Part 4
BORK. .... fino a che ti fu concesso da tua sorella — volevi dire. Io non mi immischiai mai in tutte queste faccende domestiche.... Ah, sì.... dunque stavo per dire.... io sono perfettamente a cognizione di tutti i tuoi sagrifizi sostenuti per me e per tua sorella. Tu potevi anche farlo, Ella: non dimenticarti, però, che devi a me se fosti in grado di farlo.
ELLA (_mossa a sdegno_). In tal caso t’inganni.... Borkman.... e molto! Fu l’interna voce del mio cuore, fu il caldo affetto per Erardo.... ed anche per te.... che mi consigliarono di agire in quel modo.
BORK. (_interrompendola_). Cara Ella, lasciamo da parte gli affetti e le passioni consimili: ciò che volevo dirti, era con altre parole: se agisti a quel modo, fui io a procurartene la possibilità.
ELLA (_ridendo_). La possibilità.... ah, ah.... la possibilità!
BORK. (_riscaldandosi_). Sì, proprio la possibilità! Alla vigilia della battaglia decisiva — quando non potei più salvare nè parenti nè amici; quando dovetti ricorrere a quei milioni che erano stati affidati a me.... e vi misi anche la mano sopra.... io salvai tutto quello che era tuo — sì, tutto il tuo patrimonio.... quantunque avessi potuto trafugarlo ed impiegarlo.... come feci col resto.
ELLA (_con calma, fredda_). È vero, Borkman.
BORK. Lo vedi! E perciò quando vennero da me e mi condussero via.... trovarono intatto, nei forzieri della Banca, tutto il tuo patrimonio.
ELLA (_fissandolo_). Ci ho pensato tante volte su questo fatto.... ma veramente perchè risparmiasti il mio patrimonio? proprio ed unicamente il mio?
BORK. Perchè?
ELLA. Sì, perchè?
BORK. Credi forse che lo feci per avere qualche cosa di riserva.... per il caso che la faccenda dovesse prendere una cattiva piega?
ELLA. No.... a quell’epoca non avresti potuto pensare a quel modo!
BORK. Mai, e poi mai! Ero tanto sicuro della mia vittoria....
ELLA. Ed allora perchè....?
BORK. (_scrollando le spalle_). Dio buono, Ella.... non è poi tanto facile ricordarsi di cose di vent’anni fa. Mi ricordo solamente che, passeggiando solo ed architettando nella solitudine tutte quelle immense imprese che volevo mandare ad effetto, mi pareva di provare le sensazioni che, secondo me, dovrebbero agitarsi nella mente di un aeronauta. Nelle notti in cui non potevo prender sonno, mi pareva di dover gonfiare un enorme pallone e di essere in procinto di slanciarmi con esso sopra un oceano malsicuro, irto di pericoli.
ELLA (_sorridendo_). Tu, che non dubitasti mai della vittoria?
BORK. (_con impazienza_). Sì, Ella: gli uomini sono tutti fatti così. Credono e dubitano nel medesimo tempo. (_come fra sè e sè_) Fu quella la causa per cui non volli prendere te ed il tuo patrimonio nel pallone.
ELLA (_trepidante_). E perchè? Ti domando il perchè?
BORK. (_senza guardarla_). In un viaggio così ardito non si suole mai prendere nella navicella il più prezioso dei beni.
ELLA. Ma tu avevi nella navicella il più prezioso dei tuoi beni: la tua vita avvenire....
BORK. La vita non è sempre il più prezioso dei beni.
ELLA (_trattenendo il respiro_). Eri anche allora dello stesso avviso?
BORK. Sì: ero dello stesso avviso.
ELLA. Che fossi stata in allora io il più prezioso dei tuoi beni?
BORK. Sì, per quanto ne ho memoria.
ELLA. Eppure allora erano passati molti anni dall’epoca in cui mi abbandonasti per sposare.... un’altra donna.
BORK. Averti abbandonata? Io? Capirai che ci devono essere state delle ragioni ben superiori.... sì, ben alte ragioni, che mi costrinsero a fare quel passo. Senza l’appoggio di quel tale, io non avrei potuto andare avanti.
