Chapter 3 of 6 · 3973 words · ~20 min read

Part 3

BORK. (_con riso sardonico_). E quell’uomo dà ricevimenti a casa sua? Oh come mai può colui adescare della gente nei suoi salotti?

FRIDA. Eppure la signora Wilton mi assicurò che ai ricevimenti di casa Hinkel intervengono molte persone.

BORK. (_con impeto_). Ma che razza di persone? Mi può nominarne qualcuna?

FRIDA (_un po’ timidamente_). No; non so dirle nemmeno un nome. Aspetti, aspetti.... ora mi ricordo.... mi hanno assicurato che anche il giovane signor Borkman andrà questa sera in quella casa.

BORK. (_sorpreso_). Erardo? Mio figlio?

FRIDA. Sì, vi sarà anche lui stasera.

BORK. E come lo sa?

FRIDA. Me lo disse lo stesso signor Erardo, circa un’ora fa.

BORK. Dunque oggi mio figlio è venuto qui fuori?

FRIDA. Sì, ha passato tutto il pomeriggio in casa della signora Wilton.

BORK. (_con sguardo indagatore_). E non saprebbe dirmi se egli sia stato anche quaggiù e se abbia parlato con qualcheduno?

FRIDA. Sì: il signor Erardo fece una breve visita alla signora.

BORK. (_con amarezza_). Aha.... già me lo avevo immaginato.

FRIDA. Credo però che oggi sia venuta a trovare la signora Borkman anche una signora sconosciuta.

BORK. Davvero? Già.... già: la Signora deve pure ricevere di quando in quando qualche persona.

FRIDA. Se vedo più tardi il signorino ho da dirgli di passare qui sopra da lei?

BORK. (_bruscamente_). Non gli dica niente! Glielo proibisco! Chi vuole parlare con me lo deve fare spontaneamente. Io non sono avvezzo di pregare nessuno.

FRIDA. Non gli dirò nulla, stia pur certo. — Buona notte, signor Borkman.

BORK. (_camminando per la stanza e quasi borbottando_). Buona notte.

FRIDA. Per abbreviare il cammino potrei forse uscire per la scala a chiocciola?

BORK. Faccia come crede. — Buona notte.

FRIDA. Buona notte, signor Borkman. (_via per l’uscio di fondo_)

SCENA II.

=Borkman=, poi =Guglielmo Foldal=.

(_Borkman, rimasto solo, s’avvia pensieroso verso il pianoforte, come se volesse chiuderlo: poco dopo però s’arresta. Dopo d’aver girato e rigirato gli occhi nel vuoto, incomincia a camminare — con aria d’impazienza e d’inquietudine — su e giù fra lo spazio che corre dal pianoforte all’angolo destro in fondo. Alla fine s’avvicina alla scrivania: sta per un momento in ascolto verso la direzione della porta a sinistra: poi si guarda in uno specchietto e s’accomoda la cravatta._)

(_Bussano alla porta di sinistra. Borkman, che ha inteso, lancia un’occhiata furtiva alla porta: non risponde. Si bussa di nuovo e più forte._)

BORK. (_vicino alla scrivania, con la mano sinistra appoggiata sul tappeto e con la destra nello sparato del vestito_). Avanti!

(_Guglielmo Foldal entra con aria di soggezione: è un uomo dall’aspetto macilento e dal portamento curvo; ha gli occhi azzurri e miti; i capelli lunghi e grigi gli coprono il bavero del soprabito. Ha sotto il braccio un portafoglio; in mano un cappello a cencio. Porta, rialzati sulla fronte, un paio d’occhiali orlati di corno._)

BORK. (_cambiando posizione e guardando Foldal con un’aria ambigua, fra la disillusione e la soddisfazione_). Ah sei tu, Foldal!

FOLDAL. Sono io. Buona sera, Gian Gabriele.

BORK. (_guardandolo con sguardo severo_). Mi pare che arrivi un po’ tardi.

FOL. Che vuoi, per venire da te c’è da fare un bel pezzo di strada, specialmente per un uomo che, come me, è costretto di andare a piedi!

