Chapter 1 of 6 · 3978 words · ~20 min read

Part 1

L’Anitra Selvatica

COMMEDIA IN CINQUE ATTI

DI

=Enrico Ibsen=

_Traduzione italiana_

del Prof. PAOLO RINDLER ed ENRICO POLESE SANTARNECCHI.

MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI

_Gli editori si riservano i diritti sulla proprietà letteraria, per tutto il Regno d’Italia, Trieste, Trentino, e Canton Ticino._

_Chi intende valersi di questa commedia per la recita, deve assolutamente ottenerne il permesso dalla_ SOCIETÀ ITALIANA DEGLI AUTORI, _Corso Venezia, 6, Milano._

_Milano. — Tip. Treves. — 1912._

PERSONAGGI.

WERLE, gran negoziante e proprietario di miniere di ferro. GREGORIO WERLE, suo figlio. Il vecchio EKDAL. ERMINIO EKDAL, suo figlio, fotografo. GINA, sua moglie. EDVIGE, loro figlia. Signora SORBI, dama di compagnia presso Werle padre. RELLING, dottore. MOLVIK, ex maestro di scuola. GROBERG, segretario di Werle. PIETRO, domestico di Werle. GIOVANNI, altro domestico. A. Un uomo grasso e pallido } B. Un uomo basso e calvo } invitati C. Un uomo miope } in casa Werle.

_Altri invitati in casa Werle — Domestici_

Il primo atto in casa WERLE, gli altri in casa EKDAL. — Epoca presente.

ATTO PRIMO.

_Casa del vecchio Werle; elegante e seria stanza di studio. In fondo una biblioteca; poltrone, sedie e divani imbottiti. Grande scrivania nel mezzo con molte carte, sulla scrivania una lucerna con paralume verde che illumina fiocamente la stanza. In fondo una porta a due battenti con tende. La detta porta lascia scorgere una stanza elegante e molto illuminata. A destra due porte: una, la prima, che conduce alla sala da pranzo, l’altra, che guida agli uffici del Werle. A sinistra un gran camino con fuoco acceso._

SCENA I.

PIETRO, GIOVANNI, _un_ CAMERIERE, IL VECCHIO EKDAL.

(_Pietro e Giovanni ambedue in livrea stanno mettendo in ordine lo studio. Nella stanza in fondo si vedono altri camerieri, pure in livrea, che accendono candelabri. Nella sala da pranzo si ode parlare e ridere; quando con un coltello si picchia in un bicchiere si fa silenzio, si fa un brindisi che non arriva fino al pubblico, finito il quale scoppiano vivi battimani e grida di bravo bravo_).

PIETRO. (_accende una lampada, vi mette il paralume e la pone sul camino_) Sentite Giovanni, il vecchio brinda alla signora Sorbi.

GIOV. (_spingendo avanti una poltrona_) È vero che tra lui e lei.... non so se mi spiego.... ci sia del tenero?

PIETRO. Dicono.

GIOV. Lui, una volta, fu un gran ruba cuori, nevvero?

PIETRO. Dicono.

GIOV. E questa festa è in onore del figlio? Così almeno sentii dire in cucina.

PIETRO. Sì, il signor Gregorio è arrivato ieri.

GIOV. Io non sapevo neppure che avesse un figlio.

PIETRO. Dacchè sono in casa Werle è la prima volta che lo vedo.

UN CAMERIERE. (_dalla soglia della porta grande_) Pietro, c’è qui un vecchio che vuol vedervi ad ogni costo.

PIETRO (_brontolando_) Fate passare, chi può essere mai a quest’ora? (_dalla stanza in fondo viene il vecchio Ekdal, avvolto in un grande mantello col bavero rialzato, tenendo in una mano un nodoso bastone, nell’altra un gran berrettone di pelo, ha sotto il braccio un involto di carte_).

PIETRO.(andandogli incontro) Cosa fa lei qui a quest’ora?

EKDAL. Buon Pietro ho da andare in ufficio.

PIETRO. A quest’ora è chiuso. Non c’è più nessuno.

EKDAL. No, vi è ancora Groberg; debbo consegnargli queste carte, abbiate la compiacenza di lasciarmi passare per di là (_s’avvicina alla seconda porta di destra_) La conosco la strada.

