie Alda aveva lasciato libero il varco.

Marozia, di mariti non mai sazia, calpestò ogni riguardo religioso, chè censure o anatemi non poteva temere da un Papa che le era figliuolo[373]. Appena morto Guido, ella aveva spedito messaggi a Ugo, per offerirgli la sua mano di sposa e il possedimento di Roma, dove la podestà temporale non era più del Papa. Ella medesima non si sentiva ben forte nella signoria della Città; soltanto per breve ora una femmina poteva tenervi luogo potente coll’ajuto di uomini che erano suoi vassalli o zerbini, e doveva ben temere che i Romani, presto o tardi, risentendosi di loro onta, fossero per iscuotere il turpe giogo[374]. Alla sua sconfinata ambizione sorrideva il pensiero di cambiare il titolo di senatrice, ossia di patrizia, colla pompa di regina, e già le pareva di ornarsi della porpora d’imperatrice, chè il figliuolo di lei, Giovanni I, non avrebbe potuto rifiutarsi di porre la corona imperiale sul capo di colui che presto sarebbegli divenuto patrigno, ed era re d’Italia. Ugo non adescavano i vezzi di una beltà avvizzita, bensì le aspettazioni che gliene erano offerte, ed ei veniva a Roma per isposarsi a Marozia e per torre possesso del Patriziato, della Città e di tutto ciò che doveva conseguire da quel connubio. Gli avvenimenti che ora succedevano segnavano nella storia di Roma caratteri tutto nuovi; di repente e per la prima volta partorivano una tirannide, quale nei tempi antichi aveva oppresso le città di Grecia, o quale, nel più tardo medio evo, doveva gravare le spalle alle città d’Italia.

Nel Marzo dell’anno 932 Ugo giunse alla testa di un esercito: sia che seguisse l’esempio dei suoi predecessori o che obbedisse alle leggi di Roma, fece che le sue soldatesche ponessero campo fuori della Città; egli v’entrò con grande accompagnatura di cavalieri, circondato del clero e della nobiltà, che lo avevano salutato con omaggio degno di re. La fidanzata stava attendendolo ansiosamente, ma gli sponsali di quella femmina, maestra raffinata d’arti galanti, dovevano celebrarsi entro a un sepolcro: la sala delle nozze e la stanza nuziale erano apprestate con grande magnificenza in una tomba, quella di Adriano imperatore, il cui sarcofago di porfido riposava allora tuttavia nella camera sepolcrale. Al mondo non v’ha un secondo edificio, il quale possa vantare una storia fortunosa sì che superi ogni imaginativa, parimenti di quella del mausoleo di Adriano: nè esso l’ha peranco tutta fornita la sua storia; gli si spetta di continuarla ancora per un corso di secoli lunghi, i quali non saranno peraltro tanto tristi e oscuri come furono quelli del suo tempo passato. Da Onorio in poi, nella storia della Città ci avvenne di far cenno spesse volte di quel monumento; e di esso parlammo da ultimo, allorquando le brune cime delle sue moli furono inondate di luce alla visione celeste che parve innanzi agli occhi di Gregorio. Fin dal settimo secolo, a ricordanza di quel portento, s’era edificata una chiesa sul suo vertice sommo, e dedicata all’arcangelo Michele; dal suo luogo aveva avuto nome di _S. Angeli usque ad coelos_, «fino al cielo»[375]. Al tempo di Marozia era quasi caduto in oblio l’officio cui in origine aveva servito il castel Sant’Angelo; appellata dal popolo «casa di Teodorico», da secoli la tomba di Adriano serviva da fortezza munita, ed era la rocca più salda, anzi la sola, di Roma. Ella è perciò cosa mirabile, che Liudprando, il quale coi proprî occhi vide la mole di Adriano, la chiami fortezza addirittura, senza pur darle nome di _Hadrianeum_. Poichè Liudprando scriveva la storia degli eventi di allora, gli premeva di dare la descrizione del castello, sì come ne aveva preso cura Procopio, allorchè aveva narrato dell’assalimento recatovi dai Goti: però adesso s’era spenta ogni idea d’antico, e Liudprando non sapeva dir altro che queste parole: «All’ingresso della città di Roma v’ha una fortezza; mirabile ne è il lavoro e mirabile la gagliardia; innanzi alla porta sua è edificato un prezioso ponte che traghetta il Tevere, e dal quale passano tutti coloro che entrano in Roma o che ne escono, sempre che lo conceda la scolta della rocca. E la fortezza, per tacere di tutto il rimanente (questo ci addolora!), è tanto alta che la chiesa edificata all’arcangelo Michele, e che vedesi eretta sul vertice suo, è chiamata _S. Angeli Ecclesia usque ad coelos_»[376]. Magnifico pertanto doveva essere tuttavia l’aspetto del mausoleo, e ancora doveva possedere molta parte dei suoi intonachi di marmo. Per fermo vi si leggevano peranco le iscrizioni degli Imperatori ivi sepolti, che il frate di Einsiedeln trascrisse; ma il tempo aveva appena lasciato una sola delle sue statue o uno solo dei suoi colonnati che non fossero miserevolmente ruinosi, ed è difficile che sul ponte di Adriano sorgessero ancora quelle statue che un tempo lo avevano adorno di tanto grande bellezza.

Ugo adesso era messo dentro al castel Sant’Angelo, vi celebrava il suo matrimonio con Marozia, e può darsi che il figlio di lei, Giovanni XI papa, lo benedicesse. Tacciono i Cronisti delle festività date in occasione di questo strano imeneo, ed è mirabile cosa che eglino non facciano pur parola degli apparati della coronazione imperiale. Se questa, nè può dubitarsene, stavasi preparando, la repentina mutazione delle cose che avveniva in Roma la faceva tramontare. Ugo, che era in possesso del castello ed aveva innanzi agli occhi la sua prossima podestà, cominciava con grande alterigia a farla da padrone: trattava con disprezzo gli ottimati romani, e da ultimo recava offesa mortale ad Alberico, giovane figliastro suo, il quale doveva odiar di gran cuore il matrimonio della madre, dappoichè questo troncasse la via ai suoi intendimenti. Già l’astuto Ugo aveva accolto il disegno di disfarsi, tosto che gli fosse data opportunità propizia, del giovane romano con acciecarlo o con mescergli veleno, e Alberico da parte sua ne viveva anche in temenza. Costretto dalla madre a prestare al patrigno officio di paggio, un bel giorno il giovinetto con baldanzosa inaccortezza, mentre gli versava acqua, ne rovesciava tutto il vase sulle mani del Re superbo, che lo puniva con una ceffata. Alberico, gettando fiamme per l’ira che gli bolliva in petto, si lanciava fuori del castello, raccoglieva i Romani, gli scaldava con un discorso, dimostrava essere per loro onta indegna obbedire al governo di una femmina e lasciarsi dominare dai Borgognoni, barbari famelici che un tempo erano stati schiavi di Roma. Alle sue parole dava nerbo la ricordanza dello splendore antico di Roma, che invocava: quelle reminiscenze, immortali in Roma come i monumenti delle età trascorse, ebbero sempre potenza, in pari condizioni di cose, di accendere l’animo dei Romani; talmente avveniva allora che Alberico parlava, come più tardi accadde ai tempi di Crescenzio, di Arnaldo, di Cola di Rienzo, di Stefano Porcari, o dei così detti republicani dell’anno 1798 e del 1848[377]. I Romani, che da lunghissimo tempo covavano desiderio di sollevarsi contro a Marozia e contro al novello Patrizio che loro era imposto, si levarono furibondi. Le campane sonarono a stormo; il popolo corse con grida terribili alle armi, sbarrò le porte della Città affine di impedire che v’entrassero le soldatesche di Ugo, e diè assalto al castel Sant’Angelo. Ugo e Marozia stavano rappiattati e tremanti nella tomba di Adriano. Poichè non poteva sperare di difendersi lunga pezza contro gli assalitori, il Re pensò di fuggire: di nottetempo, come un galeotto che scampa del carcere, calò del castello tenendosi a una fune, scese alla mura della città Leonina, e, lieto in cuor suo di avere schivato la morte, corse al campo de’ suoi, donde poi mosse con malanno e con vergogna a Lombardia, dietro a sè lasciando il suo onore, la sua donna e una corona d’imperatore.

Siffatta fine imprevista ebbe in Roma la pompa regale del matrimonio di Marozia. Ma la Città era libera e giubilante. D’un colpo solo i Romani s’erano disfatti di monarchia regia, d’impero, di podestà temporale del Papa, avevano conseguito independenza cittadina, e adesso eleggevano, ossia acclamavano Alberico a loro principe: prima opera del giovane signore di Roma era quella di cacciare in un carcere la madre, e di serrare in Laterano con vigilata custodia il fratello suo, Giovanni XI papa[378].

§ 2.

Natura del rivolgimento avvenuto in Roma. — Alberico, _Princeps atque Senator omnium Romanorum_. — Concetto di questo titolo. — Il Senato. — Le _Senatrices_. — Fondamenta su cui posava il potere di Alberico. — L’aristocrazia. — Condizioni della cittadinanza romana. — Milizia cittadina. — Ordini di giustizia al tempo di Alberico.

Il rivolgimento avvenuto in Roma non s’inspirava in guisa alcuna a quelle idee romantiche dell’antichità, che più tardi vedremo sorgere a vita nella Città. Aristocratica ne era l’indole, e Roma diventò republica di nobili. Dacchè i Papi avevano conseguito il reggimento temporale, le famiglie romane di ordine cospicuo gli avevano combattuti sempre, e il risultamento di quella lotta era stato, ognor più, favorevole ad esse. La mano vigorosa de’ Carolingi primi aveva messo a dovere gli ottimati; la caduta della podestà imperiale aveva lor lasciato libero il campo. Al finire del secolo nono erano eglino diventati i padroni del reggimento civico; sotto di Teodora, e più decisamente sotto di Marozia, s’erano veramente insignoriti del potere. Il rivolgimento dell’anno 932 abbatteva la possanza effettiva, ma illegittima, di una femmina, che aveva trovato sostegno nella salda grandezza di sua famiglia e dei mariti suoi, uomini non romani: ed era propriamente l’erede di quella donna romana, che la rivoluzione elevava a capo della Città, in quello che ne consecrava la signoria con elezione e con titolo legittimo. Il mutamento di cose tolse al Papa, che alla medesima famiglia apparteneva, il _dominium_ temporale, e lo diede al fratello di lui: fu in pari tempo una rivoluzione di famiglia e di Stato. Colla cacciata di Ugo i Romani proclamarono di non volerne saper più di gente straniera, di non voler Re o Imperatori che, da signori supremi li tenessero in sudditanza; protestarono di volersi reggere da sè stessi con ordini nazionali. Roma fece tentativo mirabile di conseguire independenza politica; e, tutt’a un tratto, la città capitale del mondo entrò nel novero dei piccoli Ducati italici, sì com’erano Venezia, Napoli, Benevento: in mezzo alla cerchia delle donazioni che avevano costituito lo Stato della Chiesa i Romani si proponevano di formare uno Stato temporale libero, in quello che il Pontefice era ridotto alle sue discipline religiose, sì come era stato anche in tempo addietro.

Il titolo nuovo che la Città concedeva al suo signore novello, non fu di _Consul_ o di _Patricius_ dei Romani; i contemporanei suoi, lo chiamano così, soltanto perchè se n’era diffusa costumanza. In questo periodo di tempo la dignità di Patrizio denotava la podestà puramente temporale e giudiziaria che reggeva Roma, ma si associava al concetto di un vicariato pari a quello che altra volta aveva avuto l’Esarca, e perciò significava che, al di sopra del Patrizio, stava una podestà suprema di comando. A titolo di tale natura non si volle dare accoglienza, laonde Alberico ebbe quello di _Princeps atque omnium Romanorum Senator_, ed egli sottoscrisse ai suoi atti, secondo lo stile del tempo, in questa maniera: «Noi Alberico, per grazia di Dio, umile Principe e Senatore di tutti i Romani»[379]. Di siffatti titoli insieme associati, quello soltanto di _Princeps_ era nuovo per Roma. Roma vi faceva protesta di sua independenza; avvegnaddio anche Arichi di Benevento si fosse dato titolo di _Princeps_, allorquando, caduta Pavia, aveva proclamato il suo principato independente. Poichè la podestà regia era separata dal Papato, il titolo significava la podestà di principe temporale, a contrapposizione di quella religiosa che il Pontefice continuava a possedere: pertanto, esso era anteposto decisamente a qualunque altro, e lo dimostrano Diplomi e Croniche, dove talvolta difetta l’altro titolo di «Senatore di tutti i Romani.» Per lo contrario, anche Teofilatto, avo di Alberico da parte di madre, aveva tenuto dignità di «Senatore dei Romani», ma, probabilmente adesso per la prima volta, il titolo si accresceva coll’addiettivo «tutti». In sè aveva un’importanza essenzialmente civica, che allettava le ricordanze dei Romani; e siccome poi Alberico usciva del seno dell’aristocrazia, che allora abbastanza spesso aveva nome di _Senatus_, in lui si riveriva di quel modo il capo della nobiltà romana. Dicendo della storia del secolo ottavo, noi ci siamo industriati di scoprire se qualche traccia vi avesse di una esistenza continuata del Senato romano, ma trovammo che questo, fuor d’ogni dubbio, s’era spento. Anche durante il periodo de’ Carolingi non si riscontra indizio di sua vita; ma, ancor più frequente negli Storici del secolo nono e in quelli del decimo, e nei documenti di quelle età, si produce il nome di _Senatus_, tolto in forma di concetto generale. Dacchè l’Impero romano era stato restaurato sotto di Carlo, dacchè i titoli antichi di _Imperator_ e di _Augustus_, e financo la determinazione del Postconsolato degli Imperatori tornavano a udirsi novellamente, rivivevano allora più fortemente le memorie dei tempi antichi; se già gli ottimati dei Franchi di buon grado si nomavano _Senatus_, cupidamente ancor più la nobiltà di Roma doveva impadronirsi del titolo: e tanto abituale diventava, che il nome suo si legge fino negli Atti di un Concilio, là dove è statuito che il Papa debba essere eletto da tutto il clero, dopo la proposta che ne facciano il Senato e il popolo[380]. Però, non sono più degne di accoglimento le opinioni di quegli Scrittori, che, dall’usanza di un nome antico, conchiudono alla durata del Senato, così che questo nel secolo decimo continuasse in vita. La esistenza di un Senato fa presupporre che vi fossero dei Senatori veri, ossia dei singoli membri suoi che si nomassero e si sottoscrivessero col nome di _Senator_, ma, quantunque in carte innumerevoli di quell’epoca, prima e dopo, trovassimo uomini romani che si segnavano col titolo di _Consul_ e di _Dux_, neppur una ci fu dato di scoprirne, in cui un Romano si appellasse _Senator_. Questo concetto si presenta ognora con significato collettivo, e, in generale, si discorre di Senato e di nobili Senatori, ossia di maggiorenti della Città. Teofilatto fu, dopo la fine del Senato antico, il primo uomo romano che si nomasse Senatore dei Romani, ma l’addiettivo «tutti» dappoi dimostra, che di un Senato veramente costituito non può aversi mente. Parimente non crediamo che il titolo di _Senator_ in Alberico avesse pari significazione di _Senior_ ossia di «Signor», e reputiamo che più determinatamente denotasse la sua podestà municipale[381]. Concedendogli il consolato a vita, colla dignità di «Senatore di tutti i Romani», i Romani significavano la maggior larghezza dell’officio ch’egli doveva tenere nella nuova Republica romana; nè puossi perder di vista che, anche in tempo posteriore, spesso non v’ebbe in Roma che un solo Senatore. Oltracciò, questo titolo si mostra essere stato ereditario nella famiglia di Alberico, locchè non accadde per alcun’altra stirpe di Roma: ed invero anche le donne, la sua zia, la giovane Teodora, le figlie di lei Marozia e Stefania, avevano nome di _Senatrix_, e, financo, il titolo era reso completo coll’aggiunta _omnium Romanorum_. Ed è cosa abbastanza degna di nota, che femmine si ornassero in Roma del nome di Senatrici, laddove in quel tempo nessun Romano tenesse titolo di Senatore fuori di Alberico, e, dopo di lui, di Gregorio di Tusculo che gli fu nipote[382].

La nuova signoria di Alberico posava dunque, anzi tutto, sulla aristocrazia: meglio ancora, il suo fondamento più robusto risiedeva nella potenza di sua famiglia. Non erano caduti in dimenticanza i servigî prestati dal padre suo, che aveva capitanato i Romani al Garigliano ed ornato Roma di nuovi allori; sennonchè, ultimamente, questo padre era pure stato nemico di Roma, e sempre uomo intruso: che ciò durasse in mente, ce ne ammaestra il considerare che il figliuolo non vien mai denotato dal padre suo Alberico, ma sempre dalla madre Marozia, avvegnaddio questa donna romana per qualche tempo fosse stata capo della famiglia, che più tardi ebbe appellazione di Tusculana, e il giovane Alberico non dal padre, ma da lei ereditasse tutto quello che possedeva. La casa di Marozia (questa donna scompare dalla storia senza lasciar traccia di suo fine) s’associava per ragione di matrimonî a molte altre famiglie, che erano in Roma e nel territorio della Città. Poichè ora Alberico possedeva dovizia molta, ed estesi beni fondi, e numerosi vassalli, e il castel Sant’Angelo, per sè stesso era ormai l’uomo di massima potenza; gli altri ottimati egli incatenava alla sua causa per comune beneficio della independenza, per elettissimi officî del reggimento che loro concedeva, e per donativi di molti beni ecclesiastici che eglino chiedevano con avida cupidità. Il mutamento avvenuto in Roma traeva seco un organamento nuovo; la nobiltà s’impadroniva del governo, ed ora poteva statuirsi la cerchia di coloro cui il reggimento apparteneva, e che avevano il diritto di prender parte alla cosa publica. Confessiamo però, che ci mancano notizie precise degli istituti di Alberico. Non udiamo parola di un Senato che si raccogliesse nel Campidoglio, nè di nuovi ordinamenti nella magistratura. Non si discorre di Patrizio o di Prefetto, imperocchè Alberico la loro podestà raccogliesse nella persona sua; nè si può pur pensare ad una costituzione civica che si foggiasse secondo lo stile dei tempi posteriori. Le relazioni della nobiltà col ceto de’ cittadini mediocri, non s’erano allora peranco stabilite in forma di contrapposti, e gli è soltanto da questi che derivano gli ordini delle costituzioni. In una città che non aveva vita di traffici o di industrie, che era zeppa di preti, di frati, di monache, ch’era dominata da prelati, a mala pena poteva esistere una classe di media cittadinanza. Non v’erano che preti, nobili e plebe, ma il ceto medio sociale, fornito d’intelletto e di operosità, su cui riposano le libertà e le forze dello Stato, mancava in Roma, sì come propriamente vi manca anche al dì d’oggi. Abbiamo riletto con attenta cura i documenti di quell’età, per iscoprirvi traccia della vita dei cittadini mediocri di Roma: qua e là rinvenimmo soltanto citati dei testimonî col predicato dei loro mestieri, quali sono quelli di _lanista_, di _opifex_, di _candicator_, di _sutor_, di _negotiator_. Ma i lavoratori delle lane, gli orafi, i fabbri, gli operai, i pochi mercatanti, attendevano alle loro arti in una città che non aveva spiro d’industria, senza che pur loro sorgesse in mente con qualche vivezza il pensiero, che anche a loro competeva diritto di prender parte al governo cittadino. Gli era soltanto all’elezione del Papa che facevano udire con acclamazioni la loro voce, e, nelle cose di loro interesse, si congregavano in tornate delle loro Scuole, ossiano _artes_, che duravano sotto il reggimento di proprî priori. La povertà e le necessità della vita li tenevano in dipendenza degli ottimati che chiamavano loro patroni, e presso ai quali eglino, sì come i coloni ossiano fittaiuoli, stavano spesse volte in condizione di clienti e in pesante rapporto di protezione e di debito: può darsi che il novello signore di Roma li regalasse di privilegî in riguardo alle loro corporazioni. Il popolo minuto finalmente, quantunque massimamente vivesse della Chiesa e della liberalità di essa, mutava volentieri di padrone, e di buon grado obbediva ad un Principe romano fornito di energia, ch’era giovane, splendido, bello di persona, e collo sguardo imponeva autorità[383]. La sua mano di ferro reprimeva i tumulti, dava quiete al cittadino, e lo difendeva contro le tracotanze dei forti; senza di ciò egli non avrebbe mai potuto durare così lungamente padrone di Roma.

Per raffermare il poter suo era costretto a rivolgere la sua sollecitudine operosa all’organamento delle forze militari. La soldatesca di Roma continuava ad avere ordine di Scuole, avvegnaddio ce lo insegni la formula, pur sempre adoperata nei contratti, in cui al fittavolo viene proibito di cedere il fondo a luoghi pii, oppure al _numerus seu bandus militum_. Egli è dunque assai probabile che Alberico guarentisse il suo potere col soccorso della milizia cittadina, togliendola sotto la sua capitananza e agli stipendî suoi. La rendeva forte, soprattutto la costituiva a nuovo, e forse da lui derivava un altro scompartimento della Città in dodici Regioni, ciascuna delle quali comprendeva un reggimento di milizia sotto ad un vessillifero: infatti, dopo di lui, la milizia cittadina s’elevò a maggiore importanza, sì come vedremo. Egli ne aveva bisogno per ottenerne soccorso contro agli intrighi del clero che aveva avverso, contro le gelosie della nobiltà e contro gli assalimenti di Ugo. I Romani della nobiltà, del clero e del popolo gli prestavano giuramento di obbedienza, e d’allora in poi quell’uomo ardito pare monarca vero della Città.

Nei suoi Diplomi tiensi nota, come fu stile prima e poi, del pontificato e dell’anno di governo del Papa, ma le monete dei Pontefici sono adesso impresse col nome di Alberico, come per lo passato facevasi di quello degli Imperatori[384]. La pienezza della sua podestà in Roma, è riconosciuta parimenti negli atti giudiziarî. Solevasi, a’ tempi prima, tenere i tribunali nel Laterano o nel Vaticano, alla presenza del Papa, dell’imperatore o dei loro _Missi_: adesso, non appena che Alberico ebbe tolto il dominio temporale al Pontefice, il tribunale supremo di Roma fu raccolto presso al Principe di Roma. Può darsi che, più tardi come già in addietro, corti di giustizia fossero radunate in luoghi parecchi, ma ha una grande significazione per i mutamenti di cose avvenuti, che egli facesse sedere il suo tribunale anche nelle sue proprie case. Queste ei possedeva sul monte Aventino dove era nato; però la sua dimora abituale aveva nella via Lata in vicinanza alla chiesa degli Apostoli, probabilmente nel luogo dove oggidì è il palazzo dei Colonnesi, famiglia che vuol discendere da Alberico. Abbiamo già osservato che questo quartiere era il più ragguardevole della Città; vi avevano abitazione i nobili; era il sito di Roma animato di maggior vita, circondato dalle rovine, in quel tempo ancor grandiose, delle terme di Costantino e del foro di Trajano; comprendeva la via Lata che è la parte superiore del Corso odierno. Ci è conservato un documento, che ne offre notizia di un Placito tenuto da Alberico, nel suo palazzo. Addì 17 di Agosto dell’anno 942, innanzi a lui comparve Leone, abate di Subiaco, in una lite che sosteneva il suo convento: giudici della curia di Alberico erano Marino vescovo di Polimarzio e bibliotecario, Nicolò primicerio, Giorgio secondicerio, Andrea arcario, il Saccellario, il Protoscriniario della sede apostolica, e, in pari tempo, quei nobili della Città che allora andavano per la maggiore. I loro nomi leggiamo con avida curiosità. Erano, Benedetto chiamato Campanino (cioè conte nella Campagna), Caloleo, il _dux_ Gregorio _de Cannapara_, Teofilatto vestarario, Giovanni superista, Demetrio figlio di Melioso, Balduino, Franco, Gregorio dell’Aventino, Benedetto Miccino, Crescenzio, Benedetto _de Flumine_, Benedetto _de Leone de Ata_, Adriano _dux_, Benedetto figlio di Sergio, ed altri ancora[385]. Qui pertanto si distinguono due classi di giudici. Alla prima appartengono (come fino a questo tempo era stato) i ministri palatini pontificî, prelati che, tosto dopo di Alberico, avranno nome di _Judices ordinarii_; e di qui si rileva che il Principe dei Romani teneva immutato l’ordinamento pontificio nelle cose della giustizia. I nobili di Roma, parimente come per lo innanzi, formavano la seconda classe di giudici, ma adesso v’entravano in qualità di curiali o di cortigiani del Principe. Quei nobili uomini erano obligati ad esercitare funzioni di assessori nelle sue corti di giustizia, ed era officio che spesso poteva loro riuscir grave. Infatti, a quel tempo non v’avevano peranco assessori permanenti, alla foggia degli Scabini franchi o dei _Judices Dativi_ venuti più tardi; gli ottimati facevano dunque da veri giudici che pronunciavano sentenza, oppure anche assistevano ai giudizî in qualità di _boni homines_[386].

§ 3.

Temperanza d’animo di Alberico. — Ugo assedia Roma due volte. — Sposa sua figlia Alda ad Alberico. — Relazioni di questo con Bisanzio. — Leone VII, papa nell’anno 936. — Uno sguardo retrospettivo sull’importanza del monachismo benedettino. — Decadimento di esso. — Riformazione di Cluny. — Operosità di Alberico a quest’uopo. — Odone di Cluny viene a Roma. — Continua la storia di Farfa. — La provincia della Sabina.

I Cronisti di questa età non hanno attribuito al figliuolo di Marozia alcuno dei vizî che biasimarono nella madre sua: nessuno di loro leva la voce per rimproverargli un solo di quei delitti onde si contaminò re Ugo. Se sono istizziti contro di lui, ciò avviene soltanto perchè egli aveva tolto al Papa il reggimento temporale, lo teneva quasi da prigioniero, e sembrava aspreggiare con tirannia la Chiesa[387]. Altri, e cioè i partigiani della podestà imperiale germanica, lo ingiuriano come s’ei fosse un usurpatore, ma, in fondo, la sua signoria, almeno in ciò che riguarda l’Impero, non era usurpazione per guisa alcuna, avvegnachè quello allora si fosse spento, e il Re d’Italia non avesse diritto di sorta sulla città di Roma. Se ai tempi di Gregorio II, quando ancora un Imperatore legittimo possedeva titolo giuridico sopra di Roma, i Romani, serbando viva sempre la tradizione di Republica ossia del diritto di elezione imperiale, s’erano appropriata pienezza di potere per mutare la loro sovranità di governo, per torla a Bisanzio e per darla al Papa, a maggior ragione credevano eglino adesso di potersi apprendere una pari facoltà, adesso che Imperatori più non v’avevano. Nè Pipino, nè Carlo avevano donato Roma ai Papi; questa s’era data loro da sè, di spontanea volontà, ossia tacitamente. La costituzione carolingia dell’Impero, che aveva consecrato la podestà territoriale del Pontefice, era crollata insieme coll’_Imperium_, e i Romani ora rivendicavano novellamente il loro diritto antichissimo, senza pur darsi pensiero che anche i diritti del Papa si fossero resi legittimi per corso lungo di tempo, e, ancor meglio, per mille e mille opere gloriose onde Roma nuova era stata creazione dei Papi. Pertanto, i Romani elessero dal loro seno un Principe, così come elegger solevano il Papa, e la podestà temporale, che un tempo a quest’ultimo avevano concesso, ora attribuirono a quell’altro.

Gli è con grande attrattiva che gli uomini della posterità mirano alla persona del romano Alberico, il cui animo, composto a virile prudenza, adatto a grandi cose e degno d’imperare su Roma, supera di eccellenza tutti quei suoi succeditori, che più tardi nella Città vennero tentando di restituirla a libero stato. Poichè la necessità degli eventi gli imponeva di usare moderatezza, egli si accontentava della signoria di Roma e di quel tanto territorio che stava sotto al dominio di essa. Chetamente ei si tenne il titolo modesto, ma bello, di «Principe e senatore di tutti i Romani», nè si lasciò abbagliare d’ambizione maggiore, avvegnachè, a procacciarsi titolo d’Imperatore, egli avrebbe dovuto in prima conquistare la corona dell’Impero longobardo. Invece dunque di combattere contro Ugo per istrapparsela, come avrebbe fatto qualche avventuriero, egli, da savio, stette pago della podestà che aveva in Roma; perciò accadde appena mai una seconda volta, che questa Città godesse di sicurezza così grande e di pace interiore così soda, come durante il lungo reggimento di lui.

Era a prevedersi che Ugo avrebbe anelato a vendicarsi. Venne egli infatti, nell’anno 933, con un esercito; certo che aveva rinunciato senza dolore a Marozia sposa sua, la cui liberazione, se ancor essa viveva, per sicuro non metteva gran cura a chiedere; ma ardeva di desiderio di punire la Città, di far valere i diritti ch’egli vantava dal suo matrimonio, e di torsi la corona imperiale. Sebbene facesse ogni giorno muovere assalto alle mura, dovette voltar indietro senza alcun risanamento, e tenersi contento di dar il guasto alla Campagna[388]. Tornò del 936, ma non ebbe fortune migliori; mentre stava assediando la Città, una pestilenza gli mieteva le sue soldatesche, e finalmente era costretto di conchiudere pace con Alberico: Odone di Cluny deve esserne stato intercessore. Ugo accondiscese perfino ad accordare Alda, figlia sua di legittime nozze, in moglie al figliastro ch’era invincibile; sperava l’astuto Re di trar nelle sue reti il Romano audace, ma ne fu deluso, chè Alberico ben accoglieva nella Città la sua fidanzata regale, ma non il patrigno, anzi ai vassalli ribelli di questo dava ricetto in Roma; e poichè adesso gli uomini malcontenti fuggivano della Città, e si ricoveravano nel campo del Re, dalle due parti se ne alimentavano i sospetti e gli odii[389]. Alberico si sposò con Alda. Gli intendimenti di lui, rivolti ad ottenere la mano di una Principessa greca, caddero allora, o più tardi, a vuoto. Per lo meno, racconta il Monaco di Soratte che Alberico mandava a Bisanzio, ambasciator suo, Benedetto della Campagna, e che apparava le sue case ad accogliere la sposa, obligando nobili donne della Città e della Sabina a venire nelle sue stanze, perchè servissero da ancelle alla Principessa. Però questo maritaggio, dice il Cronista, non giunse a compiersi[390]. È probabile cosa che Alberico cercasse di raccostarsi alla corte di Grecia, per averne il riconoscimento del suo principato, e per ornarsi dello splendore che gli sarebbe venuto da così cospicuo parentado. Dopo che era caduto l’Impero di Occidente, Bisanzio destava di sè nuova temenza; i Greci, in causa di loro successi avventurati, erano venuti sempre più accostandosi a Roma; gli Imperatori d’Oriente non cessavano mai di reputare sè stessi in conto di legittimi Imperatori romani, e loro agenti mantenevano continuamente in Roma. Un’alleanza con loro, poteva dare ad Alberico un valido sostegno contro ad Ugo, e forse i Bizantini vi avrebbero consentito, se il padrone di Roma avesse aderito di diventare _Patricius_ sotto ai loro ordini. Incerto è il tempo di questi negoziati, e ancor essi sono ravvolti nel buio; questo solo sappiamo, che Alberico si sforzava di comporre l’opera sua in modo che andasse a’ versi dell’imperatore Romanus, ed obligava il Pontefice ad accordare l’uso del pallio a Teofilatto, patriarca bizantino e figlio dell’Imperatore, senza che i succeditori di lui nel patriarcato avessero più bisogno di chieder per ciò la licenza pontificia. Questa concessione, contraria ai canoni, manifesta qual fosse l’arte politica di Alberico, ma non dimostra che fosse intendimento suo di riporre novellamente Roma sotto la soggezione di Bisanzio. Piuttosto è che le sue trattative fallirono a causa degli intrighi di Ugo, e per il rifiuto ch’egli stesso opponeva alla proposta che gli veniva fatta di tradire Roma[391].

Giovanni XI, fratello di Alberico, trapassava di vita nel Gennaio dell’anno 936, dopochè, ristretto al suo officio spirituale, era vissuto sei anni privi di splendore, durante i quali il fratello suo l’aveva tenuto d’occhio con vigilanza severa[392]. Lui morto, il signore di Roma aveva costretto un monaco benedettino ad accettare la tiara[393]. L’animo pieghevole di Leone VII, che nutriva sentimenti di modestia monacale, ne lo rendeva un Papa assai docile e maneggevole per Alberico, e, poichè rinunciava alla podestà temporale senza opporre contrasto o protesta, non sorgevano difficoltà nelle relazioni di quei due uomini. Reprimendo i sospiri, Leone appellava il suo patrono e tiranno con nome di «misericordioso Alberico, figliuol suo spirituale diletto, e glorioso Principe dei Romani[394]». Flodoardo cronista dedicò a quel Papa alcuni versi inspirati a gratitudine, perocchè ne avesse avuto amichevoli accoglienze in Roma; lo laudò come dovrebbesi sempre celebrare un Papa, disse che era uomo santo, tutto inteso alle divine cose, e sprezzatore delle terrene; però il Cronista evitò di dire una parola sola che si riferisse ad Alberico[395]. Così veramente era fatto di necessità virtù.

Il savio Principe dei Romani aveva posto sulla cattedra di san Pietro un pio fraticello, e ve lo faceva risplendere di virtù apostoliche; è così che noi troviamo Papa e Principe adoperarsi d’accordo per restaurare quelle modeste consuetudini della vita monastica, che s’erano perdute: perciò, noi dobbiamo qui rivolgere uno sguardo all’istituto del monacato.

Sorto sugli incominciamenti del secolo sesto, allora che la società romana antica andava dissolvendosi, l’istituto di Benedetto, nel corso di quattro secoli, aveva fornito il suo còmpito di cultura storica, ed era caduto in ruina. Era stata missione sua di contribuire a foggiare la novella società cristiana: in mezzo ai popoli barbarici, i monaci nelle loro associazioni avevano raffigurato una società inspirata a’ principî d’ordine, sebbene ristretta ad un’idea unica; sua forma era quella di una famiglia obbediente ad un padre, e unita insieme da vincoli di autorità e di amore. Morte erano le leggi scritte della vita civile, ma i Benedettini avevano composto quasi un nuovo codice di civiltà, onde la regola di Benedetto fu il più antico libro di leggi che si compilasse nel medio evo: così, in mezzo alla barbarie, seminarono i germi di una società di fratellevole amore cristiano. Mentre il mondo tutto era un focolare fumante d’incendio, essi nelle loro associazioni vivevano una vita di pace, di lavoro, di pietà, e ai popoli rozzi additavano un regno d’idealità morale, di cui s’aveva tanto bisogno, dove si stava a riparo dalle necessità, dove felicità e requie, obbedienza e umiltà fiorivano rigogliose e belle. Cooperarono potentemente a domare la barbarie; con valore d’apostoli convertirono i pagani; coll’evangelio soccorsero alla spada di Carlo conquistando province, ed allargarono la cerchia delle terre soggette alla Chiesa. Nei loro conventi trovavano asilo la sventura e la colpa; ed erano in pari tempo vivai gloriosi della scienza, sole scuole dell’immiserita gente umana, rifugio unico dove si ricoveravano le ultime reliquie della civiltà ellenica e romana. Le loro idee o i loro fantasticari si perdevano nelle più remote regioni del cielo, eppure in pari tempo quei sognatori seminavano i campi, e mietevano e raccoglievano i frutti della terra in capaci granai. Poichè eglino stessi possedevano beni e coltivavano le terre, sì come statuiva la regola di Benedetto informata a leggi di vita pratica, diventarono fondatori di città e di colonie; e tratti innumerevoli di paesi andarono debitori ad essi di nuova coltura, di fecondità, di popolo e di fiore[396]. Fecero una grande opera di civiltà storica componendo l’amore cristiano a principio sociale, educando colle scuole, coltivando i terreni, edificando città, frapponendosi pacieri in mille maniere nel mezzo delle forze feroci che si combattevano l’una contro all’altra, associando alla Chiesa gli elementi temporali di cui massimamente i monaci usavano per vincere la barbarie: e questa fu missione gloriosa che guarentirà all’istituto di Benedetto uno splendido luogo negli annali della gente umana. Ma quel còmpito era omai fornito allora che Carlo costituiva la monarchia germanico-romana, laonde, col secolo nono, il monacato precipitava rotoloni dalla sua altezza. Ad onta che riformazioni molte abbia ricevuto anche più tardi, ad onta che ordini monastici nuovi, ed in parte celebri, sieno stati dappoi fondati, non uno di essi possedette più le virtù cristiane, nè il valore sociale dell’istituto di Benedetto; perocchè tutti abbiano obbedito soltanto a tendenze inspirate a fini speciali, e si sieno posti agli stipendî della Chiesa, e abbiano seguito particolari indirizzi delle loro età.

D’altronde, il rapido decadimento del monacato benedettino s’associava intimamente in tutti i paesi alla caduta dell’Impero e del Pontificato. Soggiaceva alle cause stesse; però il monacato racchiudeva in sè un germe di dissoluzione che, per forza di principio, lo andava logorando più degli istituti ecclesiastici e politici. Allorchè, conseguenza del nuovo ordinamento politico di Carlo, gli elementi temporali si fecero intrepidamente davanti sulla scena del mondo, scoppiò con grande violenza il contrasto fra le cose del cielo e quelle della terra, quel contrasto che alla muta stava spiando l’opportunità di erompere. Dopo un periodo lungo di abnegazioni e di sacrificî, lo spirito umano cominciò a discendere dalle sfere sublimi che erano fuori della terra, e riprese il dominio di quel mondo che le idee monastiche avevano messo tanto in disprezzo. La cultura che si era andata educando poco a poco, per sè medesima non era altro che la scienza di torre possesso giocondo delle cose terrene, animate di vita e di forma. S’abbandonò il mistico regno ch’è fuor della terra, si lasciò deserta la regione dei crucci desiosi; dal cielo delle mortificazioni l’uomo ridiscese sui campi fioriti e belli della terra; la realità, mentre reclamava il suo retaggio di diritti e di colpe, venne in lotta acerba ed empia colla virtù religiosa, e partorì orribili sconci: quindi è che il secolo decimo, come il decimoquinto, ha qualche cosa di titanico. Però, non è còmpito dello Storico di entrare in quest’ordine di idee; piuttosto ei può mostrare come la decadenza del monacato abbia cominciato in quello stesso momento che i conventi s’empievano di dovizie, e sia derivata dalle alte dignità d’onore e dagli officî concessi dallo Stato e dalla Chiesa, perocchè se ne accrescesse l’ambizione dei monaci, i quali, alle corti dei Re, trovavano grandissimo luogo, e financo salivano alla cattedra di san Pietro. Forniti di possedimenti immensurati, i conventi s’erano tramutati in principati, gli abati in conti, e già Carlomagno aveva dato l’esempio pernicioso di concedere abazie a baroni laici. I beni di quelle fondazioni religiose erano prodigati a nepoti, ad amici, a vassalli degli abati; e tosto migliaia di avidi predoni facevano a chi più sapesse portarsene via. In vece di Benedetto e di Scolastica, i frati si toglievano Bacco e Venere per loro santi. L’egoismo delle passioni, proprio di questo secolo di forze scapigliate e rozze, la crescente concupiscenza di piaceri, l’indicibile divisione che i parteggiari creavano, non avevano però colpa maggiore all’indisciplinatezza, di quello che lo aveva la instabilità dei rapporti politici: per ultimo, le ripetute devastazioni che gli Ungheri e i Saraceni davano ai conventi menavano ad essi il colpo di grazia. Molte abazie andavano distrutte, i loro frati si sperdevano; e dove i conventi continuavano ad esistere, la regola era infranta, e il monacato si dissolveva parimenti come la costituzione canonica del clero secolare, che un tempo era stato cura sollecita di Lodovico il Pio.

Tutta volta, allorchè il decadimento di questi istituti ebbe raggiunto il suo limite estremo, incominciò ad opporvisi contro una mirabile reazione religiosa. Al cielo cadente del Cristianesimo fecero, tutt’a un tratto, puntello con loro mani alcuni santi uomini che sembravano rivivere dalle ceneri di san Benedetto. In mezzo alle angustie onde si affannava la gente umana, paurosa dell’aspettata fine del mondo, si risvegliava altresì l’impulso dell’ascetismo; in mezzo al caos di passioni ributtanti e contaminate di delitti, si sollevava con novello trionfo l’amore della contrizione e dell’espiazione; fondatori di ordini, eremiti, penitenti, sorgevano dalla terra e diventavano sognatori fantastici come quelli della Tebaide antica; missionarî e martiri percorrevano da un capo all’altro le contrade degli Slavi feroci; principi e tiranni nuovamente si seppellivano piangendo sotto il saio monacale, e il secolo della Chiesa, oscurissimo come il cielo di una notte tempestosa, cominciava a tingersi di luce e a splendere di stelle pietose.

La riforma benedettina ebbe sua origine in Francia, dove Berno fondava nell’anno 910 il suo celebre convento di Cluny, dopo che Guglielmo, duca di Aquitania, gli aveva a quell’uopo donata la sua villa di Cluniacum. Teneva quegli a fondamento la regola di Benedetto ricondotta a principî di maggiore severità, e riordinava un sistema claustrale che ben tosto si diffuse in Europa. Odone, discepolo di Berno, presto superò il maestro; fu egli l’abate missionario della riformazione monastica, e, correndo i paesi, introdusse in parecchie abazie la regola di Cluny. D’allora in poi, la congregazione cluniacense incominciò a dominare il mondo religioso, laonde acconciamente la si paragonò ai Gesuiti venuti più tardi, e alla influenza che questi ebbero grande eziandio nelle corti regie. Per verità, anche il suo sistema intendeva a restaurare la supremazia di Roma, a raccogliere il mondo morale entro al Papato come in un centro, e, per siffatta guisa, la Chiesa, anche nei suoi tempi più tristi e sconfortati, non difettò di forze; sorgevano queste sempre nuovamente da essa, e le infondevano nerbo di vita nuova. L’ordine di Cluny è il primo anello di quella catena mirabile di istituti battaglieri, che mettono capo fino alla storia moderna ed ai tempi più recenti.

Odone ebbe grande onoranza da re Ugo; non fu dammeno quella che Alberico gli tributò. Più d’una volta venne egli a Roma, e di lui si giovarono Alberico e Leone VII per restaurare l’ordine modesto della vita monastica. Nella Città stessa, nell’anno 937, affidarono al suo reggimento il convento di san Paolo, di cui caduti erano gli edificî, e i cui monaci se l’erano battuta o vivevano vita gaudente. Odone vi addusse altri fratelli, e pose a capo di essi Balduino di Monte Cassino, la cui badia egli aveva già sottoposta alla sua riforma[397]. Nell’anno 939 Alberico gli dava a riformare il convento Suppontino di santo Elia nella Tuscia romana, e gli donava il suo palazzo dell’Aventino, in vicinanza dei santi Alessio e Bonifacio, perchè vi collocasse un monastero; così fu che sorse il convento di santa Maria, monumento di quel Romano illustre, il quale esiste oggidì ancora sul monte Aventino, ed è sede del Priorato di Malta[398]. Massimamente, Alberico aveva creato Odone archimandrita di tutti i conventi che erano nel territorio romano, e la Cronica di Farfa, che ne dà notizia, non fa a quest’occasione pur motto del Papa, che dietro al Principe s’asconde nell’ombra. Ad Alberico andarono debitori della riforma di Cluny anche i conventi di san Lorenzo e di santa Agnese[399], e il Principe di Roma rivolse la sua vigilanza a tutte le abazie e a tutti i vescovati che stavano «sotto il suo dominio.» Non poteva egli rimanersi indifferente al loro decadimento, avvegnachè vi si aggiungesse qualche cosa di più che non fosse l’impoverimento del contado e la ruina dell’agricultura. Egli cercava di conservarne la forza, affine di darli poi ad aderenti suoi, che lo soccorressero a imbrigliare la nobiltà la quale si erigeva contro a lui audacemente. Nell’anno 937 concedeva larghezze di suo favore al convento di Subiaco, confermandone i privilegî con cui Giovanni X lo aveva investito del possedimento di _Castrum Sublacense_; ivi l’Abate potè esercitare diritto di giustizia per mezzo del suo prevosto. In Roma poi confermava, sotto la podestà dell’Abate medesimo, il convento abbandonato di santo Erasmo sul Celio, che quindi fu unito per sempre a Subiaco[400].

In vicinanza di quello stava il celebre monastero dei santi Andrea e Gregorio, e ne facciamo menzione, perciocchè vi si riferisca il più notevole dei documenti relativi ad Alberico. Vale cioè notare che, addì 14 di Gennaro dell’anno 945, egli donava a Benedetto abate, il castello di Mazzano con tutte le sue pertinenze e con tutti i suoi coloni: questa terra, che allora apparteneva in proprietà alla famiglia di Alberico, trovasi ancora nella diocesi di Nepi, di cui era vescovo Sergio, fratello del Principe. Una sorte propizia ci ebbe serbato una copia di quella pergamena preziosa, che è sottoscritta da tutta la famiglia del senatore dei Romani[401]. Così è che il tiranno di Roma compare in figura nuova di zelante promotore del monacato, e, financo, la leggenda attribuisce alle sorelle di lui la fondazione del convento dei santi Stefano e Ciriaco in vicinanza di santa Maria in via Lata[402]. Però, in nessun luogo la riformazione era necessaria più di quello che fosse in Farfa. Questa badia celebre, che inutilmente i Papi avevano tentato di ridurre sotto la loro soggezione, non godeva più del patronato di un Imperatore, perocchè più non ve ne fosse uno; ma adesso il dominatore di Roma teneva sè in conto eziandio di signore supremo di Farfa, e saltava oltre ai privilegî dativi dagli Imperatori. Abbiamo narrato della ruina dell’Abazia ed ora proseguiamo il racconto della sua storia. Roffredo abate aveva riedificato Farfa, ma, nell’anno 936, due dei suoi monaci, Campone e Ildebrando, in ricompensa, lo assassinavano. Campone, uomo sabinate ragguardevole, era entrato in giovine età nel convento; l’Abate lo aveva erudito nella grammatica e nella medicina, e l’allievo dava una prova eloquente dei suoi progressi in quest’ultima arte, mescendo un veleno efficace al benefattor suo[403]. A forza di donativi ottenne colui da re Ugo la dignità di abate, e allora cominciò con Ildebrando una dissoluta vita di piaceri. Non passò un anno che i due furono nemici; Ildebrando discacciato si proclamò abate nei beni che il monastero possedeva nella marca di Fermo, e Farfa per lunghi anni rimase divisa. Ambidue quegli uomini avevano menato donna. Campone procreò con Liuza sette figliuole e tre figli, e gli allevò tutti con magnificenza da principe. Mediante simulazioni di contratti di fitto e di permute, sparnazzò i beni del chiostro distribuendoli ai suoi aderenti e ai suoi militi, e nella Sabina la fece interamente da principe, mentre Ildebrando si teneva in Fermo con pari potenza. Un giorno che quest’ultimo aveva invitato ad un festino, nella sua residenza di Santa Vittoria, le sue donne, i figli, le figlie e i suoi cavalieri, ed erano ebbri tutti, s’appiccava il fuoco al castello, e ne erano arsi i tesori innumerevoli che Ildebrando ivi aveva ammassati dalle sue ruberie fatte a Farfa. L’esempio degli abati era imitato dai monaci; ciascuno d’essi s’era sposato con rito ecclesiastico ad una concubina[404]. Fra le pareti del convento non dimoravano, ma avevano stanze nelle ville, e, tutt’al più, venivano a Farfa la domenica, per iscambiarsi i loro saluti e starsi in allegria. Quello che vi trovavano di prezioso rubavano; ciuffavano perfino l’oro dei suggelli che erano apposti ai Diplomi imperiali, e strappatolo, vi sostituivano altri suggelli di piombo; prendevano i sacri paramenti d’oro per farne vesti alle loro baldracche; rapivano gli arredi d’altare per foggiarne loro agrafi e orecchini: e questo stato di cose durò un mezzo secolo. Alberico tentò di opporvi un argine, tosto che re Ugo gli lasciò libera mano nella Sabina, avvegnaddio volesse rendere suddita a Roma questa doviziosa provincia. Qui per Odone v’era a far molto; mandò a Farfa dei monaci perchè vi introducessero la regola di Cluny, ma Campone si rifiutava di accôrveli, e quei frati fuggivano spaventati a Roma, poichè di nottetempo s’era tentato di pugnalarli nei loro letti: allora Alberico in persona mosse colle sue milizie contro all’Abazia, cacciò l’Abate, vi pose monaci che seguivano le leggi di Cluny, e affidò a frate Dagoberto di Cuma il governo del convento, comandando che si restituisse quanto al monastero era stato rubato. Ciò avveniva nell’anno 947. Però, cinque anni dopo, il nuovo Abate era ucciso di veleno, e le condizioni malvage di cose continuarono, salve alcune interruzioni, così che al tempo degli Ottoni vi sarà richiamata novellamente l’attenzione nostra[405].

Alberico, che riformò altresì il convento di Sant’Andrea sul monte Soratte, estese così la sua potenza anche nella Sabina. Questa terra magnifica aveva fino adesso appartenuto a Spoleto, e sembra che allora se ne fosse separata. Infatti, da dopo l’anno 939, trovansi dei Rettori proprî della Sabina, che hanno nome or di Dux, or di Comes ed or di Marchio. Primo Rector della Sabina incontriamo nell’anno 939 il longobardo Ingebaldo, sposo di Teodoranda, ch’era figlia di Graziano console romano: è difficile cosa che tenesse quel grado se non lo avesse voluto Alberico[406].

§ 4.

Stefano VIII, papa nel 939. — Alberico reprime un moto di rivolta. — Marino II, papa nel 942. — Ugo assedia nuovamente Roma. — Caduta di lui per opera di Berengario d’Ivrea. — Lotario, re d’Italia. — Pace fra Ugo ed Alberico. — Agapito II, papa nel 946. — Lotario muore. — Berengario, re d’Italia nel 950. — Gli Italiani chiamano Ottone magno. — Colpa d’Italia a chiamarsi addosso la dominazione straniera. — Alberico respinge Ottone da Roma. — Berengario diventa vassallo di Ottone. — Alberico muore nell’anno 954.

Frattanto, nel Luglio dell’anno 939, era morto Leone VII, e nel pontificato gli succedeva Stefano VIII romano[407]: fu questi un Papa del cui governo tiene appena parola la storia, chè, sotto il reggimento di Alberico, i Pontefici raccomandavano il loro nome soltanto alle lor Bolle. Non v’ha che una voce solitaria, la quale si eleva a narrare come Stefano, in una sollevazione, andasse orrendamente mutilato, e perciò nascondesse la propria onta in un eremo, ove stette, schivando il consorzio della gente. Seppure non sia che una fola, siffatto racconto dà chiaro lume alla mente degli uomini, e fa loro conoscere quel che fossero in questo tempo i Papi[408].

Stefano VIII andava debitore ad Alberico della sua dignità; se egli dunque, come credono alcuni venuti più tardi, fu maltrattato sì aspramente dagli aderenti del Principe o addirittura per comando di lui, dovrebbesi accogliere per vero, che ei si fosse messo dentro ad una congiura ordita contro di Alberico. Però, là pure dove di questa si narra, non si fa motto del Papa, nè si trova che egli fosse fra gli uomini puniti da Alberico. Che in Roma non mancassero tentativi di rovesciare di dominio colui che ne era principe, è cosa manifesta. Il clero, al quale egli aveva tolto la potenza, molti della nobiltà che ne erano invidiosi, il popolo incostante, prestavano orecchio alle sobillazioni degli emissarî di Ugo, e si lasciavano subornare; se la corruzione di una città venale avesse potuto precipitare la signoria di Alberico, il fallire dell’esito non dipendeva certo perchè quella mancasse. Il Monaco di Soratte discopre bruscamente il velo di questi avvenimenti, ma la sua arida narrazione non ci fa conoscere altro (e anche questo oscuramente), che fuvvi un complotto, e che alla testa di esso stavano i vescovi Benedetto e Marino. Parrebbe che vi fossero involte anche le sorelle di Alberico, chè una di esse, così racconta il detto Scrittore, tradì il disegno, onde i rei furono puniti di morte, di prigionia e di frusta[409]. La mano gagliarda di Alberico represse i conati del clero e dei nobili, e n’ebbe vittoria: era nato per esser principe. Finchè visse nessun Papa ardì stendere la mano al potere temporale perduto; i vicarî di Cristo salivano docilmente alla cattedra di Pietro, e ne cadevano giù silenziosi e cheti.

