parte di mare, Roma era tutto aperta al nemico; le fragili città di
Porto e di Ostia, che da’ tempi di Belisario in poi erano cadute più sempre, non potevano opporgli impedimento se gli prendeva il capriccio di entrare nel Tevere. Nelle ruine di quelle castella poteva tenersi ancora un presidio romano, ma poichè gli abitatori, cacciati dalla paura, si diradavano ogni giorno più, era a temersi che quelle terre si facessero deserte. Ostia era allora animata di maggior vita che Porto, dacchè le poche navi che risalivano la corrente del Tevere fino a Roma, prendevano via dal braccio sinistro del fiume, il quale era ancor navigabile. Gli abitatori di quel luogo vivevano di pesca e di poveri traffici, nella malsana aria della maremma, in mezzo a ruderi di monumenti antichi, di terme e di teatri altra volta magnifici: ivi era la cattedrale consecrata alla vergine Aurea, contemporanea di santo Ippolito, e vi risiedeva il Vescovo di Ostia, che per ragguardevole dignità aveva privilegio innanzi agli altri sei Vescovi suburbicarî, perocchè fosse il primo fra tutti a consecrare il Papa[82]. Gregorio determinava di munire fortemente Ostia, ma la completa ruina della vecchia città gli persuadeva che meglio era erigerne una nuova[83]. Egli costruì dunque una città novella coi materiali di Ostia antica, i cui monumenti adesso ne andarono interamente distrutti; e la cinse di alte e solide mura sui cui merli furono collocati petrieri[84]. Come ebbe compiuta l’edificazione della città, il Papa dal nome suo l’appellò Gregoriopoli, ma poichè mal s’acconciava all’orecchio, il nome non si serbò. Ignoto è l’anno in cui Nuova Ostia si fondava; certo è che la sua costruzione avveniva tosto dopo che i Musulmani avevano conquistato Palermo.
Mentre dunque il progredire dei Saraceni incuteva grande spavento alla Cristianità, le sciagurate discordie dei successori di Carlo toglievano speranza che l’Impero ne movesse a difesa. Sembrava che il nuovo Impero romano fosse omai per dissolversi; la corona imperiale del suo gran fondatore si copriva di onta sul capo del figliuolo di lui, e le mani audaci dei suoi nepoti la insozzavano innanzi agli occhi del mondo. Dopo di Carlo tornavano i tristi tempi dei Merovingi; l’ambizione, l’avarizia e la dissolutezza, vizî dell’antica dinastia dei Franchi, corrompevano anche la nuova stirpe di Principi; ribelli al padre i figli, l’alto clero parteggiante fra quei delitti; veniva in aperto il vero stato di quell’età di barbarie. Un risorgimento artistico della cultura, quale si ripetè più tardi in condizioni simili di cose, aveva desto l’intelletto degli uomini, ma la persona umana del gran Carlo doveva ben presto paragonarsi ad un baleno, che squarciando la tenebra aveva illuminato un istante la terra, per indi lasciare dietro a sè nuovamente tenebra. Così fatta, per lo meno nell’aspetto della superficie, appare essere quell’età, sebbene la forza vitale che l’epoca di Carlo aveva infuso profondamente nel mondo, non potesse spegnersi mai più.
La Storia della Città non può rivolgere che un rapidissimo sguardo sulle tragiche lotte che si combatterono fra il padre e i figliuoli, tanto per non perdere di vista le fila che congiungevano Roma al rimanente del mondo[85]. Nell’anno 819, Lodovico, passato a seconde nozze, aveva sposato Giuditta, la bella figlia di Guelfo duca di Baviera, primo di questo nome, fatale anche nella storia d’Italia. Giuditta, nell’anno 823, gli partoriva un figliuolo che fu appellato Carlo; laonde se ne struggevano di dispetto i principi Lotario, Pipino di Aquitania e Lodovico di Baviera, i quali prevedevano gli intendimenti della matrigna maestra di raggiri. Si mutò la primitiva divisione dell’Impero, e il giovane Principe ne ebbe in dono una parte. Quindi s’inacerbirono vieppiù le ire. Fra il padre debole e dominato dal clero, e i figliuoli audaci, si frappose un ministro temerario, Bernardo duca di Settimania, ajo di Carlo, e, come l’odio andava buccinando, drudo della Imperatrice. I figliuoli cospirarono contro il padre. Nell’anno 830 scoppiava aperta rivolta; Lotario levavasi in arme in Italia, Pipino assaliva il padre in Francia, e, fattolo prigioniero, tutti e due lo premevano affinchè si seppellisse sotto un sajo di monaco. Egli resisteva. Il popolo lo riponeva sul trono; la discordia disuniva i fratelli, e l’uno giocava d’inganni contro all’altro. Nell’anno 833 tornavano uniti, e da tutte le parti correvano nuovamente alle armi. Si accampavano contro il padre in Alsazia nel «campo delle menzogne», dove Lotario chiamava o conduceva con sè il Papa perchè s’intromettesse paciero. I Franchi però videro in Gregorio IV un intruso che favoreggiava i disegni ribelli dei figliuoli; il vecchio Imperatore lo accolse innanzi alle fronti del suo esercito senza dargli segno di onoranza, e pien di sospetto; i Vescovi che parteggiavano per l’Imperatore (eglino combattevano ancora risolutamente contro la supremazia della cattedra romana) giunsero a protestare, che se il Papa fosse venuto per iscagliare la scomunica, se ne tornerebbe egli scomunicato. Gregorio, tutto smarrito, riedeva al campo dei fratelli; anche qui nulla conchiudeva, e finalmente facea ritorno a Roma «senza onore, e pentito d’essere andato»[86].
Il capo della Chiesa cristiana avea veduto co’ proprî occhi i figli ribelli trarre in prigionia ignominiosa il padre, dopo che lo avea diserto il suo partito corrotto; avea visto Arcivescovi e Vescovi farsi sostenitori di frivole cause politiche contro la ragione santa di natura; e poco dopo udiva che un concilio raccolto a Compiegne scagliava l’anatema contro l’Imperatore detronato. Del resto, assai equivoco era stato il suo tentativo di intromissione, e l’esito di esso sbassava la sua autorità. Chiamato all’opera più sublime che si comprenda nell’officio vero del sacerdozio, alla missione di ammansare le ribellioni della natura colle voci soavi dell’amore, a comporre la pace fra Principi e popoli, Gregorio IV dimostrò ch’ei non era capace di un còmpito così augusto, e che mirava da egoista soltanto al consiglio del suo tornaconto. Poichè non avea quella grandezza di sacerdote, che in una lotta così tragica avrebbe elevato il Papa al di sopra di tutti i Re, ne guadagnò il disprezzo di tutti i partiti, e dovette allentare le redini ai Vescovi, per guisa che perfino l’istituto del Papato sofferse per colpa di lui una gravissima sconfitta nelle sue relazioni morali col mondo.
Dopochè i fratelli s’ebbero spartito l’Impero, e furono venuti un’altra volta a discordia, dopochè coll’ajuto di Lodovico di Germania, l’Imperatore deposto fu di nuovo salito sul trono, Lotario venne in Italia. Il Papa, che non poteva approvare publicamente ciò che il Principe avea fatto, dovette in nome della Chiesa ammonire quell’empio figliuolo, e Lotario se ne vendicò sui beni della Chiesa, e perfino officiali suoi massacrarono delle genti del Papa. Lo sventurato imperatore Lodovico lo scongiurava di desistere da quelle male opere, e desiderava andarne in persona a Roma, alla tomba dell’Apostolo, per liberarsi del fardello di colpa e di disgrazia che gli pesava sul capo; ma poichè questo suo proposito non poteva condurre a compimento, mandava ambascerie al figliuolo ed al Papa. Gregorio spediva suoi nunzî in Francia, ma Lotario, impaurendoli, li respingeva, per modo che soltanto alla celata le lettere pontificie arrivarono di là delle Alpi. Sono questi i casi che avvenivano nell’anno 836, e la Cronica della città di Roma si chiude in un silenzio così impenetrabile, che lo Storico deve di gran voglia profittare di essi per riempierne il vuoto di questi anni.
L’infelice Lodovico morì addì 20 di Luglio dell’anno 840: sul trono di Carlo, salì allora, unico Imperatore, Lotario, cui, morendo, il padre aveva mandato la corona, lo scettro e la spada imperiale. Ma il fuoco che covava nel profondo dell’Impero, scoppiò tosto in gran fiamme, e un’orribile guerra civile incominciò, riuscendo inutili gli sforzi onde Gregorio cercò con suoi ammonimenti di farla posare. Dopocchè Lotario ebbe sfoderata la spada per difendere contro a’ suoi fratelli l’unità della monarchia, e poichè fu vinto nella omicida battaglia di Auxerre (addì 25 di Giugno dell’anno 841), i fratelli Lodovico il Tedesco e Carlo il Calvo convennero insieme a Strasburgo nell’anno 842, e si promisero amicizia con quel celebre giuramento che fu pronunciato in lingua tedesca e nella lingua neo-romana della giovane Francia[87]. I combattenti conchiusero finalmente a Verdun, nell’anno 843, un trattato che sanciva la partizione dell’Impero: per esso la monarchia di Carlo fu divisa nelle sue congregazioni nazionali di popoli, e Germania, Italia, Francia ne guadagnarono loro esistenza di vita individuale. L’imperatore Lotario toccò in parte tutti i regni italici colla «Città romana,» per guisa che egli nominò il figliuol suo Lodovico II a re d’Italia[88]. Tale fu dunque la forma che, trascorso appena il periodo di una generazione dalla incoronazione di Carlo, assunse l’Impero che il grande uomo aveva fondato a foggia di una teocrazia, ispirata ai principî del Cristianesimo.
§ 5.
Fervore per il possedimento di reliquie. — Salme di Santi. — Loro traslazioni. — Caratteri dei pellegrinaggi di quell’età. — Gregorio IV riedifica la basilica di san Marco. — Restaura l’_Aqua Sabbatina_. — Costruisce la villa pontificia «del Dragone». — Muore nell’anno 844.
Allo Storico di Roma non soccorrono in questo periodo di tempo altre fonti che gli annali dei Cronisti franchi, scarsissimi di notizie, e le Biografie dei Papi, le quali in loro arido tenore registrano poco più che edificazioni e doni votivi. La è dunque disperata impresa quella di dare in qualsiasi modo una descrizione della vita civile di Roma a questa età; ma poichè essa è pur sempre tutto consecrata ai negozî di religione, potremo volgerci un tratto a esaminare di che foggia fossero siffatte condizioni di cose.
Roma continuava ad essere dispensiera di reliquie in tutto Occidente, come aveva fatto al tempo di Astolfo e di Desiderio. Un nuovo fervore passionato di certa specie di possedimenti che era stata ignota ai bei tempi antichi, la brama cioè di possedere cadaveri santi, s’era impadronita del mondo cristiano, e in quel tempo, che si faceva sempre più scuro di tenebre, era diventata un vero delirio. Chi vive ai nostri giorni non può che sentir compassione di quella età, in cui lo scheletro di un morto si levava sull’altare della gente umana, donde ne accoglieva le doglianze, i voti, le estasi che mettono ribrezzo. I Romani, che in ogni tempo seppero con intelletto pratico far loro pro delle passioni del mondo, esercitavano allora un vero traffico di cadaveri, di reliquie e di imagini di Santi; questo, come forse anche il commercio di vecchi codici, era tutta la loro industria[89]. La copia innumerevole di pellegrini che visitavano Roma, non volevano partire della santa Città senza recarne con sè qualche sacra ricordanza. Comperavano reliquie ed ossa delle catacombe, sì come i visitatori d’oggidì fanno acquisto di gioielli, di quadri e di lavori in marmo antico o moderno. Però non v’erano che Principi o Vescovi, i quali avessero potenza tanta da portarsi via dei cadaveri interi. V’avea in Roma dei preti che ne vendevano sotto mano, ed è facile imaginare di quali inonestà costoro si facessero lecite. I guardiani delle catacombe e delle chiese vigilavano notti affannose, come se avessero dovuto difendersi da assalti di jene, mentre ladri strisciavano di soppiatto tutt’all’intorno, e mille trappole mettevano in moto per giungere ai loro scopi di furto: ma spesso l’inganno vinceva gl’ingannatori, chè i cadaveri erano di Santi posticci e forniti di soprascritte inventate.
Nell’anno 827 alcuni Franchi rubarono gli avanzi dei santi Marcellino e Pietro, che furono trasportati a Soissons; nell’anno 849 un prete di Reims trafugava la salma di santa Elena, o qualche altro cadavere che egli spacciava per il corpo della madre di Costantino[90]: il possedimento di reliquie sante era tenuto per qualche cosa d’inestimabile, così che l’onta del suo ladroneccio andava coperta come se si fosse trattato di un pio inganno. Si procurava che i cadaveri strada facendo improvvisassero qualche bel miracolo, chè in tal guisa i Santi dimostravano di starsi contenti alla violenta mutazione di loro domicilio, e crescevano di prezzo. Sembrava che di questa guisa si rinnovassero le costumanze dei Romani antichi, i quali solevano recare con sè idoli di città straniere per collocarli nei loro templi. Il sentimento morale dell’uomo colto può sentir repugnanza a fissar l’occhio sulla desolante tristizie di questi tempi, ma lo Storico ha debito di considerare anche i lati tenebrosi della società di cui descrive la vita, per rallegrarsi colla gente umana che, procedendo nel suo cammino, si lasciò dietro le spalle cosiffatte miserie[91]. Spesso i Papi acconsentivano che Santi romani migrassero in altre terre, perocchè non mancavano città e chiese e principi, che fervidamente li assediassero di suppliche affinchè loro concedessero di sì segnalati favori. Allorquando si trasportavano fuor della Città di quei morti adagiati su carri splendidamente adorni, i Romani gli accompagnavano per un tratto di via con solenne corteo, tenendo cerei accesi in mano, e cantando inni religiosi. In tutte le terre da cui passavano torme di popolo correvano incontro al carro funebre, implorando miracoli, massimamente guarigioni di morbi; giunti poi al luogo di loro destinazione, fosse questo una città od un convento di Alemagna, di Francia o di Inghilterra, i morti erano festeggiati con grandi funzioni che duravano parecchi giorni. Quei raccapriccevoli corteggi trionfali movevano allora di sovente da Roma per le province dell’Occidente, e, passando dalle città e in mezzo a’ popoli, spandevano un’onda cieca di passioni superstiziose, a capire l’indole delle quali oggidì ci basta appena l’idea[92].
Giusto in questo tempo destarono d’ogni dove gran reverenza le traslazioni dei corpi di due celebri Apostoli, e se ne crebbe in tutti la smania di avere simiglianti tesori. Nell’anno 828 alcuni mercanti veneziani, in mezzo a molte avventure, recarono di Alessandria la salma dell’apostolo Marco, e la portarono alla loro città, di cui il Santo diventò il patrono[93]. Nell’anno 840, veniva a Benevento un altro Apostolo, san Bartolomeo, il quale lungo tempo prima avea avuto la valentia di passare a nuoto i mari, tuttochè chiuso nella sua urna di marmo, e delle Indie era giunto all’isola di Lipari. I Saraceni, amanti del buon vivere e della lieta ciera, non dividevano coi Cristiani la venerazione per le mummie, e, saccheggiando in quell’anno Lipari, avevano gettate le ossa del Santo fuor della sua tomba. Un eremita le raccoglieva, e le portava a Benevento, dove Sicardo, principe della terra, loro compose sepoltura nella cattedrale, in mezzo a giubilo indescrivibile[94]. Gli Italiani del mezzogiorno, già fin d’allora immersi nella più crassa superstizione, usavano a qualche occasione di morti Santi per farne delle proteste politiche. Nell’anno 871, i Capuani, volendo indurre a spiriti di mitezza l’animo di Lodovico II, movevano al suo campo portando sulle spalle il cadavere del loro santo Germano. L’ansiosa brama di possedere ossa di Santi non s’accoglieva in altri luoghi con più gran fanatismo di quello che fosse alla corte degli ultimi Principi longobardi che v’ebbero in Italia. Come nel secolo decimoquinto e nel decimosesto Papi e Principi andavano raccogliendo con fervida gara anticaglie e manoscritti, così Sicardo spediva suoi agenti in tutte le isole e in tutte le marine, perchè gli facessero incetta di ossa e di cranî e di scheletri interi e di altre reliquie, che egli ammassava nella chiesa di Benevento: così ei tramutava questo tempio in un museo di fossili santi, e possiam credere se i suoi uomini lo servissero per bene. Egli profittava delle sue guerre per estorcere cadaveri, sì come altra volta i Re avevano cavato tributi dai vinti; costringeva quelli di Amalfi a dargli la mummia di santa Trifonema, parimenti come il padre di lui, Sicone, animato di egual fanatismo, aveva obligato, nell’anno 832, i Napoletani a cedergli il cadavere di san Gennaro, che egli poi traeva con pompa di trionfo a Benevento in mezzo alla gioia inenarrabile delle genti[95].
A questo culto de’ morti si associava il grande via vai di pellegrinaggi, che allora, come nei secoli che vennero dopo, percorrevano d’un capo all’altro l’Occidente. È una legge di natura che gli uomini si muovano; guerre e negozî, traffici e viaggi hanno sempre uguagliato la vita della società alle correnti di un fiume, ma in quel tempo il moto pacifico dell’umanità consisteva generalmente in andare peregrinando, e più tardi ottenne il suo culmine nelle Crociate, massimo dei pellegrinaggi che abbia visto la storia del mondo. Vi prendevano parte genti di tutti i sessi, di tutte le età, di tutti i ceti; pellegrini andavano l’Imperatore e il Principe, il Vescovo e l’accattone; bambini, giovani, nobili, matrone, vecchi, tutti andavano all’ingiro con in mano il bordone e a piè scalzi. Questo impulso spandeva fra la gente umana un amore al romanzo, un desiderio allo strano e all’avventuroso. Roma, prima d’ogni altro paese, aveva destato vaghezza a questo moto di girovaghi, e lo aveva attirato entro le sue mura; nè cessarono le genti di indirizzarsi a quella volta, anche dopo che tanti e tanti sepolcri santi furono raccolti con cura nelle province dell’Impero, come a provvisione delle necessità più urgenti. Quasi da due secoli s’era raffermata la insana credenza che una pellegrinazione a Roma, alla città dei Martiri e degli Apostoli, recasse al possedimento immancabile di quelle chiavi che schiudevano le porte del paradiso. I Vescovi alimentavano questa fede, dappoichè erano essi che bandivano i pellegrinaggi. La credenza fanciullesca di quell’età, in cui non s’era peranco discoperto che le vie della espiazione siedono nell’intimo cuore degli uomini, ma si cercavano invece nelle pratiche esteriori, con un viaggio rivolto a qualche simbolo di salute corporeo e remoto, bastava a render beato il pellegrino virtuoso che in mezzo all’ira avversa degli elementi, fra i pericoli di strade mal sicure e tribolate di assalti nemici, in mezzo alle privazioni previste di un cammino lungo e faticoso, passava quasi attraverso di un purgatorio, prima che giungesse alla meta dove lo attendevano le misericordie della grazia. Ogni dolore che derivava da peccato o da sventura innocente, ogni forma di male terreno, perfino ogni delitto poteva volgersi a Roma colla speranza di esserne cancellato in quei luoghi santi o a’ piedi del Papa. L’immenso valore che la fede degli uomini attribuiva a quest’una città, a questa Roma, non ebbe mai più ripetizione di esempî, e neppur l’avrà. Ed in vero le genti d’allora dovevano reputare ventura benedetta che, in una età di rotta e feroce barbarie, vi avesse un cosiffatto santuario di pace e di riconciliazione. Turbe innumerevoli di pellegrini movevano a Roma; vere migrazioni di popoli incessantemente valicavano le Alpi o venivano da mare, tutte a Roma, trattevi da un impulso morale. Ma la virtù afflitta o pavida del pellegrino era troppo di sovente costretta a camminare a fianco del vizio sfrontato e del furbo raggiro; e mentre procedeva lungo la via della salute, era condannata dal contatto infetto a seguire essa medesima la empietà. La comunanza depravatrice con uomini che avevano infranto ogni vincolo di famiglia, le avventure e le seduzioni che s’incontravano lungo il viaggio, le arti della corruzione in mezzo alle dissolute città del mezzogiorno, contaminavano l’onestà di un grandissimo numero di giovinette; e molte donne che erano partite dal loro paese pudiche fanciulle, e vedove e monache caste, nell’intendimento di render più forti i loro voti di purezza sulla tomba del san Pietro, tornavano femmine traviate ai loro luoghi natii, seppure non si fermavano nella ridente Italia, cortigiane in titolo alla corte di qualche giocondo cavaliere[96].
Ogni giorno turbe di pellegrini si rovesciavano dentro alle mura di Roma. All’occhio di chi li mirava alcuni di essi offrivano l’aspetto di uomini veramente pii, ma altri mettevano spavento con loro figure miserabili e feroci, e molti di loro erano macchiati dei più orrendi delitti. I principî sui quali ha fondamento la nostra società impongono di sottrarre il delinquente agli occhi degli uomini, di separare gli onesti dal suo contatto, di lasciarlo solo alla sua pena, al suo emendamento; nel medio evo invece avveniva tutto l’opposto. L’uomo colpevole era di proposito mandato in mezzo al mondo, provveduto di un’attestazione del suo Vescovo che apertamente lo proclamava assassino o reo di delitti di sangue, e gli prescriveva il suo viaggio, i modi e la durata di questo, ma in pari tempo lo muniva di diritti. L’uomo viaggiava col suo delitto patentato dalla scritta del Vescovo, come se questa fosse un vero passaporto datogli dal magistrato, ed ei la mostrava lungo il suo cammino a tutti gli Abati ed ai Vescovi dei luoghi pei quali passava. A queste lettere, che teneva a sua condanna e a sua raccomandazione, il peccatore andava debitore di accoglienze ospitali, così ch’ei poteva, senza darsi un pensiero al mondo, peregrinare di stazione in stazione fino al santuario, che gli era statuito a meta del suo cammino[97]. Il codice penale del medio evo è una contraddizione vivissima di barbarie brutale e di mitezza da angeli. Le dottrine eccellenti per cui il Cristianesimo insegna di usar carità a chi falla, e di aprire con amorevolezza la via della riconciliazione al peccatore, cozzavano con grande contrasto contro l’ordinamento della società civile. Quella stessa età, che per decreto di sacri sinodi faceva martoriare o svellere gli occhi ai rei di maestà, o a vitupero li faceva attraversare le città a bisdosso di un asino scabbioso, dava in mano un passaporto di pellegrino a chi aveva ucciso suo padre o sua madre, e impediva alle furie che lo perseguitassero come avevan fatto di Oreste. Roma, grande _refugium peccatorum_, dava accoglimento a tutti i delitti che mai abbiano avuto un nome e una forma; e nelle chiese o nei loro vestiboli si vedevano entrare ed uscire assassini, avvelenatori, ladri, truffatori d’ogni maniera e d’ogni paese. La storia dei pellegrinaggi di quell’età ben ne potrebbe formare la storia criminale, ma noi di buon grado tralasciamo di leggerne le pagine tristi. Spesso s’incontravano figuri spaventosi: uomini che, a somiglianza dei penitenti dell’India, portavano addosso catene, altri mezzo nudi con un pesante anello di ferro intorno al collo, o con un cerchio di ferro ribattuto intorno al braccio. Erano uccisori di loro genitori, di loro fratelli o di loro figli, cui un Vescovo aveva imposto di peregrinare a Roma in quella foggia. Con gemiti e con grida si prostravano davanti alle tombe, si flagellavano, dicevano orazioni, andavano in estasi, e talvolta riusciva alla loro maestria di far cadere in pezzi i loro anelli di ferro innanzi ad una cripta di Martiri. Chi potrebbe negare che in mezzo a questi uomini vi fossero anche dei peccatori veramente contriti, ma chi può non anco credere che fra essi vi fossero altrettanti, e più ancora, di indegni furfanti? Poichè la penitenza di un delitto offeriva in pari tempo un brevetto di buon trattamento, non di rado avveniva che dei mariuoli, i quali non avevano mai ucciso nè padre, nè madre, nè anima nata, si coprivano colla maschera della scelleratissima opera, soltanto per avere occasione di viaggi avventurosi e di trufferie profittevoli a’ loro guadagni. Nudi, coperti di ceppi di ferro, essi movevano con falsi salvocondotti attraverso i paesi, soltanto per destare la irragionevole compassione degli uomini, e per cibarsi a spalle altrui nelle abbazie o negli alberghi di pellegrini. Molti la facevano da ossessi, passavano per le città trinciando in aria dei gesti stravaganti, si prostravano innanzi le imagini dei Santi nei conventi, e mentre, al vederle o al toccarle, tutt’a un tratto tornavano ai sensi o ricuperavano la favella, ciuffavano non pochi donativi ai frati tutto lieti dell’accaduto, e indi se ne andavano ridendo della burletta, per continuare altrove le loro ciurmerie[98]. Non in Roma soltanto, ma anche in altri paesi vedevansi di questi spettacoli; sennonchè la santità delle tombe dei Martiri, e in pari tempo la lontananza della Città, per cui maggiore era la penitenza del viaggio, dovevano far sì che Roma vedesse capitar il maggior numero di quelle genti dentro delle sue mura. Il culto delle reliquie non ha accusatori più terribili della immoralità e della menzogna che, durante il medio evo, ne furono le conseguenze.
A Gregorio IV si attribuisce la istituzione della festività di tutti i Santi, la cui solennità, che si associa alla storia del Panteon, stabilì celebrarsi in tutto l’Occidente nel dì primo del mese di Novembre. Può darsi che dalla traslazione della salma dell’apostolo Marco a Venezia, il Pontefice traesse occasione di costruire a nuovo quella basilica del Santo che era situata sotto del Campidoglio, massimamente dacchè Gregorio era stato cardinale del san Marco: però questa chiesa nell’origine era stata dedicata a Marco pontefice, e non all’Evangelista. Mutata ne è in oggi la forma da quella che vi diede Gregorio, ma si serbano tuttora i musaici della tribuna. Rappresentano il Cristo in atto di benedire; dalla sinistra di lui stanno Marco papa, sant’Agostino e santa Agnese; dalla sua diritta, santo Felicissimo, Marco evangelista e Gregorio IV che offre in dono la chiesa. Lo stile ne è pari a quello dei musaici di Pasquale, salve alcune modificazioni. Mancano le palme; le figure, assurdo concetto, sono collocate sopra piedistalli, con iscrizioni dei nomi; l’uccello fenice posa sotto il basamento della figura del Cristo[99].
Quello che in Roma acquistò grande benemerenza a Gregorio IV, si fu la restaurazione dell’_Aqua Trajana_ ossia dell’acquedotto Sabbatino, che, già rinnovato per opera di Adriano I, era indi novellamente ito in decadimento[100]. Anche alla cultura della Campagna il Pontefice rivolse sue cure. I rivolgimenti avvenuti al tempo di Leone III, avevano tratto in ruina parecchie tenute, fra le quali benanco quella _Galeria_, situata sulla via Portuense, ch’era stata fondata da Adriano: Gregorio ne ripristinò la colonia[101]. All’edificatore di Nuova Ostia doveva stare assai a cuore di far rifiorire quel territorio bagnato dal Tevere; laonde in vicinanza di Ostia egli piantò una colonia nuova, detta «del Dragone», dove egli si fece edificare una bella palazzina di campagna adorna di portici. È massimamente a notarsi che a quest’occasione si fa menzione per la prima volta della erezione di una villa pontificia[102].
Gregorio IV morì addì 25 di Gennaio dell’anno 844; quest’è la data accolta dagli Scrittori ecclesiastici.
CAPITOLO TERZO.
§ 1.
Sergio II papa (844-847). — Re Lodovico viene a Roma. — Sua incoronazione; dissensi di lui col Pontefice e coi Romani. — Siconolfo viene a Roma. — I Saraceni assalgono e saccheggiano il san Pietro e il san Paolo. — Sergio II muore nell’anno 847.
Roma fu tosto messa sossopra a causa di una discorde elezione pontificia. Clero e nobili (principi dei Quiriti, come il Libro Pontificale comincia a dire con dignità di stile romano) eleggevano Sergio, cardinale dei santi Martino e Silvestro; ma un ambizioso Diacono di nome Giovanni era condotto in Laterano con violenza di popolo armato. La nobiltà represse il moto sedizioso, e Sergio II fu ordinato papa: egli apparteneva ad una illustre famiglia romana, laonde aveva dalla sua gli ottimati[103]. La consecrazione di lui avvenne senza che l’Imperatore vi avesse espresso il suo consentimento, probabilmente perchè il tumulto avvenuto in Roma sforzava a far presto. Però quella lesione de’ suoi diritti imperiali destò grave ira in Lotario, per guisa ch’ei comandò al Re d’Italia di muover su Roma con un esercito. Lodovico partì, accompagnato da Drogone, figliuolo di Carlo magno, vescovo allora di Metz, e da molti altri prelati e conti. I guasti e le violenze che la soldatesca operava nella sua via attraverso lo Stato della Chiesa, annunciavano fin da lontano la collera del Re. Come ei fu giunto in vicinanza della sgomentata Città, Sergio lo mandava ad incontrare con accoglienze onorifiche; nè più festose in tempo passato erano state fatte, nemmanco a Carlo magno. Presso la nona colonna miliare, il Re d’Italia era ossequiato da tutti i giudici; un miglio fuori di Roma lo attendevano tutte le Scuole della milizia ed il clero. Era la domenica dopo la Pentecoste. Sulla gradinata del san Pietro stava il Pontefice: salutato ed abbracciato da lui, il Re, tenendosi dalla sua mano destra, entrava nell’atrio e veniva fino alla porta d’argento della basilica, ma essa con tutte le altre porte era chiusa. E il Papa accorto e fermo, diceva al Re che se ne meravigliava: «Se tu venisti con animo sincero e benevolo alla salute della Republica, di tutta la Città e di questa Chiesa, ti si apriranno queste porte ad un mio cenno, ma se altrimenti è, nè io, nè un comandamento mio te le schiuderà[104]». Il Re protestò che era venuto con buone intenzioni; si spalancarono allora le porte del duomo, ed eglino entrarono al canto solenne: _Benedictus qui venit in nomine Domini_. Il Papa, Lodovico e la loro accompagnatura orarono davanti alla tomba dell’Apostolo, perocchè a questa, prima d’ogni altro luogo, si guidassero i Principi, e spesso la loro ira, come lampo inoffensivo, si dissipava innanzi alla sacra urna di bronzo che chiudeva il santo Pietro.
L’esercito di Lodovico s’attendava fuor delle mura, probabilmente nel campo di Nerone; mieteva allegramente l’erba e il grano della Campagna, e finalmente chiedeva accesso nella Città, ma Sergio teneva serrate le porte, a guardia delle quali vegliava la milizia cittadina[105]. La presenza di Lodovico e della sua soldatesca era di peso gravissimo ai Romani che erano obligati di nutrirli; si fe’ dunque a gran fretta per liberarsene. Innanzi a ogni altra cosa l’elezione di Sergio fu sottoposta all’esame di un Sinodo; la fazione franca ne combattè irosamente la validità, ma i Franchi furono ammansati, e prestarono omaggio al Pontefice. Nella domenica successiva, era il giorno 15 di Giugno, Sergio unse e coronò il figliuolo di Lotario a re d’Italia, ponendogli in capo una preziosa corona, e facendogli impugnare una spada regale ch’era deposta sull’altare. La credenza che una mistica virtù si contenesse in quella ceremonia vinse per vero ogni dubbiezza del Re ad accettarla[106]; ma tosto dopo ei levava pretese che oltrepassavano di gran lunga i limiti dei diritti spettanti alla sua corona regia. Drogone di Metz, Giorgio di Ravenna ed altri Vescovi dell’Italia superiore e di Toscana, ed anche i Conti franchi, s’adoperarono con gran fervore in negoziati col Papa e colla nobiltà, peraltro non ottennero alcun risultamento dei loro desiderî: chè Lodovico bramava che al Re d’Italia si concedesse su di Roma podestà pari a quella che aveva l’Imperatore da signore supremo, laonde chiedeva che i maggiorenti romani gli prestassero giuramento di fedeltà. Ma il Papa tenne duro niegando, i Romani gli prestarono man forte, e con grande fermezza protestarono non essere sudditi al Re d’Italia, ma soltanto all’Imperatore, capo dello Stato romano. «Questo solo e non più, vo’ concedere», diceva Sergio, «che i Romani prestino giuramento al signore Lotario grande imperatore, ma nè io, nè la nobiltà dei Romani consentiremo che questo sacramento sia fatto a Lodovico suo figliuolo». Roma non volle discendere al grado di una città regia; perciò fu nuovamente giurata in san Pietro una promessa solenne all’imperatore Lotario, e così fallì quel tentativo degno di nota, per cui il Re italiano avrebbe cercato di assoggettare a sè Roma e il Papato[107]. Sergio però convenne di nominare il vescovo Drogone a vicario apostolico nelle Gallie e in Alemagna; riconobbe solennemente la podestà suprema dei Franchi su Roma, e la influenza di loro si restaurò anche nell’Italia meridionale. Infatti, giusto in questo tempo, veniva a Roma Siconolfo, principe di Benevento e di Salerno, con corteo sì numeroso che pareva un esercito. Premuto dai Saraceni, correva a Roma in gran fretta per conchiudere un trattato con Lodovico e per conservarsi il suo trono; dichiarava di voler esser vassallo del Re d’Italia, e si obligava di pagargli un tributo di diecimila solidi d’oro. Lodovico poco tempo dopo si partì per Pavia; i Romani furono contenti di vedernelo andare, e tributarono lodi alla energia del loro Papa. Fu questo nella storia della Città uno dei pochi momenti in cui la volontà del Pontefice, della nobiltà e del popolo fosse tutta di un pezzo; la resistenza contro agli intendimenti di Lodovico giovò a far crescere in mezzo ai Romani il sentimento di nazione[108].
Anche Siconolfo se ne andò in pari tempo di Roma. Dopo l’uccisione del fratel suo Sicardo, avvenuta nell’anno 840, quel Principe era stato liberato del carcere in cui era sostenuto a Taranto; aveva assediato senza alcun pro Benevento, dove Radelchi si era impadronito del trono di suo fratello, e finalmente s’era dovuto contentare del possedimento di Salerno. Da quell’ora in poi, il bel regno di Arichi e di Grimoaldo si frastagliò in tre brani, Benevento, Salerno e Capua, e questa divisione schiuse, in mezzo a condizioni orribili di cose, la via ai Saraceni perchè penetrassero nel cuore d’Italia. Radelchi stesso aveva chiamato a Bari in suo soccorso quelle orde brigantesche; ivi dapprima posero loro sede, più tardi di colà strapparono a sè anche Taranto, dando il guasto a tutte le Puglie ed alle Calabrie.
Mentre gli Arabi di Sicilia venivano ad annidarsi nel continente meridionale, le flotte di Kairewan, o di Palermo, incrociavano sul mare, minacciavano le isole, alcune ne occupavano, e nell’anno 845 s’impadronivano dell’antico Miseno in vista di Napoli. Il desiderio di quegli audaci pirati era rivolto a Roma; eglino speravano di piantare la mezza-luna sui pinnacoli del san Pietro, e, similmente a quello che avevano fatto i Vandali d’Africa, si struggevano di voglia di saccheggiare la Città santa, piena dei tesori della Chiesa.
Nell’Agosto dell’anno 846 un’armata saracena entrava nella foce del Tevere; schiacciava il presidio pontificio che era in Nuova Ostia, oppure vi passava oltre senza torsene pensiero. Un’orda di loro s’avanzava da Civitavecchia, un’altra risaliva la corrente del fiume, e nel medesimo tempo i Saraceni movevano a gran passi per la via di Ostia e per quella di Porto. Non sappiamo se veramente dessero assalto alle porte di Roma, perocchè nessun Cronista ne parli, ma è assai probabile che i Romani difendessero robustamente le loro mura, laddove il Vaticano indifeso da muro e il san Paolo cadevano in balìa dei nemici. Ben ve li combattevano i Sassoni, i Longobardi, i Frisoni ed i Franchi che risiedevano nel borgo Vaticano, ma soggiacevano alla possa dei Saraceni, i quali allora entravano nel san Pietro e lo spazzavano di quanto v’era dentro[109]. Questo tempio magnifico era fatto santo da cinquecento anni di vita, da grandi e solenni avvenimenti della storia del mondo, da molti concilî che di quel luogo avevano dato ordinamento alla Chiesa in Oriente e in Occidente. Pareva che sul suolo della basilica, non profanato mai, fossero impresse le orme dei secoli, le tracce della vita, dei pellegrinaggi e delle morti della gente umana. Quanti Imperatori, quanti Re, e in che tempi! v’erano entrati ed usciti! e i loro nomi erano cancellati nell’oblio, e i loro reami crollati! quanti Papi ivi dormivano l’ultimo sonno nei loro avelli! A ragione la basilica di san Pietro era divenuta santuario dei popoli, sì come il tempio di Salomone era stato per gli Israeliti, e la venerazione dell’Occidente non conosceva luogo più sacro di esso. Questo tesoro del culto e della storia della Cristianità non avevano mai tocco i Goti, nè i Vandali, nè i Greci o i Longobardi, e adesso (così mutevoli sono le sorti delle cose umane e tanto grande ne è il contrasto) era fatto preda al saccheggio di una sola audace torma di masnadieri d’Africa.