PIETRO. (_alzando le spalle_) Per me vada pure (_gli apre la seconda porta di destra_) ma si ricordi di passare dall’altra strada nell’uscire, che qui ci sono degli invitati.

EKDAL. Lo so, lo so, grazie buon Pietro. (_attraversa la scena dicendo a bassa voce_) Imbecille (_esce e Pietro rinchiude l’uscio_).

GIOV. È impiegato anche lui nella casa?

PIETRO. No, lavora fuori.... quando c’è troppo lavoro. Vedete Giovanni, una volta Ekdal era un grande signore.

GIOV. Già, l’ho sentito dire.

PIETRO. Era luogotenente.

GIOV. Davvero?

PIETRO. Sicuro. Ma poi si diede agli affari; commerciò in legnami; fu socio col nostro padrone, col signor Werle, in una miniera, ma deve avere commesso qualche brutta azione al padrone. Io sono molto amico di Ekdal, spesso beviamo insieme una tazza di birra, dalla Eraksen.

GIOV. Mi pare che il vecchio debba esser corto a quattrini.

PIETRO. Pago io, bisogna bene usare dei riguardi a chi un giorno fu qualche cosa.

GIOV. Troppo giusto. Ma, ditemi: forse una bancarotta?

PIETRO. Peggio, fu messo in prigione, e resti tra noi. (_a bassa voce_) Credo sia stato condannato anche a qualche anno di galera.

GIOV. (_mostrasi stupito_) Oh!...

PIETRO. (_ascoltando_) Tacete, si alzano da tavola ora. (_Pietro e Giovanni si ritirano nel fondo della scena sempre mettendo in ordine i mobili_).

SCENA II.

WERLE VECCHIO, SORBI, INVITATI, GREGORIO, ERMINIO _e_ DETTI.

SORB. Fate servire il caffè nella sala grande.

PIETRO. Come la signora comanda. (_la Sorbi e gli invitati passano nella sala grande, dietro loro Pietro e Giovanni_).

SIG. A. (_sprofondandosi in una poltrona_) Che pranzi, che fatica!!!

SIG. B. In tre ore se ne mangia di roba!

SIG. C. E poi il caffè e il maraschino.

SIG. A. Speriamo che la signora Sorbi ci faccia godere un poco di musica.

SIG. B. Eh! oramai, credo che presto ci accomiaterà.

SIG. A. Non lo crediate; la signora Sorbi è sempre gentile coi vecchi amici. (_ridendo vanno nella sala grande_).

WERLE VEC. (_avvicinandosi al figlio_) Dimmi, non se ne saranno accorti eh?

GREG. Di che?

WERLE. (_abbassando sempre più la voce guardandosi attorno con circospezione_) Eravamo in tredici a tavola.

GREG. (_alzando le spalle_) Ebbene che c’è di male?

WERLE. (_accennando a Erminio_) Di solito siamo dodici. (_a voce alta_) Restate voi altri?

GREG. Sì. (_Werle saluta con la mano Ekdal e entra anche lui nella stanza di fondo_).

SCENA III.

GREGORIO _e_ ERMINIO.

ERM. (_che ha udito il discorso del vecchio Werle, avvicinandosi a Gregorio_) Non dovevi invitarmi (_si siedono su un divano_).

GREG. Il pranzo fu dato in mio onore, almeno così hanno detto, e non dovevo invitare il mio migliore amico?

ERM. Ti ringrazio, ma ciò deve aver recato dispiacere a tuo padre; io non vengo mai in casa tua.

GREG. Lo so. Ma io volevo vederti, parlarti; presto ripartirò e sono tanti anni che siamo divisi.

ERM. Quasi sedici anni.

GREG. Lascia che ti guardi, sei diventato un pezzo d’uomo, della salute non puoi lagnarti.

ERM. (_triste_) Il fisico non ha sofferto, ma il cuore!... (_si passa una mano sulla fronte_) La sciagura che mi è toccata.

GREG. (_triste anch’esso abbassando la voce_) Lo so.... e ora come sta tuo padre?

ERM. Ti prego, non parliamone. L’infelice vecchio vive presso di me.... non ha nessun altro al mondo.... parliamo delle tue miniere sarà meglio.

