Part 1
ENRICO IBSEN
GIAN GABRIELE BORKMAN
DRAMMA IN QUATTRO ATTI
Versione autorizzata di Mario Buzzi
MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI 1900.
PROPRIETÀ LETTERARIA
_Chi intende valersi di questa traduzione per la recita, deve assolutamente ottenerne il permesso dal D.r Mario Buzzi, Via Cassa di Risparmio, 1, Trieste._
Tip. Fratelli Treves.
PERSONAGGI:
GIAN GABRIELE BORKMAN, ex direttore di una Banca. GUNILDE BORKMAN, sua moglie. ERARDO BORKMAN, studente, loro figlio. ELLA RENTHEIM, sorella gemella della signora Borkman. FANNY WILTON. GUGLIELMO FOLDAL, impiegato in un ministero. FRIDA FOLDAL, sua figlia. UNA CAMERIERA.
_L’azione si svolge, durante una sera d’inverno, nella villa della famiglia Rentheim, poco lungi dalla Capitale._
ATTO PRIMO.
Camera della signora Borkman. Porta aperta nel fondo, che riesce sulla veranda: a traverso le invetriate della veranda si scorge il giardino coperto di neve. Alla parete di destra, porta che dà sulla strada: più avanti un’antica stufa di ferro, in cui crepita un buon fuoco. Nel fondo a sinistra piccolo uscio: più in qua finestra con pesanti cortinaggi. Fra l’uscio e la finestra un sofà ed un tavolino con tappeto: sul tavolino lampada accesa con paralume. Seggiolone addossato alla stufa. Al di fuori, sotto l’incerto bagliore del crepuscolo, la neve cade a piccoli fiocchi.
SCENA PRIMA.
La =Signora Borkman= sola; poi la =Cameriera=; poi =Ella Rentheim=.
(_La signora Borkman, una donna attempata, dai capelli incanutiti e dall’aspetto freddo e grave, è seduta sul sofà e sta lavorando d’uncinetto: le sue mani sono affusolate e diafane. È vestita di un abito di seta nera, fuori di moda ed alquanto usato: sulle spalle porta uno scialle di lana. All’alzarsi della tela la signora Borkman tralascia di lavorare e se ne sta immobile e meditabonda. Si ode il tintinnìo dei sonagli di una slitta, che arriva._)
Sig.ª BORK. (_dopo di essere stata in ascolto, esclama quasi involontariamente, ma raggiante di gioia:_) Erardo! Finalmente! (_S’alza e guarda fuori della finestra: ma poi, delusa, ritorna al tavolino e riprende il lavoro. Poco dopo dalla porta di destra entra la Cameriera con un vassoio._)
Sig.ª BORK. (_impaziente_). Dunque il signor Erardo non è ancora arrivato?
CAM. No, signora. C’è però di fuori una signora....
Sig.ª BORK. (_mettendo da parte il lavoro_). Sarà la signora Wilton....
CAM. (_avvicinandosi alla signora Borkman_). No, è una signora che non conosco.
Sig.ª BORK. (_indicando il biglietto di visita sul vassoio_). Datemi quel biglietto.... (_dopo aver dato un’occhiata al biglietto, s’alza fissando la cameriera_) Ma siete proprio certa che il biglietto è per me?
CAM. Sì, è per la signora, o almeno così mi parve d’aver sentito....
Sig.ª BORK. E quella signora vi ha detto che voleva parlare con me?
CAM. Sì, con lei, signora.
Sig.ª BORK. Ebbene, fatela entrare.
(_La cameriera va ad aprire — Ella Rentheim entra. Ella Rentheim è molto somigliante alla sorella: il suo aspetto però è di persona sofferente, quantunque i lineamenti del volto rivelino ancora le tracce di una splendida bellezza. I capelli folti ed ondulati sono completamente bianchi. Porta cappellino e veste un abito di velluto nero ed un mantello foderato di pelliccia. Le due sorelle si guardano vicendevolmente con sguardo indagatore; tutte e due sembrano dapprima perplesse di rompere il silenzio._)
ELLA RENT. (_ferma accanto alla porta_). Sei meravigliata di vedermi qui, Gunilde?