Non giunge l’idea a comprendere la copia dei tesori che ivi erano ammassati. Da Costantino, da Teodosio e da Onorio in poi, gli Imperatori di Roma e di Costantinopoli, i Re dell’Occidente ed i loro ottimati, i Carolingi, la massima parte dei Papi vi avevano tributato loro doni votivi; ivi era custodita una gran quantità di quei vasi d’oro onde udimmo i nomi meravigliosi, e il san Pietro potevasi considerare massimo museo delle opere d’arte di cinque secoli. Fra esse eccellevano alcune per decoro di forma e per rarità di memoranda importanza storica; tali erano l’antica croce d’oro inalberata sulla tomba dell’Apostolo, il grande faro di Adriano, la mensa d’argento di Carlo adorna del disegno di Bisanzio[110]. Si imagini quanti fossero i lavori preziosi di cui i Papi, i Gregorî, i Leoni e gli Adriani avevano ornato la Confessione, l’altare, le cappelle, perfino le porte della basilica: e tutti questi tesori diventavano bottino dei figli d’Ismaele, che vi si scagliavano dentro con alti sghignazzamenti; non avevano mano, nè spalle, nè occhi, nè tempo bastanti a vuotare quel mondo fantastico zeppo d’oro. Così i nepoti romani pagavano tarda pena del sacco e del vitupero che i loro antichi avevano inflitto al tempio di Salomone nell’età di Tito, e può darsi che gli Ebrei, i quali vivevano angustamente stretti nelle loro dimore di Transtevere, gioissero in secreto di quelle opere furibonde dei Mauri, loro parenti d’origine. I predoni avevano appena tempo di fare onta alle imagini dei santi; alla fuggita colpivano per beffa con loro lance l’effigie del Cristo e degli Apostoli, che dalla tribuna miravano in basso l’onta fatta alla loro chiesa[111]. Svellevano le lamine d’argento che guarnivano le porte, strappavano i tegumenti d’oro ond’era selciato il pavimento della Confessione, portavano via perfino il maggior altare ch’era d’oro[112]. Con grida ingiuriose e con scede devastavano la cripta d’oro dell’Apostolo, e poichè non riuscivano a trascinarsi dietro la grande urna di bronzo, l’avranno spezzata per desio di preda e per curiosità di frugarvi, e non ne avranno risparmiato il mistero: senza dubbio ne buttavano fuori e distruggevano tutto ciò che si trovava nell’arca. Pensiamo che quegli infedeli cacciavano le mani dentro al simbolo santissimo del culto cristiano, in quell’urna di Pietro, il cui secreto nessun occhio umano aveva scrutato mai; pensiamo che quest’urna racchiudeva le ossa del Principe dommatico della Cristianità, cui, secondo il detto non cristiano di un Papa, i fedeli veneravano come un Dio in terra, i cui succeditori si credevano i Pontefici, innanzi alle cui ceneri tutti i Principi e tutti i popoli venivano a prostrare le loro fronti nella polvere: dobbiamo pensare a tutto questo per comprendere il gavazzo diabolico dei Saraceni alla distruzione di questa tomba del Maometto dei Cristiani, per farci un’idea della mostruosità della profanazione, del dolore della Cristianità.
Anche san Paolo subì le sorti istesse del suo socio Apostolo. Nella basilica di lui i Saraceni rinvennero un tesoro poco minore di ricchezza, e diedero pari guasto alla tomba[113]. Veramente, i Romani e la gente della campagna opponevano resistenza al nemico in vicinanza al san Paolo, ma impedirne non potevano il sacco. Se si stia al racconto di Benedetto monaco, i Saraceni tentarono di stabilire loro sede nel territorio Vaticano, dove saccheggiarono tutte le chiese, ma le narrazioni del Cronista, riguardo a quel tempo tanto lontano da lui, sono certo confuse e inesatte. Egli fa perfino che l’imperatore Lodovico discenda da Monte Mario a combattere i Saraceni e che ne tocchi una disfatta vergognosa nei prati di Nerone, ma tributa lode a Guido, margravio di Spoleto, il quale, chiamato in soccorso dal Papa, conduce i suoi valorosi Longobardi, e, unito ai Romani, batte i Saraceni in una formidabile battaglia e gli insegue fino a Civitavecchia[114]. Non v’ha ragione di dubitare che Guido movesse in soccorso di Roma, e che una pugna disperata si combattesse nel borgo Vaticano o al ponte di san Pietro, di dove i Maomettani speravano di entrare nella Città. I briganti allora si ritirarono, dopo di aver devastato la Campagna e di aver raso al suolo le _Domus cultae_ ed il vescovato di Silva Candida. Inseguita da Guido, una parte di loro col bottino e coi prigionieri andò a Civitavecchia per gettarsi colle sue navi nelle acque napoletane, nel tempo stesso che un’altra orda, in mezzo a indescrivibili devastazioni, per la via Appia giungeva a Fundi. Però un uragano distruggeva parecchie navi piratesche, e le onde vomitavano sulla spiaggia cadaveri di Saraceni che, fuori dalle tasche, restituivano parecchi splendidi gioielli[115]. Quelli che andavano per la via di terra erano inseguiti dall’esercito longobardo fin sotto le mura di Gaeta; ivi s’appiccava una battaglia, e Guido di Spoleto aveva salvezza soltanto per l’arrivo del valoroso Cesario, figlio di Sergio, ch’era maestro de’ militi di Napoli. Alla fine i Saraceni si tennero contenti di poter far vela per l’Africa, ma, prima che toccassero terra, scendeva su di loro a punirli una seconda procella suscitata dalla collera di Santi celesti.
Alla terribile profanazione della basilica di san Pietro tenne dietro una miseria indicibile, e con essa ebbe termine il reggimento dello sventurato Sergio II, uomo d’animo gagliardo e forse generoso, che aveva dovuto sopravvivere a tanta onta. Ei morì addì 27 di Gennaio dell’anno 847, ed ebbe sepoltura in quella stessa chiesa del Santo, di cui il saccheggio e la devastazione gli avevano spezzato il cuor di dolore[116].
§ 2.
Leone IV è fatto papa. — Incendio di Borgo. — Roma, Napoli, Amalfi e Gaeta fanno lega contro ai Saraceni. — Si vince in mare presso Ostia nell’anno 849. — Leone IV edifica la _Civitas Leonina_. — Sue mura e sue porte. — I distici collocati sulle porte maggiori.
Morto Sergio, la elezione cadeva sul Cardinale dei «Quattro Coronati»: era un romano di origine longobardica, figliuolo di Radoaldo, e si appellava Leone. Roma era tuttavia sotto il terrore dei Saraceni; temevasi un nuovo assalimento. Pertanto la presta ordinazione dell’eletto era chiesta dal popolo con grida violente, e Leone IV ricevette la consecrazione, non immantinenti, ma senza pur che si attendesse l’approvazione dell’Imperatore, che forse tardava. L’urgente necessità poteva giustificare appo lui i Romani, massimamente dacchè con loro lettere lo accertavano, che rispetterebbero in buona coscienza i suoi dritti[117].
Mentre tutti gli animi erano sgomentati dalla tema dei Saraceni, un terremoto e un incendio accrescevano l’angustia; minacciavano tornare i tempi orribili di Gregorio magno. Il quartiere dei Sassoni era divorato dalle fiamme; l’incendio secondato dal vento s’appiccava alle case dei Longobardi, distruggeva il portico di san Pietro e, ravvolgendosi intorno alla basilica, minacciava di recare l’ultima ruina al tempio devastato. Il fuoco trovava alimento nelle case degli stranieri, i quali, secondo il costume di loro terre settentrionali, avevano recata a Roma le edificazioni in tavola, massime delle scale, e la copertura delle case con embrici di legno[118]. La credenza pia divulgò che l’incendio cessasse per virtù delle orazioni di Leone, il quale era corso in gran fretta, e col segno della croce aveva comandato tregua alle fiamme. La tradizione di questo infortunio si mantenne lungo tempo nella Città, e Raffaello la immortalò con un affresco dipinto in una camera del Vaticano, che ne ha nome di «sala dell’incendio»[119].
Frattanto, la energia di Gaeta, il valore dei Napoletani condotti da Cesario e le vittorie degli Imperiali nel territorio di Benevento costringevano i Saraceni alla ritirata; ma fresche bordaglie di predoni succedevano alle prime, e il ricco bottino raccolto in Roma allettava la ladronaia d’Africa a una novella impresa. Intanto che i Romani in fretta e in furia afforzavano le loro mura, e munivano di trincee il quartiere del san Pietro, metteva loro spavento l’approssimarsi di una grande armata corsara. I Saraceni s’erano ragunati presso Sardegna, e i loro intendimenti contro Roma venivano in chiaro. Era l’anno 849. Per buona ventura, questa spedizione di Mauri dava occasione che si conchiudesse una lega fra le città marittime del mezzogiorno, la prima che compaia nella storia del Mediterraneo. Ad istanza fervente del Papa, Amalfi, Gaeta e Napoli, già fiorenti in questo tempo per loro traffici e quasi indipendenti da Bisanzio, univano le loro galere e conchiudevano alleanza con Roma. I collegati si schierarono innanzi a Porto per attendere che comparissero sul mare le vele dei Saraceni, e annunziarono a Roma il fausto arrivo. Il Papa fe’ venire nella Città i suoi alleati, l’ammiraglio Cesario ed altri capitani della flotta, ed ivi nel palazzo Lateranense fe’ loro giurare propositi d’amicizia: indi Leone, alla testa della milizia romana e della soldatesca dello Stato ecclesiastico, mosse ad Ostia per benedire la flotta e l’esercito[120]. Ostia vedeva dentro di sè un operoso affaccendamento di guerrieri coraggiosi, come in antico ai tempi degli eroi Belisario e Totila. Quell’ora era solenne di trepidazione; trattavasi di salvare Roma dal più formidabile di tutti i nemici della Cristianità. Il Papa, in mezzo al canto maestoso degli inni, condusse in processione l’esercito alla basilica di santa Aurea; ivi amministrò la comunione, e inginocchiato supplicò vittoria: «O Signore, tu che liberasti dal sommergere l’apostolo Pietro quando solcava le onde del mare, tu che salvasti dai gorghi profondi l’apostolo Paolo nel suo terzo naufragio, ci ascolta benevolo; concedi, per i meriti di quei due Santi, fortezza al braccio di questi fedeli tuoi che pugnano contro ai nemici della tua Chiesa; così avvenga che il conseguito trionfo glorifichi il nome tuo santo presso tutti i popoli»[121].
Compiuta questa solennità, Leone tornò alla Città, e già nel dì successivo le navi saracene erano in vista innanzi ad Ostia. I Napoletani coraggiosamente vogarono contro di loro, e le galere attaccarono mischia. Ma una subitanea procella separò la battaglia che ferveva, e scompigliò la pugna; i bastimenti nemici furono dispersi, o colarono a fondo o furono gittati sulla costiera. Molti Mauritani, che naufragarono contro le isole del mar Tirreno, vi furono trucidati; molti caddero in mano dei capitani romani. Alcuni furono impiccati per la gola in Ostia, altri in catene furono tratti a Roma, dove i Romani, meravigliando, loro corsero incontro con grida di trionfo. Li condannarono a lavorare nelle trincere, e, come anticamente i Greci di Sicilia dopo la grande vittoria di Himera avevano adoperato i prigioni Cartaginesi nella edificazione dei templi di Agrigento e di Selino, parimenti adesso, in proporzioni minori, i Romani obligarono quei Saraceni a lavorare nella costruzione della città Vaticana[122]. Roma possedeva nuovamente degli schiavi di guerra, e dopo quattrocento anni s’allieta ancora della festa di un trionfo, sebbene per verità il testimonio oculare di questi avvenimenti non parli delle geste d’armi che i Romani operavano in quella gloriosa giornata, di cui il giovane Cesario fu l’anima e l’eroe. Se pur la colonna di Duilio, ornata di rostri di nave, e rinnovata da Tiberio, sia stata ancora a quel tempo ritta in piedi dominando i ruderi del vecchio foro, non v’era tuttavia più un solo Romano che comprendesse la significazione di essa e della sua inscrizione: la vittoria di Ostia, cui senza dubbio avevano avuto parte anche le galere pontificie, era celebrata nelle chiese di Roma con solenni orazioni di grazie, ma attribuivasi a miracolo del principe degli Apostoli[123]. Quasi sette secoli dopo, Raffaello dipingeva la storia di quel combattimento marittimo, in Vaticano, nella medesima «sala dell’incendio», e un mezzo secolo dopo che il quadro era terminato, la gloria ma non l’importanza della battaglia di Ostia fu rinnovellata a Lepanto dal valore di un ammiraglio romano; e i Romani affisarono di bel nuovo con isguardi di meraviglia prigionieri di guerra maomettani lavorare intorno alle loro fragili mura, sì come era avvenuto in antico al tempo di Leone IV.
Un anno innanzi a quella battaglia di mare i Romani avevan posto mano alla restaurazione delle loro mura. Il pericolo che pendeva minaccioso, operava prodigî; il Papa mostrava il massimo fervore correndo a piedi od a cavallo a sopravvegliare i lavori e ad infondere lena operosa. Tutte le porte furono fortificate e munite di sbarre; si costruirono a nuovo quindici torrioni che erano caduti, e due torri si innalzarono presso la porta Portuense sulle due rive del fiume, così che si potesse distendere fra esse una catena[124]. Ma la più gloriosa impresa di Leone IV fu il fortificamento del territorio Vaticano, vero avvenimento nella storia della Città; n’ebbe origine la _Civitas Leonina_, nuovo quartiere di Roma e arnese nuovo di difesa, che nei secoli successivi acquistò grandissima rilevanza.
Quando Aureliano imperatore aveva cinto Roma di mura, non s’era allora manifestata la necessità di chiudervi entro il Vaticano, laonde questo territorio era rimasto affatto aperto ed esteriore alla Città. Ancor dopo che s’era eretto il duomo di san Pietro, e dopo che, intorno ad esso, s’erano edificati chiostri, ospitali e case di parecchie fogge, e dalla parte sinistra s’erano fondate colonie di stranieri, nessun Pontefice aveva pensato mai di proteggere quel territorio con mura, chè finora gli inimici di Roma erano stati tutti di gente cristiana. Leone III pel primo ne concepiva l’idea, e, se la avesse mandata a compimento, la basilica non avrebbe sofferto il saccheggio dai Saraceni. Le opere incominciate da lui erano state sospese a causa dei tumulti interiori, ed avevano avuto distruzione dai Romani, che s’erano impossessati dei loro materiali[125]. Adesso, dopo il sacco, Leone IV riprendeva quel progetto, e procedeva alacremente a condurlo ad eseguimento. Egli ne propose il disegno a Lotario imperatore, chè, senza il consentimento del signore supremo, egli non avrebbe osato d’intraprendere un’opera tanto grandiosa: non soltanto ne ottenne approvazione, ma altresì soccorso di moneta. La edificazione, che importava gran costo, fu ripartita per modo che ogni città dello Stato ecclesiastico, tutti i patrimonî publici della Chiesa o della Città, e tutti i conventi contribuissero con loro denari e con loro genti a fornire una parte determinata del lavoro[126].
La costruzione ebbe incominciamento nell’anno 848, e fu compiuta nell’852. Il territorio Vaticano, ossia il portico di san Pietro, ne fu quindi recinto così, che dall’Adrianeo, cui si appoggiava, la muraglia da un fianco saliva tutto lungo l’altezza del monte Vaticano, indi, ripiegando in arco, serrava entro a sè il san Pietro, e, scendendo dritta dal monte, nuovamente giungeva a toccare il fiume, al di sotto dell’odierna porta di Santo Spirito, che più tardi fu aperta nel muro di Leone. Costruita a strati di pietra di tufo e di mattoni, era alta quaranta piedi e larga in proporzione. Ventiquattro forti torrioni la rendevano munita; il modo della costruzione di quelli puossi oggidì ancora ravvisare nella grossa torre angolare di forma rotonda, che sta sul più alto vertice del Vaticano. S’entrava nella nuova città da tre porte; due erano nella linea del muro che si dipartiva dalla tomba di Adriano: una, minore, posta vicino a questo castello, era detta _Posterula S. Angeli_; l’altra, grande, in prossimità della chiesa di san Pellegrino, aveva perciò nome di _Porta S. Peregrini_: più tardi s’appellò _Viridaria, Porta Palatii_ e _S. Petri_, ed era la porta maggiore della città Leonina, da cui tenevano loro ingresso anche gli Imperatori[127]. La terza porta metteva dalla città nuova nel Transtevere; era chiamata _Posterula Saxonum_ dal quartiere dei Sassoni in cui s’erigeva, e stava nel luogo dov’è oggidì la porta di Santo Spirito[128]. Questo anello di mura edificato da Leone IV, e somigliante quasi ad un ferro di cavallo, si conserva tuttavia in alcuni luoghi, o vi mostra le sue tracce; così vedesi in Borgo, presso al corridoio di Alessandro VI, in vicinanza alla zecca ed ai giardini pontificî fino alla grossa torre angolare, nella linea di mura che si dirige a porta Pertusa, e là dove la linea stessa dipartendosi da un’altra torre angolare, ripiega verso porta Fabrica. Però i posteriori edificî del nuovo Borgo, i bastioni di castel Sant’Angelo, l’allargamento del Vaticano, i bastioni di Santo Spirito, interruppero le mura di Leone, e qua e colà le distrussero; e quando il più moderno e grande circuito di muro del Vaticano ebbe, dopo di Pio IV, chiusa dentro di sè l’antica città Leonina, quelle vecchie mura subirono in minori proporzioni la sorte istessa che avevano avuto le antiche di Servio dopo l’edificazione di Aureliano.
Allorchè Leone ebbe dato l’ultima mano al suo lavoro, impose con un senso di orgoglio il nome di _Civitas Leonina_ alla nuova città. Roma, su cui adesso i Papi stampavano il marchio della loro signoria, non aveva da secoli celebrato festività maggiore di quella che fu alla consecrazione delle novelle mura: essa avveniva nel dì 27 di Giugno dell’anno 852. Tutti i Vescovi, i preti e le congregazioni monastiche della Città, guidati dal Papa, a piè scalzi, col capo cosperso di polvere, mossero salmodiando in giro attorno dei baluardi. Camminando innanzi a tutti, i sette Cardinali vescovi aspergevano le mura di acqua benedetta; avanti ad ogni porta la processione si arrestava, e ad ogni volta il Papa implorava dal cielo benedizioni sulla nuova città[129]. Compiuto tutt’intorno il cammino, Leone dispensava con mano liberale doni d’oro, d’argento e di palii di seta ai nobili, al popolo ed alle colonie straniere.
Si magnificò la nuova fondazione con pompa di epigrafi. I Papi avevano ereditato siffatta costumanza dai Romani antichi, che di tutti i popoli erano stati primi per vaghezza di inscrizioni, onde ancora a quel tempo si leggevano le scritte allogate sopra le porte di Onorio. Dai tempi di Narsete in poi s’era perduto il genio epigrammatico della vecchia Roma, ma adesso sopra ciascuna delle tre porte si incidevano, parimenti come s’usava nelle chiese, dei distici composti in un latino zeppo di barbarismi. Due di quelle epigrafi si sono conservate in copie di tempi posteriori.
Sulla porta maggiore di san Peregrino era scritto:
«O tu, viatore, che entri ed esci, mira questo splendido edificio che Leone IV papa con lieto animo costruì. Belli di marmo squadrato rifulgono questi pinnacoli eccelsi, che, lavorati dalla mano degli uomini, piacciono per loro ornato decoro. Monumento dell’età di Lotario invitto, è quest’opera grande che il Pontefice trionfalmente compose. A te in verità non noceranno mai guerre di empî, nè l’inimico celebrerà più suoi trionfi. Roma, principe del mondo, splendore, speranza, aurea città, alma sei come nell’opera sua ti addimostra il Pontefice. Quest’è città che Leonina s’appella, dal nome del suo edificatore[130].»
Sulla porta del castello leggevasi:
«Romani, Franchi, pellegrini Longobardi, e voi tutti che mirate quest’opera, magnificate con inno condegno: il buon pontefice Leone IV l’ha consecrata solennemente al bene della patria e del popolo. Lieto e trionfante per lunghi anni insieme col Principe sommo, compiè il monumento che celebra la gloria altissima di lui. Veneranda fede gli strinse con nodo di amore: Iddio onnipotente gli adduca al castello de’ cieli. Città Leonina ha nome[131].»
La novella città, che il Papa aveva consecrata al Redentore e raccomandata ai santi Pietro e Paolo come a patroni (Leone si fece dipingere sopra a pallii d’altare con in mano il disegno della città), continuò ad essere abitata da stranieri; ed anche Romani o Transteverini furono indotti con privilegî a respirarne l’aria malsana, accanto alle genti nordiche. La fondazione della città segnò un’epoca nella storia monumentale di Roma medioevale, del paro che nella storia della dominazione pontificia, la quale adesso per la prima volta ebbe ampliato il pomerio di Roma[132].
§ 3.
Leone cinge _Portus_ di mura, e ne affida il porto ad una colonia di Côrsi. — Edifica Leopoli in vicinanza a Cemtumcelle. — Civitavecchia. — Restaura Orta e Ameria. — Sue costruzioni di chiese in Roma. — Suoi doni votivi. — Ricchezza inesauribile del tesoro della Chiesa. — Frascati.
Gregorio IV aveva restaurato Ostia; Leone riedificò Porto. Questa città marittima di Roma, celebre un dì, era quasi discomparsa; soltanto l’ombra e il nome di essa si conservavano in mezzo alle paludi formate dal Tevere, perciocchè fosse sede di un vescovato antichissimo, e durassero tuttavia la chiesa di santo Ippolito nell’isola santa, e l’altra di santa Ninfa posta sulla marina. Dopo che i Saraceni ne ebbero cacciato anche gli ultimi abitatori, Leone IV vide con grande dolore, Porto essere precipitato all’estremo decadimento. Cercò di porvi un argine cingendo la deserta città di nuove mura ed erigendovi novelli edificî; in quello gli capitavano molti Côrsi cacciati dagli Arabi fuor di loro patria, e furono coloni quasi speditigli dal cielo. Un trattato in piena regola si conchiuse con essi, e Roma ebbe una nuova colonia. Dopochè per via di scritture pontificie, e colla confermazione degli imperatori Lotario e Lodovico, Porto fu ceduta ai Côrsi con provvisione di terre, di mandre di bestiami e di cavalli, eglino vi si misero dentro nell’anno 852, in condizione di liberi proprietarî e di vassalli della Chiesa romana. Però la città cadente non si rianimò più a vita; la giovane colonia soggiacque mietuta dalle febbri o dalla scimitarra dei Saraceni, od altrimenti i Côrsi, che fra tutti i popoli sono fervidissimi dell’amore di patria, tornarono ai monti della loro piccola terra natìa, desiderosi del sole che gli inonda. Un buio profondo copre la storia di loro, mentre vissero in Porto[133].
Il porto di Trajano a questi dì si era tramutato in laguna ossia in palude. Nessuna nave toccava le sue acque, e quando le barche mercantesche di Napoli, di Gaeta o di Amalfi s’avventuravano verso il Lazio, esse toglievano la via del Tevere dalla parte di Ostia. Per lo contrario, Centumcelle, l’altro porto edificato da Trajano, aveva serbato ancora fino a’ tempi di Pipino e di Carlo qualche poco di vita, ma i Saraceni avevano assalita di già nell’813 quell’antica città tusca, e, più tardi, probabilmente nell’anno 829, la devastarono. Temevasi che le toccasse la sorte di Luni, la quale nell’anno 849 era stata rasa al suolo dai Maomettani: abbandonato era il porto e tutto colmo di sabbie, infrante in pezzi le mura, e omai da quaranta anni gli abitatori, fuggitine, vivevano appiattati nelle gole dei monti vicini. Sembrava che la città di Centumcelle fosse destinata alla ruina senza speranza di salvamento, per guisa che Leone IV la lasciò nella sua desolazione, e cercò di fondare la dimora di quegli abitanti in un altro luogo, distante dall’antico dodici miglia entro terra. Procedette all’opera con fervore istancabile; al cenno della sua mano sorsero chiese, case, mura e porte. Consecrò la novella città con ceremonie simili a quelle che aveva celebrato per la città Leonina, correndo allora l’ottavo anno del suo pontificato, e chiamò Leopoli la città[134]. Ma il nome e il luogo non ebbero lunga durata; gli abitatori di Leopoli erano strascinati dalla brama della patria abbandonata, e corre una leggenda che Leandro, un vecchione venerabile, li congregasse a parlamento sotto una quercia, e gli inducesse a far ritorno alla città antica, ond’eglino si ridussero nuovamente a Centumcelle, e da questo tempo in poi la appellarono _Civitas vetus_ (Civitavecchia)[135].
Leone IV restaurò anche due altre città di Tuscia, Orta ed Ameria, ossia le fornì di mura e di porte. D’ora in poi il solo modo di tenere unita la cittadinanza, era quello di afforzare le terre: poichè i Saraceni correvano saccheggiando tutte le marine di Tuscia e del Lazio, avveniva facilmente che luoghi indifesi, massime della pianura, si lasciassero in deserto abbandono, e i loro terrieri si ricoverassero sui greppi delle montagne; laonde fin dall’incominciamento delle piraterie musulmane, che avveniva nei primi anni del secolo nono, si alzavano nella Campagna castella e torri in gran numero, destinate ad essere più tardi rocche di signori feudali.
Lo splendore di città edificate involse nell’ombra le costruzioni di chiese cui attese Leone IV, e sì che anche in questo ei fu grandemente operoso. L’incendio di Borgo aveva recato guasti molti, e probabilmente aveva distrutto anche l’antica basilica di santa Maria dei Sassoni, perocchè il Papa la erigesse a nuovo: nel luogo ov’essa era, sta oggidì la chiesa di Santo Spirito[136]. Può essere eziandio che Leone abbia restaurato la chiesa dei Frisoni, il san Michiele in Sassia, a tergo di cui si erigeva la nuova muraglia; per lo meno narra la tradizione che egli la costruisse a ricordanza di quei Sassoni che ivi erano periti sotto la spada dei Saraceni[137]. Riparò ai danneggiamenti che aveva sofferto il portico del san Pietro, e ne restaurò anche l’atrio.
Il saccheggio dei Saraceni lo costrinse a rifornire il san Pietro dei suoi ornati preziosi. La magnificenza che egli vi adoperò, ci dimostra quanto sterminate fossero le dovizie che il tesoro della Chiesa possedeva. Leone ricoprì il maggior altare di lamine d’oro seminate di pietre preziose, e sopra di esse, in mezzo a molti disegni, miravasi anche l’imagine del Papa e quella di Lotario, probabilmente composte in ismalto. Una sola di queste tavole d’oro pesava dugento sedici libbre; un crocifisso d’argento dorato sparso di giacinti e di diamanti aveva il peso di settanta; sull’altare si collocava un ciborio d’argento a colonne, decorato di gigli dorati, ed era grave nientemeno che di mille seicento e sei libbre; una croce d’oro massiccio tutta scintillante di perle, di smeraldi e di prasine giungeva alle libbre mille. Oltracciò il Papa provvedeva il tempio di vasi, di incensieri, di lampade sostenute da catene d’argento e pendenti da palle d’oro, e vi allogava candelabri d’argento a colonne, erigeva delle arcate d’argento, vi forniva calici sparsi di gemme, leggìi o pulpiti d’argento a lavoro battuto, rivestiva nuovamente le porte «di molte lamine d’argento lampeggianti di luce, sulle quali erano figurati fatti di sacre istorie»[138]. A tutto questo si aggiunga ricchezza di arazzi e di cortine pendenti da colonne e da porte, e sontuosità di paramenti sacerdotali tessuti in seta: erano lavori mirabili d’arte e di valore, poichè s’adornavano di sottilissimi ricami d’oro che rappresentavano istorie a molte figure, arabeschi, e disegni di piante e di animali; di solito erano seminati di perle e di pietre preziose[139]. Poichè si faceva profusione tanta di stoffe orientali di seta e di porpora, e di sì gran copia di perle e di gioielli, se ne cava la conseguenza che Italia coltivava un grande commercio coll’Oriente. Ne erano mezzani i Napoletani, quelli di Gaeta e di Amalfi che comperavano dai Saraceni: e quei pagani medesimi che avevano saccheggiato il san Pietro e il san Paolo, divelte le pietre preziose dagli arredi rubati, le rivendevano ghignando a Roma coll’intermezzo degli Ebrei; fornivano la Chiesa romana dei metalli e delle perle d’Asia e di Africa, mentre dal settentrione i Veneziani facevano pari traffico con Roma, dopo di aver ricavato le loro mercanzie da Bisanzio.
Non soltanto al san Pietro erano dedicati quei magnifici doni votivi; di simili ne otteneva anche il devastato san Paolo; altre chiese della Città e financo delle province furono regalate in proporzione, e Roma da questa dovizia di lusso assiro poteva a ragione essere nomata città «aurea». Oltre a questo, la moneta che Leone IV impiegò nella edificazione della città Leonina, e di quelle di Porto, di Leopoli, di Ostia e di Ameria, dimostra che allora il tesoro della Chiesa era più ricco di quello che fosse più tardi all’età di Leone X; infatti Leone IV poteva spendere tanti milioni, traendoli massimamente dalle rendite dirette dello Stato, chè non ancora si ricavavano considerevoli tributi dai paesi stranieri, sebbene ognor più crescesse la dovizia per redditi ricavati dal di fuori, per lasciti di testamenti e per donativi. In quel tempo i Papi non aggruzzolavano tesori a beneficio loro proprio, nè ancora le profusioni ai nepoti s’erano aperta la via: per di più, la vita della Curia non aveva peranco rinnegata la semplicità monacale, laonde avveniva che gli scrigni della Chiesa erano sempre ricolmi, e il suo patrimonio poteva essere impiegato a scopi così grandi e benefici.
Leone IV, che era stato cardinale dei «santi Quattro Coronati», ricostruì sontuosamente anche questa basilica. Ma l’incendio di Roma, avvenuto all’età di Roberto Guiscardo sulla fine del secolo undecimo, distrusse il suo edificio, e soltanto poche reliquie se ne sono conservate nella chiesa che fu rinnovata più tardi[140]. Nella via Sacra Leone eresse a nuovo la chiesa di santa Maria, che fino allora era stata detta _antiqua_, ed ebbe quindi nome di _nova_. È quella chiesa che, non lungi dall’arco di Tito, s’eleva fra le ruine del tempio di Venere e di Roma, e che nel secolo decimosettimo ebbe titolo di santa Francesca Romana. Nicolò I, che la compiè, ne adornò la tribuna di musaici; ma è difficile che quelli che vi si vedono oggidì appartengano al secolo nono[141].
Leone estese le sue cure altresì alle chiese ed ai conventi di altre città. Alcuni dei loro nomi sono meritevoli di menzione; così vale far cenno del convento di Benedetto e di Scolastica a Subiaco (che ancor di questo tempo ha nome di _Sub Lacu_), il chiostro di Silvestro sul monte Soratte, le chiese di Fundi, di Terracina e di Anagni; e per la prima volta nella Biografia di questo Pontefice viene a galla il nome di Frascati o Frascata. Esso significa una terra che era omai abitata, perocchè in essa esistessero chiese parecchie: per tal modo quel luogo dei monti Albani, dove oggi siede il vago Frascati, era già fin dal secolo nono coperto di edificî, ed era appellato con pari nome[142].
§ 4.
Lodovico II è coronato imperatore. — Il cardinale Anastasio è deposto. — Etelvolfo e Alfredo in Roma. — Daniele, maestro de’ militi, è sottoposto a inquisizione in Roma, innanzi al tribunale di Lodovico II. — Leone IV muore nell’anno 855. — Favola della papessa Giovanna.
La guerra contro ai Saraceni e le fondazioni di Leone seppelliscono nell’ombra tutti gli altri avvenimenti di Roma; pochi soltanto se ne devono registrare durante questo pontificato. Nell’anno 850, Lodovico II riceveva nella chiesa di san Pietro la corona imperiale per mano del Papa, poichè ancor prima Lotario, seguendo la consuetudine, lo aveva coronato publicamente nella dieta dell’Impero. Ignoto è il giorno in cui si compiè l’incoronazione[143]. Il novello Imperatore combattè i Saraceni nell’Italia meridionale, chè nell’anno 852 ei strinse di assedio Bari; però si ritirò tosto nell’Italia superiore, e fu conseguenza di ciò che i Romani mossero loro doglianze a Lotario, lamentando che Lodovico nulla operasse a difesa di loro[144]. Un Concilio che trattò d’argomento di disciplina, nel Dicembre dell’anno 853, assorbì per qualche tempo l’attenzione dei cittadini; in esso si pronunciò condanna contro di Anastasio, cardinale di san Marcello, e lo si privò della sua dignità sacerdotale. Da cinque anni egli aveva abbandonato la sua chiesa, e non era comparso ad onta della citazione che il Pontefice gliene aveva fatto; scomunicato nella primavera di quell’anno, era fuggito ad Aquileja, e senza frutto era stata la ricerca che ne avea comandato l’Imperatore, poichè Leone lo aveva richiesto che gli desse in mano il Cardinale[145]. Questo fatto dimostra quanto alto si fosse levato l’orgoglio di quei preti che s’appellavano Cardinali, e del cui gremio già da lungo tempo andavansi eleggendo i Pontefici; poco a poco eglino riuscirono a soppiantare l’influenza dei ministri di Palazzo, fino a che, più tardi, diventarono essi il sacro collegio dominatore, ossia il senato ecclesiastico.
Poco tempo dopo, il Papa aveva ragione di allegrarsi per l’arrivo di due Principi britanni. Etelvolfo veniva a Roma per farsi consecrare e coronare da Leone, e con sè conduceva il suo giovane figlio Alfredo, quel desso che più tardi doveva far isplendere la sua corona della gloria immortale di eroe e di sapiente. Rimasero questi Principi un anno nella Città, e il loro soggiorno fruttò di molti donativi alla Chiesa ed al popolo di Roma, e giovò a grande incremento della colonia degli Anglosassoni che aveva tanto sofferto dall’incendio; il Re liberalmente diede ai suoi concittadini i mezzi di ricostruire le loro case, e confermò altresì, a favore della Chiesa romana, l’obolo di san Pietro.
Gli ultimi tempi della vita di Leone IV furono amareggiati da una controversia, che troppo a fondo dimostrò la stretta dipendenza in cui Roma era tenuta sotto la mano dell’Imperatore. Daniele, maestro dei militi, andava a Lodovico, e proferiva gravi querele contro Graziano nemico suo, cui mirava a perdere. Quest’uomo, che era parimenti capitano dell’esercito e nell’istesso tempo «consiliario e superista» pontificio, fu accusato di intelligenze traditrici coi Greci[146]. Dopo che i Saraceni avevano saccheggiato i loro due maggiori santuarî, i Romani facevano udire discorsi assai acerbi contro l’Imperatore; non avevano riserbo di parole ingiuriose all’indirizzo dell’Impero franco, il quale (così senza dubbio dicevano) era stato da loro eletto a difesa di Roma e della Chiesa; e può darsi che dessero a capire, meglio essere di restituire l’Impero a Bisanzio. Per verità gli Imperatori avrebbero potuto far tacere il mormorìo dei Romani per poco che avessero loro additato le ruine delle molte città franche e perfino i ruderi del bel palazzo di Aquisgrana, opera di Carlo magno, che eglino non avevano saputo difendere contro ai Normanni. Lodovico aveva omai compreso ancor più addentro qual fosse l’intendimento degli animi in Roma; lo stesso Papa era stato accusato di maneggiamenti contro la costituzione dell’Impero o di propensione a novità. Leone s’era giustificato con lettere presso l’Imperatore, ed aveva perfino protestato di volersi assoggettare a qualunque giudizio, purchè si chiarisse se egli aveva dato offesa alle leggi dell’Impero. Ove tutti questi fatti non v’avessero preceduto, l’accusa di un solo Romano non avrebbe potuto destare tanto furore in Lodovico[147].
«Infiammato di grandissima collera», ei corse in gran furia a Roma, senza dare avviso al Papa ed alla nobiltà della sua venuta. Leone lo accolse con tutti gli onori, e aspettò con animo tranquillo l’inquisizione. Il placito imperiale fu tenuto nelle case di Leone III presso il san Pietro, dove si radunarono il Pontefice, la nobiltà dei Romani e quella dei Franchi. Comparvero accusatori, accusati e testimonî; Daniele fu convinto di audace menzogna e fu posto in balìa del calunniato Graziano: ma l’Imperatore lo assolse e gli ridonò la sua grazia[148].
Pochi giorni dopo di questo procedimento morì Leone IV, addì 17 di Luglio dell’anno 855. Nella storia della Città quest’uomo illustre tiene il luogo di Aureliano secondo, grazie l’opera ch’ei diede alla restaurazione ed alla ampliazione delle mura di essa; a buon dritto egli avrebbe potuto appellarsi _Restaurator Urbis_, e la memoria di lui si raccomanda in Roma al monumento della città Leonina, ed è splendida per fondazioni di altre: aver edificato città è per i Principi gloria eletta, poco meno che quella di averne distrutto.
