Chapter 2 of 6 · 3983 words · ~20 min read

Part 2

ELLA. È possibile, sì.... e ad onta di quanto è avvenuto. È proprio così. Nutro un vivo affetto per Erardo: l’amo come potrei amare un uomo.... ora, alla mia età.

Sig.ª BORK. È possibile; ma....

ELLA. È perciò, vedi, che m’affanno e mi torturo quando penso che esiste qualche pericolo per lui.

Sig.ª BORK. Qualche pericolo per Erardo? Ma quale è mai questo pericolo? Chi glielo minaccia?

ELLA. In prima linea tu.... sì, tu.... a tuo modo....

Sig.ª BORK. (_con impeto_). Io!

ELLA. .... sì; in secondo luogo quella signora Wilton.... almeno lo suppongo.

Sig.ª BORK. (_dopo averla guardata per qualche tempo_). Come lo giudichi male! Il mio Erardo! Mio figlio! Erardo, che ha da compiere una grande missione!

ELLA (_con isprezzo_). Quale missione?

Sig.ª BORK. (_sdegnata_). E me lo domandi con quell’aria di sprezzo!

ELLA. Ma credi forse che un giovanotto dell’età di Erardo.... credi forse che un giovane sano ed allegro abbia voglia di sacrificarsi per.... quella tal missione!

Sig.ª BORK. (_con intima convinzione_). Erardo la compierà! Ne sono certa.

ELLA (_scuotendo il capo_). Gunilde, tu stessa non ne sei certa e non vi presti nemmeno fede.

Sig.ª BORK. Non prestarvi fede? Io?

ELLA. I tuoi sono sogni e nulla più; senonchè, — lo comprendo bene — senza quei sogni, la tua vita precipiterebbe senza dubbio nella disperazione.

Sig.ª BORK. È vero; ciò costituirebbe per me una vita di disperazione! (_con violenza_) Dimmi, Ella! Vedresti tu di buon occhio una simile soluzione?

ELLA (_alzando il capo in alto_). Sì: la vedrò di buon occhio.... se non saprai far di meglio che imporre un giogo ad Erardo.

Sig.ª BORK. Dunque tu vuoi intrometterti fra noi due! Fra madre e figlio! Tu!

ELLA. Io voglio liberarlo dalle tue mani.... dal tuo giogo.... dalla tua tirannide.

Sig.ª BORK. (_con aria di trionfo_). Non vi riescirai. Erardo rimase in tuo potere.... sino ai quindici anni. Ora me lo sono riacquistato io — comprendi!

ELLA. Oh io saprò riprendertelo! (_a voce bassa_) D’altronde noi due, Gunilde, abbiamo lottato un’altra volta per un uomo.... ed all’ultimo sangue.

Sig.ª BORK. (_con aria di tripudio_). Sì, ma in allora fui io la vincitrice.

ELLA (_ironica_). Persisti ancora nel credere che quella vittoria fosse per te proprio una conquista?

Sig.ª BORK. (_cupa_). No; purtroppo.

ELLA. Anche dalla lotta, che ora stiamo per impegnare, non potrai aspettarti una vittoria.

Sig.ª BORK. Ma non sarà per me una vittoria il poter conservare l’autorità materna sopra Erardo?

ELLA. No, perchè tu vuoi conservare sopra tuo figlio soltanto una specie di tirannia!

Sig.ª BORK. E tu, invece, a che tendi? quali sono le tue intenzioni?

ELLA (_con calore_). Io voglio far mio il suo carattere così affettuoso.... la sua anima.... tutto il suo cuore...!

Sig.ª BORK. Non vi riescirai mai!

ELLA (_fissandola_). Hai preso dunque tutte le precauzioni per difendere il potere che vanti su Erardo?

Sig.ª BORK. (_sorridendo_). Sì: mi sono permessa di prendere tutte le precauzioni immaginabili. — Ma dalle lettere, che ti scriveva Erardo, non traspariva proprio nulla di tutto questo cambiamento subentrato nel frattempo?

ELLA (_affermando lentamente col capo_). Sì. A poco a poco il tuo io s’era infiltrato in tutti i suoi scritti.

Sig.ª BORK. (_pungente_). Per arrivare a questo risultato adoperai tutti gli ott’anni.... da quando lo riebbi.... sai.

ELLA (_frenandosi_). E cosa dicesti a Erardo sul conto mio? Si potrebbe saperlo?

