Chapter 5 of 6 · 3998 words · ~20 min read

Part 5

RELLING. Io non fui ammogliato e di famiglia quindi me ne intendo poco. Solamente so che in ogni modo cosa sacra e inviolabile sono i figli, e non vorrei, caro signor Gregorio, che questa povera fanciulla avesse a soffrirne.

ERM. Oh! La mia povera Edvige! Oh! La mia povera Edvige!

RELLING. Abbia prudenza, io la conosco bene e può far nascere qualche disgrazia.

ERM. (_con ansia_) Una disgrazia?

RELLING. Sì, la sua malattia potrebbe aggravarsi.

GINA. (_con ansia_) Signor Relling, perchè parla così?

ERM. (_c. s._) Il pericolo per gli occhi è dunque imminente?

RELLING. Gli occhi ora non c’entrano; Edvige è in un’età pericolosa, la sua fantasia esaltata può spingerla a delle pazzie.

GREG. (_a Relling_) E voi, medico, come spiegate ciò?

RELLING. (_rispondendo con malo modo_) È nell’età dello sviluppo, la più pericolosa per una fanciulla.

ERM. Ma Edvige avrà sempre in suo padre un aiuto e un conforto.

(_Picchiano all’uscio di destra_).

GINA. Caro Erminio, c’è gente. (_va verso l’uscio_) Avanti, avanti pure.

SCENA VI.

DETTI _e_ SIGNORA SORBI.

SORBI. (_entrando indosserà un elegante abito da passeggio_) Buona sera a tutti.

GINA. (_stringendo la mano_) Ah! Sei tu Berta! qual grata sorpresa! (_la conduce a sedere sul divano_)

SORBI. Disturbo forse?

ERM. E può pensarlo? (_tra sè_) Una messaggera di quella casa.

SORB. (_a Gina_) Ti dico la verità, credevo trovarti sola, volevo chiacchierare un poco con te.... E dirti addio.

GINA. Dirmi addio? Parti dunque?

SORBI. Domattina, vado alle miniere, il signor Werle è partito già da stamane. (_a Gregorio_) Un saluto da parte sua.

GREG. (_Si inchina molto freddamente_).

ERM. Il.... signor Werle è partito e lei va a raggiungerlo?

SORBI. Dica la verità, le pare strano, ciò?

ERM. Da poco tempo a me nulla pare strano.

GREG. Ti darò io, Erminio, la spiegazione di tutto: mio padre sposa la signora Sorbi.

ERM. (_stupito_) La sposa?

GINA. Ah! Finalmente, davvero ciò mi fa piacere, Berta mia.

RELLING. (_con voce un poco tremante_) È ciò vero, dica? Signora, è ciò vero?

SORBI. (_sorridendo_) Sì, caro Relling, Gregorio Werle ha detto il vero, io sposerò suo padre.

RELLING. Si rimarita?

SORBI. A giorni. — Le nozze le celebreremo modestamente lassù alle miniere.

GREG. (_sardonico_) Come buon figlio le faccio fino da ora i più felici auguri.

SORBI. Grazie, essi porteranno fortuna al di lei padre e a me.

RELLING. Le posso assicurare che il vecchio Werle è di gran lunga migliore del veterinario, non si ubbriaca mai, nè picchia sua moglie. Questa volta sarà più felice.

SORBI. Lasci dormire in pace il mio primo marito.... aveva anche lui le sue buone qualità.

RELLING. E scusi, ma è vero che il vecchio Werle ne ha delle migliori?

SORBI. (_sorridendo_) E se fosse?

RELLING. ... Questa sera uscirò con Molvik.

SORBI. No, non esca Relling.... per amor mio!

RELLING. E a che serve essere morigerati.... io non ho nessuno. (_a Erminio_) Tu vieni?

GINA. (_pronta_) No, grazie, mio marito non esce mai di sera.

ERM. (_piano a Gina e bruscamente_) Taci tu.

RELLING. (_stringendo la mano alla Sorbi_) Signora, addio. (_a Gregorio_) Buona notte Werle. (_esce_)

GREG. (_alla Sorbi_) Mi pare che lei sia molto amica del dottor Relling.

SORBI. Sì, ci conosciamo da molti anni e vi fu un tempo in cui avevamo stabilito di sposarci.

GREG. Fu una fortuna non effettuare quel matrimonio.

