Part 5
Sig.ª BORK. E non ne fui colpita anche io? non ne fu colpito anche tuo figlio?
BORK. Sì, anche voi due: quando parlo di me, parlo implicitamente anche di voi due.
Sig.ª BORK. E tutte quelle centinaia di porsone, che, secondo l’opinione pubblica, furono rovinate dal tuo fallo?
BORK. (_accalorandosi_). Arrivai al potere! Sorse allora in me quell’impulso indomabile! M’apparvero allora per tutto il paese e nelle profondità delle miniere quei milioni incatenati e mi chiamarono, gridandomi di liberarli dalle loro catene! Ma nessun altro uomo potè udire la loro voce! Fui io solo!
Sig.ª BORK. Sì, tu solo hai udito quella voce.... per coprire d’infamia il nome dei Borkman!
BORK. Avrei voluto vedere come avrebbe agito un altro uomo se — come fu il caso mio — fosse giunto al potere!
Sig.ª BORK. Nessun uomo avrebbe fatto quello che tu osasti di fare!
BORK. Forse nessun altro l’avrebbe fatto, perchè nessun altro possedeva la mia capacità! E se anche l’avessero fatto, non l’avrebbero mai conseguito coi miei mezzi.... ciò che avrebbe dato all’affare un’impronta del tutto diversa.... In poche parole: io mi sono assolto da me stesso.
ELLA (_con tuono dolce, supplichevole_). Puoi ripetere ciò con intima convinzione, Borkman?
BORK. (_affermando col capo_). Sì — io stesso mi sono assolto da quell’accusa. Ma ora sorge la grave, la terribile accusa, che mi sono scagliato con le mie mani!
Sig.ª BORK. Quale accusa?
BORK. Ho sprecato otto anni preziosi della mia esistenza passeggiando su e giù per il salotto! Ebbene — nello stesso giorno, in cui mi rimisero a piede libero, in quello stesso giorno io avrei dovuto entrare nel mondo della realtà — della realtà, che è immutabile e senza sogni! Avrei dovuto ricominciare la strada: ricominciarla dal basso.... per slanciarmi un’altra volta in alto — molto più in alto di prima — ad onta di tutti i fatti accaduti.
Sig.ª BORK. Ah — persuaditi, la tua vita non si sarebbe punto mutata col mutar di strada!
BORK. (_scrollando il capo e fissando la moglie come per spiegarle qualche cosa_). Non può accadere nulla di nuovo: ma quello che è accaduto.... non si ripete più. È il nostro occhio quello che trasforma le situazioni; e l’occhio trasformatore fa apparire le cose veochie sotto forme nuove. (_interrompendosi_) Ma tu già non comprendi queste parole.
Sig.ª BORK. (_secca_). No, non le comprendo.
BORK. Ecco la mia maledizione: non aver mai trovato un’anima umana, che mi potesse comprendere!
ELLA (_fissando Borkman_). Mai, Borkman?
BORK. Forse una, una sola.... ma molti, molti anni fa.... quando mi pareva di non aver bisogno di venire compreso da nessuno. Più tardi, però, io non trovai nè ebbi mai al fianco mio una persona prudente, che fosse pronta ad ogni istante di chiamarmi.... di svegliarmi come con un rintocco mattutino di campana.... di spronarmi ad un lavoro nuovo, ad un lavoro più attivo.... ad imprimermi nella mente che io fino allora non avevo fatto nulla di duraturo.
Sig.ª BORK. (_con riso ironico_). Ah bisognava adunque che qualcuno te lo imprimesse nella mente?
BORK. (_con collera_). Ah, quando sento che tutto il mondo è d’accordo nel dichiararmi in faccia, che Gian Gabriele Borkman è un uomo irremissibilmente perduto, allora parmi per un momento di dover anch’io prestar fede all’opinione pubblica. (_alzando in alto il capo_) Ma poi la mia coscienza prende nuovamente il sopravvento: ed è la mia coscienza che mi assolve!
Sig.ª BORK. (_guardando Borkman con severità_). E perchè non sei venuto mai da me per cercare la persona che ti comprendesse?
BORK. E se anche fossi venuto.... l’avrei forse trovata?
Sig.ª BORK. (_con un gesto ripulsivo di mano_). Tu, in vita tua, non hai avuto che un’unica mira: te stesso!
BORK. (_con fierezza_). Mi stette a cuore la forza!