Sig.ª BORK. Sì — certo!

ELLA. Dillo adunque!

Sig.ª BORK. Io non gli dissi che la verità!

ELLA. Quale verità?

Sig.ª BORK. Io gli ripetevo sempre e poi sempre di ricordarsi con gratitudine che dovevamo unicamente a te l’attuale nostra posizione, la nostra esistenza.

ELLA. E poi? Continua....

Sig.ª BORK. T’assicuro — lo so per esperienza — tali ricordi non si cancellano nè si dimenticano mai....

ELLA. Ma tutto questo Erardo lo sapeva ancor prima di ritornare a casa sua.

Sig.ª BORK. Quando egli ritornò qui, da me, Erardo supponeva ancora che tutte le tue cure e tutte le tue premure verso di lui non fossero che il frutto di un cuor d’oro, (_con sguardo raggiante di gioia_) Ora non lo crede più, Ella!

ELLA. Ed a che cosa crede adesso?

Sig.ª BORK. Ora crede alla realtà dei fatti. Un giorno gli domandai come potesse spiegarsi che la zia Ella non venisse mai a trovarci....

ELLA (_interrompendola_). Oh Erardo ne sapeva già prima il motivo!

Sig.ª BORK. Ora però lo sa meglio. Tu avevi trasfuso in lui la convinzione che ciò accadeva per un riguardo verso di me.... e verso l’uomo di quassù — del salotto....

ELLA. È vero: fu proprio così.

Sig.ª BORK. Ma di quella convinzione non è rimasta ora in Erardo nemmeno una traccia.

ELLA. E come mai potesti supplire a quella sua convinzione?

Sig.ª BORKe. Ora egli crede alla realtà: egli crede che tu ti vergogni di noi.... che tu ci disprezzi. — Non corrisponde tutto ciò alla realtà? Ci fu un’epoca, in cui accarezzasti il progetto di staccare Erardo completamente da me? Rifletti un po’, Ella — te ne rammenti?

ELLA (_cercando di scansare la domanda_). Fu all’epoca, in cui lo scandalo aveva raggiunto la sua più scabrosa fase — quando l’affare era stato già deferito al Tribunale.... Ormai ho mutato pensiero.

Sig.ª BORK. Però, anche se ciò fosse vero, il tuo desiderio non ne guadagnerebbe gran cosa. Pensa alla missione di Erardo! Che succederebbe della sua missione? No.... no. Sono io che ho bisogno di lui.... non tu.

ELLA (_freddamente, ma insoluta_). È quello che vedremo! Sappi intanto che mi sono decisa di rimanere qui.

Sig.ª BORK. (_trasalendo_). Qui — nella villa?

ELLA. Sì — qui.

Sig.ª BORK. Qui — da noi? Per questa notte?

ELLA. Voglio chiudere i miei giorni in questa villa, se così sta scritto nel mio destino!

Sig.ª BORK. (_calmandosi_). È giusto, Ella.... d’altronde la villa è tua.

ELLA. Ma che!...

Sig.ª BORK. Tutto quello che vedi qui appartiene a te. È tua la sedia che occupo: è tuo il letto sul quale passo tante notti insonni, agitate.... sì, anche tutto ciò che ci viene giornalmente servito a tavola, lo dobbiamo esclusivamente a te.

ELLA. Infatti non è possibile altrimenti. Borkman non può più posseder nulla: in caso contrario potrebbe venir qui qualcuno dei suoi creditori e portargli via tutto.

Sig.ª BORK. Oh lo so bene! La nostra posizione è tale che per campare dobbiamo accontentarci di dipendere dalla tua carità e dalla tua misericordia.

ELLA (_freddamente_). Gunilde! Non posso proibirti di interpretare in tal senso l’attuale stato delle cose.

Sig.ª BORK. No, non lo puoi.... E dimmi, quando ho da principiare a sgomberare?

ELLA (_fissandola_). Pensi di sloggiare?

Sig.ª BORK. (_agitata_) Sì, voglio sloggiare: perchè non crederai già che io sia disposta di vivere con te, nella stessa villa, sotto lo stesso tetto! No — piuttosto all’ospedale o sulla strada!

ELLA. Bene. Allora acconsenti che Erardo parta con me....

Sig.ª BORK. Erardo! Mio figlio! Mio figlio!

ELLA. Se l’acconsenti, parto subito.

Sig.ª BORK. (_dopo aver riflettuto per un istante_). Lascio ad Erardo la scelta fra noi due.