ELLA (_frenandosi_). Avermi abbandonata.... per delle ragioni ben superiori!
BORK. Io non potei fare a meno del suo appoggio, e come prezzo egli mi chiese la tua mano.
ELLA. E tu gli pagasti il prezzo.... l’intero prezzo; senza contrattarlo!
BORK. Non mi rimaneva altro scampo: o vincere o soccombere.
ELLA (_con voce tremante e fissandolo_). Secondo quanto mi dicesti or ora, io ero adunque in quell’epoca il più prezioso dei tuoi beni?
BORK. Sì, ed anche più tardi.... per molti e molti anni.
ELLA. Ciò nulla meno tu allora mi vendesti; e trattasti con un altro uomo per il diritto del tuo amore. Vendesti il tuo affetto per un.... un posto di direttore di Banca.
BORK. (_cupo, col capo chino_). Fu dura necessità, Ella!
ELLA (_alzandosi dal sofà; con voce selvaggia e tremante_). Traditore!
BORK. (_atterrito, ma trattenendosi_). Questa parola mi fu scagliata un’altra volta.
ELLA. Non creder già ch’io voglia alludere all’infrazione del codice da parte tua: no, non ti fo alcun carico sul modo con cui impiegasti tutte le obbligazioni, tutte le azioni.... tutti quelli effetti di Banca, no! Ah se mi fosse stato concesso di essere vicino a te nel momento del tuo tracollo....!
BORK. (_con grande interesse_). In tal caso, Ella....?
ELLA. Avrei teco diviso con gioia i colpi del destino crudele — t’assicuro: t’avrei reso meno insopportabile l’onta, l’annichilamento.... tutto!
BORK. L’avresti voluto? o l’avresti potuto?
ELLA. L’avrei voluto e potuto. A quell’epoca io ero ancora all’oscuro di quel tuo terribile, immane delitto....
BORK. A quale delitto alludi tu ora?
ELLA. Alludo a quel delitto, per il quale non esiste perdono.
BORK. (_con lo sguardo fisso su lei_). Ella, tu deliri!
ELLA (_avvicinandosi a Borkman_). Sei un assassino! Hai commesso il grande peccato mortale.
BORK. (_indietreggiando verso il pianoforte_). Ella, tu deliri!
ELLA. Tu hai spento in me la fiamma dell’amore! (_avvicinandoglisi ancor più_) Mi comprendi? La Bibbia parla di un peccato misterioso, per il quale non esiste perdono. Prima d’oggi quelle parole della Bibbia mi erano oscure: ora le comprendo. Quel peccato capitale, senza perdono.... è il peccato che si commette spegnendo in una creatura umana la fiamma del suo amore!
BORK. Io — secondo te — avrei dunque commesso quel delitto?
ELLA. Sì, tu l’hai commesso, Borkman! Fino ad oggi ho vissuto all’oscuro di tutto ciò. Ma questa sera mi è caduto il velo dagli occhi. Fino ad oggi io credevo che tu mi avessi posposta a Gunilde.... per incostanza d’affetto da parte tua e per crudeli raggiri da parte sua. E per questo motivo credo di averti una volta anche un po’ disprezzato.... Ma ora! dopo questa tua confessione! Tu hai abbandonato me — la donna del tuo cuore; tu hai venduto il più prezioso dei tuoi beni per ricavare un lucro! Ecco il duplice assassinio, che hai commesso! L’assassinio della tua anima e l’assassinio della mia!
BORK. (_freddo e calmo_). Oh come si riafferma ancora una volta la tua natura selvaggia ed indomabile, Ella! Tu ti compiaci naturalmente di osservare le cose dal tuo punto di vista. Lo comprendo! Sei donna, Ella! A mio modo di vedere tu non ti occupi che unicamente de’ tuoi casi; tu credi che al mondo non esistano altre dolorose vicende all’infuori delle tue!
ELLA. È proprio così, Borkman.
BORK. Dunque è soltanto della piaga del tuo cuore che ti dai pensiero?
ELLA. Penso soltanto a quella — soltanto a quella! Hai ragione!