Morto Stefano VIII nell’anno 942, Alberico innalzò al pontificato Marino II[410]. Questo inane fantasima di papa vi durò più di tre anni, obbedendo timidamente ai comandi del Principe, «senza dei quali, il dolce e pacifico uomo nulla osava operare[411].» Splendida fu la resistenza che Alberico oppose anche ai continuati assalimenti di Ugo, il quale non era mai stanco di combattere per farsi sua quella corona imperiale che, chiusa nel san Pietro, sfuggiva alla mano di lui. Già nell’anno 931 egli si era associato nel regno il suo giovane figlio Lotario, e nel 938 aveva mirato a farsi più forte sposando Berta, vedova di Rodolfo II di Borgogna, e fidanzando suo figlio colla figliuola di quello, con quell’Adelaide che più tardi ottenne tanta celebrità. Cercava di rendere più saldi i vincoli di alleanza con Bisanzio; però il suo trono vacillava in Italia, quantunque dei più illustri vescovati e delle maggiori contee avesse investito i suoi Borgognoni. Era odiato il suo comportamento tutto astuzie e tirannide, ed in quel mal sentiero era costretto di procedere sempre più avanti; gli ottimati lombardi erano disgustati di lui, e le sue imprese contro di Roma, riuscendo infruttuose, scemavano manifestamente la sua autorità.

Nell’anno 941, comparve nuovamente davanti le mura della Città, e pose il suo maggior quartiere in vicinanza di santa Agnese[412]. Forse è che passasse tutto l’inverno accampato contro alle mura, in quello che Odone di Cluny tentava un’altra volta di comporre pace. Nè minacce, nè violenze, nè promesse astute valsero ad aprirgli le porte: i Romani rimanevano fermamente stretti ad Alberico, vedevano disertate senza misericordia le città e le campagne del loro territorio, ma non rompevano fede al loro Principe; e lo storico Liudprando meravigliavasi cosiffattamente del mal successo delle devastazioni e dei maneggiamenti del Re, che era costretto di attribuire ad un arcano volere di Dio la salda resistenza di Roma venale.

Ma la Città fu finalmente liberata, e per sempre, dalle insidie di Ugo, chè un turbine scoppiava in Lombardia, nè più riusciva il Re ad abbonacciarlo. Ad onta di ogni sforzo fatto, non aveva egli potuto cacciarne tutti i Lombardi che gli erano ostili. Berengario d’Ivrea, figlio di Adalberto, aveva ottenuta in moglie Willa, nipote di Ugo e figlia di Bosone: il Re voleva far cadere nei suoi lacci il potente margravio, ma questi era scampato al tradimento che lo aspettava, fuggendo prima al Duca di Svevia, indi al tedesco re Ottone. Quando ebbe sentore che il terreno d’Italia era abbastanza gravido di mine sotto ai piedi di Ugo, Berengario tornò, che era l’anno 945. Parecchi Vescovi tosto si dichiaravano in favor suo, Milano gli apriva le porte, i Lombardi a gran frotte disertavano le bandiere di Ugo, affine di conseguire da un nuovo potente vescovati e contee. Ugo però mandava a Milano il suo figliuolo, degno di affetto per giovinezza e per cortesia, affinchè supplicasse gli ottimati di lasciare, se non altro a lui, la corona; e l’arte politica degli Italiani era di siffatta natura, che eglino tolsero a sostenerlo per opporlo come avversario a quel Berengario che avevano pur testè esaltato[413]. Poichè allora Ugo faceva mostra di trasportare in Provenza gli immensi tesori del reame, Berengario, anche a nome dei Lombardi raccolti a Milano, gli protestava che per lo avvenire, come già prima, eglino intendevano riverirlo da re d’Italia. Tuttavolta, Ugo tosto dopo tornò in Provenza, e per alcuni anni infelici lasciò al suo giovane figliuolo Lotario quella larva di regno d’Italia.

Questo mutamento di cose ebbe per Roma le conseguenze di una pace. Nell’anno 946 Ugo rinunciò a tutte le sue pretese che potevangli derivare non dal suo reame italico, ma dal suo matrimonio con Marozia, e cedette ad Alberico la signoria di Roma e del territorio romano[414]. Da allora in poi, il Principe dei Romani governò con sicurezza completa, mentre il Papa anche in avvenire obbediva al reggimento di lui, sì come in addietro avea fatto. Marino II morì nel Marzo dell’anno 946; gli succedette Agapito II, romano di nascita, uomo prudente, che si conservò quasi dieci anni nella cattedra pontificia[415]. Con lui incominciò benanco il Papato a rivivere di vita nuova, avvegnachè ricompaia coi paesi di fuori in relazioni parecchie, le quali non si riscontrano avere esistito sotto i predecessori suoi. Oltracciò, stavano maturandosi avvenimenti che in Roma dovevano rimutare ogni ordine di cose. Il secolo decimo era omai giunto a mezzo del suo cammino; come s’ebbe oltrepassato questo limite di tempo, la robustezza dei Re alemanni s’inoculò nell’Italia, esaurita di forze oltre ogni segno, e per lunghi secoli incatenò le sorti di questa terra all’Impero tedesco.

Il giovine re Lotario passava di vita repentinamente a Torino, nel dì 22 di Novembre dell’anno 950; moriva di febbre o di veleno che gli mesceva Berengario. Con lui cadde il partito borgognone; quello nazionale italico rialzò novellamente il capo, e si fe’ continuatore di quei tentativi che erano falliti con Guido, con Lamberto e con Berengario I. Addì 15 di Dicembre Berengario d’Ivrea si tolse la corona lombarda, e fe’ cingerne, come socio nel regno, anche Adalberto figliuol suo; così Italia tornava ad avere due Re indigeni, ai quali balenava remotamente in vista la corona imperiale. Berengario intese a sposare il figliuolo suo alla giovane vedova di Lotario, affine di guadagnarsene così il partito borgognone; Adelaide custodita in una torre sul lago di Garda espiava il suo rifiuto con quel carcere, ma ne scampava ricoverandosi nel castello di Canossa sotto la protezione di Azzo o Adalberto; e allora cambiava tutto ad un tratto la faccia delle cose. Ella, i suoi aderenti ch’erano del partito di Lotario, i nemici di Berengario, primi di tutti i Milanesi, papa Agapito, il quale, oppresso in Roma da Alberico, vedeva in pari tempo l’Esarcato e la Pentapoli caduti in balìa di Berengario, tutti costoro volsero loro sguardi alla Germania: invece di por mano a un ordinamento nazionale della lor terra, chiamarono eglino nuovamente uno straniero in Italia[416].

Ottone, sfolgorante di gloria guerriera, per potenza regia, per energia di governo, per saviezza d’animo era un secondo Carlo magno: tale ei veniva di Alemagna. All’avvicinarsi di lui si sperdeva l’esercito lombardo di Berengario: Ottone liberava Adelaide, si sposava con lei in Pavia sulla fine dell’anno 951, e la giovine regina dei Lombardi, accolta nelle sue braccia poderose, non era altro che il simbolo d’Italia che gli si gettava in grembo. Da allora in poi questa bella contrada fu avvinta a Germania per un destino che dentro la stimolava: e a questo punto, in cui s’eleva una pietra di confine che separa due epoche storiche, ci è cosa gradita soffermarci un istante, e riflettere alla meravigliosa necessità che attrasse i popoli germanici di continuo sempre a Italia e a Roma: a questo punto, con un senso di maggior compiacimento, si possono rammentare i Goti generosi che un tempo erano caduti da eroi sulle ruine di Roma. Ad essi erano succeduti i Longobardi con vita lungamente durata; questi cacciati dai Franchi, avevano lasciato sparso un elemento germanico per lungo e per largo nelle terre italiche, e l’efficacia ne era stata incancellabile. S’era spenta adesso anche la dinastia dei Franchi, e in Italia si facevano avanti i Tedeschi. Non più vaganti come anticamente i Goti od i Longobardi, sotto le cui bandiere, altre volte, parecchie migliaia di guerrieri sassoni avevano valicato le Alpi; venivano adesso, esercito agguerrito di uno Stato possente, col loro Re alla testa, per conquistare questa contrada, per dominarla, ma non per porvi dimora.

Roma oggidì non s’attrista più sotto lo scettro di Imperatori tedeschi, ma da lunghi anni è occupata dai soldati di Francia. Piemonte e Lombardia hanno chiamato gli eserciti di Napoleone III perchè li liberassero dall’Austria odiata; le pianure del Po furono coperte ancora una volta di cadaveri, e il mondo aspetta con ansietà di vedere qual luogo Francia sarà per tenere in Italia[417]. Antiche sono queste pugne, come antichi sono i giochi dell’arte politica, per isventura eternamente uguali; stranieri vengono chiamati perchè facciano da liberatori; vengono, liberano, indi imperano. Da quattordici secoli in cui i Principi d’Italia, i Papi, le città, le province, venditori di loro nazione, ebbero chiamato Goti, Vandali, Longobardi, Bizantini, Franchi, Ungheri, Francesi, Tedeschi, Normanni, Spagnuoli, perfino Turchi, gli Italiani pur sempre si dolgono dell’ira celeste che ha condannato il loro classico paradiso a servire agli stranieri, ossia ai barbari. Chi ama libertà e giustizia ha debito di dar loro compianto, ma giustificarli non può, chè troppo spesso il giudizio della storia loro dà rimprovero di incapacità politica, di scissura eterna fabbricata dalla loro colpa, di eterni amorazzi coi paesi stranieri per cagione di partiti pigmei e miserevoli. Se alla metà del secolo decimo Italia avesse saputo darsi a re un uomo della sua terra, tal quale in Roma era il glorioso principe Alberico, l’impresa di Ottone di Germania non si sarebbe compiuta; ma quel paese, che volle sempre aver due padroni affine di aizzar l’uno contro all’altro, si gravò per interne necessità le spalle colla dominazione straniera, e dovette sopportarne le conseguenze fino al dì d’oggi.

Non si sa se Agapito facesse pervenire il suo invito ad Ottone, sciente Alberico; noi reputiamo che così fosse, avvegnachè il Principe dei Romani dovesse desiderare che Berengario s’indebolisse per via di Ottone; ed infatti ei prevedeva che il Re d’Italia avrebbe rinnovato contro di Roma i tentativi di Ugo. Sennonchè, le conseguenze della spedizione di Ottone egli non prevedeva, nè con lui sapeva prevederlo la mente politica di uomo alcuno. Il Re tedesco era disceso delle Alpi facendo le viste di voler imprendere un pellegrinaggio a Roma: dalle condizioni in cui erano le cose di colà intendeva di tor norma a’ suoi disegni, e già nell’anno 952 palesava il desiderio di venire in persona nella Città. Il suo alto intelletto comprendeva omai il grande sistema che avrebbe assunto in avvenire la ragione politica tedesca. Mandava a Roma i Vescovi di Magonza e di Coira; erano eglino indiritti al Papa e non al tiranno di Roma, ma il deciso rifiuto di dargli accoglimento veniva da Alberico; e non è piccolo l’onore che da ciò deriva all’animo energico di quest’uomo romano. Il grande re Ottone fu respinto dal Senatore di tutti i Romani; e Ottone, portando la cosa in buona pace, tornò ai suoi Stati con Adelaide sposa sua[418].

Berengario, disperando della sua sorte, deluso di repente in tutte le sue speranze, si arrese allora tosto a Corrado duca di Lotaringia, che era vicario di Ottone in Italia. Berengario comparve col figliuol suo innanzi alla dieta di Augusta, ed ivi, dalle mani di Ottone, ricevette la corona lombarda come vassallo tedesco, in quello che la marca di Verona e di Aquileja erano sottratte alla unione delle terre italiche, e per volere regale erano date ad Enrico duca di Baviera, fratello di Ottone[419]. Berengario, con quella umiliazione, tornossene in patria al suo reame vassallo; la spada di Ottone si librava di continuo sul capo di lui, sebbene i torbidi interiori di Alemagna gli concedessero ancora qualche anno di vita independente. Sembra che egli ponesse sua residenza massimamente in Ravenna: questa celebre città, che Pavia e Milano avevano da lungo tempo messo nell’ombra e quasi in oblio, ottenne d’allora in poi grande rilevanza, e destò la sollecitudine degli Imperatori. Non più la mano del Papa, cui essa apparteneva per virtù di patto, nè quella di Alberico giungevano fino alle province remote dell’antico Esarcato, che, poco a poco, i Re d’Italia avevano tolto alla Chiesa.

Questo era lo stato delle cose nell’Italia superiore, allorquando l’illustre Principe e Senatore di tutti i Romani abbandonò la scena della storia. Giunto nel bel fiore della sua potenza, Alberico morì in Roma nell’anno 954: ignoti sono il giorno e il mese della sua fine[420]. Fortuna gli concesse di non vedere co’ suoi occhi la patria cadere sotto un nuovo giogo d’Imperatori. Narra il Monaco di Soratte, che quand’ei sentì avvicinarsi il termine di sua vita, si affrettò di andare in san Pietro; ivi, innanzi alla Confessione dell’Apostolo, fece giurare la nobiltà di Roma che, morto Agapito II, si eleggerebbe per papa, Ottaviano figliuolo ed erede suo. Che ciò avvenisse non ci prende alcun dubbio; il chiaro intelletto di quell’uomo capiva che era impossibile di rendere durevole in Roma la separazione fra la podestà temporale ed il Papato. Ciò che il genio suo aveva saputo operare, non poteva avere continuazione dal mediocre ingegno del figliol suo, che di età era ancora un ragazzo; a questo pertanto egli assicurava la signoria, mentre induceva i Romani a concedere eziandio la corona pontificia a lui, che già aveva avviato allo stato sacerdotale. Così, almeno, poteva accogliere speranza di lasciare alla sua famiglia la podestà di Roma.

Se si rifletta che il reggimento di Alberico s’ebbe conservato ventidue anni, duranti i mutamenti di quattro pontificati; che resistette vittorioso alle pretese di dominio temporale che la Chiesa nutriva, ai torbidi interni di una nobiltà e di un popolo avvezzi all’anarchia, ed in pari tempo ai continui assalimenti di poderosi nemici esteriori; che finalmente quel reggimento non si estinse con lui dopo la sua morte, ei si conviene attribuire a questo «Senatore» uno dei luoghi primi fra i Principi d’allora, e senza dubbio il luogo primo fra i Romani del medio evo che non furono papi. Alberico è una gloria dell’Italia di quel tempo, chè gloria fu l’essere, e degnamente, uomo e romano. Meritò dalla sua età quel nome di grande che sembra gli fosse dato dai suoi nepoti, orgogliosi di aver avuto origine da lui[421]. La sua stirpe non si spense con esso, nè col celebre figliuol suo Ottaviano, ma si propagò per molti membri di sua famiglia, e, nel secolo undecimo, signoreggiò una seconda volta su Roma, conosciuta sotto il nome dei Conti di _Tusculum_.

CAPITOLO TERZO.

§ 1.

Ottaviano succede ad Alberico nella podestà. — È fatto papa nell’anno 955, con nome di Giovanni XII. — Suoi traviamenti giovanili. — Abbandona l’indirizzo politico del padre. — I Lombardi e Giovanni XII chiamano Ottone I. — Suo trattato col Papa e suo giuramento. — È coronato imperatore a Roma addì 2 Febbraio 962. — Indole del novello Impero romano di nazione tedesca.

Morto Alberico, il suo giovine erede ottenne, senza contrarietà di sorta alcuna, reverenza di Principe e di Senatore di tutti i Romani. Noi reputiamo che Ottaviano fosse nato di Alda[422]; contava poco più di sedici anni allorchè fu chiamato a reggere Roma. Il padre suo, per un senso di orgoglio romano, gli aveva imposto nome di Ottaviano, e aveane così espressa l’ardita speranza di veder giungere l’impero alla sua stirpe; tuttavia lo aveva fatto educare nello stato sacerdotale. Può darsi che vi si fosse deciso per ciò, che sotto al pontificato di Agapito le pretensioni pontificie avevano di bel nuovo trovato maggiori aderenti, e d’altra parte di lontano s’elevava minacciosa la potenza tedesca. Egli stesso destinava la corona pontificia al figliuol suo, che doveva riunirla novellamente alla podestà temporale; egli stesso era che riconduceva Roma nelle vie antiche.

Avvenne infatti che, scorso un solo anno, il giovane Principe dei Romani diventò papa, perocchè, nell’autunno dell’anno 955, morisse Agapito II[423]. Ottaviano allora appellossi Giovanni XII; e da questo tempo in poi, così vien detto, si indusse la regola che i Papi mutassero il loro nome di famiglia. La sua acerba giovinezza prometteva che avrebbe avuto un lungo reggimento; però, anche in lui, come in Giovanni XI, come in tutti quelli che furono pontefici di giovane età, dovevasi confermare la nota profezia che nessun Papa toccherebbe i venticinque anni di Pietro. Poichè adesso l’erede di Alberico nuovamente univa in sè le due podestà, la rivoluzione dell’anno 932 non conseguiva altro risultamento se non questo, che alla cattedra di Pietro saliva la nobile famiglia dominatrice, la quale sperava fare del pontificato un retaggio suo proprio. Le inclinazioni di Giovanni al principato, erano tuttavolta più forti di quello che fosse la coscienza dei suoi officî religiosi; e le due nature, quella di Ottaviano e l’altra di Giovanni XII, si combattevano nel suo animo con lotta disuguale. Venuto in giovinezza immatura al possedimento di una dignità che gli dava diritto alla reverenza di tutto il mondo, smarrì la moderazione dell’intelletto, e si gettò nel vortice dei piaceri più sfrenati. Le sue case del Laterano diventarono un ridotto di piaceri, un vero aremme; la gioventù ragguardevole di Roma diventò sua compagnia favorita; passava tutto il suo tempo in cacce, in giuochi, in amorazzi, a mensa col bicchiere alla mano. Un tempo, Caligola aveva fatto senatore il suo cavallo; adesso Giovanni XII dava in una stalla di cavalli la consecrazione ad un diacono, forse in quello che s’era alzato ubbriaco fradicio da tavola, dove, con lepore pagano, aveva fatto frequenti libazioni ad onore dei numi antichi[424].

Le condizioni di Roma, duranti i primi anni di Giovanni XII, ci appajono però vestite di forma incerta. Il giovane stordito abbandonò tosto il contegno del padre suo, che della moderatezza s’era fatto legge. Poichè era principe nel tempo stesso che era papa, volle imitare Giovanni X; gli sovvenne delle pretese che la santa Sede raccomandava a donazioni antiche, e bramò estendere la sua signoria fin giù basso nel mezzodì. Intraprese una guerra contro a Pandolfo e a Landolfo II di Benevento e di Capua, raccogliendo assieme in quella spedizione Romani, Toscani e Spoletini; sennonchè Gisulfo di Salerno mosse a soccorso dei due minacciati, ed il Papa fu costretto a voltar le spalle e a conchiuder pace con quel Principe, a Terracina[425]. La grandezza romana gli era di stimolo; si travagliava in grandi disegni; ma dal padre aveva ereditato l’audacia, non la saviezza. Come papa, voleva, anzi doveva tentar di restaurare in tutta la sua larghezza il dominio dello Stato ecclesiastico; per ragione dell’Esarcato si poneva imprudentemente a capo della parte tedesca contro a Berengario, ma il suo governo era travagliato di pericolo financo in Roma, avvegnaddio i Romani non sentissero più il freno, che loro aveva potuto imporre la mano gagliarda e principesca di Alberico. L’arte politica del padre, che aveva saputo affermarsi nel potere colla temperanza del comportamento, non poteva essere proseguita dal figlio, che papa era: l’opera di Alberico crollò, e Giovanni XII, per cupidigia delle sue province terrene, fu costretto di chiamare in suo ajuto Ottone il grande. Forse, come Ottaviano, sarebbe stato forte in Roma; come Giovanni XII, fu odiato e debole; donde si pare di che strana guisa operasse nello stato dei Papi la miscela delle due dignità, di re e di prete.

Fino allora, Berengario e Adalberto avevano fatto loro pro della lontananza di re Ottone, che era tenuto con grave faccenda in Alemagna per motivo della ribellione dei suoi figli e per causa degli Ungheri: così i due Principi avevano potuto costringere a soggezione i reluttanti Conti e Vescovi di Lombardia. I loro nemici di fazione tedesca, massimamente il maligno Liudprando, che aveva ricevuto offesa, non sappiamo quale, da Berengario, gli hanno dipinti coi più negri colori; tuttavolta, se Willa, moglie di Berengario, era a ragione odiata per la sua esosa avarizia, quei Re, d’altra parte, per rendere forte la loro signoria, non fecero più o meno di quello che si fossero permessi di operare i loro predecessori, o che, più tardi, si permettessero gli stessi Re tedeschi. Dopo che repentinamente fu morto Liudolfo, che Ottone padre suo aveva mandato in Italia per tenere in freno Berengario, sembrò che a quest’ultimo nulla più resister sapesse, onde adesso ei minacciava l’Emilia e la Romagna. Giovanni XII era troppo debole per difendere questi patrimonî, laonde il figlio di quell’Alberico medesimo, che un tempo aveva ricacciato di Roma Ottone, invitava, nell’anno 960, il Re alemanno affinchè a Roma venisse. Ai legati del Papa si aggiungevano i messaggieri di Conti e di Vescovi parecchi d’Italia, e con essi Walberto, arcivescovo di Milano, andava in persona ad Ottone.

Il Re tedesco accondiscese cupidamente agli inviti d’Italia, che gli offerivano l’ambita corona d’imperatore. Ripigliò l’opera dell’ardito Arnolfo: in prima, assicurò in Worms al suo giovane figliuolo la successione del reame germanico, indi con un formidabile esercito discese dalle Alpi, passando da Trento[426]. Mentre i Re, abbandonati dai Lombardi, si chiudevano nelle loro castella, Ottone celebrava in Pavia le feste natalizie dell’anno 961, e, dopo di avere spacciato Attone di Falda perchè annunciasse la sua venuta, mosse egli stesso a Roma[427]. Vi andò per effetto di un trattato conchiuso col Papa: in esso aveva assunto obligo di difendere e di restaurare la Chiesa, e in cambio ne conseguiva con qualche restrizione i diritti dell’Impero carolingio. «Se concederà Iddio che io venga a Roma», così diceva il giuramento, «io esalterò, secondo le mie forze, la Chiesa e te capo suo: non sarà mai che, per mia volontà o per consenso mio, tu abbia a ricevere offesa nella vita o nel corpo o nella dignità: nella città di Roma, senza consenso di te, non terrò mai placito, nè pronuncierò deliberazione alcuna su cosa che competa a te od ai Romani. Ciò che in mano mia perverrà dei possedimenti di san Pietro, ti restituirò. E qualunque sia l’uomo cui io possa concedere il reame d’Italia, farò che prima giuri di ajutarti secondo le sue forze per la difesa dello Stato ecclesiastico[428]». Ottone pertanto incominciò a operare con massima cautela; non devesi dimenticare che egli trovava innanzi a sè la Roma e i Romani di Alberico, i quali da sì lungo tempo s’erano governati con ordini nazionali. Se anche prestava quel giuramento in cui egli, Imperatore, rinunciava alla illimitata entratura di tenere placiti, il trattato non si parificava peraltro ad una costituzione dell’Impero: questa dovevasi ancora comporre.

Solenne fu l’ingresso di Ottone in Roma; degne d’imperatore le accoglienze che egli vi ebbe. Solamente che gli audaci ottimati di Alberico si chiudevano in un tetro silenzio; sui volti di questi Romani, cui egli era venuto a torre libertà e potenza, egli leggeva impressi i caratteri di un odio mortale, laonde, mentre s’allestiva a ricever la coronazione, diceva ad Ansfredo di Löwen queste caute parole: «Oggidì, allorchè m’inginocchierò innanzi alla tomba dell’Apostolo, bada di tenere la tua spada alzata sempre sopra alla mia testa; ben so quello che i miei predecessori ebbero a soffrire dalla mala fede dei Romani. Il savio scansa il male colla prudenza; per dire orazioni, avrai tempo di farlo quanto vorrai al _Mons Gaudii_, allorchè torneremo a casa nostra[429].» Nel giorno 2 di Febbraio dell’anno 962 Ottone e Adelaide furono coronati con pompa siffatta, che la simigliante non si era usata mai; i donativi del novello Augusto destarono la letizia dei cupidi Romani[430]. Per tal guisa fu rinnovato l’Impero dopo trentasette anni dacchè s’era estinto, e, tolto alla nazione italiana, fu dato alla eroica stirpe dei Sassoni stranieri. Uno dei maggiori succeditori di Carlo era coronato da un romano, che per istrana coincidenza aveva nome di Ottaviano; ma quest’opera, grave di conseguenze, mancava di vera dignità e di consacrazione vera. Carlo magno aveva ricevuto la corona dalle mani di un vecchio venerabile; Ottone magno riceveva il crisma da un ragazzo imberbe e scostumato. Non pertanto, la storia di Alemagna e d’Italia con questa coronazione s’indirizzò sopra un sentiero nuovo.

Allorchè s’era composto l’Impero di Carlo, esso aveva avuto nella mente degli uomini un’altissima giustificazione; la grande monarchia, in cui le nazioni stavano ancor debolmente unite l’una accosto dell’altra, era tenuta in conto di novella republica cristiana; l’idea di unità della gente umana, proclamata dall’antico giudaismo con voce profetica, promossa dalla signoria dei Cesari nell’ordine politico, s’era fatta viva e reale per legge della religione universale. Alla fondazione dell’Impero carolingio avevano contribuito non poco l’intento di liberare Roma dal despotismo di Bisanzio, la necessità di contrapporre una potenza cristiana affermata in un centro contro alla formidabile monarchia dell’Islamismo: per tutte queste ragioni era avvenuto in addietro, che il Vescovo di Roma aveva posto la corona di Costantino sul capo del signore supremo dell’Occidente. Ma l’Impero teocratico crollò per il ribollire delle forze ond’era gravido il suo svolgimento interiore; l’effervescenza che agitava quella società in cui l’antico si mesceva al nuovo, in cui gli elementi romani si frammischiavano a quelli germanici, sconnesse il secondo Impero; la feudalità tramutò gli officiali in principi ereditarî locali; le podestà temporali si riunirono con quelle religiose; una rivoluzione continua del possesso e del diritto fu educata nel seno della monarchia; le divisioni del retaggio dell’Impero accelerarono la sua caduta. Le nazioni cominciarono con forza impetuosa a separarsi l’una dall’altra; il centro d’Europa, che aveva formato il midollo dell’Impero cristiano, si divise in due parti, una contro l’altra armata ostilmente. Dopo cento cinquant’anni di sua esistenza, la monarchia di Carlo s’era disciolta e ridotta a termini di cose che erano simili a quelle anteriori alla sua origine: pressura di Barbari nuovi, dei Normanni, degli Ungheri, degli Slavi, dei Saraceni; devastazione delle province; morte delle scienze e delle arti; barbarie senza limite nei costumi; regresso della Chiesa come di là da’ tempi di Carlo magno; infiacchimento del Papato, che aveva perduto la sua forza religiosa e l’appoggio dello Stato fondato da Pipino e da Carlo; fazioni nobiliari signoreggianti in Roma, e più pericolose di quello che fossero state a’ tempi di Leone III. Mentre adesso l’Impero si restaurava per opera della nazione germanica, i popoli non potevano più tornare completamente all’indietro, per rientrare nella cerchia d’idee che l’età di Carlo aveva accolto. Per verità, la tradizione dell’_Imperium_ continuava a vivere ancor poderosa, e più di una voce si faceva udire in Alemagna a rimpiangerne la caduta e ad augurare la sua restaurazione che sarebbe stata beneficio del mondo; ma la venerazione degli uomini per questo istituto s’era diminuita dopo la sventurata istoria di un secolo e mezzo. La monarchia di Carlo non sorse più; Francia, Germania e Italia erano diventati paesi separati fra loro; di lì a breve tempo, dovevano combattere l’un contro all’altro, e ciascuno d’essi cercava di farsi independente anche nelle forme politiche. Mentre adesso Ottone rinnovava l’Impero in condizioni siffatte di cose, manifesto era che còmpito tale poteva adempierlo soltanto un uomo grande, e che una fiacca persona non era fatta per sostenere battaglia contro la feudalità, contro il Papato e contro le tendenze nazionali. Perciò, nel complesso, l’Impero fu considerato soltanto come una forma di arte e d’idea, sebbene altresì fosse pur sempre una grande forma politica in mezzo ai popoli. Il genio di Ottone diede un sistema al mondo crollante; il vincitore degli Ungheri, degli Slavi, dei Danesi, il patrono di Francia e di Borgogna, il signore d’Italia, l’eroico missionario del Cristianesimo, cui aveva sgombrato maggiori vie, meritava di farsi Carlo novello: financo la sua terra aveva sempre nome dai Franchi, e la sua lingua tedesca era appellata franca. Egli annodò or dunque l’Impero romano durevolmente alla nazione tedesca, e questo popolo energico e intelligente intraprese la missione gloriosa, ma ingrata, di fare da Atlante della storia universale del mondo. Infatti, dall’associazione di Germania con Italia conseguiva tosto anche la riformazione della Chiesa e il risorgimento delle scienze; ed erano essenzialmente gli elementi germanici che in Italia andavano eziandio educando le splendide republiche di città. Ben sono Alemagna e Italia le più chiare rappresentazioni dell’indole antica e di quella germanica; sono le più belle province che s’accolgano nel regno dell’intelletto umano, e, per necessità provvidenziale, furono avvinte fra loro in cosiffatte relazioni, feconde della storia mondiale. Allorchè la mente si levi a pensiero cotale, i nepoti non devono deplorare che l’Impero romano abbia pesato, grave come il destino, sulla nazione tedesca, e che l’abbia costretta, per il corso di secoli, a spandere il suo sangue in Italia, affine di porre le fondamenta della civiltà universale di Europa: di ciò l’umana gente della moderna età deve necessariamente serbar riconoscenza a Germania.

§ 2.

_Privilegium_ di Ottone. — Giovanni e i Romani gli rendono omaggio. — Giovanni trovasi in condizioni irte di contrasti. — Cospira contro all’Imperatore. — Ricetta Adalberto in Roma. — Ottone torna a Roma; il Papa fugge. — L’Imperatore toglie ai Romani la libertà dell’elezione pontificia. — Sinodo tenuto nel mese di Novembre. — Giovanni XII è deposto. — Leone VIII. — Una rivolta dei Romani riesce a mal fine. — Ottone parte di Roma.

È fuor di dubbio che Ottone imperatore, parimente come i suoi predecessori, desse al Papa un documento, in cui confermava tutti i diritti e i possedimenti della santa Sede. La rinnovazione dell’Impero, la traslazione di questo a Germania, finalmente la confusione delle cose d’Italia e dello Stato ecclesiastico, rendevanlo necessario. Però, di questo documento conosciamo sì poco il tenore, come dei diplomi di Pipino, di Carlo e di Lodovico: nè più, nè meno di questi, anch’esso fu, più tardi, falsato, e destinato a servire di fondamento alle intemperanti pretensioni di Roma[431]. Anche il Papa fe’ sacramento all’Imperatore di non disertarlo mai di fede, e di non voltarsi a Berengario, e per parte loro i Romani prestarono giuramento di fedeltà: così parve rinnovarsi fra Ottone, Giovanni XII e la Città il rapporto di costituzione ch’era stato fondato al tempo dei Carolingi. Ma Giovanni trovavasi in condizioni tali, che lo cingevano di contrasti gravissimi. Dal padre suo aveva ereditato podestà di principe in Roma, e dipoi l’aveva riunita al Papato; alla rivoluzione antica era succeduta la restaurazione, e questa finalmente metteva capo di bel nuovo all’_Imperium_. L’aristocrazia romana vedevasi adesso ricondotta sotto la duplice fedeltà dell’Imperatore e del Papa; cessava quella independenza di cui essa aveva goduto per tempo sì lungo sotto di Alberico; Roma tornava nella sua condizione di città universale, dacchè era imperiale e pontificia insieme; l’antica contrarietà fra il Papa e i Romani doveva rinnovarsi ancor più formidabile di quella che un tempo era stata.

Gli ottimati di Alberico, ossiano i nazionali che si dibattevano contro all’Impero, vedevansi per altro tenuti in freno dalle soldatesche di Ottone; l’Imperatore era lietamente acclamato dalla moltitudine, la quale aderisce sempre a tutto ciò che sa di novità; nei paesi di fuori correva il concetto che, col novello Impero, Ottone avesse restituito Roma a libertà, riponendo nei suoi diritti la Chiesa oppressa, e sciogliendo la Città dalla tirannide di donne licenziose e di maggiorenti temerarî[432]. Frattanto, il nuovo Imperatore mirava con senso di vergogna alla giovinezza scapigliata del Papa; fin d’ora poteva presagire ciò che si dovesse aspettare dal figliuolo di Alberico. Addì 14 di Febbraio del 962 lasciava egli Roma per andarne all’Italia settentrionale, dove Berengario si teneva munito nel castello di San Leo, in prossimità di Montefeltro. Prima di sentirsi appieno Imperatore, forza era che egli rovesciasse quest’ultimo rappresentante della nazione italiana[433].

Era partito appena, che Giovanni XII cominciava a sentire di qual peso lo premesse il giogo di quella podestà imperiale che avea resuscitato. Lo angustiava lo spettro del suo gran padre; l’avvenire gli appariva minaccioso. Le conseguenze della venuta di Ottone a Roma avevano sorpassato di gran lunga i suoi calcoli; di liberatore dello Stato ecclesiastico gli si era cambiato in un padrone, che, nel più alto significato della parola, voleva essere imperatore; ed invero un monarca, quale Ottone era, non poteva accontentarsi della parte umiliante di un Carlo il Calvo. Adesso dunque Giovanni intendeva di tornare allo stato di prima; incalzato dagli ottimati, cospirò con Berengario e con Adalberto. Ma il partito imperiale che era in Roma spiava tutti i suoi passi, e ne dava contezza a Ottone, in quello che questi trovavasi in Pavia, nella primavera dell’anno 963. I messaggi del partito gli descrissero la vita dissoluta del Papa, che aveva tramutato il Laterano in bordello, che dissipava città e beni per darli a sue cortigiane; dicevangli che nessuna onesta donna osava di viaggiare a Roma per temenza di cadere in balìa del Papa; lamentavano la desolazione della Città e la ruina delle chiese, dai cui tetti crollati si rovesciava la pioggia sui sottoposti altari. La risposta onde Ottone scusava i comportamenti di Giovanni è la satira più acerba che siasi scagliata contro il Papato di quell’epoca: Il Pontefice, diceva, è ancora un ragazzo; muterà vita quando avrà esempio da uomini generosi[434]. Quindi mandava suoi legati a Roma perchè s’istruissero dello stato delle cose di colà; egli poi moveva a San Leo per assediarvi Berengario e Willa, e mentre, nella state dell’anno 963, stava innanzi a quel castello, riceveva, nunzî del Papa, Demetrio e Leone protoscriniario, che venivano a lamentarsi per ciò che egli occupava dei beni ecclesiastici, e intendeva d’impadronirsi eziandio di San Leo, ch’era proprietà di san Pietro. Ottone, il quale del resto traeva in lungo la restituzione di parecchi patrimonî, rispondeva che i beni della Chiesa non poteva consegnare finchè non gli avesse tolti dalle ugne degli usurpatori; e, poichè teneva in mano le prove dei raggiri di Giovanni, poteva mostrare ai nunzî financo delle lettere intercettate, che il Papa scriveva all’Imperatore greco, e perfino agli Ungheri, eccitandoli a mover contro Germania. Legati imperiali allora andavano a Roma per dichiarare al Papa, che il signor loro era pronto a purgarsi con giuramento e col giudizio di Dio, in duello, del sospetto di spergiuro; quelli però venivano accolti con mal garbo, e, appena che erano tornati indietro con accompagnatura di messi pontificî, compariva in Roma Adalberto. Questo giovane pretendente, che la forza delle armi aveva spogliato del trono, faceva, dirimpetto ad Ottone, la parte miserevole cui era stato un dì condannato Adelchi. Mentre il padre suo si difendeva in san Leo, egli correva instancabile d’ogni parte, affine di raccozzare partigiani; per via di messaggi invocava soccorso da Bisanzio, andava a Frassineto dai Saraceni, indi, come nel tempo antico aveva fatto Sesto Pompeo, in Corsica; di qui annodava negoziati col Papa; finalmente sbarcava a Civitavecchia, e gli erano aperte le porte di Roma[435].

Come gli fu giunta notizia di ciò, Ottone nell’autunno dell’anno 963, lasciò in gran fretta San Leo, e venne a Roma. La Città era scissa in una fazione imperiale e in un’altra che parteggiava pel Papa, sì come lo fu nel tempo avvenire per lungo corso di secoli. Gli Imperiali, che, alla venuta di Adalberto, avevano chiamato Ottone, si tenevano sulle difese nella Giovannipoli, laddove i Pontificî, ossiano quelli della parte nazionale, si sostenevano muniti nella città Leonina, capitanati da Adalberto e dal Papa stesso, che si faceva vedere armato da cavaliere, con elmo e corazza. Giovanni voleva difendere Roma; mosse infatti contro ad Ottone fino al Tevere, ma tosto gli cadde il cuore. Il partito avverso a lui cresceva ogni dì più; il popolo, che altra volta aveva resistito con tanta fermezza contro gli assalimenti di Ugo, tremava per paura di un assalto: il figliuolo di Alberico temè di esser tradito, raccolse i tesori della Chiesa, e con Adalberto fuggì nella Campagna e si nascose nei monti[436]. Allora il partito imperiale aperse le porte ad Ottone; gli aderenti di Giovanni sbassarono le armi, diedero ostaggi, e l’Imperatore entrò in Roma per la seconda volta, addì 2 di Novembre del 963.

Raccolse clero, nobili e capitani del popolo, e li costrinse a prestargli giuramento che nello avvenire non avrebbero ordinato alcun Papa, e neppur lo eleggerebbero, senza il consentimento suo e di quello del suo figliuolo. Pertanto egli rapiva ai Romani quel diritto che eglino in tutti i tempi avevano conservato come loro gemma preziosa, come atto unico di libertà cittadina, quello che nessuno dei Carolingi aveva osato di toccare. Se si fosse considerata la cosa con intelletto di ragione, il diritto di eleggere il capo supremo della Chiesa, avrebbe dovuto appartenere alla intiera comunità cristiana, e non al piccolo numero dei Romani elettori; ma poichè impossibile era di trovare un modo pratico, per cui ne lo esercitasse la universalità cristiana, fino dall’antichità era stato tacitamente ceduto alla città di Roma, ossia, più veramente, ogni Vescovo di Roma era stato riverito eziandio come capo della Chiesa universale: privilegio immensurato, che era riposto nelle mani del _Clerus, Ordo et Populus_ dei Romani, e che i primi Imperatori, come capi dell’_Imperium_ universale, avevano limitato soltanto per via del diritto di confermazione.

Addì 6 di Novembre Ottone convocò un Sinodo in san Pietro. Parimente come al tempo di Carlo patrizio dovevasi pronunciare sentenza sopra un Papa accusato, e il tribunale stava sotto la presidenza della podestà temporale: però Giovanni XII non aveva, come Leone III, prestato il suo consenso a quel giudizio, e non v’era presente. Nè adesso i Vescovi protestavano di non aver facoltà di giudicare la Sede apostolica; mutati s’erano i tempi; un Imperatore energico s’ergeva, in tutta la sua potenza di dominio, da ordinatore del reggimento decaduto della Chiesa; e, senza che pietà o rispetto lo trattenesse, svelava agli occhi del mondo la vergogna del Papa che lo aveva unto del crisma: chiamava egli il popolo a profferire le accuse, e al suo comando obbediva un Sinodo che, per la prima volta, giudicava e deponeva un Papa senza pure ascoltarne le discolpe, indi esaltava a succeditore di lui un candidato dell’Imperatore.

Liudprando, che era allora vescovo di Cremona, ha registrato, come si conveniva a testimone oculare, gli atti di questo Sinodo; tenne egli nota di tutti i Vescovi del territorio romano che vi furono presenti, e ne rileviamo che molti vescovati assai antichi s’erano conservati ad onta delle devastazioni datevi dai Saraceni. Dei Vescovi suburbicarî vi intervennero quelli di Albano, di Ostia, di Porto, di Preneste, di Silva Candida e della Sabina; furonvi inoltre i Vescovi di queste diocesi: _Gabium_, Velletri, _Forum Claudii_ (_Oriolum_), Bleda, Nepi, Cere, _Tibur_, Alatri, Anagni, Trevi, Ferentino, Norma, _Veruli_, Sutri, Narni, Gallese e _Falerii_, Orta e Terracina[437]. Liudprando vi contava soltanto tredici Cardinali di questi titoli: Balbina, Anastasia, Lorenzo in Damaso, Crisogono, Equizio, Susanna, Pammachio, Calisto, Cecilia, Lorenzo in Lucina, Sisto, _IV Coronatorum_, e Santa Sabina. Parecchi Cardinali avevano seguito Giovanni nella sua fuga; d’altronde può darsi che parecchi titoli si fossero estinti. Lo Storiografo nomina fra gli astanti tutti i ministri del Palazzo pontificio, i Diaconi e i Regionarî, i Notai, financo il Primicerio della Scuola dei cantori; ed egli desta in noi attenzione ancor maggiore colla menzione che vi fa di alcuni ottimati romani, fra i quali troviamo di bel nuovo parecchi nomi che ormai ci sono ben conosciuti. Stefano figlio di Giovanni superista, Demetrio figlio di Melioso, Crescenzio «dal cavallo di marmo» (così appellato qui per la prima volta), Giovanni Mizina (meglio _de Mizina_), Stefano _de Imiza_, Teodoro _de Rufina_, Giovanni _de Primicerio_, Leone _de Cazunuli_, Riccardo, Pietro _de Canapara_, Benedetto e Bulgamino figliuol suo, erano allora i Romani più ragguardevoli del partito imperiale; laddove altri nobili uomini se ne erano andati col Papa fuggitivo, altri stavansi ricoverati nelle loro castella della Campagna. La _Plebs_ romana era rappresentata dai capitani della milizia, capo dei quali era Pietro dal soprannome _Imperiola_[438]. La presenza sua, di cui vien fatta speciale considerazione, dimostra che gli elementi popolani avevano già conseguito uno svolgimento di maggiore independenza, e ciò aveva avuto origine da Alberico. Peraltro, se questi avesse dato ai Romani un ordine di costituzione, se veramente avesse creato un Senato e dei Tribuni del popolo, e, ancor meglio, due Consoli annuali, nessuna di queste dignità cittadine sarebbe sfuggita all’occhio di un osservatore accurato quale era Liudprando; ma egli non fa pur motto di Senato, nè di Senatori, nè di altro magistrato: parla soltanto di primati della città di Roma, di milizie e del loro capitano, rappresentante della _Plebs_, ed enumera d’altronde tutti gli officî palatini che ci sono noti.

L’intervenzione completa di tutti gli ordini elettori faceva sì che il Sinodo somigliasse a quello avvenuto sotto di Leone III: al pari di questo, fu concilio, dieta e corte giudiziaria, tutto ad un tempo. La presidenza tenuta da un Imperatore glorioso, la presenza di tanti Vescovi, di Duchi e di Conti di Alemagna e d’Italia vi davano aspetto di maestà; l’assistenza dei Romani di tutti i ceti lo poneva a riparo da qualunque rimprovero di violenza illegale; però il modo del procedimento faceva sì che esclusivamente fosse un atto di dittatura imperiale. Giovanni di Narni e Giovanni cardinale diacono furono i più illustri accusatori del Papa assente; la scrittura di accusa fu letta da Benedetto cardinale. Ottone parlava di raro e male in latino; perciò l’Imperatore dei Romani ordinava a Liudprando, segretario suo, di rispondere, in sua vece, ai Romani.

La scrittura di citazione indiritta al Papa dichiarava le querele che erano date al padre santo. Diceva: «Al sommo Pontefice e Papa universale, al signore Giovanni, Ottone per grazia di Dio imperatore augusto, insieme cogli Arcivescovi e coi Vescovi di Liguria, di Tuscia, di Sassonia e della terra dei Franchi, nel nome del Signore. Venuti a Roma per servigio delle cose di Dio, abbiamo richiesto i figli vostri, ossiano i Vescovi, i Cardinali e i Diaconi romani, ed eziandio il popolo tutto, della ragione per cui Voi ne siate assente, e non vogliate vedere Noi, difensore Vostro e della Vostra Chiesa. Eglino ci hanno riferite di Voi cose tanto vituperevoli, che ci farebbero arrossire di vergogna, quando pur fossero attribuite ad un istrione. Vogliamo dirne alcuna alla Signoria Vostra, imperocchè, a noverarle tutte, troppo breve sarebbe il corso intero di un giorno. Sappiate pertanto che non alcuni pochi, ma tutti, laici e preti, vi hanno accusato di assassinio, di spergiuro, di profanazione di chiese, d’incesto con vostre parenti e con due sorelle[439]. Altre cose eglino dichiararono, cui l’orecchio repugna di udire, che Voi, bevendo, abbiate fatto brindisi al diavolo, e, giocando ai dadi, abbiate invocato Giove e Venere ed altri demonî. Noi perciò preghiamo fervidamente la Paternità Vostra di venire a Roma e di purgarvi di tutte queste querele. Che se voi temeste insulto dal popolo, noi vi promettiamo che nulla sarà fatto contrariamente ai canoni. Dato addì 6 di Novembre.»

L’accusato rispose dal suo nascondiglio brevi parole, e con linguaggio da pontefice: «Giovanni vescovo, servo dei servi di Dio, ai Vescovi tutti. Udimmo dire, che Voi vogliate creare un altro Papa; se ciò facciate, io vi scomunico per l’onnipotente Iddio; Voi non potrete più ordinare chicchessia, nè celebrar messa.» I Vescovi ebbero di che celiare sullo stile di questo Breve, e se n’ebbe a dire che Giovanni era uso ad esprimersi soltanto in volgare[440]. Secondo i canoni, un Vescovo che fosse accusato, doveva esser citato tre fiate a giudizio; l’Imperatore s’accontentò di chiamarlo due sole volte a comparire; indi si fece in pari tempo accusatore e giudice del Papa: propose al Sinodo che si deponesse Giovanni XII, e questi, senza che se ne udisse difesa, fu dichiarato colpevole di delitto, reo di maestà e decaduto dal pontificato. Al Sinodo potevasi muovere rimprovero perchè non aveva osservato un procedimento compiutamente canonico, ma il mondo tollera più giustamente le infrazioni delle leggi canoniche, anzi che le offese recate alla dignità dell’uman genere.

In vece di Giovanni, l’Imperatore proponeva a suo candidato un illustre uomo romano: addì 4 di Dicembre, fu questi eletto, e nel sesto giorno di quel mese ottenne la consecrazione. Contrariamente alla legge ecclesiastica, Leone VIII passò dal ceto laicale alla cattedra di Pietro; Sicone cardinale, vescovo di Ostia, lo insigniva con forma spedita, un dopo l’altro, degli ordini di ostiario, di lettore, di accolito, di suddiacono, di diacono, di prete e di papa[441]. Era Leone, di condizione, protonotario della Chiesa, e talvolta leggiamo il nome di lui in carte di quell’età[442]. Dimorava nel _Clivus Argentarii_, che è la odierna Salita di Marforio, quella via che più tardi fu detta «salita di Leone Proto» (protoscriniario), avvegnachè ancora nel secolo decimoterzo una chiesa che ivi era, fosse appellata di san Lorenzo _de ascensa Proti_[443]. Il suo retto costume lo aveva raccomandato all’Imperatore, avvegnaddio non altri che un romano di egregia vita potesse egli levare a succeditore di un uomo vizioso; d’altronde, l’animo di Leone era debole, ossia pieghevole all’altrui volere, e questo assai bene s’acconciava ai disegni di Ottone.

L’Imperatore faceva partire una gran parte delle sue milizie, e le mandava a San Leo, affine di alleviare i Romani del peso di dar loro alloggiamento: egli poi celebrava le feste di Natale in Roma, senza pur sospettare che si congiurava contro la sua vita. Poichè era stato deposto, Giovanni XII s’era guadagnato simpatie e qualche cosa più in là: era il Papa eletto dai Romani simbolo adesso di amor di nazione. I suoi amici dispensavano oro e promesse, ed alcuni baroni della Campagna s’impegnarono a prestare soccorso. Addì 3 di Gennaio 964, si diè di repente nelle campane a stormo; i Romani si scagliarono sul Vaticano dove Ottone aveva sua stanza, ma il loro intendimento fallì. Infatti, la schiera dei cavalieri imperiali si gettò sopra gli assalitori, e ruppe il serraglio che questi avevano innalzato a ponte Sant’Angelo; non ne ebbero più schermo i fuggitivi, e furono schiacciati con orribile macello, finchè l’Imperatore colla sua propria bocca comandò che si cessasse[444]. Fu questa la prima volta che il popolo romano si sollevava contro un Imperatore tedesco. Il dì dopo i Romani comparvero innanzi a Ottone supplicando mercè, e sulla tomba dell’Apostolo giurarono di obbedire a lui ed a papa Leone. Ottone sapeva che valore avesse il giuramento, si prese i loro cento ostaggi, e lasciò andare per la Città quegli uomini umiliati. Rimasto ancora un’intiera settimana in Roma, cedette alle preghiere di Leone riponendo in libertà anche gli statichi, dacchè sperava in sì tristi condizioni di cose di guadagnare degli amici al Papa, creatura sua: poi, sulla metà di Febbraio dell’anno 964, mosse a Spoleto nell’intento di cogliervi Adalberto. Lasciò esacerbata la Città, e il Papa come agnello tremante in mezzo a’ lupi. Il sangue che le armi tedesche avevano sparso in Roma nel giorno 3 di Gennaio non si asciugò mai più; ne trasse alimento l’odio contro gli stranieri, e i Romani, premuti colla forza, non ebbero appena veduto in libertà i loro ostaggi e lontano l’Imperatore, che s’affrettarono di dar libero sfogo alla loro sete di vendetta.

§ 3.

Giovanni XII torna a Roma. — Leone VIII fugge. — È deposto in un Concilio. — Giovanni toglie vendetta dei suoi nemici. — Muore nel Maggio dell’anno 964. — I Romani eleggono Benedetto V. — Ottone riconduce Leone VIII a Roma. — Benedetto V è deposto e cacciato in esilio. — Il Papato è tenuto sotto la soggezione degli Imperatori tedeschi. — _Privilegium_ di Leone VIII.

Giovanni XII, chiamato in gran fretta nella Città, vi veniva con un esercito di amici e di vassalli: in meno che non si dica, Leone VIII vedevasi abbandonato, e con pochi seguaci fuggiva a Camerino dove trovavasi l’Imperatore. Berengario e Willa, che si erano arresi in San Leo, erano stati di già mandati a Bamberga, nè temibili potevano essere ad Ottone gli ultimi conati di Adalberto: però l’Imperatore non moveva subito a Roma, forse perchè a molte delle sue milizie aveva dato congedo, e doveva prima raccozzare un nuovo esercito. Frattanto, Giovanni XII sfogava le sue vendette contro a’ nemici suoi. Addì 26 di Febbraio raccoglieva in san Pietro un Concilio: dei sedici Vescovi presenti trovavansene undici di quelli che, tempo prima, avevano sottoscritto la deposizione di lui, ed erano quelli di Gallese, di Anagni, di Porto, di Narni, di Veruli, di Silva Candida, di Albano, di Ferentino, della Sabina, di Nepi, di Trevi: nuovi venivano i Vescovi di _Nomentum_, di _Labicum_, di Ferrara, di _Gentianum_, di _Marturanum_ e di Salerno. Può essere che i primi, a torto o a ragione, protestassero di essere stati costretti a prender parte al Concilio di Ottone; può essere che altrettanto facessero i Cardinali: però il piccolo numero dei cherici che intervenivano al Sinodo di Giovanni e la loro adesione a due Concilî, di cui l’uno era il rovescio dell’altro, fanno prova dello sciaguratissimo disordine che metteva a soqquadro la Chiesa romana. Giovanni XII protestava che la violenza dell’Imperatore avealo tenuto due mesi in esilio, dichiarava di essere tornato alla cattedra sua, e di condannare il Sinodo che deposto lo aveva. I Vescovi di Albano e di Porto confessarono tutto tremanti di aver peccato, e di aver benedetto Leone contrariamente alle leggi dei canoni: furono sospesi, e Sicone di Ostia, che avea insignito Leone di tutti gli ordini ecclesiastici, fu espulso dallo stato chericale[445].