ELLA (_con dubbio_). La scelta ad Erardo?... e l’osi, Gunilde?

Sig.ª BORK. (_ridendo forte_). Se l’oso? Lasciar libera la scelta fra sua madre e te, ad Erardo? Sì, l’oso.

ELLA (_ascoltando_). È arrivato qualcuno! Mi pare di sentire rumore di passi....

Sig.ª BORK. Sarà Erardo!

(_Bussano alla porta d’ingresso, che s’apre. La signora Wilton, in abito di visita e mantello, entra nella stanza: la segue la cameriera, come se volesse scusarsi di non essere arrivata in tempo per annunziare la visita._)

SCENA II.

La =Signora Borkman=, =Ella Rentheim=, la =Signora Wilton=, la =Cameriera=; poi =Erardo Borkman=.

(_La signora Wilton, una figura di rara bellezza, è sulla trentina: ha splendidi capelli castano-oscuri; le sue labbra, rosse e fresche, sono atteggiate a sorriso._)

Sig.ª WIL. Buona sera, mia cara signora Borkman.

Sig.ª BORK. (_un po’ brusca_). Buona sera, signora Wilton. (_alla cameriera, additando la lampada che trovasi nella veranda_) Portate fuori quella lampada od accendetela. (_la cameriera eseguisce e parte_)

Sig.ª WIL. (_accorgendosi della presenza di Ella Rentheim_). Le domando scusa, signora Borkman.... credevo che la signora fosse sola....

Sig.ª BORK. Non si faccia riguardi! (_presentando Ella Rentheim_) Mia sorella, arrivata or ora.

(_Erardo Borkman, un giovanotto elegantemente vestito, dall’aspetto gaio, entra frettolosamente dalla porta d’ingresso._)

ERARDO (_sull’uscio, raggiante di gioia_). È possibile! La zia Ella da noi? (_correndo incontro alla zia ed afferrandola per le mani_) Zia! Zia! Tu qui?

ELLA (_gettandogli le braccia al collo_). Erardo! Il mio caro e buon Erardo! Oh come ti sei fatto grande! Quale gioia di poterti rivedere!

Sig.ª BORK. (_brusca_). Erardo!... Non ti comprendo.... perchè hai ritardato?

Sig.ª WIL. (_pronta_). Erardo.... il signor Borkman mi ha accompagnato qui da lei....

Sig.ª BORK. (_scrutando Erardo con lo sguardo_). Ah, è così, Erardo! Invece di venire prima da tua madre....

ERARDO. Fui un momento dalla signora Wilton.... per prendere la piccola Frida.

Sig.ª BORK. E dov’è la signorina Foldal?

Sig.ª WIL. Aspetta nell’anticamera.

ERARDO (_per l’uscio aperto_). Vada pur sopra, Frida.

(_Pausa. Ella Rentheim sta osservando Erardo, che sembra impacciato ed impaziente; ad un tratto il di lui viso assume un’espressione pensierosa._)

(_La cameriera entra con la lampada accesa, che depone nella veranda: poi esce e chiude la porta._)

Sig.ª BORK. (_con affettata galanteria_). Dunque, signora Wilton.... se vuole passare la serata in nostra compagnia.... allora....

Sig.ª WIL. La ringrazio infinitamente, signora Borkman: ma non era questa la mia intenzione. Siamo stati invitati altrove: siamo attesi dall’avvocato Hinkel....

Sig.ª BORK. (_fissando la signora Wilton_). Sono invitati? Chi?

Sig.ª WIL. (_sorridendo_). Veramente, non ci sono invitata che io. I signori Hinkel, però, mi incaricarono.... se lo avessi incontrato per combinazione.... d’invitare anche il giovane signor Borkman.

Sig.ª BORK. Ciò che avvenne, mi pare....

Sig.ª WIL. Sì — per una fortunata combinazione: venendo da me.... per la piccola Frida....

Sig.ª BORK. (_seccamente_). Non sapevo che mio figlio conoscesse quella famiglia.... la famiglia dell’avvocato Hinkel.

ERARDO (_stizzito_). Infatti non la conosco. (_un po’ impaziente_) Del resto, mamma, tu conosci meglio di me le famiglie che sono solito di praticare, e quelle, con le quali non mi trovo in relazione!

Sig.ª WIL. Ma che! È tanto facile di entrare in relazione con quella famiglia! In casa Hinkel convengono sempre molti giovanotti allegri e simpatici, ed uno sciame di belle ragazze.