BORK. Non devi però dimenticarti, anzitutto, che io sono uomo, Ella. Come donna tu mi eri certamente il più prezioso dei beni. Ma una donna può surrogarsi con un’altra.... se così vuole il destino....
ELLA (_sorridendo_). Arrivasti a questa conclusione con lo sposare Gunilde?
BORK. No: anche il cómpito che m’ero creato per questa vita contribuì a rendermi tutto ciò sopportabile. Io volevo avere fra le mie mani tutte le sorgenti del potere: volevo avere sotto il mio giogo tutti i tesori del suolo, dei monti, dei boschi, del mare per render contenti e felici migliaia e migliaia di uomini.
ELLA (_come assorta nei ricordi_). Lo so: oh quante volte abbiamo parlato insieme di tutti questi tuoi progetti.... sull’imbrunire....
BORK. Con te lo potevo fare, Ella.
ELLA. Ed io scherzavo su tutti quei tuoi progetti e ti domandavo se tu volessi svegliare gli spiriti sonnecchianti dell’oro.
BORK. (_affermando col capo_). Mi ricordo di quella espressione. (_lentamente_) Gli spiriti sonnecchianti dell’oro!
ELLA. Tu però non scherzavi, perchè a quella domanda mi rispondesti: Sì, Ella, io voglio svegliarli!
BORK. È vero. In quel tempo io ero appena ai primi passi della mia carriera. Tutto dipendeva da quell’uomo: egli poteva e voleva procurarmi la direzione della Banca.... purchè io d’altro canto....
ELLA. Purchè tu dal canto tuo rinunciassi alla donna che tu amavi tanto.... e che amava te alla follia.
BORK. Io conoscevo quanto grande fosse il suo affetto per te. Ma quell’uomo mi pose per condizione....
ELLA. E tu l’accettasti anche!
BORK. (_con impeto_). L’accettai, sì, è vero! Quella brama di dominare era in me tanto forte! Dovetti accettare quella sua condizione: ed egli mi aiutò a salire su quelle vette affascinanti! Ed io salii sempre più in alto — d’anno in anno sempre più in alto....
ELLA. Ed io sparii dal tuo cuore.
BORK. Ma poi egli mi precipitò nell’abisso.... e per te, Ella.
ELLA (_dopo aver meditato per qualche tempo_). Borkman.... non pare anche a te che su tutto quel nostro amore abbia pesato una maledizione?
BORK. (_fissandola_). Una maledizione?
ELLA. Sì, una maledizione: non pare anche a te?
BORK. (_inquieto_). Forse! Ma il motivo....? (con irruenza) Ah Ella.... io non capisco proprio chi abbia ragione — io o tu?
ELLA. Sei stato tu che hai commesso quell’orribile peccato, e che hai distrutto tutta la mia felicità!
BORK. (_con angoscia_). Oh non dirlo, Ella!
ELLA. Sì; tu hai troncato tutta la felicità d’una donna. Dal giorno in cui la tua immagine incominciò a dileguarsi dal mio cuore, la mia vita si oscurò come se fosse stata immersa in un eclisse solare. In tutti questi anni trascorsi ho sentito manifestarsi in me un’avversione.... e da ultimo mi fu impossibile di amare una qualche creatura: non uomini, non bestie, non fiori — soltanto lui, lui....
BORK. Chi?
ELLA. Erardo!
BORK. Erardo....?
ELLA. Sì, Erardo — tuo figlio, Borkman.
BORK. E gli portasti proprio tanto affetto?
ELLA. E perchè me lo presi a casa mia? perchè mai lo trattenni vicino a me tanto tempo.... sino a che mi fu possibile? Perchè?
BORK. Così.... per misericordia — come per il resto.
ELLA (_con viva agitazione interna_). Per misericordia! Aha! aha! Ma non sai che io non ho provato più misericordia.... dal giorno in cui mi abbandonasti! Non potevo più provare misericordia! Quando capitava nella mia cucina qualche povero piccino affamato, e tutto tremante e con le lagrime agli occhi domandava qualche cosa per isfamarsi, incaricavo la cuoca di dargli da mangiare. Non sentivo mai in me il desiderio di chiamare il poverino nella mia stanza, per poi riscaldarlo vicino ad un buon fuoco, e per provare un senso di compiacenza nel vederlo scacciare lungi da sè la fame. E pensare che nella mia giovinezza ero tanto misericordiosa! Fosti tu a far sorgere un vasto deserto in me.... ed anche fuori di me.