Sig.ª BORK. Sì — la forza!
BORK. .... la forza di poter rendere immensamente felici tutti gli uomini!
Sig.ª BORK. Eppure ci fu un momento, in cui tu avresti potuto rendermi felice: perchè non ne approfittasti?
BORK. (_come se volesse sottrarsi allo sguardo della moglie_). Qualcuno deve pur venire inghiottito.... in un naufragio.
Sig.ª BORK. E tuo figlio? Hai forse sfruttato il tuo potere in suo favore.... ti sei forse adoperato mai in vita tua per renderlo felice?
BORK. Mio figlio? Io non lo conosco!
Sig.ª BORK. Hai ragione. Tu non lo conosci!
BORK. (_con asprezza_). Questo non è che il risultato delle cure di sua madre.
Sig.ª BORK. (_guardandolo con un’aria di superiorità_). Oh tu ignori le mie cure?
BORK. Le sai tu sola?
Sig.ª BORK. Sì: io sola.
BORK. Parla adunque!
Sig.ª BORK. Le mie cure furono rivolte alla tua memoria.
BORK. (_con un riso secco_). Alla mia memoria? È strano! Parli di me, come se io fossi già morto!
Sig.ª BORK. (_facendo risaltare le parole_). Tu sei già morto!
BORK. (_lentamente_). Forse hai ragione. (_brusco_) No, no: non sono ancor morto! Sono stato all’orlo della fossa, è vero: ma ora mi sono risvegliato! Ora mi sento guarito! La vita s’agita ancora davanti ai miei occhi: ed io la vedo quella vita ancora iridescente, che palpita e che m’attende.... La vedrai anche tu....
Sig.ª BORK. (_coll’indice teso_). Non sognare mai più di poter vivere ancora una volta! Accontentati della tua posizione attuale!
ELLA (_trasalendo_). Gunilde, Gunilde.... come puoi tu mai....!
Sig.ª BORK. (_senza darle ascolto_). Voglio erigere un monumento sulla tua fossa.
BORK. La colonna infame.... eh?
Sig.ª BORK. (_con un’agitazione ognor più crescente_). No, il tuo monumento non sarà nè di granito nè di bronzo: sul monumento, che io intendo di erigerti, non verrà inciso nessun epitaffio ironico. Una fitta boscaglia di alberi e di cespugli si estenderà sul sepolcro della tua vita e ne coprirà tutte le macchie. Gian Gabriele Borkman scomparirà dagli occhi degli uomini, avvolto dall’oblio.
BORK. (_con voce rauca; ironico_). Sarà una bell’opera di carità la tua!
Sig.ª BORK. In quell’opera di misericordia io non sarò sola: avrò un compagno di collaborazione in un uomo, che io mi sono assunta il còmpito di educare e che s’è imposto di spendere la sua vita per una missione. Questo mio collaboratore, conducendo un’esistenza, ispirata a principî puri, santi e sublimi, cancellerà dalla memoria degli uomini tutti i ricordi della tua vita tenebrosa.
BORK. (_minaccioso_). Vuoi forse alludere ad Erardo?
Sig.ª BORK. (_fissandolo negli occhi_). Sì, ad Erardo. — Tu devi rinunziare a tutti i diritti che vanti su lui.... come pena per tutte le tue colpe.
BORK. (_con lo sguardo rivolto ad Ella_). Come pena per la più grave delle mie colpe!
Sig.ª BORK. Per il fallo, che hai commesso verso un’altra persona? Oh pensa piuttosto al peccato di cui ti sei reso reo verso di me! (_con aria di trionfo, guardando ora Borkman, ora Ella_) Oh il mio Erardo non ascolterà le vostre parole! Io lo chiamerò in mio aiuto ed egli non me lo negherà! Erardo vuol restare con me — con me sola e con nessun altro.... (_s’arresta come per ascoltare se giungesse qualcuno; quindi esclama:_) Oh sento i suoi passi! Egli è qui — egli viene qui. Erardo!
(_Erardo Borkman entra dall’uscio d’ingresso: ha il soprabito e porta il cappello in testa_.)
SCENA II.
La =Signora Borkman, Ella Rentheim,= =Gian Gabriele Borkman= ed =Erardo=.