SORBI. Oggi lo credo anch’io.

GREG. E se mio padre venisse a conoscenza di tale relazione?

SORBI. (_sorridente_) Non mi farebbe paura. Io gli ho già detto tutto.

GREG. Davvero?

SORDI. Suo padre, signor Gregorio, conosce tutta la mia vita, non gli ho nascosto nulla, ma con tutto ciò vuole sempre sposarmi.

GREG. Signora Sorbi, lei è più sincera di quello che non credessi.

SORBI. Lo fui sempre. È sempre un bene, per la donna, dire la verità.

ERM. E tu Gina, cosa ne dici?

GINA. Oh! Io dico che noi donne siamo tanto differenti l’una dall’altra..

SORBI. Può essere, io per parte mia credo d’aver fatto bene. Del resto anche il signor Werle mi ha confessato tutto, e fu appunto questa confidenza reciproca che ci ha uniti, io del resto non lo abbandonerò mai, e tra poco, avrà molto bisogno del mio aiuto.

ERM. Molto bisogno del suo aiuto?

GREG. (_interrompendo_) Sì, sì, ma non parliamo di ciò ora.

SORBI. È inutile nasconderlo; è affetto da una malattia che presto lo renderà cieco.

ERM. (_sorpreso_) Diventerà cieco! (_come colpito da un’idea_) Anche lui.... è strano.

GINA. Pur troppo tali infermità sono comuni.

SORBI. E per un uomo che ha lavorato tutta la vita deve essere penoso non vederci più. (_cambiando discorso_) A proposito, signor Ekdal, per gli affari si rivolga sempre al signor Groberg.

GREG. Credo che Erminio non avrà mai più affari con mio padre.

SORBI. Credevo che una volta.....

GINA. Sì, Berta, una volta.... ma ora.... ora Erminio non ha più bisogno di nulla.

ERM. (_riparlando gravemente_) Signora Sorbi, voglia salutare per me il suo futuro sposo e dirgli che presto andrò dal suo procuratore Groberg....

GREG. Che, Erminio, tu vorresti?

ERM. ... dal suo procuratore Groberg per sapere a quanto ascende il mio debito.... voglio pagarlo ad usura....

GINA. Ma Erminio, tu sai che ora noi non possiamo.

ERM. (_sempre alla Sorbi_) Le dica che lavorerò con tutte le mie forze, e che se posso condurre a termine la mia invenzione, impiegherò tutto quanto potrò ricavare per pagarlo.

SORBI. (_alzandosi_) Signor Ekdal!... Qui è successo qualche cosa di grave.

ERM. Sì, molto grave, ma molto.

SORBI. Allora mi ritiro, non voglio riuscire importuna. (_a Gina_) Avrei volentieri passato con te un’ora, pazienza, sarà per un’altra volta. (_bacia Gina. Gregorio ed Erminio si inchinano — Gina accompagna la Sorbi fino sull’uscio_) Non uscire Gina.

(_La Sorbi bacia ancora Gina ed esce. Gina chiude l’uscio quindi va a sedersi su una sedia attorno al tavolo colla testa tra le mani_).

SCENA VII.

DETTI _meno la_ SORBI.

ERM. Quando potrò sbarazzarmi di questo debito?

GREG. Speriamo presto, Erminio, speriamo presto.

ERM. (_a Gregorio_) Ti pare che le abbia parlato da senno?

GREG. Sì, come sempre, bravo. (_mettendogli una mano sulla spalla_) Dimmi la verità, Erminio, non ho fatto bene forse a venire?

ERM. Sì, certo.

GREG. Non ho fatto bene a rischiarare il tuo cammino?

ERM. (_seccato_) Sì, certo.... Ma vi è una cosa che mi fa ribrezzo.

GREG. Ed è?....

ERM. Mi permetti di parlare liberamente di tuo padre?

GREG. Sì, sì.... fa pure, pur troppo non posso impedirtelo.

ERM. Ebbene, Gregorio, io penso che fu infame l’azione di tuo padre nel combinare il mio matrimonio.

GREG. (_turbato_) Perchè pensi così?

ERM. Tuo padre e la signora Sorbi, conoscendosi, si sposano, ciò indica un’assoluzione reciproca.

GREG. E con questo?

ERM. Così dovrebbero essere tutti i matrimoni, ma per il mio avvenne ciò?... Tu stesso hai detto che tra marito e moglie deve esservi una confidenza illimitata.

