Chapter 4 of 6 · 3976 words · ~20 min read

Part 4

GINA. (_ordinando i piatti sulla tavola, ai nuovi venuti_) Oh! bravi, giungono a tempo.

RELLING. Molvik ha sentito l’odore dell’insalata di acciughe e non ha più resistito, mi trascinò qui a viva forza (_stringe la mano a Gina_) Addio, Ekdal (_a Erminio_).

ERM. (_a Gregorio_) Permettimi che ti presenti il signor Molvik, pastore, il dottor Relling.... ma tu già lo conosci.

GREG. Di vista.

RELLING. Chi vedo, Gregorio Werle.... Noi abbiamo avute parecchie liti alle miniere di ferro, se ne ricorda? Ed ora alloggia qui?

GREG. Da questa mattina.

RELLING. Di sotto abitiamo Molvik ed io — vale a dire il dottore ed il pastore. Potete vivere tranquillo.

GREG. Troppo gentile. Chissà che non ne abbia bisogno, ieri eravamo in tredici a tavola.

ERM. Ti prego, non dire di queste sciocchezze.

RELLING. Tranquillizzati, a te certo non toccherà morire, me ne faccio garante io.

ERM. Voglio sperarlo.... per la mia famiglia. Ma mettiamoci a tavola e stiamo allegri.

GREG. E tuo padre?

ERM. Preferisce mangiare nella sua stanza. Siediti dunque.

(_Si siedono attorno alla tavola e cominciano a mangiare e a bere molto abbondantemente. Gina ed Edvige vanno e vengono portando e mutando piatti e bottiglie di birra che saranno prestamente vuotate_).

RELLING. Ieri sera Molvik era alquanto brillo, sa signora Gina?

GINA. Davvero? anche ieri.

RELLING. Non ha sentito il chiasso che abbiamo fatto questa notte?

GINA. No.

RELLING. Buon per lei.

GINA. Ma è vero Molvik?

MOLVICK. (_che mangerà a quattro palmenti dell’insalata di acciughe_) Non ne parliamo.... non ne parliamo (_mangia_) È il mio cattivo genio.

RELLING. (_a Gregorio_) E quando questo cattivo genio lo acciuffa lo induce a vagare con lui tutta la notte. (_indicando Molvik che beve molto_) Vede, anche ora è preso dal demonio.

GREG. (_ride_).

RELLING. Le dico che ora è indemoniato? Resisti Molvik, resisti al malo genio.

(_Tutti ridono, ma Molvik imperturbabile continua a mangiare e bere_).

RELLING. (_a Gregorio_) E come può ancora resistere alle miniere?

GREG. Fino ad oggi non mi ci trovai male.

RELLING. E trovò discepoli dei suoi nuovi ideali?

GREG. I miei?... (_sospira_) Ah?

ERM. Quali ideali, Gregorio?

RELLING. Mi ricordo che andava girando tutte le case dei minatori catechizzandoli alla virtù, obbligandoli a leggere un suo libro «_L’uomo perfetto_».

GREG. Entusiasmi giovanili!

RELLING. Ha ragione, era molto giovane. E se ben ricordo quando io era lassù del suo «_Uomo perfetto_» non potè mai trovare neppure un’incarnazione.

GREG. E lo stesso avvenne dopo.

RELLING. Si è dunque persuaso che è meglio rinunciare alla perfezione?

GREG. Mai, quando non trovo di fronte un vero uomo.

ERM. Forse hai ragione.... Gina favoriscimi un poco di burro. (_Gina dà il burro_).

RELLING. E del prosciutto per Molvik.

MOLVIK. No, no, non si incomodi.... solo se permette.... (_prende un altro gran piatto d’insalata di aringhe_).

(_Si batte all’uscio del solaio_).

ERM. Apri, Edvige, il nonno vuol entrare (_Edvige schiude un battente ed entra il vecchio Ekdal con una pelle di coniglio in mano. Edvige rinchiude la porta_).

EKDAL. Buon giorno a questi signori e buon appetito. (_mostrando la pelle_) Oggi sono contento, ne ammazzai uno grosso.

ERM. Perchè l’hai scuoiato da te solo?

EKDAL. E l’ho anche salato. — È una gran carne tenera e buona quella del coniglio. Buon appetito, signori. (_entra nella sua camera_).