BORK. Perchè andare sempre a piedi, Foldal? Il _tramvay_ non è poi tanto lontano da casa tua.

FOL. D’altronde l’andar a piedi è più igienico: e poi ci risparmio dieci centesimi. — A proposito, è già stata da te la Frida? Ti ha fatto della musica?

BORK. È andata via in questo momento. Non vi siete incontrati?

FOL. No: non la vedo da parecchio tempo.... dal giorno in cui è entrata in casa della signora Wilton.

BORK. (_sedendosi sul sofà ed indicando una sedia a Foldal_). Siediti, Guglielmo.

FOL. (_sedendosi_). Grazie. (_con aria melanconica_) Non puoi immaginarti quanto increscioso mi riesca di dover viver solo, senza aver Frida vicino a me!

BORK. Diavolo! E gli altri tuoi figlioli?

FOL. Sì: quei cinque marmocchi!... Frida però era la sola che mi comprendesse un pochino. (_tentennando il capo, con tono triste_) Gli altri non mi comprendono affatto.

BORK. (_guardando dinanzi a sè con sguardo fosco e battendo le dita sulla scrivania_). Sì, così vanno le cose: è una maledizione che gravita sempre su noi, gli uomini eletti. La massa e la maggioranza — formate esclusivamente da uomini dozzinali — non ci comprendono, buon Guglielmo.

FOL. (_con rassegnazione_). Io non esigo per ora dai miei figli dell’intelligenza: questa si matura con un po’ di pazienza e coll’andar del tempo.... (_con voce piagnucolosa_) Oh ma c’è un’altra cosa, ben più amara!

BORK. (_scosso_). Più amara?

FOL. Sì, Gian Gabriele. Prima di uscire di casa.... assistetti ad una certa scenata.

BORK. Vorresti dire?

FOL. (_prorompendo_). A casa.... mi sprezzano.... capisci!

BORK. (_trasalendo_). Come? Ti sprezzano!

FOL. (_asciugandosi le lagrime_). Me n’ero accorto da parecchio tempo: ma appena oggi ne ebbi la prova....

BORK. (_dopo breve pausa_). Fosti ben infelice nella scelta, quando prendesti moglie.

FOL. Oh allora non si poteva più parlare di una scelta. Del resto.... si prende tanto volentieri moglie, quando gli anni incominciano a pesare. E poi allora ero ridotto a sì mal partito....

BORK. (_alzandosi adirato_). Dovrebbe essere questa forse un’allusione a me? Vorresti forse rinfacciarmi....?

FOL. (_con angoscia_). Dio me ne liberi; Gian Gabriele....

BORK. Sì, tu alludi in questo momento alla rovina che travolse la Banca....!

FOL. (_tentando di calmarlo_). Ma io per quell’affare non ho mai gettato su te la colpa! Per l’amor del Cielo!

BORK. (_si mette nuovamente a sedere e mormora:_) Sta bene!

FOL. Non credere già che io mi lagni di mia moglie. La povera donna non è molto educata, ne convengo: ma sì può sempre sopportarla.... no; sono i bambini.... capisci....

BORK. Oh, lo sapevo bene!

FOL. Poichè i bambini.... hanno un’educazione più completa; e credono perciò di poter vantare maggiori esigenze.

BORK. (_mostrando interesse alle parole di Foldal_). E perchè mai ti sprezzano quelle birbe?

FOL. (_scrollando le spalle_). Sai bene.... la mia carriera si ridusse a ben poca cosa.... ne sono d’accordo....

BORK. (_avvicinandoglisi e prendendolo per un braccio_). E sanno quei marmocchi che tu, nella tua giovinezza, hai scritto una tragedia?

FOL. Oh se lo sanno! Sembra però che non ne siano rimasti troppo soddisfatti.

BORK. Allora i tuoi figli non hanno nemmeno un’ombra d’intelligenza. La tua tragedia è un lavoro ben fatto: te lo dico io!

FOL. (_con viso raggiante_). Non è vero che c’è del buono in quel mio lavoro, Gian Gabriele? Ah, se potessi far rappresentare la mia tragedia in qualche teatro! (_apre frettolosamente il portafoglio e ne estrae alcuni fogli_) Eccola! Ora ti mostrerò i punti dove ho creduto opportuno di introdurre qualche modificazione....