GREG. Sì hai ragione, (_si siedono su due poltrone in faccia al camino_) Nelle mie miniere, nella mia cara solitudine io pensavo a te, alla nostra amicizia.

ERM. (_interrompendolo e stringendogli la mano_) Grazie, grazie, ora sono certo che sei sempre lo stesso Gregorio.

GREG. Che intendi dire?

ERM. Dubitavo che dopo.... la disgrazia che mi colpì.... del resto sarebbe stato naturale.... per un pelo tuo padre non fu immischiato in quel losco affare.

GREG. E per questo io avrei dovuto amarti meno? Chi ti mise mai simili idee pel capo?

ERM. So che è vero, eppoi anche tuo padre me lo disse.

GREG. (_sorpreso_) Mio padre!... (_dopo breve pausa_) Ecco perchè non ti facesti più vivo.

ERM. Già....

GREG. T’intendo sei diventato fotografo?

ERM. Fu tuo padre che mi consigliò di non avvertirti.

GREG. (_presto_) Forse ha avuto ragione. Ma ora, almeno, sei contento della tua nuova professione?

ERM. (_sospira_) Perchè no? Oramai mi ci sono avvezzato. Sul principio l’osso era duro a rodere.... ho dovuto troncare i miei studi.... Tutto. Dopo la disgrazia di mio padre non m’era rimasto un soldo.... Ah! Gregorio che vergogna!... che vergognai...

GREG. Lo so, lo so.

ERM. Di tutto quanto avevamo non restava che una obbligazione verso tuo padre.

GREG. (_scuote mestamente il capo_).

ERM. Capii che per sdebitarmi dovevo cambiar vita. Il signor Werle mi consigliò ed anzi mi ha aiutato.

GREG. Mio padre?

ERM. Sì, fu lui che mi ha dato i denari per impiantare il mio laboratorio.... Ed è costato caro sai? Credevo te l’avesse scritto.

GREG. No, si sarà dimenticato, ci scrivevamo solo per affari.... Dunque fu lui.

ERM. Sì, lui ha pensato a tutto, ed ha anche combinato il mio matrimonio. Questo lo sapevi?

GREG. No. (_stringendogli la mano_) Ma le tue parole mi fanno piacere, mi persuadono che anche mio padre ha....

ERM. Del buon cuore, sì molto ne ha....

GREG. (_stringendogli forte la mano_) Grazie, grazie.... E spero che tua moglie ti farà felice....

ERM. Sono felice, è una buona e brava donna che non manca di educazione.

GREG. (_tra sè_) No, non può essere lei.

ERM. Se tu mi verrai a trovare, sono certo che non riconoscerai più la Gina.

GREG. (_meravigliato_) La Gina?

ERM. Non ti ricordi, quella giovane che fu dama di compagnia di tua madre?

GREG. (_fissando Erminio negli occhi_) Gina Hansen; quella che assistette la mia povera mamma.

ERM. Appunto. (_con un sorriso_) Vedi che il signor Werle ti aveva scritto qualche cosa.

GREG. (_alzandosi e passeggiando_) Sì, sì.... mi pare, mi pare, (_si siede sul bracciale della poltrona dov’è seduto Gregorio_) E fu mio padre che ti fece conoscere lei?

ERM. Gina non restò molto tempo in casa tua, erano gli anni in cui tua madre stava male; un anno o due prima della sua morte.

GREG. (_serio_) L’anno stesso. Continua.

ERM. E poi ritornò presso sua madre che faceva l’ostessa, fu appunto in casa sua che tuo padre affittò per me una stanza.

GREG. Vi siete conosciuti?

ERM. E ci siamo amati.

GREG. (_torna ad alzarsi e passeggia di nuovo_) E fu quand’eri già fidanzato che.... che ti diede i mezzi per aprire una fotografia?

ERM. Sì, voleva vedermi a posto. Che dovevo fare?... E poi avevo il vantaggio che a quest’arte Gina non era del tutto estranea.

GREG. Tutto vi andava a meraviglia.

ERM. (_alzandosi_) Era così ben combinato!

GREG. Hai ragione.... Mio padre per lei fu una provvidenza.

ERM. (_commosso_) Egli non ha abbandonato nella sventura il figlio del suo vecchio amico. Credimi, ha cuore.

SCENA IV.