MOLVIK. (_alzandosi presto_) Scusatemi.... scendo un istante.... torno.... scusatemi (_parte di corsa_).

RELLING. (_gli urla dietro_) Prendi dell’acqua di soda ah! ah! (_ride_) (_a Erminio_) Beviamo dell’acquavite alla salute del vecchio cacciatore. (_Edvige riempie i bicchieri, i tre si alzano e brindano_) (_dopo aver bevuto e d’essersi seduto_) Ekdal tu sei un uomo felice... tu hai uno scopo almeno, pel quale lavori....

ERM. E lavoro, sai, puoi crederlo.

RELLING. Tu hai un modello di moglie, che ti rende cara e dolce la tua casa.

ERM. Sì, la mia Gina (_rivolgendosi a lei amorosamente_) Tu sei la mia compagna.

GINA. Via, via, elogi fuori di tempo.

RELLING. Hai Edvige, quell’angelo.

ERM. (_commosso_) Sì.... il mio tutto, Edvige vieni qui. (_accarezzandole i capelli_) Dimmi, sai qual giorno è domani?

EDVIGE. (_vergognosa_) Non voglio, lo sai bene, non voglio.

ERM. Se potessi fare grandi cose, pur troppo, per la tua festa invece non ne potrò far poche.

EDVIGE. Ma qualunque cosa tu mi volessi dare non mi colmerebbe di gioia come il sapere che pensi a me.

RELLING. Abbi pazienza EDVIGE. che Ekdal abbia terminata la sua invenzione e poi...

ERM. Sì, io a me non penserò, non voglio pensare che al tuo avvenire e ai vecchi giorni di mio padre. Ecco ciò che chiede il povero inventore.

EDVIGE. (_circondando con un braccio la vita di Erminio_) Caro, buon papà. (_lo bacia e si alza_).

RELLING. (_a Gregorio_) E lei non dice nulla? non le desta un sentimento di contentezza questo quadro di felicità domestica?

ERM. Quest’ora è la più bella della mia vita.

GREG. Cosa vuole, negli ambienti infetti io non mi ci trovo bene.

ERM. (_ridendo_) Oh! finiscila una buona volta.

GINA. Ma signor Werle, qui aria infetta non ce n’è, ogni mattina spalanco le vetriate.

GREG. (_alzandosi_) L’infezione di cui parlo non si può mandare via in tal modo.

GINA. Che ne dici tu, Erminio?

RELLING. Non è forse lui che ne porta l’aria infetta delle mine?

GREG. No, no, sono io che la porterò alle mine.

RELLING. (_alzandosi e avvicinandosi a lui_). Temo che le ubbie del suo «_Uomo perfetto_» non sieno del tutto scomparse dal suo cervello.

GREG. No, le porto in petto.

RELLING. Le porti dove vuole, solo la consiglio a non volere fare il moralista qui.

GREG. E se tale fosse la mia intenzione malgrado i suoi consigli?

RELLING. Penserei io a mandarlo in istrada, ma con un salto solo.

ERM. (_alzandosi_) Ma Relling?...

GREG. (_a Relling incrociando le braccia_) Provatevi.

GINA. (_intromettendosi_) Relling moderatevi, in quanto a lei, signor Werle, scusi, se l’aria qui non è troppo pura, lei ne è la colpa... fu la stufa della sua stanza....

EDVIGE. (_che avrà cominciato a sparecchiare la tavola_) Mamma, picchiano all’uscio.

GINA. Vado a vedere (_entra, ma subito indietreggia spaventata_) Oh! oh!...

SCENA IX.

DETTI _e_ VECCHIO WERLE.

WERLE. (_avvolto in una ricca pelliccia — a Gina_) Mi scusi. Mio figlio è qui?

GREG. (_avanzandosi_) Sì.

ERM. (_a Werle che è rimasto sulla soglia dell’uscio_) Signor Werle, voglia entrare.

WERLE. No, grazie. Desidero solamente di parlare con mio figlio.

GREG. Son da te.

WERLE. Andiamo nella tua camera.

GREG. Nella mia camera?... Vieni (si avvia).

GINA. (_fermandolo_) No, scusi... non si può entrare, lo sa bene.

WERLE. Allora scendiamo in istrada.