Sig.ª BORK. (_immobile, in piedi fra il sofà ed il tavolino, sfiorando il tappeto con le punte delle dita_). Non ti pare d’aver sbagliato strada? Dovresti pur sapere che il fattore abita dall’altra parte della casa.
ELLA. Oggi non ho da parlare col fattore.
Sig.ª BORK. Hai forse da parlare con me?
ELLA. Sì. Ho da parlare con te.
Sig.ª BORK. (_movendole incontro_). Allora.... prendi posto.
ELLA. No, grazie; posso starmene bene anche in piedi.
Sig.ª BORK. Fa come meglio ti aggrada. Ma levati almeno il mantello.
ELLA (_sbottonando il mantello_). Infatti in questa stanza fa un po’ troppo caldo....
Sig.ª BORK. Soffro tanto freddo!
ELLA (_fissando la sorella ed appoggiando un braccio sul seggiolone_). Gunilde, sono ormai trascorsi quasi otto anni dall’ultima volta che ci siamo viste.
Sig.ª BORK. (_fredda_). Sì, otto anni dall’ultima volta che abbiamo parlato insieme.
ELLA. Hai ragione: dall’ultima volta che abbiamo parlato insieme — giacchè nel frattempo avesti più d’una volta occasione di vedermi.... ogni anno, quando venivo qui, dal fattore.
Sig.ª BORK. Credo due o tre volte, tutt’al più.
ELLA. Anche io ti vidi un paio di volte, alla sfuggita.... là, alla finestra.
Sig.ª BORK. È possibile; m’avrai visto rincantucciata dietro le cortine. Che buona vista la tua! (_ruvida e pungente_) Ma l’ultima volta che ci parlammo fu proprio qui, in questa stanza....
ELLA (_interrompendo_). Lo so, Gunilde!
Sig.ª BORK. Una settimana prima.... prima che egli venisse fuori....
ELLA (_facendo qualche passo per la stanza_). Non tocchiamo quell’argomento!
Sig.ª BORK. (_con voce sommessa, ma energica_). Una settimana prima che egli.... il direttore di Banca, venisse rimesso in libertà.
ELLA (_c. s._). Sì — è vero! Mi ricordo benissimo di ogni particolare! Ma è così angoscioso, di non poter pensare a quei ricordi così tristi.... oh!
Sig.ª BORK. E con tutto ciò non è dato liberarsi di quei pensieri, che continuano a girare e rigirare incessantemente nella fantasia! (_con impeto, battendo le mani_) No, non lo comprendo! Dovessi vivere ancora cent’anni, non lo potrei comprendere! Non posso comprendere come una simile disgrazia.... una disgrazia tanto terribile abbia potuto piombare sur una famiglia! E pensa.... sulla nostra famiglia! Una famiglia tanto rispettabile quanto la nostra! Chi avrebbe mai potuto soltanto pensare che proprio la nostra famiglia dovesse venirne travolta!
ELLA. Oh Gunilde.... molte, molte altre famiglie furono colpite da quella disgrazia.
Sig.ª BORK. Sì, hai ragione; ma di quelle famiglie non mi do tanto pensiero, perchè per loro la catastrofe si ridusse unicamente alla perdita di qualche centinaio di corone.... o di qualche centinaio di banconote.... Ma per noi....! Per me! Per il mio povero Erardo! Per il mio povero bambino — perchè in allora Erardo era ancora bambino! (_sempre più eccitata_) L’onta, di cui fummo coperti noi due innocenti! E poi la vergogna! Quell’odiosa, quell’orribile vergogna! E per giunta: rovinati completamente!
ELLA (_con diffidenza_). Dimmi, Gunilde.... come sopporta le conseguenze del suo fallo?
Sig.ª BORK. Chi? Erardo?
ELLA. No.... lui. Rispondimi!
Sig.ª BORK. Credi forse ch’io gli domandi....?
ELLA. Oh, ma non occorre domandare....
Sig.ª BORK. (_guardandola meravigliata_). Spero bene che non vorrai credere che io viva con lui! Trovarmi con lui? Vederlo?
ELLA. Neppur vederlo!
Sig.ª BORK. Vedere un uomo, che dovette scontare cinque lunghi anni di carcere? (_nascondendosi il viso fra le mani_) Oh quale onta! (_alzandosi_) Se poi penso di quale aureola fosse a suo tempo circonfuso il nome di Gian Gabriele Borkman!... No, no, no.... non voglio più vederlo.... mai più.