ERARDO (_pallido e con affanno_). Ma, mamma.... cos’è successo....! (_si accorge del padre, che è rimasto alla porta della veranda; trasalisce e si leva il cappello_)
ERARDO (_dopo una breve pausa_). Ebbene, mamma, che vuoi da me? Cosa è mai accaduto qui?
Sig.ª BORK. (_stendendo le braccia verso Erardo_). Voglio vederti, Erardo mio! Voglio averti qui vicino a me.... e sempre!
ERARDO (_borbottando_). Vicino a te?... E sempre? Non ti comprendo!
Sig.ª BORK. Voglio averti vicino a me, sì, vicino a me, poichè qui c’è qualcuno, che vuole separarti da tua madre!
ERARDO (_indietreggiando di qualche passo_). Tu non lo ignori adunque, mamma!
Sig.ª BORK. No, non l’ignoro. E lo sai tu pure?
ERARDO (_guardando meravigliato la signora Borkman_). E me lo domandi?... Lo so.... naturalmente.
Sig.ª BORK. Che brutto giuoco! Perchè me l’hai fatto così di nascosto! Erardo! Erardo!
ERARDO (_frettoloso_). Mamma, dimmi, cosa sei venuta a sapere?
Sig.ª BORK. Sono venuta a sapere tutto: so che tua zia è venuta qui per portarmi via mio figlio!
ERARDO. Zia Ella?
ELLA. Erardo, ascolta prima le mie parole!
Sig.ª BORK. (_proseguendo_). Tua zia vuole che io ti ceda a lei: vuol divenire tua madre. Tu diverrai suo figlio.... non sarai più mio. Diventerai l’erede di tutto il suo patrimonio.... cambierai nome.... assumerai il suo!
ERARDO. Ma, zia, è possibile tutto ciò?
ELLA. Sì, è proprio così!
ERARDO. Fino ad ora io non ne avevo nemmeno la più lontana idea! Ma perchè, zia, vuoi che io ritorni a casa tua?
ELLA. Perchè in questa casa sento di perderti.
Sig.ª BORK. (_con asprezza_). Sì, tu lo perdi per colpa mia.... il che è ben naturale....
ELLA (_con aria supplichevole ad Erardo_). Erardo, io non posso perderti ora! Tu sai che tua zia è una donna, che vive sola, tutta sola.... che è moribonda....
ERARDO. Moribonda....?
ELLA. Sì: moribonda. Vuoi restare con me sino all’ultimo guizzo della mia pupilla? Vuoi consacrarti tutto a me? Vuoi diventare mio figlio....?
Sig.ª BORK. (_interrompendola_). Ed abbandonare tua madre e riuunziare alla tua missione? Lo vuoi, Erardo?
ERARDO (_commosso, con trasporto_). Zia Ella.... tu sei stata sempre tanto affettuosa verso di me! In casa tua ho assaporato tutte le dolcezze della felicità, che accompagnano l’infanzia....
Sig.ª BORK. Erardo! Erardo!
ELLA. Continua! le tuo parole mi fanno tanto bene!
ERARDO. .... ma adesso non posso più sacrificarmi per te. Mi è impossibile di diventare tuo figlio....
Sig.ª BORK. (_con aria di trionfo_). Oh lo sapevo bene! Ella, tu non lo riconquisti più! non lo riconquisti più!
ELLA (_triste_). Lo vedo. Egli è nelle tue mani.
Sig.ª BORK. Sì... Erardo è e resterà nelle mie mani! Non è vero — Erardo — noi abbiamo da percorrere insieme ancora un buon tratto di strada?
ERARDO (_in lotta con sè stesso_). Mamma.... è meglio che io ti confessi....
Sig.ª BORK. (_con inquietudine_). Ebbene?
ERARDO. Mamma, la strada, che avremo da percorrere insieme, sarà breve.
Sig.ª BORK. (_come colpita da un fulmine_). Spiegati!
ERARDO (_facendosi animo_). Buon Dio.... Mamma, sono giovane! Mi pare che se dovessi respirare ancora più a lungo l’aria di questa casa ne soffocherei....
Sig.ª BORK. Erardo!
ERARDO. Sì, è proprio così!
ELLA. Vieni allora con me, Erardo!
ERARDO. Ah, zia Ella, persuaditi! La tua casa è un ambiente diverso da questo, è vero, ma non è migliore.... almeno per me. Anche nel nostro giardino — come nel tuo — olezzano le rose e la lavanda.... ma anche a casa tua si respira lo stesso odore di rinchiuso, che si espande fra questi muri!