ERM. No, signor Werle, lei parlerà a Gregorio in questa stanza, noi ci ritiriamo (_Erminio prende Relling sotto il braccio ed entrano a destra, Edvige e Gina vanno in cucina_).

SCENA X.

GREGORIO _e_ VECCHIO WERLE.

GREG. (_dopo breve pausa_) Siamo soli.

WERLE. (_che si sarà avanzato sulla scena_) Nel lasciarmi, ieri sera, pronunciasti frasi che non ho capito. Poi so che fissi una camera in casa degli Ekdal.... Gregorio tu hai delle cattive intenzioni contro di me.

GREG. Voglio aprire gli occhi ad Ekdal; non posso vederlo sceso così in basso. Ecco tutto.

WERLE. E questo è lo scopo della tua vita al quale alludevi ieri?

GREG. Sì. Tu non me ne hai lasciati altri.

WERLE. Fui io dunque che rovinai il tuo cuore?

GREG. Tu hai rovinato tutta la mia vita... non parliamo, per ora, di ciò che facesti a mia madre... sei tu, tu solo che io debbo ringraziare se conduco una esistenza tormentata dai rimorsi.

WERLE. (_stupito_) Dunque la tua coscienza ti rimprovera qualche cosa!

GREG. Io avrei dovuto testimoniare contro te quando ingannasti il luogotenente EKDAL. Io avrei dovuto dire tutto, io che avevo tutto capito.

WERLE. (_sardonico_) Già, tu avresti dovuto parlare.

GREG. Non osai, fui vile, ebbi paura di te.

WERLE. Ora però sembrami che tale paura ti sia passata.

GREG. Sì, per mia fortuna. Il delitto commesso da me.... e da altri a danno di Ekdal, pur troppo non può esser riparato; ma posso però ancora salvare Erminio dalla vergogna, dal disonore.

WERLE. E credi di fare una buona azione?

GREG. Lo credo.

WERLE. Pensi che Ekdal te ne sarà grato?

GREG. Sì.

WERLE. (_dopo breve pausa_). Lo vedremo.

GREG. Io devo tranquillizzare la mia coscienza ammalata.

WERLE. La tua coscienza non può guarire, fu sempre ammalata.... È l’unica eredità che tua madre ti ha lasciato.

GREG. (_con riso sardonico_) Non hai dunque perdonato ancora a quella santa di non possedere quanto tu speravi?

WERLE. Non parliamo di cose che ora non ci hanno a che vedere. Ti ostini dunque a spingere Ekdal su di una strada che la tua mente strana crede la migliore?

GREG. Sì.

WERLE. Allora è inutile che ti domandi se intendi ritornare a casa?

GREG. È inutile.

WERLE. E non vuoi diventare mio socio?

GREG. No.

WERLE. Fa quello che vuoi. Però siccome ho deliberato di riprendere moglie, darò corso ad una separazione giudiziaria dei nostri beni.

GREG. (_risoluto_) È inutile, non li voglio.

WERLE. Non vuoi?

UREO. La mia coscienza non mi permette d’accettarli.

WERLE. (_dopo breve pausa_) Tornerai alle miniere?

GREG. No, e fino da questo momento mi dichiaro sciolto da ogni obbligo che posso avere contratto verso di te.

WERLE. Che conti di fare dunque?

GREG. Adempiere al compito della mia vita. Null’altro.

WERLE. E dopo? Come farai a vivere?

GREG. Ho dei risparmi.

WERLE. Presto sfumeranno.

GREG. No, dureranno quanto me.

WERLE. Non ti intendo.

GREG. Non ho più nulla a dirti.

WERLE. Allora, addio, Gregorio!

GREG. Addio!

(_Il vecchio Werle se ne va, mentre Gregorio passeggia senza più guardare il padre_).

SCENA XI.

ERMINIO — RELLING _poi_ GINA _ed_ EDVIGE _e_ DETTO.

ERM. (_guardando nella camera_) Se ne è andato?

GREG. Sì.

(_Erminio e Relling entrano, dopo poco dalla cucina vengono Gina ed Edvige_).

RELLING. Dunque la colazione è finita.

GREG. (_risoluto_) Erminio, vatti a vestire, dobbiamo fare una lunga passeggiata.

ERM. Che voleva tuo padre? Ti parlò di cose che mi riguardavano?