DETTI, SORBI, WERLE, INVITATI, SERVITORI, _poi_ GROBERG _e_ EKDAL.

SORBI. (_prendendo per mano Werle padre_) Non una parola di più: a lei la luce fa male.

WERLE. (_liberandosi dalla stretta della Sorbi a mezza voce_) Non ha torto.

(_Pietro e Giovanni portano il punch_).

SORBI. (_andando alla porta_) Chi di lor signori vuole il punch favorisca di qua.

SIG. A. (_sull’uscio_) Mi dica è vero che lei ha proibito di fumare.

SORBI. Verissimo.

SIG. B. E perchè?

SORBI. Perchè l’ultima volta approfittaste troppo del permesso datovi.

SIG. A. E il verdetto è inappellabile.

SORBI. Inappellabile.

(_la maggior parte degli ospiti entrano in scena, distribuendosi a capannelli: a ciascuno i domestici portano il punch_).

WERLE. (_a Erminio che appoggiato al camino guarda un album di fotografie_) Cosa studia Ekdal?

ERM. Guardo queste fotografie.

SIG. A. (_che sarà sdraiato in una poltrona_) E non ne portò delle sue?

ERM. No.

SIG. A. Fece male. Se è lecito, perchè?

SORBI. Perchè, caro consigliere, quando si è invitati a pranzo non s’ama parlare del proprio lavoro (_continua a ridere e scherzare con gli invitati. Erminio è tornato a sfogliare l’album_).

GREG. (_avvicinandosi ad Erminio_) E tu non parli?

ERM. Perchè vuoi che parli? Ascolto.

SIG. B. (_a Werle_) Il vino di Ekdal fa bene, nevvero?

WERLE. Il tokai che avete bevuto oggi posso garantirvi che è genuino. Questa fu una delle migliori annate.

SIG. A. Di un gusto squisito.

ERM. (_che si sarà allontanato dal camino, bonariamente dice_) Il gusto del vino varia di anno in anno?

SIG. C. (_ridendo_) Non ve ne intendete dunque?

WERLE. (_che sarà andato ad appoggiarsi al camino, sorridendo_) Non è confortante per chi vi procura dare dei migliori vini.

SIG. C. Al vino avviene quello che sapete colle fotografie! Hanno bisogno del sole, nevvero?

ERM. Di certo, il sole fa il suo dovere.

SORBI. Come per i consiglieri. (_si rivolge ad A. B. C._) Hanno bisogno di vederci ben chiaro.

SIG. A. Badi, è una malignità questa.

SORBI. Tutt’altro, affermo solo che i vini vecchi sono i migliori.

SIG. C. E metterebbe me tra i vini vecchi? (_sorridendo_) Il cielo me ne scampi.

SIG. A. Dica la verità, mi annovera tra quali vini?

SORBI. Tra i vini dolci. (_prende un bicchiere di punch e continua a scherzare_)

WERLE. Signora Sorbi, lei sa tenerli a bada tutti questi signori. (_a Pietro che è in fondo della scena_) Ma Pietro sta attento ai bicchieri. (_Pietro torna ad empire i bicchieri_) Gregorio, bevine un altro sorso con me. (_vedendo che il figlio non si muove_) E lei pure, signor Ekdal, a tavola non ebbi occasione di brindare con lei.

GROBERG. (_affacciandosi alla porta di destra che dà agli uffici_) Signor Werle, non posso uscire.

WERLE. Hanno chiuso il portone?

GROBERG. Sì, e il facchino ha portato via la chiave.

WERLE. Passi di qua....

GROBERG. Non sono solo.

WERLE. Non importa.

(_Groberg e il vecchio Ekdal entrano in scena, nel vedere il vecchio Werle retrocede di qualche passo turbato_).

GREG. Ah!...

(_Gli ospiti cessano dal parlare, Groberg ed Ekdal attraversano la scena_).

EKDAL. (_inchinandosi_) Mi scusino, mi scusino, (_torna per la porta in fondo_).

WERLE. (_mormora fra i denti_) Sciocco d’un Groberg.

GREG. (_stupito e fermando Erminio_) Ma quello non è....

SIG. A. Chi è? chi è?

GREG. (_ravvedendosi_) Il segretario di mio padre e un impiegato.