BORK. Ne hai con te il copione?

FOL. Sì, l’ho portato qui con me. — È passato tanto tempo dall’ultima volta che te la lessi! — E poi ho pensato che la lettura di due o tre atti potrebbe procurarti un po’ di distrazione....

BORK. (_alzandosi e tentennando il capo_). No; non oggi; sarà per un’altra volta.

FOL. Bene, come t’aggrada.

(_Borkman cammina su e giù per la stanza. Foldal ripone il manoscritto nel portafoglio._)

BORK. (_fermandosi davanti a Foldal_). Quello che mi andavi dicendo poc’anzi è giusto.... la tua carriera si ridusse a ben poca cosa. Però senti, Guglielmo.... quando sarà scoccata l’ora della mia redenzione.... ti prometto....

FOL. (_in procinto di alzarsi_). Ah quanto te ne sono grato....!

BORK. (_con un cenno di mano_). No, resta al tuo posto. (_poi animandosi sempre più_) Quando sarà suonata l’ora della mia redenzione.... quando si capirà di non poter fare senza di me.... e verranno qui, nel salotto.... tutti sommessi.... a pregarmi, a supplicarmi di riprendere la direzione della nuova Banca.... di quella Banca, che hanno fondato e che non sono capaci di reggere! (_avvicinandosi alla scrivania e battendosi il petto_) Voglio aspettarli, voglio riceverli proprio in questo salotto! E quali comenti per il paese quando si saranno divulgate le condizioni imposte da Gian Gabriele Borkman nel.... (_interrompendosi bruscamente e fissando Foldal_) Ma che? Perchè mi guardi con quello sguardo diffidente? Dubiti forse che abbiano da venire? lo dovranno.... sì, dovranno venire da me, un giorno o l’altro! Eh!

FOL. Lo credo, oh se lo credo, Gian Gabriele!

BORK. (_sedendosi sul sofà_). Io nutro una fede forte, incrollabile.... sono convinto che verranno. Se non ne avessi la certezza.... da parecchio tempo mi sarei cacciato una palla nel cervello.

FOL. (_atterrito_). Per l’amor del Cielo!

BORK. (_con aria di trionfo_). Essi verranno! sì, verranno! Fa attenzione! — Io li attendo qui ogni giorno, ogni ora. E come vedi mi tengo sempre pronto per riceverli.

FOL. (_singhiozzando_). Venissero presto!

BORK. (_con inquietudine_). Hai ragione; il tempo passa; passano gli anni.... no.... no.... è meglio non pensarvi! (_fissandolo_) Talvolta però provo una certa impressione....

FOL. Quale?

BORK. Mi pare di provare l’identica impressione che avrebbe provato Napoleone il Grande se fosse stato ferito e storpiato nella sua prima battaglia campale.

FOL. (_appoggiando una mano sul portafoglio_). Anch’io provo un’impressione consimile.

BORK. Sì, ma in proporzione ridotta.

FOL. (_calmo_). Il mio piccolo mondo poetico ha un grande valore per me, Gian Gabriele.

BORK. (_con irruenza_). Io che avrei potuto accumulare tanti milioni! E tutte quelle miniere, che avrebbero dovuto formare il mio dominio! Miniere ancora inesplorate e stendentisi all’infinito! Cascate d’acqua! Cave di marmo! Nuove vie commerciali e nuove linee di navigazione abbraccianti il mondo intero! E tutti questi progetti io li avrei potuti mandare ad effetto con le mie sole forze!

FOL. Lo so; non esisteva difficoltà che tu non l’avessi sormontata.

BORK. (_stringendosi le mani_). Ed ora devo razzolare qui come un uccellaccio con l’ali monche e devo sopportare che gli altri usurpino il mio posto.... e che mi derubino.... pezzo per pezzo!

FOL. Anche io mi trovo nelle stesse acque!