GREG. Vieni, dunque. — Dobbiamo parlare a lungo. Vado a vestirmi, aspettami nella strada, passerò dall’altra parte. (_esce a destra_).

GINA. (_agitata_) Erminio, no, non andare.

ERM. (_andando all’attaccapanni si muta la giacca, si infila il pastrano e prende il suo cappello di feltro grigio_) Che significa ciò? Avrà da confidarmi qualche cosa.

RELLING. Mandalo al diavolo... non ti sei accorto che quello è un pazzo?

GINA. (_c. s._) Anche sua madre, sai, troppo sana di mente non era.

ERM. È una ragione di più perchè un uomo abbia a consolarlo. (_a Gina_) Procura che il pranzo sia pronto per le sette. (_bacia in fronte Edvige, saluta Relling e Gina, e parte — Edvige si siede sul divano_)

RELLING. Peccato che quell’uomo non sia rimasto sotto qualche frana alle miniere!

GINA. Che dice mai, Relling?

RELLING. Se parlo così ho le mie ragioni.

GINA. Crede dunque che il figlio Werle sia pazzo davvero?

RELLING. Pur troppo non è un pazzo come noi intendiamo, ma soffre di una malattia terribile.... la febbre dell’onestà.

GINA. (_sempre agitata_) Che malattia è?

RELLING. È rara.... molto rara. (_salutando Gina_) Grazie della colazione signora Gina, addio Edvige (_partendo_).

GINA. (_passeggia concitata poi si lascia cadere su una sedia_) Oh! questo Gregorio Werle.... Questo Gregorio Werle.... fu sempre un cattivo soggetto.

EDVIGE. (_alzandosi dal divano e avvicinandosi alla madre dice lentamente tra sè_) Tutto ciò è strano. (_si china e bacia Gina_).

FINE DELL’ATTO TERZO.

ATTO QUARTO.

_La stessa scena degli atti precedenti. — Da poco si è fatta una fotografia per modo che sul davanti della scena sono una macchina fotografica ed un sedile. — Siamo verso sera, alle ultime scene comincia a far buio._

SCENA I.

GINA ED EDVIGE.

GINA. (_sulla soglia dell’uscio di entrata, tenendo in mano una lastra fotografica, parlando verso l’interno_) Stieno sicuri. Lunedì la prima dozzina sarà pronta — la seconda va bene per mercoledì? Arrivederci.... (_saluta, chiude la porta, si ferma a guardare contro luce la lastra, poi la ripone in una cassetta_)

EDVIGE. (_venendo dalla cucina_) Sono partiti?

GINA. (_rassettando la stanza_) Sì, finalmente, non c’era verso di accontentarli.

EDVIGE. (_inquieta_) Mamma, ma, e perchè papà non è ancora tornato?

GINA. Hai visto se è da Relling?

EDVIGE. No, non c’è, fu da lui un minuto fa.

GINA. Mi rincresce perchè gli si raffredda il pranzo.

EDVIGE. È strano; lui che non tarda mai cinque minuti.

GINA. Non metterti idee per il capo, presto sarà qui, non dubitare.... Taci. (_tendendo l’orecchio_) Eccolo.

SCENA II.

DETTI _e_ ERMINIO.

(_Erminio entra stralunato e commosso_)

EDVIGE. (_correndogli incontro_) Papà.... Come ti abbiamo aspettato.... Perchè hai tardato tanto?

GINA. (_parlando a stento e senza guardare Erminio_) Dove sei stato finora?

ERM. (_senza guardare Gina_) Ah? Perchè stetti fuori tanto?... (_getta il cappello su una sedia, si leva il soprabito, respingendo Edvige e Gina che lo vogliono aiutare_)

GINA. Hai desinato con Gregorio Werle?

ERM. (_appendendo l’abito all’attaccapanni_) No.

GINA. (_accostandosi verso la cucina_) Allora ti porto subito il pranzo, bisogna che lo riscaldi.

ERM. No, lascia stare, per ora di mangiare non ho voglia.

EDVIGE. (_accostandosi a Erminio con voce carezzevole_) Non ti senti bene papà?

ERM. Bene, bene.... (_fissando Gina_) Gregorio ed io abbiamo fatto una lunghissima passeggiata.

GINA. (_non guardandolo_) Hai fatto male, tu che cammini così poco abitualmente.