Sig.ª BORK. (_con calore_). Conoscendo a fondo mio figlio, dovrei arguire che in quella società egli non dovrebbe trovarsi molto bene.

Sig.ª WIL. Ma, signora Borkman, al postutto anche suo figlio è giovane.

Sig.ª BORK. È giovane, sì, grazie al Cielo. Sarebbe infatti triste....

ERARDO (_mal reprimendo la sua impazienza_). Sì, sì, buona mamma.... è naturale che io non andrò questa sera dai signori Hinkel. Resterò qui con te e con la zia Ella.

Sig.ª BORK. Lo sapevo bene, Erardo mio....

ELLA. No, no, Erardo, tu non devi trattenerti qui per cagion mia....

ERARDO. Ma no, cara zia: non parliamone più — sia come non detto! (_guardando la signora Wilton — con aria d’imbarazzo_) Come si fa ora? Siamo ancora in tempo? La signora Wilton ha già aderito all’invito.... a nome mio.

Sig.ª WIL. (_ilare_). Baie! Siamo ancora in tempo. Quando mi troverò in quei salotti tanto brillanti e tanto simpatici.... sola, senza compagnia.... non dubiti.... presenterò le dovute scuse.... a nome suo.

ERARDO (_sempre con imbarazzo_). Se fossimo ancora in tempo....

Sig.ª WIL. (_spensieratamente_). Ho accettato tante volte degli inviti per poi rifiutarli.... a nome mio. E vorrebbe lasciare la zia, che è arrivata da poco? Uh, _monsieur_ Erardo.... non sarebbe un comportarsi da bravo figliolo!

Sig.ª BORK. (_tocca_). Da bravo figliolo?

Sig.ª WIL. Via, signora Borkman, mi correggo: volevo dire, da bravo figlio adottivo.

ELLA. Ben detto; così mi piace.

Sig.ª WIL. Ad ogni modo parmi si debba portare più gratitudine ad una brava madre adottiva che alla propria madre.

Sig.ª BORK. Lo dice per esperienza?

Sig.ª WIL. Ah.... ho conosciuto tanto poco mia madre. Se però avessi avuto anch’io una madre adottiva tanto buona.... forse non sarei cresciuta così.... così indisciplinata.... come mi chiama il mondo. (_verso Erardo_) Dunque, signor studente, adesso si resta a casa con la mamma e con la zia.... a prendere il tè! (_verso le due signore_) Buona sera, signora Borkman! Signorina, addio.

(_La signora Borkman ed Ella Rentheim la salutano col capo: la signora Wilton s’avvia all’uscio._)

ERARDO (_tenendole dietro_). Posso accompagnarla — per un breve tratto?

Sig.ª WIL. (_sull’uscio, opponendosi_). No, non glielo permetto — neppure un passo di più: sono tanto abituata di fare da sola la mia strada. (_guardandolo fissamente e tentennando il capo_) Ora però, signor studente, si guardi bene.... si guardi bene — glielo ripeto!

ERARDO. Di che?

Sig.ª WIL. Andando adesso via da questa casa, per la mia strada.... sola, senza compagnia.... voglio provare la mia forza ipnotica su lei.

ERARDO (_ridendo_). Dunque vuole provare la sua forza ipnotica ancora una volta su me?

Sig.ª WIL. (_in tono semiserio_). Stia bene in guardia! Andando ora via da qui, ripeterò fra me e me, con tutte le forze della mia volontà: Erardo Borkman — signor studente Borkman.... prenda il cappello!

ERARDO. E lo studente prenderà il cappello? Crede?

Sig.ª WIL. (_ridendo_). Oh se lo credo! Egli prenderà subito il suo cappello. Poi io dirò: Erardo Borkman, da bravo, infili il soprabito! E prenda le soprascarpe di gomma! Non se le dimentichi, sa! E mi segua! Suvvia — m’obbedisca! Da bravo!

ERARDO (_con ilarità forzata_). Non ne dubiti.... obbedirò!

Sig.ª WIL. (_con l’indice teso_). Sempre così obbediente!... Buona notte! (_ride, saluta le signore e chiude dietro a sè la porta_)

SCENA III.

La =Signora Borkman, Ella Rentheim, Erardo Borkman=.

Sig.ª BORK. È poi vero che la signora Wilton possa esercitare sugli altri una forza ipnotica?