BORK. Anche su Erardo?
ELLA. No, quel deserto non si estende su tuo figlio; esso si estende su tutto ciò che si muove ed ha vita. Tu hai rapito alla mia vita le gioie e la felicità di una madre; anche le lagrime e le cure di una madre. E questa fu per me la più penosa dello perdite.
BORK. Lo credi, Ella?
ELLA. Chi lo sa? Forse quelle cure e quelle lagrime avrebbero potuto apportarmi grandissimo conforto. (_animandosi sempre più_) Allora però mi fu impossibile di trovare un altro conforto per la perdita fatta! Fu per questo motivo che condussi Erardo con me! Mi assicurai il suo cuoricino tanto caldo, tanto promettente.... fino al giorno.... ah!
BORK. Fino ai giorno?
ELLA. .... in cui sua madre — volevo dire l’autrice dei suoi giorni — me lo portò via.
BORK. Il distacco — o prima o tardi — doveva avvenire: Erardo doveva venire in città per continuare i suoi studi.
ELLA (_stirando le mani_). Ma io non posso più sopportare questa solitudine.... questo deserto.... non posso sopportare la perdita del cuore di tuo figlio!
BORK. (_con lo sguardo pieno d’odio_). ..... Hm,.... Ella, tu non hai perduto il suo cuore — no..... Non si perde tanto facilmente un cuore.... qui, al pianterreno.
ELLA. Ho perduto Erardo qui, sì, qui. E fu lei che me lo portò via.... o forse un’altra donna. Tutto ciò risulta abbastanza evidentemente dalle lettere che egli mi scrive qualche volta.
BORK. Tu sei venuta adunque qui per riprenderlo?
ELLA. Sì, purchè sia possibile....
BORK. È possibile, se proprio lo vuoi: il primo e maggior diritto su Erardo spetta a te.
ELLA. Diritto! E si può parlare in questo caso di diritto? Se egli non viene via con me spontaneamente.... non posso avere il suo cuore, che devo averei Io devo avere tutto, tutto il cuore del mio figliolo!
BORK. Non dimenticarti che Erardo ha già venti anni suonati; non potresti far quindi duraturo assegnamento su tutto, tutto il suo cuore.... per usare le stesse tue parole.
ELLA (_con un amaro sorriso_). Non è necessario che egli resti molto tempo con me.
BORK. No? Credevo che tu esigessi di trattenere Erardo sino ai tuoi ultimi giorni.
ELLA. Questa è infatti la mia intenzione.... per ciò che riguarda i miei ultimi giorni, non ci vorrà molto tempo....
BORK. (_con sorpresa_). Che dici....?
ELLA. Ti sarà noto che negli ultimi anni fui sempre sofferente?
BORK. Tu sofferente?
ELLA. Non lo sapevi?
BORK. No.... veramente.... no....
ELLA (_guardandolo con aria di stupore_). Non ti ha mai parlato Erardo delle mie sofferenze?
BORK. Ora non posso proprio ricordarmene....
ELLA. Forse Erardo non t’avrà mai parlato di me?
BORK. Sì, sì: egli mi parlò di te.... almeno mi pare. Del resto io lo vedo ben di rado; anzi quasi mai. C’è qui giù, al pianterreno, una persona che lo tiene lontano da me.... lontano da me, intendi?
ELLA. Ne sei certo, Borkman?
BORK. Oh se lo sono! (_cambiando tono_) Dunque sei stata sofferente, Ella?
ELLA. Sì: nell’autunno scorso il male s’aggravò tanto da costringermi a venir qui per consultare i medici della città, che hanno più esperienza dei nostri.
BORK. Li hai già consultati?
ELLA. Sì: stamane.
BORK. E ti dissero?
ELLA. Mi convinsero pienamente di quello che avevo presentito io stessa da molto tempo....
BORK. Ebbene?