Sig.ª BORK. (_trasalisce, ma poi padroneggiandosi_). Senti odore di rinchiuso accanto a tua madre?
ERARDO (_con sempre più crescente impazienza_). Sì, non conosco una parola più adatta. Tutte queste preoccupazioni morbose.... tutte queste idee sublimi.... o come le volete chiamare.... m’hanno reso insopportabile la vita.
Sig.ª BORK. (_con profonda gravità_). Ti sei dimenticata la missione, alla quale ti chiama la tua vita, Erardo?
ERARDO (_impaziente_). Sarebbe meglio che tu dicessi: la missione, alla quale mi chiami tu! Sì, finora tu — tu sola sei stata la mia volontà! Io non ne ho mai potuto avere una propria! Ma ora questo giogo mi riesce troppo gravoso, troppo opprimente! Sono giovane! Ricordatelo, mamma. (_con uno sguardo mite e pieno di riguardo a Borkman_) Non posso sacrificare la mia vita per le colpe di qualche altra persona! Fosse pure.... non so chi!
Sig.ª BORK. (_con ansia ognor crescente_). Chi ti ha trasformato mai in questo modo, Erardo?
ERARDO (_risentito_). Chi? E non potrei essere stato io stesso....?
Sig.ª BORK. No, no, no! Tu sei capitato sotto l’influenza di qualche altra persona: non subisci più l’influenza di tua madre, e nemmeno l’influenza di tua.... tua madre adottiva.
ERARDO (_con fierezza forzata_). Mamma, ormai non mi muovo più che sotto la mia sola influenza e di mia propria volontà.
BORK. (_avvicinandosi ad Erardo_). Forse in questo momento è finalmente arrivata la mia ora!
ERARDO (_con affettata premura, come se parlasse ad uno straniero_). Lei diceva?... Babbo, tu dicevi....?
Sig.ª BORK. (_ironica_). Sarei anch’io desiderosa di saperlo....!
BORK. (_senza darle ascolto_). Ascoltami, Erardo: vuoi tu andare con tuo padre? Un uomo, caduto in disgrazia, non può mai venir redento dalla condotta morale di un altro. Questi sono sogni, semplici sogni, fiabe che ti furono raccontate.... qui nel tanfo di questa stanza. Se anche tu conducessi una vita casta come quella di tutti i Santi.... io non ne avvantaggerei minimamente.
ERARDO (_con affettato rispetto_). Parole piene di verità, babbo, le tue!
BORK. Sì, parole vere: nè un maggior utile io ritrarrei anche se volessi consumare la mia vita fra le penitenze e fra le flagellazioni, in tutti questi anni.... ho tentato di illudermi con sogni e con speranze, che non fanno per me: ora bando ai sogni!
ERARDO (_inchinandosi leggermente_). Lei vuol dunque.... babbo, tu vuoi dunque....?
BORK. Voglio risorgere con le mie proprie forze. Voglio incominciare da capo. Il passato lo si può dimonticare soltanto col presente e col futuro: lo si può dimenticare col lavoro — col lavoro febbrile, che già nella mia giovinezza mi sembrò essere lo scopo dolla vita umana. Ma ora voglio salire mille volte più in alto di prima. Erardo, vuoi tu venire con me? Vuoi aiutarmi in questa vita nuova?
Sig.ª BORK. (_in atto minaccioso_). Erardo! Non farlo!
ELLA (_con ardore_). Acconsenti, acconsenti! Aiuta tuo padre, Erardo!
Sig.ª BORK. Questo è dunque il tuo consiglio? Tu.... la solitaria.... la moribonda!
ELLA. Di me non mi do più pensiero!
Sig.ª BORK. Purchè io non lo riconquisti....
ELLA. È vero, Gunilde!
BORK. Dunque, Erardo, acconsenti?
ERARDO (_come se si trovasse in una penosa situazione_). Babbo.... ora non lo posso. È semplicemente impossibile!
BORK. Ma quali sono adunque i tuoi progetti?
ERARDO (_animandosi_). Sono giovane ed anche io voglio vivore una volta! Voglio vivere questa mia vita!...
ELLA. E non vorresti tu sacrificarti per qualche mese, rischiarando con un raggio di sole una povera vita, che volge al suo tramonto?
ERARDO. Zia, anche so lo volessi, non lo potrei.