Dopochè Giovanni XII ebbe scomunicato Leone, si scagliò con tutta la foga dell’ira sopra molti dei suoi ragguardevoli avversarî. Al cardinale Giovanni fece svellere naso, lingua e due dita della mano; ad Azzone protoscriniario fece mozzare una mano: e ambidue quegli uomini erano stati legati suoi allorchè aveva invitato Ottone a venire a Roma. Fece imprigionare Otgero vescovo di Spira, ma represse la sua rabbia di vendetta a tal segno, che lo rimandò poi all’Imperatore, di cui non voleva stuzzicare troppo oltre la collera[446]. Nel frattempo Ottone continuava a starsene a Camerino, dove aveva celebrato la Pasqua insieme col Papa creatura sua; indi, apprestatosi a muovere contro Roma, prima ancor che giungesse alla Città, gli capitava messaggio che Giovanni XII era passato di vita. Se sieno veritiere alcune narrazioni, questo Pontefice trovava una morte degna della sua vita: una notte il diavolo faceva tanto, che lo strascinava fuori di Roma coll’esca di adulteri amori; e vicario del diavolo era un marito offeso, il quale gli assestava sul capo una botta così gagliarda, che otto giorni dopo moriva, addì 14 di Maggio del 964. Altri dice che finisse di apoplessia, ed è cosa verosimile, dacchè una tremenda concitazione dovesse agitare il suo animo. Di tal guisa, il figlio del glorioso Alberico cadeva vittima delle sue dissolutezze e altresì di quel dualismo che si accoglieva in lui, principe e papa ad un’ora medesima. Però la sua giovinezza, la origine che aveva da Alberico, i tragici contrasti della sua vita gli danno qualche diritto ad una sentenza più mite; nè la storia gliela rifiuta[447].

I messaggeri che andavano all’Imperatore in Rieti, dove allora era giunto, per annunciargli quella morte, gli soggiungevano che i Romani s’erano eletto un nuovo Papa, e ne chiedevano la confermazione. Ma Ottone protestava di volere piuttosto spezzare la sua spada che rompere la sua parola, e dicea che veniva per restituire papa Leone in Roma, e per punire senza remissione la Città, se essa gli rifiutasse obbedienza. Morto Giovanni XII, i Romani s’erano eletto un pontefice; avevano infranto il giuramento che era stato loro strappato, e s’erano ripigliato il loro diritto preziosissimo. Non prestavano reverenza a Leone VIII, ch’era stato deposto nel dì 26 di Febbraio, e ancora una volta tentavano di gettar disfida contro all’Imperatore, così che, dopo una violenta scissura delle fazioni, veniva eletto Benedetto, cardinal diacono, e lo acclamavano le milizie: era uomo egregio, che in mezzo alla barbarie di Roma s’era acquistato il raro titolo di grammatico, e con questo nome andava denotato[448].

Accusatore di Giovanni, aveva sottoscritto alla deposizione di lui, ma era pure quel desso che aveva assistito al Sinodo del Febbraio, in cui s’era condannato il Papa creato dall’Imperatore. La indignazione dei delitti commessi da Giovanni aveva imposto silenzio a maggiori doveri, e i Romani miravano nel loro nuovo Papa l’uomo che avrebbe difeso con coraggio la Chiesa contro le soperchianze imperiali. Ad onta del divieto dell’Imperatore l’eletto fu tosto consecrato, e, sotto nome di Benedetto V, salì alla Sedia apostolica.

Sennonchè Ottone giungeva; conduceva con sè Leone suo papa; veniva alla testa di un esercito furente d’ira, e Roma era nuovamente minacciata dalle furie della vendetta che accompagnavano un secondo Pontefice, prima discacciato, adesso reduce. Le città del territorio romano furono crudelmente saccheggiate e devastate: nemmeno gli Ungheri ne avevano fatto sì aspra rovina[449]. Si tagliava la via a che pervenisse vettovaglia, si cingeva la Città tutto all’intorno, non si permetteva che alcuno v’entrasse; chi osava uscire cadeva sotto la spada nemica. Ottone pose campo innanzi a Roma, chiedendo che la Città si arrendesse a discrezione e consegnasse Benedetto; s’erigeva egli come Imperatore che chiede obbedienza da una terra soggetta, ma i Romani non potevano mirare in lui altro che un despota che veniva a loro torre l’ultima reliquia d’independenza, quella libera elezione del Pontefice, che avevano esercitato per diritto di tradizione. Cessata era, in fin dei conti, la ignominia del governo di Giovanni XII; i Romani avevano eletto a succeditore di lui un uomo pio, e umilmente avevano impetrata la confermazione imperiale. Però, poteva Ottone lasciar cadere Leone VIII, che un Concilio aveva creato pontefice col beneplacito suo? Potevano d’altro canto i Romani rinunciare al tentativo di affermare contro al novello Imperatore il loro antico diritto di elezione, senza confessare che la servitù era tagliata al loro dosso? Il loro Papa, involto nei vestimenti sacerdotali, saliva sulle mura e ammoniva i difensori affinchè resistessero prodemente; ma l’Imperatore si rideva della scomunica che gli veniva minacciata, e si prendeva giuoco della debolezza dei Romani. La fame incominciava a infierire nella Città, e alcuni assalti toglievano agli assediati il cuor di resistere[450]. Addì 23 di Giugno Roma aperse le porte; i Romani abbandonarono Benedetto V alla sua sorte, e nuovamente giurarono obbedienza sulla tomba di san Pietro: si aspettavano punizione fierissima, ma l’Imperatore accordò loro un’amnistia[451].

Entrato che fu Leone VIII, obbedendo all’ordine di Ottone, radunò un Concilio in Laterano. La presenza dell’Imperatore, di molti Vescovi tedeschi e italiani e l’intervenzione di tutti gli ordini del popolo di Roma fecero sì che l’adunanza avesse forme di perfetta somiglianza col Sinodo tenuto addì 6 di Novembre. Lo sventurato Papa dei Romani, vestito degli abiti pontificali, fu condotto nella sala ove il Concilio sedeva; l’Arcidiacono lo richiese con qual diritto si fosse egli arrogato di ornarsi delle insegne di pontefice mentre viveva ancora Leone signore e papa suo, quello che egli stesso aveva contribuito ad eleggere dopo la deposizione di Giovanni; e gli rinfacciò di aver rotto fede all’Imperatore e signore suo ivi presente, cui giurato aveva di non eleggere mai papa alcuno, senza averne da lui consentimento. Se ho fallato, sclamava Benedetto tutto smorto in viso, pietà vi prenda di me, e stendeva supplichevolmente le mani. I piagnistei facevano male ad Ottone; la Chiesa romana, che, a’ tempi di Nicolò I, era stata tribunale temuto dei Re, giaceva adesso ai piedi dell’Impero; Ottone quindi volgeva istanza al Sinodo, intercedendo a favore di Benedetto che abbracciava le sue ginocchia. Allora Leone VIII stracciava il pallio dell’Antipapa; gli toglieva dalle mani tremanti la ferula e la faceva in pezzi; gli comandava di sedersi sul nudo terreno, lo spogliava degli abiti pontificali, lo privava di tutte le dignità sacerdotali; soltanto, per far piacere all’Imperatore, gli lasciava l’ordine del diaconato, e lo condannava a eterno esilio[452].

Da lungo tempo le fazioni della Città avevano signoreggiato la cattedra pontificia impadronendosene con tumulto; financo femmine avevano potuto eleggere Papi a loro piacimento, e la bruttura del Pontificato era giunta, col nipote di Marozia, al suo culmine massimo. Perciò l’Imperatore prestava un vero beneficio alla Chiesa, sottraendo l’elezione pontificia alle mani di una nobiltà brutale. Il disordine di Roma gli dava autorità dittatoria, così che egli raccoglieva nella sua destra quella elezione, come se fosse stata un diritto imperiale di lui, che in Germania aveva consuetudine di nominare i Vescovi a suo piacimento. Quell’opera violenta era degna di un Principe che sentiva in sè il dovere e la potenza di salvare colla sovranità del suo comando la Chiesa precipitata a sì grande decadenza, e di renderla in pari tempo servigievole alle idee dell’Impero. Nessun Imperatore aveva mai conseguito un trionfo sì grande. La sua energia personale e quella di alcuni succeditori suoi, che se lo tolsero a modello, resero il Papato suddito all’Impero, la Chiesa di Roma vassalla a Germania. La podestà imperiale salì a formidabile altezza, ma poi il Papato, oppresso dalla maestà de’ suoi grandi dominatori, ne tolse vendetta, perocchè esso (così per legge di natura vanno mutando le cose) non soltanto riconquistasse la libertà perduta, ma con isforzi giganteschi ne valicasse i limiti. La lotta che la Chiesa combattè contro il genio tedesco, fu l’opera maggiore del medio evo; compose il grande dramma della sua storia, e, scotendo il mondo in ogni fibra, seppe temprarlo a sana gagliardìa.

Il tentativo glorioso fatto dai Romani per conservarsi il loro diritto di elezione soccombette innanzi a una necessità istorica, chè il regno germanico doveva, per un corso di tempo, trarre a sè la dittatura di Roma e della Chiesa, affine di operarne la riformazione. La Città umiliata aveva ricevuto l’Imperatore da padron suo; il Papa creato dall’Imperatore era stato novellamente riposto sulla sua cattedra; ed è cosa abbastanza probabile che Ottone adesso, a vece di starsi contento di un giuramento, comandasse che un decreto pontificio pronunciasse qualmente i Romani davano rinuncia assoluta al diritto elettivo; è probabile che Leone VIII, creatura sua, si acconciasse a dare adempimento al suo ordine. Un siffatto documento ci è conservato nelle forme imperfette di compilazioni del secolo undecimo; però della sua autenticità si destano gravi dubbî, e manifeste falsificazioni, fatte a beneficio dei diritti imperiali, hanno reso irreconoscibile il suo preciso tenore[453].

§ 4.

Ottone torna in patria. — Leone VIII muore nella primavera dell’anno 965. — Giovanni XIII è fatto papa. — Famiglia di lui. — Egli si rende avversi i Romani. — È cacciato della Città. — Ottone muove contro a Roma. — Si accoglie nuovamente il Papa. — I ribelli sono puniti barbaramente. — Il _Caballus Constantini_. — Rimpianto a Roma caduta sotto ai Sassoni.

Dopo che Ottone ebbe celebrato in Roma la festività di san Pietro, abbandonò la Città, che era il giorno primo di Luglio dell’anno 964: con sè adduceva Benedetto V, che più tardi confinò ad Amburgo. Leone VIII, che, in mezzo a tanta difficoltà di cose, era rimasto a Roma, fu sottratto al suo destino disperato, perocchè morte lo cogliesse nella primavera dell’anno 965. Non osarono allora più i Romani di congregarsi insieme per dargli un succeditore, e mandarono in Alemagna Azzone e Marino vescovo di Sutri per rimettere all’arbitrio dell’Imperatore la elezione pontificia. Eglino avevano indiritto i loro voti su Benedetto V che era il papa di loro scelta, e avevano sperato che l’Imperatore adesso lo confermerebbe; ma Benedetto moriva addì 4 di Luglio in Amburgo, dove, sotto la vigilanza di Adaldago vescovo, aveva menato vita di santi costumi[454]. La morte di lui liberava Ottone dal mal passo di respingere le istanze dei Romani; congedò con molto onorifiche cortesie i loro messaggieri e mandò a Roma, in loro compagnia, Otgero di Spira e Liudprando di Cremona.

La elezione cadde sul Vescovo di Narni, che salì alla cattedra di san Pietro addì primo di Ottobre dell’anno 965. Giovanni XIII, figlio del Vescovo di Narni di pari nome, era stato educato in Laterano, dove era salito per tutta la successione delle dignità sacerdotali ed aveva acquistato gran rinomanza per la sua scienza erudita[455]. Nel Sinodo di Novembre s’era schierato fra gli accusatori di Giovanni XII, indi aveva preso parte alla deposizione di Leone VIII, ma è possibile che all’esaltazione di questo avesse aderito soltanto di mala voglia. Di illustre famiglia romana sortiva i natali, ed era prossimo congiunto di Stefania Senatrice; più tardi dotava questa donna del feudo di Palestrina, e il figlio di lei e di Benedetto conte (che aveva nome eguale al padre) maritava alla figliuola di Crescenzio «dal cavallo di marmo», e lo faceva rettore della Sabina[456]. Gli è propriamente adesso che comincia lo splendore della famiglia dei Crescenzî, adesso che caduta era quella di Alberico e di Ottaviano; fu Giovanni XIII che la elevò a potenza, affine di averne un sostegno contro la nobiltà cui tosto si inimicava. Egli si attaccava strettamente all’Imperatore per tentare di svincolarsi dalla influenza degli ottimati, ma ne conseguiva che si congiurava a suo danno[457]. A capo della cospirazione ponevasi Pietro, prefetto della Città, e la menzione che tutto di repente vien fatta di questo celebre officio ci ammaestra che l’Imperatore lo aveva di bel nuovo restaurato. Associati a quello erano Roffredo conte della Campagna, Stefano _vestiarius_, molti dei nobili, molti dei popolani. I vessilliferi della milizia presero il Papa (addì 16 Dicembre), lo gettarono nel castel Sant’Angelo, indi lo trassero nella Campagna, e facile è che lo rinchiudessero nel castello di Roffredo[458]. La rivolta aveva caratteri di democrazia, avvegnaddio in ispecie i capitani del popolo minuto (_Vulgus Populi_) saltino fuori assieme col Prefetto della Città; trattavasi ancora una volta di liberare Roma dal reggimento pontificio e dal giogo straniero, chè la perdita del giure elettivo doveva involgere Roma in continue rivoluzioni: però, anche questo scoppio di disperazione riusciva a tragica fine.

Nell’autunno dell’anno 966 Ottone venne in Italia: prima d’ogni altra cosa punì la Lombardia sediziosa, dove lo sventurato Adalberto aveva ancora una volta tentato la sorte delle armi, per fuggire indi nuovamente in Corsica e per ricominciare la sua vita randagia nel mondo. Allorchè l’Imperatore s’avvicinò a Roma, il suo approssimarsi vi destò un moto di reazione. Giovanni, figlio di Crescenzio, si sollevava insieme cogli aderenti del Papa discacciato; Roffredo e Stefano erano trucidati, il Prefetto si salvava fuggendo; richiamavasi il Papa. Giovanni XIII stava ricoverato sotto la protezione di Pandolfo conte di Capua, al quale può darsi che fosse fuggito o che si fosse lasciato andare. Con accompagnatura di genti di Capua venne nella Sabina, dove Benedetto, nipote suo e genero di Crescenzio «dal cavallo di marmo», era conte; di colà rientrava nella città nel giorno 12 di Novembre, dopo un esilio di dieci mesi e ventotto giorni[459].

Tosto dopo in Roma entrò Ottone. Quantunque la Città lo accogliesse senza oppor resistenza, può essere che le sue soldatesche non la risparmiassero delle loro vendette, nè dubitiamo che Roma s’insozzasse del sangue di cittadini uccisi, e fosse data al sacco. Tanto era il furore che lo agitava per ogni vena, che l’Imperatore deliberava di punire severamente i capi della ribellione. I maggiori colpevoli, uomini che si fregiavano del titolo di consoli, furono esiliati in Germania. Dodici capitani del popolo, che nei manoscritti antichi ricevono nome di _Decarcones_, espiarono il loro desiderio di libertà sul patibolo; molti furono decapitati, o orbati degli occhi e sottoposti a crudeli tormenti[460]. Barbara e insieme bizzarra come l’indole di quella età fu la pena inflitta a Pietro prefetto della Città, dopochè, fatto prigioniero, fu cacciato nelle carceri del Laterano. L’Imperatore lo diede in mano del Papa, e Giovanni lo fe’ appiccare per i capelli alla statua equestre di Marco Aurelio. Così, in questa strana occasione torna di repente a galla innanzi a noi un celebre monumento degli antichi, e noi di buon grado ci soffermiamo a discorrere del «_Caballus Constantini_.»

Questa egregia opera d’arte dura oggidì ancora, ornamento bellissimo del Campidoglio. Chi di quel luogo la mira è compreso di venerazione ripensando all’antichità di quasi diciassette secoli che passarono sopra quell’Imperatore di bronzo, seduto sul suo destriero, col braccio teso, maestosamente silenzioso e fiero: in quell’atteggiamento esso continuerà a sedere, anche quando sarà andata in ruina una storia parimente lunga di popoli, di religioni e di culture. Sorta allora che la podestà dei Cesari era al suo culmine sommo, quella statua equestre fu spettatrice della caduta dell’Impero e dello svolgimento che ebbe il Papato in Roma. Goti, Vandali, Eruli, Bizantini, Tedeschi le passarono innanzi, trucidando e saccheggiando, e la rispettarono. Costante II, ladrone per la vita, la vide, ma non la portò via. Intorno ad essa crollarono templi e basiliche, portici e colonnati e statue; essa stette, senza soffrir danno, simile al genio solitario della grandezza passata di Roma. Soltanto il nome ne sparve, avvegnaddio, perita la statua equestre di Costantino che era collocata presso l’arco di Severo, essa fosse battezzata col nome di quell’Imperatore, cui la Chiesa aveva tanto debito di riconoscenza. La fantasia del popolo, cui erano ignote le geste di Marco Aurelio e di Costantino, affibbiò a quest’opera d’arte una rozza leggenda della sua origine. Un Re straniero, così narravano i pellegrini, aveva in antico assediato Roma, dalla porta Lateranense: era il tempo in cui la Città aveva il governo dei Consoli e del Senato. In quelle angustie un guerriero dalla figura gigantesca, od altrimenti un uomo del contado, offrivasi liberatore, ma chiedeva in premio trentamila sesterzî e una statua equestre di metallo dorato, monumento dell’opera sua. Concesse il Senato; egli allora montò a dorso nudo sopra un cavallo, recando in mano una falciuola: sapeva che quel Re ad ogni notte si faceva appiè d’un albero ove lo chiamavano occorrenze del corpo; gliene dava avviso una civetta, la quale, seduta sull’albero, allora incominciava a stridire. L’uomo agguanta il Re e lo strascina con sè; in quello i Romani assaltano il campo nemico, fanno man bassa dell’oste avversa, e insaccano un immenso bottino di tesori. Il Senato adempiè alla sua promessa, diede all’uomo liberatore la sua ricompensa; e gli fe’ fare un cavallo di bronzo dorato, senza sella, con sopra il cavaliere che teneva teso il braccio con cui aveva afferrato il Re. Sulla testa del cavallo fu collocato il simulacro della civetta, e il Re fu raffigurato, avvinte le mani, in atto che l’ugna del corridore lo calpesta[461].

Omai nel secolo decimo la statua equestre di Marco Aurelio era posta nel _Campus Lateranensis_. La basilica che ivi s’ergeva era stata fondata da Costantino, le case patriarcali erano state palagio suo; perciò la piazza che vi si stendeva innanzi fu ornata del monumento che da lui aveva ricevuto il nome. Noi supponiamo essere di già stato Sergio III, che, dopo di avere ricostruito la basilica, ve la faceva collocare; nè era il solo monumento antico che di sì buon’ora venisse trasportato al Laterano; avvegnachè fosse possibile che nel palazzo pontificio e imperiale, residenza delle somme podestà di Roma, si raccogliessero quei tali monumenti che ricordavano le grandezze dei Romani. E fin dal secolo decimo il gruppo in bronzo della lupa che allatta i bambini era posto in una sala del palazzo Lateranense, dove, sotto la presidenza del _Missus_ imperiale, si teneva giudizio; e il luogo da quel gruppo aveva nome _ad Lupam_[462].

Ma torniamo al Prefetto appiccato per i capelli. Tolto giù, e nudato dei vestimenti, Pietro fu cacciato a bisdosso di un asino colla faccia rivolta verso la coda, e questa, munita di un campanello, gli venne posta in mano come se gli servisse di briglia. In testa gli fu messo un otre piumato, due simili vasi gli si appesero alle gambe, e in tale assetto lo si trasse per le vie tutte di Roma: dopo ciò, fu mandato in esilio oltr’alpe[463]. Vendetta fu tolta anche dei morti; i cadaveri di Roffredo conte e di Stefano _vestiarius_ furono, per comandamento dell’Imperatore, strappati alla loro fossa, e gettati fuori della Città. Queste severità destarono spavento e ire in Roma, sensazione e pietà al di fuori; crebbe l’odio dei nemici dell’Impero. Non v’era che Giovanni XIII, il quale avesse ragione di ringraziarne Ottone; e lo nomava liberatore e restauratore della Chiesa cadente, imperatore illustre, grande, e tre volte benedetto[464]. Peraltro i Romani non poterono mai imparare a inchinarsi davanti la podestà di Re stranieri, che scendevano con loro eserciti dalle Alpi per torsi in san Pietro una corona ed un titolo, coi quali signoreggiavano la loro Città. Rodendosi di collera in silenzio, eglino si dovettero curvare sotto alla mano potente della casa di Sassonia. Non avevano più fra loro un poeta, che descrivesse a parole le sorti della Città illustre, sì come un tempo gli antenati loro avevano fatto. Il solo Monaco di Soratte, che pon termine alla sua Cronica coll’arrivo di Ottone irato e della sua «immensa oste di Gallia», getta commosso da sè la penna, ed espande l’animo in lamenti: è un balbettìo barbarico, ma il sentimento che lo ispira parla chiaro alla nostra mente.

«Guai a te, Roma!», sclama Benedetto, «perocchè tanti popoli ti opprimano e calpestino: tu caschi in mano anche del Re sassone; il tuo popolo è giudicato a colpi di spada; la tua robustezza è annichilata. Il tuo oro e il tuo argento costoro se lo portan via ben mucchiato nelle loro sacca. Madre fosti, ed ora sei fatta figliuola. Quel che possedevi, perdesti; ti rapirono il fiore della giovinezza primiera; a’ tempi di Leone papa ti calpestò il primo Giulio. Quando fosti al culmine della tua potenza trionfasti dei popoli, frangesti in polvere il mondo, svenasti i Re della terra. Tenesti scettro e podestà grande: sei saccheggiata tutta quanta e messa a tributo dal Re sassone. Come dissero alcuni savî e come trovasi eziandio scritto nelle tue storie, un tempo hai domato i popoli stranieri, e vincesti per ogni verso il mondo, da settentrione a mezzodì: di te prende possedimento il popolo delle Gallie: troppo bella fosti. Tante erano le tue mura turrite e merlate quante trovasi detto: avevi trecentottantuna torre, quarantasei castella, merli seimilaottocento; quindici erano le tue porte. Guai a te, città Leonina: già da lungo tempo presa fosti, ma adesso caduta sei nell’abbandono del sassone Re[465].»

Questa voce, piangente la Roma caduta sotto ai Sassoni, usciva del petto di un fraticello ignorante che sedeva sul solitario monte Soratte: dalle sue cime mirando in giù su quei campi così indicibilmente belli, ei poteva seguire coll’occhio tutte le imprese armate dei popoli, che, anno sopra anno, vi scorrevano per mezzo, moventi a dar l’assalto all’eterna Roma, ed a riempierla di sangue e di terrore. Nelle condizioni mutate di Roma la lamentazione del frate non può più commuoverci come ci commossero le elegie dei tempi che precedettero; tuttavia essa si associa alle voci di doglianza che Girolamo sollevava dopo che la Città era caduta sotto ai Goti, a quelle di Gregorio, quando la angustiava la pressura dei Longobardi, finalmente al toccante inno di dolore che plorava Roma soggiogata da Bisanzio. Ma allorchè quella lamentazione si compara a queste elegie il suo stile orribilmente barbaro ci mostra quanto in basso fossero cadute, nel secolo decimo, anche la lingua e la scienza dei Romani.

CAPITOLO QUARTO.

§ 1.

Ottone II è coronato imperatore. — Liudprando va ambasciatore a Bisanzio. — Preneste, ossia Palestrina. — Questa celebre città è data a Stefania senatrice, nell’anno 970.

Sei intieri anni le cose d’Italia tennero Ottone affaccendato in questo paese, il quale, dopo di lui, fruttò bensì gloria ad una moltitudine innumerevole di altri uomini tedeschi, ma gli afferrò colle braccia del suo odio fiero, e li seppellì nei suoi sepolcri. Mentre tuttavia era in Roma, l’Imperatore aveva infeudato Spoleto e Camerino a Pandolfo «testa di ferro», duca di Capua: per tal guisa, ad un vassallo devoto affidava le terre più belle dell’Italia di mezzo e di quella meridionale, e gli lasciava l’incarico di guerreggiare contro a’ Bizantini. Ottone celebrava a Ravenna, insieme con papa Giovanni, le feste di Pasqua dell’anno 967, ed in un Concilio restituiva alla Chiesa quella città, col suo territorio e con altri patrimonî[466]. Dipoi faceva venire in Italia il suo figliuolo per farne sicuri i diritti di successione, e per rendere di ragione ereditaria il reame d’Italia e l’Impero.

Ottone II giunse a Roma col padre suo addì 24 di Dicembre; presso alla terza colonna miliare furono ricevuti con accoglienze festose, e, nel giorno di Natale, il giovine Re conseguì la corona imperiale dalle mani di Giovanni XIII[467]. Le idee che ispiravano il padre suo, accesero la mente e il petto di quel ragazzo quattordicenne, il quale, di repente, era sbalzato in Roma, nel bel mezzo dei monumenti della storia universale, con dignità di Cesare. Meta del pensiero politico di Ottone si era la restaurazione dell’Impero romano occidentale; modi di giungervi dovevano essere la soggezione di Roma e del Papato, la cacciata dei Greci e degli Arabi dall’Italia, la unificazione di questa terra divisa. Eziandio con Bisanzio si voleva annodar legami, come più in antico avevane coltivato desiderio Carlomagno; ed Ottone I bramava ornare di splendore la sua giovine dinastia, avvincendola con rapporti di parentela alla corte greca. Ma l’Imperatore bizantino mirava con occhio di gelosia la rinnovazione dell’Impero d’Occidente, cui egli non prestava riconoscimento, e vedeva di mal animo la potenza del tedesco Ottone (la quale cresceva anche in Italia), e cui i Principi di Benevento e di Capua obbedivano come si conveniva a vassalli; perciò i figli fuggitivi di Berengario trovavano presso al Greco protezione, onde agevolmente potevano essi accendere un incendio di guerra dalle Calabrie, parimente come un tempo aveva fatto il pretendente Adelchi. Ora Ottone spediva a Niceforo Foca un’ambasceria, affine di conchiudere pace, e di ottenere pel suo figliuolo in isposa la figlia di Romano II. Legato di Ottone fu l’uomo più arguto che vivesse in Italia a quel tempo, Liudprando, cortigiano e adulatore, che, uno dopo l’altro, aveva servito a Ugo, a Berengario, ad Ottone, e che era, da dopo l’anno 962, vescovo di Cremona. La sua scienza non comune del greco, il suo ingegno, la vivacità del suo spirito, la sua maestria di arti cortigianesche, lo rendevano capace di sostenere la più difficile di tutte le ambascerie che allora occorressero. Liudprando indirisse ad Ottone una relazione particolareggiata della sua missione, ed oggidì ancora noi la leggiamo come una delle scritture più attrattive di quell’età, avvegnachè essa, con vivezza di vedute, offra un quadro della corte bizantina, il quale, sebbene abbastanza spesso sia dipinto con mente maligna, riesce tuttavia pregevole altamente[468]. A quella relazione ci riferiamo in quanto essa concerne le cose di Roma e dei Romani.

Liudprando giungeva nella città capitale dell’Oriente addì 4 di Giugno 968, e dopo qualche attendere aveva udienza da Niceforo Foca, glorioso conquistatore di Creta. Il vano uomo di corte si vide condotto innanzi ad un eroe dall’apparenza semplice e ruvida, che si degnò a stento di concedergli qualche parola; del trattamento sprezzante che ne ricevette Liudprando si vendicò, sbozzandone il ritratto di un mostro. L’Imperatore gli disse: «Avremmo bramato di accoglierti con isplendore e con generosità; ma l’empietà del signor tuo ce lo vieta; con invasione ostile egli s’è strappato Roma; contro dritto e contro dovere egli ha fatto morire Berengario e Adalberto; ha ucciso, acciecato e bandito i Romani, e s’è preteso di soggiogare con ferro e con fuoco le città del nostro Impero[469]». Il Vescovo, che non si perdeva di leggieri nell’imbarazzo, contrappose a quelle accuse la risposta, che Roma era stata liberata dalla signoria di femmine invereconde e di aristocratici temerarî, e confortò i Greci affermando, essere bensì vero che i Romani erano stati decapitati, strangolati, acciecati e mandati in esilio, ma che queste esecuzioni avevano colpito dei ribelli spergiuri, e che s’erano compiute a tenore delle leggi degli Imperatori di Roma, di Giustiniano, di Valentiniano, di Teodosio e di altri Cesari. Nel progresso dei suoi negoziati protestava, che Ottone aveva restituito alla Chiesa romana tutti i possedimenti di questa, e che al Papa avea ceduto tutti i beni ecclesiastici esistenti nel suo Impero; e su di ciò riferivasi alla donazione di Costantino, che allora era tenuta in conto di genuina. L’orgoglio del greco Imperatore, la sua persona solennemente chiusa nell’aureola tradizionale, i diritti antiquati della legittimità sopra di Roma e d’Italia, lo sprezzo pei Barbari, la pompa ceremoniale pesante e di forme teatrali che era usata nella corte, tutto ciò rende l’argomento della relazione dilettevole a considerare, e fa parere meravigliosa la destrezza con cui Liudprando sapeva cavarsi d’impaccio: però noi abbiamo dei dubbi che egli veramente usasse di tutta quell’ardita franchezza onde si die’ vanto nella sua scrittura. Come, un tempo, Basilio aveva rifiutato a Lodovico II il titolo d’imperatore, parimente faceva anche adesso Niceforo, il quale pretendeva che Ottone fosse appellato soltanto col nome di «Riga». Il Greco teneva sè pur sempre in conto di solo imperatore romano, e Liudprando era messo in non lieve temenza allorquando giungeva a Bisanzio una lettera di Giovanni XIII, la quale, fosse audacia o ignoranza, era fregiata colla soprascritta: «all’Imperatore dei Greci.» Mentre sedevano un dì alla mensa, cui Niceforo, sempre con aria di sprezzo mantenuta ad ostentazione, aveva fatto grazia di invitare il messaggiero di Ottone, il Principe gli rimproverava che coloro, i quali in Italia allora si nominavano romani, altro non erano che barbari, ossiano longobardi. I veri Romani, gli rispondeva allora il Longobardo, derivano da Romolo fratricida e da una gente di predoni; ma noi altri, Longobardi, Sassoni, Franchi, Lorenesi, Bavari, Svevi, Borgognoni, disprezziamo i Romani siffattamente, che se vogliamo far grave onta ai nemici nostri, semplicemente gli appelliamo «romani», avvegnaddio con questo solo nome comprendiamo tutto ciò che v’ha di ignobile, di vile, di avaro, di scostumato e di mendace[470]. Sorridevano a quelle parole i Greci, perchè odiavan Roma caduta; e poichè sperare non potevano di torla dalle mani dei Barbari, dichiaravano all’ambasciatore che Costantino aveva condotto con sè a Bisanzio il senato ed i cavalieri romani, e che in Roma non aveva lasciato altro che la feccia della plebaglia.

Allorchè poi Liudprando ebbe chiesto la mano di Teofania per il figliuolo di Ottone, gli fu risposto: Rendete ciò che per diritto è nostro, ed avrete ciò che bramate; restituiteci Ravenna e Roma e tutte le terre che di lì si stendono fino alle nostre province: se poi il signor tuo vuol conchiudere alleanza senza parentela, renda a Roma la libertà. E, obbiettando il Longobardo che Ottone aveva reso la Chiesa più ricca di quello che stata era un tempo, laddove Bisanzio non restituiva i patrimonî incamerati, il ministro imperiale gli rispondeva ghignando: farebbelo l’Imperatore, non appena che potesse governare Roma e il Vescovado di Roma a suo talento[471]. Liudprando non giunse al suo intento; il Vescovo vanaglorioso non ebbe dai Greci astuti che beffe e mali tratti; e, dopo innumerevoli dispiaceri, che egli descrisse con arguzia più briosa di quella che avesse usato a sopportarli, fu lieto di partirsi di Bisanzio sulla fine dell’anno 968.

Non seguiremo Ottone nei suoi viaggi in Italia: lo troviamo ora nelle Calabrie, ora a Ravenna, ora a Pavia; indi, nel Natale del 970, a Roma. La Città sopportava adesso il giogo imperiale senza contrarietà, e, duranti alcuni anni che successero all’orribile giudizio di sangue di cui dicemmo, la sua storia non registra avvenimento di sorta. Però, degno è di nota un Diploma di Giovanni XIII, che concerne una celebre città del Lazio. L’antichissima Preneste, distante ventiquattro miglia da Roma, donde ad occhio nudo si scorge disegnarsi sull’azzurra pendice dei monti, serbava allora tuttavia il suo nome e le ruine della magnificenza antica[472]. Leggende di poeti e fatti della storia decoravano di grande splendore la vecchia città dei Siculi. Ivi il giovane Mario s’era ucciso gettandosi sulla punta della sua spada; Silla aveva ridotto la città in ruina sopra i cadaveri dei suoi abitatori e dipoi v’avea edificato lo splendido tempio della Fortuna; di lì Fulvia aveva scagliato disfida ad Ottaviano, e in compagnia di lei era stata Livia, primamente nemica, indi sposa dell’Augusto. Un tempo l’aria balsamica di Preneste era stata medicina alle dissolutezze di Tiberio; gli Imperatori, i poeti (che fanno tutti la corte alla fortuna), Ovidio, Orazio, Virgilio avevano amato dilettamente quella città, coronata di allori e sacra alla felicità. Nell’epoca della barbarie era decaduta; i suoi templi, le sue basiliche, i suoi teatri erano crollati, o duravano ruinosi, e, come in Roma, i ruderi ammonticchiati seppellivano le bellissime opere di tre epoche dell’antichità[473]. Preneste era diventato uno dei sette vescovati suffraganei di Roma, sotto la protezione del santo giovine Agapito, che ivi aveva sofferto martirio addì 28 di Agosto dell’anno 274, e che oggidì ancora è venerato da patrono della città in quel duomo costruito sulle reliquie del tempio della Fortuna. Giovanni adesso, nel Novembre del 970, dava la città, a titolo di enfiteusi, a Stefania senatrice; per un censo annuo di dieci solidi d’oro, Preneste doveva appartenere a lei, ai figli e ai nipoti suoi; indi tornar doveva alla Chiesa. Il documento ci offre un esempio delle infeudazioni, che a quella età erano usate nel territorio romano[474].

Più tardi troveremo ancora i nepoti di Stefania nel possedimento di Palestrina, e colla storia del secolo undecimo avremo a farvi ritorno ancora più spesso, per motivo delle guerre di famiglia.

§ 2.

Teofania sposa Ottone II in Roma. — Benedetto VI, papa nel 973. — Muore Ottone il grande. — Commovimenti in Roma. — La famiglia dei Crescenzî. — I _Caballi marmorei_. — Soprannomi romani a questo tempo. — Crescenzio _de Theodora_. — Cade Benedetto VI. — Esaltamento di Ferruccio, con nome di Bonifacio VII. — Repente fuga di lui. — Oscura fine di Crescenzio.

Ciò che Ottone imperatore non avea ottenuto da Niceforo conseguiva egli dal suo successore. Giusto un anno dopo che era partito con vergogna di Bisanzio, il maligno Liudprando poteva allietarsi alla notizia che il valoroso Greco era caduto sotto i colpi di pugnali assassini. Giovanni Zimisce, che aveva guidato gli uccisori dentro al palazzo, saliva al trono di Bisanzio nel giorno di Natale dell’anno 969; con amiche cortesie accoglieva l’ambasceria che Ottone gli mandava a fargli sue gratulazioni; e la figlia di Romano il giovane veniva fidanzata ad Ottone II. Nella sua giovinezza, questa Principessa era sopravvissuta alle tragedie orribili che avevano funestato le sue case paterne; aveva veduto il padre morire di un veleno che la madre di lei gli aveva mesciuto; aveva veduto passare la madre fra le braccia di Niceforo, e di queste in quelle dell’assassino di lui, Zimisce, il quale allora si era pigliata la corona sozza di sangue, e aveva relegato la sua druda in una solitudine. Teofania, sospirando, aveva detto addio alle spiagge del Bosforo; di gran cuore si allontanava ella dai delitti di Bisanzio, ma, avvezza al lusso, alla lingua ed alle arti culte dell’Oriente, partiva con animo dubbioso per il Settentrione, ove andava a condurre sua vita in mezzo ai ferrei uomini di guerra della Sassonia, in città cui il clima e la manchevole cultura davano impronta di barbarie.

La sposa imperiale veniva coll’accompagnatura di Gerone, arcivescovo di Colonia, di due Vescovi e di Conti e Duchi molti; scendeva a terra nelle Puglie, e, addì 14 di Aprile dell’anno 972, entrava in Roma, dove l’imperatore e il suo fidanzato la accoglievano con grandissima allegrezza. Il giovine Cesare toccava i diciassette anni d’età; aveva aspetto di adolescente, ma persona piena di eleganza; era educato elettamente, e chiudeva in petto spiriti arditi e bell’ingegno; in corpicciuolo minuto albergava anima di eroe[475]: la giovine sposa era donna arguta e leggiadra. I Romani miravano con occhio curioso quella coppia, alle cui mani l’eroe Ottone, che andava invecchiando, affidava adesso l’avvenire dell’Impero e della Città. Addì 14 di Aprile Giovanni XIII coronò Teofania a imperatrice, e in pari tempo ne benedì le nozze, innanzi ad un’assemblea di maggiorenti di Germania, d’Italia e di Roma: indi si celebrarono feste splendidissime[476]. Mentre adesso, per la prima volta, un Imperatore dell’Occidente sposava una Principessa bizantina, sembrava che si pacificasse l’odio dell’Oriente contro al Settentrione; ma il vanitoso splendore di quegli sponsali non recò alcun profitto vero: frutto ne fu un fanciullo di portentosa natura, il quale amò tutto ciò che sapeva di greco e di romano con passione quasi d’infermo, si vestì del fasto brillante della terra materna, vi dimenticò il suo proprio paese paterno, e giovane si buttò al malaticcio, e giovane morì. Come le feste nuziali ebbero avuto fine, la famiglia imperiale abbandonò Roma, per tornare ad Alemagna: tosto dopo moriva Giovanni XIII, nel giorno 6 Settembre del 972[477].

Ebbe a successore Benedetto VI, figlio di Ildebrando monaco di origine germanica, divenuto poi romano: il nuovo Papa era stato primamente diacono nella Regione ottava, che non è più denotata col nome di _Forum Romanum_, ma con quello di _sub Capitolio_. A cagione della lontananza degli Imperatori la sua confermazione sofferse ritardo, laonde fu ordinato soltanto ai 19 di Gennaio dell’anno 973[478]. L’esaltamento di lui aveva cagionato divisioni, chè, ad onta della perdita del loro diritto elettivo, i Romani continuavano a levare dei candidati al pontificato. La fazione imperiale aveva proposto Benedetto, ma il partito nazionale aveva votato fin d’allora per Franco, figliuolo di Ferruccio; tuttavia Benedetto VI diventò papa, perocchè la temenza del braccio poderoso del vecchio Imperatore tenesse in freno Roma finchè egli visse. Sennonchè, il grande Principe moriva addì 7 di Maggio dell’anno 973, dopo di aver reso la Germania signora di Europa; allora immantinente i Romani cospiravano contro il Papa, e s’affrettavano di porre il loro candidato in vece sua. La giovinezza di Ottone II, la sua presenza in Germania (dov’eragli necessario di farsi prima forte nella signoria), financo le promesse dei capitani bizantini che erano nell’Italia meridionale, davano ai Romani coraggio. Sembrava adesso essere venuto per loro il momento di recuperare i diritti antichi, massime forse di conseguire nuovamente libertà dalla soggezione straniera.

Alla testa dei parteggianti nazionali era allora la potente famiglia dei Crescenzî. Similmente come gli antenati di Alberico gli avi di questi romani si celano nell’oscurità; peraltro romani di antica stirpe eran dessi, chè il nome Crescenzio e Crescente s’ode già al tempo degli Imperatori, sebbene di poco innanzi al secolo terzo. Per la prima volta in un Placito di Lodovico III, nell’anno 901, fu citato il nome di un Crescenzio; indi questo stesso nome rilevammo all’età del grande Alberico; vedemmo poi Crescenzio «dal cavallo marmoreo» intervenire nel Sinodo di Novembre, al tempo di Ottone I; e nei libri di Farfa trovammo registrato che Teodoranda, figlia di quell’uomo, aveva sposato Benedetto, nipote di Giovanni XIII: un Giovanni, certamente figlio del Crescenzio istesso, aveva capitanato il moto di reazione dell’anno 966.

Il soprannome _a caballo marmoreo_ è uno dei più notevoli di Roma. Il cavallo di marmo, onde era attinto, significava i due cavalli colossali e i loro domatori, quelle due celebri opere d’arte di Roma imperiale, le quali allora (al pari delle tre statue dei Costantini che oggidì stanno nella piazza del Campidoglio) s’erigevano tuttavia sul Quirinale, innanzi alle terme di Costantino; e, probabilmente fin da quel tempo, avevan dessi dato origine alla tradizione strana che trovasi registrata nei _Mirabilia_. Gli indotti pellegrini miravano attoniti quei giganti tutto nudi; e poichè sui loro piedestalli leggevano scritti i nomi dei più grandi scultori di Atene, questi nomi riferivano ai domatori stessi di cavalli, e narravano così: «Un dì vennero a Tiberio imperatore due giovani filosofi Prassitele e Fidia; li guardò egli e disse loro meravigliando: Perchè ne andate all’ingiro così nudi? Ed eglino risposero: Perchè innanzi a noi tutto è nudo e manifesto, e il mondo teniamo dammen che nulla; anzi, tutto ciò che nelle tue stanze, nel più cupo della notte, tu puoi consigliar teco stesso, parola per parola, a te ripeteremo. Tiberio lor disse: Se lo farete, darovvi io tutto ciò che possiate chiedere. Ed eglino: Oro non vogliamo, ma soltanto un monumento. Quando dunque al dì seguente gli ebbero veramente svelato i suoi più riposti pensieri egli fece fare ad essi la loro «Memoria», cioè i corsieri nudi che percuotono colla zampa il suolo, simboli dei dominatori potenti del mondo: però, verrà un Re poderoso che monterà in groppa ai corsieri, ossia che domerà la forza dei Principi del mondo. E inoltre fece fare gli uomini mezzo nudi che stanno presso ai cavalli con braccia alzate e con pugni stretti, avvegnaddio narrino quel che ha da venire, e come eglino stessi sono nudi, così anche tutte le scienze innanzi a loro sono aperte. La donna cinta dal serpente, che ivi siede e tiene a sè davanti una coppa, significa la Chiesa che da molte scritture è circondata; ma niuno può comprendere il senso di quelle se prima non siasi bagnato nella coppa.» Quest’è la leggenda poetica dei _Caballi marmorei_, laonde sembra che allora, vicino ai domatori dei cavalli, fosse collocata anche la statua di una Igea, col serpente che s’abbeverava ad una coppa; e questo al popolo, con significato arguto e leggiadro, pareva simbolo della Chiesa[479].

Crescenzio dunque, dal luogo di sua dimora, fu chiamato con quel soprannome; e di esso si fregiarono altri Romani anche in tempo posteriore[480]. Molti ricevevano appellazione dai loro quartieri, e, poichè questi spesso si denotavano da’ monumenti, i Romani del secolo decimo compaiono con siffatti nomi, che bellamente suonano al nostro orecchio e invaghiscono la nostra fantasia, poichè ne richiamano ricordanza delle opere artistiche di Roma antica, la cui notizia talvolta è associata soltanto a queste nominazioni di uomini romani. Così incontriamo: Romano e Gregorio _a Campo Martio_, Giovanni _de Campo Rotundo_, Sergio _de Palatio_, Benedetto _a Macello sub Tempio Marcelli_ (dal mercato di vettovaglie che era posto sotto al teatro di Marcello), Duranto _a Via Lata_, Ildebrando _a Septem Viis_, Graziano _a Balneo Micino_ (dal piccolo bagno oppure dal bagno di Micino), Giovanni _a sancto Angelo_, Franco _a sancto Eustachio_, Riccardo _a sancto Petro in Vincula_, Pietro _de Cannapara_, Bonizo _de Colossus_, Andrea _de Petro_, che era appellato dal vicoletto del Colosseo[481]. Da cosiffatti soprannomi ebbero qua e là origine vere nominazioni famigliari di case nobili, per esempio di Santo Eustachio o Santo Stazio; ma il popolo chiamava omai alcune persone altresì da loro attributi o qualità, onde ne sorgevano poi dei veri nomi proprî. Di questa guisa troviamo: Crescenzio Cinquedenti, Adriano Collotorto, Benedetto Boccapecora, Giovanni Centoporci, Leone Cortabraca[482]. Parimenti, durava il consueto modo di denotare il figlio dal nome del padre o da quello della madre, di maniera che, per esempio, v’avevano: Stefano _de Imiza_, Leone _de Calo Johannes_, Azone _de Orlando_, Benedetto _de Abbatissa_, Giovanni _de Presbytero_, Crescenzio _de Theodora_.

Nel secolo decimo, il nome di Crescenzio era ormai sì frequente, come quelli femminili di Stefania, di Teodora, di Marozia[483]. Mentre l’uno era detto «dal cavallo marmoreo», erano chiamati gli altri: _de Bonizo_, _de Roizo_, _de Duranti_, _Raynerii_, Crescenzio _Cannulus_, Crescenzio _Stelluto_, _sub Janiculo_, _de Polla_ ossia _Musca Pullo_, _de Flumine_, _de Imperio_, _a Puteo de Proba_ (dal pozzo di Proba) e _Squassa Casata_ (dalla casa crollata)[484]. È cosa assai contraria a probabilità, che Crescenzio «dal cavallo di marmo» fosse la stessa persona di Crescenzio _de Theodora_, come ora s’appellava il capo dei ribelli romani. Nella Cronica di Farfa, questi soprannomi non vanno fra loro confusi; ivi si parla soltanto di Crescenzio _a Caballo marmoreo_, ma il capo dei Romani sollevati contro a Benedetto altrove è appellato soltanto Crescenzio _de Theodora_, ed, a quel tempo, chi scriveva si atteneva con grande precisione a siffatti soprannomi. Gli è altresì un ozioso studio di fantasia voler cercare in quella Teodora la famosa Senatrice dello stesso nome, e di dare Giovanni X per padre a Crescenzio figlio di lei: nessun documento infatti ne fa parola. Però, ad un’illustre stirpe patrizia apparteneva egli, e senza dubbio discendeva da quel Crescenzio, di cui femmo cenno fra i grandi del tempo di Lodovico III. Era famiglia che possedeva ricchi beni nella Sabina, e, già nell’anno 967, viene detto che Crescenzio era conte e rettore del territorio Sabinate[485].

Crescenzio, o in forma abbreviata, Cencio _de Theodora_, destò in Roma una rivolta; i Romani s’impadronirono di Benedetto VI, lo gettarono in castel Sant’Angelo, e quivi lo strangolarono nel Luglio del 974, mentre alla cattedra di Pietro elevavano un diacono, figlio di Ferruccio, con nome di Bonifacio VII[486]. Il Papa immesso con quest’opera violenta, è detto uomo romano, ma ignota ne è la stirpe. Poichè egli aveva eziandio soprannome di Franco, lo si volle far discendere dalla famiglia così chiamata, che forse era d’origine franca, ed in documenti del secolo decimo viene nominata frequenti volte[487]. Bonifacio si fece sgabello del corpo vivo o agonizzante di Benedetto, e salì al trono pontificio. I suoi contemporanei lo dipingono siccome un «mostro», e dicono che egli si coperse del sangue del suo predecessore[488]. Sventuratamente, gli avvenimenti di Roma ci sono fatti conoscere soltanto dalle scarsissime notizie di secoli posteriori; e appena ci vien dato l’annuncio dell’esaltamento di Bonifacio, che udiamo anche della sua fuga. Balzato del trono dopo un mese e dodici giorni, egli insaccava il tesoro della Chiesa, e andava a Costantinopoli, dove, alla paro di altri pretendenti, trovava ricovero. Questo suo luogo di rifugio fa credere che la elevazione di lui al pontificato si fosse associata ad un intendimento politico di Bisanzio, il quale, propriamente allora, cercava di soppiantare l’influenza tedesca anche in Salerno: e la cacciata dell’Antipapa non poteva essere altro che opera del partito tedesco, il quale trionfava nuovamente in Roma, e il cui capo, nel mezzogiorno, era pur sempre il valoroso Pandolfo «testa di ferro»[489].

Anche Crescenzio _de Theodora_ scompare dalla scena della storia. Sembra che egli non l’abbia fatta da patrizio; dopo che il partito avversario ebbe vinto, egli visse tranquillo in Roma stessa. Infatti, nell’anno 977, un documento dice che Crescenzio, illustrissimo uomo, appellato _de Theodora_, è pacifico fittavolo di un castello in prossimità di Velletri[490]. Un’altra scrittura dei 15 di Ottobre 989, si riferisce a lui, che era già morto, e lo chiama Console e Duce d’altro tempo, sposo dell’illustre Sergia, e padre di Giovanni e di Crescenzio[491]. Finalmente, e ciò s’acconcia all’indole di quell’età, crediamo di ravvisarlo monaco in una cella del convento di santo Alessio, dove passò alcuni anni supplicando dai Santi «il perdono delle sue scelleraggini», fino a che morì addì 7 di Luglio 984. «Qui riposa», dice un epitaffio di quella chiesa, «l’insigne Crescenzio, esimio cittadino romano e duca magno; da grandi genitori ebbe nascimento, egli, prole grande ed egregia; Giovanni padre e Teodora madre dettero a lui splendore. Cristo, amorevole salvatore delle anime, a sè lo avvinse, così che in pia e lunga lassitudine d’ogni speranza terrena, rinunciò al mondo, si prostrò sulla soglia del santo martire Bonifacio, e, vestito abito monacale, quivi si die’ in braccio al Signore. Con donativi e con dovizia di terre arricchì questo tempio. O tu che leggi, prega per lui, affinchè consegua finalmente venia delle sue scelleratezze. Morì nel giorno 7 di Luglio l’anno dell’incarnazione del Signore 984»[492].

§ 3.

Benedetto VII, papa nel 974. — Promuove la riforma di Cluny. — Restaura chiese e conventi. — Monastero dei santi Bonifacio e Alessio sull’Aventino. — Leggenda di sant’Alessio. — Spedizione di Ottone II in Italia. — Viene a Roma nella Pasqua dell’anno 981. — Sua sfortunata impresa nelle Calabrie. — Giovanni XIV è fatto papa. — Ottone II muore in Roma ai 7 Dicembre 983. — Sepolcro di lui in san Pietro.

Dopo la fuga di Bonifacio, la elezione pontificia diventò difficile; un sant’uomo, Majolo di Cluny, cui Ottone II offerse la tiara, la rifiutò; finalmente, Benedetto VII, fin a quell’ora vescovo di Sutri, fu fatto papa nell’Ottobre dell’anno 974. Vien detto, ma non se ne può dar prova, che egli fosse nipote e discendente di Alberico[493]. Il novello Pontefice condannava in un Concilio il reo Bonifacio, e dava per tal guisa incominciamento ad un governo di valente energia. Nove anni si mantenne in quello, quantunque Ottone ne restasse più di cinque lontano d’Italia; laonde convien dire che il partito avverso fosse tenuto sotto il morso della fazione tedesca; ad ogni modo, oscurità ci nasconde in che condizioni fossero allora le cose[494].