BORK. (_senza prestargli attenzione_). Oh, si sono già vedute molte di questo cose!... Ed ero là, vicino alla méta; oh se avessi avuto otto, soli otto giorni per rimettere tutto al suo posto! Tutti i depositi di denaro sarebbero stati surrogati con dei nuovi: tutti i valori che io aveva adoperato con un’audacia senza pari, sarebbero ritornati nei loro forzieri, ai loro antichi posti. Mancava un’inezia per mettere in attività tutte quelle colossali società per azioni: e nessuno vi avrebbe rimesso un centesimo....

FOL. È vero; fosti tanto vicino alla tua méta....

BORK. (_invelenito_). Sorse allora il tradimento e fui preso alle spalle! Proprio alla vigilia della vittoria decisiva. (_fissando Foldal_) Dimmi un po’: sai tu quale sia il più infame delitto che possa commettere un uomo?

FOL. No: quale?

BORK. Nè l’omicidio, nè la rapina; e neanche lo spergiuro o lo scasso notturno — giacchè tutti questi delitti vengono commessi per lo più contro uomini che sono odiati dai malfattori o che sono indifferenti alla maggioranza della gente....

FOL. Il delitto più infame è adunque....

BORK. (_facendo spiccare le parole_). Se.... se un amico abusa della fiducia del proprio amico.

FOL. (_un po’ pensieroso_). Sì, però.... ascolta....

BORK. (_stizzito_). Che volevi tu dire? Lo so, lo so! Ma non era questo il caso! Le persone che avevano depositato alla Banca il loro denaro avrebbero ricevuto di ritorno tutto il loro avere.... fino all’ultimo centesimo!... No, caro Foldal.... il delitto più infame che possa venir commesso da un uomo è quello di abusare delle lettere del proprio amico.... divulgando ai quattro venti tutte quello confidenze che gli sono state affidate a quattr’occhi dall’amico — a fil di voce ed in una stanza vuota, oscura e chiusa a chiave. Un uomo che si serve di simili mezzi, è corroso sino al midollo delle ossa dalla morale professata da tutti i farabutti di questo mondo. Ed io ebbi un tale amico! E fu quest’amico che mi mandò in rovina!

FOL. Mi pare di conoscere questo tuo amico!

BORK. Io gli confidai tutti i miei affari, anche i più inconcludenti: ma al momento opportuno egli scaricò su me tutte lo armi che io stesso gli avevo messo fra le mani.

FOL. Non ho mai potuto comprendere perchè egli.... Del resto a quel tempo corse la voce....

BORK. Ebbene? Dimmela! Non mi pervenne all’orecchio nemmeno una sillaba.... giacchè, poco dopo, fui posto in.... in isolamento. Dunque che si divulgò in allora sul conto mio?

FOL. Si sparse la voce che saresti diventato ministro.

BORK. Infatti mi si offerse anche un portafoglio, che io però rifiutai.

FOL. Tu non gli eri adunque d’ostacolo!

BORK. Egli mi tradì per un altro motivo.

FOL. Allora non comprendo più nulla....

BORK. Oh a te posso raccontare tutto, Foldal!

FOL. Spiegati!

BORK. Ci fu di mezzo.... un affare.... un affare in cui erano involte delle donne....

FOL. Un intrigo di donne, Gian Gabriele?

BORK. (_interrompendolo_). Sì.... ma non vale la pena di parlare più oltre di quella vecchia ed insulsa storia. — Però se io non divenni ministro, non lo divenne neppur lui.

FOL. Egli salì però molto in alto.

BORK. Ed io discesi molto in basso.

FOL. Tragedia davvero tremenda....

BORK. (_affermando col capo_). Tanto tremenda, quanto la tua, mi pare.

FOL. (_schermendosi_). Sì; per lo meno altrettanto tremenda.

BORK. (_ridendo a fior di labbra_). Esaminandola da un altro punto di vista, quella tragedia ha però anche un po’ della commedia.

FOL. Della commedia?

BORK. Sì, giudicandola almeno dalla piega che sembra aver preso in questo momento. Mi spiego....

FOL. Sì, sì.

BORK. Venendo qui da me, non t’incontrasti con Frida — è vero?

FOL. No.