ELLA (_fissandola per qualche tempo_). Gunilde, tu hai un cuore ben duro!
Sig.ª BORK. Verso di lui — sì.
ELLA. Al postutto egli resta sempre tuo marito.
Sig.ª BORK. Ma non fu forse lui, che in tribunale, durante il suo processo, incolpò me di essere stata la causa, che lo aveva trascinato al precipizio, la causa della rovina, rinfacciandomi di avere sprecato migliaia di corone?
ELLA (_esitante_). Che non ci fosso un po’ di verità in quelle sue confessioni?
Sig.ª BORK. No, egli voleva che tutti sprecassero con quella leggerezza....
ELLA. Lo so, lo so: ed appunto per questo motivo avresti dovuto mettergli a tempo un freno. Oh quanto bene gli avresti procurato mettendogli un freno!
Sig.ª BORK. E doveva io sapere che non era suo il denaro.... sì, il denaro che egli mi lasciava sprecare? E quanto e come ne sprecò lui! Dieci volte più di me.
ELLA (_con calma_) Forse il posto coperto da Borkman avrà portato con sè tutto quello spreco o almeno una buona parte.
Sig.ª BORK. (_ironica_). Certo: ci fu un tempo, in cui si andava sempre ripetendo che la famiglia del direttore Borkman doveva figurare. Ed egli sapeva “figurare„ e splendidamente. Quando sdraiato nel suo tiro a quattro passava davanti alla casa, pareva come se passasse un re: egli rispondeva ai saluti della gente proprio come un monarca. La gente pronunciava il suo nome come il nome di un re: “Gian Gabriele!„ “Gian Gabriele!„ Tutti sapevano di quanta grandezza fossero circonvolti quei due nomi!
ELLA (_risoluta e con calore_). Allora egli era infatti una grandezza.
Sig.ª BORK. Sì, apparentemente. Mai, però, mai egli mi fece conoscere, neppure con una sola parola, quali fossero le sue condizioni finanziarie; nè mai m’indicò la provenienza di tutto quel denaro.
ELLA. Oh no.... anche gli altri non avrebbero potuto supporlo.
Sig.ª BORK. Verso gli altri non lo avrei tenuto responsabile; ma verso di me era suo dovere di dire la verità. E la verità non me la disse mai! Menzogne, menzogne, ecco il suo sistema; e m’ingannò sfrontatamente.
ELLA (_interrompendola_). Scaccia dalla testa una simile idea, Gunilde! Borkman non ti ha ingannata — non ha mentito; forse egli credette più opportuno di sottacerti il vero stato delle cose.
Sig.ª BORK. Fa pure questione di parole, se così t’aggrada: il risultato rimane sempre l’identico.... Poi sopravvenne la catastrofe e tutto andò in rovina. Anche tutta l’aureola!
ELLA (_sopra pensiero_). Sì, tutto andò in rovina.... per lui.... ed anche per gli altri.
Sig.ª BORK. (_alzandosi minacciosa_). Ella.... devo però osservarti, che non mi do ancora per vinta! Oh io saprò bene ancora procurarmi una soddisfazione! Puoi esserne certa!
ELLA (_con ansia_). Vuoi procurarti una soddisfazione? Non ti comprendo....
Sig.ª BORK. Voglio procurarmi una soddisfazione per riabilitare il nome, che andò perduto coll’onore e coll’agiatezza! Voglio avere una soddisfazione per la mia vita trascorsa sì miseramente, comprendi! Sappi che tengo in mio potere un uomo.... un uomo, che deve lavare l’onta del direttore.
ELLA. Ma Gunilde! Gunilde!
Sig.ª BORK. (_sempre più accalorandosi_). Pensa che esiste una mano vendicatrice, la mano di un uomo, che deve riparare a tutto il male che mi fece suo padre!
ELLA. Erardo — dunque!
Sig.ª BORK. Sì, Erardo.... il mio diletto figliuolo! Oh egli saprà certamente rialzare le sorti della casa, della famiglia, del nostro nome. Erardo ricostruirà tutto quello che è ancora possibile di rifare.... e forse anche qualche cosa di più.