ERARDO. Neppure per sogno! Come puoi prestar fede ad un simile scherzo? La signora Wilton scherzava.... ecco tutto. (_interrompendola_) Ora non parliamo più della signora Wilton.

(_Erardo obbliga la zia di prender posto sul seggiolone accanto la stufa._)

ERARDO (_accanto alla zia e fissandola_). Come ti sei decisa di fare questo lungo viaggio, zia Ella? E per sopra più con questo freddo!

ELLA. Vi fui costretta, Erardo.

ERARDO. Davvero? E perchè?

ELLA. Ho dovuto decidermi a venir in città per consultarmi una buona volta coi medici.

ERARDO. Brava zia!

ELLA (_sorridendo_). Ne sei contento?

ERARDO. Certo; godo che finalmente ti sia decisa a venire in città.

Sig.ª BORK. (_alzandosi dal sofà; fredda_). Ella, sei ammalata?

ELLA (_guardandola con severità_). Lo sai bene che sono ammalata.

Sig.ª BORK. So infatti che da parecchi anni sei un po’ sofferente....

ERARDO. Già all’epoca del mio soggiorno in casa tua, ti raccomandai più d’una volta di consultare qualche medico.

ELLA. Non ho nessuna fiducia nei medici del mio paese: e poi in quell’epoca la malattia non aveva ancora raggiunto la fase attuale.

ERARDO. E adesso?

ELLA. Adesso è subentrato un peggioramento.

ERARDO. Fortunatamente non ci sarà pericolo?

ELLA. È questione di opinioni.

ERARDO (_premuroso_). Ma ora non ritornerai a casa, non ci lascerai tanto presto?

ELLA. No, no; ora voglio rimanere qui.

ERARDO. Probabilmente ti fermerai in città, dove ci sono parecchi medici di grido?

ELLA. Partendo da casa avevo anche io quest’intenzione....

ERARDO. Procura di trovarti un buon alloggio.... una pensione tranquilla e comoda.

ELLA. Stamane ho preso alloggio all’antico albergo, dove ero solita prender stanza anche negli anni passati....

ERARDO. Ti troverai ottimamente in quell’albergo?

ELLA. Ottimamente; però penso di non rimanervi a lungo.

ERARDO. Ed il motivo?

ELLA. Dacchè mi trovo in questa casa ho cambiato idea.

ERARDO (_con meraviglia_). Hai cambiato idea?

Sig.ª BORK. (_tutt’intenta nel suo lavoro, senza alzare gli occhi_). Tua zia vuol prendere dimora nella sua villa, Erardo.

ERARDO (_guardando ora la madre, ora la zia_). Qui? Da noi? Nella sua villa?... È vero, zia?

ELLA. È questa la decisione che ho preso poco fa.

Sig.ª BORK. (_come sopra_). Spero bene che non avrai dimenticato che in questa villa tutto è di proprietà di tua zia.

ELLA. Ormai ho stabilito di rimanere qui, Erardo; almeno per il momento e sino a nuova deliberazione. Mi farò accomodare un appartamento nell’edifizio abitato dal fattore.

ERARDO. Ottima idea! Quelle stanze sono sempre pronte per te. (_con improvvisa vivacità_) Ora che ci penso, zia.... tu sarai stanca del viaggio?

ELLA. Sì, sono un po’ stanca.

ERARDO. Perciò sarebbe bene che ti coricassi per tempo.

ELLA (_sorridendogli_). Lo farò.

ERARDO (_premuroso_). Continueremo le nostre chiacchiere domattina.... o un altro giorno. Parleremo di quello che più t’aggradirà: di cose vecchie e di nuove.... E la mamma sarà pure con noi.... Ti pare?

Sig.ª BORK. (_interrompendolo ed alzandosi dal sofà_). Erardo.... comprendo bene che tu vuoi congedarti da me!

ERARDO (_scrollando le spalle_). Che dici?

Sig.ª BORK. Dico che tu hai vivissimo desiderio di andare dall’.... dall’avvocato Hinkel!

ERARDO (_sopra pensiero_). Infatti vorrei.... (_ritornando in sè_) Ti parrebbe forse miglior cosa se io rimanessi piuttosto a casa per intrattenere la zia Ella fino ad ora tarda?... Pensa che la zia è ammalata!

Sig.ª BORK. Vuoi dunque andare in casa Hinkel?