SIG. C. (_a Erminio_) Lo conosceva lei quel vecchio?

ERM. (_con voce spenta_) Io.... no.

SORBI. (_non vista si avvicina a Pietro_) Dà qualche cosa a quel vecchio.

PIETRO. (_inchinandosi_) Corro. (_parte_).

GREG. (_che si è avvicinato ad Erminio a voce bassa_) Dunque era proprio lui.

ERM. Sì.

GREG. Era qui, e non l’hai salutato?

ERM. (_con voce commossa_) Ma cosa avrei dovuto fare?

GREG. Riconoscerlo! È tuo padre.

ERM. (_con dolore_) Se tu fossi al mio posto.

(_La conversazione che s’era assopita è tornata a divenire rumorosa_).

SIG. B. (_avvicinandosi a Gregorio ed Erminio_) Scommetto che rievocate gli anni in cui eravate studenti. Signor Ekdal posso offrirle un sigaro.... ah! è vero che qui non è permesso.

ERM. Grazie, non fumo.

SIG. A. Lei, vede, signor Ekdal, dovrebbe declamarci qualche cosa, una volta era così bravo.

ERM. Mi rincresce, non mi ricordo più di nulla.

SIG. B. Peccato, peccato. (_si allontanano e seguono gli altri invitati che sono già nella stanza in fondo_).

ERM. (_triste a Gregorio_) Bisogna che me ne vada, saluta tuo padre per me.

GREG. Vai a casa tua?

ERM. Sì, perchè me lo domandi?

GREG. Più tardi forse verrò da te.

ERM. No, è meglio che tu non ci venga, uscendo da una festa così grande ti sembrerebbe troppo triste. Ci troveremo in città.

SORBI. (_che viene dal fondo_) Se ne va, signor Ekdal?

ERM. Sì, signora.

SORBI. Mi saluti la Gina. (_gli stende la mano_)

ERM. (_stringendo la mano_) Grazie.

SORBI. Le dica che tra poco verrò a trovarla.

ERM. Mi farà un regalo. (_a Gregorio che vorrebbe accompagnarlo_) No, resta qui, me ne vado senza che nessuno se ne accorga. (_stringe la mano a Gregorio, saluta ancora la Signora Sorbi ed esce dal fondo_)

SORBI. (_a Pietro che è entrato in scena_) Avete dato qualche cosa al vecchio?

PIETRO. Sì, una bottiglia di cognac.

SORBI. Potevate scegliere meglio.

PIETRO. Conosco il suo debole. Va pazzo per il cognac.

SIG. A. (_sulla porta con un pezzo di musica in mano_) Signora Sorbi ci suona un pezzettino?

SORBI. Volentieri (_va nella stanza in fondo, tutti gli invitati applaudono_).

SCENA V.

GREGORIO _e_ VECCHIO WERLE.

(_Il vecchio Werle entra in iscena e si mette a sfogliare carte alla scrivania, pare desideri che Gregorio parta, vedendo che questo non si muove, si dirige verso la porta di destra_).

GREG. Avrei bisogno di parlarti.

WERLE. (_fermandosi_) Non puoi aspettare quando saremo soli?

GREG. Forse, non ci troveremo mai soli.

WERLE. (_avvicinandosi_) Cosa vuoi?

(_Si ode il suono del piano-forte che continuerà fino quasi alla fine della scena_).

GREG. Come mai quella famiglia è andata sì in basso?

WERLE. Parli degli Ekdal, mi immagino.

GREG. Sì del luogotenente Ekdal, una volta il tuo grande amico.

WERLE. Pur troppo; dovetti sopportarlo parecchi anni ed ebbi a pentirmene; fu per mia colpa che sul mio nome è rimasta una piccola macchia.

GREG. (_a voce bassa_) E lui solo era il colpevole?

WERLE. Di chi sospetti ancora?

GREG. Voi, avevate comprato insieme il bosco.

WERLE. Ma! prima li aveva lui, lui aveva i disegni fatti, fu lui che fece abbattere gli alberi sopra terreno municipale; il responsabile del lavoro era lui, io non sapevo cosa si facesse.

GREG. Forse era Ekdal che non sapeva quello che si faceva.

WERLE. Può essere. Ma al giudizio lui fu condannato ed io assolto....