ELLA. Nemmeno per una persona, che t’ama tanto svisceratamente....?
ERARDO. Per la vita mia.... zia.... non lo posso!
Sig.ª BORK. (_guardandolo negli occhi_). E nemmeno tua madre potrebbe più trattenerti?
ERARDO. Mamma, io ti vorrò sempre bene; ma non posso più continuare a vivere solamente per te. Questo non si chiamerebbe più vita.
BORK. Vieni dunque e stringiti al fianco mio. Vivere vuol dir lavorare, Erardo. Vieni: entriamo ora nella vita e lavoriamo insieme!
ERARDO (_con trasporto_). Ma io non voglio lavorare! Sono giovane! E prima d’ora non ho mai sentito questa mia giovinezza! Sento adesso pulsarmi calda per le vene la vita! Non voglio lavorare! Ma vivere, vivere, vivere!
Sig.ª BORK. (_trepidante_). E per quale soopo vuoi tu vivere, Erardo?
ERARDO (_con occhi di gioia_). Per essere felice, mamma!
Sig.ª BORK. E dove vuoi trovare questa felicità?
ERARDO. L’ho già trovata.
Sig.ª BORK. (_gridando_). Erardo!
ERARDO (_si precipita alla porta, l’apre e chiama_). Fanny, Fanny.... ora puoi entrare! Entra.
(_La signora Fanny Wilton, in mantello, comparisce sull’uscio_.)
SCENA III.
La =Signora Borkman, Ella Rentheim,= =Gian Gabriele Borkman, Erardo Borkman= e la =Signora Wilton.=
Sig.ª BORK. (_con le mani alzate_). Signora Wilton!
Sig.ª WIL. (_titubante; interrogando Erardo con lo sguardo_). È permesso....?
ERARDO. Sì, ora puoi venire. Ho raccontato tutto.
(_La signora Wilton entra nella stanza; Erardo chiude l’uscio. La signora Wilton saluta Borkman con fare misurato: Borkman risponde al saluto con un inchino. — Breve pausa_.)
Sig.ª WIL. Dunque la grande parola è stata pronunciata. E m’immagino che io entri in questa stanza come una persona, che abbia arrecato un grave colpo alla casa Borkman.
Sig.ª BORK. (_fissandola in viso; lentamente_). Lei ha distrutto quanto rimaneva dell’uomo, per il quale io potevo ancora vivere. (_con irruenza_) Ciò nulla meno.... è impossibile, sì: è impossibile....
Sig.ª WIL. Comprendo che tutto ciò debba parerle addirittura impossibile, signora Borkman.
Sig.ª BORK. Lei stessa dovrebbe dire, che tutto ciò è impossibile....
Sig.ª WIL. Anzi io dovrei dire, che tutto ciò è un assurdo. Ma così deve essere e basta!
Sig.ª BORK. (_ad Erardo_). Il tuo modo d’agire è poco serio, Erardo!
ERARDO. Ecco la mia felicità, mamma! Tutta la mia felicità, l’immensa mia felicità. Non saprei altro dirti.
Sig.ª BORK. (_alla signora Wilton, stringendosi le mani_). È stata dunque lei a sedurre mio figlio, ad ammaliarlo!
Sig.ª WIL. (_con fierezza, con la testa alta_). No, non sono stata io!
Sig.ª BORK. Non ne sarebbe capace?
Sig.ª WIL. No! Io non ho sedotto nè ammaliato suo figlio. Erardo mi si è offerto spontaneamente. Ed io spontaneamente gli sono andata incontro — a mezza strada!
Sig.ª BORK. (_guardando la signora Wilton da capo a piedi, con uno sguardo sprezzante_). Spontaneamente? Lo credo bene!
Sig.ª WIL. (_padroneggiandosi_). Signora Borkman.... vi sono nella vita umana delle forze, che Lei sembra di non conoscere affatto.
Sig.ª BORK. Quali forze?
Sig.ª WIL. Le forze, che offrono a due esseri la possibilità di annodare — o presto o tardi — le loro esistenze in un legame indissolubile....
Sig.ª BORK. (_ironica_). Credevo che la signora Wilton fosse già indissolubilmente legata ad un altro uomo!
Sig.ª WIL. (_secca_). Quell’uomo m’ha abbandonata.
Sig.ª BORK. Si dice però che egli sia ancora vivo!
