Part 3
GREG. Non c’è buon senso in quello che dico. (_dopo breve pausa_) Domattina verrò qui ad installarmi nel mio nuovo alloggio. (_a Gina_) Stia tranquilla, non le darò troppa noia. (_a Erminio_) Riprenderemo il nostro discorso domani. Buona notte. (_a Edvige_) Buona notte, cara fanciulla.
GINA. Buona notte, signor Werle.
EDVIGE. E buon riposo.
ERM. (_che sarà andato alla scansia ed avrà accesa una candela_) Aspetta ti faccio lume per le scale. (_Gregorio saluta ancora quindi esce con Erminio_).
GINA. (_come parlando fra sè_) Che strano discorso fece!
EDVIGE. Per me, mamma, credo alludesse a qualche cosa.
GINA. (_scossa_) Come sarebbe a dire?
EDVIGE. Almeno così mi parve.
ERM. (_Erminio rientra spegne la candela_) Finalmente posso mangiare un sandwich. (_prende un sandwich sulla tavola e lo mangia_) Vedi Gina cosa è mai il caso.
GINA. A proposito di che?
ERM. Non è una fortuna quella di aver trovato d’affittare la stanza? A chi poi? Al mio migliore amico, al caro Gregorio.
GINA. Hai ragione.
EDVIGE. Mamma, ora papà non sarà più di cattivo umore, eh?
ERM. (_a Gina_) Sei curiosa davvero? Fino ad oggi cercavi per mare e per terra di affittarla, e adesso sembri malcontenta.
GINA. Cosa vuoi Erminio, fosse almeno un altro. Che dirà suo padre?
ERM. Il vecchio Werle? Ciò non mi riguarda.
GINA. Se egli lascia la casa patema, certo tra loro è sorta una lite, e tu sai quanto noi dobbiamo essere riconoscenti al vecchio Werle.
ERM. Sì, ma....
GINA. ... E ora potrà credere che tu l’abbia consigliato alla ribellione.
ERM. (_alzando le spalle_) Creda quello che vuole; fece molto per me, lo riconosco, non sono un ingrato, ma non per questo ho da rendermi schiavo per tutte le mie azioni.
GINA. E se il vecchio, per vendicarsi, togliesse a tuo padre il poco lavoro che gli dà.
ERM. Quasi lo desidererei, mi umilia vedere mio padre accattonare del lavoro.... (_prende un altro sandwich_) Lo renderò indipendente un giorno.
EDVIGE. Sì, fallo papà, fallo, te ne sarò grata anch’io.
GINA. Parla più basso, non lo svegliare.
ERM. (_a voce più bassa_) Arriverà il giorno in cui potrò obbligare mio padre a respingere il lavoro dei Werle. (_guardando commosso suo padre_) Povero vecchio, padre mio, sta sicuro che il tuo Erminio è forte, lavora, e lavorerà sempre, fino a che un giorno tu potrai svegliarti e.... (_a Gina_) Non ci credi tu forse?
GINA. (_alzandosi_) Sì che lo credo, solo bada di non svegliarlo ora, guardiamo piuttosto di condurlo in stanza sua.
(_Cautamente spingono la poltrona in camera del vecchio Ekdal, mentre che Edvige prende sul tavolo la lampada e fa loro lume_).
FINE DELL’ATTO SECONDO.
ATTO TERZO.
_La scena del secondo atto. Sono calate le tende delle vetriate del soffitto. È il mattino._
SCENA I.
ERMINIO — GINA ED IL VECCHIO EKDAL.
(_Erminio è seduto al tavolo e sta ritoccando delle fotografie. Molte altre gli stanno davanti. Dopo qualche secondo dall’alzata del sipario entra Gina in cappello e mantello, e con un cesto coperto sotto il braccio_).
ERM. Sei già qui Gina?
GINA. Mi sono affrettata, non c’è tempo da perdere (_posa la cesta su una sedia e si leva mantello e cappello_).
ERM. Sei andata a vedere se Gregorio abbisogna di qualche cosa?