GREG. Sì, e lo sostengo, ma tu non puoi, non devi paragonare tua moglie.... con una donna come quella, mi capisci?

ERM. Dunque non vi è la Provvidenza?

GINA. (_che avrà arrestato il colloquio di Gregorio ed Erminio_) Erminio non parlare così.

GREG. Sì, non entrare in un argomento troppo difficile....

ERM. Del resto il suo destino è già tracciato. Diverrà cieco.

GINA. Ciò non è sicuro ancora.

ERM. No, non v’è dubbio, e qui sì che riconosco la mano della Provvidenza. Egli fece nella sua vita molto male, e Dio lo punisce togliendogli la vista.

GINA. (_alzandosi_) Erminio, non parlare così.... mi fai paura, mi fai paura.

SCENA VIII.

EDVIGE _e_ DETTI.

(_Edvige con cappellino e mantello entra in casa di corsa, trafelata_).

GINA. Sei già qui, angiolo mio?

EDVIGE. Oggi di passeggiare non ne avevo voglia, e ho fatto bene, ho incontrato sull’uscio la signora Sorbi.

ERM. La signora Sorbi? E le hai parlato?

EDVIGE. Sì. Ho fatto male?

ERM. (_passeggiando_) Spero che tu le avrai parlato per l’ultima volta, ricordatene.

(_Breve pausa, durante la quale Edvige guarda Erminio, Gina e Gregorio come per indovinare il loro animo_).

EDVIGE. (_andando da Erminio e accarezzandolo_) Papà!

ERM. Cosa vuoi?

EDVIGE. La signora Sorbi mi ha regalato....

ERM. (_interrompendola_) A te?...

EDVIGE. Sì.... mi ha fatto il suo regalo per domani, sai che è la mia festa domani.

GINA. Berta non ha mai lasciato passare questo giorno senza ricordarsi di Edvige.

ERM. Fammi vedere cos’è.

EDVIGE. No, tu non lo devi vedere, fino a domattina non posso aprire.

ERM. (_irato_) Cosa sono tutti questi sotterfugi?

EDVIGE. (_carezzevole_) Non t’arrabbiare, guarda, è una busta, ma debbo aprirla domani. (_mostra una busta_).

ERM. Una lettera?

EDVIGE. È tutto qui; forse il regalo verrà più tardi. (_avvicinandosi a Erminio_) Guarda, papà, cosa c’è scritto (_segna la busta_) «Alla Signorina Edvige Ekdal.» Capisci, mi danno già della signorina.

ERM. Edvige, dammi quella lettera.

EDVIGE. Eccotela. (_gli consegna la lettera_).

ERM. (_guardando la busta_) Questa calligrafia è del vecchio Werle.

GINA. Ne sei sicuro?

ERM. Guarda tu stessa.

GINA. Oh! io non la conosco.

ERM. Edvige, posso aprirla, posso leggerla?

EDVIGE. A me lo domandi, papà? Fa quello che vuoi.

GINA. Perchè vuoi toglierle una sorpresa? Aspetta domattina, Erminio.

EDVIGE. Ma no, mamma, lasci che legga, se quella lettera contiene una buona notizia, papà sarà contento, e quando lui è contento noi siamo felici, nevvero mamma?

ERM. Dunque posso aprire?

EDVIGE. Sì, sì, papà, sono ansiosa anch’io.

ERM. (_apre la lettera e legge, ma resta attonito, colpito_) Ma che vuol dire ciò?

GINA. (_agitata_) Che c’è di nuovo?

EDVIGE. (_curiosa_) Dimmi presto, papà, cosa dice quella lettera?

ERM. (_continua a leggere, alla fine lascia cadere il braccio, pallido commosso_). È una lettera di donazione, Edvige.

EDVIGE. A me?

ERM. Leggi tu stessa. (_Edvige prende la lettera e va a leggere presso la lampada. Erminio la guarda e tra sè_) Gli occhi!... gli occhi!... e quella lettera.

EDVIGE. (_interrompendo la lettura_) Ma la donazione è per il nonno.

ERM. (_strappandole la lettera di mano si pianta in faccia a Gina_) E tu, comprendi qualche cosa?

GINA. Io non ne so nulla.