Silenzio ricopre anche i fatti di Benedetto VII; sappiamo soltanto che egli favorì zelantemente la riforma di Cluny, e diede opera alla restaurazione di chiese e di conventi. Nel chiostro dell’abazia di santa Scolastica a Subiaco una pietra, segnata con rilievo di rozzi caratteri, serba tuttavia un’iscrizione, la quale dice che questo Papa, ai 4 Dicembre del 981, consecrò la nuova chiesa del convento[495]. Rinnovava egli eziandio il monastero dei santi Bonifacio ed Alessio sul monte Aventino, che in quell’età diventò il più illustre di Roma. Sebbene da secoli la Città fosse zeppa di conventi, questi non avevano raggiunto la importanza ottenuta dalle Abazie d’Italia, di Germania e di Francia. In antico il monastero fondato da Gregorio I sul Celio era stato insigne quale seminario dei missionarî di Inghilterra; e quella veneranda Abazia dei santi Andrea e Gregorio durava tuttavia in vita, mentre altre molte erano perite: rilevammo già le cure che Alberico aveva rivolto alla loro restaurazione. Adesso, alla fine del secolo decimo, principiava a fiorire il convento di san Bonifacio sull’Aventino, e tosto diventava istituto delle missioni per i paesi Slavi.

Antica era la chiesa di quel Santo, avvegnachè narri la tradizione che Eufemiano, a’ tempi di Onorio imperatore, cedesse per la sua edificazione i palazzi che in quel luogo possedeva. Figlio di quel Senatore, era stato Alessio eroe di una fra le più belle leggende che mettano in pregio l’abnegazione cristiana. Il giovinetto illustre disertava le sale splendenti di luce dei doppieri e affollate di ospiti convitati alle sue nozze: invece di stringere fra le braccia la sposa, le rivolgeva un umile predicozzo, in cui dimostrava la vanità di tutte le umane cose; indi, coperto di un manto modesto, pellegrinava ai più remoti deserti della terra. Dopo molti anni tornava, pari ad Ulisse, accattando; senza esser conosciuto per chi era si accovacciava sotto la scala delle sue case paterne, dalla quale saliva e scendeva la caterva dei famigli beffeggiatori. Ivi accovacciato viveva sedici anni, trattato e cibato come un cane, e alla fine vi moriva sempre tacendo, da vero eroe; ma una scrittura, in cui narrava i casi della sua vita, e che teneva serrata nella mano irrigidita dalla morte, svelava chi fosse, e un coro di voci angeliche facevano manifesta la grandezza sua e la sua origine. Il morto figliuolo del Senatore fu tratto fuori dal suo coviglio di sotto alla scala, e coll’accorrenza di tutta Roma fu sepolto splendidamente in san Pietro per opera del Papa e dell’Imperatore[496]. Più tardi lo si associò, come santo, a Bonifacio; ma soltanto dopo la fine del secolo decimo i due nomi andarono uniti, avvegnaddio, in epitaffî del tempo di Benedetto VII, non si trovi che il solo titolo di Bonifacio. Probabile è che un convento già esistesse presso alla chiesa antica (era una diaconia); ambidue però decaddero, finchè quel Papa, nell’anno 977, ne li cedette a Sergio metropolita greco. Fuggente dagli Arabi, questi era venuto dal suo vescovato di Damasco a Roma; fondava adesso il convento di san Bonifacio e ne diventava primo abate. Quantunque il monastero serbasse la regola di Benedetto, tuttavia vivevano in esso anche dei frati basiliani in unione ai latini; e può darsi che Sergio preferisse questa chiesa ad ogni altra, poichè era stata fondazione greca: infatti quel luogo appellavasi _Blachernae_; oltracciò san Bonifacio stesso aveva trovato morte in Tarso e, come dicono i loro nomi, greci erano stati Eufemiano e la moglie sua Aglae e il figliuol loro Alessio. Qui visse dunque Sergio di Damasco fino all’anno 981; indi, abate del convento diventò Leone, e tosto il nuovo chiostro fu ricetto di alcuni illustri uomini, dei quali avremo ancora opportunità di discorrere[497].

Tuttavolta, Benedetto VII non potè sempre in buona pace attendere a cure di chiostri e ad ornamento di chiese. Se possedessimo notizie chiare di quel tempo, lo vedremmo cimentarsi a lotta contro il partito ostile, e forse lo vedremmo costretto a fuggire. Ai motivi che obligavano Ottone II a muovere con una spedizione su Roma ben si associavano anche querimonie ferventi del Papa, che lo pregava di liberarlo dalla mano dei suoi oppressori[498]. Ottone veniva in Italia per mandare a compimento i disegni del suo gran padre; caduto Berengario, caduti i figli di lui, distribuiti i maggiori Vescovati e le maggiori Contee dell’Italia superiore fra gli aderenti della casa di Sassonia, la sola Italia meridionale offeriva un campo d’imprese al genio che ne accoglieva l’animo giovanile dell’Imperatore. Infatti, Roma e Italia tremavano pur sempre di paura dei Saraceni; quantunque Guglielmo di Provenza avesse distrutto, nell’anno 972, il covo di quei ladroni a Frassineto, tuttavolta i loro correligionarî continuavano le loro scorrerie brigantesche venendo di Sicilia, e disertavano le Calabrie, dandovi il sacco. Oltracciò, trattavasi di combattere i Greci che aspiravano a restituire sotto il proprio dominio Capua e Benevento perdute; volevansi ridurre le Puglie e le Calabrie sotto allo scettro tedesco; volevasi finalmente conquistare la Sicilia. Agitato dal fervido desiderio di condurre a compimento tai degni propositi Ottone II scendeva nell’autunno dell’anno 980; celebrava le feste natalizie a Ravenna, dove forse s’incontrava col Papa; e, non prima della Pasqua del 981, giungeva a Roma. Con lui erano Adelaide sua madre, la sua sposa Teofania, Matilde abbadessa di Quedlinburg sorella sua, Ugo Capeto duca di Francia, re Corrado di Borgogna, e molti altri Principi e signori[499].

Nessun Cronista contemporaneo narra che Ottone punisse i ribelli dell’anno 974; soltanto in alcune notizie di tempi posteriori si favoleggia che, a modo di un Caracalla, traditorescamente raccogliesse a convito i Romani sulla scalea del san Pietro, e facesse, duranti le mense, mozzar la testa ad alcuni, ordinando agli altri che continuassero a banchettare: è una leggenda che, oggidì ancora, trova luogo qua e colà presso alcuni Storiografi italiani, i quali, secondo a quella, tessono il loro racconto[500]. Il giovine Imperatore, alla cui collera, giusto allora, Crescenzio scampava nascondendosi sotto il saio monastico, lasciava Roma, nel mese di Giugno o in quello di Luglio, per volgere i suoi passi all’Italia meridionale: ivi i Greci (Basilio II e Costantino IX, fratelli di Teofania, dominavano allora sopra Bisanzio) andavano apprestandosi in arme per respingerlo, e così parimenti facevano i Saraceni governati da Abul-Kasem di Palermo. Infausto esito ebbero le battaglie combattute da Ottone in quelle province, nelle quali l’Impero orientale, quello occidentale e l’Islamismo, già da tempo sì lungo, andavano fra loro pugnando. Guadagnata e riperduta, addì 13 del Luglio 982, la giornata di Stilo, in cui il fiore della nobiltà di Germania e d’Italia cadde mietuto sotto la scimitarra dei Saraceni, salvatosi dalla nave greca, che fuggitivo lo aveva portato a Rossano, Ottone se ne tornò a Capua[501]. I suoi disegni si sciolsero in fumo, Bisanzio trionfò; e, se avessero saputo far loro vantaggio della grande vittoria riportata dall’Islamismo, fors’è che i Greci avrebbero potuto restaurare i loro Esarchi a Ravenna e riporre i loro Papi a Roma. I maggiorenti dell’Impero, con grande mestizia, attorniarono Ottone, nel Giugno dell’anno 983, a Verona, dove s’era bandita una adunanza universale. Colà il fanciulletto Ottone (III) fu eletto re di Alemagna e d’Italia; indi l’Imperatore mosse nuovamente in gran fretta verso l’Italia meridionale, per provvedere a una nuova campagna; e venne a Roma, dove la morte di Benedetto VII (che trapassato era nel Settembre o nell’Ottobre del 983) reclamava la sua presenza[502].

A succeditore del Pontefice Ottone elevò Pietro di Pavia, cancelliere dell’Impero, che prese nome di Giovanni XIV; ma l’aveva fatto appena, che egli stesso infermò e venne in fin di vita. Le angustie degli ultimi tempi avevano roso il suo animo; la sua fibra non era costruita di saldo acciaio come quella del padre suo; la sua anima giovanile s’alzava a volo sull’ale della fantasia, non su quelle della volontà robusta e calma. Ottone II parve e sparì, rapidamente come una meteora; e la breve esistenza di lui e del figliuol suo forma un contrasto strano nel fondo del quadro in cui si disegna la vita lunga e gagliarda di Ottone I, che sorpassa quei due giovani di tutta la sua maschia statura di eroe. Il giovane Imperatore raccolse in Roma, attorno al suo letto di morte, gli amici e i compagni; dispensò i suoi tesori alle chiese, ai poveri, a sua madre, a Matilde sua unica sorella, e ai suoi guerrieri, che per amore di lui avevano abbandonato le terre natìe; in presenza dei Vescovi e dei Cardinali si confessò al Papa addolorato, ricevette l’assoluzione delle sue peccata, e morì nel palazzo imperiale presso al san Pietro, addì 7 di Dicembre del 983, nell’anno vigesimo ottavo di sua età[503].

Solo Imperatore di stirpe germanica che morisse in Roma e che vi fosse tumulato, ebbe sepoltura dal lato orientale del «paradiso» del san Pietro, a sinistra di chi v’entra: il suo cadavere fu chiuso in un sarcofago antico, adorno di figure che rappresentavano un console e la sua donna. Similmente alle belle colonne dei templi anche le vecchie urne dei Romani avevano la sorte di andar per Roma peregrinando; e, parimenti come esso, imperatore di nazione germanica, s’era ornato in vita dei titoli e delle forme dell’antichità, così entro al sarcofago dell’antichità nascondeva sè stesso in morte. Infisso nella parete, fu collocato sopra la tomba di Ottone un musaico; raffigurava il Redentore in atto di benedire, nel mezzo di san Pietro e di san Paolo. Questo quadro mirabile, che oggidì vedesi nelle grotte del Vaticano, fitto nel muro, è monumento dell’arte di allora; la sua fattura, quantunque cattiva, è tuttavia migliore di quella del tempo di Giovanni VII; l’espressione della testa del Cristo, adorna di capelli lunghi e neri, è piena di dignità; difettosi sono il disegno e i lumeggiamenti, massime nei due Apostoli, uno dei quali, Pietro, reca in mano un gruppo di tre chiavi. Fu senza dubbio Teofania che fece comporre il musaico, e allogarlo sopra l’arca pagana che chiudeva la salma dello sposo suo. Per un periodo di sette secoli i pellegrini alemanni poterono sostare, commossi a pietà, innanzi a quel sepolcro imperiale, monumento della grandiosa storia della nazione tedesca; ma, finalmente, la nuova edificazione della basilica, avvenuta a’ tempi di Paolo V, distrusse la tomba veneranda. Si estrasse il cadavere dell’Imperatore, presente un notaio, il quale coi suoi proprî occhi riscontrò esser provato che corrispondeva alla corporatura minuta di Ottone II. A lui non fu pur concesso il sarcofago antico, chè questo, con turpe profanazione, fu abbandonato ai cuochi del Quirinale perchè lo adoperassero a funzioni vili di serbatoio d’acqua; e le ceneri dell’Imperatore si deposero in un’altra arca di marmo, che bruttamente si coprì di stucco. In questo stato, il suo sepolcro mirasi ancora oggidì nelle grotte del Vaticano, dove Ottone II dorme il sonno della morte in vicinanza di Gregorio V congiunto suo, nella tragica assemblea di Papi riposanti, simili a mummie, nei loro avelli; colà ei dorme in mezzo all’ombra fantastica e oscura di quella catacomba massima del mondo, cui l’uomo di cuore non traversa senza sentirsi alitare in fronte il fiato della storia[504].

§ 4.

Ferruccio torna a Roma. — Fine orribile di Giovanni XIV. — Bonifacio VII regge col terrore. — Caduta di lui. — Giovanni XV, papa nell’anno 985. — Crescenzio s’impadronisce della podestà di patrizio. — Teofania viene a Roma come reggente dell’Impero. — Suo atteggiamento imperatorio. — Rimette la Città a quiete. — Santo Adalberto in Roma.

Accosto alla tomba di Ottone Giovanni XIV poteva trarre il pronostico della prossima fine anche di sè. Infatti, i Romani si sentivano adesso liberi del freno di un Imperatore temuto; erede di questo era un coronato bambino di tre anni, sotto la tutela di una femmina, ed esposto al pericolo delle armi di un ambizioso parente, che in Germania si prendeva titolo di re; perciò anzi Teofania aveva lasciato in gran fretta Roma. Si faceva allora sentir viva la richiesta di avere a papa un uomo romano; e il pretendente del papato (viveva egli tuttavia) capitava a Roma in tempo massimamente propizio.

Da più che nove anni il figlio di Ferruccio era vissuto nel suo esilio di Bisanzio, e sempre, come Sergio III in antico, aveva inteso i suoi cupidi sguardi al trono di san Pietro. Aveva contribuito la sua parte a far conchiudere la lega fra’ Greci e Saraceni, aveva udito con compiacimento la disfatta dell’Imperatore, ne aveva sentito con gioia la morte. Ora veniva egli a Roma; trovava bensì la cattedra di Pietro occupata dal Vescovo di Pavia, ma i suoi aderenti gli si schieravano tutti all’intorno; e i suoi tesori, ossia l’oro bizantino, gli procacciavano amici nuovi. Bonifacio, nella sua partenza di Bisanzio, ne era stato accompagnato coi migliori desiderî; Greci gli avevano fatto corteo, e può supporsi che un patto si fosse conchiuso fra lui e la corte di Bisanzio: soltanto, che la mancanza dei documenti ci lascia anche qui all’oscuro, e la storia di Roma ci compare più confusa che mai.

Presta e orribile fu la fine di Giovanni XIV. Caduto in potere di Ferruccio, lottò quattro mesi colla fame nelle segrete del castel Sant’Angelo, finchè morì di quella tortura, oppure di veleno[505]. La rivoluzione dev’essere accaduta intorno alla Pasqua dell’anno 984; per conseguenza, la morte di Giovanni avveniva nell’estate di quello stesso anno. Bonifacio, il quale certo lo aveva fatto deporre per opera di un Sinodo, non aveva mai cessato di tenere sè in conto di pontefice legittimo; ed invero, dopo il suo ritorno, egli contò la sua êra sempre dall’anno 974[506]. Per un periodo di undici mesi dev’egli aver seduto sulla sedia di san Pietro, ma di quel tempo nulla ci è noto. La narrazione, per cui di passaggio vien detto, che egli aveva fatto svellere gli occhi a Giovanni cardinale, ci dà a sospettare che altri eccessi ancora di crudeltà commettesse la sua ira, coltivata con sì lunghi anni di esilio. Però, anch’egli era diventato uomo straniero fra i Romani, e la sua presta caduta ci ammaestra che s’era fatto molesto eziandio al suo partito. Questa fazione non s’inspirava così tanto a devozione bizantina, quanto a sensi di nazione romana; era quella che in addietro aveva obbedito a Crescenzio, e adesso era capitaneggiata dal figliuolo di lui: laonde sbalzò del trono il tiranno Pontefice, poichè voleva essa, a tutto profitto di sè, impadronirsi del reggimento cittadino, or che ne le si offrivano circostanze tanto fauste di cose. Bonifacio VII morì, non v’ha dubbio, di violenta morte. Il suo cadavere fu dato in balìa alle più feroci turpezze, fu trascinato per le vie, e finalmente gettato innanzi alla statua equestre di Marco Aurelio: così il monumento di uno fra i più generosi Imperatori di Roma, servì ripetute volte da patibolo in tempi di rivolta. Sul mattino successivo alcuni preti o famigliari del Papa ne raccolsero il corpo, e gli diedero sepoltura cristiana. Questa fine sortì, nell’estate dell’anno 985, l’ambizione di Bonifacio VII, dopochè egli in undici anni di tempo aveva sbalzato di seggio due Papi e fattili morire nel castello di Sant’Angelo[507].

In mezzo a condizioni di cose che ci sono ignote saliva adesso alla cattedra pontificia Giovanni XV, abitatore del quartiere detto _Gallina Alba_, che la _Notitia_ osserva, essere stato situato nella sesta Regione, _Alta Semita_[508]. Suo padre era Leone prete; la famiglia ci è sconosciuta, ma dev’essere stata avversa alla casa dei Crescenzî, e aderente di Germania ossia dell’Impero: infatti, l’esaltazione di Giovanni XV non potè avvenire che in onta alla parte nazionale, e quindi per opera della fazione tedesca. Aveva fama di uomo erudito, e si dice anche aver compilato dei libri: tanto più fortemente doveva essergli ostile la zotichezza del clero romano, che egli disprezzava e da cui era odiato; ed invero Giovanni cercò di dare le cariche più importanti a’ suoi aderenti ed a’ suoi congiunti, affine di reprimere la potenza della nobiltà romana, al cui gremio appartenevano i Cardinali ed i Giudici della Città[509]. Però, dopo il ritorno o dopo la morte di Bonifacio, Giovanni Crescenzio (che bene era figliuolo di quel Crescenzio primo onde dicemmo) aveva tratto a sè il reggimento temporale. Il celebre uomo romano, che Cronisti di tempi posteriori appellano col nome di _Numentanus_ (perocchè a lui debba avere appartenuto il sabinate _Numentum_, odierna Mentana) intendeva a rinnovare la potenza di Alberico, e per alcuni anni gli arrise la sorte di essere signore di Roma. D’allora in poi lo troviamo a capo della parte nazionale, ma non, come fu Alberico, rivestito del titolo di «Principe e Senatore di tutti i Romani.» Non v’è documento alcuno che lo denoti per tale; soltanto che, nell’anno 985 dopo la morte di Bonifacio, aveva assunto titolo di _Patricius_[510]. Tanto poteva osare egli di fare, perciocchè allora non vi fosse imperatore alcuno; di quella maniera esprimeva bensì di possedere la podestà temporale in Roma, ma dimostrava di non tenere sè stesso in conto di principe independente. Italia non moveva più sforzo alcuno per far conquista della sua autonomia; nessun Re indigeno era eletto, nessuno di straniero si invocava. I Vescovati, divenuti potenti dopo di Guido e di Lamberto, più potenti ancora per privilegî dei due Ottoni, parevano quasi altrettanti Stati nello Stato; reggevano l’equilibrio di contro ai Conti, e nutrivano sentimenti favorevoli all’Impero, in quello stesso tempo che nessun animo gagliardo si trovava nemmeno fra i maggiorenti. Così, morto Ottone II, il paese italico, privo di qualsiasi forza, si condannava di nuovo al giogo straniero, poichè tranquillamente continuava a riverire i diritti di un fanciullo sassone, e a rivolgere i suoi sguardi alla nazione tedesca, che, per ragione di sua potenza politica, doveva necessariamente imperare sopra di questa contrada.

Soltanto l’atteggiamento dei Romani faceva impensierire la reggente Teofania, e perciò affrettava ella di muovere a Roma, dove la chiamava il Papa premuto d’angustie. Venne nell’anno 989 in Italia, e questa terra, altre volte sì irrequieta, obbedì a lei, donna di Grecia, in quello stesso momento che l’Impero orientale (stranezza di caso) era governato dai fratelli suoi, i quali continuavano a pretendere ai loro diritti di legittimità sopra Roma e su Italia. Il Patrizio non le chiuse in faccia le porte di Roma; non si ode che le venisse opposta contrarietà alcuna; si parla invece solamente dell’obbedienza che i Romani professavano alla donna, vedova dell’imperatore e madre del bambino che era destinato alla corona imperiale. Sennonchè, siffatta soggezione non si spiega a sufficienza, nemmanco se si accolga per vero che la parte tedesca fosse in Roma assai forte: si può chiarire soltanto per ragione di un patto che Teofania, ancor prima, dovesse aver conchiuso coi Romani e con Crescenzio, ed in cui avesse investito quest’ultimo della luogotenenza, con qualità di Patrizio. Ella reputava che l’_Imperium_ non s’era estinto colla morte del suo sposo, e teneva per fermo che il dominio su Roma era retaggio del figliuol suo: donna di elevato intelletto, dietro cui pareva che s’alzasse, sorreggendola, l’ombra del grande Ottone, dominava da imperatrice; nè Roma ardiva più di ricordare quei tempi nei quali i Papi avevano protestato, sè essere quelli che concedevano l’_Imperium_. Il reggimento imperiale di una femmina non aveva nell’Occidente riscontro di esempî, ma Teofania, da vera bizantina, si ricordò dei casi di Irene e di Teodora, e pertanto non volle essere stata in addietro coronata per mera apparenza. Arditamente si comportò da _Imperatrix_, anzi da _Imperator_; esercitò pienamente la podestà imperiale così a Ravenna che a Roma; tenne personalmente dei Placiti, e in suo proprio nome fece eseguire sentenze giudiziarie[511]. Ci è lecito tenere per fermo che ella facesse giurare i Romani di riverire la podestà del figliuol suo, e di rispettare tutti i diritti imperiali a lui riserbati, che ella in suo nome esercitava; e sotto queste condizioni crediamo che ella confermasse Crescenzio nel patriziato in qualità di luogotenente.

Celebrò ella le feste di Natale in Roma, ancor prima di lasciar la Città, nella primavera dell’anno 990. Onorò la memoria dello sposo suo con elemosine e con messe mortuarie; e i conforti che un Santo le dava fecero scorrere con più calma dolcezza le lacrime di lei[512]. In quel tempo infatti trovavasi in Roma Adalberto, vescovo di Praga, l’uomo che dappoi esercitò influenza grandissima sul figlio di Teofania. In Adalberto, che più tardi diventò martire celebre, l’indole vagabonda dell’uomo slavo si associava al fervore dei Santi romani de’ tempi passati. Il Cristianesimo, giusto allora, s’era insinuato fra gli Slavi, e Adalberto fu secondo vescovo di Praga: costretto a vivere fra i Boemi, sentiva repugnanza della loro rozzezza di costume, e, invece di dar opera a diffondere fra loro la civiltà, si struggeva del desiderio delle terre del mezzogiorno e del sole che le scalda. Contravveniva alla legge, abbandonando il suo Vescovato che gli riusciva di peso molesto, e volle peregrinare a Roma, risoluto di muovere indi anche a Gerusalemme. Venuto a Roma, Teofania lo regalava di una moneta perchè gli servisse di viatico; egli la prendeva, la dispensava fra i poverelli, e moveva a monte Cassino: un’interna irrequietezza dell’animo e una vocazione che gli parlava al cuore con molteplici impulsi lo spingevano ad andare presso il Santo greco, che era allora il più insigne delle Calabrie. Questo meraviglioso eremita era appellato con nome Nilo, il più acconcio che potesse portare un uomo dedito al misticismo; patriarca delle solitudini selvagge, ei viveva coi suoi pii discepoli nell’Italia meridionale, le cui province andava percorrendo da apostolo. È soltanto a stento, che gli uomini dei dì nostri giungono a comprendere la tempra di nature pari a quella di santo Nilo, e l’ordine del mondo che li circonda, li trae facilmente a porle in derisione come altrettante sconciature: solamente chi studia con calma riflessione l’indole dei tempi e i varî bisogni di loro riverisce in quei monaci e in que’ Santi singolari i veri ed efficaci benefattori di una stirpe barbarica. Nilo andava coperto di una nera pelle di capra, ispida la barba, a piè e a capo ignudi, e si nutriva ad ogni due o tre giorni di un tozzo di pane: da quest’uomo il fuggente Slavo fu accolto con gioia ed ospitato. Nilo però lo sconsigliava dall’idea di peregrinare a Gerusalemme, e lo rimandava a Roma presso a Leone abate di san Bonifacio. In questo convento Adalberto vestì l’abito monastico intorno alla Pasqua dell’anno 990, e visse alcuni anni. Erane abate Leone il Semplice, e accanto a lui splendevano per virtù di eloquenza o di silenzio Giovanni il Savio, Teodosio il Tacito, Giovanni l’Innocente. Chi intendeva di greco vi trovava consorzio anche di frati basiliani, Gregorio abate, Giovanni il Buono, Strato il Semplice. Nel tempo stesso dunque che Roma risonava dello strepito delle fazioni quei santi uomini sedevano sui ruderi dell’Aventino, in vista della piramide di Cestio e di monte Testaccio, e coltivavano disegni entusiasti di andare a convertire remoti paesi pagani, o di spargere il loro sangue in servigio di Cristo. L’ambizione di Crescenzio mirava forse a eguagliare la gloria degli antichi eroi romani; l’ambizione di Adalberto si accontentava di raggiungere l’esemplare degli antichi Martiri romani. Però egli era costretto di abbandonare i silenzî del chiostro. L’Arcivescovo di Magonza reclamava ch’ei tornasse, e un Sinodo romano gli comandava di partire per Praga. Adalberto lasciò Roma, soffocando i sospiri; tuttavia, appena s’era egli restituito alla sua selvaggia terra natia, che non vi potè far nulla; per la seconda volta fuggì di Praga, e nell’anno 995 ricomparve nel convento di san Bonifacio.

CAPITOLO QUINTO.

§ 1.

Decadimento massimo del Papato. — Invettiva dei Vescovi di Gallia contro a Roma. — Atteggiamento ostile dei Sinodi provinciali. — Oscurità delle condizioni di Roma. — Crescenzio si prende la podestà temporale. — Giovanni XV fugge. — I Romani lo accolgono nuovamente. — Muore nell’anno 996. — Ottone III eleva Gregorio V al pontificato. — Il primo Pontefice tedesco. — Il Papato è soggetto all’Impero germanico. — Ottone III è coronato imperatore addì 21 di Maggio del 996.

Il Papato mostravasi in quel tempo disceso all’avvilimento estremo; non soltanto in Roma, ma anche di fuori, la venerazione alla cattedra di Pietro s’era soffocata sotto a’ pontificati di uomini carichi di reità. Dimostrazione notevole ne dà il celebre Sinodo che tenevasi a Reims nell’anno 991. Arnolfo, arcivescovo di questa prima metropoli di Francia, l’aveva data traditorescamente in mano di Carlo duca di Lorena suo zio, laonde per comandamento di Ugo Capeto, usurpatore del trono dei Carolingi in Francia, era tratto davanti al giudizio di Vescovi congregati insieme. Un prete si faceva a chiedere che la causa fosse sottoposta al giudizio supremo ecclesiastico, al Papa; ma, a quella proposta, Arnolfo vescovo di Orleans si levava tutto acceso di sprezzo, e dava questa descrizione del Papato di Roma: «O Roma degna di miserazione,» diceva l’oratore, «tu nel silenzio del passato diffondesti fra i nostri avi il lume dei Padri ecclesiastici, ma la nostra età presente oscurasti con sì orrida tenebra, che di essa avranno sentore anche i tempi futuri. Altra volta di là vennero a noi i Leoni magnifici, i grandi Gregorî: che dovrò dire di Gelasio e di Innocenzo, i quali per sapienza ed eloquio superarono i filosofi tutti del mondo? Ma che cosa a questi tempi non vedemmo mai? Vedemmo Giovanni, soprannominato Ottaviano, avvoltolarsi nel lezzo delle passioni, e congiurare financo contro ad Ottone, che coronato aveva. Ei fu cacciato, e Leone, un neofito, fu fatto papa. Ottone imperatore partì di Roma; vi tornò Ottaviano, ne gettò fuori Leone, mozzò il naso, le dita della destra e la lingua a Giovanni diacono; con libidine di sangue trucidò molti ottimati di Roma, e indi a poco morì. In vece di lui i Romani posero Benedetto grammatico; non molto andò peraltro, che Leone il neofito, coll’Imperatore suo, gli mosse contro, lo assediò, lo prese, lo depose e lo mandò ad Alemagna in eterno esilio. A Ottone imperatore succedette Ottone pure imperatore, il quale al nostro tempo eccelse su tutti i Principi per virtù di arme, di consiglio e di scienza. Ma in Roma, alla cattedra di Pietro salì un mostro abbominevole, ancor sozzo del sangue dell’antecessor suo, Bonifacio, dico, che superò i delitti di tutti i mortali. Discacciato e condannato da un grande Sinodo, tornò, Ottone morto, a Roma; precipitò dal culmine massimo della Città un uomo illustre, Pietro papa, dapprima vescovo di Pavia; fecelo ad onta di promessi giuramenti, lo depose e lo assassinò, dopo tormento spaventevole di prigionia. Dove sta scritto mai che la moltitudine innumerevole dei preti di Dio, sparsi sull’orbe terrestre, ornati di sapienza e di meriti, debba essere soggetta a mostri cosiffatti, vitupero del mondo, privi di qualsiasi scienza divina ed umana?» E l’animoso oratore chiedeva indi ai Vescovi raccolti (che ascoltavano, alcuni atterriti, altri contenti, un discorso tanto insolito a udirsi), chiedeva che nome dovesse darsi al Papa, il quale in manto di porpora e d’oro sedeva sulla cattedra di san Pietro. «Se carità», diceva, «non nutre in cuore, ed è gonfio soltanto di scienza ampollosa, desso è l’Anticristo che siede in trono, nel tempio di Dio, e come un dio si pompeggia agli sguardi della moltitudine. Ma se gli mancano amore cristiano e scienza nel tempio di Dio non è che un idolo, da cui veramente debbonsi aspettare responsi, quali potrebbe pronunciare una muta pietra.» Ed accertava che in Belgio e in Alemagna buona copia v’era di Vescovi insigni, al cui giudizio avrebbesi potuto sottoporre l’affare di Reims, piuttosto che appellarne al foro spirituale di quella Città, in cui adesso ogni cosa era venale a chi sapeva comprarla, dove le sentenze erano misurate a peso d’oro[513].

Questa era la orazione catilinaria scagliata contro al Papato del secolo decimo. I popoli l’ascoltarono e tacquero. Roma udilla e non ne tremò, avvegnaddio questo grande istituto avesse piantato radice così salda nelle necessità degli uomini, che non lo scotevano quelle condizioni di dissoluzione, le quali avrebbero mandato a rotoli financo dei reami. Agli inimici interiori, alla corruttela ecclesiastica che non sapeva più di modestia, alla nobiltà riottosa della Città, all’Impero, s’erano consociati anche i Sinodi provinciali. Da dopo dei Carolingi i Vescovi erano diventati quasi principi independenti nei loro territorî forniti d’immunità; lo Stato era riposto in mano di loro, perocchè, come maggiorenti primi dell’Impero, fossero essi i guidatori dei negozî politici, e per cultura e per accortezza diplomatica superassero tutti i baroni temporali. In quell’età pertanto l’Episcopato combatteva il Papato con armi formidabili, laonde s’era resa possibile la vittoria dei Sinodi, anzi la separazione della Chiesa gallica. Presto però udremo in qual maniera Roma rispondesse alle accuse di Reims; dipoi, quel Papato che s’era coperto di tanta onta troveremo novellamente con Vescovi, con Principi e con Re genuflessi a’ suoi piedi.

La Storia ecclesiastica, allorchè scrive del pontificato di Giovanni XV, ha bell’agio d’introdurvi la narrazione di molte cose degne di nota, come, ad esempio, della controversia avvenuta per ragione della cattedra di Reims; ma lo Storico della città di Roma, condannato, contro voglia, a tacere delle condizioni delle sue cose interiori, saluta la prossima fine del secolo decimo, similmente ad un viandante che sta per uscire di un orrido deserto: e questo tocca quasi la fine colla vita di quel Papa. Scrittori venuti in tempi più tardi registrano, all’anno 993, un grande incendio della Città; tuttavia noi non sappiamo nemmanco se siffatta tradizione si sorregga a fondamento storico[514].

Procelloso fu l’ultimo tempo di Giovanni XV; questo Papa tornò odiato ai Romani per cagione del suo nepotismo e della sua avarizia; laonde puossi credere che, partita Teofania, e finalmente lei morta addì 15 di Giugno dell’anno 991, Crescenzio raccogliesse del tutto in mano sua le briglie del reggimento cittadino. Nel secondo Sinodo di Reims, avvenuto nel 995, i Vescovi francesi si lagnavano, che gli ambasciatori di loro e di re Ugo fossero stati accolti in modo non degno da Giovanni XV, a cagione, credevasi, che non avevano recato donativi a Crescenzio: perciò i legati sarebbero tornati indietro senza averne avuto risposta, e i Vescovi con grande stizza dicevano, che in Roma nessuna persona più otteneva ascolto, se Crescenzio «tiranno» non accondiscendeva, per mercede d’oro, ad assolvere od a condannare[515]. Giovanni era benanco costretto, nell’anno 995, a ricoverarsi in Tuscia presso ad Ugo margravio, e di lì moveva instanza al giovane Ottone affinchè movesse con un’impresa su Roma. La novella ch’ei marciava contro ad essi indusse i Romani a richiamare il Papa nuovamente nella Città; gli fecero accoglienze onorevoli e con lui si rappattumarono[516]. Ma egli non visse tanto da veder venire il liberatore suo, poichè moriva nel Marzo o nell’Aprile dell’anno 996[517].

Con grande apparato di soldatesche e con accompagnatura di Vescovi e Signori molti il giovine Ottone III scendeva dalle Alpi nella primavera del 996, e celebrava le feste di Pasqua a Pavia; colà soltanto udiva della morte di Giovanni. A Ravenna incontrava alcuni legati romani recantigli lettere della nobiltà, in cui lo si accertava che i Romani avevano desiderio della sua venuta; dicevano porli in imbarazzo la morte del Papa, bramare di udire quale fosse il voler suo rispetto alla elezione del Pontefice[518]. La paura era operatrice di questa sommessione: lo stesso Crescenzio non aveva la potenza nè il genio di Alberico; nel breve tempo in cui, per vero dire in circostanze meno fauste, resse la patria sua, egli ha apparenza soltanto di capo di parte, non di principe; e, se ci fossero state conservate monete pontificie del suo tempo, fra quelle non ne troveremmo pur una che fosse fregiata del suo nome[519]. Il Patrizio era costretto a rispettare nel nipote di Ottone I i diritti di elezione pontificia che quest’ultimo si aveva usurpato; e quegli, che tuttavia era un ragazzo, disponeva adesso a capriccio suo della tiara, dappoichè l’avo di lui aveva ricevuto la corona imperiale dalle mani di un Papa, ragazzo anch’egli.

Ottone III decise, che il Pontificato sarebbe toccato a Bruno, cugino e cappellano suo: questo prete era figliuolo di Ottone, margravio di Verona, e, per via di Liutgarde sua ava, nipote di Ottone I: aveva dai ventitre ai ventiquattro anni, ed era fornito di buona cultura mondana; possedeva insigni doti di mente, animo severo e risoluto, ma indole focosa, come alla giovinezza sua si conveniva[520]. Concordi gli ottimati tedeschi e italiani che stavano attorno a lui a Ravenna, Ottone fece che Villigi di Magonza e Ildebaldo di Worms accompagnassero il Papa designato a Roma, dove gli fu fatto orrevole ricevimento. Le apparenze furono salve per via di una cosiddetta elezione, e, nel dì 3 di Maggio 996, salì alla cattedra di Pietro il primo Pontefice che scendesse di una pura famiglia tedesca: ebbe nome di Gregorio V[521]. Tale fu dunque la conseguenza del decadimento profondo del Papato, che un prete tedesco, per volontà di un tedesco Imperatore, ricevette la corona pontificia. Causa le più spaventevoli condizioni delle cose sue, Roma aveva dimostrato che nessun Papa poteva più esser trascelto degnamente del suo seno; coloro che nutrivano intendimento del bene, in Italia, in Francia e in Germania, inneggiarono pertanto alla esaltazione di Bruno, come ad arra di salute della Chiesa; l’ordine di Cluny plaudì con gioia all’amico suo; d’ogni parte sperossi che un Papa di sangue imperiale avrebbe recato salvamento alla Chiesa, e l’avrebbe strappata allo scisma ed al precipizio. Mormorarono soltanto i Romani; infatti anche la sedia apostolica cascava in mano della casa di Sassonia, e l’Impero tedesco conseguiva una vittoria che superava tutto ciò che financo Ottone il grande aveva conseguito; era un fatto di natura così inudita, che distruggeva ogni specie di tradizione. Il tedesco Bruno abrogava quella riprovevole consuetudine, tacitamente elevata a legge, per cui non altri che uomini romani erano saliti alla cattedra di Pietro. Ed invero, da dopo di Zaccaria uomo siro, in duecento cinquant’anni di tempo, due soli Papi, di quarantasette, non erano stati nativi di Roma o dello Stato ecclesiastico; di essi l’uno fu Bonifacio VI, di Tuscia, l’altro Giovanni XIV, pavese. Il sentimento nazionale dei Romani doveva pertanto risentire adesso un’offesa acerba; avrebbero eglino preferito di vedere sul trono pontificio un mostro, purchè soltanto fosse stato uomo romano, anzichè un santo che fosse stato sassone. Tuttavolta l’idea del Papato assunse, dopo di Gregorio V, dimensioni maggiori: si affrancò essa dalle barriere locali della Città e della sua aristocrazia, e strinse nuovamente rapporti universali col mondo. Il grande principio, giusta il quale non si badava a nazione cui il Papa appartenesse, sgorgava dallo spirito istesso del Cristianesimo, che allarga l’idea di nazione in quella di tutta la gente umana. Cotale principio si commisurava perfettamente al concetto di Capo della Chiesa universale; a quello il Papato andava debitore, in parte, del suo dominio mondiale; e quantunque, colla esaltazione di Bruno, o posteriormente a lui, non venisse mai eretto ad autorità di legge, pure, dopo qualche interruzione, si foggiò da sè medesimo per ragione di conseguenze, perocchè i grandi risultamenti delle cose del mondo fossero più potenti delle voci dei Romani, i quali incessantemente chiedevano un Papa di loro gente. Durante il medio evo, quanto fu lungo, alla cattedra apostolica salirono uomini romani, italiani, tedeschi, greci, francesi, inglesi, spagnuoli, fino a che, insieme col termine della signoria pontificia universale, quel principio si spense; e la consuetudine, di nuovo eretta tacitamente a legge, di non levare più alla sedia pontificia chi non fosse uomo italiano, dimostrò chiaramente che il Papato s’era rimpicciolito entro ad angusti confini[522].

Come il cugino suo fu posto sul trono di pontefice, Ottone III venne a Roma per prendersi la corona imperiale dalle mani di lui che aveva eletto a papa. Fu accolto con grandi solennità nella Città, e coronato in san Pietro addì 21 Maggio; con ciò ebbe fine la podestà patrizia di Crescenzio. Dopo tredici anni dacchè s’era spento il titolo d’imperatore Roma rivide entro le sue mura un novello Augusto, e, con lui, un Papa nuovo[523]. Quegli si struggeva del desiderio di rinnovare l’Impero di Carlo magno, se non pur quello di Trajano; questi, accanto a lui, vagheggiava di riformare, nuovo Gregorio magno, il Papato, e di elevarlo a potere universale; intendimenti che nell’intimo criterio si osteggiavano fra sè. Giovani entrambi, poichè l’uno aveva ventitre anni, l’altro quindici appena, congiunti di sangue, pieni d’ingegno e belli, quei due Tedeschi offrivano, dentro della vecchia Roma, uno spettacolo strano a chi ve li mirava seduti ai culmini sublimi del potere, cui uomo mortale potesse mai giungere. I Romani per fermo guardavano di mal occhio le teste bionde di quei giovanetti sassoni, che erano venuti a dominare la loro Città, e con essa tutta Cristianità; nè l’età acerba di quegli stranieri poteva, presso di loro, accaparrarsi reverenza. Allorchè eglino, Imperatore e Papa, in quegli splendidi giorni, si saranno trovati soli e senza alcun testimonio nelle stanze del Laterano, giovanilmente accesi d’entusiasmo, si saranno forse gettati l’uno nelle braccia dell’altro, e si avranno giurato amicizia eterna, e proposto disegni fanatici di dominare insieme sul mondo, o di portar la felicità in mezzo alla gente umana. Però il mondo è materia troppo difficile e poderosa perchè ragazzi di spiriti bollenti possano maneggiarla: quattro mesi appena durava il sogno di quegli entusiasmi romani; di lì a tre anni il Papa giovine e bello non viveva più; di lì a sei l’Imperatore giovine e bello non viveva più[524].

§ 2.

Condanna dei ribelli Romani. — Crescenzio riceve grazia. — Adalberto è costretto ad abbandonar Roma. — Incontra, volonteroso, morte di martire. — Ottone III parte di Roma. — Sollevazione dei Romani. — Mirabile lotta della Città contro al Papato e all’Impero. — Crescenzio discaccia Gregorio V. — È scomunicato. — Mutazione di cose in Roma. — Crescenzio innalza alla sedia pontificia Filagato con nome di Giovanni XVI.

Addì 25 di Maggio del 997 Ottone e Gregorio raccolsero in san Pietro un Sinodo delle due nazioni; anche questo, similmente ad altri Concilî avvenuti in tempi anteriori, ebbe veri caratteri di corte giudiziaria. Dopochè s’era fatto papa un uomo della stirpe imperiale tornava necessario che la Città, avvezza al tumulto, fosse incatenata dalle forze unite delle due podestà, affinchè non opponesse contrarietà ai disegni di restaurazione dell’Impero universale. I Romani ribellatisi, che avevano discacciato Giovanni XV, furono citati innanzi a quello; sennonchè la loro sottomissione a questo Papa, che eglino avevano riaccolto nella Città, e la loro soggezione ai voleri di Ottone, dalle cui mani ne avevano ricevuto il successore, resero mite il giudizio. La maestà del giovine idealista era inaccessibile alla temenza, e non discendeva ai partiti odiosi che questa consiglia. Neppure un Romano fu condannato a morte; soltanto alcuni caporioni del popolo, fra’ quali Crescenzio, furono puniti con perpetuo esilio. Però, l’animo generoso di Gregorio V, non assuefatto al regno, ebbe sgomento financo di questo castigo, e, affine di guadagnarsi Roma colla mitezza, ottenne dal giovane Imperatore, parimente inchinevole a perdonanza, che fosse pronunciata assoluzione completa. Crescenzio prestò giuramento di sudditanza, e rimase a Roma in qualità di uomo privato; tuttavolta, se quella trascuraggine, contraria alla ragione politica, fece onore al cuore di Gregorio e di Ottone, non ne fece altrettanto al loro intelletto, e abbastanza presto eglino ne pagarono la pena[525].

Un uomo ribelle sfuggì alla sorte di andare esule in mezzo ai Barbari, ciò che i Romani, ancor nel secolo decimo, reputavano punizione pari alla morte: quel temuto destino toccò invece ad un Santo. Adalberto, reclamato dal Duca di Boemia e dal Vescovo di Magonza, fu, ancora una volta, costretto di tornare al suo Vescovado; nè la venerazione fanatica che gli prestava il giovine Imperatore bastò a salvarlo da quella ordinanza crudele. Abbandonò egli Roma per sempre nell’estate dell’anno 996; accompagnato da Gaudenzio, fido fratello suo, e spargendo copiose lagrime, mosse nuovamente i passi al barbarico settentrione. Però la sua anima non trovava colà nido di patria, parimenti come nol trovava Ottone amico suo, di cui, sotto la tonaca monastica, egli ricopiava in sorprendente guisa l’indole poetica. Entrambi, il Sassone ed il Boemo, amarono Roma con ardore profondo e fatale, e tutti e due di quell’amore morirono. Adalberto odiava il suo Vescovato della barbarica Praga; e, dopo di aver soggiornato qualche tempo a Magonza, indi a Tours, venerato dai Principi come Santo, bramoso di morte si cacciò in mezzo ai Prussiani feroci; e il destino, che aveva invidiato al fervido sognatore la sua vita silenziosa sull’Aventino benedetto di sole, lo condannò a morire martire sulla costa di Bernstein, attristata di nebbie; ivi perì egli sotto i colpi di quei Prussiani, «cui è dio il ventre, compagna fino alla morte l’avarizia»[526]. Adalberto trovò la morte da lui anelata, addì 23 di Aprile del 997: Boleslao, duca di Polonia, riscattò il suo corpo con pari peso d’oro, e gli diede sepoltura nel duomo di Gnesen, dove «l’Apostolo dei Polacchi» ricevette suoi primi onori di culto; ed oggidì ancora lo si venera in Roma, non quale missionario dei Prussiani, diventati eretici, ma dei Polacchi cattolici, perocchè la sua festa si celebri ancora ad ogni anno nella chiesa di san Stanislao de’ Polacchi. Memoria di lui si serbò nel convento di san Bonifazio; il suo esempio accese la fantasia di quei monaci; e dall’Abazia di monte Aventino, fatta colonia di martiri, alcuni apostoli audaci si spinsero nelle terre selvagge degli Slavi. Fra essi splendettero: Gaudenzio, primo vescovo della chiesa di Gnesen consecrata al fratel suo; Anastasio, che con cinque altri frati seguì Adalberto in Boemia, diventò amico e consigliero di Stefano primo re degli Ungheri, e morì primo arcivescovo dei Magiari a Kolocza; finalmente Bonifacio, parente di Ottone III, che nell’anno 996 vestì cocolla in Roma, e dappoi andò predicando le dottrine del Vangelo in mezzo ai Prussiani ed ai Russi.

Frattanto, anche Ottone III partiva di Roma, sulla fine del Maggio. Dopo di avere ivi costituito il suo tribunale, e pacificato la Città concedendo amnistia, tornava egli a Germania. Nessuno Storico nota in qual modo egli tutelasse di contro ai Romani la sicurezza di Gregorio, che abbandonava a sè solo. A quell’età ignoto era, per buona ventura, il trovato di eserciti permanenti, coi quali i Re tenessero città e province avvinte ai loro ceppi; vi suppliva soltanto la fedeltà dei vassalli, alle cui mani erano, in pari tempo, affidati gli officî più cospicui, massime nelle cose di giustizia. Seppure, fin d’allora, Ottone creasse patrizio un uomo a lui devoto, un altro ne nominasse prefetto, e del novero di aderenti di dubbia fede eleggesse i giudici, siffatti provvedimenti ancor non bastavano. La sua lontananza dava ai Romani segno di sollevazione: la parte nazionale faceva un altro tentativo disperato di scuotere il giogo dei Tedeschi, e i suoi sforzi rivolti a spezzare quelle sbarre fatali, entro cui il principio del Papato e dell’Impero teneva serrata la Città, ben si meritano che ne consideriamo i fatti colla massima sollecitudine.

Dacchè è mondo la ragione individuale combatte contro il sistema, giacchè il diritto di quella (sebbene a valore storico sia meno ampio del diritto di questo) è però più primigenio. Nella vecchia Roma republicana le lunghe lotte dei plebei contro alla nobiltà mostrano uno spettacolo degno di ammirazione; furon quelle rivoluzioni sane e robuste del corpo politico, e da esse ebbe origine la grandezza di Roma, fino a che si giunse alla parificazione degli elementi contrarî, e la democrazia ebbe dato posto all’Impero. Sotto la dominazione dei Cesari Roma non lottò più, perocchè si fossero cancellati i contrapposti civici, e tutto si riducesse soltanto a rivolte di palazzo e di pretoriani. Dopo secoli lunghi troviamo adesso Roma papale e imperiale nuovamente agitata da fazioni combattentisi; aristocratici, cittadini, milizie pugnano continuamente contro Impero e Papato, e a loro soccorso evocano fuori dei sepolcri dell’antichità, omai diventati cosa di mito, le ombre di consoli, di tribuni e di senatori, che durante il medio evo, quanto è lungo, pajono vagolare per entro a Roma. L’Impero, cui tendono ad abbattere, non è già il formidabile despotismo dei Cesari antichi; è un sistema ideale, teocratico. La signoria territoriale del Papa, cui fanno guerra, parimenti come l’altro, è un reggimento assai differente da regno assoluto; è privo di potenza, di energia, di mezzi; tutta la sua fortezza è riposta in un principio morale che abbraccia il mondo quant’è vasto. Tuttavolta, gli è per principio siffatto che Roma videsi condannata eternamente a sagrificare le sue libertà cittadine e le glorie civili alla grandezza e all’independenza del suo sacerdote sommo. La natura che stimola l’uomo a sviluppare le sue forze entro allo Stato ed alla società; l’ambizione e il desiderio di gloria, speranze sempre dolci, se anche siano vane, delle anime energiche, che spronano l’uomo a conquistarsi luogo eminente, trovavano in Roma contrarietà acerba di fronte ad uno Stato in cui le forze terrene erano incatenate senza moto, e non v’avevano che preti, i quali ottenessero lustro. Per poco che gli ottimati romani guardassero allo splendore dei Conti o dei Principi delle altre città italiane, quali erano Venezia, Milano e Benevento, o per poco che, più tardi, i cittadini di Roma mirassero alla libertà e alla potenza della gente loro pari nelle democrazie del settentrione o del mezzodì, dovevano eglino ad ogni maniera alzar le pugna contro al cielo o contro al suo vicario, perocchè in Roma, città sacerdotale, fossero condannati ad eterna morte di cose politiche e civili: e tanto più acerbamente dovevano farlo, le quante volte ricordavano ciò che i loro grandi avi, i Romani antichi, erano stati. Poichè Roma, per un corso di secoli, ebbe tentato di sostenere il diritto della sua individualità contro ai grandi sistemi mondiali, ne ebbero origine i più sorprendenti contrapposti: gli Imperatori romani di nazione tedesca davano nome di loro vassalli a paesi ed a Re, ne pacificavano le controversie, ne ricevevano gli omaggi, disponevano dei loro diademi; eppure erano costretti di pugnare per le vie di Roma contro a quegli aristocratici, e, spesso, la plebe romana gli ebbe assaliti e scacciati con vitupero: i Papi dettavano leggi al mondo, e Re di terre remote tremavano ad una sola parola di loro; eppure i Romani innumerevoli volte li cacciarono fuori della Città, o schiamazzando li trascinarono prigionieri nelle loro torri. Sennonchè, in ultima fine, i Romani sventurati soccombettero sempre sotto alla forza del sistema; ed innanzi alla rilevanza che questo tiene nella storia del mondo le loro tragiche lotte e i loro conati assunsero, spesse volte, sembianza di sogni fantastici e di imprese avventurose.

Del rimanente, non ci cureremo più oltre di confutare coloro, che su’ patriotti romani, quai furono Alberico, Crescenzio e loro seguaci, imprimono il marchio di tiranni o di rei, per ciò che non porsero servilmente i polsi in balìa degli Imperatori e dei Papi. Virtù santa è l’amore di patria, nè può separarsi da quel concetto sommamente morale dell’uomo, che è la libertà. L’odio nazionale dei Romani contro agli stranieri, la loro avversione contro al governo dei preti, diedero spiegazione in ogni tempo della ragione che gli inspirava, poichè questa si fondava nella natura vera delle cose. Tuttavia, noi non vestiremo la persona di un Romano del secolo decimo coll’abito dei demagoghi greci, nè colla toga di Bruto o col fantastico mantello di Cola di Rienzo; Crescenzio fu uomo che non ebbe idee di progresso, nè si perdette in utopie; ei fu un Romano ardito e amatore della patria, che visse nell’età massimamente barbarica della sua Città. La inscrizione funeraria di lui ne celebra la bellezza del volto, e dice che ebbe decoro di illustri natali: pari ad Alberico, intese a impadronirsi del potere temporale, il quale, come affermano ancora i Romani d’oggidì, è una palla di piombo appesa ai piedi apostolici del Papa, e dal cielo, dominio che niuno gli contende, lo strascina giù basso in una regione che a lui dovrebbe essere affatto ignota.

Crescenzio, coi suoi aderenti, congiurò alla caduta del Papa tedesco. Il popolo trovava forse motivo a lagnarsi, che uomini stranieri e imperiti delle leggi romane amministrassero la giustizia, e a giudici nominassero persone che non toccavano stipendio dallo Stato, e perciò erano corruttibili e partigiane. Se nelle città non romane questo rimprovero rifletteva i _Comites_ che eleggevano mali giudici, in Roma può darsi che si mormorasse della parzialità dei _Judices dativi_, ossia di cose criminali, i quali punivano molti Romani di carcere, di confisca e di bando[527]. Le rivoluzioni precedenti avevano reso necessario un governo severo; molti ottimati romani saranno per certo stati espulsi dai loro officî, in quello che nelle più alte cariche dell’amministrazione e da giudici saranno stati messi uomini che parteggiavano decisamente per l’Impero; Gregorio V medesimo non fu mondo del rimprovero che dispensasse officî a prezzo di denaro. Mentre il Papa tedesco si circondava di gente tedesca e di suoi creati, e deliberava di introdurre nella impura Roma la vita rigidamente modesta di Cluny, anzi, ancor meglio, di operarvi una riforma ecclesiastica, pareva ai Romani che il nuovo ordine di cose massimamente non fosse che una signoria violenta di stranieri, degna di odio.