GINA. Sì, ma sai che il tuo Gregorio è un grande originale?
ERM. Che intendi dire?
GINA. Dice che sa fare ogni cosa da sè e volle accendere la stufa, dimenticandosi di aprire la valvola, in modo che la stanza si è ben presto empita di fumo; c’era un odore tale! (_Erminio sorride_) Poi volendo spegnere il fuoco ci rovesciò sopra una secchia d’acqua e m’ha inondato tutto il pavimento.
ERM. Questo non è piacevole.
GINA. Ho dovuto chiamare quella donna che sta abbasso, per farle pulire il suolo; ma fino a mezzogiorno, per lo meno, in quella stanza non ci si entra.
ERM. E lui che ha fatto?
GINA. Voleva uscire.
ERM. Mentre eri fuori fui da lui un momento.
GINA. Sì, lo so, me lo disse lui, mi disse anche che l’avevi invitato a colazione.
ERM. A una colazione da poco, frugale, molto frugale; ero in obbligo di farlo. E poi tu non hai mai la dispensa sfornita del tutto.
GINA. Allora vado a vedere cosa ho. (_si avvia verso la cucina_)
ERM. Bada di non fare troppo poco.... Credo che abbiano a venire anche Relling e Molvik; li ho incontrati sulle scale e non potevo....
GINA. Dunque avremo a colazione anche quei due?
ERM. Due amici.... non è gran che.
EKDAL. (_sporgendo il capo dalla sua porta_) Dimmi Erminio io ti devo parlare.... (_vedendo Gina cambia tono_) Bene, bene.... Più tardi..... C’è tempo, c’è tempo.
GINA. Nonno cosa vuole?
EKDAL. Nulla, nulla. (_brontolando richiude l’uscio della sua stanza_)
GINA. (_prendendo il cesto_) Bada non abbia ad uscire.
ERM. Sta tranquilla.... senti dovresti preparare un’insalata di aringhe, tanto Relling che Molvik ne sono ghiotti.
GINA. Vedrò, vedrò, lascia fare a me. Purchè non capitino qui troppo presto.
ERM. C’è tempo, fa pure il tuo comodo.
GINA. Meglio, tu potrai lavorare un poco.
ERM. Non vedi? Lavoro più che posso.
GINA. Se puoi finire prima di colazione poi non ci pensi più e sei libero per fare quello che vuoi. (_va in cucina_)
SCENA II.
ERMINIO — VECCHIO EKDAL _poi_ GINA.
(_Pausa durante la quale Erminio lavora sempre seduto al suo tavolo, ma deve lavorare svogliatamente_).
EKDAL. (_sporge la testa dalla sua stanza, guarda che non ci sia nessuno e a voce bassa_) Hai fretta?
ERM. Sì, temo già d’arrabbiarmi con questa benedetta fotografia.
EKDAL. Se hai fretta non ti disturbo, non ti disturbo. (_rientra lasciando la porta aperta_)
ERM. (_torna a lavorare ma dopo alcuni secondi posa il pennello rivolgendosi verso la stanza di Ekdal_) Papà? papà?
EKDAL. (_da dentro_) Ora sono io che ho fretta, sono io. (_brontola parole inintelligibili_)
ERM. Fa quello che vuoi. (_torna al lavoro_)
EKDAL. (_sulla soglia dell’uscio_) Del resto poi, Erminio, una grande fretta io non l’ho.
ERM. Credevo tu fossi seduto a scrivere.
EKDAL. Al diavolo anche Groberg! Un giorno o due potrà bene aspettare e....
ERM. E tu poi, non sei uno schiavo.
EKDAL. Ti ho da parlare a proposito dell’anitra.
ERM. Vuoi andarci? Vuoi che t’apra l’uscio?
EKDAL. Sì, mi fai un piacere.
ERM. (_si alza e apre i due battenti del solaio_) Anche questo è finito.
EKDAL. Sicuro, hai ragione, per domani ha da essere finito tutto.