ERM. Il vecchio Werle scrive a Edvige che il nonno, mio padre, non ha più bisogno di copiare, che d’ora in avanti riceverà cento corone al mese.

GREG. (_stupito_) Davvero? Ha osato tanto!

EDVIGE. È vero mamma, l’ho letto io, cento corone.

GINA. (_parlando commossa_) Mi pare.... che questa sia una fortuna per il nonno.

Erm.... Cento corone che gli saranno pagate fino all’ultimo giorno di sua vita....

GINA. Ecco assicurata la vecchiaia di quel vecchio.

ERM. Ma Edvige, ma non hai letto avanti, dopo questa donazione passerà in tuo favore....

EDVIGE. (_meravigliata_) A me? A me?... E per qual ragione?

ERM. (_agitato e fissando Gina_) Senti, Gina? Senti?

GINA. (_commossa_) Sì.... sento.

EDVIGE. Tanto denaro a me. (_avvicinandosi ad Erminio_) E non sei contento, papà?

ERM. (_allontanandola_) Contento?... (_passeggia_) Che vita, che vita di tormenti mi si prepara.... ma perchè deve passare la donazione ad Edvige, perchè sì ricco regalo?

GINA. Domani è la sua festa.

EDVIGE. E io certo lo darò a voi. Quel denaro è per te. (_a Erminio_) E per la mamma.

ERM. Per tua madre.... lo so, lo so.

GREG. (_avvicinandosi a Erminio gli parla piano_) Bada, Erminio, ti tende un laccio.

ERM. Perchè dici così?

GREG. Mio padre stamane mi disse: Non credere sia il tuo Erminio l’incorruttibile che credi. Vedrai mi diceva....

ERM.... Che con un poco di denaro lo farò tacere. — Ah! no! ah! no! si sbaglia, sì, gli risponderò.

EDVIGE. (_a Gina_) Mamma, cosa c’è, dimmi che è successo?

GINA. Nulla, va a deporre il mantello, va, Edvige.

(_Edvige, spaventata, commossa, esce per la porta della cucina_).

GREG. E come vuoi rispondergli?’

ERM. Guarda. (_straccia in due pezzi la lettera di Werle e la depone sul tavolo_) Ecco la mia risposta.

GREG. Ne ero sicuro.

ERM. (_va da Gina che è presso la stufa e con voce tremante_) Non più segreti, non più misteri, quando tramasti la relazione.... con lui.... quando cominciasti ad amarmi, almeno quando lo dicevi, dimmi, perchè fu proprio lui che combinò il nostro matrimonio?

GINA. Pensi forse che abbia avuto rapporti con quell’uomo anche dopo la nostra unione?

ERM. No, non lo penso. — Voglio sapere se egli era del tutto scevro da timori....

GINA. Non ti capisco.

ERM. Gina voglio sapere se.... se tua figlia ha il diritto di vivere sotto il mio tetto.

GINA. (_fissandolo_) E me lo domandi?

ERM. Rispondimi Gina, Edvige è mia?....

GINA. (_lo guarda con disprezzo_) Non lo so.

ERM. (_con un urlo_) Miserabile, non lo sai!

GINA. E come può saperlo.... una donna come me?

ERM. (_riuscendo con grande sforzo a dominarsi_) Allora non ho più nulla da fare in questa casa.

GREG. Rifletti, Erminio, prima di agire.

ERM. (_infilandosi il paletot_) Un uomo come me non riflette mai....

GREG. Sei in errore, questo è il caso della riflessione. Voi tre dovete rimanere uniti, tu non hai che una azione da compiere, un’azione generosa, da grande: perdonare.

ERM. No, non lo farò mai! mai! mai!... Dove è il mio cappello? (_trova il cappello e se lo pone in capo_) Non ho più famiglia.... (_con voce piangente_) Gregorio, non ho più figlia....

SCENA IX.

EDVIGE _e_ DETTI.

EDVIGE. (_dalla porta della cucina_) Cosa dici, padre mio, cosa dici?....

GINA. (_a Erminio_) Guardala!

ERM. Non avvicinarti, EDVIGE. Va via, non mi guardare così.... Oh! i tuoi occhi! i tuoi occhi!... Addio. (_corre precipitosamente verso la porta_).

EDVIGE. (_attaccandosi al suo collo_) No, no, non andar via.

GINA. Erminio, guarda la tua Edvige, guardala.