ERARDO. Sì, mamma.... mi pare che sarebbe bene di approfittare di quell’invito. Che ne pensi, zia?

ELLA. Penso che nelle tue azioni sei completamente libero, Erardo.

Sig.ª BORK. (_avvicinandosi minacciosa ad Ella_). Tu vuoi adunque portarmelo via!

ELLA (_alzandosi_). Oh se lo potessi, Gunilde!

(_Al di sopra, nel salotto, si odono gli accordi di un pianoforte._)

ERARDO (_stizzito_). Questo poi non lo posso sopportare. (_cercando intorno con gli occhi_) Dov’è il mio cappello? (_ad Ella_) Zia, conosci il pezzo di musica, che si sta suonando qui sopra?

ELLA. No — non lo conosco, Erardo.

ERARDO. È la _danse macabre_ — la danza macabra. Non conosci, zia, la danza dei morti?

ELLA (_con sorriso melanconico_). Non ancora.

ERARDO. .... Mamma.... te ne supplico.... lasciami uscire.

Sig.ª BORK. (_guardandolo con uno sguardo severo_). Vuoi dunque lasciare tua madre?

ERARDO. Ritornerò più tardi.... domani.

Sig.ª BORK. (_in preda a violenta agitazione_). Vuoi tu dunque lasciarmi per andare da quel signore, per andare da.... no, no; non voglio nemmeno pensarvi!

ERARDO. Mamma — nei salotti splendidamente illuminati di quel signore, non si vedono che facce allegre e raggianti di giovinezza.... vi si fa della buona musica....

Sig.ª BORK. (_indicando il salotto superiore_). Anche là sopra si fa della musica, Erardo.

ERARDO. Ed è proprio la musica.... la musica di là sopra che mi obbliga ad uscire di casa.

ELLA. Vorresti forse proibire a tuo padre di obbliare, per un momento, sè stesso!

ERARDO. Oh no! Vorrei anzi che quell’obblio avesse su lui un’efficacia ben più duratura. Ma quella musica io non la posso soffrire.

Sig.ª BORK. (_con aria d’ammonizione_). Sii forte, Erardo mio! Sii forte! Non dimenticarti che t’incombe una grande missione.

ERARDO. Mamma.... non sciorinarmi tanti paroloni! Non sono nato per fare il missionario! Addio, buona zia! Addio, mamma! (_esce in fretta_)

SCENA IV.

La =Signora Borkman= e =Ella Rentheim=.

Sig.ª BORK. (_dopo breve pausa_). Ella, tu lo attirerai ancor una volta nelle tue reti!

ELLA. Potessi almeno crederlo!

Sig.ª BORK. Ma, vedrai, lo dominerai soltanto per poco tempo.

ELLA. Perchè tu mi opporrai degli ostacoli, nevvero?

Sig.ª BORK. Io o lei.... quell’altra.

ELLA. Fra le due — meglio lei che te.

Sig.ª BORK. (_affermando lentamente col capo_). Ti comprendo. E lo dico anch’io: meglio lei che me.

ELLA. Anche se ciò dovesse condurlo....?

Sig.ª BORK. Avvenga quello che ha da avvenire!

ELLA (_prende il mantello ed il cappellino_). È la prima volta, in questo mondo, che andiamo d’accordo — noi, le due gemelle! — Buona notte, Gunilde. (_fuori per l’uscio d’ingresso_)

(_Il pianoforte diffonde sempre più forte e più distinta la sua voce._)

Sig.ª BORK. (_rimane per un momento immobile: poi stringendosi nelle spalle e come accasciata dal dolore mormora:_) Il lupo ùlula di nuovo! Il lupo ammalato! (_Pausa. — Gettandosi quindi a terra e singhiozzando, mormora con voce dolorosa:_) Erardo, Erardo.... non abbandonarmi! Ritorna e vieni a soccorrere tua madre! Perchè non posso sopportare più a lungo questa vita.

FINE DELL’ATTO PRIMO.

ATTO SECONDO.

L’antico salotto di ricevimento nulla villa Rentheim. Le pareti sono coperte di antichi _gobelins_ sbiaditi e rappresentanti scene pastorali e di caccia. Alla parete sinistra, porta a due battenti: più avanti un pianoforte. Nell’angolo a sinistra, in fondo, una porta senza incorniciatura, con cortine. Addossata nel mezzo della parete di destra una grande scrivania di quercia intagliata con molti libri e carte. Più avanti, a destra, un sofà, un tavolo e sedie. Tutto l’ammobiliamento è in istile _empire_. Sulla scrivania e sul tavolo, lampade accese.