BORK. Ebbene, mentre noi stiamo chiacchierando in questo salotto, la tua Frida suona musica da ballo in casa dell’amico.... di quello che mi tradì e mi mandò in rovina.

FOL. Non ne avevo il più lontano sospetto!

BORK. Eppure è così! Tua figlia, dopo d’aver preso i suoi pezzi di musica, si congedò da me per andare da quel.... signore.

FOL. (_cercando di scusare la figlia_). Non devi dimenticare che la povera piccina....

BORK. E chi credi che sia anche andato a quella festa ed ascolti ora la musica che suona la tua Frida?

FOL. Non lo saprei....

BORK. Mio figlio!

FOL. Tuo figlio?

BORK. Sì: che ne dici, Guglielmo? Uno dei ballerini di questa sera è anche Erardo.... Ora non avevo io ragione, dicendoti poc’anzi che tutta quella tragedia ha anche un po’ della commedia?

FOL. Probabilmente tuo figlio non sarò a giorno dell’accaduto....

BORK. Di che?

FOL. Egli sarà — senza dubbio — all’oscuro del modo con cui.... quel signore....

BORK. Nominalo pure — ormai quel nome non mi fa andare più in collera!

FOL. Eppure io persisto nel credere che tuo figlio non conosce nemmeno una fase di quella fosca storia.

BORK. (_pestando sulla tavola e con voce cupa_). Oh se la conosco!... la conosce com’è vero che in questo momento mi trovo qui con te!

FOL. È mai possibile che tuo figlio frequenti quella casa?

BORK. (_tentennando il capo_). Forse mio figlio potrà vedere le cose da un punto di vista diverso dal mio... È probabile anche che Erardo si sia a quest’ora schierato dalla parte dei miei nemici! Lo giurerei! Crederà anche lui, come tutti gli altri, che l’avvocato Hinkel col tradirmi non abbia fatto che semplicemente il proprio dovere.

FOL. Per amor di Dio! E chi mai dovrebbe averlo trasformato in tal modo?

BORK. Chi? E me lo domandi ancora? Ma non ti rammenti più le persone che si presero cura della sua educazione? Dapprima sua zia.... che se lo portò via quando Erardo aveva sei o sette anni.... poi sua madre.

FOL. Mi pare che tu sia ingiusto verso quelle due donne.

BORK. (_trasalendo_). Io non sono mai ingiusto con nessuno! Ti faccio osservare che tutte e due lo aizzarono contro di me!

FOL. (_come accondiscendendo_). Può essere che tu abbia ragione.

BORK. (_con amarezza_). Ah queste donne! Come ci amareggiano la vita! Come ci fanno girare e rigirare! E ci rovinano tutto il nostro destino.... tutti i nostri trionfi!

FOL. Non tutte le donne, Borkman!

BORK. Non tutte? Sta bene! Nominami allora una — una sola donna, che valga qualcosa.

FOL. Ecco il nodo! Le poche donne che conosco io non valgono nulla.

BORK. (_ironico_). Che importa allora che esistano tali donne.... se poi non si conoscono!

FOL. (_accalorandosi_). Se importa, Gian Gabriele? È un pensiero così splendido, così importante: là fuori, lungi, lungi da noi.... esiste ancora la vera donna.

BORK. (_con impazienza_). Cessa una buona volta con questi tuoi sogni di poeta!

FOL. (_colpito profondamente_). Ah chiami sogni di poeta ciò che costituisce la mia più sacra convinzione?

BORK. (_con asprezza_). Sì, sogni di poeta! Ed è per questi tuoi sogni che non hai mai fatto carriera nel mondo. Mandali una buona volta al diavolo! Solo in tal caso potrei aiutarti.... a salire in alto.

FOL. (_in preda ad un’interna agitazione_). Tu questo non lo puoi più!

BORK. Lo potrò, quando sarò giunto nuovamente al potere.

FOL. Ci dovrà correre molta acqua per la china....

BORK. (_con impeto_). Non credi che ritornerò ancora una volta al potere? Rispondimi, subito!

FOL. Non so proprio cosa risponderti!

BORK. (_alzandosi grave e freddo ed indicando la porta_). Allora non ho più bisogno di te.