ERM. No.... non voglio.... non posso.... lasciatemi partire, lasciatemi andar via di qui. (_si svincola con forza da Edvige e parte_)

EDVIGE. (_desolata_) Mamma, egli ci lascia.... mamma, egli non torna più, non torna più.... (_si getta singhiozzante sul divano_).

GINA. Edvige, angelo mio, calmati, tornerà, sta quieta, tornerà....

EDVIGE. (_sempre distesa sul divano_) No, no... non ritorna più.... mamma, non ritorna più.

GREG. (_turbato_) Signora Ekdal.... sulla memoria di mia madre, le giuro che non avevo preveduto il male che faccio.

GINA. (_seria_) Io lo credo.... possa perdonarle Dio.

EDVIGE. (_sempre sul divano_) Ne morrò dal dolore.... ma che gli ho fatto io?... Mamma, rendimelo, rendimelo....

GINA. (_risoluta_) Sì, sta tranquilla, lo andrò a cercare, (_si mette in fretta un mantello che era appeso all’attaccapanni e si avvolge sul capo un velo_) Forse è da Relling.... ma non piangere Edvige mia, promettimi di non piangere.

EDVIGE. (_singhiozzando_) Sì, te lo prometto, che se torna.... non piangerò più. (_dà in un scoppio di pianto_).

GREG. (_a Gina che vuol andare_) Lasci prima che il suo dolore abbia uno sfogo. (_accenna a Edvige_).

GINA. (_severa_) Ciò avverrà dopo, ora debbo trovarlo. (_esce_)

SCENA X.

DETTI _meno_ GINA _poi_ GINA.

EDVIGE. (_alzandosi e asciugandosi le lagrime_) Signor Werle, lei mi deve dire tutto. Perchè mio padre non vuole più vedermi?

GREG. Sei fanciulla, e troppo giovane per avere delle spiegazioni.

EDVIGE. (_singhiozzando_) Io voglio sapere di che si tratta... io oramai conosco tutto. (_come colpita da un’idea che la terrorizza_) Forse non sono figlia di mio padre.

GREG. (_commosso_) Chi le ha detto ciò?

EDVIGE. (_piangendo_) Forse sono una trovatella e la mamma l’ha nascosto a mio padre. Ma egli dovrebbe amarmi dippiù, allora, anch’io trovai l’anitra selvatica e pur l’amo tanto!

GREG. (_tentando cambiar discorso_) L’ama dunque la sua anitra?...

EDVIGE. Sì.... ma papà mi disse che vuole uccidere anche lei.

GREG. Non lo farà, stia tranquilla, non lo farà.

EDVIGE. Me l’ha detto. E io che ogni sera, quando dico le mie preghiere prego il buon Dio che abbia a custodire anche la mia anitra.

GREG. (_fissando_) Edvige, lei prega dunque?

EDVIGE. Sì.... mi insegnò a pregare la mamma, quando papà era ammalato; le mie orazioni lo fecero guarire.

GREG. E ora prega per l’anitra?

EDVIGE. È ammalata!

GREG. E Erminio vuole ucciderla.

EDVIGE. No, disse che sarebbe stato meglio per lui l’ucciderla, ma dopo le mie preghiere mi promise di non farle alcun male.

GREG. (_avvicinandosi_) Per suo padre sarebbe capace di sacrificare l’anitra selvatica?

EDVIGE. (_rivoltandosi_) L’anitra?

GREG. Sì, le domando, se per Erminio sacrificherebbe ciò che ha di più caro.

EDVIGE. E lei crede che dopo tal prova mio padre tornerebbe a me?

GREG. Provi, provi.

EDVIGE. (_lentamente_) Sì.... lo proverò.... voglio tentare.

GREG. E ne avrà poi il coraggio?

EDVIGE. Pregherò il nonno di ucciderla con la pistola.

GREG. Provi, ma non dica nulla alla mamma.

EDVIGE. Perchè?

GREG. Non ci comprenderebbe.

EDVIGE. Ebbene domani voglio provare ad uccidere l’anitra io stessa.

(_Gina entra trafelata_).

EDVIGE. (_andandole incontro_) Ebbene, mamma, l’hai trovato?

GINA. No, ma fu da Relling e uscirono insieme.

GREG. Ed andò a cercare compagni, lui che ha tanto bisogno di solitudine?