Una delle favole più meravigliose che abbia inventato la fantasia del medio evo diede a succeditore dell’operoso ed energico Leone IV una femmina avventuriera: per lunghi secoli, Storici e Vescovi, e financo Papi, e tutto il mondo, ebbero creduto che la cattedra di san Pietro sia stata per due anni tenuta dalla papessa Giovanna. Questa leggenda esce fuor della cerchia dei fatti storici, ma non della storia delle credenze del medio evo, laonde noi dobbiamo qui in brevi tratti registrarla.
Narrossi che una bella giovinetta, figlia di un Anglosassone, quantunque nata in Ingelheim, andasse a studio nelle scuole di Magonza, e fosse ornata di sì eletti pregî di mente che se ne rivelasse un genio fuor dell’ordine consueto. Amata da un giovane scolastico, celò le grazie del suo sesso sotto la tonaca di frate, ch’ella vestì a Magonza nel convento di Benedettini, dove il damo suo era monaco: appararono insieme tutte le scienze umane; viaggiarono l’Inghilterra, visitarono Atene, dove la bella travestita s’addottrinò alla sublime scuola dei filosofi, di cui la fantasia dei Cronisti credeva che ancor formicolasse quella città. Ivi le venne a morte l’amante, e allora Giovanna, ossia Giovanni Anglico come s’era battezzata, venne a Roma. La sua scienza le ottenne una cattedra di professore alla scuola dei Greci, poichè in iscuola la favola tramuta la diaconia che noi conosciamo sotto il nome di _S. Maria Scholae Graecorum_. I filosofi romani ne furono ammaliati, i Cardinali (anche senza sospettare il sesso di lei), ne andarono in visibilio; ella diventò il portento di Roma. Però l’animo ambizioso della donna mirava alla corona pontificia, e allorchè Leone IV fu morto, i Cardinali convennero nella sua elezione, perocchè niun uomo credessero degno di porre a capo della Cristianità più di Giovanni Anglico, esemplare di tutte le perfezioni teologiche. La Papessa entrò in Laterano, ma il suo sesso, anche sotto ai santi paludamenti, continuò a far sentir vive le voci dei suoi istinti, ed ella si die’ in braccio al suo fidato cameriere. Le larghe pieghe del vestimento pontificio ne celarono le prime conseguenze, ma venne tempo che la natura tradì la peccatrice. Mentre ella moveva in processione al Laterano, giunta fra il Coliseo e san Clemente, fu assalita dalle doglie del parto, diede alla luce un bambino, e morì[149]. I Romani inorridendo le diedero sepoltura in quel luogo, e a memoria dell’avvenimento inaudito ivi elevarono una statua che rappresentava una donna bella, la quale teneva in capo la corona pontificia e un bimbo fra le braccia. D’allora in poi i Papi schivarono di passare da quel sito, allorchè lungo la via Sacra andavano al Laterano per prenderne possedimento, e si assoggettarono ad un formale esame del loro sesso maschile, seduti sulla _Sella stercoraria_, che era un fesso sedile di marmo nel portico del Laterano[150].
Questa rozza favola fu parto dell’ignoranza, dell’avidità di racconti da romanzo, e forse anche dell’odio che i Romani sentivano contro la signoria temporale dei Papi. Vi si ravvisa l’età dei _Mirabilia_, che però non ne fanno narrazione, ossia del secolo decimoterzo. Il racconto si foggiò sulla metà di quel secolo, e lo si trovò per la prima volta interpolato in alcuni manoscritti di Martino Polono e di Mariano Scoto; indi la fecero loro tutti i Cronisti, ed ottenne fede sì ferma ed universale, che intorno all’anno 1400 non si ebbe riserbo di dar luogo al busto della papessa Giovanna nella serie delle imagini dei Papi, onde si ornarono le pareti della bella cattedrale di Siena. La non credibile ingenuità di tempi, nei quali la critica non ardiva di sturbare la credenza di qualsiasi favola o di qualsiasi tradizione, serbò sotto la sua protezione il busto allogato in quel duomo, ond’esso ivi durò senza ostacolo di sorta, fra quelli degli altri Papi per il corso di duecento anni, con questa inscrizione: «Giovanni VIII, donna inglese»: finalmente il cardinale Baronio indusse Clemente VIII a farnelo rimuovere; la figura di femmina si mutò in quella di papa Zaccaria[151].
CAPITOLO QUARTO.
§ 1.
Benedetto III è eletto papa. — Nascono tumulti in Roma a causa dell’elezione pontificia. — Invasione del cardinale Anastasio. — Fermezza de’ Romani contro ai legati imperiali. — Benedetto III è ordinato papa il dì 29 del Settembre 855. — Lodovico II, solo imperatore. — Rapporti di amicizia fra Roma e Bisanzio.
Morto Leone IV, la quiete della Città fu gravemente conturbata a causa della elezione pontificia. Il numero maggiore dei Romani sceglieva a papa Benedetto, cardinale di san Calisto, e lo conduceva con solennità di processione in Laterano; al decreto di elezione sottoscrivevano clero e popolo, affine di sottoporlo poi, «come era consuetudine antica», alla confermazione degli Imperatori[152]. Nicolò, vescovo di Anagni, e Mercurio, maestro de’ militi, ne erano fatti latori; ma per via, Arsenio vescovo di Agubbio, convertiva quei messaggieri a differente intendimento. Lo legava amicizia a quel cardinale Anastasio, ch’era stato deposto per ordine di Leone IV, ma che, essendo pur sempre uomo potente ed ambizioso, si struggeva della brama d’impossessarsi della corona pontificia, e coltivava un suo partito in Roma. Arsenio trasse dalla sua i nunzî, ond’eglino si adoperarono alla corte dell’imperatore Lodovico, patrocinando la causa di Anastasio. Tornati a Roma, dove già era venuto questo Cardinale, eglino annunciarono il prossimo arrivo di legati imperiali, e con lui e colla sua fazione composero i loro piani: capi di questa parte erano Gregorio e Cristoforo maestri de’ militi, Radoaldo vescovo di Porto e Agatone vescovo di Todi. Frattanto, i _Missi_ dell’Imperatore, Bernardo e Adelberto conti, giungevano nella città di Orta; Anastasio correva loro incontro, e dietro a lui andavano Nicolò e Mercurio, Radoaldo e Agatone. Tutti insieme mossero indi a Roma; alla quinta colonna miliare, presso alla basilica di san Leucio, s’imbatterono nei messaggieri che erano spediti dall’eletto pontefice Benedetto, li caricarono di catene, ed allora Benedetto deputò un altro Duce e un Secondicerio.
I _Missi_ dell’Imperatore (vedasi con che autorità s’impancassero costoro contro a Roma) comandarono al clero, alla nobiltà ed al popolo di adunarsi nel dì dopo a san Leucio, dove si avrebbe loro fatto conoscere il volere imperiale. Mentre i Romani si affrettavano di andare a quella volta, s’incontravano coi Conti imperiali, con Anastasio e colla sua parte, che traeva in ferri Adriano secondicerio, Graziano superista e Teodoro scriniario. La comitiva, tutta sonante d’armi, cavalcò attraverso il campo di Nerone, e, dalla porta di san Peregrino, entrò nella città Leonina. Roma era messa a grande commovimento; e intanto che l’eletto Benedetto se ne stava in Laterano attendendo ciò che sarebbe per accadere, Anastasio entrava in san Pietro, ed ivi primamente dava sfogo alla sua rabbia e alle sue tendenze ereticali d’iconoclasta. Seguendo un costume antico, Leone IV aveva fatto dipingere sopra alle porte della sacrestia, un quadro rappresentante il Sinodo nel quale il Cardinale ribelle era stato deposto. Non s’accontentava Anastasio di distruggere quella pittura, ma faceva in pezzi ed abbruciava imagini di Santi, e con un’accetta atterrava financo le figure del Cristo e della Vergine[153]; indi cogli amici suoi correva al Laterano, comandava che si rompessero le porte del palazzo ch’ei trovava serrate, e si sedeva sulla cattedra pontificia: nel tempo istesso, dentro della basilica, sopra un altro trono, stavasi assiso Benedetto, circondato dei preti a lui fidi. Anastasio ordinava che ne lo si scacciasse; Romano vescovo di Bagnorea entrava con uno stuolo di armati nella chiesa, trascinava Benedetto giù della sedia pontificia, gli strappava di dosso le vestimenta papali e lo copriva di oltraggi: indi lo dava in custodia di alcuni Cardinali che parimente erano stati deposti da Leone IV. Tutto questo avveniva nel giorno 21 di Settembre dell’anno 855.
Allorchè si sparse per Roma la notizia di questi fatti, molti cittadini e preti mossero in gran furia alla cappella dei _Sancta Sanctorum_, e vi entrarono dentro con gran clamore di grida. Il dì successivo, gli aderenti di Benedetto, prendendo animo dagli spiriti che correvano fra il popolo, si raccolsero nella basilica Emiliana; nè li vinsero le minacce colle quali i Conti imperiali, entrando colle armi alla mano nel presbitero della chiesa, intendevano di far loro accettare l’Antipapa. Al giovedì, il popolo si raccolse nuovamente in Laterano, e ivi protestò con grida concordi di volere Benedetto, eletto giusta ai canoni[154]. Cedettero allora i legati; Anastasio con vitupero fu cacciato delle case patriarcali, Benedetto fu liberato con molta allegrezza del popolo dalla sua custodia, e, fattolo montare sovra il cavallo di Leone IV, lo trassero in processione alla santa Maria Maggiore. Fu bandito un digiuno di tre giorni a penitenza di quant’era accaduto; gli aderenti di Anastasio si gettarono a’ piedi del Papa implorando mercè, e nel giorno 29 di Settembre, Benedetto III fu consecrato in san Pietro, presenti i legati dell’Imperatore[155].
Questi avvenimenti furono nunzî di una delle più terribili epoche del Papato; svelarono le scissure ognor più minacciose che serpeggiavano dentro della Città, posero in aperto le fazioni che dividevano la nobiltà e il popolo, l’ambizione di Cardinali ribelli, le relazioni che ora andavano facendosi più difficili fra la Chiesa e l’Impero. Del resto, il diportamento sorprendente dei legati imperiali, i quali colle violenze volevano porre nel seggio apostolico un Cardinale su cui il decreto di un Sinodo aveva pronunciato condanna solenne, rivelava che l’Imperatore si stava ancora sotto l’impressione del processo di Daniele e di Graziano, e viveva pur sempre travagliato di sospetti: perciò ei bramava d’impedire che il reggimento capitasse in mano di un Papa d’animo gagliardo com’era stato Leone IV, e mirava a dare la cattedra di Pietro ad un uomo che gli fosse creatura devota. Ma il suo proposito fallì contro alla fermezza dei Romani, e soltanto contribuì a fare spegnere la reverenza che tribuivasi all’Imperatore.
Precisamente un giorno prima dell’ordinazione del novello Pontefice, Lodovico era diventato solo Imperatore. Lotario aveva diviso il suo Impero tra’ figli suoi; affralito d’animo e infermiccio di corpo, torturato dai rimorsi (lo spettro del padre suo gli vagolava sempre davanti con grandi terrori), egli s’era coperto della cocolla di frate benedettino nel convento di Prüm presso a Treviri, ed ivi era morto addì 28 del mese di Settembre[156]: la città di Roma non si mostrò pur accorta di quella morte. Durante il breve pontificato di Benedetto III, la storia propria della Città è vuota d’avvenimenti. La Cronica pontificia narra di ripetute inondazioni del Tevere che recarono gravi devastazioni; del rimanente essa riempie la Biografia del Pontefice soltanto colla enumerazione di doni votivi e di riparazioni di chiese, fra le quali merita che si tenga nota della restaurazione data alla tomba di san Paolo ch’era stata distrutta dai Saraceni.
Benedetto coltivò relazioni d’amicizia con Bisanzio. Un dì l’imperatore Michele spedì a Roma Lazzaro monaco e pittore, che recava al Pontefice un magnifico libro degli Evangelî rilegato in oro e coperto di pietre preziose: era per certo opera delle mani del messaggiero, che lo aveva ornato di miniature. Possiamo imaginare che i pittori romani avranno fatto ressa intorno a questo artista bizantino, per mostrargli i loro lavori e per averne consiglio o lodi[157].
§ 2.
Nicolò I è eletto papa. — Rende soggetto a sè l’Arcivescovo di Ravenna. — Scoppia lo scisma greco di Fozio. — Relazioni di Roma coi Bulgari. — Legati bulgari di re Bogori vengono a Roma. — Formoso va missionario in Bulgaria. — Roma tenta di farne una sua provincia ecclesiastica. — Costituzione data da Nicolò I ai Bulgari.
Benedetto III moriva nel giorno 8 di Aprile dell’anno 858, in quello che Lodovico aveva abbandonato Roma, dove era venuto per ragioni che ci sono ignote. Appena che l’Imperatore udì della morte del Papa, tornò difilato alla Città affine d’impedire, colla sua presenza, che la elezione pontificia avvenisse contrariamente alla legge. Lodovico seppe indurre i Romani a raccogliere i loro voti sul diacono Nicolò, uomo di nobile stirpe, figlio di Teodoro regionario, e illustre per qualità così rare d’ingegno e di animo, che tenne grandissimo luogo in mezzo ai Pontefici. L’eletto fu consecrato in san Pietro sotto agli occhi dell’Imperatore; indi Lodovico, poichè ebbe assistito alle solite feste dell’ordinazione, si partì della Città[158]. L’estimazione ch’egli dimostrò a Nicolò, il quale contava molti avversarî fra il clero, e la gratitudine di cui questo Pontefice non mise indugio di fargli testimonianza, fanno supporre che i due uomini fossero legati con vincoli di amicizia personale. Uscito di Roma, l’Imperatore fe’ sosta in vicinanza a san Leucio, dove oggidì sono le ruine di Torre del Quinto. Ivi ricevette visita da Nicolò, che vi andò accompagnato dal clero maggiore e dalla nobiltà. L’Imperatore gli corse incontro; lungo un tratto di via condusse per le briglie il cavallo del Papa, lui accolse ospite nella sua tenda, lo rimandò con ricchi regali, e quando il Pontefice s’accomiatò, s’abbassò nuovamente a guidarne il palafreno. In questo atteggiamento superbo di contra ad un Imperatore che gli si umiliava dinanzi così profondamente, Nicolò I diede principio al suo pontificato.
Avvenimenti di gravissima natura resero massimamente difficile quel reggimento, chè le chiese nazionali giusto in questo tempo si sollevarono a loro lotte contro la incominciante monarchia del Papato. Ma Nicolò stette saldo e risoluto; tenne testa contro a Re ed a Vescovi, scagliò anatemi contro Bisanzio, diede sapienti costituzioni a popoli barbari, come altra volta aveva fatto Gregorio magno; nè baroni o cardinali di Roma osarono di ribellarsi sotto il severo occhio di lui che li dominava.
Nel primo anno del suo pontificato Ravenna si mostrava reluttante all’obbedienza. Quell’arcivescovo Giovanni non prestava reverenza al primato del Papa, e attentava di farsi independente nel suo territorio, dove trattava da principe con laici e con preti, incamerava beni, scomunicava Vescovi, e ad essi ed agli officiali pontificî vietava che andassero a Roma. Ai nunzî del Papa protestava, che l’Arcivescovo di Ravenna non era tenuto di comparire innanzi ad un Sinodo romano: tre volte Nicolò gliene faceva invito, finalmente lo scomunicava. Giovanni allora andava a Pavia da Lodovico imperatore, e dappoi, accompagnato da legati di questo, veniva a Roma; però Nicolò gagliardamente respingeva qualsiasi intromissione dell’Imperatore, ed allora l’Arcivescovo si partiva della Città. Tosto vi capitavano ambasciatori dell’Emilia e della nobiltà di Ravenna, chiedendo al Papa che andasse egli in persona a quelle terre, affine di salvarle dagli arbitrî dell’Arcivescovo e del fratello di lui[159]. Giovanni non s’aspettava la venuta del Papa, e mentre faceva ritorno all’Imperatore, Nicolò veniva fra i Ravennati, e rimetteva a quiete i cittadini col riporli in possesso dei loro beni. L’Arcivescovo si sottomise; il Papa lo assolse, ma gli impose obligo di presentarsi a Roma una volta all’anno, gli vietò di consecrare vescovi nell’Emilia senza che ne ottenesse licenza da Roma e prima che fossero eletti dal Duce pontificio, dal clero e dal popolo[160]. Gli proibì di torne tributi e di porre impedimento ai loro viaggi a Roma, e gli statuì che in tutte le controversie dovesse assoggettarsi alla sentenza del tribunale di Ravenna, cui assistevano il _Missus_ pontificio e il _Vestararius_ di quella città[161]. Dopo che Giovanni ebbe sottoscritto a questi decreti sinodali, partì di Roma, e Nicolò ne conseguì un vero trionfo, anche da signore temporale dell’Emilia e della Pentapoli.
Più grave fu la controversia che di questo tempo ebbe incominciamento contro a Bisanzio, e condusse ad uno scisma senza riparo, che mise al colmo la separazione fra Roma e l’Impero greco. Però gli avvenimenti che vi si associano e nei quali rifulgono i nomi di Fozio e di Ignazio, escono fuor della cerchia in cui si rinserra la storia della Città, laonde in questa non ponno accennarsi che soltanto di volo[162]. Nel Dicembre dell’anno 857, gli intrighi di Barda, ministro onnipossente, avevano indotto l’imperatore Michele a deporre del suo officio Ignazio, patriarca ortodosso; e Fozio protospatario, uomo che per dottrina si levava di gran lunga sopra quella dei tempi suoi, passava addirittura dal ceto laicale al seggio patriarcale di Bisanzio. S’accese in Oriente una gran lotta fra i seguaci d’Ignazio e quelli di Fozio; le fazioni sporsero appello a Roma; i legati pontificî, Radoaldo vescovo di Porto (che anticamente era stato fautore del ribelle cardinale Anastasio) e Zaccaria di Anagni si lasciarono corrompere dall’oro, e protestarono che l’esaltamento di Fozio era avvenuto di buona ragione. Il Pontefice scagliò l’anatema sui traditori dei suoi voleri; convocato un sinodo romano nell’Aprile dell’anno 863, vi condannò Fozio, e, minacciandolo di scomunica, gli impose di scendere del trono patriarcale. Era un via vai di legati fra Roma e Bisanzio; dalla controversia delle imagini in poi, Roma non aveva visto fra le sue mura una moltitudine così numerosa di Greci. Per verità, adesso gli Spatarî imperiali non recavano più doni di libri magnifici di Evangelî, ma lettere cui dettavano l’odio e lo sprezzo. La controversia assunse una piega dogmatica, non sì tosto che Fozio ebbe formulati gli articoli che egli rinfacciava alla Chiesa latina, siccome ereticali: il suo digiuno del sabato, l’uso del latte e del cacio che essa permetteva nella prima settimana della quaresima, il celibato dei suoi preti, e soprattutto quel _filioque_, onde significavasi la fede che lo Spirito Santo fosse proceduto anche dal Figliuolo: opinioni e cose che per felice ventura non scalderebbero più gli intelletti della nostra età, ma che, in secoli nei quali la gente umana aveva perduto la virtù di studiare problemi alti e condegni della ragione filosofica, bastavano a mettere incendio negli animi e ad evocare quella grande scissura che or separa per sempre le due Chiese. Fozio, alla sua volta, scagliò contro il Pontefice l’anatema, ma nell’anno 867, dopo che fu assassinato l’imperatore Michele, ei fu deposto da Basilio succeditore di questo: per tal modo l’acerba lotta durò tutt’intiero il pontificato di Nicolò.
Le contese coll’Oriente rinfocolarono più veementi a causa anche delle fauste relazioni che Roma contraeva con un popolo barbarico, proprio ai confini di Bisanzio. Quando Gregorio magno aveva steso la sua mano paterna alle ultime terre di Britannia per bandire in mezzo agli Anglosassoni le leggi della Chiesa romana, Bisanzio non se n’era dato pur mente; ma che Nicolò tentasse di accogliere nel seno e nelle costumanze della Chiesa romana i Bulgari, quest’era intendimento che doveva destare in altissimo grado la gelosia dei Greci. Da alcuni secoli quel formidabile popolo slavo aveva sue sedi sulla riva meridionale ed esterna del Danubio, in un territorio ubertoso, diviso in dieci comitati. Esso conduceva vita vagante, saccheggiando le pianure dell’Istro e le steppe che si stendono fino al Don; aveva spesso combattuto contro ai Conti franchi in Pannonia, e aveva trattato seco loro per ragione dei confini; si spingeva ben dentro nelle province dell’Epiro e della Romania, e più di un esercito bizantino aveva dovuto soccombere sotto ai colpi delle sue frecce micidiali. Fin dall’anno 811, il feroce Re dei Bulgari beveva il suo vino entro una tazza formata del teschio di un Imperatore bizantino, mentre sedeva solo a mensa, circondato dai suoi terribili guerrieri che mangiavano il grossolano loro cibo, assisi sopra scanni a reverente distanza, o accoccolati sul nudo terreno[163]. Quella coppa era composta col cranio, cerchiato in oro, dell’ipocrita Niceforo che aveva rovesciato del trono Irene imperatrice; in quell’uso, per la prima volta, esso s’era fatto vase di qualche generosa cosa. In mezzo alle orde selvagge dei Bulgari, il Cristianesimo s’aveva sgombrato la via, venendo di Bisanzio, per opera di Costantino, ossia di Cirillo apostolo degli Slavi. Re Bogori, che tenevasi in pace con Lodovico imperatore, nell’anno 861 s’era fatto battezzare con rito greco sotto nome di Michele; il partito pagano dei suoi maggiorenti, che aveva attentato alla sua vita, era stato vinto da lui coll’ausilio dei Santi celesti, ossia col fendente della sua spada e col coraggio di lui, guerriero valoroso; ora poi il Re spediva suoi ambasciatori a Roma[164]. S’eran destati dei dubbî nell’animo suo intorno al modo con cui fosse a darsi battesimo al popolo dei Bulgari; probabile è che lo mettessero in forse le contraddizioni dei missionarî che venivano nella sua terra, dove il prete latino e il greco facevano a chi più lavorasse l’uno a danno dell’altro; laonde molte incertezze s’avevano fatto strada nello spirito ingenuo del Re, che fino a quell’ora aveva tratto dì felici nella beata ignoranza della sua vita pagana. Il possedimento della cattedra patriarcale di Bisanzio era a quel tempo oggetto di un’acerrima disputa fra due pretendenti, perlochè Bogori si volgeva a Roma, alla fonte remota e santa della dottrina cristiana, per averne lume di consigli e soccorso di sacerdoti.
Gli ambasciatori bulgari, che erano gli uomini maggiori di lor terra, capitanati dal figliuolo stesso del Re, giunsero a Roma nell’Agosto dell’anno 866. Fra i ricchi donativi che portavano seco, trovavansi anche le armi vittoriose che il Re aveva impugnato durante la sua guerra contro i ribelli; le votava a san Pietro. La novella di ciò accese peraltro la collera di Lodovico, che omai s’era istizzito contro il Papa: l’Imperatore era allora a Benevento. Chiese che gli si consegnassero le armi e gli altri doni dei Bulgari; può darsi che ei reputasse non convenirsi tai segni di vittoria al san Pietro, e li bramava per sè, quali trofei guerrieri di una nuova provincia della Bulgaria, che egli sperava di riunire all’Impero suo. Qualche cosa Nicolò ne concedette; il resto, scusandosi, tenne per sè[165]. Del resto i Bulgari furono accolti a braccia aperte in Roma. Due Vescovi elesse il Papa, affinchè andassero a portare l’insegnamento apostolico in Bulgaria; furono Paolo di Populonia e Formoso di Porto, al quale era serbata più tardi la corona pontificia. Con loro partì un’ambasceria mandata a Costantinopoli, che, passando dal regno dei Bulgari, doveva andare a quella città. Felicemente arrivarono i nunzî nella contrada, ma i legati che erano spediti a Bisanzio non furono lasciati passare oltre al confine, e dovettero tornarsene con vergogna[166]. Formoso e Paolo però andarono battezzando senza posa turbe intiere di Bulgari; discacciarono i missionarî greci, indussero il Re ad accogliere soltanto preti latini e culto romano; ed anzi l’accorto Formoso giunse ad ottenere che un’ambasceria spedita al Papa, lui domandasse ad arcivescovo di Bulgaria[167]. Ma Nicolò respinse quelle istanze, perocchè non volesse torre a Porto il suo Vescovo, e mandò in gran fretta due altri Vescovi e preti molti alla lontana terra, comandando che l’Arcivescovo si eleggesse tra questi.
Ancor prima, egli aveva acchetate le dubbiezze puerili dei Bulgari; e i suoi precetti, raccolti sotto il titolo di _Responsa_, formano quasi un codice di costituzioni civili accomodate all’uso di una nazione rozza; la loro ragione pratica e mite è tale da ispirarci altissima reverenza della mente del Papa. Avvi appena un dovere o una evenienza della vita civile su cui gl’inesperti Bulgari non chiedessero consiglio; domandavano quale dovesse essere il rito delle loro nozze, quale il tempo in cui potessero consumare l’atto conjugale, a che ora dovessero pranzare, come vestire, se potessero giudicare gli uomini delinquenti: ond’è che fanno sovvenire dei selvaggi del Paraguay e della costituzione impartita a queste genti dai Gesuiti. Dicevano che fin allora avevano costumato di inalberare come vessillo nelle loro battaglie una coda di cavallo, e chiedevano che cosa dovessero introdurre fra loro in cambio di questo simbolo di cavalleria turchesca: il Papa alla coda di cavallo sostituiva la croce. Narravano che prima di appiccare la mischia avevano usato di ogni sorta di incantesimi pagani per impetrare dagli Dei il trionfo; il Papa consigliava loro che, a vece di quelle ceremonie, pregassero nelle chiese, aprissero le carceri, liberassero gli schiavi e i prigionieri di guerra, mandassero consolati i deboli afflitti. Chiedeva il Re se fosse cristiano costume quello suo di pranzare superbamente solitario, separato dalla Regina e da’ suoi guerrieri; rispondeva il Papa ammonendolo all’umiltà e dicendogli che gli antichi Re famosi avevano accondisceso a cibarsi alla stessa mensa coi loro amici e coi loro schiavi. Allorchè poi gli rivolsero una domanda, ch’era piuttosto d’ordine politico che pratico, quando cioè gli chiesero quali Vescovi dovessero venerarsi da veri patriarchi, Nicolò afferrò la propizia opportunità per rispondere con discorso lungo e con voce alta sì, che stuzzicasse le orecchie anche a Bisanzio. Primo di tutti i Patriarchi, disse, è il Papa di Roma, la cui Chiesa fu fondata dagli apostoli Pietro e Paolo; tiene luogo secondo Alessandria, dacchè fu costituita da Marco santo; terza è Antiochia, perocchè Pietro, prima di venire a Roma, abbia governato quella Chiesa. Sono questi i tre Patriarcati veramente apostolici. Per contro, Costantinopoli e Gerusalemme non possono pretendere a tanta autorità; la sede di Costantinopoli non ebbe a fondatore apostolo alcuno, e il Patriarca di questa città appellata novella Roma, è nomato pontefice soltanto per favore degli Imperatori, non già per intima ragione di diritto[168].
Questi e simiglianti articoli conteneva la costituzione data da Nicolò I ai Bulgari; fu essa uno dei più mirabili monumenti del pontificato di questo uomo illustre, monumento eziandio dell’operosità pratica e dell’accortezza della Chiesa romana, la quale, tutto ad un tratto, senza violenza d’armi e di tribunali, seppe introdurre lingua e costumi romani in un paese che, da dopo i tempi di Valente e di Valentiniano, non era stato più calpestato da alcun uomo latino: così la Chiesa di Roma imprendeva a guadagnarsi una novella provincia nel remoto Oriente. In verità, le relazioni che si conchiusero tra Nicolò e re Bogori, pur d’indole sì diversa, non furono per Roma meno gloriose delle vittorie che un dì Trajano aveva riportate su re Decebalo in quelle terre che il Danubio bagna. Però la provincia di Bulgaria non rimase lungo tempo sotto il dominio religioso di Roma; per forza naturale delle cose cadde in balìa dei Greci.
§ 3.
Si contende a cagion di Gualdrada. — Nicolò condanna il Sinodo di Metz, e depone Guntero di Colonia e Teutgaudo di Treviri. — Lodovico II con grande ira viene a Roma. — Le sue soldatesche commettono eccessi di violenza nella Città. — Arroganza degli Arcivescovi tedeschi; fermezza e trionfo del Papa.
Intanto che Nicolò cercava di far romana la giovane Chiesa dei Bulgari, intanto che combatteva contro allo scisma di Bisanzio e mirava con grave cura dell’animo i progressi dei Maomettani in Sicilia e nell’Italia inferiore, egli si vedeva in pari tempo trascinato ad una lotta così veemente colla casa regale e colla Chiesa dei Franchi, che lo prendeva trepidanza perfino di uno scisma franco. Ne porgevano occasione i casi avventurosi di alcune donne illustri. Il costume morale publico (se di esso parlar si possa in quel secolo) era offeso da alcuni avvenimenti rilevanti, ma non insoliti. Giuditta, figlia di Carlo il Calvo e vedova di Etelwolfo, s’era sposata a Etelbaldo figliastro di lei, senza che questa unione fosse tenuta in conto di immorale. Morto il suo novello marito, tornava ella in Francia; la donna voluttuosa destava le brame di Balduino conte, e questi se la rapiva: re Carlo faceva che un Sinodo pronunciasse contro a lui la scomunica, ma allora gli amanti si rivolgevano al Papa, il quale riconciliava con loro il padre. Nello stesso torno di tempo un’altra femmina si acquistava nominanza con sue dissolutezze. Ingiltrude, figlia di Mactifredo conte, maritata al conte Bosone, fuggiva dalle case del suo sposo, andava lunghi anni menando nel mondo una vita randagia in mezzo ai piaceri, e fra le braccia dei suoi ganzi non badava all’anatema che il Papa le scagliava. Però la sventura d’una Regina e il trionfo sfacciato d’una concubina regale, seppellivano nell’ombra le sorti di quelle femmine.
Lotario di Lorena, fratello dell’Imperatore, ripudiava Tiutberga sua sposa, a cagione di Gualdrada sua amanza. Questo dramma conjugale levava a grande commovimento paesi e popoli, Stato e Chiesa, ed offriva al Papa opportunità di sollevarsi a tanta altezza, che gliene veniva splendore più chiaro di quello che gli avrebbero procacciato dispute di dogmi teologici. Il diportamento di Nicolò I di contro a questo scandalo regio, fu quale si conveniva ad animo saldo e invitto; in lui la podestà sacerdotale apparve essere forza morale che salva la virtù e punisce il vizio: forza per verità necessaria in un tempo barbarico, nel quale non era ancor sorta quella potenza della opinione publica che è giudice anche dei Principi. La rejetta Regina, coperta di onta inventata dalla calunnia, privata della corona che Lotario aveva già posto in capo della favorita, invocava il soccorso del Papa. Questi commetteva al Sinodo di Metz di pronunciare sentenza, e minacciava di scomunica l’adultero regale se innanzi a quel tribunale non comparisse. I legati del Papa, fra i quali trovavasi Radoaldo di Porto, quegli stesso che dapprima s’era venduto a Bisanzio, erano inchinevoli alla forza dell’oro, che in tutti i tempi esercitò sui Romani un’attraenza irresistibile. Eglino pertanto non produssero le lettere pontificie, ma protestarono che il matrimonio di Lotario era stato disciolto a buon dritto, e che Gualdrada gli era legittima moglie: tanto per far qualche cosa, mandarono a Roma Guntero, arcivescovo di Colonia, e Teutgaudo di Treviri, affinchè sottoponessero le deliberazioni del Sinodo al giudizio del Papa. Fra i molti Vescovi che, cupidi di immunità regali e di donazioni, secondavano senza coscienza i desiderî di Lotario, quei due uomini erano i suoi più stretti e fidi: d’altronde essi tenevano le parti della monarchia per porla di mezzo fra l’Episcopato e la supremazia pontificia. Venuti a Roma, produssero gli atti di Metz, pieni di speranza di guadagnare il Papa colle loro persuasioni; ma Nicolò per tre settimane non se li lasciava accostare, indi comandava loro di comparire innanzi al Sinodo che s’era raccolto in Laterano; e senza lasciar loro adito di difesa, senza esame, senza accusa, senza intervento di Vescovi franchi, pronunciava la loro deposizione e gli scomunicava, in quello che senza più cassava le statuizioni del Sinodo provinciale di Metz[169]. Tutto questo accadeva nello autunno dell’anno 863.
Gli Arcivescovi, frementi d’ira, corsero con quanta fretta erano capaci, a Benevento, dov’era l’Imperatore. Si dolsero della violenza patita, gli dissero che nella persona di loro il Papa aveva offeso Lotario fratello suo, anzi lui stesso; gli rappresentarono che la signoria sconfinata del Pontefice minacciava di gran pericolo la maestà imperiale e la regia, ed eziandio la Chiesa franca; le loro parole misero il fuoco addosso a Lodovico. Questi allora mosse tosto con un esercito su Roma, accompagnato da Engelberga, sua donna, e dai due Arcivescovi, dacchè egli voleva costringere il Papa a rimetterli nella loro dignità. Entrò nella Città che era il mese di Febbraio dell’anno 864[170]. Poichè si era sparsa voce ch’ei veniva con intendimenti ostili, il Papa aveva ordinato dappertutto digiuni e letanie, e una mestizia desolata si spandeva per la Città tutta quanta. L’Imperatore poneva dimora nel palazzo vicino al san Pietro; ma il Papa non andava a fargli omaggio, e si teneva chiuso in Laterano, dove attediava il cielo con orazioni incessanti contro «il malefico Principe.» Indarno i baroni di Lodovico significavano al Papa che con quei modi di provocazione malaccorta ei non faceva altro che aggiungere fiamma alla collera dell’Imperatore; le processioni non finivano di percorrere in tutti i versi le vie della Città. Una di esse s’incamminava verso il san Pietro e stava per ascendere i gradini dell’atrio, allorchè alcuni vassalli e armigeri di Lodovico, istizziti dei rifiuti del Papa, si scagliarono sovra ai preti; li conciarono a nerbate, li gettarono a terra, rovesciarono i vessilli ecclesiastici, e fecero in pezzi la croce di sant’Elena, nella quale, secondo la credenza che allor correva, era racchiuso il legno della vera croce: quelli della processione si salvavano dandosela a gambe[171]. Un simile spettacolo non si era mai visto in Roma dacchè aveva avuto fondazione l’Impero dei Carolingi: parve rotta l’armonia fra il Papato e l’Impero, e per la prima volta scoppiarono dentro della Città gli odî di nazione fra Germani e Romani.
Narrò la fama che il Papa in gran secreto si fosse messo in una barca, e pel Tevere fosse fuggito in san Pietro, dove avesse passato due giorni e due notti senza torre cibo o bevanda, e si sparse voce che la morte avesse colpito il Franco spezzatore della croce di santa Elena, e che l’Imperatore fosse infermato di febbre. L’Imperatrice allora s’inframmise fra Nicolò e il suo sposo per compor pace.
Avuta promessa di sicurtà, il Papa venne alle case dell’Imperatore, e v’ebbe con lui un lungo colloquio. Nicolò tornò indi al Laterano, non sciolse però dalla scomunica gli Arcivescovi, e Lodovico comandò a questi di tornare in Alemagna. Prima di lasciar Roma i due prelati tedeschi compilarono una scrittura, in cui protestarono contro la loro deposizione e contro l’opera del Papa, e lo fecero con linguaggio sì veemente quale giammai un Pontefice l’ebbe udito dalla bocca di Vescovi; vi era espresso con discorso gagliardo l’intendimento per cui le Chiese nazionali cercavano di ottenere independenza e di svincolarsi dal primato di Roma. Nell’esordio del loro libello, che era intitolato ai Vescovi della Lorena, quei due osavano dire: «Sebbene Nicolò, che appellato è Papa, che da apostolo si ficca in mezzo agli Apostoli, che pompeggia da imperatore dell’universo mondo, ci abbia condannati, tuttavolta, per grazia di Cristo, egli ha trovato da parte nostra ferma resistenza, nè poco s’ebbe pentito di ciò che poi fece»[172]. Il loro scritto conteneva sette capitoli indirizzati al Papa: gli autori vi condannavano il suo procedimento contrario ai canoni, indi ritorcevano l’anatema sul capo di lui[173]. Guntero di Colonia, animo robusto e risoluto fuor del comune, incaricava Ilduino, fratel suo, ch’era cherico, di recapitare egli stesso in mano del Pontefice quella scrittura, e, se questi si fosse rifiutato di accettarla, di deporla nella Confessione del san Pietro. Nicolò fece quanto previsto s’era, e Ilduino, tutto circondato di uomini armati, andò tosto audacemente in san Pietro per fare ciò che il fratello gli aveva commesso. I guardiani della Confessione (formavano una Schola loro propria con titolo di _Mansionarii scholae confessionis S. Petri_) si posero all’intorno della tomba dell’Apostolo per respingerli, ma gli invasori si scagliarono su di loro, ne lasciarono uno di morto sul terreno, gettarono la scritta nella Confessione, e, sgombrandosi la via colle spade, uscirono della basilica.