ERM. Già, domani. (dal solaio aperto vedesi nel fondo la luce del sole, mentre vedonsi galline per terra che razzolano e piccioni che volano).
ERM. Entra dunque, cosa aspetti?
EKDAL. (entrando) E tu?
ERM. Credi forse.... (scorgendo Gina che s’affaccia alla porta della cucina) Io? Non ho tempo, ho da lavorare. Ma con questa luce!... (abbassa una tenda che copre l’entrata al solaio; la tenda sarà di vecchia e grossa tela nel fondo, ma la parte superiore è formata da una rete, per modo da potere vedere, stando in piedi nel solaio, andando al tavolo) Mi lasciassero almeno in pace cinque minuti.
GINA. Volle entrare là.... Farò del rumore poi.
ERM. Sarebbe stato meglio, quasi, fossi sceso, per un poco alla bettola. (sedendosi) Vuoi qualche cosa?
GINA. Volevo domandarti se ho da apparecchiare qui per la colazione.
ERM. Se venisse qualche cliente oggi?
GINA. Non verranno che quei due sposi che vogliono farsi fare il ritratto.
ERM. (arrabbiato) Non potevano scegliere un altro giorno?
GINA. Ma non verranno prima della una, e a quell’ora tu dormi.
ERM. (calmandosi) Allora tutto va bene (Erminio durante queste battute ha lavorato sempre)
GINA. Mi raccomando lavora, di questa tavola non ho bisogno; apparecchierò su questa di mezzo.
ERM. (seccato) Mi pare che lavoro a faccio tesoro dei minuti.
GINA. (con voce dolce) Io faccio presto, dopo sei libero. (ritorna in cucina)
EKDAL. (sulla porta del solaio, ma sempre dietro la rete) Erminio?
ERM. Che c’è?
EKDAL. (_c. s._) Credo che se spingessi in là la tinozza.
ERM. È un pezzo che tu lo dicevi.
EKDAL. (_brontolando si allontana dall’uscio_)
ERM. (_continua a lavorare ma guarda di sottocchi il solaio, poi fa per alzarsi ma vedendo Edvige torna a sedersi prestamente_)
SCENA III.
ERMINIO _ed_ EDVIGE.
ERM. (_a Edvige_) Cosa vuoi?
EDVIGE. Volevo salutarti papà.
ERM. (_dopo una breve pausa_) O sei forse venuta per assicurarti di ciò che io faceva? Hai forse da fare la guardia?
EDVIGE. (_con forza_) Io papà? No!...
ERM. (_sempre lavorando_) Cosa fa la mamma.
EDVIGE. Prepara l’insalata di aringhe. (_avvicinandosi a Erminio_) Vuoi che ti aiuti in qualche cosa?
ERM. No, no; è molto meglio che faccia tutto da me. Di te non c’è bisogno, almeno fino a che sarò sano.
EDVIGE. Non dire queste cose. (_gira per la stanza fino a che giunta al solaio s’alza sulla punta dei piedi per vedere, attraverso la rete nell’interno_)
ERM. (_che l’avrà seguita cogli occhi_) Cosa fa?
EDVIGE. (_senza rivoltarsi e sempre guardando_) Scava il terreno, procura di fare un muro canale per l’acqua della tina.
ERM. (_lavorando_) Da solo, non ci riescirai mai piùl Male.... Io ho da lavorare.
EDVIGE. (_avvicinandosi_) Dammi il pennello, papà sono capace anch’io.
ERM. No.... per guastarti la vista.
EDVIGE. Esagerazioni.... Dammi il pennello.
ERM. (_alzandosi_) Già non si tratta che di due minuti.
EDVIGE. Non avere furia. (_si siede al posto di Erminio, prende il pennello e si mette a lavorare_) È cosa facile, c’è anche il modello.
ERM. Ma non stancarti gli occhi.... Sei tu nevvero che hai voluto?... In cinque minuti ho finito.
EDVIGE. (_lavorando_) Non dubitare, non dubitare.