GINA. (_levandosi il mantello ed il velo, freddamente dice a Gregorio_) Signor Werle non tutti gli uomini pensano egualmente. (_a Edvige_) Chissà dove Relling e Molvik l’hanno condotto, fui alla bettola delle Oseksen ma non c’erano.

EDVIGE. (_a stento frenando le lagrime e con voce canzonatoria_) Mamma, e se non ritornasse più in casa?

GREG. (_risoluto_) No, ritornerà, ritornerà. — Dorma tranquilla Edvige, domani ricondurrò suo padre a casa. — Buona notte. (_esce_).

EDVIGE. (_si butta al collo di Gina singhiozzando_) Mamma, mamma, perchè se n’è andato?

GINA. (_la bacia, l’accarezza e dice tra sè_) Relling aveva ragione. (_guarda Edvige_) Ecco che si guadagna a mettersi dei pazzi e dei visionari in casa. (_bacia Edvige che continua a singhiozzare_)

FINE DELL’ATTO QUARTO.

ATTO QUINTO.

_Stessa scena degli atti precedenti. — È mattina, le vetriate sono cariche di neve._

SCENA I.

EDVIGE _e_ GINA _poi_ VECCHIO EKDAL.

_Edvige viene dalla porta d’entrata, avrà in capo uno scialle di lana pesante che subito depone. — Gina esce dalla cucina e attraversa la scena dirigendosi verso sinistra con una scopa in mano. — Gina deve avere un gran grembiale_.

GINA. (_fermandosi_) Ebbene?

EDVIGE. Credo che sia da Relling. La fruttivendola di faccia lo vide rincasare questa mane in compagnia di due uomini.

GINA. Me lo immaginavo. — Sei tranquilla?

EDVIGE. Un poco, ma si vede che con noi non vuole più tornare.

GINA. Calmati, se è da Relling voglio scendere e parlargli.

(_Il vecchio Ekdal appare sulla soglia della sua stanza in veste da camera fumando la pipa_).

EKDAL. Erminio non è in casa stamattina?

GINA. (_imbarazzata_) No.... deve essere uscito.... uscito per affari....

EKDAL. Così presto, con un tempo simile?... Comincia presto quest’anno a nevicare. — Edvige oggi è la tua festa, baciami (_la bacia_) ma poi, ma poi.... quando verrà tuo padre.... Edvige, aiutami ad aprire, voglio vedere come sta l’anitra selvatica. (_apre un battente del solaio, Edvige l’aiuta ad aprire l’altro ed entra, Edvige richiude la porta_).

EDVIGE. (_sottovoce a Gina_) Pensa, mamma, se il nonno sapesse.... se sapesse che ci ha abbandonati.

GINA. Il nonno non deve sapere nulla, fu una vera fortuna che lui ieri sera non fosse presente.

EDVIGE. Sì.... forse....

SCENA II.

GREGORIO _e_ DETTI, _poi_ RELLING.

GREG. (_da sinistra_) Ebbene, nessuna notizia?

GINA. Crediamo che sia da Relling.

GREG. Da Relling? Ed è uscito con lui? Con quello scapestrato, lui che aveva tanto bisogno di solitudine per concentrarsi, per prendere una seria deliberazione?

GINA. È vero, è vero.

(_Relling entra dalla porta di destra, Edvige che era vicino alla stufa lo vede e gli va incontro correndo_).

EDVIGE. Papà è da lei, mi dica è da lei?

GINA. (_ansiosa_) Relling, ci tolga da questa incertezza.

RELLING. È da me.

EDVIGE. E non ha nulla da dirci? Come sta?

RELLING. Credo che stia bene. Ho dovuto stare finora da Molvik che più ubbriaco del solito, non voleva addormentarsi, temevo che non si avesse a buttare....

GINA. Ma Erminio cosa dice?

RELLING. Non dice nulla.

EDVIGE. Non ha mai parlato?

RELLING. Da ieri non ha aperto bocca.

GREG. Lo capisco, è naturale.

RELLING. Ora si è buttato sul divano per dormire un poco.

EDVIGE. Come può dormire lui? Io ho pianto tutta la notte.

GINA. Lui non sta mai fuori di notte.

EDVIGE. Forse, mamma, è un bene per lui dormire, non lo credi?

GINA. Speriamolo, per ora non lo voglio disturbare. (_stende la mano a Relling_) Grazie, Relling, grazie. — Vieni, Edvige, andiamo a mettere in ordine la casa.