Questo avvenimento dimostrò che l’Imperatore non s’era in alcun modo riamicato col Papa. Senza darsene un fastidio al mondo, Lodovico stavasi spettatore impassibile dei più feroci eccessi che le sue soldatesche commettevano, parimente come se fossero state in terra nemica: saccheggiamenti di case e perfino di chiese, ammazzamenti, stupri di monache e di matrone. Lodovico sdegnava perfino di passare la Pasqua in Roma; partiva della Città, e con maligno intendimento moveva a Ravenna per celebrare le feste presso all’arcivescovo Giovanni: questi infatti andava sempre covando i suoi rancori, memore dell’umiliazione patita in Roma; anzi con grande animo afferrava l’opportunità delle discordie sorte fra i Vescovi alemanni e Roma, entrava in buone relazioni coi prelati scomunicati, e con gran calore attizzava le ire di Lodovico[174]. Queste tempeste avrebbero atterrato un Pontefice d’animo fiacco, ma non piegarono la tempra gagliarda di Nicolò: il suo animo orgoglioso e inflessibile stette saldo colla fortezza di un Romano antico. Minacciò scomuniche, e furono temute come folgori vere; i Vescovi di Lorena gli mandarono proteste di pentimento; Arsenio legato di lui, munito di lettere indirizzate ai Re, ai Vescovi ed ai Conti, e fiammeggianti di minacce, andò in Lorena con una baldanza tale da far ricordare l’orgoglio dei proconsoli della vecchia Roma. Con una mano quel legato riconduceva la sposa ripudiata al Re che s’era fatto trepido per paura dell’anatema, coll’altra gli strappava dal fianco la donna amata. Il reame, debole e disunito, abbandonando una cattiva causa venuta a lotta con Roma, non resistè più a lungo, e diede in mano al Papato la più splendida vittoria. Tuttavolta non era ancor giunto a fine l’ultimo atto di questa tragedia; papa Nicolò morì mentre essa ancor durava, chè soltanto al tempo del suo succeditore ebbe termine lo scandalo di quel processo[175].
§ 4.
Cure rivolte da Nicolò I alla città di Roma. — Restaura l’_Aqua Tocia e la Trajana_. — Fortifica nuovamente Ostia. — Pochi edificî e scarsi doni votivi di lui. — Condizioni delle scienze. — Editto scolastico di Lotario dell’anno 825. — Decreti di Eugenio II e di Leone IV intorno alle scuole delle parrocchie. — Monaci greci a Roma. — Biblioteche. — Codici. — Monete.
Durante il pontificato di Nicolò I non si parla di torbidi cittadini che avvenissero in Roma, ed anzi si narra che quel suo tempo s’allietasse per pienezza di prosperità od almeno per ubertà di ricolti. Ai poverelli si provvedeva satollandoli con generosità; e il Papa, sì come un Imperatore romano avrebbe fatto, giungeva perfino a dispensare dei marchi che davano il diritto di un pranzo a chi li mostrava; erano segnati col nome di lui e si distribuivano agli uomini indigenti o a quelli che erano incapaci di lavorare[176].
Due acquedotti restaurò Nicolò, l’_Aqua Tocia_ e la _Trajana_ o _Sabbatina_, la quale nella città Leonina, da essa abbeverata, aveva allora nome di acquedotto di san Pietro[177]. Dappoichè Gregorio IV aveva restaurato questo medesimo acquedotto, convien dire che, dopo di lui, lo avessero danneggiato i Saraceni, oppure che Nicolò gli desse una direzione differente e ne facesse una distribuzione migliore delle acque[178]. Il cattivo modo di fabbricazioni di quella età faceva sì che gli edificî prestamente decadessero; Nicolò ebbe pertanto necessità di costruire novellamente financo le mura di Ostia, benchè soltanto da Gregorio IV derivasse la loro erezione; e dovette munirle di saldi torrioni, entro ai quali collocò un presidio. Il terrore dei Saraceni aveva fatto omai che Ostia si lasciasse in abbandono, laddove Porto si conservava ancora, grazie alla colonia di Côrsi che ivi era[179].
Il numero mirabilmente scarso di doni votivi e di edificazioni di chiese cui diè opera Nicolò I, non torna a disdoro dell’intelletto pratico di questo Pontefice. A detta del suo Biografo, egli costruì il portico a santa Maria _in Cosmedin_; nè v’ha dubbio che Nicolò fosse stato diacono di quella chiesa, perocchè, sopra tutte le altre, rivolgesse cura ad adornarla: infatti, oltre alle menzionate case dei Papi, egli vi edificò anche un bel triclinio. Da lui derivarono le pitture o musaici allogati nella diaconia di santa Maria Nuova, edificio di Leone IV; al palazzo Lateranense aggiunse poi una nuova fabbrica di abitazione, e presso al san Sebastiano eresse un convento.
Se il Biografo di questo Pontefice avesse avuto senso di comprendere quello che valeva la cultura scientifica in Roma, ben avrebbe potuto narrare che Nicolò provvide al suo incremento. Se non è altro, il Biografo dà lode al padre di Nicolò per ciò che era stato amico delle arti liberali e il figliuolo aveva iniziato in cosiffatti studî; ma siccome aggiunge che il Papa fu per questa ragione erudito in ogni maniera di sacre discipline, ei ci vieta di pensare che quella scienza uscisse fuor degli studî attinenti alle cose teologiche[180]. Ad ogni modo il periodo dei Carolingi s’adorna di chiarissimo pregio, poichè accolse il generoso intendimento di diradare la tenebra della barbarie colla cultura delle scienze. Il genio di Carlo e degli amici suoi iniziati nella letteratura classica dei Romani, diede agli studî un repentino impulso, ed i succeditori di Carlo operarono con pari indirizzo. Ne offre splendida testimonianza l’editto promulgato da Lotario nell’anno 825. L’Imperatore vi deplora che, per ignavia degli uomini prepostivi, le discipline dell’istruzione abbiano cessato quasi in tutte le terre d’Italia, e comanda la fondazione di nove scuole centrali per i respettivi territorî; le costituisce a Pavia (la cui Università, celebre dappoi, certo erroneamente si attribuisce a fondazione di Carlo Magno), a Ivrea, a Torino, a Cremona, a Firenze, a Fermo (per il ducato di Spoleto), a Verona, a Vicenza ed a _Forum Julii_ (Cividale di Friuli)[181]. L’aperta dichiarazione che s’era spento del tutto l’insegnamento di scuole, fa che s’argomenti lo stato miserrimo in cui era l’istruzione in Italia. Di istituti scolastici maggiori non puossi pur pensare; ciò che si denotava sotto il concetto di _doctrina_ comprendeva soltanto le cose di religione, e fuor d’esse tutt’al più gli elementi delle scienze profane, segnatamente della grammatica.
L’editto di Lotario si riferiva al reame d’Italia e non a Roma, nè alle province della Chiesa, ma anche qui v’aveva la istessa ignoranza se pur non era più grave, sì come lo dimostrano le decisioni di alcuni Concilî romani. Nell’anno 826, Eugenio II faceva ordinanza che in tutti i vescovati e nelle parrocchie si raccogliessero dei dottori che insegnassero con diligenza le scienze, le arti liberali e i sacri dogmi. Quest’ordinamento in classi dimostra che si aveva riguardo anche agli umani studî (_artes liberales_), facendosene espressa differenza dalla teologia (_sancta dogmata_); ma appena egli era se ne trovavano maestri. Estinto s’era lo studio di quelle discipline profane, e allorquando Leone IV confermava nell’anno 853 il decreto di Eugenio, v’aggiungeva queste testuali parole: «Sebbene, com’è di solito, rade volte si trovino nelle parrocchie precettori di scienze liberali, occorre tutta volta che non difettino maestri della divina scrittura, e istitutori di officiatura ecclesiastica»[182].
Anche in Roma si poteva muovere eguale lamentanza. Non si fa pur cenno di un maestro, o di scuola alcuna che ivi avessero qualche rinomanza. Certo è che fin dal tempo in cui i Benedettini avevano posto stanza nella Città, s’erano aggiunte scuole ai conventi, e continuava quella antica Lateranense che loro doveva sua origine, e nella quale erano stati educati parecchi Papi: però questi istituti romani non potevano gareggiare colle scuole di Alemagna e di Francia, quali erano quelle di Fulda, di San Gallo, di Tours, di Corveia o di Pavia in Lombardia. Roma non isplendeva per ornamento di uomini illustri pari a Giovanni Scoto, a Rabano Mauro, ad Agobardo di Lione, o pari allo scozzese Dungalo che viveva a Pavia, od a Lupo di Ferrières. Può darsi che le dottrine giuridiche fiorissero ancora di qualche po’ di cultura in mezzo a tutte le discipline degli studî profani; ed invero, dopo dello Statuto di Lotario, dovevano trovarsi dei professori di giure che fossero addottrinati nelle leggi di Giustiniano e che le insegnassero in compendio; nè gli avvocati e i notai potevano essere del tutto digiuni di scienza della legge salica e di quella longobarda.
Parecchi Papi avevano posto monaci greci entro a nuovi conventi; e quelli nella loro lingua materna impartivano istruzione a’ sacerdoti romani, per guisa che, se anche non ne profittava la cultura delle lettere greche, se ne manteneva tuttavia viva in Roma la cognizione del linguaggio; i Papi in quei seminarî educavano alcuni uomini che potevano adoperare da nunzî a Bisanzio, o da scrivani e da interpreti.
Alcune chiese e alcuni conventi di Roma erano forniti di biblioteche. Durava sempre quella Lateranense, e il glorioso titolo di «Bibliotecario» s’ode anche nel tempo della più fitta tenebra. L’archivio pontificio custodiva gli innumerevoli atti della Chiesa e i Regesti, ossiano lettere dei Papi, che erano documenti inestimabili della storia, della lingua latina di quei secoli, e, può dirsi, della pretta letteratura romana nella prima metà del medio evo: tesori che nel secolo duodecimo perirono senza lasciar traccia di sè, e la cui perdita lasciò nella storia un vuoto profondo, che non è mai deplorato abbastanza[183].
Non vale dubitare che le biblioteche ed i conventi di Roma possedessero eziandio opere di letteratura greca e romana; chè esemplari di quei codici dovevano essersi conservati qua e colà in Roma ancor dopo del periodo dei Goti, e nel corso del tempo se ne erano per certo tratte delle copie. I conventi dei paesi di fuori possedevano nel secolo nono molti tesori di lettere; nell’anno 831 l’abazia di Centule, ossia di San Riquiero nelle Gallie, di cui più in antico era stato abate Angilberto, celebrava a sua gloria di possedere duecento cinquantasei codici, ed è rimarchevole a sapersi quali libri il Cronista registri fra le opere profane che ivi si serbavano. Erano Etico, _de mundi descriptione_, la _Historia Homeri_ con Dite e con Darete di Frigia, Gioseffo completo, Plinio il giovane, Filone, le favole di Avieno, Virgilio; e fra i «Grammatici», di cui massimamente quell’età era bramosa, Cicerone, Donato, Prisciano, Longino e Prospero[184]. Se di tai libri trovavansi in Francia, può egli darsi che non ne esistessero a miglior ragione in Roma? Lupo, abate di Ferrières, nell’anno 855 volgeva a Benedetto III l’ingenua preghiera che gli mandasse alcuni codici di Cicerone _de Oratore_, le istituzioni di Quintiliano, il commento di Donato a Terenzio: e lo faceva certo che gli restituirebbe senza dubbio quegli scritti, dopo che ne avesse fatto cavar copia[185]. Soltanto nelle notizie che ci danno i Romani, non si fa pur motto di codici profani. Se nelle Biografie dei Papi si tien parola di libri, d’altro non si tratta che di Evangelî, o di antifonarî, o di messali che solevansi dedicare alle chiese. A ragione si tenevano in conto di doni votivi preziosi, e di essi facevasi menzione perfino nelle iscrizioni funerarie dei donatori. Grande era la spesa che occorreva per compilare un codice in pergamena, e la fatica laboriosa di trascriverlo e di alluminarlo, di gran lunga superava quella che gli orafi o i fonditori di metalli adoperavano a comporre i loro candelabri o i loro vasi[186]. Monaci periti dell’arte passavano la loro vita solitaria a copiare di quei codici delle sacre Scritture e dei Padri ecclesiastici, che eglino, con amore incredibile e con diligenza di pennello e di penna, solevano disegnare anzi che scrivere, parte a caratteri unciali romaneschi in lettere majuscole o minuscole, parte in più difficili caratteri longobardi; tratto tratto fregiavano i codici di miniature, e, di consueto, il primo dei disegni rappresentava lo scrivano, o l’abate che gliene dava incarico, o tutti e due, col codice in mano, in atto di offrirlo ad un qualche Santo[187]. La difficoltà dei caratteri non consentiva correntezza di mano al copista, e lo costringeva a dipingere[188]; oltracciò egli ornava il suo codice di lettere iniziali disegnate con grande arte in oro e a colori. Di queste opere sottili e belle, condotte con grande varietà di colori e con dovizie di arabeschi, fa testimonianza ancora oggidì il celebre Codice carolino della Bibbia, lavoro del secolo nono, che il convento di san Paolo custodisce come massimo tesoro suo[189].
Siffatti codici rivelano in pari tempo l’indole di quell’età in cui l’arte lottava contro a una barbarie profonda, le cui tracce sono segnate nelle sue fatture goffe e ancor sempre stecchite di durezza. La tempra del secolo nono e dei secoli successivi, come quella dei popoli Dorici, degli Egiziani e degli Etruschi antichi, ha qualche cosa di figurativo, di enimmatico e in generale di simbolico; lo dimostrano manifestamente il disegno e i caratteri della scrittura, l’uso dei monogrammi apposti nei documenti e nelle monete, e la consuetudine degli arabeschi. La moneta massimamente rivela in un modo sempre più fisso e preciso l’imagine della vita publica della sua età, e i denari pontificî di questo tempo sono impressi di caratteri bruttissimi nella scrittura e nel disegno[190].
§ 5.
Roma è immersa nella ignoranza. — I Romani sono superati dagli Arabi, dai Greci, dai Franchi e dai Tedeschi. — Soltanto il Papato ha suoi Cronisti. — Il _Liber Pontificalis_ di Anastasio. — Sua origine e suoi caratteri. — Traduzioni di Anastasio dal greco. — Biografia di Gregorio magno scritta da Giovanni Diacono.
Se l’Anonimo di Salerno fosse venuto a Roma nel tempo di Nicolò I, egli non avrebbe saputo numerarvi una schiera di trentadue filosofi, com’egli afferma di averne contato in sull’anno 870 nella florida Benevento[191]. Se Erchemperto, che fu continuatore della Storia dei Longobardi di Paolo Diacono, fosse uscito del suo dotto monastero di Monte Cassino (dove splendeva allora per grande valore l’illustre abate Bertario), e fosse venuto a Roma, lo avrebbe indotto a spavento l’ignoranza dei frati e dei cardinali: se Fozio, il patriarca di Bisanzio ch’era stato scomunicato da Nicolò I, avesse mosso suoi passi a Roma, il lume della sua scienza avrebbe sfolgorato come un portento in questa città, dove non era più alcun Romano, il quale sapesse distinguer per nome le statue dei savî e dei poeti dell’antichità, che annerite e mutilate duravano ancora in piedi nel cadente foro di Trajano.
Di contro alla cultura scientifica di Costantinopoli, Roma aveva cagione di coprirsi di vergogna profonda; perfino quei Saraceni d’Africa, che avevano messo a ruba i tesori del san Pietro e del san Paolo, potevano tenersi in conto di semidei se si paragonavano ai Romani ignoranti, e se guardavano alle università ed ai filosofi, ai teologi ed ai grammatici, agli astronomi ed ai matematici che fiorivano a Kairewan, a Siviglia, ad Alessandria, a Bassora e a Bagdad, Atene maomettana dell’Oriente. Lo splendore prodigioso della cultura dello spirito appo gli Arabi, influiva a infondere vita a Bisanzio. Questa città, sempre animata di uomini cavillatori e di sofisti, di pedanti e di fanatici, aveva un grande mecenate in quello stesso Cesare Bardane, che aveva discacciato il patriarca Ignazio; e nei suoi Principi, quali furono Leone il filosofo e, più tardi, Costantino Porfirogeneto figliuolo di lui, trovava discepoli zelanti di una sapienza pedantesca: in Fozio possedeva un novello Plinio o un Aristotele di età barbarica, il quale nella sua celebre «biblioteca» custodiva compendî e lavori critici che comprendevano lo stillato di dugentottanta Autori; e non era che una piccola parte della sua scienza.
I Bizantini avevano la coscienza della purezza, pur sempre relativa, della lingua greca, e questa fu che conservò la loro vita scientifica per un corso di secoli, ancora dopo che l’idioma latino si fu estinto: pertanto eglino guardavano con disprezzo alla barbarie di Roma. Michele imperatore, in una sua lettera indiritta a papa Nicolò I, gettava a larga mano lo scherno sui Romani, a cagione del loro latino che egli chiamava linguaggio «da Barbari e da Sciti»; e il modo che esso era parlato in bocca del popolo, o scritto dai notai e perfino dai Cronisti, dava del resto buon giuoco ai motteggi dei Bizantini eruditi. Il Pontefice rispondeva in un latino bello assai; fossene egli l’autore oppure la sua segreteria sempre esperta di stile, fatto sta che vi si metteva tutta l’arte a comporlo, e per fermo era la migliore apologia che oppor si potesse. E il Papa aveva agio di rispondere acconciamente all’Imperatore, essere ridicola cosa ch’egli pretendesse per sè il titolo di Imperatore dei Romani se non ne sapeva parlare la lingua, e se perciò barbarica l’appellava: tuttavolta gli argomenti che il Papa adoperava a difendere l’idioma di Cesare, di Cicerone e di Virgilio, sono rettoricumi frateschi, o attinti per ragione gerarchica all’autorità della religione cristiana e della croce, il cui titolo _J. N. R. J._, diceva, era scritto in latino[192].
Financo quei popoli di Germania e di Gallia, cui i Romani davano nome di barbari, continuavano a coprir Roma di vergogna, perocchè essi progredissero nella cultura del linguaggio e della scienza dei Latini: agli occhi dei cardinali della Città, un Incmaro di Reims passava per un vero miracolo. Muta s’era fatta in Roma la voce della poesia, fosse di tema religioso o di subbietto profano; ma nel tempo stesso in cui a mala pena avveniva che i Romani possedessero tanto ingegno da comporre qualche epigramma per i musaici delle loro chiese, per le porte della loro Città o per i sepolcri dei loro morti con un’accozzaglia di ritmi e di vocaboli barbarici, Cronisti franchi, quale era Ermoldo Nigello, dettavano le loro Storie in versi latini; e preti tedeschi, i cui padri erano vissuti tuttavia nel paganesimo, scrivevano nella gagliarda lingua primitiva del loro popolo, e poetavano quelle armonie evangeliche, di cui oggidì ancora ammiriamo la tempra originale. Nessun’opera teologica si compilava più in Roma. La storia della Città, la trasformazione memoranda che avea subita da Pipino e da Carlo in poi, non trovava pur un annalista, e intanto che Alemagna e Francia e la stessa Italia meridionale (dove nel venerando Monte Cassino si dava opera a scrivere la storia) ivano producendo un gran numero di Croniche, la ignavia oppure la ignoranza dei monaci romani seppelliva la Città in una tenebra profonda.
Peraltro, giusto in questo tempo, il Papato raccoglieva la sua Cronica antichissima, e in parte vi comprendeva tutto quello che ha maggiore importanza per la città di Roma di quell’età. Dopo che s’era costituito lo Stato ecclesiastico, dopo che aveva avuto incremento la potenza non solo dei Pontefici, ma anche dei Vescovi, i cui vescovadi erano altrettante ricche immunità, facevasi sentir più potente la necessità di tramandare ai posteri la storia delle Chiese, composta in una serie ordinata dei loro Vescovi e in forma di loro biografie. Il bisogno non era specialmente proprio di un solo paese, avvegnachè questo istesso tempo producesse parecchie collezioni di tal foggia, che avevano tutte a fondamento i cataloghi delle vite dei Vescovi, le loro lettere, i loro Regesti ed altri documenti. Fuor di Roma Agnello raccoglieva e scriveva la sua Storia dei Vescovi di Ravenna, opera barbarica ma preziosa, che sta a fianco del _Liber Pontificalis_; e Giovanni, diacono napoletano, compilava le Biografie dei Vescovi della sua bella terra natìa. Così appartiene pure a quest’epoca la collezione celebre delle Vite dei Papi, che è nota sotto il nome di Anastasio.
Anastasio ebbe il titolo di «bibliotecario», che lo distinguette dal ribelle Cardinale dell’istesso suo nome; visse a’ tempi di Nicolò I, e tuttavia a quelli di Giovanni VIII. Se non abbia dettato di sua mano altre biografie fuor di quelle dei suoi contemporanei, forse da dopo di Leone IV, e, sopra tutte, quella di Nicolò I, che è per vero dire assai poco copiosa, è pur probabile ch’ei raccogliesse il restante; per lo meno la tradizione ebbe raccomandato al nome di lui questo lavoro. Le Biografie, che hanno cominciamento da san Pietro fondatore del vescovato di Roma, furono, dal terzo secolo in poi, continuate in forma di registri riuniti in ordine di calendario e di cataloghi sugli anni di reggimento e sulle geste dei Papi: dopo di Gregorio magno, a compilarle, si trasse giovamento anche dalle epistole e dagli atti dei Pontefici. In tal guisa, da questa materia sempre più perfetta e abbondante ebbero origine le Biografie dei Papi continuate in forma officiale, e, durante il periodo dei Carolingi, contengono dovizia massima di notizie. La loro tessitura non ha la forma degli annalisti, e questo ne rende difficile l’uso; sono un ammasso mal composto di notizie assai esatte delle edificazioni e dei doni votivi di Roma, e di veri avvenimenti storici. Brutto ne è lo stile al paro della trattazione, e la lingua è ben diversa da quella della segreteria romana, di cui l’andatura spigliata, franca e robusta ci induce a meraviglia anche adesso, quando leggiamo i Regesti di Nicolò I e di Giovanni VIII, che per buona ventura giunsero fino al tempo nostro. Ma il valore di quelle Biografie è inapprezzabile, avvegnaddio sieno ricavate dalle origini più sicure e genuine; e, senza di esse, la cognizione della vita del Papato e altresì della città di Roma, sarebbe per lunghi secoli involta in completa oscurità. Ora il _Liber Pontificalis_ nella nota sua forma s’interrompe colla vita di Nicolò I, così che, abbastanza presto nella nostra Storia, avremo a deplorare l’inaridirsi di questa fonte. Vi fanno seguito soltanto le aggiunte Biografie di Adriano II e di Stefano V, che sono attribuite a Guglielmo bibliotecario[193].
L’ingegno di Anastasio era vasto a sufficienza perchè eclissasse col suo splendore i Romani suoi contemporanei. Siccome s’intendeva di greco (e questo bastava per dargli fama d’erudito), ei traduceva la Cronografia di Niceforo, Giorgio Sincello, Teofane ed altre opere di letteratura ecclesiastica greca. Ebbe un solo emulo nel suo concittadino Giovanni diacono, perocchè questi non fosse meno di lui saputo nel greco, e fosse inoltre ornato di maggiore ingegno letterario. Scrisse questi la Biografia di Gregorio magno, giovandosi degli atti dell’archivio Lateranense, e vale che si noti come una tale monografia fosse compilata precisamente nell’età dei Carolingi, e dopo che il suo Autore era sopravvivuto al pontificato di Nicolò I, il quale per operosità e per grandezza richiamava alla mente la ricordanza di Gregorio. Quella scrittura è un lavoro di concetto originale, e mirabilmente differisce dall’arida forma di tutte le altre Biografie dei Papi. L’Autore dà nel rettoricume e corre con fervida imaginativa; tenta miseramente di essere elegante e copioso; però rivela qualche cognizione di letteratura antica[194].
CAPITOLO QUINTO.
§ 1. Principia la supremazia di Roma. — Lo Stato della Chiesa. — Decretali pseudo-Isidoriane. — Nicolò I muore nell’anno 867. — Adriano II è fatto papa. — Lamberto di Spoleto entra con violenza in Roma. — Nemici di Adriano dentro di Roma. — Delitti di Eleuterio e di Anastasio, e loro punizione.
La fiacchezza personale dei succeditori di Carlo, le loro passioni, le lotte con cui si disputavano la monarchia che la feudalità ruinava senza speranza di salvezza, avevano, intorno a questo tempo, fatto crescere di assai l’autorità del Pontefice. La sua dignità santa spiegò con Nicolò I così alti sensi di grandezza e di ardire, che pochi Papi soltanto ne ebbero pari. Natali illustri, bellezza di corpo, cultura eletta, per quanto concedeva il suo tempo, rendevano compiuta la persona di lui, e, da dopo di Gregorio magno, nessun Papa era stato, come egli fu, favorito dalla fortuna che si rende soggetta la forza. A lui riuscì di umiliare la Podestà regia e l’Episcopato; e l’Impero affralito discese ad una sembianza di forma priva ognor più di valore, allorquando la sua corona toccò a Lodovico, che fu privo di discendenza e che seppellì, per così dire, l’Impero in quelle guerre energiche sì, ma minute e senza fine, ch’ei combattè nell’Italia meridionale. Nel Pontificato invece alitava il pensiero della monarchia ecclesiastica universale, quello che più tardi ebbe vita con Gregorio VII e compimento da Innocenzo III. Il concetto che Roma era centro morale del mondo, continuava a dominare con tradizione indestruttibile: e, quanto più adesso l’Impero andava perdendo di unità e di potenza, quanto meno esso era capace di formare dentro di sè il centro politico delle comunità dei popoli cristiani, tanto più facilmente il Pontificato andavasi confermando nella pretensione di essere anima e principio informatore della Republica cristiana, ed i Principi temporali si abbassavano a farsene organi mutevoli e caduchi.
Necessità di avvenimenti e un grande impulso storico avevano indotto il Papato a rinnovellare la podestà imperiale romana, ma, appena che questa era fondata, incominciava la lotta secreta dell’ordinamento ecclesiastico contro al sistema politico. Se l’Imperatore romano avesse potuto governare da monarca cristiano, come fatto avevano Costantino e Teodosio, se fosse stata spenta ogni autonomia delle province, allora il Papa avrebbe potuto dividere coll’Imperatore la signoria, a lui lasciando il laborioso reggimento temporale, e per sè tenendo il dominio spirituale. Ma la forza delle tendenze proprie alla natura umana creava nel mezzo della monarchia di Carlo una moltitudine di potenze separate fra sè, che tutte elevavano ostilmente il loro capo contro al Papato e all’Impero; l’indole di nazione, le Chiese, i Duchi, i Vescovi nazionali, i Re, i diritti, le franchigie, i privilegî e le immunità di ogni maniera, erano principî di naturale disgregazione e di ragioni individuali che indicevano guerra ai sistemi: laonde resero debole l’Impero, perocchè l’unità sua fosse soltanto di fattura meccanica, e il suo fondamento restasse pur sempre di natura materiale e peritura. Per lo contrario, il principio morale e indivisibile del Papato, ad onta di passeggiere sconfitte, aveva tanta potenza da signoreggiare quei principî; non interrotto di tempo, nè ferito all’interno da rivoluzioni politiche, esso vinse sempre e rivinse i suoi avversarî, la Monarchia regia, l’Episcopato, l’Impero. Ed infatti la fede della gente umana, sola potenza cui nelle cose della terra nulla resiste, venerava nel Papato un’origine non terrena ma sovrumana, e lo paragonava all’asse del mondo religioso, cui nessun crollo valeva ad infrangere.
La coscienza della monarchia di Roma s’incarnò nella persona di Nicolò. Sebbene si possa affermare che il possedimento dello Stato della Chiesa e della Città (di cui l’Impero aveva dato conferma), non avesse importanza essenziale in riguardo al primato religioso, ei si deve però confessare che esso giovò gagliardamente agli intendimenti del Pontificato, gli concesse independenza preziosa, e gli compose una sede di valore inestimabile. Il possedimento di un grande reame in qualsivoglia altra parte del mondo, non avrebbe mai dato al Papato quel fondamento che esso ottenne grazie al suo piccolo territorio, che aveva Roma per città capitale. All’età di Nicolò I i patrimonî di san Pietro erano proprietà tuttavia intatta della Chiesa, e il tesoro di essa riboccava di dovizie immense. I predecessori del Pontefice avevano fondato città e armato eserciti e navigli, avevano conchiuso una lega italica, difeso e salvato Roma, ed egli, da re, dominava poderoso sopra le bellissime terre che si stendono da Ravenna fin giù a Terracina. Vien detto che Nicolò, primo dei Papi, si coronasse della tiara; però soltanto più tardi la superbia sconfinata de’ suoi successori la cinse di un triplice serto[195]. Per l’animo di un tal uomo, veramente temprato alla monarchia, la corona non aveva cosa alcuna di strano, ma nella corona egli mirava significarsi assai più che il simbolo dello Stato temporale, che la Chiesa possedeva e presto doveva perdere. La falsa donazione di Costantino aveva prestato buon servigio alle pretese dei Papi, e la estensione che quella goffa astuzia aveva dato a tali pretese, mostrava in pari tempo massimamente fin dove giungevano le idee del Papato. Però, maggiore importanza ebbero le Decretali pseudo-Isidoriane, che accolsero nel loro testo la donazione. Questa meravigliosa raccolta di molte lettere e di decreti favoleggiati, che s’attribuivano a Papi antichi, interpolati in una collezione di atti di Concilî, fu supposta opera del celebre Isidoro di Siviglia, ed ebbe origine sulla metà del secolo nono: Nicolò fu il primo Papa che se ne servì a codice dei diritti pontificî[196]. Essa forniva propriamente la Chiesa di privilegî siffatti che la affrancavano onninamente dallo Stato; poneva la Podestà regia profondamente al di sotto di quella pontificia, al di sotto perfino dell’autorità vescovile, ma nel tempo stesso sollevava il Papa al di sopra dell’Episcopato, dacchè prefiggeva che non potessero obligarlo le decisioni dei Sinodi provinciali: gli dava facoltà di giudice supremo dei Metropoliti e dei Vescovi, il cui officio e la cui autorità, sottratta alla influenza regia, doveva essere subordinata ai comandamenti papali: in una parola, attribuiva a Roma la dittatura del mondo ecclesiastico e religioso. Nicolò I afferrò con lieta avidità quelle false Decretali; avvisò che gli prestavano le armi più formidabili a combattere i Re e i Sinodi provinciali; e sopra ambedue queste potenze egli trionfò, nel tempo stesso che l’Imperatore, il quale pur comprendeva il pericolo onde era minacciato il principio politico, non potè essere altro che spettatore della vittoria pontificia.
Allorchè il grande papa Nicolò I scese nella tomba, addì 13 di Novembre dell’anno 867, la sua morte fece sensazione profonda. Il mondo gli diè testimonianza di averlo temuto ed ammirato[197], ma coloro che erano stati colpiti o minacciati dei suoi fulmini, alzarono il capo con gioia, sperandone libertà e annullamento dei decreti papali.
I Romani furono concordi ad eleggere Adriano, uomo vecchio d’anni e cardinale di san Marco, figlio di Talaro, della famiglia di Stefano IV e di Sergio II. I legati dell’Imperatore presenti in Roma ebbero a male che non gli avessero invitati ad assistere alla elezione, ma furono acchetati colla protesta che i Romani non avevano leso i diritti della corona, e che la Costituzione ordinava bensì la confermazione imperiale dell’eletto, ma non prescriveva che la sua elezione si compiesse innanzi agli occhi dei legati[198]. Ne furono soddisfatti; l’Imperatore confermò la elezione, e Adriano II fu consecrato papa nel giorno 14 di Dicembre.
Egli fe’ onore all’inizio del suo pontificato concedendo un’amnistia. Permise che alla sua prima messa assistessero alcuni dei preti che erano stati scomunicati dal suo antecessore; fra gli altri era il famoso cardinale Anastasio, ed altresì Teutgaudo di Treviri: a questo ei perdonò, perocchè avesse mostrato pentimento del suo peccato e gli statuì a dimora una cella nel convento di sant’Andrea nel _Clivus Scauri_[199]. Alcuni prelati accusati di alto tradimento languivano in esilio; l’Imperatore aveva pronunciato il bando anche contro i Vescovi di Nepi e di Velletri, ed è argomento per cui si nota come egli esercitasse in tutta la sua pienezza l’autorità imperatoria; Adriano ora otteneva che si restituissero alle loro sedi. Altri Romani laici erano stati cacciati nelle galere come rei di maestà; anche di loro il Papa conseguiva liberazione. Ei sembra che durante la vacanza della sede, parecchie persone fossero state vittime di accuse, false o vere che fossero, portate agli orecchi dei _Missi_ imperiali; chè fin d’allora ogni interregno produceva anarchia di cose, e dava adito alla tirannia dei potenti[200]. Ne dava prova un avvenimento assai meraviglioso. Poco tempo prima che Adriano fosse consecrato, Lamberto, duca di Spoleto, era irrotto con violenza nella Città. D’intesa coi malcontenti di Roma, dove abitavano parecchi uomini potenti Longobardi e Franchi, che avevano perfino titolo di Duchi, nè forse sapendo che la elezione era stata confermata, Lamberto osò di far cosa che sorpassava di gran lunga la sua autorità. Questa infatti, fondata nella Costituzione imperiale, consentiva al Duca di Spoleto il diritto che alla morte del Papa vigilasse alla nuova elezione; e pare massimamente che il Duca a quest’epoca facesse quasi da vicerè nelle cose romane[201]. Entrato in Roma, ch’era indifesa, Lamberto si comportò da conquistatore; confiscò beni della nobiltà e li vendette o regalò ad uomini Franchi; die’ il sacco a chiese ed a conventi, e permise che i suoi armigeri rapissero donzelle romane della Città e dei dintorni: indi se ne andò. Il Papa scrisse all’Imperatore dolendosi, e scomunicò tutti quei Franchi e que’ Longobardi che avevano chiamato Lamberto, o che gli avevano dato mano a saccheggiare la Città. La invasione dimostrò che sull’Impero de’ Carolingi pendeva omai la dissoluzione, e schiuse l’età delle tristi desolazioni d’Italia, delle lotte dei Duchi disputantisi Roma, e della guerra di fazioni divampanti nella Città stessa, di cui presto dovremo dire[202].
Lodovico trovavasi allora nell’Italia meridionale. Egli aveva bandito una leva universale dei vassalli italiani, perocchè intendesse assalire in Bari i Saraceni; ed era in procinto di cominciare la sua campagna dalla Lucania[203]. Di colà udì i lagni dei Romani, ma gli mancò il tempo di punire Lamberto, togliendogli il ducato; forse non volle; lo fece soltanto nell’anno 871, e per altre ragioni.
Nei primi momenti del suo pontificato, Adriano II ebbe a sostenere prove gravissime; quei suoi nemici che erano stati aderenti del morto Pontefice, gli invidiavano la tiara; spargevano il grido che egli, fatto pauroso per temenze umane, volesse annullare quegli atti del suo predecessore, che avevano sollevato a tanta altezza la podestà pontificia. Ei fece presto a reprimere quelle voci; acchetò coloro che erano fautori della autorità romana, accertandoli che non diserterebbe la via di Nicolò I; se li guadagnò ordinando publiche preci per il defunto e dando solenne confermazione ai suoi decreti; e comandò che si compiesse la basilica onde Nicolò aveva incominciato l’edificazione. Mentre ei così pacificava gli amici del suo predecessore, ne inacerbiva gli avversarî, che ora gli davano, con doppio senso, soprannome di «Nicolaita»[204].
In mezzo a questo partito, che aveva suo sostegno nei Franchi, primeggiavano il cardinale Anastasio e il fratel suo Eleuterio, uomini della più eletta nobiltà, figli del ricco vescovo Arsenio, il quale si crucciava non poco che il figliuol suo fosse stato scomunicato da Leone IV, e per causa di Nicolò I avesse perduto la tiara. Prima che fosse entrato negli ordini sacri, Adriano aveva avuto una figlia di legittimo matrimonio; divenuto papa, aveva promesso la donzella in moglie ad un patrizio romano. Eleuterio, ve lo inducesse l’amore oppure l’odio, rapiva la fidanzata e se la sposava. Il Papa oltraggiato, non potendo punire l’uomo potente che si era chiuso nel suo forte palagio, mandava lettere pressanti all’Imperatore, chiedendo che mandasse suoi legati a far giustizia del reo. In pari tempo, il padre del rapitore correva a Benevento, ove intendeva guadagnarsi con suoi tesori il favore dell’avara Imperatrice, ma ivi la morte rattamente lo colpiva. Venivano frattanto in Roma i _Missi_ imperiali, ed Eleuterio era preso da sì furibonda ira che pugnalava la figlia del Papa e Stefania madre di lei, la quale, costretta o volonterosa, era andata insieme colla figliuola. Gli Imperiali s’impadronirono dell’assassino e gli mozzarono il capo.
Sotto l’impressione di questi fatti terribili, lo sventurato Adriano congregò un Sinodo. Pronunciò nuovamente la scomunicazione contro Anastasio, cui non a torto si attribuiva una parte nel delitto del fratel suo, e lo minacciò di anatema se si fosse allontanato più di quaranta miglia dalla Città, o se si avesse ingerito in qualche funzione di chiesa. Il Cardinale ricevette il decreto, addì 12 di Ottobre 868, nella basilica di santa Prassede, e giurò di sottomettersi alla sentenza[205]. Erano avvenimenti i quali dimostravano fino a che segno di arroganza omai si spingesse la nobiltà romana: frenata allora tuttavia dall’autorità imperiale, essa doveva strapparsi la signoria sulla Sede apostolica, non appena che quella si fosse spenta in Roma.