ELLA. E come credi che ciò potrà mai avvenire?
Sig.ª BORK. Avvenga quello che si voglia.... io non lo so. Ma è fuori di dubbio che tutto ciò debba accadere — un giorno o l’altro, (_tentando di leggere negli occhi di Ella_) E a te, Ella.... non passò mai per la mente una simile idea, allorquando Erardo era ancora bambino?
ELLA. Non lo saprei....
Sig.ª BORK. Da senno? E perchè conducesti con te, via di qui, il piccolo Erardo, quando la bufera scoppiò.... sopra questa casa?
ELLA. In allora tu non avresti potuto occuparti di Erardo, Gunilde.
Sig.ª BORK. Ah, sì, è vero, è vero. E poi suo padre aveva un motivo ben giustificabile per non poter occuparsi di suo figlio.... era così ben guardato là, dove si trovava....
ELLA. Gunilde! Come parli!
Sig.ª BORK. (_con tono invelenito_). E pensare che ti adattasti ad assumere l’educazione del figlio.... del figlio di un Gian Gabriele, e che lo trattasti come se fosse stato tuo!... Portarmi via il bambino?... andar con lui lontano di qui?... tenerlo tanti anni in casa tua, dove egli trascorse quasi tutta la sua infanzia?... (_guardandola con diffidenza_) Ma, Ella, spiegami il perchè di tutte queste tue premure verso Erardo? Dimmi perchè lo tenesti tanto tempo sotto la tua vigilanza?
ELLA. A poco a poco, Erardo incominciò a volermi tanto bene....
Sig.ª BORK. Più che a me.... sua madre!
ELLA (_pronta_). Non lo so.... e poi Erardo era allora di gracile complessione.
Sig.ª BORK. Gracile? Erardo!
ELLA. Almeno mi fece l’impressione.... quella volta. Oltre a ciò, non devi dimenticarti che la temperatura di laggiù, alla costa, è molto più mite di quella di questa regione.
Sig.ª BORK. (_sorridendo amaramente_). Davvero? più mite? (_interrompendosi_) Sì, sì, tu hai fatto del bene, molto, ad Erardo. (_cambiando tono_) Del resto era facile per te, Ella, che ne avevi i mezzi, (_sorridendo_) La sorte ti fu propizia, Ella! Arrivasti ancora in tempo a salvare tutto il tuo patrimonio!
ELLA (_compunta_). Eppure io non feci neppure un passo per riacquistare il mio denaro.... te l’assicuro. Non potevo supporre — e lo rilevai soltanto molto più tardi — che tutte quelle carte, che erano depositate a mio nome alla Banca.... fossero state risparmiate....
Sig.ª BORK. Bene; bene: io già non me ne intendo di questi affari. Ti ripeto soltanto che fosti molto fortunata. (_con sguardo scrutatore_) Ma dimmi quale era la tua intenzione, quando, in vece mia, ti decidesti di educare Erardo?
ELLA (_fissando la sorella_). Quale fosse la mia intenzione?
Sig.ª BORK. Avrai avuto pure una intenzione! Mi spiego: cosa volevi fare di Erardo?
ELLA (_con calma_). Volevo facilitargli il cómpito di diventare l’uomo più felice di questo mondo.
Sig.ª BORK. (_con sprezzo_). Bah! I disgraziati della nostra specie hanno ben altro da fare che di pensare alla felicità!
ELLA. Intenderesti dire....?
Sig.ª BORK. (_con gravità_). Tutti i pensieri di Erardo dovono essere rivolti tanto in alto, tendere ad un punto sì eccelso, che nessun uomo del paese possa più scorgere l’ombra, in cui suo padre ha voluto gettare me.... e mio figlio.
ELLA (_indagando_). Dimmi, Gunilde: Erardo si è proprio prefissa questa méta per la sua vita....?
Sig.ª BORK. (_meravigliata_). Oso sperarlo!
ELLA. .... o questa méta, alla quale vorresti vederlo indirizzato, non è che un semplice desiderio da parte tua?
Sig.ª BORK. (_freddamente_). Io ed Erardo abbiamo avuto sempre le stesse aspirazioni.
ELLA (_accorata_; _lentamente_). Puoi adunque contare in tal modo su tuo figlio, Gunilde?