Scoppiò una sollevazione; e il Papa ne ebbe salvamento, fuggendo a precipizio nel giorno 29 di Settembre 996. Fa meraviglia che Gregorio non avesse reso a sè sicuro il castello di Sant’Angelo, oppure, se l’avea fatto, che i suoi partigiani non vi opponessero resistenza: e sì, quando Ottone era venuto a torsi la corona, aveva pur dovuto avvenire che si sottraesse alla balìa dei nobili la sola rocca forte esistente in Roma. Sebbene parecchie volte fosse capitato in mano degli ottimati romani, il castello non era però di proprietà privata; monumento dei più cospicui di Roma, apparteneva anzi allo Stato; più tardi, i Papi lo tennero in conto di loro speciale possedimento, a somiglianza della città Leonina, opera propria di essi, e in tale rispetto lo ebbero i Romani. Ma poichè, in questo tempo, i Pontefici non avevano loro residenza in Vaticano, il castel Sant’Angelo non profittava loro come luogo di rifugio, e nel Laterano, che non era munito, stavano esposti senza difesa ad ogni repentino assalimento. Crescenzio si riprese dunque il castello, e lo empiè di gente d’arme.

Frattanto, l’espulso Gregorio moveva in gran fretta all’Italia settentrionale, ove aveva già indetto un Concilio che doveva raccogliersi a Pavia. Qui, sull’incominciamento dell’anno 997, promulgò statuizioni di vario genere sopra argomenti che riflettevano la Chiesa di Germania e quella di Francia; significò ai Principi ed ai Vescovi che, da quel momento in poi, avrebbero dovuto piegare la fronte innanzi alla primazia romana, e che Roma avrebbe sostenuto con tutta l’energia i principî posti dalle Decretali Isidoriane contro le decisioni dei Sinodi provinciali. Riguardo alla cacciata sua, mostrò una calma piena di dignità, e con temperanza di linguaggio richiese i Vescovi tedeschi che confermassero la scomunica pronunciata contro all’invasore e predatore della Chiesa: così avvenne[528]. Mentre il Papa espulso lo metteva al bando fuor della comunanza dei fedeli il ribelle audace dava opera a ordinare in Roma il suo effimero dominio, innanzi che Ottone tornasse: certo è che Gregorio aveva chiamato l’Imperatore per via di pressantissime lettere.

Lui fuggito, s’era compiuta una rivoluzione universale nelle cose di governo; cacciati i _Judices_ che erano in carica, si ponevano uomini nazionali a vece di loro; Crescenzio nuovamente si appellava Patrizio o Console dei Romani, e, convinto di sua propria debolezza, cercava di farsi alleato Bisanzio. Nè la corte di Grecia era stata estranea al rivolgimento occorso in Roma; ce lo fanno comprendere questi avvenimenti. Prima ancora che Ottone III prendesse la corona d’imperatore, aveva egli spedito un messaggio a Costantinopoli per chiedervi, come il padre suo, la mano di una principessa greca. A capo dell’ambascieria era stato Giovanni, vescovo di Piacenza, greco calabrese da Rossano, per nome Filagato. Sorto da infimo stato, doveva questi le sue fortune al favore di Teofania; educato nelle arti greche, facondo, destro, era venuto poverissimo alla corte di lei, presso cui facevano ressa molti uomini di sua nazione. Il cortigiano protetto salì presto in potenza, ottenne l’Abazia di Nonantula, la ricchissima d’Italia, indi, durante la reggenza di Teofania, fece suo il vescovato di Piacenza, che, benanco, a pro di lui, fu eretto da Giovanni XV ad arcivescovato, e separato dalla metropoli di Ravenna[529]. Mezzano di sponsali, nell’anno 995 era stato mandato a Bisanzio; colà aveva negoziato lungo tempo in quella corte, e con gran malcontento aveva visto deluse le speranze della sua ambizione, perciocchè a papa fosse stato eletto Gregorio V. Nella primavera del 997 tornava a Roma, e poichè non prendeva il cammino di Ravenna, dev’essere che la mutazione delle cose lo seducesse a rimanervi, oppure che Crescenzio stesso ve lo invitasse. Deciso di combattere per la tirannia o di morire, il Patrizio anteponeva riverire la supremazia di Bisanzio, anzi che sopportare il giogo odiato dei Sassoni. Accolse dunque Filagato con grandi dimostrazioni d’amicizia, e per una ragguardevole moneta gli offerse la corona di pontefice. Il favorito di Teofania, colmato di beni dagli Ottoni, avvinto di doveri spirituali verso l’Imperatore ed il Papa (aveva tenuto a battesimo Ottone III e Gregorio V) non sentì voce di coscienza, si buttò dietro le spalle ogni dovere di fedeltà, tradì i benefattori suoi, e, nel Maggio dell’anno 997, prese la tiara dalle mani di Crescenzio, con nome di Giovanni XVI. Conchiuse un trattato coi Romani che lo sollevarono ad antipapa; lasciò il potere temporale a Crescenzio e alla nobiltà, ma chiese che si riconoscesse l’autorità suprema di Bisanzio, senza il cui soccorso capiva di non potere stare ben fermo in sella[530].

§ 3.

Dominazione di Crescenzio in Roma. — Ottone muove contro la Città. — Sorte orrenda dell’Antipapa. — Crescenzio si difende in castel Sant’Angelo. — Narrazioni varie della sua fine. — _Mons Malus_, ossia Monte Mario. — Inscrizione funeraria di Crescenzio.

Se un uomo di spiriti arditi fosse seduto a quel tempo sul trono di Bisanzio, bene avrebbe osato di venire alle armi per prendersi Roma. Ma Basilio e Costantino, per un corso di anni lungo fuor del consueto, trascinarono il peso del loro regno senza lode di gloria; e Italia, svezzata dal sistema di governo bizantino, fu, per buona sorte, salvata da una nuova invasione del despotismo greco. Nessun esercito mosse dalle Calabrie a Roma, nè flotta alcuna comparve alla foce del Tevere, perlochè il greco Filagato presto si pentì di non aver prestato ascolto agli ammonimenti di Nilo, santo compaesano suo. Per il predone della sua cattedra, Gregorio V non aveva che disprezzo, e tutti i Vescovi d’Italia, di Alemagna e di Francia scagliarono l’anatema sul capo del falso Greco. Lui, tuttavolta, i Romani onoravano per papa, dappoichè il partito imperiale fosse imbrigliato dal terrore che gli mettevano gli usurpatori; anche la Campagna obbediva a lui; sui monti Sabinati poi avevano stanza i congiunti di Crescenzio, Benedetto conte, sposo di Teodoranda, e i loro figli Giovanni e Crescenzio, che profittavano della signoria del cugino per impadronirsi dei beni del convento imperiale di Farfa. Abate di questo era allora Ugo, uomo che più tardi diventò, per suoi meriti, illustre, ma che non avea avuto peritanza di comprare per denaro da papa Gregorio la dignità di abate: ed invero, s’erano così scardinate le fondamenta del giusto, che nessuna maniera di guadagni era reputata obbrobriosa; tutto era venale; e poichè mancava una più alta meta cui indirizzare la vita, non s’aveva estimazione che del possedimento di signorie, e dei mezzi di spassarsela in piaceri[531].

Frattanto, gli usurpatori potevano dire a sè medesimi che gli apparati di loro difesa erano insufficienti, e Ottone III scendeva dalle Alpi sulla fine dell’anno 997; tanto tempo lo avevano tenuto in faccenda le guerre cogli Slavi in Alemagna. A Pavia trovava il cugino Gregorio che venivalo ad incontrare in aspetto di profugo, condotto per mano dal vecchio Margravio di Verona, padre suo. Celebrate le feste di Natale a Pavia, mossero a Cremona, poi a Ravenna, poi a Roma; e, se ancor viveva, Benedetto monaco, dal suo Soratte, avrà veduto passare le loro soldatesche accese di furore, e avrà pianto con lamenti nuovi la sorte di Roma sventurata.

Allorchè Ottone III, sulla fine di Febbrajo del 998, s’ebbe trovato innanzi alla Città, ne vide spalancate le porte, indifese le mura; soltanto il castel Sant’Angelo era presidiato da Crescenzio e dalle sue genti, che da quella rocca, ossia da quel sepolcro, intendevano disfidare la morte[532]. Qui fu che il popolo romano dimostrò veramente di meritare i suoi destini; non avea desso pur bisogno di ricordarsi della difesa della Città avvenuta ai giorni di Belisario; bastava che pensasse al tempo di Alberico, per dire a sè stesso che anche adesso poteva ottenersi una pari vittoria. Ma i Romani erano smembrati da fazioni, e una gran parte del clero e dei nobili parteggiava per l’Impero. Atterrito, Filagato fuggì nella Campagna; ivi, forse nella fatale Astura, si celò entro una torre, aspettando di ricoverarsi per mare o per terra fra’ Greci. Però, cavalleggieri imperiali lo colsero; con furore barbarico mozzarono al falso Papa il naso, la lingua, le orecchie, gli strapparono gli occhi, e trascinatolo a Roma, gettarono l’infelice nella cella di un convento[533]. Ottone entrò nella Città senza impedimento, intimò a Crescenzio di posare le armi, e, poichè ne ricevette una risposta insolente, ordinò che il castello si prendesse d’assalto. Tranquillamente pose tribunale in Laterano, e promulgò scritture a favore di conventi e di chiese, nel tempo medesimo che il Papa faceva medicare alcun tratto di tempo le piaghe di Filagato. Nel mese di Marzo congregò egli in Laterano un Concilio; ivi la persona mutilata dell’Antipapa, che metteva ribrezzo a mirarla, si presentò agli sguardi dei Vescovi: tanta miseria avrebbe impietosito anco dei Saraceni. Filagato fu deposto di tutte le sue dignità; maltrattandolo, gli strapparono di dosso le vesti pontificali, coperto delle quali era stato costretto a comparire; lo posero cavalcioni, a rovescio, di un asino scabbioso, come un tempo erasi fatto di Pietro prefetto, e, mentre un araldo lo precedeva gridando, quegli esser Giovanni che aveva osato far le parti di Papa, lo trassero per le vie di Roma fra le urla del popolo; indi egli sparve dietro la porta di un carcere[534]. Non v’ha cosa che dipinga più al vivo le condizioni morali degli uomini, di quello che sia il modo onde eglino ricompensano le loro virtù e castigano le loro colpe: e dacchè abbiamo registrato alcuni vivissimi esempli dell’ultima specie, egli è facile giudicare di che fatta fosse lo stato sociale del secolo decimo. Se sia vero che allora venisse a Roma l’abate Nilo affine di salvare il suo gramo compatriotta, quest’azione ne onora la memoria. La sua biografia, inzeppata di fole, narra su di ciò, che quel vecchio quasi novantenne, movesse a Roma per chieder la grazia di Filagato; però i desiderî del Santo non ottennero ascolto, e, quando il protetto suo ebbe sofferto la punizione crudele, Nilo partì coll’animo acceso di collera, non senza aver vaticinato al Papa e all’Imperatore l’ira del cielo, che un dì o l’altro immancabilmente avrebbe colpito i loro cuori impietrati[535].

Avevano spazzato via l’Antipapa, ma il vero capitano della rivolta resisteva tuttavia in castel Sant’Angelo. Quivi era chiuso Crescenzio senza speranza di salute, nemmanco di fuga, che egli sembra aver disdegnato. Roma abbandonato lo aveva, chè il popolo tosto lo rinnegava, e la faceva da spettatore muto di una fra le più sanguinose tragedie della sua città, in quello che i Romani aderenti all’Impero si associavano ai Tedeschi per assalire la rocca; nè a Crescenzio davano ajuto i Baroni della Campagna, dove i suoi cugini, attendendo nella Sabina l’esito degli eventi, si rimpiattavano nei loro covi di predoni; nessun altro rimedio egli scorgeva fuorchè nelle spade dei suoi fidi amici, i quali s’erano chiusi dentro con lui, con lui preparati a morire. Infatti, sebbene fosse a prevedersi la sua fine inevitabile, i suoi nol tradivano; ed anzi la caduta di lui, che avveniva dopo una breve ma valorosa difesa, sublimò la gloria del suo nome, che il popolo, per tempo lungo, associò a quello del castel Sant’Angelo. Questo celebre sepolcro imperiale, per sè medesimo saldo come un torrione, nel corso delle età era diventato una vera fortezza, e, già ai tempi di Carlo Magno, lungo le mura che da esso dechinano fino al fiume, contavansi sei torri e centosessantaquattro merli: oltracciò Crescenzio ne aveva accresciuto i fortificamenti[536]. Il sepolcro tenevasi in conto di inespugnabile; può darsi che si fosse conservata fama della difesa che ivi dentro avevano sostenuto i Greci: era stampata nella ricordanza di tutti la fuga che di là aveva preso re Ugo, e viveva la memoria che esso era stato castello dell’invitto Alberico; segnatamente dai Goti in poi, quel monumento aveva avuto il vanto di non venir conquistato mai. Crescenzio respinse trionfalmente alcuni assalimenti, e Ottone fu costretto di far assediare il sepolcro con tutte le regole dell’arte bellica.

Diede l’incarico dell’assedio a Eccardo margravio di Misnia, e questi, tosto dopo la Domenica _in Albis_, montò all’assalto. Crescenzio virilmente si sostenne qualche tempo, ma le grandi torri di legno e gli arnesi di guerra che i Tedeschi s’erano costruiti, scrollarono la rocca, e insieme la fede che non potesse esser presa. Il modo onde finiva Crescenzio, è sepolto in mezzo a racconti di leggenda. Narrassi financo che, disperando di opporre più a lungo resistenza, entrasse tutto incappucciato nel palazzo di Ottone, e, gettandosi a’ suoi piedi, lo implorasse a mercè. «Perchè», avrebbe allor detto il giovane Imperatore a’ suoi, «perchè lasciaste che il Principe dei Romani, ordinatore di Imperatori e di Papi, e facitore di leggi, entrasse nelle case dei Sassoni? Riconducetelo sul trono della sua eccellenza, fino a che gli abbiamo apprestato accoglienze convenevoli al grado suo»: Crescenzio, tornato al castello, vi si sarebbe difeso prodemente, ma finalmente, quello era preso di scalata, ed allora l’Imperatore ordinava che il Romano si precipitasse dai merli innanzi agli occhi di tutti, acciocchè i Romani forse non dicessero, che egli aveva loro rapito il loro principe con gran segretume[537]. Un’altra leggenda racconta che Crescenzio fosse preso mentre fuggiva, e, messo dalla rovescia a cavallo di un asino, fosse tratto per le vie di Roma, mutilato membro a membro, e in ultima impiccato fuor della Città[538]. Nè mancarono voci che attribuirono la caduta di lui al più obbrobrioso spergiuro di Ottone. Dicevasi, che, per mezzo di Tammo suo cavaliere fidato, gli avesse promesso sicurtà, e che poi facesse giustiziare, come reo di maestà, lui che gli si era dato in balìa. La verosimiglianza di questo spergiuro raccomandavasi al fatto che Tammo andò monaco, e che Ottone si esercitò in opere di penitenza; però nulla v’ha che ne dia certezza; la resistenza di Crescenzio era disperata, e niente v’era che costringesse l’Imperatore a comperare la caduta del castel Sant’Angelo con un tradimento così contrario alla buona cavalleria[539]. Tuttavolta, può aver fondamento la credenza che il Console dei Romani fosse costretto a dedizione, sia che si arrendesse a discrezione, sia che, coperto di ferite, abbassasse le armi innanzi a promesse dei capitani, che l’Imperatore dappoi non confermasse. La barbarie di quel secolo non ha diritto a mitezza nostra di giudizio; nè possono biasimarsi gli Italiani se dubitano dell’onestà di nemici inferociti, eglino pure avvezzi a parecchie infrazioni di patti. Crescenzio, che primamente era stato graziato dall’Imperatore, aveva rotto il suo giuramento, cacciato il Papa, sollevato l’Antipapa, negoziato con Bisanzio: perciò sapeva per fermo di esser condannato a morire.

Il castello fu preso di assalto addì 29 di Aprile dell’anno 998; Crescenzio, come reo di alto tradimento, fu decapitato sui merli del Sant’Angelo, il suo corpo ne fu precipitato in basso, e finalmente appeso ad un patibolo eretto su Monte Mario[540]. I Cronisti italiani narrano che prima gli si strappavano gli occhi, gli si mutilavano le membra, e, involto in una pelle di vacca, lo si strascinava per i chiassi fangosi della Città: nè saremo noi che faremo il menomo tentativo di revocare in dubbio queste barbarità, per salvare di qualche poco l’onore di quel tempo brutale, e neppur dubiteremo che siffatta crudeltà offendesse di troppo i nervi di Ottone III e di Gregorio V, di loro che avevano tollerato in santa pace le efferatezze ond’era stato trattato l’Antipapa. I Romani non potevano mirare che con isguardi di odio e di disperazione al patibolo di Monte Mario; di quest’altura, donde scendevano i pellegrini nordici, che si eleva, da sopra di ponte Molle, quasi monumento storico del santo romano Impero della nazione tedesca. Appiè dell’alta e bella collina, da cui pellegrini e guerrieri, quando venivano, godevano per la prima volta la vista ammaliatrice di Roma eterna, era situato il campo di Nerone, dove stava attendato l’esercito imperiale: ivi erano appesi Crescenzio e dodici Romani, capitani regionali di Roma, giustiziati con lui, trofei terribili di Germania, ossia dell’aborrita dominazione straniera che pesava su Roma: e i capitani sassoni avevano di che vociare, dicendosi l’un l’altro per beffa, che adesso il Console magno aveva agio di guardare in basso al vicino castel Sant’Angelo, luogo di suo dominio. Da quel dì i Tedeschi battezzarono il colle con nome derivato dall’avvenimento loro propizio; ne è appellato, dicono, _Mons Gaudii_, monte di gioia; i Romani, afflitti, lo hanno invece chiamato _Mons Malus_, monte di dolore[541]. Allorquando in quei giorni, dal 29 al 30 di Aprile di quell’anno, i pellegrini saranno passati innanzi ai patiboli dei Romani, avranno sospeso il canto di loro inni, raccapricciando alla vista del luogo ove avevano sofferto supplizio gli audaci campioni della libertà romana, e, tremando, avranno affrettato il passo in mezzo alle soldatesche giubilanti dei Sassoni, che celebravano nel campo di Nerone il loro trionfo. Un Cronista ci descrive la grama sposa di Crescenzio fra gli abbracci di armigeri brutali cui era data in balìa, ma non è che un’invenzione dell’odio nazionale romano: presto Stefania, in tutt’altra figura, doveva far mostra da amante del vincitore di suo marito[542]. Con maggiore somiglianza di vero noi crediamo vedere la matrona infelice chiedere in grazia a Ottone imperatore la salma del giustiziato, e, accompagnata in secreto da mesti amici, darle sepoltura cristiana sopra un’altra collina, in vicinanza di Roma. Se i Romani avevano motivo di attribuire la morte del loro eroe ad un’infrazione di fede, gli è per proposito che a luogo di sua tomba eleggevano sul Gianicolo la chiesa di san Pancrazio, da tempo antico guardiano delle promesse e vendicatore dello spergiuro.

Roma pianse a lungo l’illustre e bella persona di Crescenzio[543]; nè è senza ragione che da allora in poi fin molto giù nel secolo undecimo il nome di Crescenzio si ritrovi così meravigliosamente frequente nei documenti della Città; lo si impose a’ figli di parecchie famiglie, manifestamente a ricordanza dello sventurato campione della libertà di Roma. Sulla tomba di lui si pose un epitaffio che ci fu conservato: è uno dei migliori e più notevoli del medio evo romano; in esso alita lo spirito melanconico delle età passate, quello spirito che si diffonde dal mondo delle ruine di Roma:

«Verme, o uomo, putredine, cenere sei; non cercar case d’oro; in quest’angusta cassa starai racchiuso. Colui che resse tutta Roma felicemente, or in queste strettezze è raccolto, povero e piccino. Bello di persona, fu Crescenzio dominatore e duca, nato di stirpe inclita. A’ suoi tempi, potente fu la terra che il Tevere bagna, e tornò chetamente a dritto del Pontefice. Avvegnaddio la fortuna abbia torto a giro la sua vita, e lo abbia condannato a tetra fine. Chiunque sei che respiri aure di vita spargi un lamento sulla sorte di lui; rammenta che pari a lui tu sei»[544].

CAPITOLO SESTO.

§ 1.

Conseguenze della caduta di Crescenzio. — Suoi parenti nella Sabina. — Ugo abate di Farfa. — Condizioni di questo monastero imperiale. — Lite notevole sostenuta dall’Abate contro ai preti di santo Eustachio in Roma.

Il giudizio cruento pronunciato da Ottone, più terribile ancora della sentenza data, tempo prima, dall’avo suo, fe’ tremare la Città per ogni vena; e il giovane Imperatore, con animo soddisfatto, notò uno dei suoi Diplomi per la data del giorno in cui s’era giustiziato Crescenzio: credeva egli di avere a sè incatenato Roma per sempre[545]. Anche i congiunti di Crescenzio avevano previsto le conseguenze del trionfo imperiale; finchè era stato potente avevano fatto causa comune con lui, per crescere di dominio nel Sabinate, ma dalla sua caduta s’erano accortamente tenuti in disparte. Nel territorio della provincia romana non alitò mai sentimento di nazione; fuor di Roma Romani non v’erano, nè v’aveva unità che associasse fra loro le classi degli abitatori del contado, divisi per ragione di stirpe e di legge. Nelle città di provincia, in cui la costituzione curiale romana s’era da lunghissimo tempo estinta, appena adesso incominciava, la prima volta, a formarsi una cittadinanza libera; per lo contrario, sulla moltitudine dei coloni e delle persone che stavano in dipendenza altrui, emergevano colla violenza e da soli, i Baroni, i Vescovi, gli Abati. Tutti costoro cupidamente chiedevano possessi di città provinciali e di castella, e i Papi di qua e di là concedevano di quelle terre a famiglie cospicue, o a Vescovati, o a conventi. Il feudalismo andava estendendosi nella Campagna; alcuni signori toglievano padronanza di distretti intieri, e l’ordinamento baronale di natura laica e clericale poneva, da dopo la metà del secolo decimo, salde radici nel territorio romano, per durare, maleficio dell’agricoltura, fino ai dì nostri.

Al secolo undecimo, nelle più prossime vicinanze di Roma troveremo Tusculum e Preneste da sedi maggiori della signoria feudale; sulla fine del secolo decimo vediamo invece imperare nella Sabina la famiglia di Benedetto conte, congiunta per cognazione a Crescenzio. Quel potente uomo aveva sua dimora nel castello di Arci; s’era impadronito di molte terre di Farfa, e i suoi figliuoli, Giovanni e Crescenzio, rubavano a mano ardita al paro di lui. Benedetto strappava a sè perfino la città vescovile di Cere o Agylla, quell’antichissima etrusca che allora non peranco s’appellava _Caere vetus_ (oggidì Cervetri). La caduta di Crescenzio metteva gravi pensieri in capo a quei signorazzi; Giovanni conte restituiva tosto la metà di una terra che aveva rapito a Farfa, e l’Abate allora investivagli in feudo «di terzo genere» l’altra metà, col castello Trabuco, del cui possesso fra loro si contendeva[546]. Però, altre proprietà del monastero, ed eziandio della Chiesa romana, rimanevano ancora in mano di Benedetto, in quello che Ugo abate s’affrettava a chiederne a Roma giustizia. Il giovane Crescenzio, fratello di Giovanni, andava allora da spensierato nella Città, tuttavia atterrita del supplizio dello zio suo; e forse con quell’atto di impavida sicurezza voleva darsi l’aria di non essersi frammischiato negli affari del suo congiunto: sennonchè l’Imperatore e il Papa se lo pigliavano, e tenevanlo in ostaggio. Benedetto, padre di lui, veniva, ciò stante, a Roma; con formalità giudiziarie restituiva Cere al Papa, ma l’aveva fatto appena, che correva a quel castello e vi si afforzava. Se subito dopo il supplizio di Crescenzio, un Barone della Campagna, parente suo, ardiva sfidare a quel modo l’Imperatore ed il Papa, ei si può di leggieri giudicare di che qualità fosse il fondamento della signoria di questi in Roma. Era essa e rimase soltanto cosa di breve momento; e gli Imperatori, che si gloriavano d’essere successori di Augusto, vedevansi costretti sempre, ogni qual volta venivano in persona nelle terre romane, ad assediare colle loro genti d’arme piccoli manieri baronali. Il vincitore di Roma dovette muovere con soldatesche a cacciar Benedetto fuor di Cere; lo accompagnarono il Papa e l’Abate e lo seguì Crescenzio prigioniero. Sulle prime il padre irrise alla minaccia che gli si impiccherebbe il figliuolo, però quando dalle mura del castello vide che cogli occhi bendati lo si trascinava al patibolo scese a dedizione. Cedette Cere al Papa, e ne ebbe restituito il figliuolo; allora Imperatore, Papa e Abate tornarono a Roma per andarne poi nella Sabina, dove offersero a Benedetto una scritta d’investitura di terzo genere, che quegli peraltro rifiutò: e quantunque, alla fine, giurasse di rinunciare alle sue illegittime pretese, i suoi figli si burlarono della promessa, e non fecero che peggiori violenze al convento di Farfa[547].

L’Imperatore e il Papa vollero metter briglia all’arroganza dei tirannelli Sabinati, e perciò cercarono di mantenere in integro stato i possedimenti di Farfa. Abbiamo in addietro descritto le condizioni di questo monastero celebre; diamo adesso un’altra occhiata alla sua storia. Morto Campo, l’Abazia fu concessa, nell’anno 966, in commenda a Leone, abate di sant’Andrea sul Soratte; e questo non fece che accrescere le intemperanze di vita dei monaci. Indi abate fu Giovanni, crapulone sfrenato; Ottone lo depose, e gli diè Adamo a succeditore. L’Abazia ne fu smembrata in due, chè, Ottone morto, Giovanni la fece da padrone dei beni situati nella Sabina, nel territorio Tusco e in quello Spoletino, mentre Adamo tenevasi in signoria nella marca di Fermo. Soltanto Ottone III, venuto a Farfa nell’anno 996, riunì i dominî del convento sotto a Giovanni abate, alla soggezione di cui, per lo meno, confermò con un Diploma tutta intiera la estensione dei beni dell’Abazia[548]. Giovanni passava di vita nel 997, e allora Ugo, contrariamente alle statuizioni canoniche, comperava da Gregorio V la dignità di abate. Quell’uomo, irrequieto e operoso, era entrato a sedici anni nel convento di Monte Amiata, e adesso, a ventiquattro, impugnava il bastone pastorale di Farfa per imperarvi lunghi anni gloriosamente, e per compilarvi libri preziosi in cui descrisse i casi della sua età[549]. Ottone III lo depose come intruso, e diede ad un altro l’Abazia, ma le instanze dei monaci e l’ingegno dell’uomo deposto trovarono grazia appo di lui, per guisa che, addì 22 di Febbraio dell’anno 998, ripose in dignità Ugo, e rinnovò altresì l’antica legge di Farfa, giusta la quale l’Abate, liberamente eletto dai frati, doveva essere confermato primamente dall’Imperatore, patrono del convento, indi ordinato dal Papa[550].

La ristorazione di Ugo fu del resto assai salutifera all’Abazia, chè quegli allora severamente vi introdusse la riforma cluniacense, e curò con opera instancabile la rivendicazione dei beni monastici. Perciò lo troviamo parecchie volte a Roma comparire innanzi al tribunale imperiale, armato dei suoi bravi diplomi; e ogni volta lo vediamo uscire vittorioso di liti, i cui documenti leggiamo ancora con grande sollecitudine, perocchè ci offrano diritta notizia degli ordini, coi quali s’amministrava in Roma a quei dì la giustizia. A buon dritto pertanto lo Storico può far suo pro di uno di quei litigî giudiziarî, e produrlo come un quadro in cui sono impresse a vivi caratteri le condizioni del tempo. L’età che descriviamo selvaggia era e violenta, ma s’addolciva a umanità per via della maestà, di cui la legge si circondava. Al dì d’oggi, Papi e Re terrebbero per contrario alla loro dignità, se si esigesse che scendessero in persona nelle aule di un tribunale civile per risolvere dei piati di ordine privato: da lunga pezza il concetto della podestà regia è uscito della cerchia di un’opera immediata e personale, e si tramutò in un’astrazione impotente; ma in quei tempi, ancora mezzo patriarcali per costume, la maestà giudiziaria era tenuta in conto di opera sublime e santissima della podestà di dominio. Dopo di Carlo magno gli Imperatori sedettero moltissime volte in Roma sullo scanno di giudice; quei giudizî col proceder del tempo divennero per verità più rari, e sotto agli Ottoni troviamo soltanto alcuni _Placita_ romani, che si associavano in ispecialità alla ragione dell’_Imperium_.

Addì 8 di Aprile del 998 l’Abate di Farfa fu citato in giudizio a Roma dai preti di santo Eustachio, i quali pretendevano alla restituzione di due chiese pertinenti a Farfa, ch’erano quelle di santa Maria e di san Benedetto nelle terme di Alessandro, ed affermavano che il convento ne aveva loro pagato un censo. Il tribunale ordinario romano, costituito di _Judices_ imperiali e pontificî, si raccolse fuor delle porte del san Pietro, presso a santa Maria _in Turri_. A suo vicario e a presidente del collegio giudiziario l’Imperatore elesse l’arcidiacono del palazzo imperiale, e nominò a suo assessore Giovanni, prefetto della Città e conte palatino; da parte del Papa furono aggiunti, in qualità di assessori, due giudici palatini, il primo defensore e l’arcario, oltre a tre _Judices dativi_. Ugo abate rifiutò di appigliarsi al diritto romano e di valersi di un avvocato romano, perocchè Farfa fosse stata sempre retta colla legge dei Longobardi; e, siccome era uomo germanico, accampò il suo diritto d’origine, in Roma, dove riconosciuto era da dopo della Costituzione di Lotario. Il presidente era uomo impetuoso; lo prese per la cocolla e se lo trasse a sedere vicino a sè[551]; ma Ugo, col beneplacito dell’Imperatore, volle tornare a Farfa per andarvi a levare il suo avvocato longobardo, e, tre dì dopo, comparve, accompagnato da Uberto, patrocinatore del convento. Dimostrò allora che l’Abate di Farfa non soleva acconciarsi al diritto romano; produsse un Diploma di Lotario e la confermazione di Pasquale papa, giusta i quali il suo monastero, al paro di altri chiostri dell’Impero franco, non poteva esser giudicato che colla legge dei Longobardi, e protestò esser pronto a giurare l’autenticità dei documenti, oppure a provarla con duello e con testimonî. La parte avversaria respinse la prova, e tentò di impedire che fosse fatta applicazione del diritto longobardico, ma il presidente la costrinse ad assoggettarvisi. Quindi ai preti attori fu dato un avvocato romano, Benedetto figlio di Stefano _a Macello sub Templo Marcelli_, e quegli formulò tosto la domanda contro all’Abate. Poichè però non v’erano giudici longobardi, il presidente se la cavò sommariamente; nominò giudice lo stesso Uberto avvocato del convento, facendogli giurare sugli Evangelî che avrebbe giudicato con giustizia; e poichè l’Abate alzava gran gridìo, dicendo che veniva così privato di patrocinio, gli fu subito eletto per difensore un uomo della Sabina. Questi, interamente ignaro del diritto, non seppe di che parte incominciare a rispondere; laonde fu concesso ad Uberto, diventato adesso giudice, ossia assessore, di dargliene primamente spiegazione. Il giudice longobardo volle, conformemente alla sua legge, che la parte convenuta giurasse il fatto, che Farfa da quarant’anni si trovava in possesso delle chiese; però i preti cercarono di scansare quel giuramento, volendo provare, secondo il giure romano, che, nello spazio di quarant’anni, avevano eglino riscosso censo da Farfa. I testimonî, assunti disgiuntamente l’uno dall’altro, caddero in contraddizione fra loro, e furono trovati in falso; e poichè i preti avevano rifiutato l’indetto giuramento di verità, la loro azione fu rejetta, ed eglino condannati a rilasciare al convento le chiese controverse[552]. Giusta le forme che il rito giudiziario ordinava, si procedette così: si tolse dalle mani della parte soccombente la scrittura che conteneva l’oggetto della domanda (in caso di falso, le si toglieva il documento falsificato); un giudice trafisse in croce la scritta col coltello, e così lacerata la consegnò alla parte vittoriosa, affinchè la conservasse come documento, e, in caso di bisogno, potesse allegarla a favor suo. In pari tempo che ciò fu fatto, si divietò la riproduzione della domanda sotto pena del pagamento di dieci libbre d’oro, le quali sarebbero ricadute per una metà al palazzo imperiale e per l’altra metà a beneficio del convento[553]. Però, la massima instabilità in cui trovavansi le cose politiche e civili faceva sì che gli stessi processi si ripetessero innumerevoli volte; anzi, per quasi un secolo si prolungavano con pertinacia incredibile le quante volte i contendenti speravano di condurre a buon fine le loro maliziose pretensioni, perchè li favorissero circostanze più prospere, o corruzione di giudici, o mutamento di Principi[554]. Gli atti della causa notevole onde dicemmo si raccolsero indi in un documento, che fu sottoscritto dai giudici e dagli avvocati, e consegnato all’Abate; gli è precisamente quello che ancora leggiamo nei Regesti di Farfa, e giova a provarci quanto ingenue e brevi fossero le forme delle procedure giudiziarie romane a quell’età, ma altresì di quanto la varietà dei diritti speciali le rendesse difficili e confuse. La incertezza del diritto non aveva limite; tutte le porte erano aperte al raggiro e alla corrutela, e può imaginarsi qual fatta di protezione la legge concedesse ai cittadini poveri od ai coloni.

§ 2.

Ordini giudiziarî in Roma. — I _Judices palatini_ o _ordinarii_. — I _Judices dativi_. — Formula usata per la costituzione del giudice romano. — Formula usata nella concessione del diritto civile romano. — Giudici criminali. — Consoli e _Comites_, forniti di autorità giudiziaria nelle città di provincia.

Il Placito romano ci offre opportunità di associarvi alcune considerazioni sugli ordini giudiziarî, com’erano costituiti in Roma al tempo di Ottone III. A proposito della lite, di cui dicemmo, trovammo due classi di giudici; i _palatini_ e i _dativi_. I primi abbiamo conosciuto fin dal secolo ottavo come sette ministri pontificî: rinnovato l’Impero, continuarono eglino ad essere il magistrato ordinario di giustizia del Papa nelle cose civili. Allorchè poi il Laterano assunse forma eziandio di Palatinato imperiale i _Judices palatini_ ebbero funzione altresì di giudici imperiali, e in qualità di assessori pronuncianti sentenza poterono essere adoperati così dall’Imperatore che dal Pontefice. Le attenenze speciali per cui l’Imperatore era signore supremo di Roma, e il Papa erane signore territoriale, educarono la strana miscela delle due podestà, ond’esse furono rappresentate in comune nelle cose di giustizia. Il _Primicerius_ e il _Secundicerius_, l’_Arcarius_ e il _Saccellarius_, il _Protoscriniarius_, il _Primus defensor_ e l’_Adminiculator_ furono in pari tempo rivestiti della dignità di officiali imperiali. Passati erano i tempi in cui questi ministri pontificî avevano tiranneggiato su Roma, chè la gerarchia antica di officiali era stata distrutta dai Carolingi e dai Papi; però i _Judices palatini_, sotto il _praesidium_ del Primicerio, durarono da primo collegio dei magistrati di Roma. Eran dessi che regolavano anche l’elezione pontificia; presiedevano essi alle ceremonie della coronazione dell’Imperatore, cui stavano intorno, e, per così dire, ordinavano, parimenti come i sette Vescovi lateranensi ordinavano il Pontefice. Il Primicerio e il Secondicerio facevano da cancellieri dell’Impero, e, a quel modo che conducevano il Papa nelle processioni, medesimamente, nelle occasioni di festa, stavano ai fianchi dell’Imperatore[555]. Dacchè poi formavano il supremo consesso giudiziario permanente del duplice Palatinato, i sette _Palatini_ avevano anche nome di _Judices ordinarii_. Non avevano perduto la competenza giudiziaria loro propria in nessuna delle rivoluzioni di Roma; ed infatti notammo che Alberico usò di loro sì, come facevano l’Imperatore e il Papa. Per lo contrario, i _Duces_ di altra volta erano stati privati della loro autorità di giudici. Nella Costituzione data da Lotario nell’anno 824 sono ancora messi accanto dei _Judices_, ma, ai tempi degli Ottoni, non possedono più siffatta qualità. Fin dall’età di Carlo magno, per vero, gli ordinamenti romani in fatto di giustizia avevano sofferto mutazioni parecchie; l’autorità giudiziaria di officiali militari e civili, che anticamente, durante il periodo bizantino, avevano tenuto la supremazia, spariva al tempo dei Franchi, e dava luogo al più libero moto delle istituzioni germaniche che si svolsero nello Scabinato: infatti, dopo la prima metà del secolo decimo, troviamo anche in Roma i _Judices dativi_, e assai spesso ve li incontriamo in documenti posteriori all’anno 961, dopochè di loro s’ebbe fatto nome a Ravenna, intorno all’838.

L’essere proprio di questi _Dativi_ non è venuto ancora affatto in chiaro; secondo che il nome loro dice, erano «costituiti», in qualità di assessori[556], per volontà delle supreme podestà di giustizia, dell’Imperatore, del Papa, del _Patricius_, oppure, nelle città di provincia, del _Comes_. A ragione si tennero in conto di istituto germanico, e si paragonarono agli Scabini, assessori franchi permanenti, che, sotto l’influenza del Conte, erano eletti fra gli uomini, possessori di liberi allodî, del «Gau» ossia territorio giurisdizionale, affinchè sedessero in tribunale come periti di diritto, e pronunciassero sentenza[557]. Da alcuni documenti si ritrae che nell’Italia superiore i _Dativi_ erano nominati per città; in esse facevano da giudici, e il titolo si associava al loro nome, anco dopo ch’erano morti[558]. Per riguardo a Roma peraltro non può darsi prova che si scegliessero per coelezione del popolo; anzi compaiono sempre «dati» dall’Imperatore e dal Papa, e sì poco in qualità di assessori del comune cittadino (com’erano nell’Italia settentrionale), che talvolta potevano benanco essere denotati per giudici palatini[559]. In officio di _Dativi_ vedonsi i sommi dignitarî laici; troviamo infatti Teofilatto «console e _Dativus Judex_»; Giovanni, prefetto, conte palatino e _Dativus Judex_; laddove molti altri _Dativi_ si presentano senza che siano insigniti di dignità di diversa maniera: con tal nome di _Dativus Judex_ si appellò anche Uberto avvocato del convento di Farfa, non appena che fu chiamato a fare da giudice sentenziante[560].

La magistratura giudiziaria di Roma era pertanto composta degli _Ordinarii_ e dei _Dativi_. Di regola, non però sempre, sotto al giudice presidente si riunivano tanti _Ordinarii_ e _Dativi_ quanti occorrevano a formare il numero di sette, mentre un numero indeterminato di ottimati (_nobiles viri_), simili ai liberi ossiano _boni homines_ dei Franchi, assistevano al giudizio (_adstare, circumstare, resedere_)[561]. Come veri giudici romani gli _Ordinarii_ e i _Dativi_ insieme erano appellati: _Judices Romani_ o _Romanorum_; chiamavansi: per grazia di Dio, Giudici del sacro romano Impero (_Dei Gratia sacri Romani Imperii Judex_). Ei pare che al tempo degli Ottoni la nomina del _Dativus_ fosse associata ad una ceremonia solenne. «Quando è a costituirsi il Giudice», così dice la formula di quell’età, «deve il Primicerio condurlo all’Imperatore. L’Imperatore gli dice: Avverti, o Primicerio, che egli non sia schiavo dell’uomo, nè povero, affinchè non nuoca all’anima mia con corruzione. Al Giudice dica l’Imperatore: Bada, in tutti i casi, di non ledere la legge del nostro santissimo predecessore Giustiniano. E quegli: Maledizione eterna cada su me se io lo faccia. Indi l’Imperatore deve fargli giurare che in nessun caso offenderà la legge; poi lo vesta del mantello, e gli assetti il fermaglio a destra, e gli chiuda a sinistra il mantello, in segno che gli deve essere aperto il libro della legge e chiuso il falso testimonio. E gli dia in mano i Codici, e dica: secondo questo libro giudica Roma, e la città Leonina e il mondo tutto; indi con un bacio lo congedi»[562].

La frase orgogliosa, se pure ridicola, che il Giudice romano dovesse giudicare secondo il Codice giustinianeo, oltre che la città Leonina, anche l’orbe delle terre, s’attagliava al concetto, ora nuovamente ravvivato, che Roma fosse città capitale del mondo; e già l’età di Ottone III lo esprimeva in quel noto verso leonino: _Roma caput mundi regit orbis frena rotundi_. Ristoravasi a quei dì anche lo splendore del diritto civile romano; e i Romani si compiacevano tutto quanti allorquando vedevano uomini franchi o longobardi impetrare il privilegio di potersi porre sotto la protezione del giure romano. Allora erano fatti cittadini romani con pompa solenne: «Se taluno», dice la formula, «brama di diventare romano, ei deve umilemente mandare all’Imperatore alcuni suoi fedeli, e pregarlo che lo accolga sotto il diritto romano, e gli conceda di venire inscritto nel registro dei cittadini romani. Se l’Imperatore vi acconsenta, deesi procedere così: sieda egli coi suoi nobili giudici e mastri; due Giudici gli vanno innanzi a capo chino e dicono: Imperatore nostro, cos’è che comanda il tuo altissimo imperio? E l’Imperatore: Che il numero dei Romani si accresca, e che l’uomo da voi oggi annunciatomi, sia posto sotto al giure romano»[563].

Poichè i _Judices palatini_ erano preti, e perciò non potevano pronunciare sentenze di sangue, necessario era che in Roma vi avessero tribunali criminali permanenti. Per verità, il noto frammento «_quot sunt genera judicum_» non fa cenno del Prefetto, che ancora esisteva, e neppure dei _Judices dativi_; esso specifica soltanto i _Palatini_ e i _Consules_, i quali sono ripartiti per giurisdizione di territorio, eleggono i _Pedanei_, puniscono i rei secondo la legge, e, a misura del delitto, pronunciano sentenza[564]. In essi noi ravvisiamo veri giudici criminali permanenti, or detti Consoli, non più _Duces_, ed i cui giudici subalterni ricevono nome di _Pedanei_. I loro «Giudicati», che in Roma certamente si dividevano per regioni, dipendevano dall’autorità del Prefetto della Città, avvegnachè sia difficile che quei Consoli facessero da giudici soltanto fuor di Roma, e che i «Giudicati» fossero tribunali posti in luoghi da Roma diversi. Peraltro, un documento dato da Velletri nell’anno 997 dimostra che i giudici dei territorî provinciali avevano nome di Consoli: in quella carta un Abate manda ad un castello datogli in investitura dei giudici monastici in cose civili, con titolo di _Consules_[565]. Ad ogni modo confessiamo, che la nostra scienza degli ordini giudiziarî della Città a questo periodo di tempo è assai difettiva; dai documenti assai poco profitto abbiam tratto, e gli Storici moderni del diritto romano nel medio evo, ristretti a siffatte scritture e a quell’imperfetto frammento, pur rimproverandosi i reciproci errori, vanno tutti tentoni nel bujo[566]. Se così incompletamente ci è noto l’ordinamento giudiziario di Roma, avviene pur lo stesso per ciò che riflette le città fuor di Roma. Erano esse tuttavia amministrate da _Duces_, da _Comites_, da _Vicecomites_ ed anche da Gastaldi e da _Missi_ apostolici, i quali, alla loro volta, eleggevano i loro _Judices_. I _Duces_ antichi compaiono a questa età assai rari; manifestamente eglino erano stati soppiantati dai Conti franchi, i quali adesso emergono dappertutto, così che i Ducati antichi si tramutano in Comitati[567]. Anche i Tribuni di un tempo cessarono di essere rettori di piccole città; sol di rado viene a galla il loro titolo; qua e là è semplicemente cosa d’onore, oppure significa vera qualità di officiali municipali e di giudici di terre minori[568].

§ 3.

Il Palatinato imperiale in Roma. — Guardia imperiale. — Conte Palatino. — Fisco imperiale. — Palatinato e Camera pontificî. — Imposte. — I redditi del Laterano si sono diminuiti. — Dispersione dei beni ecclesiastici. — Esenzioni dei Vescovi. — La Chiesa romana riconosce, intorno al 1000, i contratti di feudo.

Molto dicemmo dei giudici palatini romani, ma l’essere vero del Palatinato imperiale di Roma, a questo tempo, è in qualche parte involto di oscurità. Nell’origine s’era inteso ad unirlo col Palazzo pontificio, ma ben tosto, come voleva la natura delle cose, ne fu separato. Esso aveva uno stato di corte suo proprio, redditi suoi proprî. Da dopo di Carlo gli Imperatori avevano posto loro dimore presso al san Pietro, e talvolta tenevano stanza in Laterano, avvegnachè non possedessero una vera loro residenza nella Città. Ottone I s’era costruito un palazzo a Ravenna, ma non avea pensato di far cosa pari anche in Roma, e sembra che soltanto Ottone III, ideasse, per primo, di erigere un castello imperiale a Roma: l’avrebbe piantato sull’antico palazzo dei Cesari, se non ne lo avesse impedito la gran moltitudine di rovine. Prendeva egli sua residenza sul monte Aventino, in vicinanza di san Bonifacio, forse in un palazzo antico[569]; ivi si circondava della pompa ceremoniale bizantina, e costituiva molte dignità palatine, con nomi che sapevano di suono straniero, e alla cui testa era posto il _Magister Palatii Imperialis_[570]. Una guardia imperiale, composta soltanto di nobiluomini cospicui, romani e tedeschi, vegliava intorno alla sua persona. La _Graphia_ tenne nota della forma adoperata quando taluno era accolto fra i cavalieri della guardia: il Tribuno consegna al _Miles_ gli sproni, il _Dictator_ la corazza, il _Capiductor_ la lancia e lo scudo, il _Magister Militiae_ gli stinieri di ferro, il _Caesar_ l’elmetto crestato, l’_Imperator_ gli porge la cintura ornata di segnacolo, la spada, l’anello, la collana e i bracciali. Chiaro è che qui si mescolavano insieme costumanze bizantine e romane. La milizia imperiale era divisa in due coorti di cinquecento cinquantacinque uomini per una; ognuna era comandata da un _Comes_, ma a capo di entrambe stava il Conte Palatino imperiale, il quale «era locato sopra di tutti i Conti del mondo, ed incaricato della cura del Palazzo»[571]. Al tempo di Ottone III, per la prima volta, è nominato il _Comes sacrosancti Palatii Lateranensis_; nell’anno 1001 era investito di cotale dignità il romano Pietro, e, nel 998, sembra che la tenesse Giovanni prefetto, poichè in quel Placito farfense, onde dicemmo, ei si sottoscrive: _Comes palatii_; però anche allora v’avevano Conti parecchi del Palatinato[572]. Quell’officio eziandio aveva spettato alla corte pontificia; da essa indi era passato nella corte imperiale; e nei secoli successivi Imperatori e Papi ne distribuivano il titolo, così che la dignità alla fine perdeva qualsiasi rilevanza. Non può credersi che, nel tempo onde parliamo, l’officio mancasse di giurisdizione corrispondente; è piuttosto probabile che fosse tribunale di appello in cose riguardanti il tesoro imperiale.

Nè puossi dubitare che un fisco imperiale esistesse in Roma, avvegnaddio l’Imperatore possedesse ivi diritto a regalìe di varia maniera. È cosa naturale che conventi, quali erano Farfa e sant’Andrea sul Soratte, pagassero imposta al tesoro del loro patrono; ma, anche senza di questo, si nota che esistevano dominî di altra natura[573]. Allorquando Lodovico Imperatore, nell’anno 874, costituì la dotazione al suo convento _Casa aurea_, nuovamente fondato, vi donò tutte le entrate che egli possedeva a Roma, nella Campagna, nella Romagna, nello Spoletino, a Camerino e in Tuscia[574]. Che in quei redditi poi si dovessero raccogliere soltanto diritti fiscali lo dimostra in ogni modo la irrilevanza dei patrimonî posseduti dall’Imperatore in Roma e nel territorio romano: però s’ignora massimamente di che fatta proventi l’Imperatore ritraesse da Roma. All’età dei Carolingi era debito di mandare al palazzo di Pavia un dono annuale di dieci libbre d’oro, di cento d’argento e di dieci finissimi pallî; in pari tempo, il _Missus_ imperiale era mantenuto a spese della Camera apostolica[575]. Del resto non s’ode di alcun balzello che Roma pagasse; soltanto che la metà delle ammende in cose civili (ammontavano di consueto a dieci libbre d’oro) erano versate a beneficio del _Palatium_ imperiale. Il reddito poteva non esserne tenue, a causa del gran numero delle liti, ma era incerto; similmente altri redditi erano cosa del momento: così avveniva del _Foderum_, della _Parata_, del _Mansionaticum_, ossiano oblighi di mantenere cavalli e soldati, di restaurare strade e ponti, di dar quartiere all’esercito. Le quante volte l’Imperatore veniva a Roma il suo esercito e la sua corte erano spesati dalla Città, e cel sappiamo da ciò che, un tempo, Ottone I avea allontanato le sue soldatesche per non gravare Roma soverchiamente. L’obligo del _Foderum_ si estendeva a tutte le città d’Italia, dalle quali l’Imperatore passava, e non era piccolo peso per il paese[576].

La _Camera_ apostolica, per lo contrario, aveva natura diversa. Il tesoro pontificio (in origine era il _Vestiarium_) fu anch’esso a quest’epoca chiamato _Palatium_; ad esso si pagavano le imposte e i redditi dei beni ecclesiastici, che in generale comprendevansi nei concetti di _dationes_ (dazî), _tributa, servitia, functiones, pensiones_. Nelle specialità i titoli delle imposte erano innumerevoli, perocchè i nomi dei dazî e dei balzelli che affliggevano i ponti, le vie, le porte, i prati, i boschi, i mercati, i fiumi, i lidi, i porti ed altro, formano un registro lungo, che chiarisce i caratteri barbarici della economia publica di quell’età[577]. Gli _Actionarii_ percepivano la moneta che proveniva da tutti i possedimenti della Chiesa, e in Roma stessa troviamo la Camera pontificia essere altresì padrona di balzelli, che erano imposti sulle rive dei fiumi, sulle porte delle città, e, di qua e di colà, su’ ponti[578]. Non sappiamo in modo alcuno che si riscotessero in Roma gabelle dirette o tributi, e dubitiamo affatto che il Fisco pontificio esigesse dai Romani liberi testatico o imposta fondiaria. Era arte politica del Papato di non vessare Roma con gravezze; ma non vi si avrà, per lo contrario, fatto difetto di spillare quelle percezioni che erano conosciute con titolo di doni, di collette, di decime, di consuetudini. Per quanto grande possa parerci la barbarie di quell’età, essa era ancor lungi dal sistema dissanguatore sorto nelle monarchie dei tempi posteriori: il concetto della sovranità era significato massimamente nella podestà giudiziaria suprema, e tutte le altre prestazioni dei sudditi riposavano in un patto o contratto, per cui eglino pagavano emolumento di tutto ciò che apparteneva allo Stato ed era da loro usato a profitto proprio. Perciò, le rendite effettive della Chiesa consistevano nei suoi molti patrimonî, e la Camera poteva professar diritto soltanto su ciò che le apparteneva a titolo di _census_. Invece, al Fisco pontificio erano devolute le multe, le composizioni e le sostanze eziandio di chi moriva senza eredi[579]. Anche la zecca era tuttavia una regalìa esclusiva del Palazzo pontificio, dacchè non altri che i Papi avevano diritto di batter moneta.