ERM. A questo mondo bisogna avvezzarsi a tutto ed a qualunque età. (_passeggiando_) Non vi fu nessuno oggi?

GINA. Nessuno.... Tranne i due sposi.

ERM. E nessun’altra commissione?

GINA. No, per oggi.

EDVIGE. Ma vedrai papà, che domani ne verranno delle altre.

ERM. Dio lo voglia; tu domani conti incominciare a lavorare sul serio?

EDVIGE. Domani?... Domani che è il giorno della mia festa?

ERM. È vero.... A dopo domani allora — e ricordiamoci bene, d’ora innanzi faccio tutto da me, da me solo.

GINA. Che idee sbagliate. Ti tireresti sul capo pasticci e null’altro. — Lascia a me la direzione dello studio, tu pensa alla tua invenzione.

EDVIGE. Ma e all’anitra selvatica, e ai conigli... Chi ci penserà poi?

ERM. Non parlarmi di simili sciocchezze, non ho più tempo di occuparmi di loro. In quanto a quell’anitra selvatica, poi, vorrei torcerle il collo.

EDVIGE. All’anitra? Alla mia anitra?

GINA. Ma Erminio che dici?

EDVIGE. (_abbracciando Erminio_) No, papà, dimmi che non farai quello che hai detto, l’anitra selvatica è mia.

ERM. (_accarezzandola_) Sì, per te non lo farò. Ma dovrei farlo; sotto al mio tetto non ha da restare chi.... chi è passato per le mani di quell’altro.

GINA. Allora fu Pietro a consegnarla al nonno.

ERM. (_passeggiando_) Nella vita bisogna che un uomo abbia a rispettare certi doveri se vuole essere un uomo perfetto.

EDVIGE. (_seguendolo_) Ma e che colpa ne ha la povera anitra?

ERM. (_fermandosi a guardarla_) Ebbene sì, per te io non la toccherò, sta tranquilla, (_la bacia in fronte_) Ah! è l’ora della tua passeggiata, va, Edvige, va. Se aspetti ancora, si farà notte.

EDVIGE. Oggi non ho voglia di uscire.

ERM. Dà retta a me! Ti fa bene; hai gli occhi rossi e io non voglio, è inutile; in questo laboratorio l’aria è viziata.

EDVIGE. Farò quello che vuoi. Vado a vestirmi. Dimmi papà, non farai nulla all’anitra, me lo prometti?

ERM. (_abbracciandola_) Te lo prometto. Non la toccherò. Povera Edvige oramai io e te soli.... (_come parlando tra sè_)

(_Edvige va da Gina la bacia e esce dalla porta della cucina_).

SCENA III.

GINA E ERMINIO.

ERM. (_pausa, durante la quale Erminio passeggia, poi non guardando Gina in viso_) Gina.

GINA. Che vuoi?

ERM. Domani o dopo mi devi consegnare il libro delle spese di casa.

GINA. Vuoi pensare anche a questo?

ERM. Sì.... Ora debbo regolare tutto io. Mi pare che tu spenda troppo. (_fermandosi e fissandola in volto_)

GINA. Io?... Ma se tra me ed Edvige ci contentiamo di così poco?

ERM. (_bruscamente_) Gina, è vero che il lavoro di mio padre viene dal vecchio Werle troppo lautamente pagato?

GINA (_imbarazzata_) Non saprei dirti.... Non so quanto generalmente simili lavori si paghino.

ERM. Ma quanto riceve dunque?

GINA. Quanto costa a noi....

ERM. (_stupito_) Quanto ne costa? E non mi hai detto nulla di ciò fino ad oggi?

GINA. Non potevo! Ti rendeva felice il pensiero che tu solo bastavi a lui....

ERM. E invece era il vecchio Werle.

GINA. Quello già è tanto ricco. (_si sarà fatto buio_)

ERM. Accendi la lampada.

(_Gina accende la lampada che mette sul tavolo di destra, mentre Erminio continua a passeggiare concitato_).

GINA. D’altronde non dobbiamo sapere se è davvero il vecchio. Chi non ti dice che sia Groberg?

ERM. (_severo_) Che c’entra Groberg.

GINA. (_imbarazzata_) Dicevo solamente che... Eppoi non fui io che ho cercato lavoro per tuo padre.... Sai fu Berta, la signora Sorbi.... Era un’amica di casa nostra....