§ 2.
Rinnovansi le controversie a cagione di Gualdrada. — Spergiuro di Lotario. — Umiliazioni ch’ei soffre in Roma. — Sua presta morte. — Lodovico imperatore, nell’Italia meridionale. — Concetto dell’_Imperium_ in quell’età. — Lettera di Lodovico all’Imperatore di Bisanzio. — Smacco che l’Impero riceve a Benevento. — Lodovico viene a Roma. — È coronato una seconda volta. — I Romani proclamano che Adalgiso di Benevento è tiranno e nemico della Republica.
Adriano continuò, con pari fermezza d’animo, l’opera che Nicolò aveva incominciato. La storia della Chiesa loda la energia con cui egli combattè le contrarietà dei Vescovi, ma noi non possiamo, neppure di volo, soffermarci a dire del celebre ottavo Concilio ecumenico, che nell’anno 869 fu tenuto a Bisanzio sotto la presidenza dei legati pontificî, e dove ebbero confermazione i decreti di Nicolò I riguardanti la deposizione di Fozio[206].
Frattanto, causa la debolezza morale dei Principi, seguiva a crescere la potenza dei Papi. Le loro armi, folgori di scomunica battute sulla incudine della superstizione, si facevano poderose ogni dì più. La malaugurata passione che Lotario nutriva per una cortigiana aveva aperta una breccia profonda nell’autorità regia; Nicolò era passato arditamente dalle ruine di quella, e Adriano ve lo seguiva con eguale pertinacia. Tosto dopo che Tiutberga era stata restituita alla sua casa conjugale e a’ suoi diritti di sposa, la infelice Principessa, maltrattata dal marito e angosciata per gravi sofferenze dell’animo, era fuggita a Carlo il Calvo, e aveva protestato a papa Nicolò di voler rompere i suoi legami con un Principe tiranno, di voler cercar pace nel silenzio di un chiostro: ma invano; quella tragica vittima di un dogma, era condannata ad una tortura senza fine. Il Papa aveva niegato di concederle che si separasse dall’adultero consorte, se Lotario anche da parte sua non si fosse assoggettato a legge di celibato; scomunicava Gualdrada, e mandava una lettera di fuoco a Lotario, minacciandolo di eguale condanna[207]. Il Re, forte soltanto nella sua debolezza per una femmina, chinò il capo a queste umiliazioni, e supplicò il Pontefice che lo ammettesse alla sua presenza in Roma, dove sarebbe venuto per giustificarsi: il Papa glielo divietò[208]. Come Nicolò fu morto, Lotario si rivolse al suo succeditore, sperando di piegarlo ai suoi desiderî, e sembra che Adriano gli concedesse di venire a Roma. Il Re pregò l’Imperatore di intercedere presso il Papa, affinchè volesse separarlo da Tiutberga e gli permettesse di sposare Gualdrada; e gli annunciò che sarebbe andato a visitarlo. Nel Giugno dell’anno 869 Lotario giungeva infatti a Ravenna, ma i messaggieri dell’Imperatore, che era affaccendato nell’assedio di Bari, gli significavano che non procedesse più avanti, poichè il loro signore non voleva avere di quei rompicapo. Però l’uomo ammaliato d’amore, pensava soltanto alla felicità che lo aspettava fra le braccia di Gualdrada e per la quale egli avrebbe prodigato tutti i tesori del suo regno; nulla lo trattenne, corse al fratello, profuse supplicazioni e donativi, finchè guadagnò alla sua causa l’imperatrice Engelberga. L’Imperatore chiese allora ad Adriano che venisse a Monte Cassino, ed Engelberga ivi accompagnò il cognato. Lotario tentò di vincere il Papa con gran doni, ma non seppe cavarne altro costrutto fuor della comunione che Adriano gli porse nel dì primo del Luglio 869, dopo che il Re con faccia tosta ebbe solennemente giurato di non essersi più accostato a Gualdrada dopo la scomunica di lei[209]. Engelberga, da Monte Cassino tornò al marito; tornò il Papa a Roma, e Lotario senza vergognarsi gli tenne dietro alle calcagna. Obbrobrioso fu il modo onde entrò nella Città; nessun prete mosse ad incontrarlo; colla sua accompagnatura guizzò a capo basso nel san Pietro, e, senza che alcuno lo salutasse, pose dimora nel palazzo vicino, le cui camere non avevano pur avuto un po’ di pulitura dalla granata[210]. Il Papa gli negò che assistesse alla messa, ma lo invitò a mensa in Laterano, e per beffa ricambiò i ricchi donativi regî col presente di un vestimento di quella foggia che era appellata «_Laena_», di una palma e di una «_ferula_»[211]. Il debole Principe con quelle contentezze partì di Roma per proseguire il suo viaggio a Lucca; qui giunto, egli e le genti del suo seguito ammalarono delle febbri estive; procedette fino a Piacenza, e vi morì nel giorno 10 di Agosto. La sua morte fu tenuta in conto di punizione, che il cielo aveva inflitto allo spergiuro ed alla lussuria.
Mentre adesso Carlo il Calvo e Lodovico il Tedesco si gettavano sul patrimonio del morto, il Papa aveva opportunità di levarsi contro a loro come se fossero stati predoni, perocchè l’Imperatore, cui ne veniva il danno, lo avesse pregato di frapporsi paciere. Infatti, la guerra contro ai Saraceni teneva sempre Lodovico occupato nell’Italia meridionale, e finalmente ei conquistava Bari, dove faceva prigioniero lo stesso Sultano nell’anno 871. La gelosia dei Greci, che in quell’impresa importante gli avevano prestato fiacco soccorso, si accese perciò di maggior livore; e Basilio scriveva a Lodovico una lettera sprezzante, in cui gli negava il titolo di «Basileus», e con ironia gli dava nome di «Riga.» Notevole è la risposta che gli diede Lodovico; noi vi ci riportiamo per far conoscere in che concetto si tenesse l’_Imperium_ romano a questa età, e per mostrare che, di confessione propria dello Imperatore, la santità della dignità imperiale omai si derivava dal crisma, con cui era consecrata per mano del Pontefice.
«I nostri zii», diceva, «gloriosi Re, ci appellano _Imperator_, e non ne sentono gelosia, quantunque d’anni sieno più vecchi di noi, avvegnaddio essi volgano mente al crisma e alla consecrazione onde noi per volontà divina siamo saliti all’_Imperium_ romano, mercè l’imposizione delle mani e l’orazione del Pontefice. Uno è l’_Imperium_ del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, di cui è parte la Chiesa costituita sulla terra; nè di questa il reggimento Iddio concesse a te od a me esclusivo, ma ad ambidue, che dobbiamo comporre una sola unità»[212]. E parlando del modo con cui i Re dei Franchi hanno ottenuto l’_Imperium_, soggiunge: «Noi l’abbiamo ricevuto dall’avo nostro, non, come tu pensi, per usurpazione, ma per volontà di Dio, per sentenza della Chiesa e del sommo Pontefice, per la imposizione delle mani e per lo crisma. Tu però dici che noi dobbiamo appellarci _Imperator_ dei Franchi e non dei Romani, ma tu dei sapere che se non fossimo Imperatore dei Romani, nemmanco potremmo esserlo de’ Franchi. Per verità, dai Romani conseguimmo questo nome e questa dignità, avvegnacchè appo di loro primamente splendesse questo culmine di autorità suprema; e con essa avemmo il reggimento divino del popolo e della Città, e la missione di difendere e di esaltare la madre di tutte le Chiese di Dio, da cui la stirpe degli avi nostri prima conseguì l’autorità regia, indi quella imperiale[213]. Infatti, i Principi dei Franchi s’appellavano dapprima Re, indi Imperatori, ossiano quelli che tali furono unti dal Papa col santo olio. Così il bisavolo nostro Carlo magno, per la unzione datagli dal Papa, per l’amore che lo ispirava, primo del nostro popolo e della nostra stirpe fu nomato Imperatore e diventò l’Unto del Signore; a maggior ragione lo fu egli, quando spesse volte altri giunse allo _Imperium_ senza opera divina espressa nella consecrazione pontificia, la dignità imperiale ottenendo soltanto per elezione del Senato e del popolo. Anche senza di questa elezione, taluno fu elevato al trono imperiale, soltanto per acclamazione dei soldati; altri in differente guisa s’impadronì dello scettro imperatorio di Roma. Che se tu mal dicessi dell’opera del Pontefice romano, potresti allora censurare anche Samuello, perocchè egli, rigettando Saulle che aveva prima consecrato, non ebbe riserbo di unger re Davide.»
Dopo di avere istituito questi maestrevoli paralleli fra il repulso Saulle, ossia l’Imperatore greco, e Davide, ossia il Re de’ Franchi (si ricordi che Carlo magno godeva di esser chiamato David), egli conchiude dicendo al Bizantino: «Noi giungemmo dunque al romano Impero grazie alla nostra ortodossia; i Greci, per lo contrario, lo hanno perduto per colpa della loro cacodossia; nè soltanto hanno abbandonato la Città e la sede dell’Impero, ma anche il popolo romano, e financo ripudiarono la lingua romana, e si gettarono al forestierume»[214].
Questa lettera, scritta con arguto ingegno da un prete, è il documento più importante che si posseda riguardo al concetto dell’_Imperium_ romano dopo di Carlo magno. Riferendosi al tempo passato, dalla catena delle ipotesi storiche la lettera ricava una conseguenza ben chiara. La duplice usurpazione commessa a danno della legittimità, Davide che soppianta Saulle, si copriva adesso col manto della grazia di Dio e dell’opera sua, significata nell’autorità del sommo sacerdote della religione. Il crisma che l’Imperatore riceveva, derivava da quella stessa fonte onde era stato consecrato il maggiordomo dei Franchi quando aveva rapito la corona ai Merovingi; e poichè i diritti della legittimità non potevano tollerare l’esistenza di tutte le altre fonti giuridiche ricavate dalla ragione politica o dalla forza degli avvenimenti, si cancellava quei diritti invocando come titolo la volontà divina. Per vero, Lodovico rammenta tuttavia con frase generica i Romani quali sorgente dell’_Imperium_, ma li ricaccia assai nell’ombra, e, mentre più non si dà pensiero dell’elezione avvenuta per opera del popolo o della dieta dell’Impero, ei si appella sempre di bel nuovo al giudizio della Chiesa ed al crisma del Papa. Questa idea in parte discendeva dall’arte politica degli Imperatori stessi, i quali preferivano di far derivare la loro dignità dalla consecrazione pontificia, cioè da Dio, anzi che dalla elezione di vassalli fattisi ognora più temerarî, i quali bramavano di rendersi soggetto l’Impero, e indebolivano il reame di Carlo, e lo frastagliavano in pezzi per farsi potenti sui ruderi di esso. Più tardi avvenne, che l’Impero si concepì sorto in via assoluta dalla consecrazione pontificia, e accadde che i Papi poterono protestare, la podestà imperiale essere largita soltanto da loro, nè più, nè meno che un feudo; essere emanazione della loro autorità suprema di sacerdozio.
Un’inaudita opera di violenza in questo istesso anno 871, manifestava al mondo, quanto l’Impero avesse omai perso della sua maestà. Il vincitore di Bari, il salvatore dell’Italia meridionale era andato coi tesori del raccolto bottino a Benevento, in quello che il suo esercito si sparpagliava per sottomettere alcune città ribellate. La sua donna Engelberga, i maggiorenti ed i guerrieri suoi irritavano i Beneventani con loro angherie di ruba e colla loro oltracotanza. Adelchi, principe della terra, cupido dell’oro predato ai Saraceni, formava l’ardito disegno d’impadronirsi dell’Imperatore, che spesso aveva offeso con sue inobbedienze, e di cui temeva le ire: il giogo imperiale sopportava egli di mal animo, e nell’odio aveva compagno tutto il mezzogiorno d’Italia, dove covava la ribellione. L’Imperatore fu sorpreso nel dì 25 di Agosto nel suo palazzo, e dopo uno spettacolo selvaggio di pugna e di difesa che durò tre giorni, Adelchi s’impadronì dell’ospite imperiale, della sua donna e di tutti i Franchi. Tolse loro tutti i tesori, li sostenne in carcere per quasi un mese, e costrinse Lodovico a promettergli con giuramento solenne di non entrare più con eserciti nel ducato di Benevento, e di non torre mai vendetta dell’offesa sofferta. Indi ripose in libertà i prigionieri, solo quando giunse ad atterrirlo la novella che i Saraceni erano sbarcati a Salerno. Così l’Impero era maltrattato e vilipeso dagli stessi vassalli suoi[215].
La notizia di questo vitupero sollevò un chiasso indicibile. I giullari tolsero soggetto di cantarne per le vie; se ne sparse il grido per tutte le terre, e si diffuse credenza che Lodovico fosse morto. Sitibondo di vendetta, ma colle mani legate dal fatto sacramento, lieto in pari tempo di essere scampato da male maggiore, l’Imperatore riunì le sue milizie sparse. Entrò in quello di Spoleto, dove depose Lamberto dalla sua dignità di duca; indi mosse a Ravenna. L’anno dopo, intorno alle Pentecoste dell’anno 872, venne a Roma. Qui, ed è cosa che fa meraviglia, cinse ancora una volta la corona, a causa forse di quelle terre che gli erano venute dall’eredità di Lotario[216]. Ospitato dal Papa in Laterano con tutti gli onori, gli fe’ preghiera che lo sciogliesse del giuramento che eragli stato strappato a Benevento: gli fu concesso in un’adunanza del clero e dei maggiorenti. Infiammati dai suoi discorsi, quelli che aderivano a lui od all’Impero, si trasportarono colla mente alle ricordanze dell’antichità. Il parlamento romano, che di certo non s’era raccolto fra le rovine del Campidoglio, ma nella basilica del Laterano ossia del san Pietro, proclamò essere Adelchi nemico della Republica, e una dichiarazione di bando fu promulgata contro il vassallo ribelle[217]. Però, nell’universale, l’infiacchimento dell’Impero era visto con secreta gioia. I Romani, gli Italiani, i Duchi, i Vescovi, i Conti, il Papa, i Saraceni, i Normanni contribuivano tutti quanti a demolire l’Impero, e allorquando, cooperandovi il rapido decadimento della casa di Carlo, ciò avvenne, tempi e avvenimenti terribili piombarono addosso di Roma e del Papato, il quale tutto a un tratto dal culmine della potenza cadde nella umiliazione più profonda.
§ 3.
Giovanni VIII è fatto papa nell’anno 872. — Muore Lodovico II imperatore. — I figli di Lodovico di Germania e Carlo il Calvo si contendono il possedimento d’Italia. — Carlo il Calvo diventa imperatore nell’anno 875. — Decadimento dell’autorità imperatoria in Roma. — Carlo il Calvo è eletto re d’Italia. — Fazione tedesca in Roma. — Violenze della nobiltà. — Formoso di Porto è scomunicato.
Però in quell’epoca Roma ebbe ancora la bella ventura che si succedessero, uno dopo dell’altro, dei Papi d’animo valoroso, sì come quelli che l’avevano liberata dal giogo bizantino. Mentre i reami dei Carolingi erano tenuti da reggitori sempre più fiacchi, alla cattedra di Pietro salivano invece uomini che per arte diplomatica, per fermezza di volontà e per energia di propositi, erano di loro immensamente maggiori.
Adriano II moriva, e Giovanni VIII, tempra ancor più gagliarda, figlio di Gundo, romano che forse discendeva di origine longobardica, era ordinato papa addì 14 di Dicembre dell’anno 872[218]. Anche Lodovico II imperatore, ultimo dei Carolingi in cui s’accogliessero forti spiriti e intendimenti degni dell’Impero, passò di vita di lì a pochi anni. Aveva combattuto a lungo nell’Italia meridionale, facendo sforzi gloriosi per salvare dai Saraceni il reame e per comporlo ad unità, ma era stato incapace di porre un argine all’interno decadimento, che di necessità doveva derivare dal sistema feudale e dalle immunità dei Vescovati: morì in vicinanza di Brescia, addì 12 dell’Agosto 875, ed ebbe sepoltura in santo Ambrogio a Milano[219]. Fu il primo Imperatore del medio evo che si intricasse nel fatale labirinto delle cose d’Italia, e, fatto quasi uomo italiano, nella procella di quei casi sommerse. La sua morte segna un nuovo periodo nella storia dell’Impero dei Carolingi, che con lui perdette forza e dignità: ed invero, l’Impero or diventava un burattino palleggiato dalla mano del Papa e dei maggiorenti italiani, nel tempo stesso che Italia cadeva in quelle vicende di contraddizioni, durate fino ai giorni nostri, che, a motivo della posizione geografica di questo paese, lo riducono ad essere il pomo della discordia tra Francia e Germania: e oggidì pure esso somiglia a quel navigante che, per fuggire di Scilla, intoppa in Cariddi[220].
Lodovico non aveva lasciato altri eredi che Ermengarda sua figliuola. I suoi zii, Carlo il Calvo di Francia e Lodovico di Germania vennero a controversia, chè ciascuno di loro pretendeva al possedimento d’Italia e della corona imperiale. Un’adunanza dell’Impero, congregata nel Settembre a Pavia per opera dell’Imperatrice vedova che prediligeva la parte tedesca, non riuscì ad alcun risultamento, e le sorti dovettero essere decise colle armi. I figli di Lodovico, Carlo il Grosso e Carlomanno, erano protetti dal possente margravio Berengario di Friuli, che, per parte di sua madre Gisela, era nipote consanguineo di Lodovico il Pio. Un dopo l’altro eglino scendevano dalle Alpi per combattere il loro zio, ma costui a forza d’oro e di bugie sapeva renderli inoperosi. Roma aveva già guarentito a questo meschino Principe la corona dell’Impero, chè, ancora al tempo in cui viveva Lodovico II, di cui Roma aveva temuto e sperimentato la possanza, la Chiesa gettava il suo sguardo a Francia, e Adriano prometteva segretamente a Carlo il Calvo, che, dopo la morte dell’Imperatore, egli non avrebbe accordato la corona a qualsiasi altro Principe che lui non fosse[221]. Darla ad un Re nazionale tedesco, era pensiero ancor di là da venire, o pareva pericoloso a causa dell’associazione troppo prossima d’Italia con Alemagna; nè Giovanni VIII stava in dubbio di decidersi per la parte francese, perocchè fosse la più potente e gli desse speranza di valido ajuto contro agli ottimati di Roma e contro ai terribili Saraceni[222]. Col mezzo dei vescovi Formoso di Porto, Gaderico di Velletri, e Giovanni d’Arezzo, invitava Carlo il Calvo a venire a Roma per ricevervi la corona, e Carlo scendeva in fretta e in furia. Addì 17 di Dicembre dell’anno 875 il Papa lo salutava con grandi solennità nel san Pietro, indi, nel giorno di Natale, lo coronava imperatore dei Romani[223].
Così larga moneta profuse Carlo per ottenersi il voto del Papa e dei Romani, che i suoi nemici lo paragonarono a Giugurta, il quale aveva comprato il Senato venale di Roma[224]. Poichè ora Carlo, a differenza dei suoi predecessori, non aveva già ricevuto la corona d’imperatore dalla volontà di un padre imperiale e dall’elezione di una dieta dell’Impero raccolta fuor di Roma, ei sembrava che il suo esaltamento al trono non avesse altro titolo fuor di quello che gli concedeva il favore del Pontefice e dei Romani. Gli toccava umiliarsi a brogliare, nè più nè meno di un candidato, per ottenere i voti della nobiltà; e il Papa con un linguaggio, di cui prima d’ora non s’aveva udito mai il simigliante, si faceva lecito di dire in publico che l’Imperatore romano era un creato suo[225]. Non abbiamo conoscenza perfetta del trattato che Carlo il Calvo conchiuse colla Chiesa, ma poichè egli aveva ricevuto la corona dalle mani di un donatore benevolo, grandi dovettero essere le concessioni ch’ei fece. Se le donazioni di un Principe senza potenza avessero avuto pari valore di quelle di un Imperatore poderoso, di quelle di Lodovico il Pio, ben avrebbero esse tenuto luogo eminente nella storia del Pontificato, come diplomi di gran rilevanza[226]. Con Carlo il Calvo, la maestà imperiale cadde profondamente e obbrobriosamente; quella pontificia si sollevò assai in alto. Le Costituzioni di Carlo magno e di Lotario diventarono lettera morta; i diritti imperatorî cessarono o non furono dappiù di un nome senza efficacia; probabilmente non fu mandato più nella Città un legato imperiale permanente; l’Impero presto diventò un fantoccio nelle mani dei Papi; presto se ne trastullarono i grandi feudatarî, e presto gli ambiziosi Conti italiani poterono pavoneggiarsi col serto di Carlo, del cui Impero eglino erano sorti in condizione di vassalli.
Il novello Imperatore non si fermò in Roma che fino al dì 5 di Gennaio dell’anno 876. Mosse indi rapidamente a Pavia, accompagnato o seguito dal Papa in persona, ed ivi, in un’adunanza dei Vescovi e dei maggiorenti del reame d’Italia, non soltanto ebbe confermazione della dignità imperiale, ma altresì, per la prima volta, conseguì formale elezione di re d’Italia, e ne fu coronato da Ansperto, arcivescovo di Milano: per lo contrario i Re antecessori suoi, da dopo di Carlo magno, vi erano stati eletti unicamente per volere dell’Imperatore e di una Dieta imperiale delle province non italiche. Per tal guisa, la elezione di Carlo il Calvo forma massimamente il polo di un nuovo indirizzo nella storia d’Italia; con essa si manifestò la potenza sommamente cresciuta del Papa, dei Vescovi, degli ottimati italiani, e s’ebbe decisa dimostrazione del sentimento nazionale cui s’inspirava l’Italia settentrionale[227]. Il nuovo Re eletto dagli Italiani, confidò il reggimento delle cose italiche a Bosone duca, la cui sorella Richilda egli aveva menato in donna; poi mosse a Francia per farsi riconoscere imperatore anche dalla dieta imperiale di quei paesi, che si congregò nel Luglio a Pontigon: ei vi si presentò in pompose vestimenta di foggia bizantina, e dalle mani dei legati del Papa ricevette uno scettro d’oro, come se fosse stato un feudatario.
Dopochè Giovanni VIII con sì fortunate combinazioni s’ebbe reso suddita la podestà imperiale, tornossene di Pavia a Roma, dove lo richiamava l’avanzarsi dei Saraceni e l’atteggiamento ostile della nobiltà. Alla vittoria riportata sull’Impero, succedevano condizioni anarchiche di cose che non avevano parità d’esempio, per guisa che assai tosto quel trionfo si tramutava in una deplorevole sconfitta del Papato, il quale non aveva più un braccio imperiale che lo proteggesse: rare volte la Storia insultò ai disegni dell’ambizione con un’ironia parimenti amara, come toccò in quell’epoca ai Pontefici di Roma. Nella Città v’aveva una parte potente, d’intendimenti germanici, che coltivava accordi colla Imperatrice vedova, con Berengario di Friuli, con Adalberto di Tuscia e col Margravio di Spoleto e di Camerino. Essa aveva combattuto l’elezione di Carlo il Calvo; in ispecie poi si sforzava di conseguire independenza in Roma, e tribolava con ogni maniera di angustie il Papa. L’indole di questi maggiorenti era educata alla rozzezza della loro età; ma siccome si trova in società con loro un uomo che tutti i contemporanei tenevano in concetto di santo, il vescovo Formoso, s’eleva qualche dubbio sulla veracità delle accuse che contro di loro furono scagliate.
Formoso di Porto, illustre per la missione che aveva sostenuto nella terra dei Bulgari, eccelleva per ingegno e per sapienza fra i preti di Roma, e s’aveva procacciato l’odio del Papa sospettoso e di molti Cardinali. Allorchè, poco tempo prima, era stato mandato a Carlo il Calvo per invitarlo alla coronazione, egli s’era sobbarcato a quella ambasceria di mala voglia, od altrimenti vi si era acconciato perchè necessità lo costringeva a navigar con prudenza e a dissimulare i suoi sentimenti che lo trascinavano alla parte germanica; avrebbesi potuto temere che egli aspirasse alla corona pontificia, dacchè, uomo eminente, possedeva il favore di una grande fazione. Aveva abbandonato, incerto è il perchè, il suo vescovato di Porto, laonde gli si moveva rimprovero di aver congiurato coi Romani contro l’Imperatore ed il Papa.
Quei maggiorenti erano congiunti fra loro per potente parentela nepotesca. Fra loro erano dei generali della milizia e dei ministri di palazzo, un Gregorio nomenclatore, Giorgio genero di lui, Stefano, Costantino e un Maestro de’ militi di nome Sergio[228]. Giorgio aveva assassinato la sua donna, ch’era nipote di Benedetto III, per maritarsi con Costantina figlia di Gregorio; l’influenza del suocero suo e la corruzione dei giudici facevano sì che ei n’uscisse netto e senza pena. Anche Sergio, nipote del grande papa Nicolò I, aveva ripudiato la moglie per imitare l’esempio di un Re adultero, e per vivere colla sua concubina Walwisindula, femmina franca. La nuova elezione imperiale e il ritorno del Papa costringevano questi uomini rei a partire di Roma, nel tempo stesso in cui i Saraceni davano il guasto alla Campagna, e scorseggiavano fino sotto alle porte della Città. Giorgio e Gregorio, prima di andarsene, rubavano il Laterano e altre chiese, indi, aperta di nottetempo la porta di san Pancrazio, fuggivano per cercarsi un nascondiglio nelle terre spoletine. Ciò dava motivo al Papa di accusarli che avessero voluto mettere i Maomettani dentro di Roma; ed egli congregava, addì 19 di Aprile dell’anno 875, un Sinodo nel Panteon. Letta l’accusa, Giovanni pronunciava la scomunicazione contro a que’ Romani ed al Vescovo di Porto, se non fossero comparsi entro il termine di un giorno che loro determinava. Nol fecero; la pena ebbe esecuzione, e Formoso fu deposto del suo vescovato e di ogni grado ecclesiastico[229]. Non v’ha alcun dubbio che Formoso ed i fuggitivi Romani fossero in lega col Margravio di Spoleto e di Camerino, e con Adalberto di Tuscia, chè tosto li vedremo sotto la protezione di quei Principi, ma improbabile è che coltivassero traditrici intelligenze coi Saraceni: almeno Formoso deve andare assolto da questa accusa[230].
§ 4.
I Saraceni danno il guasto alla Campagna. — Giovanni VIII scrive lettere di doglianza. — Lega dei Saraceni colle città marittime dell’Italia meridionale. — Splendida operosità di Giovanni VIII: arma una flotta, negozia coi Principi della bassa Italia, vince i Saraceni a Capo di Circe. — Condizioni dell’Italia meridionale. — Giovanni VIII edifica Giovannipoli in vicinanza al san Paolo.
Da dopo l’anno 876, i Maomettani erano penetrati nella Campagna romana; saccheggiavano la Sabina, guadavano l’Anio e financo il Tevere, davano il guasto al Lazio ed alla Tuscia, e parecchie volte le loro orde si mostravano fino alle porte della Città. I conventi, i possedimenti del contado, le _Domus cultae_, fondazioni laboriose di tanti Pontefici, erano rasi al suolo; i coloni tagliati a pezzi o condotti in ischiavitù; la Campagna si tramutava in un deserto, non fecondo d’altro che di febbri. Nelle lettere di doglianza, che Giovanni, duranti gli anni 876 e 877, scriveva a Bosone, a Carlo il Calvo, all’imperatrice Richilda, ai Vescovi dell’Impero, al mondo tutto, Roma rinnovella quei gridi di agonia che aveva gettato al tempo dei Longobardi e di Gregorio; ma i guerrieri di Maometto erano nemici più feroci di quello che fossero stati gli uomini di Agilulfo. La Città poteva a mala pena dar ricetto e pane alle turbe di fuggenti del contado, di frati e di preti che lasciavano dietro a sè le loro chiese in cumuli di ruine. «Le città, le castella, i villaggi sono periti coi loro abitatori; dispersi e raminghi i Vescovi; dentro delle porte di Roma si raccolgono gli avanzi del popolo affatto nudo; fuori non v’ha che aridità e deserto; non ci sovrasta più, lo tolga Iddio, che la caduta della Città. Tutta la Campagna è vuota di popolo, nulla è più rimasto a noi od ai conventi od agli altri luoghi pii, nulla avanza al Senato romano per sostentamento; e i dintorni della Città sono devastati così, che non si può scoprirvi orma di abitatore, neppure un uomo, neppur un fanciullo.» In questi termini Giovanni scriveva a Carlo il Calvo, che egli in quelle stringentissime necessità avrebbe desiderato di mutare in un Imperatore possente, e con supplici istanze «prostrandosi quasi al suolo innanzi alla magnificenza di lui», lo pregava di ajuto[231]. Ma Carlo lasciava Roma in balìa al ferro dei Saraceni, sebbene, allorchè era stato coronato, avesse giurato di proteggerla col suo braccio imperiale.
Italia tutta capiva adesso di che danno fosse stata la morte del battagliero Lodovico II, in un tempo nel quale le condizioni politiche del mezzogiorno agevolavano le conquiste dei Saraceni. Il sentimento di religione non aveva opposto impedimento di sorta al traffico e perfino alle alleanze fra loro ed i Principi dell’Italia meridionale. Ancora dai tempi di Lodovico II, i reggitori della bassa Italia s’erano giovati ai loro scopi degli Arabi; e quell’Imperatore aveva fatto alte lagnanze, che segnatamente i Napoletani se gli avessero fatti alleati, e che Napoli fosse diventata una seconda Palermo o un’Africa vera[232]. In tal modo, il lucro dei commerci e il soccorso che i Saraceni prestavano ai Principotti nelle lotte che essi combattevano l’uno contro all’altro e contro agli Imperatori d’Oriente e d’Occidente, facevano sì che quegli Italiani conchiudessero delle leghe cogli Infedeli: le stipulavano o le scioglievano secondo che davano le circostanze. Oltracciò, era loro ben noto l’intendimento della Chiesa romana, la quale, dopo di Carlo magno, volgeva cupidi sguardi ai patrimonî di Napoli e delle Calabrie, levava pretese su di Capua e di Benevento, e si giovava della immensa confusione in cui erano le cose della bassa Italia per guadagnarsi colà possedimenti di terre. Dopo la caduta di Bari, i Saraceni ristretti a Taranto, avevano mandato nuove armate contro Italia; la morte dell’Imperatore che gli aveva vinti aveva sgombrato loro l’impedimento maggiore; eglino costringevano Napoli, Gaeta, Amalfi e Salerno non soltanto a conchiuder paci, ma eziandio ad unire le loro armi a quelle maomettane per assalire le marine dello Stato ecclesiastico e Roma medesima[233]. Solo avversario che loro si opponesse robustamente, era papa Giovanni. La operosità che usò quest’anima energica, fu vergogna pei Re, e lui ornò di splendida gloria guerriera. In verità che un tanto uomo meritò di esser signore di Roma; ei vedeva contro a sè armata questa lega terribile, la quale, dicevasi, faceva rotta contro di Roma con cento vascelli, eppure non si smarriva di coraggio. Scriveva lettere pressanti a Carlo il Calvo affinchè gli mandasse soccorsi, e l’Imperatore gli spediva Lamberto di Spoleto, che nell’anno 876 era stato riposto nella sua ducea, e Guido fratello di lui, affinchè lo accompagnassero a Napoli e a Capua, e lo appoggiassero nei suoi sforzi intesi a mandar a monte la lega. Ma i due Principi erano alleati di dubbia fede. Giovanni VIII, sul principio dell’anno 877, andò a Napoli in persona. Con preghiere e con minacce gli riuscì di far disertare dalla alleanza saracena, Guaiferio di Salerno; indi entrò in fervidi negoziati con Amalfi, fiorente già nei commerci e governata allora da Pulchario, duca elettivo ossia _Prefecturius_, e in pari tempo si indirizzò a Gregorio e a Teofilatto, ammiragli greci, affinchè gli mandassero delle navi nel porto del Tevere[234].
Neppur Gregorio I aveva dato prova di maggiore energia quando s’era trovato sotto la pressura dei Longobardi: gli è altresì che Giovanni disponeva in suo servizio di potenza assai maggiore. Egli stesso armava ed equipaggiava un naviglio romano, e per la prima volta potevasi parlare di una marineria pontificia, per quanto piccola fosse. Quelle navi di guerra avevano ancor nome di dromone, come a’ tempi di Belisario; di regola avevano centosettanta piedi di lunghezza, erano munite di castelli da prora e da poppa, con macchine di guerra, fromboliere, incendiarie, e da arrembaggio; cento remi maneggiati da’ galeotti le spingevano al corso, mentre i soldati marinai stavano nella corsia di mezzo e nei castelli[235]. Il possedimento di questa piccola flotta, che tenne stazione in Porto, fu orgoglio del Papa; laonde scriveva egli giubilando all’imperatrice Engelberga, che non aveva adesso più bisogno di quei di Gaeta, perocchè egli potesse apparare ajuto a sè stesso[236]. Ma gli sforzi suoi avevano a Napoli esito meno avventurato. Non era possibile di indurre Sergio II duca, a rompere l’alleanza coi Saraceni che a lui era tanto giovevole. Il Papa scagliava la scomunica contro di lui e della sua città, gli armava contro Guaiferio, e, senza pensarci su gran fatto, faceva mozzare il capo a ventidue Napoletani prigionieri[237]. Tornando a Roma, e vedendo guaste dai Saraceni le costiere che erano prossime a Fondi e a Terracina, sostò cinque soli giorni a Roma, indi egli stesso partì colla flotta da Porto, veleggiò prendendo il largo, incontrò i Maomettani presso a Capo di Circe, tolse loro dieciotto navi, liberò seicento schiavi cristiani, e uccise nemici in gran numero. Fu questa la prima volta che un Papa movesse a battaglia armato da ammiraglio; e, mentre or trionfava dei Saraceni, ei volgeva in pari tempo l’occhio suo alle terre dei Principi meridionali d’Italia, dove ferveva il disordine, sperando di sottometterle alla santa Sede[238].
S’affrettava d’andare a Traetto, che apparteneva alla Chiesa, per comporvi una lega di Principi, in quello che la flotta greca, sotto gli ordini di Gregorio e di Teofilatto, recava una sconfitta ancor maggiore ai Saraceni nel mare di Napoli. Tosto dopo, egli attizzava colà una rivoluzione. Atanasio vescovo, s’impadroniva di Sergio fratel suo, lo orbava degli occhi, e in quello stato lo mandava a Roma, dove il Papa lo faceva languire in un carcere. Il fratricidio, opera di un Vescovo, fu da lui, Papa, tenuto in conto di un fortunato evento politico; l’assassino era pagato a peso di quell’oro onde prima aveva stipulato il patto, e riceveva una lettera di lode[239]. A siffatte enormezze le necessità terrene del reame strappavano il Pontefice, facendogli dimenticare quelle virtù apostoliche del sacerdozio, che moralmente non potevano accordarsi col regno mondano.
Poco dopo però, avvenimenti che succedevano nella primavera dell’anno 878, costringevano Giovanni VIII a fuggire in Francia, e facevano tramontare i disegni che egli andava volgendo sull’Italia inferiore. Innanzi che lasciasse Roma, ei si vedeva perfino costretto a comprare la pace dai Saraceni con un tributo annuo di venticinque mila «mancusi» d’argento[240]. Alcun tempo prima aveva conchiuso un trattato cogli Amalfitani, i quali in esso s’erano obligati di pagargli l’annua moneta di diecimila «mancusi», e di difendere con loro navi la costiera che si stendeva da Traetto a Civitavecchia; non pertanto egli si crucciava di stizza, dappoichè, prima che abbandonasse Roma, quella Republica non aveva ancora adempiuto al patto[241]. Tornato di Francia nell’anno 879, si vide ingannato. Lo scellerato Atanasio, ch’era in pari tempo vescovo e duca di Napoli (e perciò in piccole proporzioni riproduceva l’imagine del Papa), seguiva le vie del fratello Sergio; nè aveva ritegno di conchiudere alleanza cogli Infedeli, chè questa giovava a proteggerlo contro all’Imperatore di Bisanzio, con cui il Papa andava adesso d’accordo. Invano Giovanni si recava nuovamente a Gaeta ed a Napoli, invano profondeva ivi il suo oro, invano scagliava il suo anatema contro il traditore. Anche gli Amalfitani si beffavano di lui; quegli astuti mercanti tenevano serrati nei loro scrigni i diecimila «mancusi», protestavano anzi che per ragione di patto ne avevano eglino un credito di dodicimila, e continuavano a tenersi le loro navi e a trattare da alleati coi Saraceni. Giovanni gli scomunicò, e rade volte un Papa ebbe usato di tanti anatemi quanti egli lanciò: erano ormai le armi solite che s’affilavano nell’armeria del Laterano[242].
D’allora in poi, ogni anno più, le cose dell’Italia meridionale, longobarda e greca, andarono peggiorando; Saraceni e Greci saccheggiavano quei campi ubertosi, e spesso combattevano, uniti coi Napoletani sotto la stessa bandiera, contro a Salerno. Pandolfo di Capua, che si voleva costringere a riverire la signoria suprema del Papa, chiamava i Maomettani nella sua terra franta in pezzi[243]: così la temenza in cui Principi cattolici erano messi di fronte alle pretese mondane di un Pontefice, era una delle ragioni più essenziali che permettevano ai Saraceni di afforzarsi nel mezzodì d’Italia. Se si pon mente alla storia di quel paese in quell’età, l’animo è preso di smarrimento, poichè non vi si mira che audaci astuzie, ed arti d’inganno, e brutale ferocia d’indole.