ERM. (_guardandola lavorare_) Sei molto brava, brava EDVIGE. Circa due minuti eh? (_alza la tenda ed entra nel solaio, Edvige al tavolo lavora, si sentono Ekdal e Erminio che disputano_)
ERM. (_alzando la tenda e sporgendo il capo_) Edvige dammi quella tenaglia che è sulla scrivania. (_volgendosi entro il solaio_) Lascia fare da me, papà, lascia fare da me.
EDVIGE. (_s’alza e dà la tenaglia a Erminio_)
ERM. Grazie.... Fu una fortuna che venissi, se no me ne faceva una grossa. (_ritira il capo, entra nel solaio_)
(_Edvige guarda un poco attraverso la rete poi torna a lavorare, intanto hanno picchiato all’uscio, Edvige non si accorge_).
SCENA IV.
EDVIGE _e_ GREGORIO.
GREG. (_dal di dentro_) Si può....
EDVIGE. (_s’alza e andando ad incontrarlo_) Buon giorno signor Gregorio.
GREG. (_entrando_) Buon giorno EDVIGE. (_s’ode picchiare nel solaio_) Avete gli operai in casa?
EDVIGE. (sorridendo) Il papà e il nonno sono di là che lavorano. Ora avviso papà. (_si avvia verso il solaio_)
GREG. No, aspetto volontieri. (_si siede sul divano_)
EDVIGE. C’è un disordine qui. (_fa per ritirare le fotografie dal tavolo_)
GREG. Le lasci pure. (_prendendone una_) Hanno da essere ritoccate?
EDVIGE. Sì, tento di aiutare papà.
GREG. Lavori; non faccia complimenti per me.
EDVIGE. Grazie. (_torna a sedere al tavolo e lavora, Gregorio la guarda, nel solaio continuano a battere_)
GREG. (_dopo breve pausa_) L’anitra selvatica ha dormito bene questa notte?
EDVIGE. (_lavorando_) Credo di sì, grazie.
GREG. E ci sta spesso lei con l’anitra?
EDVIGE. Tutti i momenti liberi che ho.
GREG. Non ne ha dunque molti? Non va più a scuola?
EDVIGE. Ora non più; babbo non vuole, teme che mi si guasti la vista.
GREG. Erminio dunque l’istruisce?
EDVIGE. Me l’aveva promesso ma non trova mai il tempo.
GREG. Dunque nessuno l’aiuta?
EDVIGE. Ci sarebbe il signor Molvik.... Ma spesso.... Ha la testa.... Non troppo a segno.
GREG. Si ubbriaca?
EDVIGE, (_sorridendo_) Sì, e spesso...
GREG. E là dentro. (_accenna al solaio_) C’è un piccolo mondo.
EDVIGE. Sicuro, e poi vi sono tante altre cose, tra le quali un vecchio armadio ripieno di libri, e molti sono illustrati.
GREG. Ah, sì?
EDVIGE. In un altro cassone ho tra le altre cianfrusaglie, un gran pendolo con due figure, ma l’orologio non va.
GREG. Il tempo si è fermato lì dentro, presso l’anitra selvatica.
EDVIGE. E poi scatole di colori.... Giornali, riviste.... Ma ciò che a tutto preferisco sono quei libri.
GREG. Ne ha letti qualcuno?
EDVIGE. Tutti.... tutti quelli che non sono scritti in lingua straniera. Peccato che la maggior parte sieno inglesi e per me illeggibili. Tra gli altri c’è un libro, la «Storia di Harryson» quello è il mio favorito. È vecchio sa, avrà più di cento anni, ma le incisioni ci sono a centinaia; la prima rappresenta la Morte; una eterea figura avvolta in veli neri, e che ha in una mano l’orologio a polvere, nell’altra una falce; dietro a lei procede lentamente l’Oblìo. Ma ivi ci sono dei bei castelli, delle battaglie.
GREG. E dove Erminio ha trovato questi libri?
EDVIGE. Una volta abitava da noi un vecchio capitano, che ne empì la casa con i suoi stracci, ma un bel giorno il vecchio è uscito e non fu più visto rincasare. Mi ricordo che lo chiamavano «l’augello olandese». Non seppi mai la ragione di questo nomignolo.