ELLA (_rassegnata e calma_). La mia malattia mi condurrà al sepolcro, Borkman.
BORK. Non prestarci fede, Ella!
ELLA. La mia malattia è di quelle per le quali non valgono rimedi. I medici non ne conoscono uno: devono accontentarsi di seguire il corso del male; non lo possono arrestare: tutt’al più possono procurare qualche sollievo — il che è già una bella fortuna.
BORK. Ad onta della tua malattia, tu vivrai ancora molto a lungo.... vedrai....
ELLA. I medici m’hanno assicurato che molto probabilmente avrei potuto tirare avanti ancora tutto l’inverno.
BORK. (_sopra pensiero_). L’inverno.... è tanto lungo.
ELLA (_sommessamente_). Sì — abbastanza lungo.
BORK. (_premuroso, come se volesse cambiare discorso_). E come mai fu possibile che tu ti ammalassi così gravemente? Conducevi sempre un regime di vita così regolato.... così igienico.... come mai....?
ELLA (_fissandolo_). I medici sostengono che la causa del mio male sia stata una commozione d’animo d’antica data.
BORK. (_montando in collera_). Una commozione d’animo! Comprendo la tua allusione!
ELLA (_in preda ad un’agitazione interna sempre più crescente_). Del resto ormai è troppo tardi di voler rintracciarne la causa! Io però devo avere ancora una volta — prima di morire — il mio unico figliolo! È così triste di dover abbandonare tutto ciò che palpita di vita su questa terra.... il sole, l’aria, la luce.... senza lasciare a questo mondo almeno una persona, che possa qualche volta ricordarsi di me.... e pensare a me con affetto e con rimpianto.... come un figlio pensa alla madre morta.
BORK. (_dopo breve pausa_). Porta pur via Erardo, Ella.... purchè tu possa riuscirvi.
ELLA (_con calore_). Vi acconsenti? Lo puoi?
BORK. (_cupo_). Sì: ma non è un gran sagrifizio il mio, perchè io già da molto tempo non ho più nessun potere su mio figlio!
ELLA. Grazie, grazie per il tuo sacrifizio! — Ora ho da volgerti un’altra preghiera, Borkman.... anzi, secondo me, una grande preghiera.
BORK. Parla!
ELLA. Troverai puerile.... forse incomprensibile....
BORK. Parla dunque!
ELLA. Dopo la mia morte resterà un patrimonio non indifferente....
BORK. Sì, un patrimonio rilevante.
ELLA. Ebbene, è mia intenzione di lasciare il mio patrimonio ad Erardo.
BORK. Dal momento che non hai altri parenti più prossimi....
ELLA (_con anima_). Infatti non ho altri parenti più prossimi....
BORK. Non ci sono più superstiti della tua famiglia, è vero: tu sei l’ultima Rentheim.
ELLA (_affermando lentamente col capo_). L’ultima! Ora se io muoio.... sparirà con la mia morte anche il nome dei Rentheim. E vedi, anche questo pensiero mi è tanto angoscioso! Di me non resterà più nulla in questo mondo.... neppure il mio nome....
BORK. (_interrompendola_). Aha,.... ora ti comprendo!
ELLA (_con passione_). Fa che il mio nome non muoia con me! Fa che Erardo porti anche il nome dei Rentheim.
BORK. (_guardandola con stizza_). Comprendo le tue mire. Tu vuoi liberare mio figlio dal nome che porta suo padre: ecco la tua intenzione!
ELLA. No — non è vero! Io avrei portato quel nome in tua compagnia con tanto entusiasmo, con tanta fierezza! Ma per una madre, che si trova sull’orlo della fossa.... credimi, Borkman, il nome è un legame ben più forte di quello che tu possa immaginare!
BORK. (_freddo, ma con fierezza_). Sta bene, Ella: io sarò l’unico uomo che porterà ancora il nome dei Borkman.
ELLA (_stringendogli le mani_). Grazie, grazie! Ora abbiamo saldato la nostra partita! Sì, sì — lascia che te lo dica! Tu hai fatto un’onorevole ammenda — per quanto stava nelle tue forze! Morta me, vivrà un Erardo Rentheim!