SCENA PRIMA.

=Borkman= e =Frida Foldal=.

(_Gian Gabriele Borkman è in piedi, vicino al pianoforte, con le mani sul dorso e sta ascoltando Frida Foldal, che suona le ultime note della “Danse Macabre„._)

(_Borkman è un uomo sui sessant’anni, di media statura, di robusta complessione. Ha l’aspetto grave ed il profilo fine; occhi penetranti; barba e capelli grigi, ricciuti. Veste un abito nero, fuori di moda; al collo una cravatta bianca. — Frida Foldal è una leggiadra fanciulla sui quindici anni; il viso pallido porta tracce di stanchezza. Veste un abito di color chiaro con poche guarnizioni._)

(_Il pezzo di musica è ormai finito. — Pausa._)

BORK. Indovini un po’ dove ho sentito per la prima volta questo pezzo di musica?

FRIDA. Non lo saprei....

BORK. Giù — nelle miniere.

FRIDA (_sorpresa_). Davvero? Nelle miniere?

BORK. Lei sa bene che io sono figlio di minatori! O forse non le era noto questo particolare della mia nascita?

FRIDA. No, signor Borkman.

BORK. Sì, sono figlio di minatori. Qualche volta mio padre mi conduceva giù, nelle miniere. — E nelle miniere il metallo fa sentire la sua voce.

FRIDA. Il metallo può adunque anche cantare?

BORK. (_affermando col capo_). Sì, esso fa sentire la sua voce quando viene staccato dalla roccia. I colpi dei martelli che lo staccano.... sono la squilla della mezzanotte che echeggia laggiù nelle viscere della terra e che lo rende libero. Ed è perciò che il metallo, ebbro di gioia, canta.... a suo modo sì.... ma canta.

FRIDA. E perchè canta, signor Borkman?

BORK. Perchè vuol vedere la luce del giorno e perchè vuol rendere servigi all’umanità.

(_Passeggia su e giù per il salotto, con le mani sempre sul dorso._)

FRIDA (_rimane seduta ancora per qualche istante, poi, data un occhiata sul suo orologio, s’alza_). Scusi, signor Borkman.... ma ora devo andarmene.

BORK. (_fermandosi dinanzi a lei_). Vuole già andare?

FRIDA (_riponendo il pezzo nel suo portamusica_). Lo devo; sono invitata altrove stasera.

BORK. In qualche riunione famigliare?

FRIDA. Precisamente.

BORK. E pensa anche di prodursi in quella riunione?

FRIDA (_mordendosi le labbra_). No: ho da suonarvi soltanto un po’ di musica da ballo.

BORK. Soltanto un po’ di musica da ballo?

FRIDA. Sì; dopo la cena, i padroni di casa vogliono che gli invitati facciano qualche giro di valzer.

BORK. (_guardandola per qualche tempo_). E suona lei volontieri la musica da ballo — nelle famiglie?

FRIDA (_infilando il mantello_). Sì, se mi mandano a chiamare.... c’è sempre da guadagnare qualche inezia.

BORK. (_scrutandola_). E pensa al guadagno anche quando sta suonando quella musica?

FRIDA. No; penso invece quanto meglio sarebbe se anch’io potessi prender parte alle danze.

BORK. (_affermando col capo_). Ecco proprio quello che mi interessava di sapere. (_camminando — con inquietudine_) È verissimo: il non poter prendere parte alle danze deve essere qualche cosa di penoso! (_si ferma_) Lei, però, Frida, può facilmente trovare un compenso per quel suo desiderio irrealizzabile!

FRIDA. In qual modo?

BORK. Con tutta quella musica che lei ha nell’anima, mentre tutte quelle coppie danzanti non ne hanno nemmeno la decima parte!

FRIDA (_con un sorriso evasivo_). Veramente io non so se questo sia proprio il mio caso!

BORK. (_coll’indice teso in atto di farle un’ammonizione_). Spero bene che non sarà tanto pazza da mettere in dubbio la sua fama di buona pianista!

FRIDA. Ma se nessuno s’accorge di queste mie qualità....!

BORK. Basta che le conosca lei. — E dove va a suonare stasera?

FRIDA. Dall’avvocato Hinkel.

BORK. (_con sguardo sdegnato_). Da Hinkel, ha detto?

FRIDA. Sì.