GREG. Per mancanze di prove, lo so.

WERLE. Un’assoluzione è sempre un’assoluzione. Ma perchè vai a rinnovare quei tristi fatti che mi fecero invecchiare innanzi tempo? Pensavi a ciò forse lassù alle miniere? Gregorio, queste storie sono dimenticate.... almeno per ciò che mi riguarda.

GREG. E quell’infelice famiglia?

WERLE. Cosa poteva fare? Quando Ekdal uscì di prigione era un uomo perduto, non è di quelle fibre che resistono ai colpi violenti e che sanno riabilitarsi. Io feci quello che stava in me, sempre senza compromettermi perchè non avessero a sospettare. Gli ho dato del lavoro pagandolo molto, molto di più di quello che si meritava.

GREG. (_sorridendo tristamente_) Non ne dubito.

WERLE. Credi forse che io menta? Sui miei libri non troverai il suo salario, tali spese sui libri non le metto.

GREG. Già, certe spese stanno bene fuori dei registri.

WERLE. (_guardandolo_) Che intendi dire?

GREG. (_parlando a stento_) Hai tu tenuto conto delle spese fatte per impiantare a Ekdal una fotografia?

WERLE. Io? In che modo?

GREG. So, so tutto, so che fosti tu ad aiutarlo.

WERLE. Dunque vedi che per gli Ekdal ho fatto qualche cosa.

GREG. Dimmi, fu quando Erminio era fidanzato che tu lo prendesti tanto a cuore?

WERLE. Non me ne ricordo.

GREG. Mi annunciasti il matrimonio di Erminio in un poscritto, dopo una lunga lettera d’affari; in poche parole! Ekdal si sposa con una certa signorina Hansen.

WERLE. È il nome di sua moglie.

GREG. Ma non riflettesti che questa Hansen era Gina la nostra ex governante!

WERLE. (_tentando sorridere_) Non supponevo che la nostra ex governante ti interessasse tanto.

GREG. (_parlando lentamente_) A qualcun altro interessava molto.

WERLE. Cosa vuoi dire con ciò. (_alzando la voce_) Alluderesti a me?

GREG. (_c. s_.) Sì, alludo a te.

WERLE. E tu osi?... Come mai quel dannato fotografo ti mise simili idee per il capo?

GREG. Erminio non mi ha detto nulla, sono certo che lui neppure lo immagina.

WERLE. Ma chi fu allora?

GREG. (_con voce triste_) La mia povera madre, l’ultima volta che la vidi.

WERLE. Tua madre!... Dovevo immaginarlo, voi altri due andaste sempre d’accordo. Essa anzi ha sempre cercato di alienarmi la tua affezione.

GREG. Non fu lei, ma la vista di quello che dovette sopportare prima di morire.

WERLE. Ma se non aveva nulla da soffrire.... almeno meno delle altre; con la gente stravagante, già difficilmente si va d’accordo e ne parlo per esperienza. Ora tu, dopo tanti anni torni per lanciarmi calunnie che credevo dimenticate e contro tuo padre.... Gregorio alla tua età dovresti occuparti di qualche cosa di più utile.

GREG. (_triste_) Lo so, lo so.

WERLE. (_con voce carezzevole_) Ti sentirai il cuore più libero. A che ti servì rimanere alle miniere tanti anni non volendo che il solo stipendio di uno scrivano? Fu una sciocchezza da parte tua.

GREG. Se non fossi sicuro direi....

WERLE. Ti comprendo, non vuoi nulla da me. Ebbene ora ti si presenta l’occasione per renderti indipendente.

GREG. In che modo?

WERLE. Quando ti scrissi di venire in città.... (_parla impacciatissimo_)

GREG. Ma infine che vuoi da me? È tutto il giorno che desidero saperlo.

WERLE. Ti propongo di entrare socio nella mia azienda.

GREG. Io, tuo socio?

WERLE. Sì, non c’è bisogno di vivere uniti, tu dirigerai l’azienda in città, io mi ritirerò alle miniere.

GREG. Tu lassù?

WERLE. Sì; sento che invecchio, non lavoro più con l’ardore di un tempo e poi i miei occhi continuano a indebolirsi.

GREG. Furono sempre deboli.