Sig.ª WIL. Per me egli è come se fosse morto.
ERARDO (_energico_). Sì, mamma, per Fanny quell’uomo è come se fosse morto. E poi tutto ciò è affatto indifferente!
Sig.ª BORK. (_con uno sguardo severo_). Tu conosci adunque i rapporti della signora Wilton con quel signore?
ERARDO. Li conosco tutti e minuziosamente.
Sig.ª BORK. E tutto ciò ti è indifferente?
ERARDO (_schermendosi con baldanza_). Ti ripeto che voglio godere la felicità! Sono giovane. E voglio vivere, vivere, vivere!
Sig.ª BORK. Sì, Erardo, tu sei giovane.... forse troppo giovane!
Sig.ª WIL. (_con gravità_). Signora Borkman — creda a me — io non ho taciuto nulla ad Erardo. Gli ho raccontato francamente tutte le vicende della mia vita, gli ho ripetuto continuamente che ho sett’anni più di lui....
ERARDO (_interrompendola_). Ma che! Fanny.... lo sapevo ancor prima....
Sig.ª WIL. .... ma tutto fu inutile.... tutto.
Sig.ª BORK. Tutto? Davvero? Ma allora perchè non metterlo alla porta? perchè non proibirgli di venire in casa? Ecco ciò che lei avrebbe dovuto fare!
Sig.ª WIL. (_con voce ottusa_). Non mi fu possibile, signora Borkman!
Sig.ª BORK. E perchè no?
Sig.ª WIL. Perchè trovai in Erardo — in lui solo.... la mia felicità....!
Sig.ª BORK. (_con fare sprezzante_). Ehm! La felicità.... la felicità....!
Sig.ª WIL. Prima d’ora in’era ignoto che cosa significasse: “essere felice„. Capirà poi che non potevo lasciarmi sfuggire questa felicità, soltanto perchè mi era apparsa un po’ tardi.
Sig.ª BORK. E credo lei che questa sua felicità sarà perenne?
ERARDO (_interrompendola_). Perenne o no.... mamma, ciò è indifferente!
Sig.ª BORK. (_con rabbia_). Povero illuso! Ma non vedi tu dove ti potrà condurre il passo che stai per fare?
ERARDO. Non mi curo dell’avvenire! Poco m’importa del domani! Mi basta di poter vivere una volta!
Sig.ª BORK. (_con dolore_). E questo chiami tu vivere, Erardo?
ERARDO. Ma non vedi quanto è bella la mia Fanny!
Sig.ª BORK. (_stringendosi convulsivamente le mani_). E sono io che deve sopportare quest’immensa vergogna!
BORK. (_dal fondo — ironico_). Ma che, Gunilde.... ormai sei già abituata a sopportare simili onte!
ELLA (_supplichevole_). Borkman!
ERARDO (_c. s._). Babbo!
Sig.ª BORK. E pensare che dovrò sforzarmi di veder ogni giorno mio figlio in compagnia di una.... di una....!
ERARDO (_brusco_). Non temere, mamma! Non mi vedrai più! Ancora poche ore....
Sig.ª WIL. (_con tuono reciso_). Siamo di partenza, signora Borkman.
Sig.ª BORK. Dunque parte anche lei! Insieme ad Erardo?
Sig.ª WIL. (_affermando col capo_). Parto per il Mezzogiorno: vado all’estero in compagnia di una giovane signorina. Ed Erardo m’accompagna in quel viaggio....
Sig.ª BORK. Dunque mio figlio parte con lei e con una giovane signorina?
Sig.ª WIL. Sì, con la signorina Frida Foldal, che mi avevo presa in casa. Voglio che all’estero essa si perfezioni nella musica.
Sig.ª BORK. Dunque la signora conduce con sè anche Frida?
Sig.ª WIL. Naturalmente, non posso mandarla sola in un paese tanto lontano.
Sig.ª BORK. (_con un sorriso forzato_). E che ne pensi tu, Erardo?
ERARDO (_imbarazzato; scrollando le spalle_). Mamma.... se Fanny la vuole proprio assolutamente.... allora....
Sig.ª BORK. (_con freddezza_). E si può sapere quando le loro signorie pensano di partire?
Sig.ª WIL. Partiremo subito — questa notte istessa. La mia slitta ci attende in istrada.... davanti la villa Hinkel.