Ma i proventi del Laterano s’erano diminuiti di molto. La restaurazione dello Stato ecclesiastico, avvenuta per opera di Ottone I, non riparava alle conseguenze della grande rivoluzione, che i possedimenti papali avevano subìto omai da più che settant’anni. Laddove, ai tempi di Adriano I e di Leone III, i patrimonî erano stati fiorenti, dopo il decadimento dell’Impero avevano essi sofferto un saccheggio di mille maniere. La confusione nelle cose di amministrazione usciva fuor d’ogni limite; parecchie volte il Laterano era rubato e devastato, il suo archivio distrutto, i rettori dei patrimonî abbandonati a sè stessi, senza alcuno che li proteggesse. I coloni, sopraffatti d’angherie, non pagavano più le tasse di mercede; i fittavoli nobili si rifiutavano di soddisfare i censi, o negavano di esserne debitori. I Pontefici poi erano trascinati al bisogno di cedere altrui beni e diritti di fiscalità; e l’ordinamento feudale germanico, a combatter cui Roma s’era lungamente dibattuta, faceva invasione da tutte le parti. Dominî senza numero, alienati per astuzia o per violenza, diventavano patrimonî ereditarî, e i Papi ne facevano scialaquo di dono a nepoti o a partigiani, cui andavano debitori della tiara. Necessità gli obligava a lasciarsi sfuggire di mano qualche bel possedimento per cavarne denaro pagato con moneta pronta; indi, tanto per salvare alla Camera il diritto di proprietà, vi imponevano soltanto un censo annuale di valore sì tenue, che diventava risibile cosa. Più ancora, le guerre, gli Ungheri, i Saraceni, avevano colato a fondo la proprietà di san Pietro. La più parte dei dominî era ridotta al nulla, e i Pontefici vedevansi costretti a concedere borgate intiere a Vescovi o a Baroni, perchè le difendessero e le ripopolassero. Le esenzioni ottenevano il sopravvento anche nel territorio romano. Regalie antichissime erano prodigate a Vescovi e ad Abati sempre in maggior numero, ed eglino, del paro che la nobiltà, prendevano possesso di città. Questo rilevammo avvenire a Subiaco ed a Porto, ma più sorpresa ci desta trovare che Gregorio V cedeva in perpetuo le contee di Comacchio e di Cesena, e la stessa Ravenna e il suo territorio, a quell’Arcivescovo, con tutti i tributi publici e col diritto di batter moneta; Ottone vi aggiungeva eziandio la _Potestas_ o _Jurisdictio_. Di siffatta maniera i Papi rinunciavano a quella proprietà, sopra cui avevano vigilato sì lungo tempo, e con cure sì fervide[580]. Anche Abati e Vescovi davano loro beni a signori potenti, che allor diventavano loro vassalli o _Milites_; così vivevano sicuri di vedere quelle terre difese contro ai Saraceni od altri nemici. Concedevano a loro città perchè le munissero di fortificamenti, terre selvatichite perchè vi piantassero colonie; e in tal modo, nel secolo decimo, sorgevano per la Campagna di Roma castella e torri molte. Sebbene simili contratti avessero pur sempre indole di enfiteusi, la cosa presto mutava, dacchè il feudalismo veniva incalzando ognor più, e di già nell’anno 977 si rinviene un contratto di natura feudale. Giovanni, abate di santo Andrea in Selci, vicino Velletri, investiva il celebre Crescenzio de _Theodora_ del _castrum vetus_, coll’obligo espresso, che «farebbe guerra e pace secondo il comandamento del Papa e degli Abati del monastero». Notevoli ne sono poi i patti accessorî. Il convento vi si riserva il diritto di tenere presidio ad una porta del castello, di mandare nella terra fittata suoi Consoli (giudici), e suoi Viceconti (prevosti), perchè vigilino sui privilegî del chiostro, percepiscano il censo, e giudichino nelle controversie civili; Crescenzio invece ne consegue il diritto di giustizia criminale e la capitananza della soldatesca. Il censo consisteva in frutti naturali, fra’ quali noveravasi un quarto del prodotto del vino; e nel dì festivo di santo Andrea dovevano essere forniti un paio di torce e un mezzo sestaro di olio. Quantunque anche questo contratto abbia sempre sembianza di una locazione di terza maniera, nondimeno l’obligo del servizio di armi vi attribuisce impronta feudale[581]. Cotale scrittura è il primo documento romano di siffatta natura che ci sia noto; ma, poco tempo dopo, una carta eretta nell’anno 1000 ci dimostra che il sistema dei _Beneficia_ aveva ottenuto riconoscimento pieno della Chiesa romana.

In essa carta Silvestro II concede la città e il comitato di Terracina a Dauferio longobardo ed ai suoi discendenti, e gli impone obligo di prestazioni militari, nelle quali precisamente consisteva il carattere essenziale del vassallaggio feudale. Opera tale avevano partorito pertanto le guerre di fazioni ed i Saraceni: il reggimento dei beni della Chiesa, tenuto in origine da’ Suddiaconi, si cambiava in un sistema di locazioni private, e questo, di per sè stesso, si trasformava nell’ordinamento del possesso feudale. Trascorsa la prima metà del secolo decimo, il grande patrimonio di san Pietro era occupato d’ogni parte da _Milites_, i quali fervidamente intendevano a tramutare in possedimento ereditario famigliare ciò che avevano conseguito dalla Chiesa soltanto in via temporanea[582].

§ 4.

Ottone III va in pellegrinaggio al monte Gargano. — Gregorio V muore nel Febbraio del 999. — Gerberto. — Santo Romualdo in Ravenna. — Gerberto è fatto papa con nome di Silvestro II. — Idee fantastiche di Ottone III, in riferimento alla restaurazione dell’Impero romano. — Egli veste a foggia di Bisanzio. — Libro ceremoniale per la sua corte. — Il _Patritius_.

Torniamo alla storia. Prima che cominciasse l’estate dell’anno 998 Ottone partiva di Roma per andare nell’Italia settentrionale, ma di già nel Novembre era anche di ritorno nella Città, per assistervi ad un Concilio; indi, sospinto da irrequietudine interiore sempre crescente, moveva pellegrino nell’Italia meridionale. La morte di martirio incontrata da Adalberto aveva scosso la sua anima fanatica per ogni fibra; le insinuazioni dei monaci di Ravenna, gli ammonimenti di santo Nilo avevano atterrito la sua coscienza, perocchè lo crucciasse il pensiero che troppo crudele fosse stata la punizione inflitta ai ribelli romani: pertanto deliberava di imprendere un pellegrinaggio. Se sia vero che partisse di Roma a piè nudi ben dava egli ragione alla voce, che lo affannasse il rimorso della fede mancata a Crescenzio; e, sebbene la superstizione fosse abituata a vedere atti di cotale umiliazione, può darsi che se ne diminuisse la reverenza verso l’Imperatore, che a quelle opere si assoggettava[583]. Ottone pellegrinò a monte Gargano, promontorio selvaggio che s’eleva sul mare di Puglia, dove era eretta una chiesa antica, dedicata all’arcangelo san Michele. Santità operosa di miracoli, lontananza di sito, solitudine magnifica di natura, rendevano il luogo, meta frequentatissima dei pellegrinaggi di quell’età, così che il Gargano nell’Occidente corrispondeva a ciò che il monte Athos o Hagionoro era pei Cristiani d’Oriente. Ottone visitò in prima Monte Cassino, dove era vissuto Adalberto, indi orò sulla tomba di san Bartolomeo a Benevento, finalmente salì a piè scalzi il santo monte. Rimase colà, fra i monaci salmeggianti, in abito di penitente, mortificando lo spirito e la carne, e di quell’altezza gettò sguardi desiosi alla Grecia e all’Oriente, e andò sognando della remota Gerusalemme: nel suo ritorno visitò santo Nilo. L’eremita viveva allora con altri uomini fanatici nella campagna di Gaeta, vero nomade, sotto a tende «splendide di povertà». Però, l’occhio di Ottone non altro discerneva in esse che «le capanne di Israello», e venutone appena in vista, si gettò giù di cavallo, corse a prostrarsi appiè del vecchio seguace di Macario, lo condusse nella cappella del convento, e, Davide contrito, si immerse ivi nella preghiera. Invano egli sollecitò Nilo ad andare a Roma, e gli promise qualunque grazia che potesse bramare; il patriarca, che non bisognava di cosa alcuna, fece soltanto voti per la salute spirituale del giovane Imperatore; e Ottone, piangendo amaramente, depose la sua aurea corona fra le mani di santo Nilo, e, in mezzo a benedizioni, se ne accomiatò per volgere il suo cammino a Roma[584].

Giusto allora Roma era in festa perocchè fosse morto il giovane papa Gregorio. L’energico Tedesco, odiato acerbamente dai Romani, moriva di repente sul principio di Febbraio dell’anno 999, probabilmente di veleno: così il supplizio di Crescenzio era vendicato sul Pontefice, cui massimamente se ne poteva dar colpa[585]. Alla nuova di quella morte Ottone, atterrito, correva a Roma; per lo meno sappiam questo, che egli si trovava colà addì 7 di Maggio: nè i Romani tentavano di sollevare al papato un uomo di loro elezione, ma accoglievano con silente rabbia il succeditore di Gregorio, che l’Imperatore loro imponeva. Fu quegli Gerberto, un genio che in guisa mirabile precorreva splendidamente il suo tempo.

Gerberto era nato nel mezzogiorno di Francia, di basso stato. Monaco in Aurillac, s’era dato con fervore allo studio delle matematiche, che allora gli Arabi avevano messo in fiore, e in Reims apparava le filosofiche discipline con tale risultato di valentìa, che più tardi induceva a meraviglia la Francia, di colà insegnando. Ottone I aveva fatto conoscenza di lui in Italia, e, compreso di ammirazione del suo ingegno, lo colmava di favori; Ottone II dappoi gli dava la ricca abazia di Bobbio. Però Gerberto s’era partito assai presto di qua, perchè vi soffriva persecuzione continua; tornava a Reims, indi recavasi alla corte tedesca, dove metteva a pro la sua maestria di adulare la famiglia imperiale. Diventò precettore di Ottone III, e, dopo di aver vissuto qualche tempo in Reims, ascese nell’anno 991 alla cattedra arcivescovile di quella città per protezione di Ugo Capeto, del cui figliuolo parimente era stato maestro. Nel Concilio, che pronunciava la deposizione (contraria ai canoni) di Arnolfo predecessor suo, Gerberto aveva riversato nei suoi protocolli sinodali le audacie dei Vescovi di Francia; ma, nel Sinodo di Mouson dell’anno 955, essendo stato costretto da Leone di san Bonifacio, legato del Papa, a scendere dal seggio di Reims, Gerberto tornava alla corte di Ottone III, e, di lì a tre anni, diventava arcivescovo di Ravenna.

Questa celebre città splendeva allora, grazie alle virtù di un Santo, dello splendore di Cluny; chè, mentre l’Italia meridionale si riempieva del grido di santo Nilo, la rinomanza di un Ravennate risonava per tutto il settentrione della penisola. Romualdo, discendente dei duchi Traversara, dopo una vita agitata, s’era fatto, nell’anno 925, eremita; aveva introdotta riforma nel chiostro di santo Apollinare di Classe, indi s’era nuovamente ritirato in una solitudine delle terre venete, e, in sull’anno 971, aveva fondato una congregazione di eremiti nell’isola di Pereo presso Ravenna: d’allora in poi questo chiostro diventò un insigne seminario di anacoreti, chè Romualdo non costituiva già monasteri, come Odone aveva fatto, ma piantava romitaggi che presto si diffondevano per l’Italia. Una novella estasi di misticismo si apprendeva in quel tempo alla gente umana; la brama del martirio antico si ridestava; gli uomini ricchi tornavano a donare i loro beni alla Chiesa; Principi andavano peregrinando e si assoggettavano a penitenze; Pietro Orseolo, doge, e Gradenigo e Mauroceno, nobili veneziani, facevano vita di solitarî come Romualdo loro maestro; e sulle montagne, e dentro alle caverne, e sulle spiagge del mare, e fra le foreste, ponevano loro dimora nuovi eremiti, siccome ai tempi di Antonio egiziano[586].

Erano pure i due strani contrapposti, Romualdo e Gerberto, tutti e due a Ravenna. Questi, maestro di astuzie e di sofismi, perito diplomatico, erudito grande e matematico di genio, doveva mirare con isguardo di compassione l’eremita, che a stento riusciva a compitare il salterio, e che cercava nella solitaria selvatichezza di un mistico stato di natura la più alta missione dello spirito umano. Eppure, appiè di Romualdo s’inginocchiavano Principi del più illustre stato, attendendo con umiltà ai suoi discorsi; ed Ottone III stesso, che, ammiratore del genio del suo maestro, gli scriveva lettere coll’indirizzo: «al sapientissimo Gerberto, coronato nelle tre classi della filosofia», Ottone stesso si prostrava in pari tempo innanzi all’eremita ignorante, ne baciava con reverenza il lembo della tonaca, e si stendeva penitente sul suo giaciglio di giunchi. Gerberto sedette un solo anno sulla cattedra di Ravenna, chè Ottone ne lo chiamava al pontificato, splendida prova che la istruzione di un sì grande maestro non era stata sterile di frutto[587].

La elezione di lui recò onore a Ottone, ma umiliò Roma, perocchè il genio del novello Pontefice, il quale, tempo prima, aveva scagliato tanto pungenti censure contro alla barbarica ignoranza dei suoi predecessori, facesse sì che la tenebra di Roma comparisse ancor più oscura. Addì 2 di Aprile dell’anno 999 Gerberto fu ordinato, ed egli arditamente si impose il nome di quel Pontefice che era onorato con venerazione santissima, ed era omai diventato persona di mito. Silvestro II faceva pensare che in Ottone dovesse rivivere un Costantino secondo; nè la scelta di quel nome era fatta senza motivo: amicizia e gratitudine univano maestro e discepolo, e la associazione del Papato e dell’Impero, cui Ottone aveva mirato di ottenere per via di Gregorio cugino suo, doveva adesso giungere a buon fine sotto di Silvestro II. Chi poneva fede nella donazione di Costantino poteva per verità susurrare all’orecchio dell’Imperatore, che il nome di Silvestro significava restaurazione dello Stato ecclesiastico e donazioni nuove; e l’arguzia dei Romani avrebbe potuto ricordare ad Ottone, che, appunto dopo di quella donazione, Costantino aveva abdicato Roma per sempre a favore del Papa, e s’era ritirato umilmente in un canto d’Europa, sulle rive del Bosforo. Ottone, per lo contrario, voleva fare di Roma la sede dell’Impero e diventare nuovo Trajano di una nuova monarchia universale. Innanzi ai suoi occhi si agitava l’idea di Carlo, ma il giovane immaturo di consiglio non era capace di formarsi l’idea di un sistema politico tale, che si acconciasse allo stato dell’Occidente germanico-romano. La sua educazione di greco costume lo aveva allontanato dal mondo nordico; invece di considerare, sì come Carlo aveva fatto, che Roma, decaduta per sempre nell’ordine politico, doveva essere soltanto fonte di un titolo e sede della Chiesa da lui dominata; invece di raffermare piuttosto in Alemagna il centro di gravità dell’Impero, Ottone intendeva a rialzare nuovamente Roma al grado di residenza imperiale, senza neppur pensare che in tal caso avrebbesi dovuto primamente sbassare la Chiesa alle proporzioni di un patriarcato (come era avvenuto di quella bizantina), e spendere in siffatto còmpito lotte senza fine. Nella sua mente si confondevano, sovrapponendosi l’uno sull’altro, i limiti della Chiesa con quelli dello Stato, e insieme coi principî monarchici si andavano in lui mescolando le ricordanze degli istituti antichi di Roma aristocratica e di quella democratica. La potenza di Germania aveva risollevato il Papato dalla ruina e vinto ancor una volta Roma, ed egli credeva in buona fede di avere incatenato a sè quella nobiltà, che cercava, con pensieri più pratici di quello che fossero gli intendimenti suoi, di restringere la cerchia del reggimento di Roma alla misura entro cui Alberico s’era tenuto. Dopo di avere appeso a’ patiboli gli uomini che avevano lottato per dare a Roma una grandezza tanto modesta, pareva ad Ottone di avere eguagliato Augusto vincitore di Azio, e la sua fantasia ardente allargava le dimensioni di Roma ruinata a quelle dell’orbe mondiale. Con pompa artificiosa faceva egli dunque risorgere il titolo della Republica antica, e perfino discorreva di accrescere la potenza del popolo romano, e parlava di Senato. Davasi, a preferenza d’altro, nome d’Imperatore dei Romani, ed ancora quello di Console del Senato e del Popolo di Roma, e, se più lungamente avesse vissuto, avrebbe restaurato il Senato[588]. Nessun documento dice che questo ei facesse, ma non mettiamo pur dubbio che egli desse ai Romani una specie di costituzione cittadina, poichè le forze della nobiltà erano diventate troppo grandi, ed egli aveva duopo di conciliarla a sè. In un tempo, nel quale i diritti di corporazione si andavano ordinando in modo deciso, in cui la podestà dei Principi non si cingeva in guisa alcuna di forme despotiche, era impossibile che Roma restasse priva di una sua propria costituzione municipale. L’architettura delle sue cime era composta dall’Imperatore o dal Papa, ma i diritti fondamentali della corporazione cittadina erano guarentiti per ragione di patto.

Ottone, a questa età, traeva in moda le forme pedantesche della corte greca; saltando di là dell’abisso che il tempo aveva spalancato, e che, per buona ventura, separava Roma da Bisanzio, cominciò a vestire col fasto usato da Diocleziano; e questa fu cosa che gli attirò addosso il biasimo dei suoi concittadini nutriti a idee di serietà. L’Imperatore, dice un Cronista tedesco, desiderava rinnovare i costumi antichi dei Romani, che in parte erano andati in dissuetudine, e molte cose fece che variamente furono giudicate: soleva sedere da solo ad una mensa di figura semicircolare, sopra un trono che superava di altezza gli altri[589]. L’amore passionato che Ottone aveva per il grecume era alimentato da Gerberto. Il Principe, avido di addottrinarsi, aveva fatto fervidi inviti a quest’ultimo, prima che diventasse papa, affinchè lo istruisse nelle lettere classiche e nelle matematiche, ma Gerberto rispondeva, non comprendere per qual fatta di mistero divino avvenisse, che Ottone fosse greco di nascita, romano di podestà imperatoria, e quasi erede dei tesori della sapienza greca e di quella romana: in tal modo si sciupava coll’adulazione la natura del giovane fornito di ingegno[590]. Affine di piacergli i cortigiani affettavano forme che sapessero di greco; financo cavalieri giganti di Germania, fior di gente onesta, cominciavano a biascicare quella lingua, parimente come a tutte le corti alemanne del secolo decimottavo e del nostro tempo, si balbettava e si balbetta il francese: tanto antica è quella miserevole smania dei Tedeschi di adulterare la propria natura coll’orpello degli stranieri. Oggidì ancora, in alcune ingiallite carte giudiziarie, troviamo le sottoscrizioni di giudici tedeschi di Ottone, dai nomi di Sigfredo e di Gualtiero, composte a caratteri greci, giusto come era Stato costume di farlo a Roma e a Ravenna nei tempi bizantini, quando benanco usavasi scrivere frasi intiere di latino a lettere greche[591].

Ottone studiò i costumi della corte di Bisanzio, con cui egli, figliuolo di una donna greca, intendeva imparentarsi per via di matrimonio; e, per uso di lui, fu allora compilato un formulario latino, che in parte attinge alle _Origines_ di Isidoro, in parte concorda col Libro ceremoniale di Costantino Porfirogeneto. Le dignità bizantine vi sono commentate con dottrina d’antiquario, e sono messe in applicazione a Roma; vi si enumera e vi si spiega la foggia delle vestimenta fantastiche dell’Imperatore, e vi si descrivono le sue dieci corone, tutte diverse una dall’altra. Erano di ellera, di olivo, di pioppo, di quercia, di alloro; v’aveva fra esse la mitra di Giano e dei Re trojani, il _frigium_ trojano di Paride, la corona ferrea simboleggiante che Pompeo, Giulio, Ottaviano, Trajano avevano domato il mondo colla spada; v’era la corona di penne di pavone, e finalmente quella d’oro seminata di gemme, che Diocleziano aveva tolto a imitazione dal Re di Persia, e su cui leggevasi scritto all’ingiro: _Roma caput mundi regit orbis frena rotundi_[592].

Tutto ivi è notato, cavalli, armi, istrumenti di musica, financo gli eunuchi, e vi sono registrate le diverse maniere di trionfo. «A nessuna dignità, a nessuna podestà, a nessun’anima vivente nel mondo romano, neppure all’eccelso monocrate, è lecito salire il Campidoglio di Saturno, capo del mondo, se non in vestimento di abiti bianchi. Quando poi il monocrate vuol ascendere al Campidoglio deve prima vestire nello spogliatoio (_Mutatorium_) di Giulio Cesare la porpora bianca, indi, circondato di musici d’ogni maniera, andare all’aureo Campidoglio, mentre a lui si acclama in lingua ebrea, in greco e in latino. Colà tutti devono inchinarsi innanzi ad esso tre volte, prostrandosi fino al suolo, e, per la salute del monocrate, alzare preci a Dio, che lo ha posto a capo del mondo romano»[593]. Però Ottone di queste magnificenze antiquate doveva tenersi pago a leggerle nel Libro ceremoniale; ad ogni modo, se più a lungo avesse vissuto in Roma, e se avesse menato una donna di Grecia per moglie, non v’ha dubbio ch’egli avrebbe introdotto tutta la pompa della corte bizantina, e avrebbe celebrato trionfi e dato giuochi nel circo. Le sue fantasie contribuivano di molto ad alimentare il borioso concetto in cui i Romani tenevano la Città eterna, capitale del mondo. Può darsi che cervelli bollenti si confortassero della libertà civile perduta, pensando che Ungheri, Polacchi, Spagnuoli settentrionali e la stessa Alemagna sarebbero province romane, ed eglino ne farebbero da proconsoli; benanco può darsi che gli aristocratici ignoranti, i quali conoscevano il greco soltanto di udito, non ridessero, neppur eglino, gran che delle fanciullaggini di un Greco sassone, il quale lusingava il loro orgoglio nazionale; onde avidamente facevano ressa a torsi le cariche della corte e della milizia, che Ottone loro offriva. Se anche non si legge che egli creasse dei Tribuni della plebe, dei Consoli, dei Dittatori e dei Senatori, v’avevano però alla corte di lui degli officî chiamati con nomi superbamente sonanti, e, parimente come a Bisanzio, vi si trovavano Protovestiarî, Protoscriniarî, Logoteti, Archilogoteti, Protospatarî. Gregorio di Tusculum portava il titolo nuovo di Prefetto della flotta. In mezzo al decadimento dello Stato ecclesiastico aveva cessato di esistere in Ostia il quartiere navale pontificio; ma adesso Ottone III, ravvolgendo nel suo animo disegni arditi contro a Sicilia, pensava alla creazione di una marineria romana, e, coll’elezione di un ammiraglio, precorreva alla realtà vera delle cose[594].

Più importante era l’officio del _Patricius_, che sembra essere stato rinnovato da lui, affine di blandire le idee dei Romani, pei quali quel titolo era fornito di tanto grande importanza. Tratto tratto se ne fregiavano ottimati romani, forse soltanto come segno di onore che i primi Ottoni avevano concesso, ad esempio di Bisanzio[595]. Ottone III vi diede rilevanza nuova, e della ceremonia solenne usata per la nomina del Patrizio tien nota la _Graphia_. Il Protospatario e il Prefetto conducono all’Imperatore il futuro Patrizio, il quale gli bacia le piante, le ginocchia e la bocca, e bacia tutti i Romani circostanti che gli danno il benvenuto; indi l’Imperatore lo nomina suo ausiliario, suo giudice e suo difensore nelle cose riguardanti le chiese ed i poveri, lo veste del mantello, gli mette l’anello nel dito indice, e ne adorna il capo dell’aureo serto[596]. Vien detto che Ziazo fosse primo patrizio al tempo di Ottone[597]; sull’incominciare poi del secolo undecimo troviamo Giovanni essere «Patrizio della città di Roma», e quivi, nel suo proprio palazzo, egli tiene un Placito; allato di lui, come giudice, sta Crescenzio prefetto della Città, ma quell’altro occupa il primo luogo[598]. L’officio però rinserrava dentro di sè l’attrattiva alla rivolta, chè quei maggiorenti romani, i quali combatterono la podestà pontificia e la imperiale, sempre s’appellarono con nome di Patrizio; laonde, più tardi, lo si ricacciò nell’ombra, per via della dignità cresciuta al Prefetto. Anche di questa carica sembra che Ottone III abbia rialzato la importanza. All’età dei Carolingi di Prefetto della Città non si ha vestigio; tornammo con esso ad imbatterci negli anni 955 e 965 e, presto dopo, lo stato di lui guadagnò di considerazione. Egli faceva veramente da vicario della podestà imperiale, era insignito di aquila e di spada, ed amministrava la giustizia criminale nella Città e nel suo territorio. In pari tempo aveva incarico di avvocato ordinario della Chiesa, con podestà giudiziaria.

§ 5.

Cominciamento del pontificato di Silvestro II. — Una donazione di Ottone III. — Primo accenno delle crociate. — L’Ungheria diventa provincia della Chiesa romana. — Ottone III nella sua dimora di monte Aventino. — Misticismo di lui. — Egli ritorna in Alemagna. — Viene nuovamente in Italia nell’anno 1000. — Condizioni difficili di Silvestro II. — Basilica di santo Adalberto nell’isola Tiberina.

Frattanto Silvestro II dimostrava con quali spiriti intendesse fare da papa. Roberto re francese era costretto a rinunciare ad un matrimonio contratto contrariamente ai canoni; sul ribelle lombardo Arduino pronunciavasi scomunica; i Vescovi erano sermoneggiati per iscritto, che il nuovo Papa aveva risoluto di castigare senza misericordia la simonia e l’immodestia di vita, affinchè l’officio vescovile nuovamente si rialzasse, puro di ogni macchia, al di sopra della podestà regia, che era tanto inferiore al primo, di quanto il piombo triviale è vinto dallo splendore dell’oro[599]. Silvestro trovava in Ottone il sostegno più volonteroso, per ciò che si trattava di condurre a buon fine la riforma ecclesiastica, cui Gregorio V s’era sforzato di operare; e di lui il Papa abbisognava per giungere a questo scopo generoso, e per raffermare sè medesimo in Roma. Deliberato di fondare una nuova signoria mondiale del Papato, Silvestro trovava accosto a sè un Imperatore giovine, desioso di gloria, compreso del concetto della grandezza antica, e fervido di speranze che da sè incominciasse una nuova êra per l’Impero. I rapporti che si stringevano fra il maestro, esperto delle cose del mondo, e il suo discepolo, inspirato a idee di romanzo, sono in altissimo grado degni di considerazione, avvegnachè in fondo i loro intendimenti si osteggiassero. Ottone III ben comprendeva sè essere l’Imperatore, ricordava aver egli creato due Papi, e tornargli necessario di battere le vie dell’avo suo, cui la Chiesa aveva prestato obbedienza senza esitare. Queste teorie Ottone proclamò, allorchè fece al Papa graziosa donazione di otto contee, sulle quali la Chiesa vantava pretese. L’Imperatore protestava in questa occasione, che Roma era capo del mondo, che la Chiesa romana era madre della Cristianità, ma che i Papi medesimi avevano rimpicciolito il loro splendore, disperdendo beni ecclesiastici per farne quattrini. Oltracciò diceva, che nella confusione degli ordini giuridici alcuni Papi, col pretesto della donazione falsa di Costantino, avevano usurpato alcune parti dell’Impero, e che si era fabbricata una donazione di Carlo il Calvo, falsa tanto quanto la prima. A siffatte finzioni non dava egli che sprezzo, ma al suo precettore, che aveva creato papa, donava i comitati di Pesaro, di Fano, di Sinigaglia, di Ancona, di Fossombrone, di Cagli, di Jesi e di Osimo. Quella protesta significava la coscienza della maestà imperatoria che Ottone accoglieva nell’animo, e Silvestro doveva sentirne temenza[600].

Nel suo grande intelletto il Pontefice sorrideva dei sogni dorati del giovinetto generoso, ma ben si guardava dal dissiparli; infatti, allorchè Ottone ebbe alzato il suo maestro al seggio pontificio, sperò egli di avere trovato in questo chi secondasse le sue idee, e soltanto la morte lo premunì da veder ciò che gli sarebbe stato dolorosissima delusione. Silvestro invece aveva in mente di educare a suo pro il giovine idealista, e di restaurare col mezzo suo lo Stato della Chiesa. Approvava il proposito che l’Imperatore ponesse in Roma stabile residenza, perciocchè questa eragli arra di quiete, e poneva impedimento a’ tumulti ribelli. Adulava Ottone in tutte le maniere; diceva lui essere monarca del mondo, cui obbedivano Italia e Alemagna e Francia e le terre degli Slavi, e chiamavalo più savio dei Greci, lui uomo di greca origine: così scaldava la fantasia del giovine Principe, che in pari tempo correva le vie dell’antichità e quelle del monachismo.

Quantunque per eletta cultura si alzasse al di sopra della sua età, tuttavia anche Silvestro II ne divideva parecchie tendenze, perchè di quel tempo era anch’egli figliuolo: e merita che si noti, essere partita da lui la prima esortazione alla Cristianità, perchè liberasse Gerusalemme dalle mani degli Infedeli[601]. La Chiesa e l’Impero celebravano allora novelli trionfi: Sarmati convertiti compensavano la perdita della Bulgaria; Polonia si assoggettava a Roma; gli Ungheri feroci, che poco tempo prima erano stati i più formidabili devastatori d’Italia, domati dappoi dalle armi tedesche, sottoponevano sè stessi al culto romano, e accoglievano istituti germanici nelle cose di Chiesa e di Stato. Anastasio, ossia Astarico, ambasciatore del loro savio principe Stefano, veniva a Silvestro acciocchè questi desse ricompensa alla conversione dell’Ungheria, accordandole dignità regia. Il Papa, con gran gioia, metteva una corona nelle mani del legato; e sebbene per verità ciò avvenisse col beneplacito di Ottone, il quale concedeva il reame ad uno sperato vassallo dell’Impero, tuttavia l’Ungherese otteneva in Roma, per opera del Pontefice, la consecrazione: v’aveva dunque ogni apparenza che la dignità regia derivasse dalla podestà della Chiesa, e il Pontefice, il quale già possedeva il diritto di coronare l’Imperatore, accordava per la prima volta il diadema anche ad un Principe straniero, come se fosse stato un dono di san Pietro[602]. D’allora in poi la Città albergò entro di sè eziandio dei Magiari pacifici, pei quali Stefano fondava una casa di pellegrini presso al san Pietro, nel tempo stesso che costituiva un seminario ungherese di preti, quello che oggidì è riunito al _Collegium Germanicum_. Ancora a’ nostri giorni il primo Re ungherese è venerato nella sua chiesa di santo Stefano degli Ungari, che sta in vicinanza al san Pietro, nel luogo dove anticamente era la casa di quei pellegrini; però la chiesa degli Ungheresi è quella di santo Stefano in Piscinula nella Regione detta Parione, in cui deve avere esistito l’antica Collegiata dedicata a Stefano protomartire.

La conversione dell’Ungheria era opera della missione di Adalberto, che Ottone cominciò a divinizzare come patrono suo. Portava egli grande affetto al convento dell’Aventino dove il Santo aveva vissuto; ne confermava e ne accresceva i beni, e, affinchè se ne facesse un pallio di altare, vi donava perfino il manto usato nella sua coronazione, tutto adorno di figure dell’Apocalisse[603]. In un edificio prossimo a questo convento stabiliva il suo castello imperiale, e di là, «dal Palazzo del Monastero», datava alcune delle sue scritture[604]. Non v’aveva a quel tempo alcun altro colle di Roma che fosse così animato di vita, come era quel monte Aventino, oggidì tanto deserto; oltre ai conventi di santa Maria, di san Bonifazio ed al castello imperiale, pieni di santi uomini e di abitatori illustri v’avevano molti bei palagî, e reputavasi che l’aria, ivi in ispecialità, spirasse balsami di salute[605].

In quello che Ottone, a foggia dell’antichità romana, si imponeva, per nomi di trionfo, appellazione di _Italicus_, di _Saxonicus_, di _Romanus_, con mistica umiltà sè stesso chiamava servo di Gesù Cristo e degli Apostoli; e reputava sua missione eccellente essere quella di far rifiorire la Chiesa di Dio, in società coll’Impero e colla Republica del popolo romano[606]. Inspirato a idee cotali, contraddicendo a sè stesso, s’immergeva tratto tratto in opere di mortificazione monastica. Grecia e Roma sollevavano l’anima sua alle spere dell’idealità, ma i frati la cingevano coi loro lacci e la annebbiavano. Deposto il manto d’Imperatore, si copriva di veste di cilicio, e insieme con Franco, giovine vescovo di Worms, si stava rinchiuso quattordici giorni entro una cella di romito in san Clemente in Roma; risensato, moveva nell’estate a Benevento, indi passava a nuove mortificazioni a Subiaco nel convento di san Benedetto[607]. Tosto dopo andava a Farfa, accompagnato dal Papa, da maggiorenti romani e da Ugo di Tuscia favorito suo; poi, preso dalla brama di tornarsene in Alemagna, sembra che a Farfa desse assetto al reggimento d’Italia per il tempo che ne sarebbe rimasto lontano, e pare che a suo vicerè nominasse Ugo[608]. Turbato per la morte di Matilde zia sua, e per quella immatura di Franco, che trapassava di vita in Roma, ancor mesto della fine di Gregorio V, l’Imperatore malato e inquieto di animo, partiva di Roma nel Dicembre dell’anno 999: presto gli giungeva novella eziandio della morte dell’imperatrice Adelaide. Le cose di Germania lo chiamavano in quel paese; s’avvicinava l’anno 1000 temuto, ed egli aveva fatto voto di peregrinare alla tomba di Adalberto. Prendeva seco parecchi romani, e conduceva anche Ziazo patrizio e alcuni Cardinali, mentre che Silvestro restava, con gravi cure, a Roma. Il Papa gli mandava dietro una lettera per indurlo a ritornare, ma Ottone gli rispondeva: T’amo di reverente affetto; però necessità mi costringe ad andare, e l’aria d’Italia è nociva alla mia fibra. Parto soltanto col corpo, ma lo spirito rimarrà a te sempre vicino; a tua difesa poi lascio i Principi d’Italia[609].

Il vincitore di Crescenzio, il ristoratore del Papato, il rinnovatore dell’Impero, il pellegrino del Gargano fu salutato, meraviglia del mondo, dai popoli d’oltralpe, stupefatti a vederlo. Dalle feste di Regensburg ei passava rapidamente a Gnesen: e colà, circondato dai Sarmati dalle lunghe chiome, mentre orava sulla tomba di Adalberto, il suo pensiero con fervido desiderio volava alla santa, all’aurea Roma, all’Aventino benedetto di sole, alla piccola isola Tiberina, dove aveva comandato che si rizzasse una basilica ad onore di Adalberto. Fondava a Gnesen un Arcivescovato, indi proseguiva il suo cammino ad Aquisgrana, alla Roma alemanna. Nella Cripta di quel duomo riposava Carlo, il grande fondatore dell’Impero di nazione germanica, quel desso cui il giovane fanatico intendeva di rendersi eguale. Ed Ottone non si faceva riguardo di rompere la porta della tomba, e di entrare nella camera sepolcrale; che se il gran Carlo si fosse svegliato del suo sonno, avrebbe guardato con occhio di compassione il giovine invasore, e, sgridandolo, lo avrebbe biasimato, che, per cupidigia della falsa Roma, lasciasse in abbandono e traesse in vie non nazionali quella gagliarda Alemagna, cui i re Enrico e Ottone I avevano conquistato unità dentro, e podestà fuori, sui Romani e sugli Slavi[610].

Bramosia di riveder Roma richiamava Ottone in Italia, omai nel Giugno dell’anno 1000. Il millesimo dell’êra cristiana aveva avuto incominciamento, ed era progredito nel suo cammino senza che il mondo inabissasse. Il secolo undecimo s’iniziava, gravido di mistero, nella storia; la gente umana lo aveva atteso con angustia mortale, come di nessun altro secolo prima o dopo di esso v’ebbe aspettazione. Gli uomini credevano che sarebbe venuto, demonio orrendo, imboccando la tromba del giudizio finale, ed agitando la fiaccola dell’incendio universale: venne invece tutto mitezza, e involto in un fitto velame; scoperta indi la faccia, si mostrò agli occhi dei popoli in figura di Sibilla profetica, la quale nel suo vase di Pandora teneva celate le meraviglie di una cultura nuova. Acconciamente disse uno Scrittore ecclesiastico, che, durante il secolo decimo, Cristo aveva dormito nella sua Chiesa, e che all’undecimo si era desto del suo sonno. Dell’oscurità di quello conforta la vista di questo che sorge, e già in esso s’ergono in bello aspetto due persone, che sul suo primo albore spariscono dentro il sepolcro; Gerberto, il Papa, il mago, il sapiente divinatore delle crociate, e il giovine imperatore Ottone III, che sognava il dominio di un novello Impero mondiale.

Ottone passò in Lombardia la stagione estiva, ma Silvestro con fervide instanze lo richiamò a Roma: quivi infatti risorgeva lo spirito di ribellione, la Sabina gettava disfida al Papa, il quale, andatovi per difendere i diritti della Chiesa, era in Orta minacciato con un sollevamento, e costretto a fuggirsi a Roma[611]. Ottone, che primamente aveva avuto nuova, da Gregorio di Tusculum, dello stato minaccioso della Città, mosse a Roma nell’Ottobre, a capo di un esercito, seguito da Vescovi tedeschi, e dai duchi Enrico di Baviera, Ottone della Lotaringia inferiore, e Ugo di Tuscia. La sua venuta tenne in freno i Romani, che l’assenza di lui aveva incorato a tumultuare.

L’Imperatore pose stanza nel suo castello sull’Aventino, deliberato di fissare per sempre dimora in Roma. Allora fe’ consecrare la basilica di santo Adalberto, per ministero del Vescovo di Porto, sotto la cui giurisdizione stava l’isola Tiberina. Ottone sarebbe stato beato di erigere templi, in ogni canto del mondo, al martire divinizzato, nell’istesso modo che Adriano aveva fatto ad Antinoo favorito suo, da lui riposto tra i numi. Gli fondava un convento in Ravenna, una chiesa in Aquisgrana, e la basilica a Roma, dove raccoglieva in custodia un braccio del Santo. Andò avidamente a cerca di reliquie per fornirne questa chiesa; domandò Benevento che gli consegnasse il cadavere di san Bartolomeo, ma gli atterriti Beneventani lo ingannarono, dicesi, dandogli invece le ossa di san Paolino di Nola, e Ottone le trasse a Roma, e le seppellì, quali avanzi dell’apostolo Bartolomeo, nella basilica: risaputa poi la pia ciurmeria, voleva sulle prime vendicarsene contro Benevento, ma poi non ne fece più altro[612]. La chiesa dell’isola Tiberina fu allora appellata «dei santi Adalberto e Paolino», ma l’origine barbara fece sì che il Boemo, accolto nel culto religioso della Città, non diventasse mai famigliare in Roma. I Romani andarono affermando, che nella basilica era sepolto Bartolomeo apostolo, e da lui la nomarono; e, allorquando Pasquale II la restaurò nell’anno 1113, di santo Adalberto non fec’egli più menzione in quei suoi versi, che ancora possono leggersi sulla porta d’ingresso[613]. Pertanto, nell’isola dedicata in antico a Esculapio fu fabbricata la chiesa onde diciamo, e lo fu forse colle ruine del tempio di lui: così Esculapio, figlio degli Dei, ebbe per successore il santo barbaro Woiteco ossia Adalberto. Oggidì, quando dai giardini del convento si scende ai margini del fiume, vi si mirano ancora gli avanzi delle mura di travertino, che anticamente avevano dato all’isola la figura di una nave rostrata; e tuttora si discerne il simulacro in pietra del caduceo, e si rammenta che da quel sacro serpente di Epidauro l’isola ebbe nome di _Insula serpentis Epidaurii_[614]. Può darsi che Ottone affidasse a quanto v’aveva di artisti migliori, l’incarico di decorare la sua basilica. Dessa è unico monumento di lui in Roma, quantunque rimutata sia dalla forma antica; chè soltanto la torre e le quattordici colonne antiche di granito derivano dal tempo suo. Con gratissimo diletto l’uomo tedesco si sofferma nella tranquilla piazza che s’apre davanti a quella pittoresca chiesa del medio evo, dove, nel bel mezzo del Tevere, con Roma da una banda ed il Transtevere dall’altra, può in quiete dar libero il volo alle sue meditazioni: oppure, dal piccolo giardino del convento, dove gli aranci frondeggiano vicino ai melanconici giunchi del fiume, egli solleva lo sguardo al prossimo Aventino, coperto delle severe ruine del suo castello, ed evoca alla mente i tempi in cui Ottone III dalla soglia del suo palazzo affisava con senso di religiosa pietà la basilica di Adalberto.

§ 6.

_Tibur_, ossia Tivoli. — Sollevazione di questa città. — Ottone III e il Papa la assediano e le concedono perdono. — Rivoluzione in Roma. — Condizioni disperate di Ottone. — Discorso ch’ei rivolge ai Romani. — Fugge di Roma. — Ultimo anno di sua vita. — Muore, addì 23 di Gennaio 1002.

Addì 4 di Gennaio dell’anno 1001 Ottone dava il benvenuto a Bernuardo, vescovo di Hildesheim, maestro suo, e lo albergava in vicinanza al suo palazzo. Tosto dopo era costretto di correre alle armi per castigare la piccola città di _Tibur_. Fra le città della provincia romana le più considerevoli erano allora Preneste, _Tusculum_ e _Tibur_; un feudo la prima dei figli di Stefania senatrice, la seconda dominata dai discendenti di Alberico, _Tibur_ fornita di una tal quale libertà municipale. Omai la città era detta Tibori o Tivori, donde poi derivò il nome di Tivoli[615]. Racconti di leggenda, casi di storia, bellezza di natura, avevano resa Tivoli illustre. Alba Longa era stata madre di Roma, e del peperino dei suoi monti erano stati edificati i gravi monumenti della Città republicana; ma i Tivolesi ben potevano celebrare a loro gloria, che della gialla pietra dei loro colli erano sorti gli immensi edificî di Roma imperiale e pontificia. Nomi splendidi dell’età di Augusto erano associati alle ruine delle lor ville, fra le quali si additano quelle di Mecenate, di Orazio e di Cicerone, di Varo, di Cassio e di Bruto, dei Pisoni, di Sallustio e di Marziale[616]. Le sue belle grotte, traverso le quali l’Anio precipita rumoreggiando, sono illeggiadrite di racconti di sirene e di Nettuno; gli avanzi dei suoi delubri acquistano vaghezza dai nomi di Ercole, di Vesta, e di quella albunica Sibilla, che in una visione ebbe svelato a Ottaviano la nascita di Cristo; e tuttodì, a’ piedi d’incantevoli boschetti di olivi, destano nell’animo meraviglia i ruderi della villa di Adriano, massima delle case di delizia che fosse in Occidente. Quantunque di quei luoghi si fosse tolto tanto numero di statue, di musaici e di marmi preziosi, pure al tempo di Ottone erane tuttavia grandissima la copia. In mezzo a rovine di portici antichi, coperte di alberi di alloro e di lentischi, o sotterrate fra’ rottami, s’alzavano ritti o giacevano supini, obliati dagli uomini, l’Antinoo del Campidoglio, la Flora, i Fauni, i Centauri capitolini, la Cerere, l’Iside, l’Arpocrate, il rilievo dell’Antinoo di villa Albani, il musaico dei piccioni di Soso, e tante altre opere d’arte, che empiono in oggi i musei di Roma e di altri siti[617]. Goti, Longobardi, Arabi avevano devastato Tivoli, e la città somigliava a Roma nel suo duplice aspetto: reliquie di mura e di templi, avanzi dell’acquedotto Claudiano, un anfiteatro, fontane parecchie, statue sparse qua e colà duravano tuttavia in piedi; alcune strade erano denotate con nomi antichi, e, nel tempo istesso, templi s’erano tramutati in chiese e in conventi, e torrioni medioevali si erano edificati. In carte tivolesi del secolo decimo leggiamo ancora questi nomi: _Forum, Vicus Patricii, Porta major_ e _oscura, posterula de Vesta, porta Adriana castrum vetus, pons Lucanus_, dove la tomba dei Plauti aveva preso forma di un castello a ponte, siccome era avvenuto in Roma del sepolcro di Adriano[618].

Quantunque in Tivoli, come a Porto e in Aricia, dei _Comites_ e dei Gastaldi, o prevosti, vegliassero a guardia dei diritti della Chiesa romana, sembra che quei cittadini avessero conservato sentimento d’independenza. Il loro Vescovo aveva ottenuto esenzione dal banno del Conte, e, poichè non troviamo che ivi esistessero famiglie nobili di cospicuo grado, può darsi che Tivoli, a preferenza di tutte le altre terre romane, godesse, sotto la protezione vescovile, di un ordinamento municipale, fornito di maggior libertà[619]. Le esenzioni allentavano l’obbligo di sudditanza delle città, le quali cominciavano a costituirsi isolate; e Roma vedevasi ricondotta ai tempi della sua infanzia, quando, indottavi da acerbe gelosie, aveva mosso guerra alle terre della Campania. I Tivolesi, che accampavano i loro diritti di esenzione, avevano trucidato Mazzolino duce, che Ottone, così pare, vi aveva spedito da governator suo. L’Imperatore cinse d’assedio la città e minacciò di smantellarla; si difese essa, ma presto le mancò il cuore, e Silvestro e Bernuardo la indussero a sottomettersi. Mezzo nudi, recando in mano una spada ed un fascio di verghe, i cittadini più notabili si presentarono a Ottone e gli chiesero perdonanza; egli fe’ grazia alla città, e s’accontentò a far atterrare un tratto delle mura e a prendere ostaggi[620]. Di questa maniera l’Imperatore si considerava, in modo assoluto, principe della provincia romana, chè il Papa, signore territoriale di Tivoli, la faceva soltanto da intercessore, e chiedeva che alla città si perdonasse. Questa mitezza fe’ invelenire i Romani; dell’odio sanguinoso che nutrivano per Tivoli si potrebbe dubitare, se la storia non ne confermasse la verità: infatti, anche nell’anno 1142, il perdono che parimente era concesso a quella città, dava motivo ad un grande rivolgimento. Le fantasie di Ottone avevano scaldato l’orgoglio dei Romani; già pensavano essi alla restaurazione dei diritti del Senato, e movevano pretese al dominio altresì delle terre circonvicine. D’allora in poi i pretendenti alla podestà di governo, Papa, Imperatore, Città, vennero a continue lotte fra loro.

Agli ultimi tempi di Ottone III gli ottimati romani parteggiavano per l’Imperatore: poichè questi intendeva di risiedere a Roma, eglino avevano afferrato le sue idee, intese a dare nuova grandezza al popolo romano, e ciò facevano per mettersi essi nel luogo della signoria pontificia. Fors’è che l’Imperatore aveva loro promesso i beni di Tivoli; ma il Papa impediva che la città si distruggesse, poichè pensava a salvarne il possedimento a beneficio proprio di sè. I Romani si videro giocati; il loro odio contro il giogo dei Sassoni tolse dall’affare di Tivoli opportunità propizia ad erompere; si sollevarono con grande furore, serrarono le porte, uccisero alcuni imperiali, e cinsero d’assedio il palazzo dell’Aventino. L’Imperatore, che vi stava rinchiuso da tre giorni, era ridotto all’idea di aprirsi un varco per congiungersi ai suoi soldati; e già il vescovo Bernuardo, dopo di aver dispensata l’eucaristia a tutti quei fedeli, prendeva in mano la lancia santa, e deliberava di precedere a quelli che stavano per tentare la sortita. Ma, frattanto, di fuora dalle porte, Enrico e Ugo duchi venivano a trattative coi Romani, e a quelli e a Bernuardo riusciva fatto di acchetare i ribelli. Costoro si ritirarono allora dall’Aventino, lasciarono che Enrico ed Ugo entrassero in città, e nel dì successivo vennero pacificamente innanzi al palazzo, ad un’adunanza cui Ottone gli aveva invitati[621]. L’Imperatore dall’alto di una torre tenne loro discorso; delusione e dolore davano al giovine sventurato una facondia bollente: «Siete voi», diceva, «siete voi quelli che io chiamava i miei Romani? quelli per amore di cui abbandonai patria e parenti? Per affetto vostro ho sparso il sangue dei miei Sassoni e di ogni schiatta Tedeschi, e il mio proprio: voi ho guidato fino alle terre più remote dell’Impero nostro, là dove neppure i vostri padri, quando dominavano il mondo, avevano posto il piede. I nomi vostri e la vostra gloria voleva io trarre fino all’estremo dell’orbe; eravate voi i miei figliuoli prediletti; per voi io mi sofferiva l’odio e la gelosia di tutti gli altri. E voi adesso, in compenso, vi separate dal padre vostro; avete scannato crudelmente i miei fedeli, e me cacciato dal vostro seno: eppure no, non poteste farlo, chè quelli i quali io abbraccio con amore di padre non possono essere sbanditi dal mio cuore. Conosco ben io chi furono i capi della rivolta, e d’un volger d’occhi potrei segnare coloro i quali audacemente sostengono gli sguardi che tutti ficcano loro in viso; e perfino i miei più fidi, la cui innocenza mi rende beato, sono condannati a starsi silenziosi in mezzo ai rei, e a perdersi nell’incognito, in mezzo a loro: in verità orribile cosa è questa!» La voce tremante di Ottone, nel cui petto l’amore di Roma soffocava gli sdegni, la faccia scolorata e bella dell’Imperatore, che portava segnati in fronte i solchi del dolore, esercitarono una grande efficacia: rimasero silenziosi tutti, molti piansero, indi un grido si levò. Afferrati i caporioni della sedizione, Benilone e un altro, gli strascinarono su per la scala della torre, e, mezzo morti, li gettarono ai piedi dell’Imperatore[622].

Il dolore limava la vita di Ottone; vedendo distrutti i suoi disegni, s’immerse in una mestizia desolata, e, come in antico era avvenuto di Teodorico, anch’egli, in quella Roma amata di sì caldo affetto, tornò a trovarsi uomo straniero fra gente straniera. Quantunque i Romani avessero deposto le armi, la Città era pur sempre piena di tumulto. Gregorio di Tusculum con animo ingrato sommoveva il popolo; vociferavasi di un disegno, per cui si mirava a sorprendere l’Imperatore e a impadronirsi di lui, dappoichè la sua scarsa soldatesca stava in parte a quartieri fuor della Città. Enrico, Ugo, Bernuardo lo sollecitarono a porsi rapidamente in salvo, e lo sventurato uscì insieme col Papa della Città, che era il giorno 16 di Febbraio dell’anno 1001. La sua partenza somigliò ad una fuga, ed infatti molti Alemanni rimasero addietro, e furono tenuti dai Romani in ostaggio. Per il fatto, Roma tornava ad essere independente, e sembra che il governo venisse in mano di Gregorio di Tusculum, nipote del celebre Alberico, la cui casa Ottone aveva restituita a splendore[623].

Ottone volse i suoi passi al settentrione, e spedì a Germania Bernuardo ed Enrico, perchè ne raccogliessero milizie fresche: egli poi andò al convento di Classe, in vicinanza a Ravenna, e vi celebrò le feste di Pasqua. Sebbene la sua fuga di Roma avesse dovuto parergli il più aspro pellegrinaggio di tutta la sua vita, tuttavia tornò a indossare abito di penitente. Romualdo cercò avidamente di impadronirsi di quell’anima scrollata di speranze, tentò di inchiodarla, trofeo massimo di sue vittorie, in un convento, e di far vedere al mondo un Imperatore coperto della tonaca, onde aveva di già vestito un Doge. Però, la mente di Ottone, che spaziava nelle idealità, poteva bensì smarrirsi per qualche settimana in mezzo ai misteri del monacato, ma non seppellirvisi dentro in perpetuo. Buttato via il saio del penitente, visitò in secreto Venezia, dove Pier Orseolo II, figlio di quel Doge che s’era fatto frate, gli mostrò le magnificenze della giovane regina dei mari, i frutti delle sue virtù di governo, e la saviezza pratica del suo reggimento. Radunato dappoi il suo esercito, Ottone mosse, sbuffante vendetta, contro a Roma. Tuttavolta, non abbiamo nuova che assalisse la Città; lo troviamo ai 4 di Giugno in vicinanza al san Paolo, ai 19 di Luglio nei monti Albani, ai 25 e ai 31 di Luglio a Paterno[624]. Creder non possiamo che egli non sarebbe entrato in Roma, se avesse trovato aperte le porte. Scarso esercito aveva, poichè stava ancora aspettando le soldatesche riposate di Eriberto arcivescovo di Colonia; e i Romani che, presi di paura, avevano messo in libertà i prigionieri tedeschi, dovevano preferire l’estrema distretta di un assedio, piuttosto che venire ad una resa, le cui conseguenze gli avrebbero ridotti alle sorti istesse di Crescenzio. L’Imperatore or compariva innanzi a Roma, or devastava col ferro e col fuoco la Campagna, dove, in ogni castello, si annidavano nemici suoi; ed egli stesso in persona, dal suo maggior quartiere che aveva posto a Paterno, presso al Soratte, in vicinanza di Civita Castellana, andava e tornava, fino a che la infedeltà dei Principi dell’Italia meridionale lo chiamava colà. Andò a Salerno, assediò e prese Benevento, e, quasi che lo agitasse un’irrequietezza presaga di morte, corse di nuovo, nell’autunno, a Pavia, indi a Ravenna per farvi orazioni e penitenze[625]. Se torni a Roma, così l’ammoniva santo Romualdo, non rivedrai più Ravenna: e disse il vero. Il giovine si staccò dal profeta di mal augurio, e mosse verso Roma; celebrò a Todi le sue ultime feste di Natale, e vi tenne insieme col Papa un Concilio, che si occupò di cose di Germania.