Sig.ª BORK. (_con aria di trionfo_). Sì.... grazie a Dio. Puoi esserne convinta!
ELLA. Allora, ad onta di tutte le tue disgrazie, devi pur sentirti felice.
Sig.ª BORK. Infatti.... o almeno sotto questo rapporto. — Ma poi, ad ogni istante, rivive il ricordo di quell’altra storia.... e allora nella mia anima si scatena la bufera.
ELLA (_cambiando tono_). Dimmi.... dimmi adunque.... perchè sono venuta qui proprio per questo....
Sig.ª BORK. Ebbene parla! Spiegati!
ELLA. Vorrei parlarti di un affare.... ma prima dimmi un po’.... Erardo non abita qui, con voi....?
Sig.ª BORK. (_freddamente_). Erardo non può abitare qui, con me. Egli devo tenere la sua abitazione in città....
ELLA. Lo so da una sua lettera....
Sig.ª BORK. Erardo deve rimanere in città per finire i suoi studi: però egli viene a trovarmi qui ogni sera.
ELLA. Allora forse lo potrò vedere qui da te? Sta bene: approfitterò dell’occasione per dirgli qualche cosa.
Sig.ª BORK. Oggi non è ancora venuto, però non può tardare più oltre.
ELLA. Eppure, Gunilde.... a quest’ora Erardo deve essere già venuto: sento rimbombare i suoi passi sopra di noi.
Sig.ª BORK. (_con uno sguardo fugace_). Qui sopra — nel salotto?
ELLA. Sì. Ho sentito il rumore dei suoi passi durante tutto il tempo che abbiamo parlato.
Sig.ª BORK. (_volgendo altrove gli occhi_). Non sono i passi di Erardo, Ella!
ELLA (_meravigliata_). Non è Erardo? (_con aria di presentimento_) Ma chi è dunque che cammina nel salotto del primo piano?
Sig.ª BORK. Il direttore di Banca.
ELLA (_con un filo di voce, quasi come se provasse dolore_). Gian Gabriele! Gian Gabriele Borkman!
Sig.ª BORK. Passeggia su e giù — da mattina a sera; tutti i giorni — sempre così.
ELLA. Mi si raccontò infatti....
Sig.ª BORK. Lo credo. La gente parla qualche volta di noi....
ELLA. Lo seppi da Erardo, che in una delle sue lettere mi raccontò che suo padre conduceva una vita solitaria, nel salotto del primo piano. Egli mi scrisse altresì che tu avevi fissato il tuo appartamento al pianterreno.
Sig.ª BORK. Sì, Ella: tiriamo innanzi in questo modo dal giorno in cui lo rimisero in libertà e me lo rimandarono a casa. Pensa, sono già otto lunghi, otto eterni anni, che conduciamo questa vita!
ELLA. Non avrei però mai creduto che si dovesse prender per buona moneta tutto ciò che Erardo mi scrisse sul vostro metodo di vita. Mi pareva impossibile....
Sig.ª BORK. (_affermando col capo_). Tutto verità! D’altronde non poteva essere altrimenti.
ELLA (_fissandola_). Quale orribile vita è la vostra, Gunilde!
Sig.ª BORK. Tormentosa più che orribile.... ed ormai quasi insopportabile.
ELLA. Lo comprendo benissimo.
Sig.ª BORK. Sento sempre il rumore dei suoi passi: da mattina a sera.... e come echeggiano qui abbasso!
ELLA. Echeggiano forte, è vero.
Sig.ª BORK. Qualche volta mi sembra che i suoi passi sieno simili a quelli di un lupo ammalato, rinchiuso nel salotto come in una enorme gabbia. (_stando per un momento in ascolto_) Ascolta, ascolta.... su e giù.... il lupo si muove su e giù....
ELLA (_con precauzione_). E non potrebbe mutarsi questa situazione, Gunilde?
Sig.ª BORK. (_pronta_). Egli non ha mai fatto nemmeno un passo verso di me.
ELLA. E non potresti tu fare il primo?
Sig.ª BORK. (_stizzita_). Io? dopo quel delitto, che egli commise contro di me!... Grazie tante! Che il lupo resti pure nel salotto, dove potrà muoversi a suo talento.