GREG. E quando contempla quei bei castelli, quei giardini, non le viene mai l’idea di vedere da vicino questo mondo, questo gran mondo, che turbina vicino a lei, fanciulla mia?
EDVIGE. Io no! Io voglio restare sempre con mio padre e con mia madre! (_si pone al lavoro, breve pausa_).
GREG. È brava per ritoccare le fotografie?
EDVIGE. È roba da poco, questa, ma mi piacerebbe tanto sapere fare delle belle incisioni, simili a quelle dei libri inglesi.
GREG. E di ciò che dice Erminio?
EDVIGE. Non vorrebbe, e io non glielo chiedo. Si figuri, voleva che io imparassi a fare i panieri di giunchi. Che idea bizzarra eh?
GREG. Sì, bizzarra.
EDVIGE. Però papà non ha torto, ora avrei potuto fare un paniere per la mia anitra selvatica.
GREG. (_sorridendo_) Ah! Lei è l’unica proprietaria.
EDVIGE. Siccome talvolta permetto a babbo e al nonno di abbracciarla.
GREG. E che le fanno essi?
EDVIGE. Loro fabbricano la sua casina; badano che non le manchi l’acqua.
GREG. Capisco l’anitra selvatica. (_accennando al solaio_) È là, la bestia di maggior riguardo.
EDVIGE. Certamente; non è facile sa, che un selvatico possa vivere quando è rinchiuso! — Poveretta fa compassione, là. Ci è sola, sola.
GREG. (_sorridendo_) Non ha una famiglia.... come i conigli per esempio.
EDVIGE. Sicuro. E poi la poverina vede le galline, i loro pulcini e lei non ha nessuno, fu strappata dal suo mondo; delle altre bestie che sono là, nessuno la conosce, tutti la guardano con diffidenza, nè osano accostarsele.
GREG. E la poverina poi, fu già in fondo al mare; ella scese quell’abisso il cui accesso è a noi vietato: ella là vi aveva cercato, vi sperava la morte e non vi trovò invece che il servaggio, la schiavitù.
EDVIGE. (_lo guarda un poco stupita_).
SCENA V.
GINA _e_ DETTI.
GREG. (_vedendo Gina che viene dalla cucina con tovaglie e piatti, si alza_). Buon giorno, venni troppo presto, eh?
GINA. Tutt’altro, tra poco è servito tutto. Edvige sgombrami quel tavolo. (_accenna a quello di mezzo, Edvige obbedisce e Gina intanto comincia a preparare la tavola, Gregorio siedesi sul divano e sfoglia un album che è sull’altro tavolo_).
GREG. (_a Gina_) Dunque anche lei, signora Ekdal, sa ritoccare le fotografie?
GINA. (_continuando a preparare la tavola_). Sicuro, un pochino.
GREG. È un vantaggio per Ekdal, ora che si mise a fare il fotografo.
EDVIGE. (_portando seco in fondo una macchina fotografica_) Anche mamma sa fotografare.
GINA. Dovetti bene imparare a fare qualche cosa.
GREG. Dunque è lei che fa tirare innanzi lo studio?
GINA. Quando Erminio non v’è.
GREG. Il vecchio padre, m’immagino, l’occuperà molto.
GINA. Sì, e poi Erminio è un uomo che si avvilisce a mettersi al servizio del primo venuto che vuol farsi fotografare.
GREG. Ma giacchè ha abbracciato questa carriera....
GINA. Cosa vuole? Erminio non è un uomo comune.
GREG. Lo capisco ma... (_viene bruscamente interrotto da un colpo d’arma da fuoco esploso nel solaio, alzandosi di botto_) Che è ciò?
GINA. (_seccata_) Ed ora cominciano a tirare!
EDVIGE. Cacciano i conigli.
GREG. (_sorridendo_) Oh bella! (_avvicinandosi al solaio a voce alta_) Erminio va a caccia.