Atanasio vescovo fece accoglienze agli Arabi, alleati suoi contro a Roma ed a’ Greci, tenendoli nelle vicinanze della sua città, dove eglino si appostarono appiè del Vesuvio. Vi si fortificarono intorno all’anno 881; posero stanza in Agropoli prossimamente a _Paestum_; chiamati in soccorso da Docibile duca di Gaeta, che viveva in timore del Papa, ne ottennero primamente di porre un accampamento presso a Itri, indi piantarono sede sulla destra sponda del Liri o Garigliano, in vicinanza alle ruine di quel Minturno, nelle cui paludi anticamente s’era celato Mario fuggente. Colà si edificarono un grande castello, e per quarant’anni si mantennero in possesso di quel terribile nido di predoni. Dal Garigliano andavano correndo la bella Campagna, facendo stragi e saccheggiamenti; perfino i celebri conventi di Monte Cassino e di san Vincenzo sul Vulturno, sedi solitarie e fiorenti della cultura, erano arsi dalle fiamme, e per lungo tempo rimanevano cumuli di ruine[244].
Per ciò che riguarda Roma, soli documenti di quella terribile pressura che le davano i Saraceni, rimangono le lettere di Giovanni. Di questo Papa perì un altro grande monumento, la cui erezione aveva avuto origine dal pericolo sovrastante. Giovanni VIII circondava la basilica di san Paolo con un muro, sì come Leone IV aveva fatto per il san Pietro. Il colle roccioso che s’alzava in vicinanza al san Paolo offeriva eccellente appoggio ad un fortificamento; può darsi che il Papa vi edificasse un castello, ma, più probabilmente, giovandosi del portico che dalla porta conduceva alla chiesa, egli cingeva di muraglia tutto il sobborgo che ivi era, e vi imponeva nome di «Giovannipoli». Di questo monumento glorioso non è rimasta la menoma traccia. Nessun Cronista parla della edificazione della città «Giovannina», e notizia della sua fondazione abbiamo soltanto dalla copia dell’epigramma che leggevasi sopra una porta della nuova fortezza:
«Qui è il muro salvatore e la porta invitta che tien lontani i reprobi e fa accoglienza agli uomini pii. Di qui entrate, genti illustri, vecchi e giovani togati, popolo sacro di Dio, che movete ai santi limitari della chiesa. Con rito condegno la edificò Giovanni, vescovo di Dio, che rifulse di splendido costume e di meriti eccelsi, e dal nome di Giovanni ottavo papa, la veneranda città si appella Giovannipoli. L’angelo santo del Signore, con Paolo principe, segga alla custodia di questa porta, e ne respinga sempre l’iniquo nemico. Papa Giovanni, che siede trionfante sulla cattedra apostolica, la costruì insigne, d’ampio muro cingendola. Così, dopo morte, a lui si schiuda la porta del regno celeste; glielo conceda Cristo, Dio misericorde[245].»
CAPITOLO SESTO.
§ 1. Relazioni difficili di Giovanni VIII con Lamberto e coll’Imperatore. — Il Papa conferma una seconda volta la dignità imperatoria di Carlo il Calvo. — Sinodi di Roma e di Ravenna nell’anno 877. — Decreti di Giovanni, riguardanti i patrimonî. — I beni della Camera pontificia. — Tentativi infruttuosi di resistenza alla feudalità. — Carlo il Calvo muore. — Trionfa la parte tedesca. — Comportamento minaccevole di Lamberto e dei fuorusciti. — Lamberto assale Roma e fa prigioniero il Papa. — Giovanni VIII fugge a Francia.
I Saraceni e il disordine delle cose d’Italia ci ebbero distolto un tratto dal por bada agli avvenimenti, che derivarono dalle relazioni costituitesi fra la Città e l’Impero. Le difficoltà che premevano su Roma, erano cresciute anche da questa parte. Lamberto, novellamente riposto nel suo ducato di Spoleto, faceva quanto era possibile per aggrandire i torbidi d’Italia, perocchè essi favorissero le sue speranze rivolte a conseguire independenza, e potere ancor maggiore. Roma aveva provato un tempo quanto pesasse la sua mano; i maggiorenti condannati da Giovanni avevano cercato rifugio presso di lui, e, come sogliono fare i fuorusciti, lo colmavano d’instanze affinchè li riconducesse in patria. Fra l’Imperatore e il Papa era calata una densa nube di sospetti, ai quali porgevano alimento le mire dei figliuoli di Lodovico il Tedesco, avvegnadio questi Principi per parte loro fossero sempre desiderosi di conseguire il possedimento d’Italia. Perfino i rapporti d’amicizia che esistevano fra Roma e l’Imperatore greco, i cui generali facevano nuovamente comparsa nel mezzogiorno d’Italia e spesso erano vittoriosi, aumentavano le diffidenze di Carlo il Calvo; e la coscienza della sua debolezza aguzzava il sospettare. Egli aveva dato ai Romani ragioni sufficienti di deplorare la sua elevazione all’Impero, e di desiderare che un altro Imperatore sottentrasse in vece di lui. Le lettere che Carlo scriveva a Giovanni non possediamo; ma uno scritto del Papa pone in luce lo stato delle cose. Lamberto, in nome dell’Imperatore, aveva chiesto ai Romani degli ostaggi; Giovanni con forte animo gli aveva niegati. Il Papa protestava di non poter mai credere che ciò fosse volontà dell’Imperatore, scriveva a Lamberto che la nobiltà romana preferirebbe la morte piuttosto che accedere a quella inaudita domanda, lo pregava che non s’isturbasse di venire a Roma, e lo accertava che, anche senza l’intervento di lui, il raffreddamento tra l’Imperatore e i Romani si dissiperebbe, nè più nè meno che se fosse una ragnatela[246].
Il Papa si giustificava tosto dopo del sospetto che l’Imperatore nutriva sulla fedeltà sua e dei Romani, e facevalo in quel notevole Concilio che egli raccoglieva a Roma nel Febbraio dell’anno 877. La necessità lo rendeva più pieghevole, e lo sprezzato Impero ne guadagnava ancora una volta d’importanza. Il Sinodo confermava novellamente la dignità imperiale di Carlo; di tal guisa dovevano andarne ferite nel cuore le pretese dei figliuoli di Lodovico di Germania (ch’era morto addì 28 di Agosto dell’anno 876), e volevasi risparmiarne una scissura nell’Impero. L’angustia in cui lo tenevano i Saraceni e i profughi, l’aspettazione di soccorso da parte dell’Imperatore, la temenza di Lamberto e dei Principi tedeschi, erano cagione che il Papa, tenendo discorso ai Vescovi congregati, spargesse il suo linguaggio di espressioni ispirate ad un’adulazione indegna e invereconda. Poteva darsi che Carlo il Calvo meritasse qualche lode per le cure che aveva rivolto agli studî scientifici; la Chiesa romana avrà potuto anche tenere in pregio quest’omaccino debole, come fatto aveva un tempo di Onorio, perocchè a lui andasse debitrice di concessioni parecchie; ma le apologie di Giovanni dovevano spargere il ridicolo, innanzi agli occhi di tutti, su questo fantoccio d’Imperatore. Il Papa lo appellava stella di salvamento che era sorta sulla terra, affermava che Dio aveva predestinato la sua elezione imperiale fin da prima della creazione del mondo, e vestiva il meschinetto monarca di una copia siffatta di splendide virtù, che neppure un Carlo magno avrebbe potuto reggere a sostenerne il pondo[247]. Sulla fine diceva, essere stato a causa di queste virtù ch’egli aveva eletto e confermato Carlo, d’accordo coi Vescovi, coll’illustre Senato, con tutti i Romani e col popolo togato: rispondevano i Vescovi acclamando di bel nuovo anche da loro parte la elezione imperiale[248]. Così in basso era caduto l’Impero del gran Carlo!
Accompagnato dalla sua donna, Carlo il Calvo venne effettivamente in Italia con un esercito. In vicinanza di Orba gli fu recapitata una copia degli Atti del Sinodo di Roma, ed ebbe messaggio che il Pontefice aveva stabilito di andarlo ad incontrare a Pavia. Giovanni trovavasi allora a Ravenna, dove nell’Agosto dell’anno 877 aveva tenuto un Sinodo. Fra le deliberazioni di questo, erano alcune che concernevano l’ordine dei patrimonî della Chiesa; e s’era promulgato un decreto che divietava la loro alienazione sotto qualsiasi titolo di natura feudale. Il concetto di _feudum_, la cui voce non era allora peranco venuta in uso, s’esprimeva generalmente in quella età col vocabolo di _beneficium_. Beni fondi erano dati in _beneficia_; altri erano concessi in usufrutto con nome di _praestaria_, in esaudimento d’istanze scritte (_praecarium_); e dall’istromento di concessione, che detto era _libellum_, quei possedimenti avevano nome di _libellaria_[249]. La confusione sempre maggiore di tutte le cose, or che avarizia, e rapacia, e violenze, e trufferie d’ogni maniera si scatenavano per ottener possesso di beni e ne creavano titoli innumerevoli, agevolava le alienazioni e le traslazioni della proprietà; i beneficî si trasformavano in possedimenti ereditarî di coloro che ne avevano avuto investitura. Gli ottimati di Roma, del cui seno erano usciti i Papi, stendevano avidamente le loro mani sui patrimonî, e, presto assai, i Pontefici vedevansi costretti di cedere a buoni patti i beni di san Pietro a uomini del loro partito sotto titolo di locazioni, perocchè in siffatta guisa eglino pagassero il debito del loro esaltamento alla sede pontificia, o si cattivassero aderenti. A impedire questa divisione dei beni della Chiesa, Giovanni VIII volle dar provvedimento nel Sinodo di Ravenna. Per ragione di patronato dei maggiorenti, s’era fatta consuetudine, al tempo dei Carolingi, d’infeudare conventi o chiese a Vescovi, a Conti, financo a nobili donne; adesso Giovanni proibiva che si dessero in beneficî i conventi e i beni che erano in quel di Ravenna, nella Pentapoli, nell’Emilia, nella Tuscia romana e nella longobarda; faceva eccezione per quei soli che erano dati in servigio speciale della Chiesa romana ad abitatori del Ducato, o che erano attribuiti alla Camera pontificia[250]. I beni di appartenenza immediata del fisco pontificio erano così precisamente denotati: il _Patrimonium Appiae_, il _Labicanense_ o _Campaninum_, il _Tiburtinum_, il _Theatinum_ (ambidue nel territorio sabinense), il _Patrimonium Tusciae_, il _Porticus s. Petri_ (città Leonina), la zecca romana, tutti i balzelli publici, l’imposta di ripatico, il porto (_Portus_) e Ostia[251]. Fu statuito espressamente che questi patrimonî non potessero essere ceduti a titolo di feudo. La Chiesa romana voleva dare i suoi beni in affitto, come fino allora aveva fatto, ma indarno si adoperava essa a combattere il progresso invadente del principio feudale germanico, da cui, coll’andare del tempo, doveva derivare l’alienazione assoluta dei possedimenti conceduti in investitura, e sorgere un gran numero di pericolosi tirannelli ereditarî.
Posto termine al Sinodo di Ravenna, Giovanni VIII mosse rapidamente ad incontrare l’Imperatore; con lui s’imbattè presso a Vercelli, e insieme ad esso andò a Pavia; ma l’annunzio che Carlomanno scendesse di Germania con un grosso esercito, mise tutte le paure in corpo all’imbelle Carlo. Lasciò Pavia più presto che in furia, e dopo di aver fatto che il Papa coronasse in Tortona la moglie sua, se la battè in Francia, mentre Giovanni, dolente che fosse ita in fumo la impresa contro i Saraceni onde aveva avuto promessa, se ne tornava a Roma[252]. Ivi, poco tempo dopo, gli giungeva novella che Carlo era morto addì 13 di Ottobre, in quello che fuggiva; alcune polveri che gli mesceva il suo medico ebreo per guarirlo dalle febbri, lo avevano spedito (così correva voce) all’altro mondo. Morendo, aveva espresso desiderio che lo si seppellisse in san Dionigi, ma invece l’Imperatore di Roma fu chiuso in una botte impeciata e involta di cuoio, e fu sotterrato nel nudo suolo, in un romitaggio presso a Lione[253].
La morte di Carlo il Calvo recò una subita mutazione nelle cose politiche. La parte francese soccombette con lui; trionfò la tedesca. Carlomanno che stavasi con soldatesche nell’Italia settentrionale, si guadagnava il voto dei Vescovi e dei Conti affinchè lo eleggessero a re d’Italia; chiedeva al Papa che gli concedesse la corona imperiale, nè Giovanni VIII poteva far altro che palliare le sue vere intenzioni con astuzie di negoziati. Lo atterriva il partito tedesco che adesso alzava il capo; i suoi nemici di Roma, i fuorusciti di Spoleto ne giubilavano, e Lamberto si rizzava minaccioso. Il Papa, preso di paura, scriveva adesso a quest’ultimo lettere zeppe di blandizie adulatrici, e ve lo chiamava unico proteggitore della Chiesa, e difensore suo fedelissimo. Dicevagli, aver udito che ei volesse ricondurre nella Città coloro che gli erano nemici, quei Romani che erano stati scomunicati tre volte; meravigliarsene, giacchè viveva con lui in buona pace; dispensarsi di dar accoglimento in Roma così a lui che ad Adalberto, margravio di Tuscia, che chiamava suo aperto avversario[254]. Rispondeva Lamberto con disprezzo, e poneva in non cale le forme di onoranza dovute al Papa, fino al punto da dargli soltanto il titolo di «Vostra Nobiltà», come se stato fosse un uomo secolare, e di ciò Giovanni si doleva: Lamberto poi protestava, che ogni qual volta il Papa intendesse mandargli suoi legati apostolici, dovesse prima chiedergliene permissione[255]. Alla fine, Giovanni dichiarava di volerne andare a Francia, chè di là avrebbe trattato con Carlomanno, perchè soccorresse alle necessità sue. Diceva inoltre, essere motivo di questo viaggio la pressura che da due anni sofferiva dai Saraceni, e i continui attacchi degli inimici interiori della Sede apostolica, che non gli permettevano di rimanere più a lungo in Roma: e, sotto minaccia di anatema, ammoniva Lamberto che durante la sua assenza non recasse danno al territorio di san Pietro, e a Roma, città «sacerdotale e imperiale[256].»
L’imprudente annuncio di un viaggio in Francia, il quale non poteva avere altro scopo che quello di indurre Lodovico, figlio di Carlo il Calvo, a levarsi in arme contro a Carlomanno, e forse anche di dare al Principe la corona imperiale; oltracciò i maneggi che il Papa andava tessendo in Francia e dei quali s’aveva sparsa la fama, indussero Carlo a prendere una subita risoluzione. Scoppiata era la peste in mezzo al suo esercito, e, infermatone egli pure, era costretto a starsene in Baviera inoperoso, nè poteva muovere contro a Roma; ma Lamberto e i fuorusciti romani non aspettavano che un cenno di lui per impadronirsi del Papa. Nel Febbraio o nel Marzo dell’anno 878, Lamberto comparve di repente davanti a Roma: con lui era Adalberto margravio di Tuscia, figlio di Bonifacio conte e sposo di Rotilda, ch’era sorella a Lamberto; col loro seguito venivano gli esuli romani. Senza far mostra di intendimenti ostili, Lamberto chiedeva di parlare col Papa per conto di Carlomanno, e Giovanni era obligato di riceverlo nel palazzo prossimo al san Pietro. Frattanto gli Spoletini occupavano la città Leonina, e vegliavano con loro guardie alla porta di san Pietro per impedirne di colà l’accesso ai Romani. Il Papa si vide prigioniero. Mentre, per incutergli timore, le genti d’arme esercitavano opere di violenza, Lamberto chiedeva che gli promettesse di eleggere Carlomanno a imperatore: in tali sensi aveva costretto i grandi romani a dargli giuramento[257]. Ma Giovanni non si lasciò strappare un’adesione, nè volle perdonare agli uomini esiliati, laonde per trenta giorni fu sostenuto in prigionia, e, com’ei si lagnò, fu essa così stretta e dura, che soltanto dopo ferventi preghiere, gli furono lasciati accostare maggiorenti romani e vescovi e famigliari suoi; perfino dovette sofferire penuria di cibo[258]. Lamberto alla fine si partì, minacciando di tornare, e per verità null’altro ebbe ottenuto che di aggiunger fiamma all’ira del Papa e di affrettare il suo viaggio in Francia. Andati che furono gli Spoletini, Giovanni mosse al san Pietro, fe’ trasportare in Laterano i tesori della Chiesa, velò il maggior altare con una cortina di cilicio, serrò la basilica, proibì che v’entrasse pellegrino alcuno, e ne diffuse in tutti alto sgomento[259]. Dopo di avere scritto lettere di doglianza ai Re di Francia e di Germania, all’Arcivescovo di Milano, a Berengario e ad Engelberga, e dopo di avere dalla chiesa di san Paolo minacciato Lamberto di anatema, se per la seconda volta fosse venuto ad assalir Roma, lasciò la Città, ch’era il mese di Aprile, montò in una nave, e fuggì in Francia[260].
§ 2.
Giovanni al Sinodo di Troyes. — Bosone duca, diventa favorito suo. — Lo accompagna in Lombardia. — Falliscono i suoi progetti. — Genio diplomatico di Giovanni VIII. — Carlo il Grosso è fatto re d’Italia, ed è altresì coronato imperatore a Roma, nell’anno 881. — Giovanni VIII muore. — Audacia de’ suoi disegni. — Sua indole.
Giovanni VIII giungeva in Arles, ch’era la festa delle Pentecoste: ivi lo accoglieva Bosone duca, e gli faceva accompagnatura nel rimanente del viaggio. Soltanto in sul principio del mese di Settembre s’incontrò a Troyes con Lodovico re: nel dì 14 di Settembre, dal Concilio che s’era ivi congregato, scagliò l’anatema contro Lamberto e Adalberto, contro i proscritti romani e il vescovo Formoso, il quale allora, dopo lungo ramingare, aveva trovato rifugio presso Ugo abate di san Germano, ed era stato citato a comparire in persona davanti al Concilio. Indi, il Papa coronò a re di Francia il balbuziente Lodovico, e trattò con lui delle cose d’Italia. La inettezza di Lodovico fe’ crollare tutto l’edificio delle sue speranze; però un uomo di origine nuova, che accoglieva animo gagliardo, seppe rianimarle. Bosone, il quale portava titolo di duca di Lombardia, era stato dapprima cognato di Carlo il Calvo, ed era adesso sposo d’Irmengarda unica erede dell’imperatore Lodovico II, cui aveva condotto in moglie per mire politiche, dopo di avere avvelenata la sua prima donna: possedeva grandissima potenza, per guisa che il Papa lo credeva adatto a tagliar la strada a Carlomanno in Italia. L’astuto Giovanni confidava di potersi giovare di quell’uomo ai suoi intendimenti; conchiuse con lui un patto; gli promise l’appoggio suo perchè ottener potesse titolo di re di Provenza, gli fe’ travedere da lungi il lampo della corona imperiale che avrebbe potuto toccargli, lo tolse per suo figliuolo di adozione, e n’ebbe promessa che s’adoprerebbe validamente a suo pro in Italia: vedasi in che labirinto di intrighi politici le condizioni del principato temporale spingessero i Pontefici! Giovanni VIII, sitibondo di vendetta, aveva il sangue ribollente sì, che difficilmente n’ebbero parimenti arse le vene altri pari suoi; precipitava le cose con passione cieca, laonde i suoi propositi fallivano, e, appena che aveva tocco il suolo di Francia, cadeva per sempre dalla sua altezza.
Pressochè un anno fe’ dimora in quel paese; indi, accompagnato da Bosone, tornò in Italia[261]. A Pavia, tentò di stogliere i Lombardi dalla fede di Carlomanno, e poichè adesso Engelberga era divenuta suocera di Bosone, potè giovarsi della influenza di lei; ma i Conti e i Vescovi dell’alta Italia, capitanati da Berengario di Friuli e da Ansperto di Milano, non si lasciarono indurre a cambiare re Carlomanno con un avventuriero. I Vescovi lombardi, massime l’orgoglioso Metropolita di Milano, erano allora bene alieni dal riverire la primazia del Papa; miravano con occhio sospettoso ciò ch’ei faceva nella loro terra, e gli resistevano con ogni maniera di impedimenti. Senza aver conchiuso cosa alcuna, Bosone tornava pertanto in Provenza, e Giovanni VIII, senza gloria e amaramente deluso, faceva ritorno a Roma. Allorchè si leggono le lettere di questo Pontefice memorando, ei conviene che se ne ammiri la maestria diplomatica. Era nato uomo di Stato, e possedeva una siffatta valentìa di garbugli politici, che pochi Papi l’ebbero eguale alla sua. In mezzo a difficoltà gravissime di cose, le quali avevano cagionato la divisione dell’Impero e prodotto un gran numero di pretendenti, egli spiava attentamente ogni combinazione possibile. Conchiudeva e rompeva leghe con coraggio temerario; preso di temenza dei Saraceni e sperando di ricuperare la Bulgaria perduta, volle aprirsi la via ad un trattato con Bisanzio, e, senza provar la menoma dubbiezza nell’animo, riconobbe nuovamente per patriarca quel Fozio ch’era stato solennemente condannato dalla Chiesa, e gli diè onoranza di lode. Così sfidò il giudizio del mondo ortodosso suo contemporaneo, e quello dei posteri, che perciò lo copersero di imprecazione; ma i vantaggi temporali gli stavano a cuore più assai che le sottigliezze dommatiche del _filioque_. Era uomo che non sentiva legge di coscienza; avrebbe forse imitato l’esempio di alcune città dell’Italia inferiore, e, di nome, avrebbe riposto novellamente Roma sotto l’Impero bizantino, se tuttavia la cosa fosse stata possibile. La decadenza miserevole dei Carolingi formava per fermo un acerbo contrasto collo splendore della dinastia dei Macedoni, i quali, nell’anno 867, erano saliti con Basilio I al trono di Bisanzio. Se mai s’era mostrata un’età favorevole a restaurare nuovamente in Italia la dominazione dei Bizantini, gli era certo l’epoca del reggimento di questo Principe; ma il disordine in cui egli aveva trovato l’Impero e il pericolo onde lo minacciavano i Saraceni, gli impedivano di mandare ad esecuzione siffatto disegno. Basilio si accontentava di celiare con lettere in cui spargeva il sarcasmo addosso agli Imperatori romani; prendeva Bari, stendeva la mano su Capua e su Benevento, ma non poteva impedire che l’eroica Siracusa precipitasse nelle ugne de’ Saraceni, addì 21 di Maggio dell’anno 878: e il figliuol suo, appellato Leone il Filosofo, non arrossiva di rimpiangere con lai di molli anacreontiche la caduta dell’illustre città[262].
Tornato a Roma che trovava tranquilla, perciocchè anche Lamberto vivesse in temenza di Bosone, Giovanni VIII pensò di prendere finalmente una risoluzione decisiva. Gli prendeva adesso il ticchio di rimandar pei fatti suoi il figlio adottivo, e, costretto dalla necessità, cingeva della corona imperiale Lodovico di Germania, fratello di Carlomanno infermo[263]. Ma egli voleva almeno un Imperatore che fosse creatura sua, e pretendeva financo di disporre della corona regia italica a suo piacimento: così richiedeva il sistema fondato da Nicolò I, cui egli arditamente intendeva di dare maggior larghezza. Bandì, per il mese di Maggio, un Sinodo che doveva congregarsi a Roma, e invitò ad assistervi anche l’Arcivescovo di Milano. Poichè Carlomanno, così gli scriveva, non può tenere il regno a causa di sua grave malattia, è assolutamente necessario che voi siate presente al tempo prefisso, affinchè noi, tutti insieme, possiamo consigliare sulla elezione di un nuovo Re. Voi non potete perciò torre uomo alcuno per Re senza l’adesion nostra; avvegnaddio colui che noi eleggeremo allo imperio debba primamente da noi essere chiamato ed eletto[264]. Ma il Milanese sprezzò queste pretensioni e non intervenne al Sinodo, per lo che Giovanni gli scagliò l’anatema.
La partita di scacchi che la diplomazia pontificia andava giocando senza termine, ebbe esito di questa maniera: i tre fratelli Carlomanno, Carlo e Lodovico convennero di lasciare Italia al mezzano di loro, e, ancor nell’anno 879, Carlo il Grosso scese con un esercito in Lombardia, e cinse a Pavia la corona d’Italia. Non poteva dunque Giovanni far adesso altra cosa che dare, sebbene a repugnanza, la corona d’imperatore a questo Principe tedesco, dopochè già lungo tempo prima aveva negoziato e conferito con lui personalmente a Ravenna, e dopochè Bosone, il figliuol suo adottivo, era stato da lui proclamato tiranno, dacchè in Arles si era levato a re di Provenza[265]. Carlo il Grosso ottenne quanto aveva sperato. Su di lui s’erano riuniti i voti d’Italia e di Roma; tolta l’imperatrice Engelberga, che era per lui di pericolo, al suo convento di Brescia, l’aveva fatta condurre in Germania; e, sull’incominciamento dell’anno 881, veniva a Roma, dove, senza combattimento e senza fatica, riceveva dalle mani del Papa la corona imperiale[266]. Ma, anche in questo momento, Giovanni era deluso nella sua speranza di raccogliere una crociata contro ai Saraceni; l’Imperatore odiava il passato politico del Pontefice, nè alzava il suo debole braccio per assisterlo; nella propria impotenza abbandonò Roma a sè stessa, chè nemmanco una volta spedì suoi legati nella Città, dove lasciò decadere affatto i suoi diritti imperatorî.
Irrequieto sempre, Giovanni trascorse il tempo rimanente del suo pontificato movendo lagni sempre nuovi; non ne toglieva di mira soltanto i Saraceni, ma anche i suoi nemici di Roma e di Spoleto, che continuavano a premere sulla Chiesa[267]. Per verità, Lamberto, che il Papa alla mutazione dell’indirizzo politico aveva sciolto dell’anatema, era morto; ma Guido, succeditore di lui nel Ducato, procedeva con opera parimenti violenta. Usurpava parecchi beni della Chiesa; e gli incoli pontificî, condotti prigionieri, stendevano indarno le loro braccia mutilate verso il Papa, invocandone salvamento[268]. Invano Giovanni scongiurava l’Imperatore affinchè mandasse suoi legati che gli restituissero pace nel Ducato, pace in Roma. Le sue preghiere erano inutili, ed egli andava profondendone di qua e di là, ora al settentrione ed ora al mezzogiorno, dove avevano similmente fatto naufragio i suoi arditi disegni, dove Napoli, Amalfi e i Saraceni non gli davano un sol momento di requie. Finalmente, morte lo liberava dal peso tormentoso del suo pontificato: passò di vita addì 15 di Dicembre dell’anno 882. Se sia da credere alla isolata notizia di un Cronista, gli era primamente propinato un veleno da uno de’ suoi parenti, e, poichè esso operava con troppa lentezza, gli si fraccassava la testa a furia di martellate[269].
Giovanni VIII fu l’ultimo pontefice illustre nella serie dei suoi predecessori; con lui si chiude omai la breve epoca dello splendore principesco cui s’era sollevato il Papato dopo la fondazione dello Stato temporale sotto ai Carolingi. Al paro di Nicolò I, lo ispirò un’altissima coscienza della podestà pontificia; però a null’altro attese che agli scopi della signoria mondana, e trascinò il Pontificato nel vortice profondo delle fazioni politiche d’Italia. Egli primamente aveva fatto suddito a sè l’Impero, ma, al tempo stesso e tutto d’un tratto, aveva risentito il contraccolpo dell’indebolimento di quello. L’ambizione dei Pontefici s’adoperava alla distruzione dell’Impero, eppure essi avevano duopo della potenza imperiale; e questa contraddizione educava in Roma la più sottile arte diplomatica. Appena che Giovanni VIII aveva fiaccato l’Impero, pensava egli omai a rendere il reame italico soggetto a Roma, e massimamente cercava di innalzare la cattedra di Pietro sulle ruine dell’Impero, affine di dominare, come sopra a vassalli, sui Vescovi e sui Principi d’Italia, riunendo questa contrada in una teocrazia romana. Tuttavia, siffatti progetti audaci non ebbero compimento; il genio diplomatico di Giovanni VIII, o di altri Papi, non fu capace mai di signoreggiare il caos delle cose italiche. I Vescovi di Lombardia, i Duchi feudali che la caduta dell’Impero rendeva tutti strapotenti, i Principi dell’Italia meridionale, i Saraceni, i Re tedeschi, la nobiltà ribellante di Roma, tutti questi nemici dovevano esser combattuti ad un tratto; ed era còmpito soverchio alle forze di un uomo solo. Per quanto pur sia grave il giudizio che cade su Giovanni VIII, e che in lui condanna l’indole ambigua, l’animo maestro d’inganni e di sofismi, l’uomo senza coscienza, convien riflettere che egli fu figlio della sua età e premuto dalle più desolate condizioni delle cose d’Italia: lo adornarono rari pregi d’intelletto e un’energia così grande di volontà, che il nome suo splende con magnificenza regale nella storia temporale del Pontificato, dove egli siede in mezzo a Nicolò I e a Gregorio VII. In un tempo in cui s’erano spente le virtù religiose, in cui non si poteva far altro che navigare con accorte arti in mezzo a mille forze combattentisi fra loro, Giovanni VIII, se si prescinda affatto dal mirare all’officio suo sacerdotale, si leva sublime tanto, quanto più grave fu la debolezza di quelli che gli succedettero nella cattedra apostolica.
§ 3.
Marino I, papa. — Ripone nuovamente Formoso nel suo vescovato. — Rovescia Guido di Spoleto. — Adriano III, papa nell’anno 884. — Decreti a lui falsamente attribuiti. — Stefano V, papa. — Costume di saccheggiare le case patriarcali alla morte del Papa. — Lusso dei Vescovi. — Roma patisce di fame. — Carlo il Grosso è deposto. — Fine dell’Impero de’ Carolingi. — Missione incompiuta d’Italia. — Berengario e Guido combattono l’un contro all’altro per impadronirsi della corona. — Guido rinnovella l’Impero franco nell’anno 891. — Stefano V muore.
Nuovo papa fu Marino I, nemico acerrimo di Fozio, in occasione delle cui controversie egli era stato tre volte a Costantinopoli, in qualità di nunzio apostolico. Buje sono le circostanze della sua elezione, sì come oscuri sono i fatti del suo breve pontificato[270]. Dagli Atti suoi si rileva ch’egli apparteneva alla fazione tedesca avversa a Giovanni VIII; invero non soltanto si affrettava a condannare Fozio novellamente, ma scioglieva altresì Formoso del giuramento onde questi aveva promesso di non riporre mai più il piede in Roma, ed anzi lo restituiva nel suo vescovato di Porto. Il Papa ebbe coll’Imperatore una conferenza amichevole in Nonantola, ed ivi gli riuscì di rovesciare il più fiero nemico dello Stato della Chiesa. Guido di Spoleto fu accusato di accordi traditori con l’Imperatore greco; Carlo il Grosso lo depose, e comandò a Berengario conte di muovere contro il Ducato di lui: Guido fuggente volse i passi all’Italia inferiore per far leva di Saraceni, in quello che i suoi amici andavano preparando il terreno ad una ribellione. Questi tetri avvenimenti fanno prova della dissoluzione che premeva ognor più gravemente sopra Italia[271].
All’incominciamento dell’anno 884, in cui Marino venne a morte, saliva alla cattedra pontificia Adriano III romano, abitatore della via Lata, uomo ispirato a sensi italiani. Neppure della sua elezione e dello stato in cui era Roma a quel tempo sappiamo cosa alcuna, e soltanto notizie sparse e slegate dei Cronisti fanno intendere che nella Città avvenissero de’ tumulti per parte della nobiltà[272]. Di dubbia verità sono due decreti che si attribuiscono ad Adriano, sebbene l’indebolimento dell’Impero in questa età offra qualche argomento a far credere che in realtà fossero promulgati; laonde essi appaiono essere conseguenza dei principî posti da Nicolò I e dalle Decretali pseudo-Isidoriane. Adriano vi avrebbe statuito, che il Papa eletto dovesse ordinarsi anche senza la presenza dei _Missi_ imperiali, ed avrebbe eziandio proclamato che, dopo la morte di Carlo il Grosso privo di discendenza, la corona imperiale dovesse toccare ad un Principe italico[273]. La inoperosità di Carlo, la ruina della casa de’ Carolingi, la divisione d’Italia tutta abbandonata a sè stessa, favorivano senza dubbio le speranze dei Duchi italiani, massime di Berengario e di Guido, il quale ultimo, verso la fine dell’anno 884, aveva in Pavia ottenuto grazia dall’Imperatore, ed era stato riposto nella sua ducea. Sul principio dell’anno successivo Carlo il Grosso tornava in Alemagna per presiedere in Worms a una dieta, che decidesse della successione all’Impero. Invitava Adriano a prendervi parte, e questi imprendeva il viaggio, dopo di avere affidato la difesa della Città a Giovanni vescovo di Pavia, che era venuto quale _Missus_ imperiale; ma per via il Papa moriva, nel giorno 8 di Luglio dell’anno 885, a Villa Vilczachara ossia a San Cesario presso a Modena, ed aveva sepoltura nel celebre convento di Nonantula[274].
I Romani procedettero, senza frapporre indugi, alla elezione ed alla consecrazione del suo succeditore. Poichè eglino non badavano punto nè poco al diritto imperiale di conferma, si rinfranca manifestamente la credenza che Adriano III avesse promulgato il decreto onde dicemmo; ma la collera che s’impadronì dell’Imperatore quando seppe della lesione dei suoi diritti, dimostra che egli non vi aveva in modo alcuno data rinuncia. Infatti, tosto ch’ebbe udito della ordinazione di Stefano, mandò nella Città Liutwardo suo cancelliere ed alcuni Vescovi romani, affinchè lo deponessero. Però, il pronto arrivo di legati pontificî lo indusse a sensi di pace, dappoichè eglino, coll’esibizione del documento di elezione, gli dimostrarono che il nuovo Pontefice era stato eletto coll’osservanza di tutte le buone regole; egli die’ la sua conferma, ma i Romani, ciò nondimeno, erano riusciti al loro scopo di un’elezione completamente libera[275].
Stefano V, primamente cardinale dei «quattro Coronati», era romano di natali illustri, figlio di Adriano abitatore della via Lata, che allora era il quartiere ove dimoravano gli uomini i quali andavano per la maggiore. Eletto con volontà unanime, era condotto in Laterano, assistendovi il _Missus_ imperiale che Adriano aveva lasciato nella Città. Ei trovava ridotti al verde gli scrigni del palazzo; avvegnaddio da lungo tempo corresse la consuetudine, che, alla morte del Papa, famigli e popolani si cacciavano nelle stanze del defunto; nè quelle soltanto, ma tutto il palazzo saccheggiavano, e ogni cosa che rinvenivano ivi dentro, ori e argenti, stofferie magnifiche e gemme rubavano. La strana condizione di anarchia in cui Roma piombava alla morte di ciascun Papa, dava opportunità a siffatti eccessi. La morte del Principe cagionava ogni volta una smodata gioia nel popolo, chè la nave di san Pietro faceva la mostra di una barca in secco, e le sue ricchezze, non vigilate da padrone alcuno, erano aperte al saccheggio. Lo stesso avveniva alla morte dei Vescovi nelle città e nelle campagne; anche i loro palazzi si vòtavano da capo a fondo[276]. Il lusso principesco ond’erano circondati quei Vescovi, contrastava per fermo colla dottrina del Cristianesimo. Quei signori dimoravano entro a camere magnifiche, splendenti d’oro, di porpora e di velluti; simili a principi tenevano mensa servita in vasellami d’oro; i loro vini bevevano in preziosissimi bicchieri o coppe. Le loro basiliche erano tetre e nere, quasi che le coprisse la fuliggine, ma le loro «_obbae_», ossiano anfore da vino dalle rotonde pance, erano dipinte vagamente. Come ai banchetti di Trimalcione, quei Vescovi s’inebbriavano i sensi alla vista di belle danzatrici e ai concenti di «sinfonie». Fra le braccia delle loro concubine dormivano oziosi sonni, appoggiando il capo su guanciali di seta, in letti ornati d’oro con squisita arte; e mentre i loro vassalli, i coloni e gli schiavi provvedevano ai bisogni della loro corte, eglino giocavano ai dadi, cacciavano, tiravano d’arco. Dopo di aver celebrato la messa cogli sproni alle calcagna e col pugnale al fianco, lasciavano l’altare e le loro cattedre, montavano in arcione dei loro cavalli, ch’erano tenuti a freno con briglie d’oro e sellati a foggia sassone, e andavano a dare il volo ai loro falconi. Allorchè poi viaggiavano, li seguiva il codazzo dei loro cortigiani, e movevano in cocchî trascinati da cavalli, di cui non avrebbe avuto a vergognarsi nemmanco il Re di Tracia[277].