ELLA. Il caldo si fa sempre più sentire in questa stanza. Se permetti, vorrei mettermi un po’ in libertà.
Sig.ª BORK. Te lo dissi già prima....
(_Ella Rentheim depone il mantello ed il cappellino sopra una sedia accanto alla porta d’ingresso._)
ELLA. E non accado mai che tu l’incontri fuori di casa?
Sig.ª BORK. (_con riso amaro_). Intendi di dire: in qualche famiglia di conoscenti?
ELLA. No, quando egli esce di casa per pigliare una boccata d’aria fresca — laggiù nel bosco o....
Sig.ª BORK. Il direttore non esce mai di casa.
ELLA. Nemmeno verso sera?
Sig.ª BORK. Mai.
ELLA (_scossa_). Non può fare uno sforzo?
Sig.ª BORK. Pare di no. Il suo vecchio pastrano ed il suo cappello a cencio sono appesi in quell’armadio incassato nel muro.... vicino al portone.... te ne rammenti?
ELLA (_quasi fra sè_). L’armadio in cui da bambine abbiamo giuocato tante volte....
Sig.ª BORK. (_affermando col capo_). Qualche volta — verso sera — lo sento scendere dal salotto.... come se volesse vestirsi ed andar fuori. Ma di solito egli si ferma già a mezza scala.... e ritorna nel salotto dove ricomincia la sua passeggiata.
ELLA. (_con voce sommessa_). E non viene mai a trovarlo qualcuno dei suoi vecchi amici?
Sig.ª BORK. Egli non ha nessun vecchio amico.
ELLA. Eppure.... una volta egli aveva molti amici.
Sig.ª BORK. Ehm! egli seppe rompere quelle amicizie in un modo veramente ammirabile. Gian Gabriele finì col diventare per gli amici.... un amico troppo prezioso.
ELLA. Hai ragione, Gunilde.
Sig.ª BORK. (_impetuosamente_). Del resto devo confessare che fu vile, indegno, abominevole da parte dei suoi amici di dare tanta importanza a quelle insignificanti perdite, che dovettero subire per causa sua. Alla fine non perdettero che un po’ di denaro: più in là niente.
ELLA (_senza darle ascolto_). Sicchè egli vive lassù nel salotto, solo, tutto in balìa di sè stesso.
Sig.ª BORK. Probabilmente: mi hanno raccontato però che qualche volta lo viene a trovare un vecchio impiegato, uno scrivano.
ELLA. Sarà sicuramente un certo signor Foldal. So che questo signore e Borkman sono amici d’infanzia.
Sig.ª BORK. È possibile: io però non lo conosco. Questo signor Foldal non faceva parte del nostro circolo.... del nostro circolo d’una volta.
ELLA. E adesso egli viene a tener compagnia a Borkman?
Sig.ª BORK. Il signor Foldal forse non avrà una numerosa cerchia di amici: naturalmente il suo impiego non gli permette di andare da lui che sull’imbrunire.
ELLA. Questo signor Foldal fu anche uno di quelli, che ci rimisero del denaro all’epoca del fallimento della Banca.
Sig.ª BORK. (_schermendosi_). Mi sembra, infatti, di ricordarmi che il poveretto perdette in quell’occasione un po’ di denaro. Però la sua perdita sarà stata ben poca cosa....
ELLA (_facendo un po’ risaltare le parole_). Vi perdette tutto il suo patrimonio.
Sig.ª BORK. (_sorridendo_). Sì, tutto il suo patrimonio.... è vero; ma la sua sostanza era tanto insignificante, che non vale la pena di spendervi altro parole.
ELLA. E Foldal non spese neppure una parola su quell’argomento.... durante il dibattimento.
Sig.ª BORK. Posso però assicurarti che Erardo indennizzò generosamente il signor Foldal della bagatella che il pover uomo perdette alla Banca.
ELLA (_stupefatta_). Erardo! Ma come mai gli fu possibile d’indennizzarlo?
Sig.ª BORK. Erardo si prese cura della figlia minore del signor Foldal. Ora grazie agli sforzi di Erardo essa ha un’educazione, che le permetterà di farsi fra breve una posizione indipendente e più che discreta. Capirai che ciò vale molto di più di quello che avrebbe potuto fare per lei suo padre.