WERLE. Non mai come adesso. Eppoi ora desidero quel soggiorno. Ascoltami Gregorio. Noi due, non ci siamo mai amati; ma però siamo sempre padre e figlio. Cerchiamo di stabilire una specie di accordo.

GREG. In apparenza?!

WERLE. Sarebbe sempre qualche cosa. Riflettici.

GREG. (_fissandolo_) Dove miri?

WERLE. Perchè?

GREG. Tu hai bisogno di me?

WERLE. Un padre ha sempre bisogno di suo figlio.

GREG. Queste sono parole.

WERLE. Ti vorrei in casa per qualche tempo; io sono solo, Gregorio, e fui sempre solo durante tutta la mia vita. Ora che sono vecchio questo abbandono mi fa male; abbisogno di qualcuno.

GREG. Hai la Sorbi.

WERLE. È vero; ormai quella donna mi è diventata indispensabile, lei sola arreca un soffio di vita nella mia casa.

GREG. Ma hai ciò che desideri!

WERLE. Temo che ciò non possa durare; questa donna in faccia al mondo occupa un posto equivoco, temo che presto si stancherà. E, se non si stancherà, perchè ha per me della vera affezione, temo che abbia a stancarsi delle calunnie.... Tu Gregorio, tu sei giusto... dovresti comprendere....

GREG. (_interrompendolo_) Sii franco, la vuoi sposare?

WERLE. E se avessi questa intenzione mi contrarieresti tu?

GREG. No.

WERLE. Credevo, che per riguardo a tua madre....

GREG. Non sono uno sciocco.

WERLE. Mi hai tolto una spina dal cuore.

GREG. (_fissandolo_) Ora capisco come ti sei servito di me.

WERLE. Servirmi di te? Che brutta espressione!

GREG. Non misuriamo le parole.... almeno a quattr’occhi. (_ride_) Ed è per sposare la Sorbi che mi facesti venire in città; per lei mi proponevi una vita quieta.... Una vita di famiglia. La riconciliazione tra padre e figlio.

WERLE. Non parlare così.

GREG. Ma quando abbiamo conosciuto noi la vita di famiglia? Certo, sarà un bello spettacolo nel vedere il figlio assistere alle nozze del padre; testimonio ai suoi amori..... Oh! povera morta, di te che tanto hai sofferto, che resta ormai? Anche tuo figlio è sul punto di dimenticarti.

WERLE. Io credo che nessun uomo al mondo ti disgusti quanto me.... Mi hai sempre guardato con gli occhi di tua madre. (_abbassando la voce_) Ma ricordati che spesso tua madre aveva un velo sugli occhi.

GREG. (_molto commosso_) Ti comprendo.... Ma chi fu colpevole nella disgraziata malattia di mia madre?... Tu, tu e.... e quelle.... e l’ultima di esse fu quella giovane che desti in moglie ad Ekdal.

WERLE. (_alzando le spalle_) Mi pare di rivedere tua madre.

GREG. (_come parlando a sè_) E quell’uomo vive nella sua innocenza, ignaro dell’inganno. Vive con una donna che... Lui non sa come la sua casa sia fabbricata sulla menzogna. (_avvicinandosi a suo padre_) La tua vita mi sembra un campo cosparso di membra umane.

(_A questo punto il piano-forte cessa di suonare_).

WERLE. (_con voce asciutta_) Temo che la distanza che ne separa sia troppo grande.

GREG. (_inchinandosi freddamente_) Me ne ero accorto, per questo me ne vado.

WERLE. Parti?

GREG. Sì. Oramai ho uno scopo, per raggiungere il quale posso vivere.

WERLE. E sarebbe?

GREG. Rideresti se te lo dicessi.

WERLE. Un uomo melanconico come me non ride mai. (_Si odono gli ospiti ridere e si vede la Sorbi che con gli occhi bendati rincorre degli invitati fino al salone della festa_).

GREG. (_additando al fondo_) Vedi là, dei consiglieri, dei dignitari che si rincorrono con la signora Sorbi.... Buona notte. Addio. (_parte per la porta di destra in fondo_)

WERLE. (_dopo che è partito_) Poveretto e vuole sostenere che non è pazzo! (_si avvia lentamente verso il fondo_)

FINE DELL’ATTO PRIMO.

ATTO SECONDO.