(_Edvige e Gina entrano da una porta di sinistra_).

SCENA III.

RELLING _e_ GREGORIO.

GREG. (_a Relling_) E lo stato morale di Erminio come va?

RELLING. Non mi accorsi mai che soffrisse nel morale.

GREG. Non si prendono serie risoluzioni senza una seria ragione.... un uomo poi come Ekdal.

RELLING. Lo credete dunque qualche cosa di straordinario?

GREG. Erminio ha avuto un’educazione....

RELLING. Vi prego non parliamo, volete parlare delle sue due zie isteriche e mezze matte?

GREG. Relling, io le conobbi e so che erano due angeli di donna; che ad Erminio coltivarono sopratutto il cuore.... ma lei certe cose non le comprende, ride su tutto.

RELLING. Non sono disposto ora. Del resto io so che quelle due pulzellone mi hanno fatto di Ekdal un uomo tutto rettorico, e che del mondo non sa nulla. Erminio ha avuto una disgrazia, quella d’essere stato sempre considerato dai suoi come un uomo superiore.

GREG. E non lo è forse? Il suo animo è nobile....

RELLING. (_interrompendo_) Può essere, io non me ne sono mai accorto. Che suo padre lo creda, passi, fu sempre un grande ingenuo.

GREG. No, fu sempre un uomo buono.

RELLING. Come vuole... quando Erminio Ekdal con fatiche e stenti, riuscì ad essere studente, era già considerato fra i suoi camerati, quale un genio del domani. Era un giovane bello ed attraente. Bianco e rosso; uno di quei giovanetti che piacciono alle fanciulle adolescenti, e poichè aveva l’animo facile alla commozione e la voce insinuante e sapeva magnificamente declamare i versi e i pensieri degli altri...

GREG. (_con amarezza_) Ma è proprio di Erminio Ekdal che lei parla?

RELLING. (_senza scomporsi_) Sì, se lei me lo permette.... Ekdal è malato, ed anche lei è malato.

GREG. Io?

RELLING. Sicuro, è affetto da una esagerata febbre dell’onestà. Lei poi, è sempre in caccia di un idolo da poter adorare, e non avendo trovato nella sua famiglia, vicino a sè, l’uomo perfetto che sogna, lo va, nuovo Diogene, cercando nelle case degli altri.

GREG. Pur troppo io vivevo in un ambiente viziato.

RELLING. Ed ora se crede aver trovato in Ekdal la «mosca bianca» si sbaglia, si sbaglia.... anche questo è un ambiente viziato, qui le sue idee di perfezione non attecchiscono, creda a me, non attecchiscono.

GREG. E allora, se ha di Erminio sì cattiva opinione, perchè continua a vivere con lui?

RELLING. Dio mio, io sono medico, non ho ammalati è ben giusto che mi occupi della salute dei miei vicini.

GREG. Erminio dunque è ammalato?

RELLING. Come tutti gli uomini.

GREG. E come lo cura?

RELLING. Col mio solito metodo, lo illudo, maschero la vita reale.

GREG. Maschera la vita reale?

RELLING. Sì, caro mio visionario, non si è felici che colla menzogna, tutto è menzogna.

GREG. E qual è la menzogna che dovrebbe sostenere Erminio?

RELLING. Questo poi non glielo dico. Lei è capace di far rovinare tutta la mia opera. — Il mio metodo è infallibile e Molvik ne è una prova. L’ho persuaso che il suo corpo rinserra uno spirito maligno che lo trascina al male, e l’ho salvato, quell’uomo disprezzava tanto sè stesso, che senza me a quest’ora da anni sarebbe sotto terra. — Ma senza il mio metodo che sarebbe del vecchio luogotenente Ekdal?

GREG. (_stupito_) Anche il vecchio Ekdal?

RELLING. Sì, egli era infelice perchè non aveva più boschi, egli era dominato da una idea terribile che lo avrebbe ucciso, temeva della vendetta della foresta; ora questo intrepido cacciatore d’orsi si è calmato, caccia in un solaio con una vecchia pistola galline e conigli, con la stessa passione con cui cacciava i fagiani e le fiere, e i vecchi e secchi alberi del Natale ora li ama più che non le annose piante del suo caro bosco di Hördal. Ora non teme più la vendetta della foresta.