Sorse l’anno 1002. Accasciato alla notizia che il malcontento covava fra i popoli tedeschi, i quali minacciavano di porre un Principe, ispirato a sensi germanici, nel luogo del loro Re che viveva oblioso di loro in Italia, scoraggiato per lo indugiare delle milizie ausiliarie, infermo lo spirito di affanni e malato di febbre, il giovine visionario si trascinò nel mese di Gennaio a castel Paterno, dove comandava Tammo conte, fratello di Bernuardo, e dove Ziazo patrizio, venuto di Pavia con soldatesche, gli si era congiunto. Dai merli di Paterno Ottone poteva discorrere collo sguardo sulla grande pianura di Roma, dove il padre suo dormiva l’ultimo sonno nell’atrio del san Pietro. Ai suoi occhi illusi dalle imagini febbrili sembrava che la Campagna, che Italia tutta ardesse, come una sola fiamma, dell’incendio della rivoluzione; e l’Imperatore, che aveva sognato di rinnovare il dominio mondiale dei Romani, si vedeva ridotto a morire entro un piccolo castello, dove minacciato era dalla fame e dalla oltracotanza dei suoi vassalli romani. Durò tuttavia fino a veder arrivare Eriberto con soldatesche, indi andò fiaccando; ricevette la comunione dalle mani di Silvestro, e spirò fra le braccia dei suoi amici piangenti, addì 23 di Gennaio dell’anno 1002, che non ne aveva ancora ventidue.

La morte di Ottone, al paro della sua vita, diventò ben presto argomento di leggenda. Narrossi che la vedova di Crescenzio, nuova Medea, lo ammaliasse coi suoi vezzi, e che, sotto pretesto di portar medicina alla malattia di lui, lo involgesse in una pelle di cervo preparata con veleni, o che gli mescesse tossico in un beveraggio, od altrimenti che gli ponesse in dito un anello avvelenato, e vendicasse così il marito suo. Morendo, l’Imperatore aveva espresso desiderio di esser sepolto ad Aquisgrana vicino a Carlo magno: vivente aveva sprezzato Alemagna, morente tornava all’amore dei suoi padri. La fine di Ottone e il viaggio che il suo cadavere fece attraverso Italia compongono una commovente tragedia, la quale dimostra la inanità delle menti umane che si travagliano intorno a disegni di mortali cose; meglio, neppur gli antichi ebbero poetato cotale verità nella persona d’Icaro. Nel tempo istesso che Arnolfo, arcivescovo di Milano e legato di Ottone, solcava le onde del mar Jonio col vascello che gli conduceva di Grecia la Principessa a lui fidanzata e tanto ardentemente attesa, i Tedeschi movevano per Tuscia in rapida fuga, seco traendo la bara in cui giaceva morto il fidanzato. I suoi fedeli, i Vescovi di Liegi e di Colonia, di Augusta e di Costanza, Ottone duca della bassa Lotaringia ed altri maggiorenti, tennero celata quella morte, finchè ebbero raccolte insieme le loro soldatesche; allora soltanto mossero con marcia palese. I prodi Tedeschi in battaglie serrate circondarono il mesto corteo, e s’aprirono il passo colla spada. Di tal guisa, quell’Imperatore, che aveva amato Roma con tanto ardore di affetto, era portato cadavere in mezzo a feroci grida di guerra, fra le turbe dei Romani che andavano scorrazzando intorno al feretro; di tal guisa era condotto morto, lungo quei campi che, orgoglioso e lieto, altri dì aveva percorso alla testa dei suoi eserciti, quando gli sorrideva tutto un poema di propositi arditi.

Lo storico o il tragedo potrebbero scorgere cogli occhi della mente molte ombre de’ tempi trascorsi vagolare intorno al feretro di Ottone III; e potrebbe loro eziandio parere di vedere, accorrenti dalle età venture, le persone del romano Cola di Rienzo e del giovine Corradino. L’occhio dell’uomo tedesco a queste ricordanze si velerà di tristezza, e l’animo suo sarà punto di amore della patria, la quale, fino al dì d’oggi, ha sacrificato tanti e sì cari capi all’Italia straniera. Non sarà sempre giustizia che egli accusi di arti traditrici questa terra dominata dalla gente tedesca, avvegnachè, se lo facesse, dimenticherebbe che nessun sentimento è più potente di quello che stimola le nazioni a conseguire independenza. A miglior ragione dovrà egli deplorare, ombra di sua nazione, l’amore che la invaghì di stranieri paesi; e la storia di Ottone III ben gliene offre opportunità. È pur vero; i Tedeschi risentono un’attraenza idealistica al mezzogiorno. Altri popoli, per desiderio politico, si sono volti ai paesi di fuori; i Greci ebbero piantato loro colonie in tre parti del mondo; i Romani conquistarono mezzo l’universo fra torrenti di sangue; gli Inglesi ancora oggidì dominano paesi remoti della terra; gli Spagnuoli, i Francesi, i Russi, per pari brama di signoria, furono e sono spinti ad uscire delle loro frontiere. Sola e ostinata conquista dei Tedeschi fu Italia, questa terra della storia, della bellezza, della poesia, che ripetute volte li chiamò a sè; e la conquistarono non per sottoporla a tirannide, ma per suscitarla dal suo letargo di morte, per rianimarla, per rinnovarla. La virtù del sentimento religioso, propria intimamente dei Tedeschi, ne li creò proteggitori della Chiesa romana, e con vincoli di necessità gli avvinse a Roma. Desiderio fervido di scienza gli attrasse ai tesori dell’antichità, e siffatto impulso renderà ad essi eternamente diletta la terra d’Italia e Roma. Combinazioni politiche educarono l’idea dell’Impero, e di essa fecero colonna i Tedeschi: ed è appunto a cagione di quelle due forme della storia degli uomini, quali furono la Chiesa universale e l’Impero, che i Tedeschi hanno indebolito il principio di loro propria nazione, mentre, ai loro confini, Francia, unita in concentramento, diventava capace di un despotismo nazionale, gretto ma energico. I Re tedeschi, per un corso di secoli, guidarono i loro popoli di là dalle Alpi, fino a Roma, a morirvi per un dogma politico e religioso; e questo fu che rese Alemagna la prima nazione del mondo, onde, indirizzata sempre ai beni eccellenti dell’umanità, riuscì ad essa di farsi centro del lavorio spirituale di Europa. A Roma, per opera degli Ottoni suoi, restaurò la associazione delle età e le correnti dei tempi, sciolse i suggelli che serravano le tombe dell’antichità, associò la civiltà del mondo antico a quella del mondo cristiano, maritò l’indole romanesca con quella germanica, ne procreò il grande svolgimento della cultura moderna, rialzò la Chiesa dal suo decadimento profondo, e vi istillò lo spirito della riforma. Germania si lasciò attrarre da Roma, come da una calamita intellettuale; però, i nepoti di quei Re sassoni, che avevano trasportato a Roma il centro di gravità della storia di loro patria, hanno, con più sodo intelletto, nuovamente svincolato Alemagna da Roma, non appena che il progresso dei tempi lo ebbe comandato.

Comunque si sia, Ottone III rimane sempre uno dei più mirabili simboli dell’indole tedesca. Infatti, quantunque ei volesse essere greco oppur romano, quell’Imperatore fu tedesco dal capo alle piante. Capace, sì meravigliosamente, di trasformarsi di Trajano in frate, financo quei suoi contrapposti sono perfettamente tedeschi, avvegnachè l’uomo germanico possa, con pari amore, comprendere il bello dell’antichità classica e il mondo fatato del medio evo cristiano. Sennonchè, questa duplice natura ebbe in Ottone III un senso più profondo ancora. In vero le grandi potenze che allora agitavano o foggiavano il mondo, Alemagna, Roma, l’Oriente greco, l’Oriente arabo, influirono tutte ad un tempo sull’animo suo; ed il secolo decimo, cui egli pose termine, fe’ presentire, per opera di lui e di Gerberto, che la cultura di Europa rinascerebbe a vita nuova sotto l’influenza dell’antichità e dell’Oriente. Non la sapienza di Carlomagno, non l’eroismo severo di Ottone I potevasi richiedere da un Principe, che giunse alla fine del suo regno in un’età, nella quale i Re che vi danno principio sono immaturi al governo; nella quale gli stessi uomini della comune cittadinanza non sono peranco adatti ai più semplici doveri della vita. Laonde è cosa affatto naturale, che Ottone III, salito alla più alta cima della grandezza umana, sia stato pari ad un giovinetto, il quale, abbarbagliato dal sole, non vede più dove sia posta la terra; e l’imagine commovente di questo idealista pieno d’ingegno, avido di scienza, ispirato a pietà, entusiasta di ogni grande cosa, trova bellissimo luogo nel panteon della nazione tedesca. Vero Fetonte della sua storia, cadde morto sulle rive del Tevere; ornato dei fiori delle rozze leggende medioevali, pianto dalla patria, ebbe sepoltura presso a Carlo magno, e conseguì lode di bello e portentoso fanciullo imperatore, meraviglia del mondo: «_Mirabilia mundi_»[626].

CAPITOLO SETTIMO.

§ 1.

Barbarie del secolo decimo. — Superstizione. — Il clero romano manca di cultura. — Invettiva dei Vescovi di Gallia. — Risposta meravigliosa che ne ricevono da Roma. — Decadimento dei conventi e delle scuole di Roma. — La grammatica. — Vestigia di rappresentazioni teatrali. — La lingua volgare. — In Roma difetta qualsiasi ingegno letterario.

Dedicheremo l’ultimo capitolo di questo libro a esaminare lo stato in cui trovavasi la cultura dello spirito nel secolo decimo, e vi porremo termine, dando un’occhiata alla configurazione della Città. Nessun tempo aveva visto in Roma una barbarie parimente grande; le ragioni storiche omai ne conosciamo, le conseguenze non ci desteranno sorpresa. All’età dei Borgia e dei Medici, la corruttela morale di Roma si inorpellò di una cultura classica esteriore, ed i vizî della Chiesa si nascosero sotto arazzi raffaelleschi; il secolo decimo, per lo contrario, non conobbe che cosa fosse apparenza di bello. Il ritratto di Giovanni XII sarebbe, nel fondo, tanto differente da quello di Alessandro VI succeditore suo, quanto il secolo decimo lo fu dal decimoquinto; eppure ambidue, per più di un rispetto, tal qual poco si rassomigliano. La gente della età onde diciamo aveva fronte di bronzo; si svelava nuda e feroce, quale in fatto era. I vizî più sfrenati poneva accanto ad una superstizione crassa, la quale, se ottener poteva perdonanza al tempo di Gregorio I, ci spaventa adesso sì, come manifesto regresso della stirpe umana. All’epoca di Carlo un raggio di poesia era sceso ad illuminare l’Occidente, che lottava per riconquistarsi la vecchia civiltà; vi si scrivevano versi, si coltivava la pittura, si tiravano su edificî, si studiava, e, con assiduo lavoro, si trascrivevano in bei caratteri opere antiche. Ma l’Impero di Carlo cadde; irruppero Saraceni, Normanni, Ungheri; il Papato si tramutò in una baronia romana; la scienza e l’arte minacciarono di spegnersi, e l’Occidente, franto in pezzi, ricadde nel culto della materia. Il grado della vita civile dei popoli può misurarsi da ciò che gli uomini, nelle sfere più eccelse, bramano, credono e onorano. Ora, puossi agevolmente giudicare di che fatta fosse la religione di uomini, i quali pensavano che l’angelo Michele cantasse in paradiso ogni domenica la messa, o che si proponevano di mandare degli assassini alle spalle di santo Romualdo, il quale aveva minacciato di partire d’Italia, perchè, dicevano, franca la spesa di conservarlo in paese, se non altro come reliquia preziosissima.

Benchè grande fosse in tutta Italia la ignoranza del clero, di quel clero che esser doveva maestro de’ popoli, la ignoranza dei preti romani giungeva a tale, che tutti ne meravigliavano nel modo più grave[627]. A Reims i Vescovi di Gallia schernivano al modo onde era in Roma trattata la cultura dello spirito, e dicevano con tutta serietà: «A Roma non v’ha al presente quasi alcuno che abbia apparato quelle scienze, senza di cui, sta scritto, un uomo è appena capace di far da portinajo: or, con qual fronte oserà farsi dottore di discipline chi non le ha imparate? Per verità, se se ne faccia paragone col Vescovo romano, l’ignoranza può in certo qual modo tollerarsi appo gli altri preti; ma nel Vescovo di Roma non si può sofferire, perocchè sia egli che deve giudicare della fede, del tenore di vita e della disciplina del clero, anzi di tutta la Chiesa cattolica.» Ma Roma, per bocca di Leone abate di san Bonifacio e legato apostolico, si difendeva da quelle invettive, e pronunciava queste testuali parole: «I Vicarii di Pietro, e i discepoli di lui», così diceva l’amico di santo Adalberto, «non vogliono andare a scuola da Platone, nè da Virgilio, nè da Terenzio, nè dall’altro pecorame dei filosofi, che, a volo superbo, s’alzano in aria come gli augelli, e s’immergono nel mare profondo come i pesci, e come le pecore, tratto tratto fermandosi, pascolano nel campo. E per questo voi dite che coloro, i quali non ingrassano in questi poeticumi, non valgono neppure a far l’officio di portinaio? Ma io dico a voi, che questa asserzione è bugia. Infatti, san Pietro nulla ne sapeva di siffatte cose, eppure fu posto da portinajo del cielo, avvegnaddio propriamente il Signore gli abbia detto: a te darò le chiavi del regno celeste. Per la qual cosa i suoi vicarî e i discepoli suoi sono eruditi nelle dottrine apostoliche ed evangeliche; non si azzimano della pompa dell’eloquio, ma si adornano del senso e dell’intelletto della parola. Sta scritto: Dio, nel mondo elegge i semplici per umiliare i potenti. E da che è mondo, Iddio scelse non i filosofi e gli oratori, ma gli illetterati e gli indotti»[628]. In questa audace maniera, Roma, nel secolo decimo, si confessava qual era; la Chiesa romana, senza arrossirne, faceva professione della sua ignoranza nelle umane scienze, anzi del suo disprezzo per la filosofia: con tutta compostezza rinnegava san Paolo, l’erudito dottore delle genti, e mostrava che le chiavi del cielo erano podestà di san Pietro, ignorante pescatore: così, le dotte armi dei culti Vescovi di Gallia e di Germania si spezzavano all’urto del marmo di san Pietro, rozzo sì, ma saldo come rupe.

Insieme coi monasteri di Roma, entro ai quali i Benedettini avevano, per un tratto di tempo, coltivato le scienze, decaddero eziandio le scuole. Quantunque ancora durasse in vita, doveva esser discesa assai in basso anche quella scuola di canto posta presso al Laterano, la quale, da dopo di Gregorio magno, poteva considerarsi che in Roma fosse università unica, dove essenzialmente si attendeva alla cultura della mente. Perite erano le biblioteche, i frati dispersi, o, se v’erano, non lavoravano più; e se pur fra loro trovavasi taluno di letterato, il difetto di carta rendeva difficile l’opera del copiare. Dopochè l’Egitto, patria antica del papiro, era caduto in mano degli Arabi, Italia aveva sopportato grande penuria di carta, ed a questa circostanza, il Muratori, con buona ragione, attribuisce una parte della barbarie intellettuale del secolo decimo. Il comporre codici costava a esorbitanza[629]; laonde in tutta Italia si profittava di altri già scritti in pergamena; se ne raschiavano i caratteri primitivi per tornarvi a scrivere; ed è a questi palinsesti che noi tanto spesso abbiamo dovuto la perdita e la ricuperazione di molte opere dell’antichità. Il frate ignorante raschiava i libri di Livio, di Cicerone, di Aristotele, e sulle carte, da cui s’era cancellata la vecchia sapienza, trascriveva antifonarî o storie di Santi. Così, i codici degli antichi si trasformavano parimente come i loro templi; la dea che aveva abitato una magione magnifica di colonnati, ne sloggiava per cedere il posto ad un Martire; le idee divine di Platone dovevano sbrattare della pergamena, per far largo ad un messale. Però, non udiamo che in Roma a quel tempo esistessero biblioteche, nè che vi fervesse operosità di copisti; in Germania ed in Francia con fatica indicibile si raccoglievano biblioteche; in Roma si sperdevano i codici[630].

Il clero rozzo restringeva la sua dottrina alla intelligenza del Simbolo, del Vangelo e delle Epistole, se pur, massime, avrà saputo leggerli e decifrarli. Le matematiche, l’astronomia, la fisica non davano segno di vita, e la cultura classica si raggomitolava nel rachitico concetto della «grammatica.» Un’età, le cui scritture non erano altro che una continua storpiatura delle regole grammaticali, e la cui stessa lingua volgare sorgeva dalla dissoluzione completa di tutte le leggi del latino, sentiva per verità bisogno, in altissimo grado, di quella scienza. Anche in Roma essa aveva allora insegnamento, chè talvolta ci avveniamo nel titolo di «_Grammaticus_», ond’era fregiato Leone VIII[631]. La instabilità di tutte le cose, le continue guerre di fazioni, i rivolgimenti, non permettevano che in Roma prosperassero istituti di lettere, sempre dato che a cura di essi si pensasse. Per lo contrario, non si può dubitare che una scuola romana di diritto durasse anche in questo periodo, nel quale la _lex romana_ conseguiva novello splendore, ed al giudice romano con ceremonia solenne si affidava il Codice di Giustiniano, affinchè con esso giudicasse Roma, il Transtevere e l’orbe delle terre. Tuttavolta, quantunque la _Graphia_ descriva minuziosamente quella ed altre formalità della corte di Ottone, e parli di eunuchi, di musicanti, di cavalieri e di parecchie specie di officiali di corte, non fa motto di dottori di leggi, come non ne fa di scolastici e di grammatici. Essa, invece, fa menzione del teatro, come di magnificenza, che alla corte non poteva mancare.

Il gusto dei sollazzi teatrali, che un tempo aveva avuto in Roma tanto grande dominio, cominciò (ed è cosa degna di considerazione) a rivivere nell’età dei Carolingi, per via delle feste cristiane. I giuochi scenici, condannati dalla Chiesa come invenzione del diavolo, s’erano conservati in tutti i paesi. Terenzio era noto dappertutto, dove la classica antichità aveva culto; e Rosvita di Gandersheim scriveva i suoi drammi latini, ossiano «Moralità», precisamente allo scopo di torre il pagano Terenzio dalle mani delle monache. Ancora oggidì, la Vaticana possiede, celebrato tesoro suo, un codice di Terenzio del secolo nono, le cui miniature grandemente espressive ed imitate dall’arte classica, rappresentano scene tratte dalle commedie di quel Poeta: però, lo scrittore del codice, Rodgario, com’egli appella sè medesimo, manifesta origine non di Roma, ma di Francia, dove può darsi che quell’opera si componesse. È cosa di fatto che, al secolo decimo, si davano rappresentazioni teatrali nell’Italia settentrionale. In quell’età, nella quale tante espressioni greche venivano in uso, gli attori avevano nome di «Thymelici», perlochè la Thymele antica della scena di Sofocle e di Euripide, in un tempo tardo e barbarico che non aveva più contezza de’ tragici, prestava il suo nome ai commedianti. Attone di Vercelli biasimava la vaghezza che i preti avevano per le scene teatrali, e gli ammoniva di levarsi di mensa non appena che entrassero i Thymelici: per tal guisa egli ci ammaestra, che, alla stessa maniera dei banchetti antichi, usavasi spassare i convitati con giuochi di mimi, e ci informa che nelle feste nuziali si davano rappresentazioni teatrali: massimamente poi egli ne fa conoscere che di cosiffatti spettacoli era costumanza, e che specialmente darne si soleva nella ottava di Pasqua[632]. I fatti della Passione ed altre storie bibliche si recitavano in tutti i paesi durante la settimana di Pasqua, e, senza dubbio, erano conditi di sali burleschi a gusto del popolo; ma, oltre ad essi, in occasioni solenni, si rappresentavano anche spettacoli di argomento profano. Poichè si può dare dimostrazione che, a questo tempo, erano di voga nell’Italia settentrionale, giova credere alla possibilità che essi lo fossero anche in Roma. Per verità dubitiamo che ivi si recitassero commedie di Terenzio e di Plauto; e forse la vicinanza delle case dei Santi avrebbe impedito che ciò avvenisse (anche come lusso di corte) nel palazzo di Ottone III. Non udiamo parola di giuochi dell’anfiteatro, nè delle cacce di animali, rinnovate in tempi più tardi; e dei gladiatori e dei _venatores_ durava la ricordanza soltanto come di cosa antica. Tuttavolta in Roma v’erano, senza dubbio, mimi, cantori, danzatori e comici; e noi pensiamo che essi, non soltanto dessero rappresentazioni in chiese e in palazzi; ma tal fiata lo facessero anche dentro del Colosseo, o nelle ruine di qualche teatro, come sogliono fare anche oggidì nell’arena di Verona, o nel mausoleo di Augusto a Roma. La _Graphia_ ha dedicato due paragrafi ai sollazzi teatrali, e quelle sue considerazioni sugli spettacoli di Roma sono le sole in cui ci si incontri, da Cassiodoro in poi. Poeti, comedianti, tragici, scena, orchestra, istrioni, saltatori e gladiatori, tutto questo vi si registra; e l’espressione di «Thymelici», allora veramente venuta in uso, dimostra, per lo meno, che quello onde parla la _Graphia_ era qualche cosa più che ricordanza di antiquario[633]. Nè opinione troppo temeraria affermiamo se diciamo che alle corti di Ugo, di Marozia e di Alberico si rappresentavano scene mitologiche: allorquando Giovanni XII, con capriccio faceto, faceva brindisi a Venere e ad Apollo, può darsi che la sua fantasia si fosse accesa in aver visto dei comici, a qualche festa nel Laterano, rappresentare di quelle persone pagane.

Per ciò che concerneva la letteratura classica, i Romani avevano sempre, se non altro, il vantaggio che quella era vecchia proprietà di loro, e che la lingua volgare ad essi ne agevolava l’intelligenza. Mentre la cognizione degli antichi, in Francia e, massime, in Alemagna, era conquista laboriosa dei soli addottrinati, ed il popolo non vi prendeva parte alcuna, ai Romani del secolo decimo invece non costava sforzi ancor troppo gravi l’intendere la lingua degli avi, se anche il senso ne era divenuto difficile alle loro menti. Le scritture e i documenti del secolo decimo dimostrano per fermo che il linguaggio volgare aveva fatto un gran passo innanzi verso la formazione dell’idioma italiano, e financo, per la prima volta, troviamo in Roma fatta menzione del volgare, come di vera lingua posta accanto al latino. La inscrizione funeraria di Gregorio V celebra di lui, che sapeva in tre lingue ammaestrare alla pietà i popoli, in tedesco, in latino ed in volgare, ossia in italiano[634]. La lingua volgare era divenuta universale; la parlavano anche i dotti, e sembra che Giovanni XII, da ottimate romano, non sapesse esprimersi per bene che in italiano. Il latino spariva dall’uso; rimaneva soltanto lingua del culto, delle lettere e della giurisprudenza; e i pochi scrittori di quella età lottavano faticosamente contro il volgare, che traeva in errore la loro penna, perciocchè avesse tanto prossima attenenza col latino[635]. Giusto per questo, la intelligenza dei poeti antichi riusciva tanto facile agli Italiani, laonde, sebbene Orazio, Virgilio e Stazio non si recitassero più nel foro di Trajano, i grammatici gli spiegavano nelle loro scuole, per quanto queste povere fossero.

Dopochè, sotto ai Carolingi, le scienze erano risorte, la cognizione dei poeti antichi divenuta era elemento indispensabile della cultura letteraria, e le scuole fondate, eziandio in Italia, da quei Principi, davano a cotale studio sostegno. Sulla fine del secolo decimo un caso stranissimo occorso a Ravenna destava gran chiasso, e dimostrava il fervore con cui alcuni uomini attendevano a siffatta scienza. Vilgardo, scolastico, s’era innamorato con tanto ardore di Virgilio, di Orazio e di Giovenale, che questi poeti ei vedeva in sogno comparirgli e promettergli vita immortale: e poichè proclamava che le loro dottrine avevano la forza di tanti articoli di fede, veniva accusato di paganesimo e citato davanti al tribunale ecclesiastico. Germania era assai addentro in cotali studî eleganti. Per verità, Ottone I parlava appena il latino, ma il figliuolo e il nepote di lui conoscevano a fondo la letteratura antica; e l’arcivescovo Brunone, fratello suo, un Mecenate sassone, rinnovava benanco la scuola palatina di Carlo, e raccoglieva altresì grammatici greci intorno a sè. Fra le donne di Roma una sola, Imiza, ci apparisce essere stata matrona culta di quel tempo, perciocchè troviamo alcune lettere di Gerberto indiritte a lei; ma le dame più illustri erano _literae nesciae_, non sapevano di scritto; laddove in Alemagna, la bella Edvige di Svevia, in compagnia di Eccardo monaco, leggeva Virgilio ed Orazio. Nelle scuole delle monache di Gardersheim e di Quedlinburg nobili fanciulle erano annoiate dai loro educatori collo studio dei classici, che ad esse riuscivano inintelligibili, e, mentre loro restava ignota la storia e la geografia della loro terra patria, le si faceva domestiche colle più favolose confinazioni d’Italia, insegnate sulla fede di Virgilio. Rosvita, monaca tedesca, scriveva versi epici e drammi in latino; e Adelaide e Teofania, per classica cultura, potevano misurarsi con Amalasunta, regina dei Goti, o con Adelberga, principessa longobarda. Per tal guisa Roma dalla sua famigliarità colla lingua classica non ritraeva profitto alcuno, e la società romana stavasi molto al di sotto della cultura di Germania e di Francia. In quello che Ottone III si proponeva di restaurare l’impero del filosofo Marco Aurelio i Romani credevano che la statua equestre di questo Principe rappresentasse un contadino che, in antico, aveva sorpreso e imprigionato un Re, mentre questi badava ai bisogni del ventre. Però, se il favoleggiare è sempre privilegio poetico del popolo ignorante, la storia della letteratura deve scagliare a buon diritto le sue accuse contro la zotichezza di Roma, perocchè quella dimostri che, in tutto il secolo decimo, nessun uomo d’ingegno letterario emerge in mezzo ai Romani[636].

In Lombardia splendevano alcuni insigni stranieri, come era Raterio di Verona, un errante Liegese che doveva la sua educazione alla scuola monastica di Laubes, o vi tenevano luogo ragguardevole uomini longobardi, fra i quali erano, ad esempio, Attone di Vercelli, il Panegirista di Berengario e Liudprando di Cremona. Danno tutti prova di una dottrina scolastica e pedantesca, e le loro prose e le loro poesie sono adorne di frammenti di classici, che, incastonati ivi dentro, fanno lo stesso effetto delle cornici e delle colonne, allogate ad innesto nelle chiese e nei palazzi del medio evo. I medesimi caratteri scoprimmo già in Giovanni Diacono, biografo di Gregorio, e li troviamo eziandio in alcuni scrittori romani del secolo decimo: pari natura di quella che è visibile nell’Impero di Ottone III, il quale avidamente accoglieva titoli, abiti, idee, brandelli dell’Impero romano, e gli innetteva nel suo Stato medioevale, dove avevano l’apparenza di piastricci classici appiccicati, che conservavano pur sempre indole straniera all’ordine nuovo delle cose. Il vestimento di cui si copriva quel tempo, era di panni rozzi, abbelliti di galloni e di disegni antichi. Da dopo di Carlo si andavano adoperando, con fervore passionato, citazioni di frasi di Virgilio o di Stazio; e l’arte di verseggiare, a’ tempi dell’Apologista di Berengario, era diventata così comune, che nell’esordio del suo poema quegli domanda venia di comporlo, sebbene nessuno a quei suoi giorni vada più a cerca di poesie, se già gli stessi uomini rustici dettino versi al paro che i cittadini[637]. Tuttavolta, in Roma, adesso come già prima, non si coprivano di distici che le urne dei morti o le porte e le tribune delle chiese; in mezzo a quelli molti ne troviamo di orrendamente barbarici, di gonfî, di esagerati; pochi di mediocri, come segnatamente sono gli epitaffî che si riferiscono ai Crescenzî. Dappertutto si scorge la tendenza alla copia, alla fioritura; e il concetto del pensiero è rozzo, pesante, e misticamente oscuro come quella età. Probabilmente, autori di siffatti versi erano allora laici ossiano grammatici, anzichè monaci.

§ 2.

Ritorno lento delle scienze. — Gregorio V. — Genio di Silvestro II, straniero in Roma. — Boezio. — Storiografia italiana nel secolo decimo. — Benedetto di Soratte. — Il _Libellus de Imperatoria potestate in urbe Roma_. — I Cataloghi dei Papi. — La _Vita_ di santo Adalberto.

Il lume della cultura umana però non può spegnersi più. Non la caduta dell’Impero romano, non la ripetuta devastazione portata da’ Barbari migranti, non il primo furore pio del Cristianesimo, hanno potuto estinguere il fuoco sacro di Grecia. Talvolta, la cultura sembra scorrere attraverso canali sotterranei, celati sotto il piano della storia, ma alla fine, allorchè meno sel suppone, essa appare in un luogo o nell’altro alla luce del giorno, e, fattasi manifesta a guisa di fonte che spruzza con alto getto, abbevera, un dopo l’altro, una moltitudine di intelletti. Quando più pareva che il lavorio di Carlo, nell’ordine della cultura, si fosse sepolto sotto di una barbarie nuova, la Germania e la remota Inghilterra si facevano, tutto ad un tratto, centri di nuova vita della scienza, e di Francia aveva origine la riformazione del monacato.

Lo stesso Odone di Cluny non fu un semplice santo, come era Romualdo; fu eziandio un erudito uomo, che a Reims aveva studiato filosofia, grammatica, musica e arte poetica. Perciò, lorquando riformò i conventi romani, ei dev’essersi anche preso sollecitudine di rinnovare la scienza ecclesiastica; avvegnachè studio e scuola sieno doveri del chiostro, che, insieme colla modestia claustrale, ottengono restaurazione. Per verità, non sappiamo che i Papi di quell’età promulgassero, in riferimento alle scuole conventuali e parrocchiali, dei decreti simili a quelli che Raterio e Attone bandivano per le terre lombarde; tuttavia, ci giova supporre che di cotali ne dessero i Papi migliori vissuti al tempo di Alberico. Lente, lente, le scienze tornavano ai conventi romani; e già vedemmo segnalarsene uno, posto sul monte Aventino, congregazione di monaci pii. Quei fanatici uomini, dai soprannomi di «Semplice» o di «Tacito», invero non contraddicevano, per erudizione loro propria, all’audace apologia che, dal punto di vista del diritto divino di Roma, il loro abate, Leone il Semplice, faceva della ignoranza; nondimeno eglino influivano ad affrettare il tempo in cui sarebbe avvenuto, che i monaci attendessero a più serie occupazioni.

Negli ultimi trent’anni del secolo decimo si squarcia omai la tenebra spaventosa di Roma. Un uomo tedesco ed un francese pongono termine finalmente alla serie oscura dei Papi di quel periodo, e mondano il Laterano dalla barbarie accumulatavi da lungo tempo. Se l’erudito Gregorio V avesse regnato più a lungo e con maggior quiete, egli avrebbe indiritto le sue riforme anche alla cultura scientifica: ciò ancor meglio può dirsi di Silvestro II. Gerberto splende in Roma come una face solitaria in mezzo a notte buja; sembrò che i Romani, avvezzi per lungo tempo all’oscurità, restassero abbarbagliati della sua luce. Pertanto, cosa abbastanza sorprendente, il secolo della massima ignoranza si chiude con uno splendidissimo genio, con quello stesso Silvestro che, da profeta, spalanca le porte del secolo undecimo, vaticinando le crociate. Roma, per fermo, non ha altro onore che quello di avergli servito, durante alcuni torbidi anni, da sede dei suoi studî, i quali nella Città non trovarono accordo di eco alcuna. Infatti, quel savio visse da solitario in Roma, là dove non capivasi iota delle matematiche e dell’algebra, da lui apparate nelle Spagne arabe; dove l’astronomia e le fisiche non avevano maestri nè discepoli; dove la dialettica si restringeva a qualche esercitazione di grammatica. Lorquando i Romani avranno mirato il loro vecchio Pontefice, che da una torre del Laterano, fatta sua specula, contemplava le stelle, o quando lo avranno veduto nelle sue stanze, circondato da pergamene, inteso a tracciare figure geometriche, o ad abbozzare di sua mano un orologio solare, od a studiare sopra una sfera astronomica cerchiata di cuoio di cavallo, i Romani, forse fin d’allora, avranno creduto che egli stesse a patto col diavolo[638]. Sembrava che un novello Tolomeo portasse la tiara, e la persona di Silvestro II, come quella di un dottore Faust, è omai indice di un periodo novello del medio evo, del periodo scolastico, che sgombra a Platone e ad Aristotele una signoria nuova.

Silvestro però conseguì intelligenza della filosofia greca (ed è cosa che può tornare ad onoranza di Roma), per la mediazione di uno fra gli ultimi Romani. Quando dicemmo dell’età dei Goti, descrivemmo la vita e la morte di Boezio; ora, dopo un cinquecento anni, la sua persona si solleva come un’ombra dal sepolcro, e ci ricompare davanti, a mostrarci che i posteri segnarono con lui l’ottima delle conciliazioni, avvegnachè le opere sue abbiano meditato, e ne abbiano ricavato sempre ammaestramento. Lo studio di esse s’era ridestato nella età dei Carolingi; il suo libro «della Consolazione della filosofia» correva per le mani di tutti; le sue traduzioni ed i suoi compendî di scrittore di Aristotele e di Platone erano ancor lette; e quelli, al paro delle sue versioni di Archimede, di Euclide, e di Nicomaco, matematici greci, avevano valso ad acquistargli, presso Silvestro, massima reverenza. In mezzo alla tenebra del secolo decimo Boezio risplendeva come stella di grandezza prima; lo si studiava con fervore pari a quello, onde applicavasi la mente alle opere di Terenzio o di Virgilio. Perfino si ravvisa che all’esemplare della «Consolazione» Liudprando modellava le sue scritture, avvegnachè questi, al paro dell’antico Romano, sia vago di mescolare dei versi nella sua prosa: Alfredo il grande volgarizzò il libro «della Consolazione» in anglo-sassone; ancor più tardi Tommaso d’Aquino ne scrisse un commento; e lo sventurato filosofo, ultimo dei Romani, continuò ad essere maestro e conforto di tutto il medio evo. L’intelletto versatile di Silvestro riuniva, al paro di Boezio, l’ingegno del teologo, del matematico, del musicante, del filosofo e del poeta; perciò egli onorò il suo maestro dedicandogli una poesia laudatoria; ed è degno di nota a sapersi, che l’invito gliene venne fatto da Ottone III. Quello stesso Imperatore, il quale con fede superstiziosa toglieva da Benevento il cadavere di Bartolomeo, e devotamente seppelliva a Roma, nella sua basilica, un braccio di Adalberto, erigeva al filosofo Boezio un monumento di marmo in Pavia: per esso sembra che Gerberto abbia scritto quella poesia pregiabile assai[639].

La città di Roma non può vantare che sieno parti suoi quei versi, nè gli scritti matematici, teologici e filosofici di Gerberto; però, il secolo decimo non è affatto sprovveduto di componimenti. Valore letterario essi non hanno, ma, come documenti di quest’epoca oscura, sono preziosi, e di molte notizie lo Storico va a loro debitore. La storiografia italiana, anche nel secolo decimo, dava vita ad alcune opere; nell’Italia settentrionale Liudprando scriveva i suoi libri coloriti di tinte poetiche; Venezia componeva la sua storia antichissima, opera pregevole del diacono Giovanni, ministro di Pier Orseolo II; nella Campania si compilava quella Continuazione della Storia dei Longobardi di Paolo Diacono, che va conosciuta sotto nome di Cronica dell’Anonimo Salernitano. Anche in Roma, e nelle sue vicinanze, avevano origine alcuni scritti storici. Una Cronica vera, nei tempi ottoniani, dettava Benedetto dal suo convento di santo Andrea sul monte Soratte. Il frate ignorante era sedotto a farlo dall’esempio di quei Cronisti nella cui lettura s’era immerso, e tanto più fortemente lo era, dacchè vedeva agitarsi innanzi a’ suoi proprî occhi tanto bollore di avvenimenti: perciò intese a comporre una Cronica universale, di cui compilò la prima parte raccogliendone le notizie da altre scritture parecchie, sia che la biblioteca del suo convento gli offerisse opportunità di consultare Anastasio, Beda, Paolo Diacono, Eginardo ed alcuni Cronisti di Alemagna e d’Italia, sia che altrimenti egli ne leggesse i libri a Farfa ed a Roma. Pei tempi vicini a lui egli si giovò non soltanto della continuazione di Anastasio, ma eziandio di tutte quelle narrazioni che erano giunte al suo orecchio, avvegnaddio di pochi fatti egli fosse stato testimonio di veduta. Anche là dove scrive da contemporaneo i suoi racconti hanno un valore dubbioso, e per certo sono spesso attinti a fonti non pure; tuttavolta deploriamo che egli non abbia descritto i casi della caduta di Crescenzio. Se mancanza assoluta di conseguenza logica di pensiero e bruttezza orrenda di lingua possano a buona ragione essere tenuti a indici della barbarie più profonda, la Cronica di Benedetto fa prova dell’estremo decadimento, cui era potuto giungere l’idioma di Cesare e di Cicerone. Per somiglianza di stile, assai presso gli vengono soltanto la Cronica del prete Andrea da Bergamo, compilazione del secolo nono, e carte molte di questa età; però delle centinaja di documenti che noi abbiamo letto pochi giungono a quell’eccesso di barbarismi che in Benedetto si trova. La lingua volgare d’Italia sorse essenzialmente da ciò, che si abbandonarono le desinenze latine dei verbi e dei casi, onde ebbe nascimento l’articolo, non già per imitazione della lingua germanica, ma per necessità intrinseca; chè, senza di esso, i casi non avrebbero potuto distinguersi più. Se Benedetto avesse scritto italianamente sì come avrà egli parlato, il suo libro sarebbe diventato un monumento preziosissimo della lingua volgare di quell’età; ma egli volle invece scriver latino, e perciò compose un’assurda sconciatura. Pertanto, al filologo che investiga le origini della lingua italiana la sua Cronica presta minor servigio di quello che facciano altre scritture, massime documenti di quel tempo; ad ogni modo, essa saprà dargli ammaestramento, che le leggi della lingua si associano nel modo più intimo con quelle del pensiero, e che la ruina delle une partorisce quella delle altre. La lingua latina, divenuta sforzo di arte (sì come esser doveva in Benedetto), ricadeva quasi in forme puerili; somiglia a quei busti conservati in Campidoglio, che sono opere dell’ultimo tempo imperiale di Roma, quando la statuaria non era dappiù che arte di vasajo; o somiglia a quelle sculture ornamentali di chiese cristiane, che sono opere del secolo decimo e dell’undecimo, nelle quali ogni foglia ed ogni figura ha perduto il suo contorno naturale, parimente come la parola latina aveva perduto la sua flessione.

Benedetto fece suo pro del trattato di un suo contemporaneo, partigiano dell’Impero, che è intitolato: «Della podestà imperatoria nella città di Roma». Questo scritto mirabile di piccola mole, celebra con gran fervore l’_Imperium_ dei Carolingi, mostra qual fosse la loro podestà imperatoria su di Roma, e lamenta il suo decadimento avvenuto colla coronazione di Carlo il Calvo. L’Autore cade in parecchi errori là dove parla delle condizioni di Roma a’ tempi prima di Carlo magno, ed anche altrove desta dubbiezze parecchie. Barbarica è la composizione scucita dei concetti, però, come lingua, può leggersi: difficile cosa è che l’autor suo fosse uomo romano; piuttosto era longobardo, e forse scriveva dal convento imperiale di Farfa o dal monte Soratte, ancor prima che l’Impero fosse rinnovato da Ottone I[640]. Se mai abbia avuto origine in Farfa, ben è la sola opera di cui questo chiostro, ridotto a così grave disordine, possa far mostra in tutto il secolo decimo; soltanto dopo che l’ordine vi sarà restaurato nell’undecimo, noi ne loderemo le cure date da Ugo abate alle lettere, e la grande operosità di frate Gregorio di Catina.

In Roma la storiografia s’era fatta muta. Alla fine del secolo nono vedemmo che Giovanni scriveva della vita di Gregorio I, e trovammo che Anastasio traduceva scrittori greci e raccoglieva le _Vitae Paparum_, che da lui hanno nome. A que’ due lavori corrispondono, nel secolo decimo, alcune scritture più fiacche di simil genere. Il prezioso «Libro Pontificale», il quale, nella forma che ci è nota, termina colla Biografia di Stefano V, ebbe chi vi diede in Roma continuazione. Nel modo istesso con cui quella grande collezione aveva avuto origine da notizie raccolte in calendarî e in annali, parimente formavansi brevi Tavole dei Papi di quell’arida età, e vanno sotto nome di Cataloghi. Si conservarono in manoscritti parecchi; la lingua ne è barbarica, e la loro compilazione non contiene vestigia di senso storico. Poichè non v’era più a dire cosa alcuna di edificî e di doni votivi, quelle compilazioni non facevano che registrare brevemente i nomi, la stirpe e il tempo di governo dei Papi, aggiungendovi scarsissimi appunti di singoli avvenimenti. Nulla dimostra sì chiaramente la barbarie in cui era caduta Roma nel secolo decimo più di quello che lo faccia questa Continuazione del celebre «Libro Pontificale», il quale ora ritorna alla scarsità dei suoi primi incominciamenti[641].

Alla Biografia di Gregorio fa riscontro adesso quella di santo Adalberto. Tosto dopo la morte di lui un monaco del convento di san Bonifacio scriveva, per desiderio di Ottone, la vita del Martire: si crede che autore di quel libricciuolo sia stato l’abate Giovanni Cannapario; e di tal maniera l’opera letteraria più importante che si componesse in Roma nel secolo decimo è la Biografia di un Santo slavo. La scrittura non ha fiore di mente storica, ma è opportuna a dar contezza di quell’età, avvegnaddio al suo compilatore fossero conosciuti gli uomini che allora andavano per la maggiore. Anch’egli si mostra compreso delle idee che Ottone III accoglieva sulla grandezza di Roma, e nel fervore del suo còmpito, s’eleva talvolta a voli arditi, come aveva fatto Giovanni Diacono, nella Vita di Gregorio. Di Giovanni, lo scrittore per fermo non eguaglia il sapere; tuttavolta la sua lingua non è cattiva, e sebbene spesso si travolga in ampollosità bibliche, essa la vince di gran lunga sulla prolissità fraseggiante di santo Brunone di Querfurt, il quale, nell’anno 1004, ampliò quella medesima Biografia di Adalberto[642].

§ 3.

Descrizioni della Città. — L’Anonimo di Einsiedeln. — Fecondità della tradizione e della leggenda in Roma. — Le statue sonanti del Campidoglio. — Tradizione dell’edificazione del Panteon. — La _Graphia aureae urbis Romae_. — La _Memoria Julii Caesaris_.

Sollecitudine maggiore che tutte quelle scritture desta in noi una specie di letteratura, la quale, dapprincipio ebbe origine locale in Roma, e proprietà sua rimase anche dopo, sebbene pur vi prendessero parte scrittori stranieri: vogliamo dire dei libri che prendono a còmpito di descrivere i monumenti, i santuarî e la grande antichità della Città. Lorquando i pellegrini venivano nell’eterna, nell’aurea Roma, eglino trovavano, nelle Scuole degli stranieri, alcuni uomini del loro paese che facevano ad essi da condottieri, attraverso quel mondo enigmatico di meraviglie, dove antico era omai diventato eziandio il Cristianesimo: oltracciò, non difettavano nemmeno di libri di notizie, che loro servivano, con brevi appunti, di guida. Alcuni pellegrini, franchi o tedeschi, appo i quali, da dopo di Alcuino, s’erano risvegliati l’amore e lo studio delle antichità romane, incominciarono a fare osservazione di Roma coll’occhio dell’antiquario e dello storico; compilarono registri delle cose della Città, degne a vedersi, e li diffusero poi nelle loro terre settentrionali. Siffatte Descrizioni furono i precursori delle odierne «Guide» di Roma, e parimenti come si vedono oggidì forestieri di tutte le nazioni andarvi all’ingiro, tenendo in mano di quei grossi volumi, così, nel medio evo, miravansi i pellegrini avvolgersi per le vie di Roma, seguendo il filo di alcune scarse notizie, che erano scritte sopra piccolissimi fogli di pergamena. Quei «Regionarî», detti anche «Grafie» o «_Mirabilia_», non erano così estesi, nè così nojosi come sono le nostre «Guide»; e di buon grado noi permuteremmo per sempre queste con quelli, se ci fosse ancora concesso di vedere i molti monumenti, che ai nostri antenati ignoranti era dato di affisare.

Il duplice carattere della Città segnava la sua impronta su quelle scritture, perocchè in esse dovesse tenersi nota così di Roma antica, che di Roma cristiana. Di quella offerivano descrizione, nel maggior fondamento, la _Notitia_ e il _Curiosum_; di questa, i Cataloghi delle «Stazioni», dei cimiteri, delle chiese, i quali del continuo erano compilati ad uso dei pellegrini. Vi si aggiungevano leggende di Santi o di chiese, tradizioni che ponevano Roma pagana in associazione col Cristianesimo, e vi si accumulavano benanco notizie della corte pontificia e di quella imperiale. Di tal guisa, poco a poco, ebbero origine le «Grafie» e i «_Mirabilia_» della città di Roma.

La letteratura descrittiva della Città, cresciuta oggidì tanto, che se ne potrebbero empiere gli scaffali di una biblioteca, cominciò (lo abbiamo veduto) cogli indici officiali delle Regioni, dei quali ci siamo giovati per iscrivere del secolo quinto. Duranti quattro secoli interi dappoi non ci avvenimmo più in alcuna scrittura di questa specie, e, soltanto all’età di Carlo, insieme col risorgimento di Roma e della scienza classica, incominciarono ad aver vita nuova di quei registri. Un pellegrino, che forse fu discepolo di Alcuino, dettò degli appunti sui cimiteri e sulle chiese di Roma; ed un altro, sconosciuto di nome, compose quelle notizie che vanno sotto il titolo dell’Anonimo di Einsiedeln: in questo convento trovolle il Mabillon, e, per primo, le publicò[643]. La loro compilazione rimonta alla fine del secolo ottavo od al principio del nono, prima che fosse edificata la città Leonina. In un paio di fogli, scritti a due colonne, l’Anonimo vi registra, senza darne descrizione, i nomi dei monumenti, che potevano vedersi dalla destra e dalla sinistra mano di chi percorreva le vie della Città fino alle porte; e v’aggiunge ottanta epigrafi trascritte da monumenti e da chiese, anche fuori di Roma. Con ciò ha incominciamento la scienza della epigrafia; e questa prima e breve collezione di inscrizioni antiche, opera di un culto pellegrino nordico, rimane, fino ai primi anni del secolo decimoquinto, la sola di cui abbiamo contezza[644]. I «Regionarî» antichi prendevano nota soltanto di Roma pagana, ma l’Anonimo registra e gli edificî antichi e quelli cristiani, e così traccia, in un contorno topografico, i caratteri che si aveva la Città a’ tempi di Carlo magno. Da uomo erudito, attribuisce tuttavia ai monumenti i nomi usati dalla _Notitia_, e perfino disdegna di dire _Colisaeus_ a vece di _Amphiteathrum_; peraltro denota alcune ruine colla voce popolare di _Palatium_, sebbene di palazzi non fossero ruderi[645]. Parimente, nelle inscrizioni, all’arco di Tito dà nome di _VII Lucernarum_, onde il popolo lo aveva battezzato dalla figura scolpitavi del candelabro a sette braccia. L’Anonimo vide e tenne conto della massima parte delle terme, di cui erano tuttavia grandiosi gli avanzi; al foro Romano ed a quello di Trajano impone egli i loro veri nomi, ma gli altri sorpassa in silenzio. Vide ancora il circo Flaminio e quello Massimo ed il teatro di Pompeo; presso il Campidoglio registrò tuttavia la inscrizione della statua equestre di Costantino, nè gli scappò d’occhio, senza notarlo, l’_Umbilicus Romae_. Passeggiò ancora sotto i portici a colonnami della via Lata; vide l’acquedotto della Vergine e quello di Claudio, il _Nymphaeum Alexandri_, ed il _Septizonium_, e ne fece avvertenza coi loro nomi che ancor perduravano; scrisse a taccuino i nomi antichi di porte e di vie, e da un registro officiale desunse il numero di tutte le torri, dei merli, delle porte di sortita e delle feritoie, che v’avevano nelle restaurate mura di Aureliano[646]. In lui orma non v’ha di favole, e quel secco Catalogo ci palesa che il suo compilatore era uno scolastico erudito, cui la _Notitia_ era ben conosciuta. Oltre a questa, dovettero servire di base al suo lavoro altri elementi officiali, che papa Adriano, od altrimenti Leone III, aveva fatto molto probabilmente raccogliere. Forse, fin d’allora eransi compilati dei piani, ossiano delle carte topografiche della Città, sui quali può darsi che venissero tracciate le vie principali ed i monumenti maggiori; se non si fossero compiuti di simiglianti studî, non sapremmo per lo meno comprendere come si avesse potuto comporre quelle mense preziose, fregiate dei disegni di Roma e di Costantinopoli, che Carlo magno aveva ricevuto in dono, probabilmente dal Papa e da Irene imperatrice. Ove non avesse avuto soccorso di siffatti documenti officiali, un pellegrino nordico, massimamente, non avrebbe potuto conoscere e descrivere Roma; nè è difficile che, oltre a quelli, lo sovvenisse di ajuto qualche grammatico romano, di mezzana sapienza[647].

Frattanto, la tradizione, genio leggiadro che incomincia a porre sua stanza nei monumenti appena che diventano deserti, aveva già da lungo tempo tessute le sue fila attorno alle meraviglie di Roma, e divulgato fra il popolo molte istorie e molti nomi. Ogni dì più che i Romani si dilungavano dall’antichità, tanto più affaccendata era la tradizione a coprire del suo velo i monumenti pagani, in quello che la leggenda operava similmente colle chiese cristiane. Entrambi, muse del popolo, sono sorelle gemelle; e la duplice natura di Roma spesso le congiunge in meravigliosa associazione. Intorno al mille molte tradizioni locali dovevano omai essersi raffermate in Roma, laonde non stemmo dubbiosi di considerare la tradizione del «Cavallo di marmo» e quella del «_Caballus_» di Marco Aurelio, come appartenenti a questa età. Un’altra favola può dar prova, che nel secolo decimo, anzi ancor prima, s’erano composte molte di quelle tradizioni, che noi troviamo registrate nei _Mirabilia_, compilati più tardi. L’Anonimo di Salerno, che scrisse intorno al 980, narra che gli antichi Romani avevano eretto nel Campidoglio settanta statue di bronzo, in onore dei popoli tutti. A ciascuna di esse, dic’egli, si era inscritto sul petto il nome del popolo che rappresentava, ed a ciascuna s’era appeso al collo un campanello: dì e notte i sacerdoti, dandosi il cambio, ne vegliavano a guardia. Quando si ribellava una provincia dell’Impero la statua si agitava tutta, il campanello sonava e i preti ne davano avvertimento all’Imperatore. Però, il Cronista racconta che, da tempo, quelle statue erano state trasportate a Bisanzio, e che Alessandro, figlio di Basilio imperatore e fratello di Leone il Savio, le aveva fatte vestire di abiti di seta in segno di venerazione; perlochè, una notte, san Pietro gli compariva innanzi, e con gran collera gli diceva: «Principe dei Romani son io!» Al mattino dopo l’Imperatore era morto[648].