ERM. Perchè la tua voce trema?

GINA. (_mettendo il paralume alla lampada_) La mia voce?

ERM. (_le si avvicina e le prende bruscamente una mano_) E anche la tua mano.

GINA. (_liberandosi dalla stretta di Erminio, fissandolo risolutamente_) Sì, mio Erminio, che ti hanno detto di me?

ERM. (_parlando lentamente_) Mi hanno detto che tra te e il vecchio Werle, vi furono un tempo, troppo intime relazioni, quando eri in casa sua.

GINA. (_con un grido_) No, non è vero. Chi ti ha detto ciò ha mentito, e.... (_dopo breve pausa_) Allora seppi resistere; egli, sì, egli mi perseguitava, ma io non volevo saperne, sua moglie poi, s’era accorta della passione che aveva per me suo marito, e mi maltrattava, mi maltrattava tanto. (_con dolore_) Un giorno mi ha anche battuta.... forse era l’effetto della gelosia. Quel giorno abbandonai la casa Werle.

ERM. E dopo?

GINA. Ritornai da mia nonna.... Erminio è duro quello che sto per dire, e Dio non voglia farmene colpa, ma fu una madre che con le preghiere, con le minaccie mi indusse.... Allora il vecchio Werle era vedovo.

ERM. Dunque?

GINA. Ebbene, sì, sappilo pure, perseguitata dall’uno, tormentata dall’altra sono andata.

ERM. (_con un grido_) E questa è la madre di mia figlia! Come hai potuto ingannarmi fino ad oggi?

GINA. Ho avuto torto, avrei già dovuto dirtelo.

ERM. Dovevi dirmelo alle prime parole d’amore che ti rivolsi. Dovevi farti conoscere subito.

GINA. E mi avresti sposata allora?

ERM. E lo puoi pensare?

GINA. Ecco perchè non ti dissi nulla. Io ti amavo, ti ho amato tanto.... Non era giusto che avessi ad essere infelice per tutta la vita.

ERM. (_passeggiando concitato_) E questa è la madre della mia Edvige.... E io non sapevo nulla, non m’ero accorto di nulla, e di tutto ciò che posseggo debbo essere grato a.... al.... al mio precedessore.... al Werle!

GINA. Dimmi, Erminio, non furono forse felici questi sedici anni che insieme abbiamo vissuto?

ERM. (_fermandosi innanzi a lei_) Ma dimmi, non ti sei mai rimproverata quest’inganno? Non pensasti mai che doveva arrivare il giorno della spiegazione? — Ma rimorsi non ne provi tu?

GINA. Oh, Erminio, ho tanto da lavorare per accudire alle faccende di casa e agli affari!!

ERM. Non hai mai gettato uno sguardo al passato?

GINA. No, io l’avevo del tutto dimenticato, fosti tu a ricordarmelo.

ERM. (_con disgusto_) Questa tua freddezza mi fa male.... Non un pentimento, nulla....

GINA. Ma dimmi, Erminio, cosa saresti divenuto se tu non avessi incontrato una donna come me?

ERM. Come te?

GINA. Sì, come me che di tutto mi accontentavo, che non ti chiedevo mai nulla?

ERM. (_parlando tra sè_) Cosa sarebbe avvenuto di me?

GINA. Quando mi hai conosciuta eri sopra una cattiva strada.

ERM. E ora dove sono? Ma pensa a quello che io soffro in questo momento, io che fino a poche ore fa ero così fiero di te.

GINA. Tu ora sei un buon padre di famiglia, un lavoratore; tu finalmente, oggi, puoi senza pena, pensare al domani; i frutti della nostra lotta è ora che li raccogliamo. Ora cominciavamo ad essere felici....

ERM. Ma questa felicità ha le sue origini nell’inganno.

GINA. E quel maledetto Gregorio è venuto a distruggere il nostro lavoro di sedici anni.

ERM. È vero.... Nell’inganno ero felice.... Ma era un inganno.... E come posso ora pensare alla mia invenzione, essa morirà con me, ed è il tuo passato, Gina, che l’ha uccisa.

GINA. (_rattenendo a stento le lagrime_) Erminio, Erminio non parlarmi così, tu sai quanto ti ho amato, quanto ti amo.