FOL. (_alzandosi rapidamente_). Non hai più bisogno di me?

BORK. Se non credi che il mio destino debba ancora mutarsi....

FOL. Alla fine non posso credere a ciò che cozza col buon senso! — Anzitutto dovresti esserti riabilitato....

BORK. Prosegui! Prosegui!

FOL. Ti premetto che non mi è mai riuscito di dare i miei esami: ma da quel poco che mi ricordo dei miei studî....

BORK. (_affrettato_). La credi un’impossibilità?

FOL. Non conosco un precedente che possa far sperare....

BORK. Ciò non è necessario per gli uomini superiori!

FOL. La legge però non si occupa degli uomini superiori.

BORK. (_negando col capo_). Tu non sei poeta, Guglielmo!

FOL. (_stringendosi le mani_). Parli sul serio?

BORK. (_senza rispondergli alla domanda_). Noi due sprechiamo miseramente il nostro tempo.... è meglio che tu non venga più da me.

FOL. Vuoi adunque che ci lasciamo?

BORK. (_senza guardarlo_). Non ho più bisogno di te.

FOL. (_calmo e mettendosi sotto il braccio il portafoglio_). È possibile.

BORK. Dunque tu, durante tutto questo tempo, non hai fatto altro che ingannarmi.

FOL. Gian Gabriele, io non ti ho mai ingannato.

BORK. Non m’ingannasti tu, adunque, coll’insinuarmi fede, fiducia, speranza?

FOL. Non t’ingannai fino a che tu credesti nella mia vocazione: fino a che tu avesti fede in me, io pure l’ebbi in te.

BORK. Dunque ci siamo ingannati reciprocamente. Abbiamo ingannato.... noi stessi.

FOL. Alla fin dei conti l’amicizia non è questa, Gian Gabriele?

BORK. (_con riso amar_o). Sì, l’inganno.... è l’amicizia. Hai ragione: ne ho fatto già un’altra volta l’esperienza.

FOL. (_fissandolo_). Dunque, secondo te, io non possiedo nemmeno un’ombra di vocazione poetica.... E me lo dicesti con tanta indifferenza!

BORK. (_in tuono più mite_). Non sono competente in fatto di poesia.

FOL. Più di quello che tu stesso lo credi.

BORK. Io?

FOL. Sì, tu. Talvolta.... sorsero anche a me dei dubbî.... un terribile dubbio.... l’aver speso tutta la mia vita per un’illusione!

BORK. Ma se nascono dei dubbî anche a te, allora anche la tua fede è ben poco salda!

FOL. Ed è perciò che trovavo un conforto venendo a casa tua e facendo assegnamento su te, che eri pieno di fede. (_prendendo il cappello_) Ora però mi sei diventato uno sconosciuto.

BORK. Altrettanto da parte mia.

FOL. Buona notte, Gian Gabriele.

BORK. Buona notte, Foldal. (_Foldal via a sinistra_)

SCENA III.

=Borkman=, poi =Ella Rentheim=.

(_Borkman resta per alcuni momenti vicino alla porta che è stata chiusa da Foldal; fa un movimento come se volesse richiamarlo; poi, pentito, incomincia a passeggiare su e giù per la stanza, con le mani sul dorso. Dopo qualche tempo s’avvicina e s’arresta al tavolo davanti al sofà e spegne la lampada. Il salotto è immerso nella semi-oscurità._)

(_Dopo una breve pausa bussano in fondo, a sinistra._)

BORK. (_dal tavolo si volge e domanda a voce alta:_) Chi è là?

(_Nessuno risponde: bussano di nuovo._)

BORK. (_immobile_). Chi è là? avanti!

(_Ella Rentheim con una candela in mano entra: veste come nel primo atto; ha sulle spalle il mantello, che è sbottonato._)

BORK. (_guardandola_). Chi è lei? Che vuole da me?

ELLA (_chiude dietro a sè la porta e si avvicina_). Sono io, Borkman. (_depone la candela sul pianoforte e resta immobile._)

BORK. (_come colpito dal fulmine, la contempla con gli occhi fissi, e mormora a fil di voce:_) Ella? Ella Rentheim? È proprio lei?