(_La porta in fondo, a sinistra, si apre: apparisce la signora Borkman con lo sciallo sulla testa_.)
SCENA IV.
=Borkman, Ella Rentheim,= la =Signora Borkman.=
Sig.ª BORK. (_in preda a vivissima eccitazione_). Erardo npn porterà mai quel nome!
ELLA (_indietreggiando_). Gunilde!
BORK. (_in atto minaccioso_). Non tollero che nessuno entri in camera mia.
Sig.ª BORK. (_entrando nella stanza_). Mi sono presa la libertà....
BORK. (_andando incontro a sua moglie_). Che vuoi da me?
Sig.ª BORK. Voglio lottare e combattere per te; — voglio difenderti dagli spiriti maligni.
ELLA. Gli spiriti più maligni albergano in te, Gunilde!
Sig.ª BORK. (_in tuono aspro_). Su questo argomento — non una parola di più! (_in atto di minaccia, col braccio teso — ad Ella_) Una cosa però voglio sin d’ora imprimerti bene nella mente: Erardo porterà sempre il nome di suo padre! Lo porterà a testa alta e lo circonderà di nuovo splendore! Ed io sola ho da essere la madre di Erardo Borkman! Io sola! E nessun’altra donna! (_via e chiude la porta_)
SCENA V.
=Borkman= ed =Ella Rentheim.=
ELLA (_scossa_). Borkman.... In questa burrasca sarà Erardo quegli che risentirà i più dannosi effetti. È d’uopo che si venga ad una spiegazione fra te e Gunilde! Andiamo quindi subito da lei.... Scendiamo!
BORK. (_fissandola_). Io andare da lei? Eh?
ELLA. Sì, tu con me.
BORK. (_agitando il capo_). Tua sorella è inflessibile, Ella — inflessibile come il metallo che un giorno io volli estrarre dallo miniere.
ELLA. Ritenta ora la prova!
BORK. (_resta immobile, senza rispondere, come se fosse indeciso_)
FINE DELL’ATTO SECONDO.
ATTO TERZO.
Camera della signora Borkman, come nell’atto primo. La lampada, sul tavolo accanto al sofà, arde tuttora. La veranda è immersa nell’oscurità.
SCENA PRIMA.
La =Signora Borkman,= poi la =Cameriera,= poi =Ella Rentheim= e =Gian Gabriele Borkman.=
(_La signora Borkman, con lo sciallo sulla testa, entra in preda a vivissima agitazione per l’uscio d’ingresso e va alla finestra, dove solleva per un momento le cortine. Poi s’avvicina alla stufa e vi si siede acanto. Quindi s’alza e tira il cordone del campanello. Rimane per qualche tempo in attesa, accanto al sofà. Non comparisce nessuno. Tira una seconda volta e più forte il cordone_.)
(_Dopo breve pausa entra la Cameriera dalla porta di destra: ha gli occhi ancor gravi disonno e gli abiti in disordine — come se aveste dovuto vestirsi in tutta fretta_.)
Sig.ª BORK. (_con impazienza_). Dove siete stata tanto tempo, Lena? Ho già suonato due volte.
CAM. Ho udito suonare tutte le due volte, signora.
Sig.ª BORK. E perchè non siete venuta subito?
CAM. (_brontolando_). Ho dovuto pur vestirmi per venire qui!
Sig.ª BORK. Bene: mettetevi ancora un po’ in ordine, e poi uscite e andate a chiamare mio figlio.
CAM. (_con stupore_). Ho da andare a chiamare il signorino?
Sig.ª BORK. Sì: e ditegli che venga subito; chè ho da parlargli.
CAM. (_facendo il viso arcigno_). E non sarebbe meglio di svegliare il cocchiere del fattore?
Sig.ª BORK. E perchè?
CAM. Per attaccare la slitta. Stanotte la neve cade a turbini....
Sig.ª BORK. Non importa. Fate però presto! Del resto non ci sono che pochi passi!
CAM. Pochi passi?
Sig.ª BORK. Non sapete adunque dove si trovi la villa dell’avvocato Hinkel?