Seguito dai Vescovi e dai maggiorenti di Roma, suoi testimonî, Stefano percorse le vuote camere del _Vestiarium_, e si confortò vedendo che v’era rimasto un celeberrimo ed antico dono votivo: era la croce d’oro, che un tempo il grande Belisario aveva consecrato al san Pietro, in ricordanza della vittoria riportata da lui sopra i Goti[278]. Ma lo scrigno era vuoto. Conforme all’usanza, il Papa, tosto dopo la sua ordinazione, doveva presentare il clero, i conventi e le scuole di Roma di donativi in denaro, ossiano _Presbyteria_, e dispensare pane e grasce fra i poverelli: ma anche le canove del Laterano erano state spazzate pulitamente. Mis’egli pertanto mano al patrimonio suo proprio, e saziò gli ingordi. Così, alla morte di un Papa, Roma godeva di duplice festa, aveva il saccheggio delle case del morto e i donativi del suo successore.
Frattanto, dal loro campo del Garigliano i Saraceni si spingevano avanti nel Lazio e nell’Etruria. Stefano, come aveva fatto Giovanni VIII, chiedeva soccorso agli Imperatori d’Oriente e d’Occidente, e ne riceveva da Guido di Spoleto. Prossima era la fine della casa de’ Carolingi; preparata era la caduta dell’Imperatore, cui tutte le province disprezzavano; e Guido, il vicino di Roma, era in quel momento l’uomo più potente che fosse. Il Papa (può darsi che gli facesse travedere la corona d’Imperatore) lo indusse a muover contro ai Saraceni; e una vittoria riportata contro di loro sul Liri consentiva qualche po’ di tregua a Roma[279]. Nel Novembre dell’anno 887 i popoli tedeschi, nella dieta di Tribur, deponevano Carlo il Grosso, ed a loro re eleggevano Arnolfo, valoroso figliuolo di Carlomanno. Morto poi, nel Gennaio dell’anno 888, il meschinello Carlo, gli Italiani si vedevano privi di imperatore e di re, mentre gli ambiziosi Duchi affilavano i ferri per disputarsi la corona di Carlo.
Poichè i Carolingi della linea legittima avevano finito di esistere in Germania (Carlo il Semplice, figlio di Lodovico il Balbo e ancor fanciullo, era in Francia continuatore di quella sventurata dinastia), balzavano fuori, d’ogni parte, i pretendenti. Estinto s’era il principio ereditario del monarcato; i popoli rivendicavano a sè il diritto di elezione, ossia, più veramente, i Vescovi e i Baroni potenti dell’antico Impero occupavano i troni. Odone, conte di Parigi, s’era eretto a re di Francia; la Provenza, ossia l’Arelato, era divenuto reame di Bosone e di Lodovico suo figliuolo; Rodolfo conte si prendeva la corona di Borgogna; in Alemagna il bastardo Arnolfo si copriva col regio paludamento; in Italia finalmente il paragone delle armi doveva decidere se la corona dei Longobardi e dell’Impero de’ Romani dovesse toccare a Berengario oppure a Guido II.
Questa terra, tutta straziata dalle divisioni, su cui sorgevano adesso in folla i tiranni, vedevasi pertanto chiamata dalle necessità sue a rimuovere per sempre lungi da sè l’influenza del di fuori, a disfarsi dell’Impero, ed a costituire sè stessa in un regno unito: questa avrebbe dovuto esser missione di un uomo d’animo grande, ma uomo tale non si trovava, nè trovarsi poteva. Se Nicolò I, se Giovanni VIII fossero ancor vissuti, ben avrebbero eglino tentato di fondare una teocrazia italica, di cui Roma sarebbe stata il centro; ma Stefano era indole fiacca, e la prevalenza di vassalli innumerevoli che s’erano fatti independenti, avrebbe soffocato financo il genio di quei Pontefici arditi. E neppur v’erano allora Principi italiani e nazionali di stirpe latina, nei quali si potesse riporre fidanza, perocchè in quel tempo i Duchi possenti fossero di schiatta germanica; laonde trattavasi di vedere se uno dei due signori più ragguardevoli d’Italia avesse tanta forza e tanta fortuna da abbattere i suoi emuli o i suoi avversarî, facendone altrettanti vassalli a sè soggetti.
L’origine illustre ornava Berengario, margravio di Friuli, di più chiaro splendore, chè egli nasceva di Gisela, figliuola di Lodovico il Pio, la quale un tempo aveva sposato Eberardo conte. Per lo contrario, Guido dominava su Spoleto e su Camerino[280], aveva fatto suo pro delle condizioni orribili dell’Italia meridionale per conquistarsi colà terre e vassalli, e la vicinanza di Roma, al paro dell’amicizia imposta al Papa, gli concedevano buon vantaggio sopra di Berengario. Però, la fortuna de’ suoi successi era impedita in Italia dai disegni ch’ei coltivava su di Francia, dove un partito condotto da Folco arcivescovo di Reims, congiunto suo assai potente, aveva gridato re lui, franco di orrevole prosapia. Ei corse a Francia in fretta e in furia, lasciò fuggire il corpo per correr dietro all’ombra, e Berengario fu chetamente coronato re dei Lombardi a Pavia, sull’incominciamento dell’anno 888. Quanto a Guido, ei tornava indietro coll’inane nome di re di Francia, e, irritato, moveva guerra contro a Berengario. Dopo due battaglie sanguinose, restava padrone del campo, indi anch’egli, nell’anno 889, si prendeva a Pavia la corona regale d’Italia[281].
Però, l’Impero franco continuava ad essere tradizione incancellabile, e Guido lo restaurò nel suo significato antico, senza che pur gli balenasse il pensiero di tener conto delle così dette tendenze nazionali. Infatti, il sentimento di nazione italiana era, in quell’epoca, fiacco assai: v’aveva una fazione lombarda, una spoletina, una tusca, che nazionali potevano dirsi sotto un certo aspetto, ma nazione italiana non v’era nel senso politico e sociale, perocchè ne mancassero tutti quegli elementi essenziali che sono la comunanza d’interessi, la lingua, la letteratura, l’unità politica. In Roma, il Papato, potenza massima d’Italia, forviava dall’idea di nazione, causa il suo principio di regno temporale; al settentrione e al mezzogiorno della penisola, i Vescovi, i Duchi e i Conti poderosi, erano tutti franchi o longobardi, e qua e colà anche greci. Tuttavia, soltanto addì 21 del Febbraio 891, Guido fu coronato in san Pietro, ed allora un vassallo dei Carolingi si nomò audacemente «Augusto, grande Imperatore e pacifico»; e, seguendo il solito stile, segnò i suoi decreti coll’era del postconsolato[282]. Così, dopo lunghi secoli, l’_Imperium_ fu dato dagli Italiani per la prima volta ad un potente che, se non era d’origine latina, era pure della lor terra. Ed allora potè sembrare che il problema più rilevante il quale affaticasse quell’età, fosse di vedere se l’Impero rimarrebbe in Italia, e se Guido avrebbe valore di fondare una novella dinastia imperiale.
Stefano, il quale aveva posto la corona in capo a Guido figliuol suo adottivo, poteva dire a sè medesimo che compiuti erano gli intendimenti politici di molti predecessori suoi. La maestà imperiale, fatta molesta ai Papi, ai Romani ed agli Italiani, era divenuta un’ombra vana; l’altissima dignità, che posava sulla potenza e sulla grandezza dell’Impero di Carlo, era adesso discesa ad ornare la personcina minuta di un Duca, che possedeva qualche territorî nel mezzo d’Italia, e che conseguiva dal Papa il titolo di Cesare.
Stefano V passò di vita nel Settembre dell’anno 891. Nessun monumento di lui è rimasto nella Città, avvegnaddio la chiesa degli Apostoli, da lui edificata a nuovo da capo a fondo, non abbia conservato la forma antica. Egli illustrava questa basilica, dappoichè era la parrocchia cui apparteneva la sua nobile famiglia; le case del padre suo sorgevano in vicinanza di essa[283].
CAPITOLO SETTIMO.
§ 1.
Formoso, papa nel Settembre dell’891. — Fazione di Arnolfo e fazione di Guido. — Sergio è candidato avverso a Formoso. — Questi chiede ad Arnolfo che muova su Roma. — Calata di Arnolfo in Italia. — Guido muore, e Lamberto gli succede nell’Impero. — Arnolfo viene contro a Roma. — Prende d’assalto la Città. — È coronato imperatore nell’Aprile dell’anno 896. — I Romani gli prestano giuramento di fedeltà. — Suo sventurato ritorno. — Formoso muore nel Maggio dell’anno 896.
Alla cattedra di Pietro saliva adesso, nel Settembre dell’anno 891, Formoso, cardinale vescovo di Porto, che era, così almeno pare, romano d’origine[284]. Sappiamo quali fossero state le sorti anteriori di quest’uomo ambizioso: scomunicato da Giovanni VIII, aveva giurato di non tornare a Roma o nel suo vescovato; più tardi Marino lo aveva sciolto di quella promessa e lo aveva restituito a Porto. Era vissuto in pace sotto al pontificato di due Papi, finchè, morto Stefano V, era stato, (parimenti di quello che avvenne con Marino), appellato addirittura dal suo seggio vescovile a quello di Pontefice: e siffatta traslazione in quel tempo si reputava contraria ai canoni[285]. Formoso s’era senza dubbio adoperato per giungere al Papato, e sembra che, per conseguire l’intento, facesse delle promesse agli uomini temprati a sensi nazionali, e che così guadagnasse i loro voti.
La parte del Papa presto si stringeva attorno alla bandiera di Arnolfo d’Alemagna e di Berengario favorito di lui; la fazione avversa si schierava sotto al vessillo spoletino di Guido, di Lamberto suo figlio e di Adalberto di Tuscia, chè in questi contrapposti s’erano adesso mutati i partiti antichi dei Tedeschi e de’ Francesi in Roma. A capo della fazione spoletina stava Sergio diacono, romano illustre che era stato candidato oppositore di Formoso, ed era il suo antagonista più acerbo[286].
Quantunque il Pontefice fin d’ora volgesse le sue speranze ad Arnolfo, tuttavolta la condizione delle cose lo costringeva a riverire Guido imperatore, e questi, forse coll’adesione del Papa e intendendo a raffermare la dignità imperiale nella sua dinastia, eleggeva il suo figliuolo Lamberto a socio nell’Impero: nell’anno 892, Formoso medesimo lo coronava a Ravenna[287]. Ciò faceva egli di mala voglia; chè nessun Pontefice poteva di vero senno augurare la fondazione o il rassodamento di una dinastia imperiale indigena. La sorte delle armi favoriva Guido; Berengario era battuto, e indarno chiedeva salvezza ad Arnolfo di Germania, sebbene le sue instanze fossero raccomandate anche dai legati di Formoso, cui tosto gravemente angustiavano Guido e la parte spoletina ch’era in Roma. Guido infatti, violava i confini dello Stato della Chiesa, e incamerava patrimonî di san Pietro; la lotta delle due fazioni minacciava di venire in Roma ad uno scoppio; perciò Formoso, nell’anno 893, chiedeva ad Arnolfo che calasse dalle Alpi. Il Re venne in Italia sull’incominciamento dell’anno successivo[288]; Milano e Pavia, prese di terrore, gli aprirono le porte; perfino i Margravî di Tuscia, Adalberto e Bonifacio fratello di lui, gli si diedero in balìa quali vassalli. Però, a Pasqua, ei tornavasi indietro a Germania, nè proseguiva il suo cammino vittorioso, attraverso le terre di Guido, fino a Roma, dove il Papa l’avea invitato ad andare.
La subita morte di Guido non indusse mutazioni essenziali nelle cose di Roma. Questo Imperatore, ossia tiranno d’Italia, come i Cronisti tedeschi lo appellano, moriva di un’emorragia di petto, presso al fiume Taro nell’Italia meridionale, sulla fine dell’anno 894; probabilmente Lamberto s’affrettava adesso di andare a Roma per ottenere da Formoso la confermazione della sua dignità imperiale, e per farsene coronare con solennità grande. Era ancora giovanissimo, bello della persona, cavaliere compiuto, speranza massima degli Italiani che aderivano alla parte nazionale. Il Papa, non soccorso da Germania, doveva acconciarsi alle circostanze; protestava essere disposto a proteggere questo Imperatore con sollecitudine paterna; però novellamente spediva suoi legati ad Arnolfo affinchè fervidamente gli raccomandassero di venire a Roma[289]. Era cosa che doveva infiammare la fazione spoletina a furibondo odio contro il Papa, il quale la tradiva a Germania. Nell’autunno dell’anno 895, Arnolfo sbucò di Baviera, per cacciare fuor del suo sentiero Berengario e Lamberto, e per torsi finalmente il reame d’Italia e l’Impero. La sua marcia guerresca è la prima e avventurosa impresa che un Re tedesco tentasse contro di Roma. Guadato il Po, divideva in due il suo esercito; scagliava gli Svevi su Firenze per la strada di Bologna; i Franchi guidava egli, dalla parte occidentale, a Lucca. Corse fama di apparati ostili per parte di Berengario e di Adalberto di Tuscia; ciò fece sì che Arnolfo s’affrettasse nel suo cammino, laonde, passate le feste natalizie a Lucca, ruppe contro a Roma. Il giovane Lamberto non gli opponeva resistenza alcuna, avvegnachè egli cercasse di difendere soltanto Spoleto; ma la madre sua Ageldrude, che nutriva spiriti gagliardi ed era figlia di quell’Adelchi duca di Benevento celebre per la prigionia cui aveva costretto Lodovico imperatore, sperava di poter ributtare il nemico dalle mura di Roma. Quivi era già scoppiata una furiosa rivolta; la fazione spoletina, ossia nazionale, capitanata da Sergio e da due nobili, Costantino e Stefano, s’era omai impadronita del Papa; Spoletini e Toscani erano penetrati nella Città, ne avevano sbarrate le porte, asserragliata la città Leonina e riempiutala di genti di guerra; una femmina ardita era l’anima di tutto quell’armeggio belligero.
Adesso, per la prima volta, conveniva che Roma fosse assediata dalla soldatesca di un Re tedesco, dai «Barbari» di Germania; per la prima volta conveniva che questi conquistassero la Città santa, ed ivi con forza di armi s’impadronissero della corona imperiale.
Arnolfo, il valoroso bastardo, poneva campo fuor di porta san Pancrazio; chiedeva che Roma s’arrendesse, ma gli rispondevano con ischerni[290]. I Tedeschi, dapprima scoraggiti poichè erano vaghi di pugne ardenti, chiesero finalmente con grandi grida di esser condotti all’assalto; e, come narrò la leggenda, un avvenimento accidentale, un lepre fuggente verso le mura e inseguito da loro, ve li trasse. L’atteggiamento bellicoso degli Spoletini e dei Romani presto si smarrì; le mura furono superate con iscale oppure a forza di selle da cavallo ammonticchiate le une sulle altre; alcune porte furono spezzate a colpi di ascia, quella di san Pancrazio fu abbattuta cogli arieti, e i Tedeschi, nella sera di quell’istesso giorno, penetravano nella città Leonina, e vi liberavano il Pontefice dal castel sant’Angelo, dove i suoi nemici lo avevano rinchiuso[291].
Arnolfo non entrò insieme colle sue soldatesche; volle seguire la consuetudine degli Imperatori, tenendo sua entrata dal campo di Nerone, e volle avere accoglienze solenni nel san Pietro. Si fermò presso a ponte Molle; clero, nobiltà e scuole di Roma, fra le quali i Cronisti tedeschi fanno speciale menzione di quella dei Greci, ve lo andarono a levare con loro croci e con vessilli, e lo condussero nella città Leonina: ivi il Papa lietamente lo ricevette sui gradini del san Pietro, lo mise dentro nella basilica, e, rinnegata fede a Lamberto, lo coronò imperatore[292]. Ignoto è il giorno in cui la coronazione avvenne, ma cader dovette nella seconda metà di Aprile dell’anno 896. Così il bastardo tedesco diventò imperatore romano, nè Formoso ottenne perdonanza di quest’opera sua, che urtava contro al sentimento di nazione[293]. Dopochè Arnolfo ebbe dato assetto a quelle molte cose che concernevano l’Impero e la Città, e dopochè ebbe probabilmente conchiuso un patto col Papa, ricevè nel san Paolo anche la protesta di omaggio del popolo romano. Il giuramento fu prestato così: «Per tutti questi misteri di Dio, giuro, che, salvo l’onor mio, salve la mia legge e la mia fedeltà verso il signore e papa Formoso, per tutti i giorni della mia vita sono e sarò fedele ad Arnolfo imperatore; non mi associerò mai con uomo alcuno per romper fede a lui; non presterò mai ajuto a Lamberto figlio di Agildrude, o a sua madre, affinchè conseguano dignità temporale; nè con astuzie od argomento qualsiasi darò mai questa città di Roma in balìa di esso Lamberto, o di sua madre Agildrude, o di loro genti[294]».
La parte spoletina non aveva opposto energica resistenza al vincitore; del sepolcro di Adriano, che poco tempo dopo fu pure un forte castello, non è fatta parola, sebbene dubitar non si possa che Agildrude vi avesse messo un presidio. Tosto dopo la presa di Roma, la vedova di Guido imperatore era tornata colle soldatesche nella sua terra[295], ed i Romani, alleati con lei, avevano deposto le armi. Pertanto l’ira di Arnolfo avrà potuto presto acquetarsi, in pensando quanto lieve fatica gli avea costato la presa di Roma su cui nemmanco possedeva diritti; tuttavia può darsi che nella Città alcune teste cadessero sotto la mannaia del carnefice; e due illustri romani, Costantino e Stefano, quali rei di maestà, furono tratti in esilio in Baviera. Quindici soli giorni rimase Arnolfo in Roma; vi lasciò da prevosto della Città il suo vassallo Faroldo, cui avrà affidato un nerbo sufficiente di milizie; dipoi mosse sopra Spoleto, dove l’amazzone Agildrude s’era apprestata a difesa. Però, una infermità di paralisi lo coglieva per via, nè tanto era conseguenza di veleno che gli propinasse la nemica sua, quanto di quello che egli, dedito a stravizzi e a lascivie, aveva succhiato fra le braccia delle sue amanze. La splendida vittoria riportata da lui su Italia e su Roma destò meraviglia quasi minore del suo ritorno precipitoso a Germania, che parve d’uom che fuggisse; e la prima impresa guerriera che un Re tedesco facesse su Roma, triste presagio de’ tempi venturi, non lasciò dietro a sè alcun sostanziale risultamento.
Sia che perisse di infermità, oppure di veleno, morte liberò, in quello stesso tempo, papa Formoso dai pericoli in cui lo avrebbero precipitato la lontananza del suo proteggitore tedesco e la subita mutazione che ne conseguivano le cose, per via di un trattato che si conchiudeva fra Lamberto e Berengario. Formoso trapassava di vita nel Maggio dell’anno 896, dopo un reggimento di quattro anni, di sei mesi e di due giorni[296]. Nessun monumento serba ricordanza di questo Pontefice degno di nota, ma la Città gli andò debitrice della restaurazione fondamentale del san Pietro e dei suoi musaici, e dell’adornamento di parecchie altre chiese[297].
§ 2.
Torbidi in Roma. — Bonifacio VI, papa. — Stefano VI, papa. — Sinodo «del cadavere»; giudizio dei morti pronunciato sopra Formoso. — Cade la basilica Lateranense. — Ragioni del delitto atroce. — Il _Libellus_ di Ausilio. — La _Invectiva in Romam_. — Fine orribile di papa Stefano VI.
La morte di Formoso fu in Roma segnacolo di tumulti lunghi. La fazione tusca e quella spoletina s’impadroniscono adesso di tutti i poteri; la cattedra di Pietro diventa oggetto di ruba dei maggiorenti, e con rapidissima successione la occupano Papi che, appena sorti, piombano, cadaveri sanguinosi, nelle loro tombe. Il Papato, che sotto di Nicolò e di Adriano ed ancora a’ giorni di Giovanni VIII, si era innalzato a tanta grandezza d’intenti, cade in ruina nel mezzo della dissoluzione universale di tutte le cose politiche. Sullo Stato temporale della Chiesa, migliaja di predoni s’impongono da padroni, e financo la podestà spirituale del Papa presto non è dappiù che un titolo senza valore. Un buio che mette ribrezzo involge tutta Roma, ed appena è se lo rischiari una debile luce che, tratto tratto, dalle Croniche antiche si diffonde su questo periodo spaventoso: in verità è uno spettacolo orrendo, in mezzo al quale compaiono in vista Baroni, cui è ragion la violenza, che si danno nome di consoli o di senatori; compaiono Papi d’animo brutale o sventurati che escono del grembo di quei signorazzi, donne belle e feroci e lascive, larve d’Imperatori che vengono, pugnano e vanno; e tutte queste persone e i loro fatti passano innanzi allo sguardo colla rapidità di un vorticoso tumulto.
I Romani ponevano a forza sulla sedia di Pietro Bonifacio VI: non trascorrevano che quindici giorni, ed ei moriva[298]. I maggiorenti della parte spoletina, ossia nazionale, elevavano allora alla cattedra papale Stefano VI, figlio di Giovanni prete romano. Quantunque dapprincipio questo nuovo Pontefice riverisse Arnolfo perchè ne aveva paura, se ne discostò tosto che, partito lui d’Italia, Lamberto entrò nuovamente in Pavia. Incorato dagli acerbi nemici di Formoso, fra i quali era egli pure, tenuto fra le mani dei Lambertini che dominavano su di Roma, ispirato dal truce fanatismo degli odî partigiani, i quali avevano tutta l’indole di una vera demenza furibonda, Stefano bruttò la storia del Papato con un fatto di barbarie inaudito sì, che nessuna età ebbe mai visto l’eguale.
Fu bandito un giudizio solenne contro a Formoso: il morto fu citato a comparire in persona innanzi al tribunale di un Sinodo. Era il Febbraio od il Marzo dell’anno 897, in quello che anche Lamberto imperatore era venuto con sua madre a Roma, dove già comandava da padrone. I Cardinali, i Vescovi e molti altri dignitarî del clero si congregarono in sinedrio. Il cadavere del Papa, strappato alla tomba in cui riposava da otto mesi, fu vestito dei paludamenti pontificî, e deposto sopra un trono nella sala del Concilio. L’avvocato di papa Stefano si alzò, si volse verso quella mummia orribile al cui fianco sedeva un Diacono tremante che doveva fargli da difensore, propose le accuse; e il Papa vivente con furore insano chiese al morto: «Perchè, uomo ambizioso, hai tu usurpato la cattedra apostolica di Roma, tu che eri già vescovo di Porto?» L’avvocato di Formoso parlò in suo patrocinio, seppure il terrore non gli fe’ intoppo alla lingua; il morto restò convinto e fu giudicato; il Sinodo sottoscrisse il decreto di deposizione, pronunciò sentenza di condanna, e deliberò che tutti quelli i quali da Formoso avevano ricevuto ordinazione ordinarsi dovessero nuovamente.
Se il cadavere del Vicario di Cristo si fosse di repente rizzato in piedi e avesse risposto alle accuse che gli erano scagliate, coloro che nel Sinodo tenevano scranna di giudici, colti da terrore mortale sarebbero fuggiti, e alcuni di quei temerarî profanatori di sepolcri ne sarebbero stramazzati al suolo per lo spavento; ma la mummia sedeva immobile, tutto chiusa nel suo silenzio. Le strapparono di dosso i vestimenti pontificî, le recisero le tre dita della mano destra colle quali i Latini sogliono benedire, e con grida barbariche gettarono il cadavere fuor dell’aula: lo si strascinò per le vie, e, fra le urla della plebaglia, lo si buttò nel Tevere[299]. Non un fulmine del cielo, che pur sì spesso e sì di buon grado aveva svelato prodigî a tornaconto dei Papi, scoppiò su questo «Sinodo del terrore», nessun martire s’alzò irritato dal suo avello; però il caso, che spesso fa le veci della provvidenza, e mostra segni e portenti allorchè i Santi se ne stanno muti, volle che tosto dopo crollasse la basilica del Laterano, debole per vecchiezza. Papa Stefano, che dimorava lì presso nelle case patriarcali, avrà trasalito ne’ suoi truci pensieri, adendo il rovinìo del tempio; e la caduta della chiesa maggiore e madre della Cristianità potrà essergli stato presagio del precipizio che aspettava il Papato stesso e del giudizio che gli pendeva sul capo[300]. Le onde travolsero il cadavere di Formoso; alcuni pescatori del Tevere lo rinvennero quando Stefano non viveva più; gli avanzi di quell’uomo, che non aveva trovato mai requie in vita nè in morte, furono riposti nuovamente nel suo sepolcro in san Pietro; e vecchi e donne pie narrarono, che le imagini dei Santi, collocate nella cappella in cui si trasportavano le reliquie di lui, chinassero reverenti la fronte innanzi al morto sventurato[301].
Vorremmo torcer lo sguardo da questo spettacolo di delitto, e ritemprare l’animo alla similitudine per cui il Cardinal Baronio dice, che alla Chiesa non ne potè venir macchia o vergogna, avvegnaddio essa sia pari al sole, la cui faccia talvolta si vela di nubi, per rifulgere poi di splendore più vivo: ma lo Storico che rifugge dalle similitudini, trova in quel Sinodo un documento delle condizioni morali di quell’età. Ben egli può affermarne che Papi, clero, nobili e popolo di Roma erano allora immersi in una barbarie di cui imaginar non si può la più orrenda: l’odio feroce dei Romani condannati da Formoso, il livore di un Sergio, di un Benedetto, di un Marino (erano cardinali preti), di un Leone, di un Pasquale, di un Giovanni (cardinali diaconi, chè così specialmente li denota il posteriore Concilio di Giovanni IX), la sete rabbiosa di vendetta della parte nazionale infellonita di furore, perciocchè Formoso disertandola avesse coronato Arnolfo primo imperatore tedesco, le relazioni politiche di Stefano VI, che, premuto da Lamberto, lo blandiva; tutte queste circostanze di cose avevano dato occasione al misfatto. L’orribile inquisizione toglieva qualche fondamento giuridico dalla legge dei canoni; ricorreva all’antica condanna di Formoso vescovo, alla infrazione del suo giuramento, da cui ad ogni modo Marino I lo aveva sciolto con rito solenne, finalmente alla esaltazione di lui, vescovo, al Pontificato. Decreti di Concilî antichi avevano proibito ai Vescovi di trasferirsi da una città ad un’altra, ma altri decreti avevano protestato, questo esser lecito allorchè lo esigesse necessità delle cose; e il Sinodo congregato da Giovanni IX nell’anno 898, si decideva in tai sensi per riguardo a Formoso, quantunque aggiungesse, non doversi torre a imitazione quell’esempio che non s’acconciava ai canoni[302].
Formoso, il cui corpo sofferse dopo morte il martirio che in vita gli avevano risparmiato i Bulgari, trovò peraltro, anche a quell’età, dei difensori in alcuni uomini cui la iniquità metteva a indignazione: massimamente furono preti consecrati da lui, i quali protestarono contro il Sinodo che aveva dichiarato invalide le loro ordinazioni. Ausilio compilava una scrittura in cui vestiva di gloria lo infelice Papa; un altro sacerdote, sconosciuto di nome, scagliava contro a Roma un’invettiva focosa, nella quale rigettava a condanna dell’intiera Città ciò che era colpa dei Romani, e con grande ira rammemorava che eglino avevano sempre trucidato i loro benefattori: Romolo e Remo, fondatori della Città, erano caduti l’uno sotto la mano del fratello, l’altro sotto il ferro dei ribelli sul Quirinale; e di Pietro e di Paolo (assai bene avrebbe egli potuto appellarli fondatori secondi di Roma, e forse gliene librava in mente l’idea) diceva che l’uno era stato crocifisso, l’altro decapitato: del paro, la Città avea sbrigliato le ire sue contro a Formoso, santo, giusto e cattolico uomo[303].
Frattanto, il destino coglieva Stefano nell’autunno di quello stesso anno 897. Il suo delitto commoveva ad agitazione gli amici di Formoso e tutti i Romani che nutrivano sentimenti generosi; la fazione tedesca, che era in Roma, prese fiato; il popolo si sollevò; il Papa colpevole fu preso, gittato in un carcere ed ivi strozzato. Però, Sergio, amico suo ed avversario acerbo di Formoso, allorchè, pochi anni appresso, salì alla cattedra apostolica, gli innalzò un mausoleo nel san Pietro, e la inscrizione, che tuttavia suona ad infamia di Formoso, annuncia i casi della sua caduta e della sua morte[304].
§ 3.
Romano, papa. — Teodoro II, papa. — Questi dà sepoltura al cadavere di Formoso. — Morto Teodoro, Sergio tenta di impadronirsi del Pontificato, ma è cacciato in bando. — Giovanni IX, papa nell’anno 898. — Ripone in onore la memoria di Formoso. — Decreto di lui concernente la consacrazione del Pontefice. — Sue cure per afforzare l’Impero di Lamberto. — Morte repentina di Lamberto. — Berengario, re d’Italia. — Calano in Italia gli Ungheri. — Sorge un pretendente in Lodovico di Provenza. — Giovanni IX muore nel Luglio dell’anno 900.
Nel mese di Settembre o in quello di Ottobre dell’anno 897, a Stefano succedeva Romano, uomo di incerta stirpe, che moriva quattro soli mesi dopo. Ed anche il suo successore, Teodoro II, che vien detto romano e figlio di Fozio (egli aveva pertanto origine di Grecia), non resse la tiara che venti soli giorni[305]. Pareva che l’aere ammorbato dal cadavere profanato nel Sinodo pesasse gravemente sopra queste persone che passano rapide e fuggenti; pareva che lo spirito irato di Formoso si rizzasse su loro, e, abbrancatele, tosto le cacciasse giù a capo fitto nei loro avelli. Fra i pochi fatti che si narrano di Teodoro, gli reca onore la cura ch’ei diede a seppellire nel san Pietro il cadavere di quel Papa[306]. Laonde è, che con Teodoro il potere era tornato in mano della fazione avversa a Stefano; per vero gli aristocratici dell’altro partito tentavano, morto il Papa, di strapparlo a sè nuovamente, ma non vi riuscivano. Forse, fin d’allora, ajutati da Adalberto margravio di Tuscia, cercavano di coronare papa il potente cardinale Sergio, ma prevaleva la parte di Formoso, e il Cardinale, cacciato della Città coi suoi aderenti, si ricoverava di nuovo nel suo esilio in Toscana[307].
In mezzo a condizioni nefaste di cose, delle quali non ci giunse novella, Giovanni IX fu ordinato papa nella primavera o nella estate dell’anno 898. Era figlio di un uomo di origine germanica, di Rampoaldo di Tibur; era benedettino e cardinale diacono. Nel suo reggimento, che durò due anni e pochi giorni, questo Papa diede prova di animo temprato a moderazione e di intelletto. Il mutismo profondo in cui adesso incomincia a chiudersi la storia della Città, è interrotto soltanto dalla notizia di due dei suoi Concilî, onde ci furono conservati gli Atti importanti. Sebbene Teodoro e Romano avessero pur avuto desiderio di farlo, la brevità del loro governo aveva impedito a quei Pontefici di purgare la Chiesa dal vitupero che le aveva inflitto il Sinodo «del cadavere»; ma Giovanni IX, che era stato ordinato prete da Formoso, congregava adesso un Concilio. Innanzi a questo furono citati i Vescovi e i Preti che avevano sottoscritto i decreti sinodali di Stefano; protestarono eglino, vero fosse o falso, che le sottoscrizioni erano state ad essi carpite da quei furibondi; si prostrarono ai piedi del Papa, e lo invocarono a pietà. Furono perdonati; ma i profanatori del sepolcro, i Sergiani (stavano eglino in arme nella Toscana, e da fuorusciti spiavano l’opportunità di scagliarsi su Roma), furono ancora una volta maledetti con rito solenne. Condannati furono gli Atti del Sinodo «del cadavere», e (lo si legge con meraviglia) si reputò necessario di vietare che nell’avvenire si istituisse giudizio contro ad un morto[308]. La memoria di Formoso fu splendidamente restituita ad onoranza; si confermò la sua elezione a pontefice; le sue ordinazioni furono sancite come valide.
Il decimo canone del Concilio statuì che la consecrazione di ogni Papa nuovamente eletto dovesse nello avvenire farsi soltanto allora che fossero presenti i legati imperiali. Di qui si pare che i tumulti sanguinosi avvenuti duranti le elezioni di Giovanni e dei suoi predecessori, chiedevano che una tale concessione si facesse alla podestà imperiale, divenuta ombra vana. Oltracciò, i rapporti di amicizia che avvincevano Giovanni IX e Lamberto influivano per loro parte a promuovere siffatta decretazione[309]. Infatti, lo stato di Roma costringeva Giovanni ad attaccarsi con ambe le mani all’Impero; ei tentava di restaurarne la potenza, perocchè prevedesse che, senza di quello, il Papato sarebbe perito: e orribili per verità dovevano essere le condizioni delle cose, se strappavano al Papa un simigliante decreto. Il giovine Lamberto imperatore, dopo la partenza di Arnolfo, dominava in Italia senza contrarietà di sorta; sicuro del suo emulo Berengario, ei sperava adesso di impadronirsi con tutta quiete dell’Impero. Giovanni intendeva seriamente di dargli sostegno a quest’uopo; nello istesso Sinodo lo confermava a imperatore, adulava a lui ed anche agli Italiani, protestando che la consecrazione data da Formoso al «barbaro» Arnolfo, era stata un atto surrettizio ed imposto, e che si doveva tenere come nulla[310]. Giovanni non volgeva più lo sguardo a Germania, dove Arnolfo imperatore languiva sul suo letto di morte; non a Francia, dove universale era la confusione delle cose; a lui, come agli Italiani, Lamberto, giovane, magnifico, prode, sembrava essere il solo uomo che desse guarentia di uno Stato bene ordinato.
In questo stesso anno 898 Giovanni IX e Lamberto si videro in Ravenna; e colà il Papa, in presenza dell’Imperatore, tenne un Sinodo di settantaquattro Vescovi italiani, che fu notevole per alcune costituzioni promulgatevi in riguardo della podestà che su di Roma spettava all’Imperatore. Vi fu ordinato che nessun Romano, appartenesse egli al clero od al senato od a qualunque altro ceto, potesse essere impedito di «proclamare» alla maestà dell’Imperatore, o di andare a lui in persona per ottenervi giustizia; coloro i quali gliene avessero opposto ostacolo e perciò lo avessero danneggiato nei suoi beni, sarebbero incorsi sotto giudizio dell’Imperatore[311]. Così volevasi dunque restaurare il tribunale imperiale a protezione dei deboli contro le oltracotanze dei grandi; e può accogliersi con buon fondamento che l’Imperatore mandasse a Roma novellamente il suo _Missus_. Parimenti fu rinnovato colla Chiesa il patto già conchiuso con essa da Guido; si dette confermazione al possedimento dello Stato della Chiesa ed ai diritti di supremazia del Papa sui suoi territorî e su di Roma. Prometteva Lamberto di restituire i patrimonî appresi contro diritto; accordava altresì al Papa la sua protezione contro ai Romani banditi, in quello che protestava di voler impedire i loro conventicoli rivoluzionarî con Longobardi o con Toscani, nel territorio di Toscana e in quello della Chiesa[312]. Nello stesso Sinodo dolevasi il Papa della desolazione senza fine che affliggeva le province, delle quali coi suoi stessi occhi aveva veduto le miserie nel corso del suo viaggio a Ravenna; deplorava la caduta della basilica Lateranense; si lagnava che le sue genti spedite a procacciare travi necessarie alla riedificazione, ne fossero state impedite dai ribelli; pregava l’Imperatore di soccorso; rimpiangeva che i redditi della Chiesa fossero esauriti, che non ne fosse rimasto pur tanto che bastasse a pagare lo stipendio dei cherici e dei famigli della corte pontificia, od a largire elemosine ai poverelli. Così al basso, in soli quarant’anni, era dunque caduto lo Stato romano; sì poco tempo era trascorso dacchè i Papi avevano cavato milioni dai loro scrigni per edificare nuove città, cui eglino, parimenti come Pompeo o Trajano, avevano imposto i loro nomi.
Leale era il sentimento col quale Lamberto aveva fatto pace con Roma, nè meno lealmente il Papa aveva cercato di raffermar lui nell’Impero: ed è con vivo compiacimento che noi consideriamo gli sforzi che quei due uomini, seguendo un indirizzo nazionale, rivolsero a mettere un po’ di ordine nel caos d’Italia, per liberarla da tutte le influenze del di fuori, e per foggiare, la prima volta, un Impero autonomo entro ai confini delle terre italiche. Il lieto periodo di pace onde fruiva lo sventurato paese, sembrava offrire malleveria di un bello avvenire, e gli spiriti giovanili dell’Imperatore davano alimento ad ardite speranze. Ma, tutto ad un tratto, un avvenimento sventurato dissipava questo sogno di felicità, e il secolo di ferro o barbarico, come può appellarsi il millennio della Cristianità, picchiava colla sua mano inesorabile alle porte di Roma.
Partito di Ravenna, Lamberto era ito sull’alto Po, nelle pianure di Marengo, ossia _Marincus_, che a quel tempo era tutto coperto di boscaglie, fra le quali il giovine Principe soleva dilettarsi a cacciare. Una caduta che ei vi faceva di cavallo, schiacciava d’un sol colpo le speranze d’Italia. Il giovine degno di rimpianto, il più bello e generoso cavaliere della sua età, spirava l’anima sopra quel campo che, novecento anni dopo, diventò tanto celebre per la grande battaglia che in esso fu combattuta. Voci si sparsero le quali accusavano della sua fine Ugo, figlio di Maginfredo conte di Milano, che Lamberto aveva mandato al supplizio estremo[313].