ELLA. Sì, sono la tua Ella, come mi chiamavi un giorno.... allora.... molti, molti anni fa.

BORK. (_come sopra_). Sì, sì.... Ella.... ora ti riconosco!

ELLA. Mi riconosci adunque?

BORK. Sì, ora incomincio....

ELLA. Gli anni non fecero tanti complimenti con me.... siamo arrivati all’autunno.... come mi trovi?

BORK. (_forzato_). Ti sei un po’ cambiata. A prima vista....

ELLA. Ora non mi scendono più sulle spalle, in brune anella, quei capelli che tu, in altri tempi, ti compiacevi di accarezzare con le dita!

BORK. (_rapidamente_). È vero! Ora me ne accorgo, Ella! Non hai più l’acconciatura d’una volta.

ELLA (_con riso amaro_). Proprio così: è l’acconciatura che cambia....

BORK. (_cambiando discorso_). Non sapevo ch’eri venuta qui fuori.

ELLA. Sono arrivata da poco.

BORK. E perchè sei venuta in questa stagione?... in inverno?

ELLA. Te lo dirò.

BORK. Vuoi qualche cosa da me?

ELLA. Sì, anche da te. Prima di parlarti di un certo argomento, dovrei ritornare col pensiero nel passato e rivolgerlo su cose avvenute.

BORK. Sei stanca, Ella?

ELLA. Sì; sono stanca.

BORK. Non vuoi accomodarti? Là.... là sul sofà?

ELLA. Grazie: ho infatti bisogno di sedermi. (_Si siede sull’angolo anteriore del sofà: Borkman, immobile accanto il tavolino e con le mani sul dorso, la fissa. Breve pausa._)

ELLA. Sono passati molti anni — Borkman — dall’ultima volta in cui ci siamo trovati soli — così a quattr’occhi!

BORK. (_cupo_). Sono passati molti anni! E fu nel frattempo che si svolse tutta quella terribile storia!

ELLA. Da quella volta è trascorsa una vita d’uomo! Una vita perduta!

BORK. (_sdegnato_). Perduta!

ELLA. Sì, perduta: e per ambidue!

BORK. (_freddamente_). Eppure io non credo che la mia vita sia già a quest’ora una vita perduta!

ELLA. Ma la mia?

BORK. Lo devi ascrivere a tua colpa, Ella.

ELLA (_con un movimento di dispetto_). E sei tu che me lo dici?

BORK. Sì, io: Ella, tu avresti potuto raggiungere la tua felicità anche senza di me!

ELLA. Lo credi?

BORK. Purchè tu l’avessi voluto.

ELLA (_con amarezza_). Se ben mi ricordo, fu un altro uomo che mi chiese la mano....

BORK. Tu gliela rifiutasti.

ELLA. Sì; gliela rifiutai!

BORK. E non gli rifiutasti la mano un’unica volta! Per anni ed anni....

ELLA (_ironica_). .... Per anni ed anni respinsi da me la felicità.... è così che intendevi dire?

BORK. Avresti potuto vivere molto felice anche con lui.... in tal caso io sarei stato salvo!

ELLA. Tu?

BORK. Sì, tu mi avresti salvato, Ella!

ELLA. Spiegati: in che modo?

BORK. Egli si cacciò in testa che io fossi la vera ed unica causa di tutti quei tuoi rifiuti. — E se ne vendicò: fu una facile vendetta per lui, che aveva nelle mani tutte quelle mie lettere, piene di confessioni. Se ne servì a dovere.... ed allora per me fu questione finita.... almeno per il momento. E di tutto ciò fu tua la colpa, Ella!

ELLA. Ah, Borkman, rifletti un po’.... proseguendo di questo passo, finirò col diventare io — io sola la causa di quanto è accaduto!

BORK. È questione di modo di vedere! So benissimo quanto io debba a te: all’incanto di questa possessione, fosti tu che ne facesti l’acquisto; poi la mettesti completamente a mia disposizione.... e a disposizione di tua sorella. Prendesti con te Erardo: ti curasti di lui sotto ogni rapporto....

ELLA. .... Fino a che mi fu concesso.