CAM. (_pungente_). Ah, è nella villa dell’avvocato Hinkel che si trova a quest’ora il nostro signorino?
Sig.ª BORK. (_stizzita_). E dov’altro mai potrebbe egli trovarsi a quest’ora?
CAM. (_sorridendo_). Il signorino potrebbe trovarsi nella casa, che è solito frequentare tutti i giorni....
Sig.ª BORK. In casa di chi?
CAM. In casa della signora Wilton!
Sig.ª BORK. Non è abitudine di mio figlio di andare ogni giorno in casa della signora Wilton!
CAM. (_a voce bassa_). Dicono che ci vada tutti i giorni.
Sig.ª BORK. Tutte chiacchiere, Lena! Andate ora dal signor Hinkel e domandate del signorino!
CAM. (_alzando in alto la testa_). Bene; ora me ne vado: (_Mentre s’avvia all’uscio d’ingresso, compariscono Ella Rentheim e Borkman_.)
Sig.ª BORK. (_indietreggiando di un passo_). Cosa vorrebbe mai significare questa visita?
CAM. (_atterrita e stringendosi istintivamente le mani_). Gesù!
Sig.ª BORK. (_susurrando alla Cameriera_). Ditegli che venga subito!
CAM. (_piano_). Va bene, signora.
(_Ella Rentheim e Borkman entrano nella stanza. La Cameriera esce, chiudendo dietro a sè la porta. Breve pausa_.)
Sig.ª BORK. (_come se fosse riuscita a padroneggiarsi completamente; ad Ella_). Che vuole egli mai da me?
ELLA. Borkman vuole tentare di venire ad una spiegazione con te.
Sig.ª BORK. Finora egli non l’ha mai fatto!
ELLA. Ed ora lo vuole!
Sig.ª BORK. L’ultima volta, che siamo stati l’uno di fronte all’altro, fu al Tribunale.... quando venni citata per deporre....
BORK. (_inoltrandosi_). Ed oggi sono io, che ho da deporre.
Sig.ª BORK. (_guardandolo_). Tu?
BORK. Sì; ma non sul mio fallo, che oramai lo conosce tutto il mondo....
Sig.ª BORK. (_sospirando; con amarezza_). È vero: tutto il mondo conosce oramai il tuo fallo.
BORK. Il mondo però ignora il motivo, per cui io commisi quell’errore: ignora il movente, per cui io fui costretto a farlo, perohò io era.... Gian Gabriele Borkman.... e non un altro. È su questo punto che voglio fare ora le mie deposizioni.
Sig.ª BORK. (_scrollando il capo_). Le tue deposizioni non servono a nulla. D’altronde anche la scusa d’aver agito sotto l’altrui impulso non assolve mai nessun colpevole.
BORK. Essa può assolverlo davanti ai suoi proprî occhi.
Sig.ª BORK. (_con un movimento di mano, come se volesse schermirsi_). Lasciamo quest’argomento! Ho pensato e ripensato tante volte su quella tua triste storia!
BORK. L’ho fatto anch’io. In quei lunghi, eterni cinque anni, trascorsi al cellulare.... ed altrove.... ebbi più d’una volta l’occasione ed il tempo di farlo: ed ancor più forse negli otto anni, passati lassù nel salotto. Mi sono ricostruita tutta la situazione giuridica della mia storia — per esaminarla con gli stessi miei occhi. L’ho studiata una volta, e poi ancor un’altra.... e così via. Mi sono eretto successivamente accusatore, difensore, giudice di me stesso: ed in tutti quelli uffici conservai sempre la più rigida imparzialità.... sì — posso ripeterlo — fui più imparziale di qualsiasi altra persona. Passeggiando lassù — nel salotto — ho esaminato tutte le mie azioni sino nel loro più piccolo dettaglio. Le ho esaminate prima da una parte e poi dall’altra, sempre imparzialmente, sempre scrupolosamente.... come l’avrebbe fatto un avvocato avversario. Ed il risultato di tutte quelle indagini, di tutto quelle analisi.... fu sempre l’identico: mi convinsi sempre più che la persona più terribilmente colpita dal mio fallo.... fui io stesso.