Quella subita morte cambiò in Italia la faccia delle cose. Berengario in gran furia corse di Verona a Pavia per impadronirsi del Regno italico: ed un tratto gli sorrise anche la sorte, chè molti maggiorenti e Vescovi gli prestarono reverenza, e, nel Novembre dell’anno 899, la morte dell’imperatore Arnolfo lo liberò dalla temenza delle pretese, suffulte d’armi, che andavano alzando i Tedeschi. Però, quantunque ei fosse certo dell’amicizia di Adalberto di Tuscia, quantunque l’afflitta vedova di Guido e madre di Lamberto avesse conchiuso con lui un trattato, quel Principe non potè toccare la meta che vagheggiava. Guido e Lamberto erano prestamente giunti a porsi in capo la corona imperiale, prestamente la avevano perduta insieme colla vita, eppure Berengario, ad onta di fatiche grandi e di anni lunghi, non riuscì ad afferrarla; neppure come a re d’Italia, e in mezzo a circostanze di cose tanto favorevoli, dappoi che s’aveva estinto il titolo ond’erano stati investiti Lamberto e Arnolfo, non gli fu dato di torsi da Roma quel serto fatale. Questo fatto sorprendente riesce a dimostrare che, omai nell’anno 899, gli Ungheri movevano il loro primo assalimento contro all’Italia superiore, e che, nell’anno stesso, Lodovico di Provenza erigevasi da pretendente all’Impero.
Sembrò che alla fine del secolo desse segno la morte del giovane Lamberto, similmente a meteora sanguinosa, nuncia dei mali che si venivano avvicinando. Infatti, in questo tempo, le terribili orde degli Ungheri irrompevano dalle loro terre di Pannonia e rinnovellavano i tempi di Attila; trucidando e devastando, si spingevano, nell’Agosto dell’anno 899, sull’alta Italia, e sotto i colpi dei loro dardi cadeva sul Brenta, addì 24 di Settembre, l’esercito del prode, ma sventurato Berengario. Le conseguenze di questa disfatta gravarono orribilmente le spalle ad Italia[314]. Lo scellerato giuoco dell’arte politica italiana, che chiamava nella disunita contrada or Tedeschi, or Francesi, sempre stranieri e sempre conquistatori, diventò adesso continuo; la bellissima delle terre d’Europa, Lombardia, fu d’ora in poi il grande campo delle battaglie della storia, sopra il quale le nazioni romanesche e germaniche combatterono, e tuttavia combattono, per il possedimento d’Italia, Elena nuova. Gli amici del morto Lamberto (grande ne era il numero anche in Roma), i nemici di Berengario, fra i quali primeggiava Alberto di Tuscia, s’inframmettevano in mezzo a Berengario stesso e alla corona imperiale, e gettavano il loro sguardo sul giovane Re di Provenza, nato di Bosone e di Irmengarda, la quale era figlia di Lodovico II. Il nipote di un celebre Imperatore della stirpe dei Carolingi poteva far valere dei diritti apparenti di legittimità, e poteva contare sopra una grande aderenza di Conti e di Vescovi, i quali miravano con invidia che ad un uomo del paese toccasse la corona. Lodovico discese nell’anno 900, dopochè la sanguinosa sconfitta subita da Berengario sul Brenta, aveva sgomberato dal suo sentiero i massimi impedimenti[315].
Incerto è se ve lo chiamasse anche Giovanni IX: ad ogni modo, l’accoglimento amichevole che il Principe s’ebbe in Roma sotto del successore del Pontefice, dimostra quanto prestamente ei guadagnasse alla sua parte i Romani, i quali ancora ricordavano che, tempo addietro, Bosone padre suo aveva dato asilo a Giovanni VIII, e che questo Papa lo aveva elevato a re d’Italia, contrapponendolo a Berengario e ad Arnolfo. Però, a questi avvenimenti Giovanni IX non sopravvisse; nel Luglio dell’anno 900 morì, gemendo sulla ruina di tutte le sue generose speranze: egli pose fine al secolo di Carlo il grande, ed aperse il secolo del mille, che, in mezzo a orribili martorî di Roma, doveva educare l’imperio romano della nazione tedesca. Non v’ha in Roma alcun monumento che conservi ricordanza di Giovanni IX[316].
LIBRO SESTO.
STORIA DELLA CITTÀ DI ROMA NEL SECOLO DECIMO.
CAPITOLO PRIMO.
§ 1.
Trapasso al secolo decimo. — Benedetto IV corona Lodovico di Provenza a imperatore, nell’anno 901. — Gli ottimati più insigni di Roma a quell’età. — Leone V e Cristoforo, papi. — Sergio III è fatto papa. — Sue Bolle. — Riedifica la basilica Lateranense. — Anastasio III e Lando, papi.
Sul finire del secolo nono abbiamo veduto crollare l’Impero franco-romano, e con esso il Papato; il secolo decimo ci mostrerà lo spettacolo di una ruina spaventosa ancor più. In mezzo alla confusione senza limite delle cose d’Italia, ed innanzi al dubbio chiarore delle più scarse notizie, noi vi mireremo la Roma del medio evo desolata e tetra, come se a illuminarla vi battesse sopra il raggio di una luna colorata di sangue: epoca sommamente memoranda, la quale si chiude con un pallido albore di civiltà, dopo che la nazione tedesca ha restaurato l’Impero. Laddove, ancora nel secolo nono, la storia interiore della Città fu, nell’essenza, assorbita da quella dei Pontefici e degli Imperatori, nel secolo decimo invece, per la prima volta nel medio evo, vedremo, ad onta della densa tenebra dei tempi, sorgerci davanti i Romani con figure di rilievo più definito; chè la storia del Senato del medio evo, ossia della nobiltà di Roma, incomincia, colla caduta dell’Impero carolingio e della podestà pontificia, a muoversi nell’orbita di una sua propria autonomia.
Mentre, al settentrione, due Principi pugnavano per disputarsi il possedimento d’Italia, Roma risonava dello strepito romoroso delle fazioni. Non v’era più un braccio imperiale che le infrenasse, e i Papi, l’un dopo l’altro, salivano tumultuariamente alla sedia di Pietro, per esserne strascinati abbasso in brevissima ora. Benedetto IV romano, figliuolo di Mammolo, otteneva la tiara nel Maggio o nel Giugno dell’anno 900. Il suo breve reggimento fu segnalato soltanto dalla coronazione di quel Lodovico di Provenza che gli Italiani avevano chiamato nella loro contrada; il figlio di Bosone ricevette in Roma la corona, nei primi giorni di Febbrajo dell’anno 901[317]. Alcuni Diplomi promulgati da lui dimostrano che egli vi esercitò veramente diritti imperatorî; e massimamente ci fu conservato un Placito romano del dì 4 di Febbrajo 901, in cui sono registrati i nomi dei più illustri ottimati romani, in qualità di giudici di Lodovico. Appellavansi: Stefano, Teofilatto, Gregorio, Graziano, Adriano, Teodoro, Leone, Crescenzio, Benedetto, Giovanni e Anastasio; sono detti Judices della città di Roma, e tutti, senza dubbio, erano fregiati del titolo di _Consules_ e di _Duces_[318]. Parecchie volte ci avverrà di trovare nuovamente questi uomini stessi, o i loro discendenti; e giova notare che fra quei loro nomi, non uno se ne trova che abbia suono germanico.
Benedetto IV, uomo di animo mite e di pietà sacerdotale, come lo appella Flodoardo, moriva prestamente, nell’estate dell’anno 903, ed allora Leone V, nativo di Ardea, saliva alla cattedra santa[319]: però non s’andava più in là d’un mese, che Cristoforo cardinale ne lo sbalzava. Ma neppur questo intruso sfuggiva ad egual sorte, chè, pochi mesi dopo, Sergio lo chiudeva in un convento, dove spariva dalla scena del mondo[320]. In soli otto anni erano dunque saliti al trono, e n’erano caduti, ben otto Papi, indizio manifesto degli orrori onde le guerre di fazioni funestavano Roma; sennonchè, poco a poco, da questo caos andavano emergendo alcune famiglie, e finalmente ad una di esse riusciva di impadronirsi del potere.
A questa casa apparteneva Sergio, figliuolo di Benedetto. Il suo ripetuto esaltamento dinota l’epoca della tirannide nobiliare, che gravò decisamente su di Roma all’incominciamento del secolo decimo. Vedemmo già questo ambizioso Cardinale combattere Giovanni IX, lo mirammo indi, nell’898, cacciato in esilio, rimanervi sette anni, sempre cogli occhi cupidamente torti al trono pontificio; alla fine gli veniva fatto di insignorirsene. Sebbene Flodoardo o l’inscrizione funeraria di Sergio dichiarino, che le instanze del popolo lo ebbero tratto dall’esilio alla cattedra di san Pietro, ciò potè avvenire soltanto dopo che furono debellati i suoi nemici, cacciati od uccisi i Cardinali a lui avversi, e dappoi che a forza di terrore s’ebbe conseguita nel popolo concordia[321]. Le soldatesche del potente Adalberto di Tuscia lo avrebbero condotto a Roma; di ciò peraltro non si ha certezza; poichè l’influenza toscana adesso scompare, e poichè Sergio si mantenne sette anni nel pontificato, vuol dire che la fazione dei nobili allora dominanti, ed alla quale egli apparteneva, aveva già disfatto i partiti nemici. E Sergio si conservò sul trono per ciò che, dal più o dal meno, egli affidò alle mani della sua fazione il reggimento della Città. Capo di quella aristocrazia romana era allora Teofilatto; e la potente moglie di lui, Teodora, era amica e proteggitrice di Sergio.
Sergio III diventò papa nel mese di Gennaio dell’anno 904[322]. Tosto ei pronunciò novella condanna sul morto Formoso, dichiarò essere invalide tutte le ordinazioni avvenute per opera di quel Pontefice, e, seppur non li fe’ uccidere, fe’ che nei tormenti del carcere morissero Leone e Cristoforo che lo avevano preceduto sulla cattedra pontificia[323]. Quest’uomo operoso nella violenza, che visse sette anni nell’esilio e sette nel papato, che si lasciò dietro alle spalle il cadavere vituperato di Formoso e gli spettri sanguinosi di alcuni Pontefici, che regnò in mezzo a condizioni di cose le quali cingono Roma di un mistero impenetrabile, quest’uomo ci fa deplorare la oscurità in cui quel periodo di tempo sarà sempre sepolto. Gli Scrittori ecclesiastici, il Baronio sopra tutti, hanno imprecato alla memoria di lui come a quella di un mostro; la parte ch’egli ebbe all’inquisizione contro a Formoso, la violenza onde si levò al pontificato, i legami d’amore colla romana Marozia, figlia di Teodora, che a lui attribuì lo storico Liudprando, danno ragione a siffatta sentenza. Forse essa potrebbe essere più mite se ci venisse in chiaro lo stato di quell’età; e poichè Sergio durò papa sette anni in mezzo alle orrende procelle di quel tempo, egli ha, se non altro, il diritto di parerci animo dotato di gagliarda energia: virtù apostoliche, d’altronde, in lui non andiamo cercando. Gli è con grande curiosità che leggiamo alcuni de’ suoi documenti: con una Bolla dell’anno 906, egli donava alcuni fondi del patrimonio toscano al Vescovato di Silva Candida, dove i Saraceni avevano fatto sterminio di quasi tutti gli abitatori. Un’altra Bolla costituisce molti terreni in dote ad Eufemia, abbadessa del convento _Corsarum_, perocchè i Saraceni avessero recato ruina anche al possedimento di questo convento. Un uomo, quale era Sergio, doveva credere di aver davvero bisogno delle orazioni delle monache, dal momento che loro ordinava di cantare, ogni giorno, cento «Kyrie Eleison», a beneficio dell’anima sua[324].
Se possedessimo i Regesti di quella età, noi vi leggeremmo che Sergio III restaurò parecchie chiese di Roma che erano cadute. Abbiamo documenti della riedificazione del Laterano cui egli diede opera. La veneranda chiesa di Costantino era crollata nell’anno 896; i tumulti di Roma avevano impedito a Giovanni IX di rinnovarla. Durante questo orrendo periodo di tempo, per ben sette anni aveva ingombrato, cumulo di ruine, il suolo, e i Romani entro a quelle erano iti frugacchiando per rubarne gli splendidi doni votivi. Opere preziose dell’antichissima arte cristiana, e robe financo che erano state donativi di Costantino, e di cui il Laterano sopra tutte le chiese si gloriava, trovarono allora fine, e può darsi che a quel tempo anche la croce d’oro di Belisario si trafugasse[325]. Il popolo romano non poteva tollerare la rovina del suo tempio santissimo: sebbene, dopo la coronazione di Carlo, il duomo di san Pietro fosse diventato il centro di tutte le attenenze di Roma col mondo politico e dommatico (perocchè ivi fossero stati anche celebrati nella massima parte i Concilî), la basilica Lateranense era pur sempre il sacrario delle reliquie, l’imagine vera di Gerusalemme, la Sionne romana, la chiesa massima e madre di tutta la Cristianità; era consecrata al Salvatore, e illustre per la ricordanza di Costantino. La calma in cui era venuta la Città sotto il reggimento di Sergio e della sua fazione, dominanti col terrore, concedeva al Papa di restaurare la basilica; e quel grande «delinquente», in mezzo ad un’età nefasta, potè ornarsi della gloria di un edificio, che, poco a poco colmandosi di monumenti della storia, durò, monumento di lui, quasi quattrocento anni, finchè ebbe anch’esso distruzione da un incendio. E, per vero, come la caduta del Laterano, alla fine del secolo nono, fu annunciatrice e presagio dell’età più desolata di Roma, così l’incendio dell’anno 1308 coincidette col periodo Avignonese, in cui Roma precipitò in pari miseria.
Sergio edificò tutta a nuovo la basilica, vi fondò nuovi doni votivi, e noi con molta vaghezza torniamo a leggere gli antichi nomi artistici di ciborii, di croci e di crocifissi seminati di gemme, di candelabri a corona, di calici, di patene e di arazzi[326]. Più non si può completamente rilevare quale fosse la forma dell’edificio, e dacchè l’architettura era allora in decadimento, non può darsi che la basilica di Sergio per bellezza si illustrasse. Ei pare che si conservassero le fondamenta e le dimensioni antiche[327], ma può essere che da Sergio derivasse l’atrio di dieci colonne e la partizione in cinque navate. Le colonne erano, quali di granito, quali di verde antico, e naturalmente provenivano da monumenti antichi. Sergio fece ornare la tribuna di musaici, ed è possibile cosa che fossero di gusto abbastanza barbarico: una lunga inscrizione celebrava ivi la sua edificazione, e versi simiglianti leggevansi altresì collocati sopra alla porta maggiore[328]. La basilica continuò ad aver titolo dal Salvatore, ma Sergio nella sua inscrizione dichiarò che la chiesa teneva come «patrono» suo san Giovanni (probabilmente il Battista), quale Costantino stesso aveva eletto: così il titolo del Salvatore principiò a scomparire anche da questa chiesa massima, e per Roma è cosa degna di nota. Pertanto il Laterano si eresse un’altra volta in piedi; al tempio novello, sorto da ruina così completa, crebbe la venerazione dei fedeli; e dal tempo di Sergio III in poi, per il corso di due secoli, quasi tutti i Pontefici non più in san Pietro, ma ivi dentro, si composero i loro sepolcri.
L’edificazione di una chiesa è il solo monumento storico di quell’età, chè tutti gli altri avvenimenti sono involti nel buio. Lo sventurato Lodovico per verità s’appellava Imperatore, ma non era che un’ombra o un nome vano di senso, e, già fin dall’anno 905, la persona di lui era scomparsa dalla storia d’Italia. Berengario lo aveva assalito e fatto prigioniero in Verona, e, orbatolo degli occhi, lo aveva rimandato alla sua terra natia. Però, neppur Berengario era capace di torsi da Roma quella corona imperiale ch’era caduta a sì vil prezzo; nè tanto gli opponevano ostacolo i diritti legittimi del cieco Lodovico, quanto la confusione in cui erano involte le cose tutte del paese, le lotte continue contro agli Ungheri, e finalmente gli aristocratici di Roma che di Imperatori non volevano saperne più[329]. Ora, correndo l’anno 911, moriva Sergio III[330], ed aveva a succeditore Anastasio III, romano. Fittissima tenebra ricopre il pontificato di questo Papa (che durò più di due anni) e il reggimento (di poco più di sei mesi) che si ebbe Lando venuto dopo di lui: può essere che questi Pontefici abbiano finito con tragiche sorti. E dopochè Lando, figlio di un Raino, dovizioso conte longobardo della Sabina, passò di vita nella primavera dell’anno 914, un uomo degno di ricordanza salì alla cattedra di Pietro, e la occupò per quattordici anni, con animo fornito di energia non comune[331].
§ 2.
Giovanni X. — Sua vita prima. — Ottiene la tiara per favore della romana Teodora. — Teofilatto marito di lei, console e senatore dei Romani. — Alberico, uomo di nuove fortune. — Relazioni di lui con Marozia. — Teodora e Marozia.
Brutta fama in parte ravvolge la vita prima di Giovanni X; però dubbioso ne è il fondamento. Deriva quella dalle narrazioni del lombardo Liudprando, nato soltanto a’ tempi del pontificato di Giovanni; ma l’indole leggiera dello scrittore affievolisce la fede di parecchie delle sue notizie. Racconta egli che Pietro, arcivescovo di Ravenna, avesse soventi volte mandato a Roma Giovanni, prete suo, per trattare di negozî ecclesiastici, e che ivi il Ravennate fosse divenuto l’amante di un’illustre romana, per nome Teodora. Poco tempo dopo quel prete diventava vescovo di Bologna; indi, morto l’Arcivescovo di Ravenna, ascendeva alla cattedra di lui, finchè Teodora, assetata di voluttà, lo chiamava dalla remota Ravenna a Roma, e lo faceva papa[332]. Secondo che narra la tradizione, Giovanni era nato nel castello _Tauxinianum_ (Tossignano), in vicinanza di Imola; aveva però cominciato il corso della sua vita ecclesiastica a Bologna, dove quel vescovo Pietro lo aveva ordinato diacono; e con opere di violenza, così vien detto, gli succedeva nella dignità episcopale. Animo ambizioso e destramente accorto, giungeva, dopo la morte dell’arcivescovo Cailo, anche al seggio di Ravenna, e, prima di diventar papa, si manteneva in quello nove intieri anni, e non senza gloria[333]; indi, ad onta di ciò che statuiva il decreto conciliare di Giovanni IX, passava da una sede vescovile alla cattedra di san Pietro. Ciò accadeva contro alla ragione dei canoni, ma non per questo gliene venne macchia; se poi egli veramente sia stato l’innamorato di una bella donna (e non è cosa appieno dimostrata) occorre pur dire, che non fu il solo dei Papi venuti prima e dopo di lui a godere di simiglianti fortune. La fazione nobiliare dominante allora su di Roma (ad essa apparteneva Teodora) chiamò al papato Giovanni che era uomo di robusta tempra d’animo, e, vinta la contrarietà del clero e della parte avversa, gli diè la corona. Ad una femmina potente, che era l’anima di un grande partito, Giovanni X andò debitore della sedia apostolica; però noi dobbiamo confessare che le circostanze più particolareggiate di quei fatti si celano agli occhi nostri dentro alla tenebra[334].
Teodora, bellissima della persona e ardita di spiriti, nata di una famiglia onde l’origine ci è ignota, s’eleva tutto a un tratto, Semiramide misteriosa, in mezzo all’oscurità di quel tempo, e, come dice Liudprando, domina la Città con autorità di monarca, non senza valore virile: ella ci costringe a studiare le ragioni onde una femmina, aprendosi una via quasi fuor delle ombre della notte, potesse giungere a tanta altezza di potere. Sposo di lei era Teofilatto, console e duce, che apparteneva ad una delle più egregie stirpi di Roma; e nell’anno 901 ci fu dato d’incontrarlo, per la prima volta, annoverato tra i giudici romani di Lodovico III[335].
Il nome di lui, al paro di quello di Teodora moglie sua, si trova frequente in ogni luogo d’Italia dove i Greci dominavano o dominato avevano; ma non per questo deve indurci a credere che i suoi avi venissero di Grecia. Nomi bizantini, omai da secoli, s’erano fatti di gran costumanza in Roma, per modo che in Diplomi dei secolo decimo si rinvengono assai di sovente; i nomi di Dorotea, di Stefania, di Anastasia, di Teodora, compaiono spesso sì, come quelli di Teodoro, di Anastasio, di Demetrio, parimenti che gli altri di Sergio, di Stefano e di Costantino. Queste nominazioni non erano soltanto vibrazione dell’eco dei tempi bizantini, ma, nel secolo decimo, erano conseguenza di una specie di risorgimento legittimista, una forma di moda che i ragguardevoli di Roma avevano adottata; fors’è che con esse la nobiltà cercava di opporre una protesta politica contro all’Impero germanico. In pari tempo, quei nomi danno una prova notevole che le idee di nazione erano ancora fra i Romani assai fiacche, avvegnachè non venga mai a galla, in mezzo a loro, il nome di uno Scipione, di un Cesare, di un Mario, nè quello di un Trajano o di un Ottaviano; e là dove trovi nomi di suono latino, sono tratti da quelli di Santi, segnatamente di Benedetto, di Leone e di Gregorio. Appena però che la Città verrà in balìa di un principe della nobiltà, tosto farà sua mostra anche il nome del primo Imperatore di Roma, di Ottaviano, come quello che si spetta al suo erede. Per la qual cosa noi reputiamo, che gli antenati del romano Teofilatto fossero di origine ravennati, e che venissero nella Città durante l’età bizantina di Roma[336].
Sull’incominciamento del secolo decimo, Teofilatto conseguiva un grandissimo potere. Sebbene nell’anno 901 egli fosse numerato a mazzo cogli altri nobili, secondo nella loro serie, tuttavolta, negli ultimi tempi di Sergio III o dei fiacchi succeditori di questo Papa, egli doveva portare omai, a preferenza d’altri, il titolo di «Console o Senatore dei Romani.» Accanto a lui Teodora, sua donna, esercitava influenza onnipossente sopra il Papato e sulla città di Roma[337]. Nell’anno 915 il figliuolo di Teofilatto non era già appellato figlio di un console denotato per suo special nome, ma addirittura era detto «figlio del Console,» e, accosto al fratello del Papa, andava, sopra tutti gli altri Romani, distinto[338]. Ei ci è duopo tuttavia confessare che lo studio, pur laborioso, dei documenti, non ci concedette di giungere ad una conchiusione ben sicura e determinata sull’assetto in cui trovavasi il reggimento temporale di Roma a quell’età. Noi ripudiamo l’opinione che i Romani allora eleggessero dei consoli annualmente, e li ponessero a capo del loro governo municipale, ma crediamo con buon fondamento, che, caduto l’Impero dei Carolingi, Roma subisse un mutamento nell’ordine interiore. Poco a poco il reggimento della Città era venuto in mano de’ laici (dei _Judices de militia_), ed i prelati (i _Judices de clero_) erano messi da banda. Scosso il giogo imperiale, e liberata dalla soggezione dei _Missi_, l’aristocrazia strappava al Pontefice franchigie ancor maggiori, in quello che essa sorgeva a prender parte al governo della Città e di tutte le cose prettamente politiche: sembrava che il Senato antico risorgesse adesso in questo baronato cittadino; il Patriziato, quell’idea tradizionale e importantissima di Roma temporale, sembrava tornare, dopo la caduta dell’Impero, in mano ai così detti «Consoli» di Roma divenuti potenti; e famiglie ambiziose s’adoperavano a conquistarsi podestà di _Patricius_, e a renderla ereditaria nelle loro case. Un «_Consul Romanorum_» era eletto dal gremio della nobiltà, siccome _Princeps_ dell’aristocrazia, ed era confermato dal Papa; simile ad un _Patricius_, era posto a capo della giurisdizione e della amministrazione cittadina; ed oltre che del titolo di «Console dei Romani» sembra che questo capo della nobiltà si fregiasse fin d’allora anche di quello di _Senator Romanorum_[339]. Teofilatto ci si presenta rivestito di tal qualità, e questa sua condizione ne spiega di per sè sola la potenza di Teodora, della _Senatrix_, com’ella si chiamava. La bella e valorosa donna del Senatore de’ Romani, era in pari tempo l’anima di quella grande famiglia di nobili e della sua clientela, e da ultimo trasfondeva nelle sue figliuole la propria potenza. Infatti, non molto andava che queste, Marozia e Teodora, più ancora di lei, coi loro vezzi avvincevano Romani e non Romani. Già di Sergio III s’era mormorato che lo allietasse l’amore di Marozia e che con lei procreasse quello che più tardi fu Giovanni XI; in progresso di tempo la bella romana introduceva nella famiglia di Teofilatto un audace uomo che sorse in quell’età a nuove fortune, e da cui le nacque un figliuolo, che fu primo principe secolare di Roma[340].
Fu quegli Alberico, uomo nuovo in Roma del paro che nella storia, avvegnachè, prima di lui, ivi non fosse visto mai alcuno che portasse un nome prettamente germanico come il suo[341]. Nulla sappiamo de’ suoi padri che furono indubbiamente di gente longobarda, e di cui è possibile cosa che avessero loro case nelle terre di Spoleto, oppure nella Tuscia romana, e forse in Orta; però, nell’anno 889, Alberico fa sua comparsa sotto le bandiere di Guido, e se ne mostra prode vassallo, indi lo abbandona per cercar sua fortuna sotto il sole di Berengario che va sorgendo sull’orizzonte: la sua vita somiglia a quella degli arditi capitani di ventura dei tempi posteriori d’Italia, sì come fu a Milano dell’antenato degli Sforza. Alberico divenne margravio, forse di Camerino, e già nell’anno 897 teneva titolo di _Marchio_: se poi egli giungesse altresì al possedimento del ducato di Spoleto, dopochè s’avesse sgombrato dalla sua via l’ultimo erede della casa Spoletina, è incerta cosa[342]. Ad un uomo ardito che tendeva a sollevarsi in alto luogo, niun’altra epoca poteva dare maggiori speranze di quelle che concedeva quest’età, in cui le fazioni italiche avevano origine, per eternare indi la loro peste in tutto il paese. Alberico, tutt’a un tratto, diventava il più potente vicino di Roma, e tosto si maneggiava negli affari della Città. Duranti i tumulti sanguinosi che portarono Sergio III alla cattedra di san Pietro, non si fa ancor cenno di lui, ma il pericoloso uomo di nuova potenza presto fu avvinto agli interessi della fazione di Teofilatto. Amore lo strinse alla bella Marozia, la sposò[343], e dobbiamo accogliere per vero che ciò avvenisse prima dell’anno 915: può darsi che Sergio III, o Giovanni X, combinasse quest’alleanza di famiglia, affinchè la dubbia fede del forte vicino si tramutasse in amicizia zelante[344].
Furono pertanto questi uomini, Teofilatto prima, Alberico poi, che addussero un’epoca nuova nella storia di Roma, o furono piuttosto le donne di loro, destre di raggiri, le quali, per buon tratto di tempo, seppero ravvolgere Roma entro una cerchia fatata, disegnata dalla loro mano. Nella storia dei Papi, entro cui dovrebbero avere accoglimento soltanto femmine di pia santità, similmente come nel recinto di un convento o di un tempio, formano invece un contrasto alquanto strano le persone di donne maestre d’inganni e di lascivie. Perciò, questo arido e oscuro periodo di Roma fu significato con una frase appellativa assai aspra, che parecchi Scrittori, indotti da idea di frivola malignità, andarono massimamente aggravando; sennonchè la Chiesa romana di quella età parve vero «bordello» anche agli occhi dei Cattolici mossi a indignazione di cotali casi[345]. Il fatto incontestabile che, per una pezza di tempo, alcune femmine fossero dispensiere della corona pontificia e dominatrici di Roma, è cosa in verità inonorevole per i Romani di quel tempo; però, anzichè rilevare questo fenomeno coll’occhio munito di un microscopio morale, meglio si conviene allo Storico di rintracciarne le ragioni in una condizione di ordine sociale. Da sei secoli a questa parte la storia della Città non ci mise in aperto donna alcuna che colla sua persona si levasse sopra dell’altezza comune; dopo di Placidia e di Eudossia, una sola figura di donna vedemmo risplendere, e questa fu di nazione gota, Amalasunta, e neppur visse in Roma: qui mirammo primeggiare soltanto qualche santa monacella; tali furono le amiche di Girolamo, o Scolastica, sorella di Benedetto. Nei secoli settimo, ottavo e nono veruna femmina sovrasta in Roma alle altre, oppur tien luogo meritevole di nota, per fuggevole che sia; nè ciò desta meraviglia di sorte, perocchè Roma fosse fatta città prettamente di Chiesa. Poichè adesso, sul principio del secolo decimo, emergono tutt’a un tratto donne illustri per bellezza, per potenza e per fortune di vita, se ne rivela uno stato di cose che fra’ Romani era tutto mutato da quello d’un dì; e propriamente si discopre essersi affraliti gli elementi ecclesiastici, preponderare la società laicale. Non occorre di ricordare quanto luogo avessero avuto le donne nella bigotta e licenziosa corte dei Carolingi, chè ci stanno ancor vivi innanzi agli occhi i casi della vita di Gualdrada. In questo periodo di dissolvimento universale degli ordini politici ed ecclesiastici, il feudalismo, mentre creava una duplice aristocrazia possidente, diffondeva la più brutale licenza in ogni cerchia della vita sociale. Tutte le passioni si sguinzagliavano, perocchè lo spirito morale della Chiesa non le frenasse più: alla splendida vittoria che Nicolò I, in nome della legge morale e cristiana, aveva conseguito combattendo le voglie sfacciate di un Re, il mondo rispondeva con una emancipazione della carne che non voleva saperne di briglia; e vi si associavano i preti e financo i frati, senza che pudore li rattenesse[346]. L’istesso stato di decadimento si manifestava a Roma e nei patrimonî, dappertutto ov’erano ricchi ottimati, laici o cherici, in balìa dei quali era caduto il Papato. Da siffatte condizioni di cose, in un’età di frivolo ribollimento dei sensi, e di parteggiari che non conoscevano legge o coscienza, quelle donne romane si elevavano a grande possanza, poichè voleva così la natura degli avvenimenti; nè sole erano, chè in pari tempo altre leggiadre femmine vedremo dominare in Italia a capo di fazioni. Una Teodora o una Marozia del secolo decimo non s’aggentiliva colla splendidezza esteriore della cultura classica, quale fu quella onde si ornò Lucrezia Borgia, figliuola di un Papa venuto più tardi; egli è probabile che quelle donne non sapessero di leggere o di scrivere[347]; e poichè vivevano in una età di barbarie profondissima di costume, gli è da questa che dobbiamo torre misura dell’essere loro. Tuttavolta, è difficile cosa che l’indole di esse fosse più immorale di quella ch’ebbero le donne venute al tempo raffinato di una Lucrezia, di una Caterina di Russia o di una Pompadour. Nella cerchia rimpicciolita del mondo romano non dobbiamo in Teodora e in Marozia andare a cerca di una novella Messalina o di una nuova Agrippina; in esse dobbiamo mirare donne ambiziose, fornite di grande intelletto e di coraggio, avide di piaceri e di potenza di comando, destre di astuzie. La figura di loro persone, che induce a meraviglia, ci dà sentore che nella società laicale di Roma spira omai una vita che si estende a più larghi confini, sebbene rozza ancor sia; elleno, in modo mirabile, interrompono la monotonia claustrale che poc’anzi pesava sulla storia di Roma.
§ 3.
Guasti orribili dati dai Saraceni. — Distruzione di Farfa. — Subiaco. — I Saraceni s’appiattano a ruba in castella della Campagna. — Giovanni X offre a Berengario la corona imperiale. — Berengario entra in Roma, ed è coronato sul principio del Dicembre dell’anno 915.
Giovanni X salì alla cattedra di san Pietro nella primavera dell’anno 914: il favore di Teodora e la potenza del console Teofilatto diedero a lui la dignità pontificia[348]. Però, non fu egli altrimenti un officioso favorito di femmine, ma si rivelò uomo independente, anzi grande, per guisa che ebbe superata la gloria del bellicoso predecessore suo, Giovanni VIII: tenne in pugno le cose d’Italia, siccome Giovanni IX fatto aveva, nè v’ha dubbio che in questo paese fu il primo uomo di Stato della sua età.
Giusto in quel tempo i Saraceni dal Garigliano facevano nuovamente battere il cuore a Roma per la paura. I piccoli Principi dell’Italia meridionale, Atenolfo di Benevento, Landolfo di Capua, Guaimaro di Salerno avevano fatto contro essi qualche spedizione di guerra, ma senza frutto: quei predoni terribili continuavano a devastare la Campagna, la Sabina e la Tuscia. Nessuna voce più eloquente che quella di Giovanni VIII ebbe mai descritto i mali spaventosi delle province; però, dai documenti di Sergio III raccogliemmo il lamento della devastazione ond’era afflitta la campagna di Roma. Le mura che cingevano la Città guarentivano sicurezza ai Romani, grazie alle gloriose cure di Pontefici anteriori; ma tutte le terre circostanti non erano altro che un campo di incendî saraceni, e, più d’una volta, nei Diplomi di quel tempo, ci occorre di trovare discorso di una chiesa deserta (_in desertis posita_, oppure _destructa_), perfino nelle più prossime vicinanze di Roma. Il territorio Sabinate era tribolato anch’esso orribilmente, avvegnaddio le ricche Badie di Farfa e di Subiaco allettassero l’ingordigia dei predoni, e dessero compenso alle imprese di quelle ladronaje. Il convento imperiale di Farfa era allora, insieme con quello lombardo di Nonantola, il più bello d’Italia. Situato in mezzo ad un paese vaghissimo, somigliava ad una oasi della cultura: la bella chiesa maggiore dedicata alla Vergine, tutta splendida d’oro, era ancor circondata da cinque altre basiliche; un palazzo imperiale e case molte stavano nel territorio soggetto al convento. Dentro e fuori s’elevavano corridoi sostenuti da colonne (_arcus deambulatorii_), destinati ai passeggiari dei monaci, e tutta l’Abazia, parimente come una città munita, era cinta di un muro forte di torri[349]. Allorchè nel prezioso codice a pergamena dei Regesti farfensi, che si conserva oggi nella Vaticana, si leggono le sei pagine in foglio, che, a minuti caratteri di scritto, contengono l’elenco dei beni fondi, delle castella, delle chiese e delle ville che Farfa possedeva nel Sabinate, nella marca di Fermo, nel territorio romano e financo dentro della Città, ei si crederebbe di numerare i possedimenti di un principato potente. Ed in vero le dovizie della Badia erano regalmente grandi. Per l’amministrazione dei suoi dominî avrebbe occorso un vero esercito di officiali, ma i suoi vassalli, baroni grandi e piccoli dell’Italia media che tenevano quei possedimenti in affitto, liberavano l’Abate del convento da quella cura, che troppo grave sarebbe stata[350]. Fin dalla metà del secolo nono i Saraceni avevano mosso minaccia all’Abazia; e, intorno all’anno 890, la assediavano con forze poderose. Per sette anni il coraggioso abate Pietro si difese coi suoi vassalli; ma finalmente conobbe che impossibile gli era di ottener salvamento. Spartì i tesori del suo convento, gli spedì a Roma, a Fermo e a Rieti, spezzò il prezioso ciborio del maggior altare, con lagrime ne seppellì sotterra le colonne di onice, indi abbandonò la Badia. Usciti che ne furono i frati, v’entrarono i Saraceni; però la bellezza degli edificî scosse i loro animi siffattamente, che ne risparmiarono la distruzione; tennero Farfa per loro quartieri, ma, non avendovi lasciato presidio, avvenne che briganti cristiani, i quali avevano stanza in quelle vicinanze, appiccarono il fuoco all’Abazia, e, per ben trent’anni, Farfa la bella ingombrò il suolo col cumulo delle sue ruine.
Tempo prima ancora era perito quel Subiaco, che i Saraceni avevano già ruinato intorno all’anno 840. Sebbene l’abate Pietro I l’avesse, tosto dopo, restaurato, il convento venne una seconda volta in loro balìa[351]. Massimamente, dai tempi di Giovanni VIII in poi, quei ladroni non cessavano di devastare la regione montuosa dell’Anio, fin dove questo fiume, uscendo della profonda gola di Jenne e di Trevi, si spinge a Tivoli, per continuare indi il suo corso lungo la Campagna romana. In tutte le terre che ivi erano, i Saraceni recavano il guasto, oppure qua e là vi si afforzavano munitamente. Oggidì tuttavia, vive la ricordanza di loro in quei luoghi solitarî, di cui si favoleggia che fossero coltivati ancor prima de’ tempi romani. Dietro a Tivoli, sul dorso roccioso di un monte, s’alza il vecchio castello saracinesco, che è notevole per la foggia delle vesti e dei costumi d’antichissima data, che ancor durano fra quegli abitatori: il suo nome deriva dagli Arabi del secolo nono, che ivi si erano trincerati[352]. Dall’altra