ERM. I miei sogni sono stati distrutti. Quando io, alla notte, studiavo per la mia invenzione, sognavo di potere con un ultimo sforzo, coronare la mia opera, sognavo di ottenere il brevetto e quel giorno che sarebbe stato il più bello, sarebbe stato anche l’ultimo della mia vita — sognavo capisci, che tu potessi divenire la ricca vedova di un celebre inventore.... Oh! Oh! Oh!...

GINA. (_asciugandosi gli occhi_) No, non parlare così, non voglio restare senza di te.

ERM. (_risoluto_) Ora bisogna venire a una vera decisione. Tra noi due tutto è finito. Tutto.

SCENA IV.

DETTI _e_ GREGORIO.

GREG. Posso entrare?

ERM. Ah! Sei tu? Vieni pure, vieni.

GREG. (_Gregorio entra e va a stringere la mano ad Erminio e Gina_) Ebbene amici miei. (_li guarda entrambi, poi all’orecchio di Erminio_) Non avete concluso nulla?

ERM. (_a voce forte_) Tutto è fatto, Gregorio, fu il quarto d’ora più terribile della mia vita.

GREG. Terribile, sì ma anche il più nobile. Ora dunque....

ERM. Tutto è accomodato.

GINA. Dio la perdoni, signor Werle, Dio la perdoni!

GREG. (_meravigliato_) Non capisco. — Una simile spiegazione deve dar luogo a una vita serena, tutta armonia e concordia.

ERM. Lo so, lo so.

GREG. Io credevo che tanto tu, quanto tua moglie mi veniste a ringraziare, ed invece piangete, siete desolati.

GINA. (_Sorride tristamente e va a levare il paralume alla lampada_).

GREG. Lei, signora Ekdal è giovane, lei non può o non vuole comprendermi. (_a Erminio_) Ma tu Erminio, tu sai ciò che devi fare dopo una simile spiegazione.

ERM. Sì, sì, parli bene tu.

GREG. Non v’è nulla di più nobile, di più generoso del perdono; noi dobbiamo amare, sollevare il peccatore.

ERM. E tu credi che un uomo possa facilmente ingoiare questo amaro calice che mi hai dato a bere?

GREG. Per un uomo comune, forse, puoi avere ragione, ma per te.... Tu non sei un uomo come gli altri....

ERM. Sarò come vuoi, Gregorio, ma per ora le tue dottrine non posso accettarle.... Chissà col tempo.

SCENA V.

RELLING E DETTI.

RELLING. (_entrando_) Ebbene come sta l’anitra selvatica?

ERM. Ah! Ah!... Tu mi chiedi dell’anitra selvatica e.... Che fu ferita dal vecchio Werle.

RELLING. Cosa c’entra il vecchio Werle.... Parlavate forse di lui?

ERM. Già, di lui.... e di voi, anche.

RELLING. (_piano a Gregorio_) Scommetto che ne avete fatta qualcheduna delle vostre, voi, con le vostre ubbie di perfezione morale.

ERM. Cosa stai borbottando a Gregorio?

RELLING. Nulla, gli facevo un augurio.... e gli consigliavo d’andarsene, ma d’andarsene presto, se no finisce per farvi ammattire tutti.

GREG. (_accennando agli Ekdal_) Caro Relling non impazziscono questi due. Di Erminio non me ne parli, lo conosciamo. Ma anche lei, la signora Ekdal ha nel fondo del suo essere delle preziose, delle solide qualità di cuore e...

GINA. (_piangente lo interrompe_) Doveva lasciarmi come era.

RELLING. (_a Gregorio_) Ma si può sapere cosa vuole, cosa pretende fare lei, in questa casa?

GREG. Voglio gettarvi le basi di una vera famiglia.

RELLING. Crede forse che la famiglia Ekdal non vada bene ora?

GREG. Pur troppo no. È una famiglia.... Come ve ne sono tante, come, forse, sono tutte, ma non è il vero ideale della famiglia, che fa l’uomo perfetto.

ERM. Relling, tu non puoi nemmeno supporre quanto difficile e penosa sia, per l’uomo, l’ora che conduce alla perfezione.

RELLING. Sciocchezze, sogni.... Sogni da prete e da poeta matto. (_a Gregorio_) Mi dica quante sono le famiglie modello che lei ha incontrato fino ad oggi?

GREG. Nessuna, pur troppo, dappertutto non vidi che famiglie immorali.