Meravigliosa cosa è questo nesso che intercede fra una tradizione locale di Roma e la cronologia bizantina; tuttavolta questa favola istessa ricompare, senza riferimento a Bisanzio, in una Descrizione della città di Roma, in quello che si vuol dare chiarimento dell’edificazione del Panteon. Eccone la narrazione: A’ tempi in cui Agrippa, prefetto dell’Impero romano, aveva soggiogato Svevi, Sassoni ed altri popoli occidentali, ed era ritornato in patria, squillò il campanello che pendeva dalla statua dell’Impero persiano: era questa collocata nel tempio di Giove e della Moneta sul Campidoglio. I Senatori affidarono pertanto ad Agrippa l’incarico della guerra di Persia, ma egli chiese una dilazione di tre giorni. La terza notte, quando, dopo smaniare lungo di pensieri, aveva preso sonno, una donna gli apparve e disse: Che hai, Agrippa? tu sei in gran cure. Rispos’egli: Sì, o signora. Ed ella: Confortati, prometti di edificarmi un tempio come io ti mostrerò, ed io ti annuncierò se vincerai. Egli soggiunse: Lo farò, o signora. La donna gli mostrò in visione la forma di un tempio, ed egli le chiese: Signora, chi sei? Ed ella: Io sono Cibele, madre degli Dei; sacrifica a Nettuno dio del mare, ed egli ti ajuterà: fa consecrare ad onore di Nettuno e di me questo tempio, perocchè noi saremo con te, e vincerai. Agrippa s’alzò di letto tutto giulivo, e narrò la cosa al Senato, e partì con una grande armata e con cinque legioni, e vinse tutti i Persiani, e li ridusse nuovamente sotto il tributo dei Romani. Reduce in patria, edificò il tempio, lo fece consecrare a Cibele, madre degli Dei, a Nettuno e a tutti i demonî, e gli impose nome di Panteon. Ad onoranza di questa Cibele ei fe’ fare una statua dorata, che collocò alla sommità del tempio, sopra il forame della cupola, e lo coperse di un mirabile tetto di bronzo dorato. Sulle cime poi del tempio venivano posti due tori di bronzo dorato[649].

Tale è la narrazione contenuta nel notevole libro intitolato _Graphia aureae urbis Romae_, ossia Descrizione dell’aurea città di Roma, che, nella serie di questa letteratura, succede per noi alle notizie di Einsiedeln. Può darsi che all’età degli Ottoni, e forse omai dal tempo di Alberico, avesse origine una nuova Descrizione della Città, e che, in corrispondenza alla restaurazione del dominio secolare di Roma, vi si tenesse nota soltanto dei monumenti pagani, nel tempo medesimo che, ad uso dei pellegrini, v’avevano libri che raccoglievano le notizie delle «Stazioni» delle chiese e dei cimiteri. Un qualche Scolastico, che aveva conoscenza degli antichi, componeva un registro dei monumenti di Roma, e vi aggiungeva il racconto di tradizioni popolari. Egli non seguiva più la divisione regionale osservata dalla _Notitia_; e laddove l’Anonimo di Einsiedeln aveva conservato i vecchi nomi, quegli invece, tratto tratto, adoperava le appellazioni popolari, secondo la loro origine volgare. I significati di _Palatium_, di _Templum_, di _Theatrum_, di _Circus_, perdevano presso di lui la loro severa distinzione, chè allora il popolo chiamava con nome di _Palatium_ tutte le grandi ruine dei templi ed i _Fora_, e di regola appellava _Theatrum_ le ruine di terme e del Circo. Cotale Descrizione della Città, che or subentrava in vece della _Notitia_ antica e del _Curiosum_, oppure che ampliava quelle due scritture, forse veniva compilata ancor prima del secolo decimo. A Benedetto di Soratte fu precisamente nota, avvegnachè egli abbia tratta la enumerazione delle torri e delle castella di Roma da una Descrizione della Città, che dev’essere stata la forma prima della _Graphia_[650]. Però, sotto questo titolo, nel secolo decimoterzo una ne andò celebre, che è citata come libro «assai autentico» dal milanese Galvano Fiamma. Fu lungo tempo conosciuta nella biblioteca Laurenziana come codice del secolo decimoterzo o del decimoquarto, ma non se ne trasse profitto alcuno, e soltanto nell’anno 1850 venne data alle stampe[651]. Ebbe essa subìto, nel corso degli anni, parecchie revisioni, finchè ottenne la forma che si vede nel codice fiorentino. I due limiti estremi di tempo riconoscibili della sua compilazione sono l’età degli Ottoni e la prima metà del secolo duodecimo, perocchè vi sia fatta menzione del sepolcro di Anastasio IV, morto nell’anno 1154. Al tempo di Ottone II o a quello di Ottone III si fanno rimontare quei paragrafi aggiuntivi, che trattano delle ceremonie di corte, della nomina del Patrizio e del Giudice, e dell’accoglimento delle persone nella cittadinanza romana; e il titolo del libro corrisponde alla leggenda _Aurea Roma_, che di già al tempo di Ottone III era impressa sopra suggelli imperiali. Altresì, le nominazioni date ai monumenti la fanno risalire al tempo anteriore del grande incendio, che scoppiava durante la presa di Roma fatta da Roberto Guiscardo.

Sta nella natura di cotali libri che essi diano occasione di continue aggiunte; pertanto la _Graphia_ contiene parti diverse che derivano da tempi varî. Essa incomincia narrando, secondo la tradizione, che Noè fondava, non lungi da Roma, una città appellata dal suo nome, e che Giano, figliuolo di lui, Japeto e Camese edificavano sul monte Palatino la città di Gianicolo, e nel Transtevere il palazzo Gianicolo[652]. Giano dimorava sul Palatino, e dappoi, con Nemrod ossia Saturno (evirato da Giove suo figlio), erigeva la città di Saturnia sul Campidoglio[653]. Indi, re Italo, coi Siracusani, costrusse, presso al fiume Albula o _Tibris_, la città di pari nome; ed altri Re, _Hemiles, Tiberis_, Evandro, Coriba, Glauco Enea, Aventino, altre città innalzarono, finchè, quattrocento trentatre anni dopo la caduta di Troja, nel giorno 17 di Aprile, Romolo le cinse tutte quante di muro, e vi diè nome di Roma: allora, non soltanto tutti gli Itali, ma quasi tutti i nobili uomini di tutto il mondo, vennero con loro donne e con loro fanciulli ad abitarvi[654]. Il nesso in cui si pone il Noè dell’antico Testamento colla fondazione di Roma, dà prova della maestria di combinazioni che possiede la tradizione; del resto, non potremmo fare che inutili tentativi, se volessimo determinare il tempo in cui quella tradizione sia sorta. Più tardi, nei secoli decimoterzo e decimoquarto, libri parecchi andarono tessendo le favole della origine prima di Roma; ed ebbero vita il _Liber Imperialis_, il _Rumuleon_, la _Fiorita d’Italia_, la _Historia Trojana et Romana_. Queste tradizioni vennero massimamente in fiore allorchè le città italiche incominciarono a ottenere le loro libertà, chè ognuna bramò ornarsi del pregio di antiche genealogie[655].

Fra le tradizioni raccolte nella _Graphia_ certo è una delle più antiche quella della sepoltura di Giulio Cesare. Narravasi fra il popolo, che le sue ceneri fossero racchiuse nella palla d’oro collocata sulla cima dell’obelisco Vaticano. Con grande stupore si additava il pomo d’oro posto a quella sommità, cui nessun predone aveva saputo giunger mai; e si diceva ch’era guernito di gemme, e che recava scritto questo bell’epitaffio: «Cesare, grande fosti come il mondo; adesso ti chiude una tomba angusta». E raccontavasi che lo si aveva sepolto in quell’altezza, affinchè anche in morte gli restasse suddito il mondo, qualmente a lui, vivo, era stato. Perciò l’obelisco fu chiamato _Memoria_ od anche _Sepulcrum Caesaris_, parimente come la tomba di Adriano appellavasi _Memoria_: e questa parola ha per Roma un grande significato, perocchè tutto ivi parlasse memorie. Così denotato, trovasi l’obelisco in una Bolla di Leone IX, dell’anno 1053, dove, nel tempo istesso, è chiamato eziandio _Agulia_, come anche oggidì in italiano si addomandano guglie gli obelischi. Tuttavia, può darsi che il nome di _Agulia_, da antichissimo tempo, si fosse tramutato nella bocca del popolo in quello di _Julia_, e che questo potesse indi dare origine a siffatta tradizione del grande Giulio Cesare, per guisa che qui dalla parola avesse derivazione il mito: e ciò tanto più a ragione, che sul basamento dell’obelisco leggevasi l’iscrizione _Divo Caesari_[656].

Fra le tradizioni locali, che sono registrate nella _Graphia_ o nei _Mirabilia_, appena ve n’ha una (compresa altresì quella della Sibilla e di Ottaviano), che non possa essere sorta dapprima del mille; però noi preferiamo di dire di cotali tradizioni ai luoghi dove ce ne sarà offerta più acconcia opportunità[657].

§ 4. Le Regioni della Città nel secolo decimo. — Le vie. — Architettura di quel tempo. — Descrizione di un palazzo. — Numero grande di grandi ruine. — Roma saccheggiata dai Romani.

È nostro intendimento di comporre una piccola «Grafia» di Roma, tale qual era nel secolo decimo: la vogliamo trarre non già da quei libri di favole, bensì da documenti; ma per verità riuscirà essa così irregolare, come lo sono i _Mirabilia_, avvegnaddio siamo privi di un condottiero che ci guidi attraverso il labirinto di Roma. Abbiamo tentato di abbozzare questa descrizione, seguendo la divisione delle Regioni, sennonchè, a comporla, i documenti non ci soccorsero che incompletamente. È cosa meravigliosa che continuamente rimanga visibile un ripartimento regionale, quando i sette distretti ecclesiastici sono scomparsi dal nostro sguardo; nondimeno, quello non s’accordava più allo scompartimento di Augusto, e può darsi che le alterazioni ne fossero avvenute in epoche parecchie. Nei secoli decimo e undecimo la città vera di Roma contava dodici Regioni; probabilmente il Transtevere formava la decimaterza. Erano denotate per numeri rispettivi, ma avevano eziandio un nome loro proprio.

Delle dodici Regioni, che emergono da documenti di Roma del secolo decimo e dell’undecimo non possiamo determinare il luogo in cui erano situate quelle X e XI[658].

La Regione I comprendeva l’Aventino, e per _Marmorata_ e _Ripa Graeca_ si stendeva giù fino al fiume; dai magazzini di granaglia che ivi erano aveva, anche adesso, nome di _Horrea_[659].

La Regione II racchiudeva il Celio e una parte del Palatino fino all’Aventino. Come compresi in essa sono registrati i _IV Coronati_, la _Forma Claudia_, il _Circus Maximus_, il _Septizonium_, e la _Porta Metrovia_ o _Metrobi_, innanzi alla quale erano situati i _prata Decii_ o _Decenniae_[660].

La Regione III si trova denotata dalla Porta Maggiore, dalla santa Croce, dall’_Aqua Claudia_ (che scorreva attraverso due Regioni), dal convento di santo Vito e di santa _Lucia Renati_, dal santo Pastore, e dall’_Arcus Pietatis_. Comprendeva quindi alcuni luoghi, che avevano spettato alla Regione V di Augusto, detta _Esquiliae_[661].

La Regione IV è, in un documento, determinata dal _Campus s. Agathae_; forse fronteggiava con _S. Agatha in Suburra_ (che faceva parte della Regione VII) e comprendeva il Quirinale e il Viminale[662].

Entro la Regione V si racchiudeva una parte del Campo di Marte: ed in essa erano situati il mausoleo di Augusto, la colonna Antonina, la via Lata, il san Silvestro in Capite, la _Posterula s. Agathae_ al Tevere, ed eziandio il Pincio e la porta di san Valentino (del Popolo). Il suo territorio aveva nel tempo antico appartenuto in parte alla Regione IX, appellata _Circus Flaminius_, in parte alla Regione VII, detta _Via Lata_[663].

Della Regione VI parlano pochi documenti soltanto, e ne risulta che vi capivano i giardini di Sallustio e quel territorio che oggidì forma il quartiere di Trevi[664].

La VII Regione a quest’età viene denotata dalla _S. Agatha super Suburram_, dalla colonna di Trajano e dal _Campus Kaloleonis_ che vi era confinante[665].

La Regione VIII nel secolo decimo appellavasi _Sub Capitolio_, come nei Cataloghi dei Papi parecchie volte è chiamata; per conseguenza il _Forum Romanum_ antico aveva conservato il numero regionale onde era stato contrassegnato nel vecchio tempo.

La IX Regione era il distretto che raccoglieva dentro di sè il santo Eustachio, la Navona, il Panteon, le terme di Alessandro, il san Lorenzo in Lucina. Comprendeva il vero Campo di Marte, e quindi chiudeva nei suoi confini l’antica Regione IX, detta _Circus Flaminius_, da cui avevano avuto origine due Regioni. Volle il caso che, propriamente per questa Regione del secolo decimo, si conservasse la maggior copia dei documenti: questi, assai di frequente ci tengono parola di un luogo appellato _ad Scorticlarios_ o _in Scorticlam_, il quale dava il nome all’intiero distretto. Era esso il quartiere dei conciatori di cuoi; oggidì è situato presso il fiume, nella Regola, ma allora trovavasi posto in vicinanza alle terme di Alessandro, presso al Tevere[666].

In nessun documento di quella età incontrammo parola della Regione X e di quella XI; però la XII Regione compare in un Diploma, col nome antico di _Piscina Publica_, il quale pertanto non aveva subìto mutazione di sorta[667].

Parimente, come s’erano conservati i nomi della _Via Lata_, del _Caput Africae_ e della _Suburra_, così altre vie antiche dovevano essere ancora note in Roma; però la parte maggiore di esse era omai denominata da chiese, altre eranlo da monumenti notabili: lo abbiamo già veduto a proposito del Colosseo, del teatro di Marcello, e dei Colossi di marmo. Spesso, nei documenti, a esprimere le vie di Roma animate di maggior moto, si usa l’espressione _Via publica_ o _communis_; e già nel secolo decimo esisteva una _Via Pontificalis_, la quale, passando dal Campo di Marte, conduceva al san Pietro[668]. Queste strade irregolari del primo medio evo, di cui alcune erano ancora le antiche, altre erano aperte in mezzo a cumuli di rottami ed a rovine, dovevano offrire una veduta tetra e bizzarra insieme. La tortuosità, la strettezza di esse e l’aspetto rozzo delle case ci avrebbero messo repugnanza, ma la pittoresca architettura ci avrebbe reso insieme meravigliati. Come nella massima parte è anche oggidì, ogni casa di Roma aveva un poggiuolo di pietra; porte e finestre erano arcuate a foggia romana; le cornici, rilevate a teste acute di mattoni; i tetti, il più di frequente, coperti di embrici di legno; le muraglie si componevano di terra cotta senza intonaco di calce. Di consueto, le case erano fornite di solaio, perlochè tanto sovente ci incontriamo nella espressione di _casa solorata_. Erano di uso universale, e si mantennero lungo tempo anche in Roma i vestiboli, che in tutta Italia si denotavano colla parola tedesca «Laubia», e posavano sopra pilastri o su colonne antiche. Ei conviene oggidì andar girando per Transtevere, o nel quartiere chiamato «Pigna» e in quello detto «Parione», per farci un’idea degli ultimi avanzi di quella architettura medioevale. Non possediamo alcuna descrizione autentica di un palazzo romano quale allor fosse, e quella, casualmente conservataci, di un palazzo che esisteva a Spoleto, ci risospinge ai tempi antichi, o, per lo meno, all’età bizantina. Vi si distinguevano dodici parti, così appellate: il _Proaulium_ ed il _Salutatorium_; il _Consistorium_, dove si radunavano i convitati prima del pranzo e dove si dava l’acqua alle mani; il _Trichorus_ ossia sala da mangiare; lo _Zetas hiemalis_, camera riscaldata per l’inverno; lo _Zetas estivalis_, salotto fresco per l’estate; l’_Epicastorium_ (meglio _Epidicasterium_), sala ove si trattavano i negozî: v’erano inoltre triclinii da più che tre letti, terme, un ginnasio o luogo destinato al giuoco, le cucine, il _Columbum_ da cui si riversava l’acqua alle cucine, l’ippodromo, e gli _Arcus deambulatorii_, porticati a colonne, con cui era messo in comunicazione anche lo scrigno[669].

Sebbene divenuti irreconoscibili per causa di decadimento e di trasformazioni, può darsi che, ancora nel secolo decimo, si fossero conservati alcuni dei palazzi antichi, che avevano, un tempo, appartenuto alle ricche famiglie dei Ceteghi, dei Massimi, dei Gracchi e degli Anicii. Ed invero, perchè mai non dovevano aver durato un cinquecento anni quelle case private, costruite di pietre inconsumabili, sì come s’era conservato un tempio od un arco trionfale? Altri palazzi, dalla forma di castella, erano sorti a nuovo, e sempre sulle fondamenta di edificî antichi. Se ci fosse dato di aver dinanzi agli occhi il palazzo di Marozia sull’Aventino, quello di Alberico presso ai santi Apostoli, la casa dei Crescenzî, il castello imperiale di Ottone III, ne vedremmo fabbriche costruite a muraglie di mattoni rossi, ornate in modo mirabile di mensole e di cornici antiche, e forate a finestre arcuate romane, con loro piccole colonne, parimente come ne offre un esemplare l’architettura della così detta «Casa di Crescenzio», la quale è il più vecchio edificio privato del medio evo che in Roma si conosca. I monumenti antichi prestavano i più begli ornati così a chiese, come a’ palazzi; e se, oggidì ancora, ci fermiamo ammirati nei luoghi più antichi di Roma, mirando tante colonne, spesso magnifiche, di stile corinzio od ionio, che, infisse nel muro, sostengono, in funzione di pilastri, le più povere case, si può di leggieri imaginare, qualmente, nel secolo decimo, quasi tutte le case della Città fossero tirate su colle reliquie dell’antichità. Se potessimo varcare la soglia del palazzo di Alberico, nelle sue camere fatte a volta secondo il costume romano, saremmo certi di trovare parecchi pavimenti antichi di musaico, vi vedremmo antichi vasi e stoviglie, ma a mala pena una statua; ci fermeremmo attoniti a mirare, lavori di quel tempo, i _lectuli_ ossiano lettucci di riposo, fregiati di disegni d’oro, e coperti dei broccati e delle sete di Oriente, quali adornavano le abitazioni dei Vescovi, ed erano oggetto delle censure di Raterio. La fantasia si accende pensando alle decorazioni di queste stanze fornite di suppellettili pesanti, sculte in oro, di sedie che ancora traevano all’antica forma, di candelabri di bronzo, di scansie sulle quali non istavano adagiati codici di scritture, ma si schieravano in mostra bicchieri d’oro preziosi (_Scyphi_), o coppe d’argento, o conchiglie ridotte a recipienti da bere (_Conchae_): però, la mente giunge a indovinare tutto quello che ciò fosse, soltanto per gli indizî che ritrae dai musaici e dalle miniature di quell’età, i quali ci fanno conoscere che la moda del lusso toglieva essenzialmente a prestito da Bisanzio le forme fantastiche, la varietà dei colori che imitavano l’arabesco, e il gusto degli ornati di musaico.

In quell’epoca la copia degli edificî antichi era ancor grande assai. Il più degli archi trionfali, dei portici, dei teatri, delle terme, dei templi durava tuttavia in ruine magnifiche, e ad ogni piè sospinto mostrava alla generazione vivente le grandezze delle età passate, la piccolezza del tempo che correva. E questo solo carattere antico, che domina su Roma, pone in chiaro, durante l’intiero medio evo, molti fatti storici. Da dopo di Totila nessun nemico aveva più recato guasto a Roma, ma neppure v’era stato un solo Imperatore od un sol Papa intento più a vigilare sui monumenti e a proteggerli. Già Carlo magno aveva trasportato colonne e sculture di Roma ad Aquisgrana, e i Papi, i quali dapprima avevano tenuto i maggiori monumenti di Roma in conto di proprietà dello Stato, bentosto non avevano più sentimento, nè tempo, nè potenza di darsi cura della loro esistenza. Roma fu abbandonata al sacco dei Romani: i preti trascinavano colonne e marmi nelle loro chiese; i nobili e gli stessi Abati piantavano torri sopra vecchi monumenti magnifici; i cittadini rizzavano nelle terme e nel circo le loro botteghe di lavoro, le loro fucine, le loro officine da canapa, i loro filatoi[670]. Quando il pescatore del Tevere, quando il macellaio ed il fornaio esponevano in vendita al buon mercato, le loro derrate lungo i ponti, o presso il teatro di Marcello, la mercanzia era sdraiata in mostra sopra bellissime tavole di marmo, che, forse, anticamente avevano servito, nel teatro o nel circo, da sedili ai padroni del mondo, a Cesare, a Marc’Antonio, ad Augusto, a tanti e a tanti Consoli e Senatori. I bei sarcofaghi degli eroi andavano all’ingiro, come avviene anche adesso, in funzione di tini d’acqua, di mastelli da lavandaia, di truogoli da porci; probabilmente la panchina del calzolaio e la tavola del sarto erano state nè più nè meno che il cippo di un Romano illustre, o una lamina d’alabastro, su cui, in antico, qualche nobile matrona romana aveva disteso le minuterie della sua acconciatura. Seppure Roma nel secolo decimo non possedesse più che poche statue di bronzo, assai grande doveva essere pur sempre il numero di quelle di marmo. In tutte le piazze, in tutte le vie, l’occhio s’imbatteva in capi d’arte della vecchia Roma, caduti o mutilati; nè peranco i portici, i teatri, le terme erano così ridotti in cumuli di ruine, che molte delle loro decorazioni di statuaria ne fossero sparite. Il Romano del tempo di Ottone III mirava ancora, per certo, emergere sopra il suolo il gruppo del Nilo nel _Minervium_, ed era ancora oggetto di sua conoscenza il gruppo del Laocoonte nelle terme di Tito, e, forse tuttavia, la Venere medicea nel portico di Ottavia. Migliaia di statue degli Imperatori e di grandi Romani stavano ancora ritte o giacevano alla scoperta sul terreno; molte dipinture antiche vedevansi ancora ai loro luoghi sulle pareti. Ma il senso di queste opere dell’arte bella era così ammutito, che neppure uno scrittore di quell’età spendeva per esse una sola parola. Che più? i Romani imbarbariti tenevano i più preziosi monumenti dei loro antenati in conto soltanto di materiali da lavoro; li segavano per trarne il bel marmo onde componevano il pavimento delle loro chiese e delle loro case, o li facevano in polvere affine di cavarne calce. Da secoli Roma era pari ad una grande fossa da calce, nella quale si cacciavano dentro nobilissimi marmi per trarne cemento: nè senza una grande ragione in Diplomi del secolo decimo e dell’undecimo si trova di frequente sparso il nome di _Calcarius_, fornaciaio, il quale non deve già attribuirsi a persone che attendessero al lavoro delle fosse di calce, ma a chi ne possedeva in Roma o vi dimorava presso[671]. Da secoli dunque i Romani saccheggiavano e devastavano la vecchia Roma, la facevano in pezzi, la foravano, la abbruciavano, la trasformavano; nè la finivano mai.

§ 5.

Una scorsa per la Roma del tempo di Ottone III. — Il Palatino. — Il _Septizonium_. — Il Foro. — Santi Sergio e Bacco. — L’_Infernus_. — Marforio. — Il Campidoglio. — Santa Maria _in Capitolio_. — Il _Campus Caloleonis_. — La colonna di Trajano. — La colonna di Marco Aurelio. — Il Campo Marzo. — Il _Mons Augustus_. — La Navona. — Chiese farfensi. — Santo Eustachio _in Platana_. — Leggenda di Santo Eustachio. — Santa Maria _in Minervio_. — Camigliano. — _Arcus manus carneae._ — Parione. — Ponti del Tevere. — I templi della Fortuna Virile e di Vesta. — Conchiusione.

Voglia il lettore accompagnarci in una breve scorsa per Roma, qual essa era a’ tempi di Ottone, o piuttosto voglia soltanto venire con noi in cerca di alcuni fra i luoghi più celebri della Città. Muoviamo anzi tutto al Palatino. I palagî imperiali vedevansi ancora in loro ruine colossali, ed erano pieni di obliate opere d’arte di ogni maniera. In quel labirinto, nel quale a mala pena si metteva piede per temenza degli spiriti, parecchie camere erano ancora fornite dei loro preziosi intonachi di marmo; e, perfino a’ tempi di Innocenzo X, vi si discopriva una sala adorna di tappeti d’oro, e stanze, le cui pareti erano coperte di finissime lamine d’argento e di piastre di piombo[672]. Non altro che rada poteva essere allora la popolazione del colle Palatino, chè, su di esso, poche e piccole chiese soltanto erano state costruite: una era quella di santa Maria _in Pallara_ (_Palatio_), ovvero di san Sebastiano in _Palladio_, eretta nel luogo in cui ergevasi in antico il _Palladium_, là dove vuolsi che quel Santo sia stato ucciso, nel tempio di Eliogabalo; un’altra era la chiesa di santa Lucia in _Septa solis_ o _Septem viis_, che già a’ tempi di Leone III si elevava presso al _Septizonium_[673]. Questo edificio magnifico di Severo nel medio evo aveva nome di _Septemzodium_, di _Septodium_, di _Septisolium_, di _Septemsolia_, e benanco di _Sedem Solis_, sede del sole, ed era situato all’estremo del Palatino verso mezzodì e quasi di fronte al san Gregorio. L’Anonimo di Einsiedeln lo notò con nome di _Septizonium_, e, nell’anno 975, con esso ci incontriamo in un documento degno di considerazione. Lo si appellava allora _Templum Septem solia major_, per distinguerlo da un monumento ignoto, che era in vicinanza. Questo aveva nome di _Septem solia minor_, e Stefano, figlio di Ildebrando, console e duce, lo donava a Giovanni abate di san Gregorio, affinchè a suo piacimento ne usasse, o lo atterrasse, secondo che meglio potesse far mestieri alla fortezza del convento. In quei tempi di guerre di partito sorgevano in Roma torri e rocche, non soltanto della nobiltà, ma anche dei conventi; molti monumenti erano caduti in possedimento dei privati cittadini, ed erano adoperati in cotale uso; ed il grande _Septizonium_ dipendeva in proprietà da quel monastero, e già lo si aveva trasformato in rocca. I frati di san Gregorio possedevano allora anche l’arco trionfale di Costantino, che per certo era stato elevato a tanta altezza da comporne una torre: così il loro convento s’era munito tutto all’intorno, dietro la trincea di monumenti antichi. Nella detta carta si contiene parola così dell’_Arcus triumphalis_, come del _Circus_ (_Maximus_), sebbene non altro che nominarli si faccia, e ne rileviamo che quell’illustre romano Stefano possedeva una parte dei palazzi imperiali, della quale notava, specialmente sopra tutto il resto, un portico con trentotto cripte, ossiano camere edificate a volta[674]. Ignoriamo quale aspetto avesse allora il _Circus Maximus_; i due obelischi erano omai ridotti in rottami, ma ancora, da un capo e dall’altro, era avvertito dalla _Graphia_ esistere due archi di trionfo: neppure sappiamo cosa fosse del Colosseo, il quale non peranco erasi tramutato in fortezza; ma con buon fondamento imaginiamo, che questi edificî cadenti in polvere, conservassero ancora la massima parte delle loro muraglie di cinta esterna, ed i loro ordini di sedili.

Il tempio di Venere e di Roma, massimamente decaduto, appellavasi omai _Templum Concordiae et Pietatis_ come gliene dà nome la _Graphia_; le sue colonne gigantesche di un sol pezzo di granito azzurro duravano ancora intatte da qualsiasi danno, ed offrivano una vista mirabile. Per la via Sacra, camminando sopra il selciato antico, e passando dall’arco dei «sette candelabri,» si andava al Foro, dove la piccola collina detta Velia aveva tuttavia una discesa assai profonda, perocchè il Foro non fosse coperto di cumulo tanto grande di ruine come oggidì è. Tutt’all’intorno, spettacolo di distruzione grandiosa, stavano templi, portici, basiliche; e il Romano, fatto uomo barbaro, moveva il piede in quel suo museo nazionale, attraversando ruderi innumerevoli di colonne, di architravi e di figure di marmo: la orrenda ruina, il deserto di cui s’era impadronita la leggenda, la mesta magnificenza dovevano ispirare nell’animo di lui sentimenti di commozione indicibile. Se un qualche antiquario romano, successore ignorante di Varrone, avrà accompagnato Ottone III in questa peregrinazione, quegli, con meravigliosa mescolanza di nomi veri e di nomi falsi, gli sarà venuto accennando i monumenti antichi. Gli avrà egli additato il _Templum Fatale_, l’arco di Giano presso a santa Martina, un _Templum Refugii_ vicino a sant’Adriano, e con giusto nome gli avrà indicato il tempio della Concordia, presso a santo Sergio. Questo edificio celebre, dove un tempo Cicerone aveva tenuto le sue tonanti orazioni, fu, per qualche tratto di tempo, conservato in vita, mercè di una chiesa; indi andò in ruina: e quella l’Anonimo di Einsiedeln vide collocata frammezzo al tempio ed all’arco di Severo, che probabilmente le serviva di campanile. Oltre che a Sergio, dedicata era la chiesa anche a Bacco, un Santo il quale, sebbene stranamente emerga da quel luogo di antico paganesimo, non era straniero in Roma, dove, fra’ Santi, torniamo a trovare nomi di dei e di eroi: così è di quelli di santo Achilleo, di san Quirino, di san Dionisio, di santo Ippolito, di santo Ermete; così avveniva anche di santo Bacco[675].

L’Archeologo del secolo decimo, mostrandoci gli avanzi della basilica _Julia_ o di uno dei santuarî di Vesta, ce gli avrebbe scambiati per il tempio del terribile Catilina, e lì presso ci avrebbe fatto vedere la chiesa di sant’Antonio, nel sito dove oggi s’eleva santa Maria Liberatrice, quella che salva dai tormenti dell’inferno. Ei ci avrebbe detto con gran serietà, che questo luogo diabolico, nomato _Infernus_, era il _Lacus Curtius_, entro la cui voragine, in antico, si era gettato il generoso Romano per salvare la patria; e ci avrebbe aggiunto, che ivi, in una caverna del Palatino chiusa con porte di bronzo, forse nel Lupercale antico, erasi appiattato un drago, che Silvestro aveva ucciso[676]. Presso alla carcere Mamertina, la _Privata Mamertini_ del medio evo, ei ci avrebbe additato la statua del dio fluviale, celebre sotto nome di Marforio, che ivi rimase illesa per un corso di secoli; e ci avrebbe affermato che essa era un simulacro di Marte[677]. La via Sacra e la sua continuazione, _Clivus Capitolinus_ o via dei Trionfatori, facendoci passare lungo i templi di Saturno e di Vespasiano, ci avrebbe condotto al Campidoglio, in mezzo a ruine innumerevoli della magnificenza antica. Chi potrebbe enunciare quello che fosse la vista grandiosa e tragica che esso allora offriva! Cassiodoro, per l’ultimo, aveva detto, il Campidoglio essere massima meraviglia di Roma, e rilevammo che nel secolo ottavo lo si notava come primo miracolo del mondo. Tuttavia, da tempo lungo, non udimmo più, neppure una fiata, ripetersi il suo nome: sparito era dalla storia di Roma, e soltanto la _Graphia_ narra, che le sue mura mirabili erano composte di vetro e d’oro, ma non lo descrive[678]. Di già, intorno all’anno 882, si menziona il convento di santa Maria _in Capitolio_; però non si fa ancor motto della chiesa _in Ara Coeli_ che ivi esiste, sebbene, probabilmente, a quell’età essa fosse omai edificata[679].

Profondo silenzio cela lo stato in cui fossero i _Fora_ imperiali, ad eccezione di quello di Trajano; ma anche esso era a quest’ora ridotto a tanta ruina, che i documenti, i quali ne tengono discorso, parlano delle _petrae_ che ivi si ammonticchiavano. Il nome della odierna via «Magnanapoli», che dal Quirinale conduce al Trajano, ebbe origine fin da quella età[680]. Dall’altro lato, era posto il _Campus Caloleonis_, oggidì storpiato nel nome di «Carleone», ch’era così appellato dal palazzo di un ottimate romano del tempo di Alberico[681]. Sopra ai ruderi delle biblioteche e delle basiliche Ulpie s’alzava ancora la magnifica colonna di Trajano, gigante che non aveva sofferto crollo. Vicino ad essa era la chiesa _S. Nicolai sub columpnam Trajanam_; costruita dei materiali del Foro, aveva certamente contribuito di assai alla sua ruina: essa apparteneva alla giurisdizione ecclesiastica dei santi Apostoli, e di questa basilica bene era proprietà eziandio la colonia Trajana[682].

Anche la sua bella gemella, la colonna di Marco Aurelio, ergevasi parimenti come s’erge oggidì. Nell’anno 955 Agapito II la confermava in proprietà del convento di san Silvestro _in Capite_, e, sette anni più tardi, Giovanni XII rinnovava il Diploma. «Noi confermiamo _in integrum_», vi è detto, «la grande colonna di marmo che da Antonino si appella, così come vedesi, con sue sculture, colla chiesa di santo Andrea che sta a’ suoi piedi, e col territorio che la attornia, in quel modo ch’essa d’ogni parte è circondata di via publica, in questa città di Roma»[683]. Se ne rileva, che pur sempre, dall’intorno esisteva una piazza sgombra, e che, vicino, vi si era edificata una piccola chiesa; il nano accanto al gigante. Siffatte cappelle erano botteghe di guardiani; dentro, i monaci vi facevano di sentinella, ed a loro andiamo debitori della conservazione di quelle illustri opere mirabili, dominatrici solitarie dei ruderi della storia, sulle quali, nell’azzurro del cielo, si disegnano le statue di san Pietro e di san Paolo: simboli della duplice signoria di Roma sul mondo, quei simulacri non potevano trovare luogo più acconcio delle colonne dei due Imperatori, i quali professarono una filosofia che per prima sgombrò le vie del Cristianesimo. I pellegrini avevano facilità di salire sulle colonne per loro interne scale a chiocciola, sì come oggidì ancora si suol fare, per godere di lassù la vista stupenda di Roma. Ai monaci poi avranno per ciò messo in mano qualche moneta; per lo meno, la inscrizione dell’anno 1119 (la quale può leggersi nel portico di santo Silvestro) nota, che i pellegrini presentavano di loro offerte la chiesa di santo Andrea presso la colonna di Marco Aurelio, donde il monastero costumava affittarle, come reddito considerevole. Desta grandissima meraviglia che cosa somigliante avvenisse anche nell’antichità. Infatti, tosto dopo dell’erezione della colonna, Adrasto, liberto dell’imperatore Settimio Severo, si era costruito, nell’anno 193, una casa in quelle vicinanze, per vegliarne a custodia, ossia per torne denaro a chi vi saliva sopra; ed invero in escavi dell’anno 1777 erano trovate in quelle località due inscrizioni in marmo, che Adrasto aveva fatto collocare nella sua casa di guardia; ed esse parlano di quell’usanza[684]. Anche la colonna che, in antico, Marco Aurelio e Lucio Vero avevano innalzato ad onore del loro padre Antonino Pio, era situata in prossimità dell’odierno monte Citorio. Aveva soltanto cinquanta piedi di altezza ed era di rosso granito; però non ne fa cenno l’Anonimo di Einsiedeln, nè la _Graphia_, nè i _Mirabilia_, perlochè, forse, nel secolo nono era di già crollata[685].

Nel secolo decimo il Campo di Marte, già appellato Campo Marzo, presentava il magnifico aspetto di una città di marmo caduta in rovina. Degli edifizî degli Antonini esistevano tuttavia grandi avanzi di basiliche o di templi, come oggidì ancora ce ne offre un saggio il frontone a colonne della Dogana: si pensi un po’ all’estensione che correva dal Panteon al mausoleo di Augusto, si pensi a quelle grandi ruine delle terme di Agrippa e di Alessandro, dello _Stadium_ di Domiziano e dell’_Odeum_, che si seguivano tutte le une presso alle altre; si richiamino alla imaginazione gl’innumerevoli portici che attraversavano questo campo, venendo dalla via Lata, da porta Flaminia, dal ponte di Adriano; e si avrà innanzi alla mente la vista di una città meravigliosa smantellata, mezzo sepolta nel fango e nella polvere. Ivi, appiattati sotto le oscure volte dei ruderi, abitavano uomini meschini, che vi avevano posto covo, come altrettanti trogloditi; altri, avevano povere case posate sulle ruine, come tanti nidi di rondini. Allora, nell’antico Campo di Marte si piantavano cavoli e viti in mezzo a’ frammenti di edificî; strette viuzze si aprivano di qua e di là, e conducevano a chiese che, ruinate esse stesse, erano state costruite di rovine, e davano ai chiassuoli origine e nome. Tratto tratto dai ruderi s’alzava qualche oscura torre, rocca munita di un qualche Romano che si chiamava con nome di Console o di Giudice. Il mausoleo di Augusto non era peranco stato tramutato in fortezza; poichè era stato ricoperto di terriccio e piantato di alberi, la sua figura, simile a quella di un colle, gli acquistava nominazione di monte, e nel secolo decimo lo si appellava _Mons Agustus_, che in volgare si smozzò nel nome di _Austa_, ovvero di _L’austa_. Una bella tradizione narrava, che l’imperatore Ottaviano aveva fatto trasportare un corbello pieno di terra da ogni provincia dell’Impero, e che ivi l’aveva riversata, affine, quasi, di poter riposare nella terra di tutto il mondo, che dominato aveva. Ad imitazione di quel che s’era fatto nel sepolcro di Adriano, anche sulla cima del mausoleo di Augusto si era edificata una cappella all’arcangelo Michele: lo abbiamo scoperto da quegli stessi Diplomi di Agapito II e di Giovanni XII, che confermano anche questo sepolcro in proprietà del convento di san Silvestro[686]. Presso alla tomba era posta allora la chiesa di santa Maria o Martina _in Augusta_, che più tardi fu tramutata nell’ospitale di san Giacomo degli Incurabili: tutto all’intorno erano vigneti e campi pertinenti al detto monastero. La muraglia della Città, ruinosa e coperta di sterpi, si prolungava lungo l’odierna Ripetta fino al ponte di Adriano, ed era interrotta da due porte del fiume, quelle di sant’Agata e della Pigna[687]. L’odierna porta del Popolo era pur sempre chiamata Flaminia, come la appella la _Graphia_, ma altresì era omai detta _S. Valentini_, dalla chiesa che è posta fuori della porta. Dove sta oggi la bella piazza del Popolo era terreno coltivato a campo e a giardino, similmente di ciò che avveniva a quell’età del _Mons Pinzi_, sopra il quale esisteva una chiesa di san Felice. Massimamente, tutto il Campo di Marte era traversato di vigneti e di orti. Il magnifico _Stadium_ di Domiziano giaceva in rovinaccio; l’Anonimo di Einsiedeln erroneamente lo chiama «_Circus Flaminius_ dove è santa Agnese», e per tale lo appella dall’antica Regione di questo nome cui l’edificio apparteneva; però, nel secolo decimo chiamavasi, con linguaggio popolare, _Agonis_ da _Agon_, ossia _Circus Agonalis_. Poichè dunque questo luogo si denominava _in Agona_, ne derivò la dizione _’n Agona_, finalmente quella di Navona, onde è denotata oggidì la maggiore e bellissima delle piazze popolari di Roma[688].

Dei materiali del Circo, già ancora a’ tempi prima, erano state edificate parecchie chiese: da un lato, la Diaconia di santa Agnese _in Agone_, perocchè ivi la leggenda della Santa s’avesse composto la scena; dall’altro, la parrocchia di santo Apollinare, fondata probabilmente sui ruderi di un tempio d’Apollo, che era stato cacciato in bando dal suo santo omonimo, primo vescovo di Ravenna[689]. Similmente ad altri conventi e ad altre basiliche di Roma, che poco a poco s’erano impadroniti del suolo della Città e dei suoi monumenti, la chiesa di santo Eustachio aveva in questa Regione dei possedimenti; e financo la remota Farfa vi aveva proprietà di campi, di case, di giardini e di cripte dello Stadio caduto o delle prossime terme di Alessandro Severo. In vicinanza a questi distrutti bagni appartenevano alla Badia tre piccole chiese, quelle di santa Maria, di san Benedetto e di san Salvatore, a cagione delle quali aveva essa sostenuto continue controversie coi preti di santo Eustachio: e precisamente al documento di questa lite noi andiamo debitori della cognizione topografica della Regione _in Agone_, ossia _in Scorticlariis_[690]. Santa Maria farfense si dice essere l’odierna chiesa di san Luigi dei Francesi; la cappella di san Benedetto perì; san Salvatore conservò il nome ed il luogo, coll’addiettivo _in Thermis_. Qui dunque, accanto allo _Stadium_ di Domiziano, stavano le terme di Nerone, ampliate da Alessandro Severo, e si stendevano da santo Eustachio fino a santo Apollinare[691]. Dei loro ruderi fu edificato il quartiere odierno, in cui s’accolgono il santo Eustachio, il palazzo Madama, quello Giustiniani, le Poste, il san Luigi: ed ancora in tempi più tardi ivi si trovavano avanzi magnifici di portici, di archi, di colonne, di ornati.

Voleva la tradizione che la chiesa di santo Eustachio, appellata _in Platana_ (forse da un platano che fioriva colà), fosse stata edificata in un palazzo delle terme di Alessandro. La sua fondazione deve risalire ad un tempo assai remoto, perocchè ancor sotto di Gregorio I fosse una Diaconia. Formava, nel medio evo, il punto di mezzo di un quartiere; e di tal guisa diede nome alla Regione, ed altresì ad una celebre famiglia di nobili. Mirabile è la leggenda del Santo. Il suo nome pagano era quello di Placido; amico e generale di Trajano aveva vinto i Daci e gli Ebrei, ed era tornato a Roma in trionfo. Un dì, mentre era alla caccia, inseguiva egli un cervo fra Tivoli e Preneste; l’animale, fuggendogli davanti, si gettò sul monte Vulturello (presso a Guadagnolo), e Placido, che correva sulle sue orme, vide tutt’a un tratto sfolgorare fra le corna il volto del Cristo, che gli ordinava di tornare a Roma e di torvi battesimo. Placido assunse il nome cristiano di Eustachio, fe’ battezzare la moglie sua con quello di Trojana Teopista, e i figli appellò Agapito e Teopisto. Per volere celeste fu ridotto povero come Giobbe, ed allora emigrò nei deserti d’Egitto. Dei marinari gli rapirono la moglie; un leone ed un lupo gli portarono via i suoi figliuoli, ed egli si pose ad officî servili presso un signore egiziano. Frattanto, Trajano involto in guerre coi Persiani, mandò pel mondo, quant’era vasto, in cerca del suo eroe Placido, e, finalmente, due centurioni lo riconobbero alla cicatrice di una ferita, che un tempo aveva riportato in battaglia. Vestirono di abiti magnifici lui reluttante, e lo trassero a Roma, dove giunto, trovava che Adriano era succeduto sul trono dell’amico suo. Prese la capitananza della guerra contro ai Persiani; ritrovò per propizia ventura moglie e figliuoli, e, compiuta l’impresa, tornò a Roma coronato di allori. Decretavagli il Senato un arco trionfale, ma il segreto cristiano rifiutava di offrire a Giove il sacrificio della vittoria, e confessava arditamente la sua fede. Egli fu condannato coi suoi a morire; e, poichè i leoni dell’arena si accovacciavano nella polvere innanzi a loro, i martiri furono gettati entro ad un toro di bronzo arroventato; e quando il carnefice aperse la macchina affreddata, Eustachio, la sua donna e i suoi figliuoli trovaronsi morti, ma i loro corpi apparvero agli occhi di tutti belli e senza offesa. I cristiani diedero ad essi sepoltura nelle case del morto; molti Romani presero battesimo, e Adriano, amaramente pentito, bevve il veleno in Cuma[692].

Eustachio ha per Roma un altra ragione d’importanza, chè egli diventò l’eroe di una genealogia delle più stravaganti. Fin dal secolo duodecimo si compiacquero i Romani di far derivare la loro nobiltà dal tempo antico; i loro alberi genealogici germogliarono tutt’a un tratto sul Palatino, dal celebre lauro di Augusto, o crebbero nei giardini di Mecenate e di Pompeo, degli Scipioni e dei Massimi. Poichè fu detto che la famiglia dei Conti di _Tusculum_ si fosse tramutata in quella dei Conti di sant’Eustachio, la si fece, con ardita fantasia, discendere da quell’Ottavio Mamilio di _Tusculum_, che era caduto nella battaglia combattuta presso il lago Regillo. Da quello si volle che derivassero gli Ottavî, e da Ottaviano imperatore si fe’ venire il senatore Agapito Ottavio, padre di Placido Eustachio. Alla famiglia stessa avrebbe appartenuto però anche Tertullo, padre di quel santo Placido che era stato scolare di Benedetto, e la loro casa, dicevasi, dai tempi di Mamilio in poi aveva pur sempre posseduto _Tusculum_, finchè Tertullo lo donava al convento di Subiaco. Naturalmente si volle che Tertullo fosse stato eziandio cugino di Giustiniano imperatore; e naturalmente dalla famiglia degli Ottavî si fecero discendere altresì il grande papa Gregorio e la stirpe Anicia. Per queste anella, dal favoleggiato Ottavio Mamilio derivarono non soltanto i Conti di _Tusculum_, ma eziandio i Pierleoni, i Conti di Segni, di Pola, di Valmontone, ed i Frangipani, che diedero origine a casa d’Austria[693].

Dall’altro lato del Panteon l’Anonimo di Einsiedeln trovava omai il convento di santa Maria nel _Minervium_, che vuol dire edificato nelle ruine del tempio antico di Minerva; ed ancora la _Graphia_ registra: «Presso il Panteon è il tempio di Minerva Calcidia». Non lungi di là era eretto un arco trionfale che si attribuiva a Camillo, e perciò il luogo era anche denominato Camigliano. Ivi pure una via assai antica era chiamata «ai due amanti», donde, eziandio un convento esistente colà era detto di san Salvatore _ad duos amantes_[694]. Di fianco era situato l’_Iseum_, e nelle sue ruine duravano tuttavia i bellissimi gruppi del Nilo e del Tevere, che possono in oggi vedersi nel Vaticano: con bella ventura sfuggirono essi alla distruzione, parimente come fu del Marforio.

Facciamo nota anche di un altro arco trionfale che s’ergeva nel territorio di san Marco, e che nel medio evo è menzionato di frequente. Appellato era «della mano di carne», _arcus manus carneae_, e stava all’ingresso dell’odierna via detta «Macello de’ corvi», il cui nome, bene o male, fu considerato essere storpiatura di _manus carnea_. Probabilmente, si mirava colà l’imagine di una mano, segnacolo di una coorte, e la tradizione narrava che fosse quella la mano del carnefice, converso in pietra, che aveva martoriato la pia Lucina al tempo di Diocleziano[695].

Nulla sappiamo dello stato in cui si trovava il teatro di Pompeo, ma ancor lo si denota con nome di _Theatrum_ oppure di _Templum_. Le sue ruine, come quelle di altri antichi edificî di questo quartiere, erano ancora così considerevolmente grandi, che tutto il sito all’intorno era, nel secolo decimo, chiamato «Parione», quel nome onde oggidì s’appella la Regione VI ivi posta: lo si contrassegnava altresì per via di una grande urna antica, che ivi istesso balzava all’occhio del popolo[696]. Del _Circus Flaminius_ si fa ancora menzione fugace, e più tardi torna a galla, con nome di «aureo castello»: il teatro di Marcello porta ancora in alcuni documenti il suo nome antico, sebbene potesse darsi che il popolo omai lo chiamasse anche di Antonino: lungo i margini del fiume poi ci imbattiamo in luoghi a noi noti, nella _Ripa Graeca_, davanti a santa Maria _in Cosmedin_ e nella _Marmorata_ antica[697].

Un importante documento dell’anno 1018, dato per il vescovato di Porto (la cui giurisdizione si estendeva allora di là dell’isola Tiberina e del Transtevere) ci ha conservato i nomi di alcuni ponti del Tevere, come erano allora chiamati. Poichè quella carta delimita nei suoi confini la diocesi di Porto, la sua descrizione prende partenza «dal ponte rotto, donde l’acqua scorre, dalle mura della città transtiberina, da porta Settimiana, da porta san Pancrazio»; indi percorre la Campagna oltre il fiume Arrone, procede al mare di là dal faro, poi torna indietro «per lo mezzo del gran fiume, a Roma, al ponte rotto presso Marmorata, al ponte di santa Maria, al ponte degli Ebrei in mezzo del fiume, e, dirittamente in mezzo di questo, al predetto ponte rotto, che è il più prossimo alle chiese cattoliche di Transtevere, di santa Maria, di san Crisogono e di santa Cecilia, al convento di san Pancrazio e dei santi Cosma e Damiano». Quindi si rileva, che l’odierno ponte Sisto era allora un ponte abbattuto, avvegnachè da esso s’incominci la descrizione, e la si prosegua lungo il muro transtiberino per porta Settimiana: se ne ritrae che un secondo ponte ruinato esisteva presso alla Marmorata, la quale, visibile anche adesso sotto all’Aventino, era nel medio evo appellata col nome _Probi_ oppure _Theodosii in Riparmea_ (_ripa marmorea_): l’odierno ponte Rotto, il quale attualmente è sostenuto a catene, era chiamato allora di santa Maria, da una chiesa che ivi s’ergeva: finalmente, il ponte odierno «quattro Capi» (altra volta appellato _Fabricii_), si chiamava degli Ebrei, perocchè gli Israeliti fin d’allora vi abitassero in vicinanza[698].

Presso al ponte Palatino si elevano, l’un vicino all’altro, tre mirabili edificî di Roma; il cosiddetto tempio della Fortuna Virile, la elegante rotonda della così appellata Vesta, e la mutilata torre a ponte che si addimanda casa di Pilato, oppure di Crescenzio, ed anche di Cola di Rienzo. Il primo tempio, che è un pseudo periptero di stile jonio, ben conservato, di forma severa e leggiadra, deriva certo ancora da’ tempi della Republica. Questo santuario della Fortuna virile di Servio Tullo, come si credette esser bene appellarlo, era stato tramutato in chiesa, e tradizione suona che lo fosse di già sotto a Giovanni VIII: ivi dentro si adagiò più tardi Maria, cortigiana egiziana, una bella peccatrice, che nel deserto aveva fatto penitenza della sua vita licenziosa; e il tempio porta oggidì il suo nome, di santa Maria Egiziaca. Anche il grazioso tempio di Vesta, che vi è dirimpetto, e che, in età più tarda del medio evo, fu appellato tempio della Sibilla, si cambiò in chiesa; quando, non sappiamo: lo si chiama san Stefano delle Carrozze, oppure, da una sacra imagine, santa Maria del Sole[699]. Della cosiddetta Casa di Pilato ci occuperemo più tardi. Tutti e tre quei monumenti, aggruppati col ponte e colla santa Maria in Cosmedin, rendono il sito uno dei più vaghi di Roma.

Quest’è la nostra piccola «Grafia» della Città nel secolo decimo. Ne caviamo la conchiusione, che allora il Campo di Marte era coperto fittamente di edificî, che i colli Quirinale, Viminale, Esquilino continuavano ad essere abitati, e che vasti territorî lungo le mura della Città erano messi a cultura e a vigneti, come sono oggidì. Il Celio, dove durava per un corso di secoli una strada antica detta _Caput Africae_, ed il monte Aventino appaiono massimamente coperti di edificî e traversati di vie; abitato era il territorio circostante al Foro; la _Suburra_ continuava ad esistere. Il quartiere più splendido era quello della _Via Lata_. Anche allora doveva essere assai densamente popolato il Transtevere; e Leone IV colla edificazione della città Leonina, del cosiddetto «_Porticus_ di san Pietro», aveva fondato una nuova colonia cittadina nel borgo Vaticano.

FINE DEL VOLUME TERZO.

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DEL TERZO VOLUME.