Sig.ª BORK. (_guardando la signora Wilton da capo a piedi_). Ah.... fu dunque in casa Hinkel — al ricevimento di stasera....?
Sig.ª WIL. (_ridendo_). In casa Hinkel non eravamo che io ed Erardo — e naturalmente anche la signorina Frida.
Sig.ª BORK. E dov’è ora Frida?
Sig.ª WIL. Ci aspetta nella slitta.
ERARDO (_con imbarazzo penoso_). Mamma.... capirai! Volevo risparmiare questa visita.... a te ed a tutti gli altri....
Sig.ª BORK. (_mortificata_). Volevi dunque partire senza nemmeno dare un addio a tua madre?
ERARDO. Reputavo miglior partito.... per tutti noi.... Tutt’era già bello e pronto: erano già pronte le valigie.... quando mi facesti chiamare.... (_stendendole la mano_) Ora, addio, mamma!
Sig.ª BORK. (_respingendolo_). Non toccarmi!
ERARDO (_calmo_). Sono queste le tue ultime parole?
Sig.ª BORK. (_con asprezza_). Sì, le mie ultime parole.
ERARDO (_ad Ella_). Addio, zia Ella!
ELLA (_stringendogli le mani_). Addio, Erardo! Godi la vita! E sii felice, felice.... finchè lo potrai.
ERARDO. Grazie, grazie — buona zia! (_inchinandosi davanti a Borkman_) Addio, babbo! (_piano alla signora Wilton_) Cerchiamo di andar via da questa casa più presto che sia possibile!
Sig.ª WIL. (_piano_). Sì, andiamo!
Sig.ª BORK. (_con un sorriso malizioso_). Signora Wilton.... crede opportuno di condurre seco la giovane ragazza?
Sig.ª WIL. (_con un sorriso fra il serio e l’ironico_). Gli uomini sono così poco costanti, signora Borkman — ed anche le donne. Quando Erardo si sarà annoiato di me — ed io di lui — sarà pur bene per ambidue di tener in pronto per Erardo una persona che possa sostituirmi.
Sig.ª BORK. E lei....?
Sig.ª WIL. Quanto a me, saprò già cosa fare.... Buona sera a tutti! (_Saluta ed esce per la porta d’ingresso. Erardo resta un momento indeciso sul da farsi, poi s’avvia all’uscio e corre dietro alla signora Wilton_.)
SCENA IV.
La =Signora Borkman, Ella Rentheim,= =Gian Gabriele Borkman=.
Sig.ª BORK. (_a mani giunte_). Senza più figlio!
BORK. (_come se avesse preso una risoluzione_). Anche io voglio uscire di qui.... fuori, fuori nella bufera. Datemi subito il mio cappello! Il mio soprabito! (_avviandosi frettolosamente all’uscio_)
ELLA (_atterrita vuol trattenere Borkman_). Gian Gabriele, dove vuoi andare?
BORK. Fuori, fuori: nella bufera della vita.... Lasciami.... Ella.... lasciami!
ELLA (_trattenendolo a viva forza_). No, non te lo permetto! Tu sei ammalato! Lo vedo!
BORK. (_svincolandosi dalle mani di Ella Rentheim_). Lasciami, ti dico! (_via per l’uscio d’ingresso_)
SCENA V.
La =Signora Borkman= ed =Ella Rentheim=.
ELLA (_sull’uscio_). Aiutami a trattenerlo, Gunilde!
Sig.ª BORK. (_immobile nel mezzo della stanza; con freddezza_). Io non trattengo più nessun uomo! Vadano pure via tutti: l’uno o l’altro.... mi è indifferente! Vadano via — lungi, lungi da me.... quanto più loro aggrada. (_all’improvviso con un grido straziante_) Erardo mio, non partire! (_Si precipita con le mani tese verso l’uscio — Ella Rentheim la sorregge_.)
FINE DELL’ATTO TERZO.
ATTO QUARTO.
Spianata al fianco della villa Rentheim. A destra un angolo della casa con piccola gradinata di pietra, che mette al portone. In fondo erto pendìo, coperto di abeti carichi di neve. A sinistra piccola boscaglia. Notte oscura: un pallido chiarore lunare squarcia di tratto in tratto le nuvole, che corrono per il cielo. La neve, caduta di fresco, è dappertutto.
SCENA PRIMA.
=Gian Gabriele Borkman=, la =Signora Borkman=, =Ella Rentheim=.