ELLA. È vero — tanto più che il vecchio Foldal deve trovarsi in condizioni finanziarie poco floride.
Sig.ª BORK. Nota poi che Erardo si occupò a tal segno della educazione della ragazza, da farle apprendere anche un po’ di musica. E la ragazza fece tali progressi, che ora può andare.... da lui.... qui sopra, nel salotto, e può suonargli qualche pezzo.
ELLA. Dunque egli è ancor sempre tanto appassionato per la musica?
Sig.ª BORK. Certo. C’è sopra il pianoforte, che tu ci mandasti.... quando egli era aspettato qui....
ELLA. Sicchè è proprio su quel pianoforte che ora suona la ragazza?
Sig.ª BORK. Sì, — la ragazza viene qualche sera a fargli un po’ di musica. — E tutto ciò lo si deve ad Erardo.
ELLA. Ma dimmi: la giovane Foldal deve fare ogni volta quel lungo tratto di strada per venir qui e per poi ritornare in città?
Sig.ª BORK. Non è necessario. Erardo le ha procurato un’occupazione presso una giovane signora, che sta qui nella vicinanza: la signora Wilton....
ELLA (_impressionata_). La signora Wilton!
Sig.ª BORK. Una signora molto ricca, che tu non conosci.
ELLA. Ne conosco il nome. La signora Fanny Wilton.... hai detto?
Sig.ª BORK. Sì.
ELLA. Erardo me ne parlò sovente nelle sue lettere. E questa signora Wilton abita ora qui vicino a voi?
Sig.ª BORK. Ha preso a pigione una villa non lungi dalla nostra: devi sapere che la signora Wilton ha abbandonato la città soltanto da poco tempo.
ELLA (_esitante_). Si vocifera che la signora Wilton viva separata dal marito.
Sig.ª BORK. Credo che il marito sia morto da parecchi anni.
ELLA. È vero: ma in ogni caso il divorzio ci fu.... il marito si fece separare da lei....
Sig.ª BORK. Il marito la abbandonò: ecco la sola verità. In tutta quella faccenda la signora Wilton non ebbe ombra di colpa.
ELLA. Sei in una certa intimità con lei, Gunilde?
Sig.ª BORK. Così, così. Come ti dicevo, la signora Wilton abita qui vicino e qualche volta mi viene a visitare.
ELLA. Ti è anche simpatica?
Sig.ª BORK. Oh è tanto intelligente! Ha un modo di giudicare le cose tanto esatto; tanto chiaro!
ELLA. E sa giudicare bene anche gli uomini?
Sig.ª BORK. Sì, soprattutto gli uomini. Su Erardo, per esempio, la signora Wilton ha fatto addirittura uno studio speciale — uno studio profondo, fino nell’anima. Ed è perciò che egli la porta ai sette cieli.... il che è ben naturale.
ELLA (_indagando_). Sicchè lei è in maggiore intimità con Erardo che con te?
Sig.ª BORK. Erardo ebbe maggior occasione di incontrarla in città.... ancor prima che la signora Wilton si fosse decisa di venire ad abitare in campagna.
ELLA (_sopra pensiero_). Ah dunque quella signora si è alla fine decisa di venire ad abitare vicino a voi....
Sig.ª BORK. (_guardandola con sdegno_). Che cosa intendi di dire con queste parole?
ELLA (_tentando di eludere la domanda_). Dio buono! Volevo dire....
Sig.ª BORK. Quelle parole sulle tue labbra mi parvero strane, Ella! Tu volevi certamente alludere a qualche cosa.
ELLA (_fissandola con uno sguardo energico_). Infatti, Gunilde, io volevo dirti qualche cosa.
Sig.ª BORK. Dunque parla!
ELLA. Anzitutto devo farti osservare che io tengo un certo diritto su Erardo, o almeno così mi pare.... Forse me lo negherai?
Sig.ª BORK. (_volgendo lo sguardo verso la parete_). Dio me ne guardi bene! Tutto il denaro che sborsasti per la sua educazione....
ELLA. Oh non è per il denaro, Gunilde! È perchè io porto affetto a tuo figlio....
Sig.ª BORK. (_ironica_). A mio figlio? Sarebbe mai possibile? Tu? Ad onta di tutto quello che è avvenuto?