SCENA VI.
ERMINIO _e_ DETTI.
ERM. (_dietro la rete_) Sei già qui? Scusa non ti ho sentito. E tu Edvige non m’hai avvisato subito. (entra in scena)
GREG. Impiantasti un bersaglio nel solaio.
ERM. (_mostrando una vecchia pistola a due canne_) Con questo ferravecchio.
GINA. Voi altri due farete del male a qualcuno con la vostra pistola.
GREG. (_sorridendo_). Ti sei dunque dato alla caccia?
ERM. (_sorridendo_) Ogni tanto ammazzo qualche coniglio per divertimento.
GREG. Gli uomini sono singolari ma i loro divertimenti sono più singolari ancora.
ERM. È vero.... Abbiamo la fortuna di non avere vicini; non disturbiamo nessuno. (_mette la pistola in un cassetto della scansia_) Edvige bada di non toccarla, una canna è ancora carica.
GREG. (_Guardando attraverso la rete nel solaio_) Hai anche un fucile da caccia?
ERM. Un vecchio schioppo di papà, ma non serve più a nulla per quanto quel povero vecchio perda delle intere giornate per pulirlo.
EDVIGE. (_avvicinandosi a Gregorio_) Ora potete vedere bene l’anitra selvatica.
GREG. (_guardando sempre_) È bella, ma perchè tiene quell’ala così distesa?
ERM. Vi ricevette i pallini di tuo padre.
GREG. Ma trascina anche una zampa?
ERM. Un poco.
GREG. Fu la zampina che il cane gli ha addentato nel portarla a me.
ERM. È meraviglioso che dopo un colpo di fucile, che dopo essere stata addentata da un cane abbia da stare ancora benone, nevvero?
GREG. Già.
GINA. (_che si sarà sempre occupata nell’apparecchiare la tavola andando e venendo dalla cucina_) Povera bestia, e dopo essere stata anche nel fondo del mare.
ERM. Ebbene si va a tavola?
GINA. Tra pochi minuti. Edvige vieni ad aiutarmi. (_Edvige e Gina vanno in cucina_)
SCENA VII.
GREGORIO _e_ ERMINIO.
ERM. (_a Gregorio che guarda sempre nel solaio gli dice a mezza voce_) Scusa Gregorio; non guardare ciò che mio padre fa, gli dai soggezione tu, ed è capace di fare qualche malanno. (_alza la tenda del solaio e vedesi il vecchio Ekdal chino che lavora, una gallina tenta entrare in scena_) Via, via, cosa fa qui lei, torni al pollaio. (_chiude i battenti dell’uscio_) Se non chiudo, queste benedette galline m’entrano nello studio e Gina non vuole.
GREG. Tu, dunque, fai quello che vuole tua moglie?
ERM. Lascio a lei la direzione della casa, così io posso ritirarmi e riflettere su cose molto più importanti.
GREG. E sarebbero queste cose importantissime?
ERM. Non te lo dissi ancora, lavoro assiduamente ad una mia invenzione. Non ne hai mai inteso parlare?
GREG. Mai.
ERM. È naturale, vivendo sempre alle miniere.
GREG. E l’hai finita?
ERM. Non ancora, ma sono già molto, molto avanti. Io non potevo sacrificarmi per tutta la vita a fare il fotografo.
GREG. Mi diceva ciò anche tua moglie, pochi momenti or sono.
ERM. Io giurai di elevare quest’arte a scienza, ecco lo scopo della mia invenzione.
GREG. E in che consiste?
ERM. Troppo tempo ci vorrebbe per spiegarla tutta, del resto credo che non sia la vanità che mi spinge, nè il desiderio di lucro, è per raggiungere lo scopo della mia vita.
GREG. Lo scopo della tua vita?
ERM. Dimentichi tu mio padre?
GREG. E come c’entra con la tua invenzione?
ERM. Voglio che il nome degli Ekdal torni ad essere onorato.
GREG. Nobile scopo.
ERM. Voglio salvare questo naufrago; egli ha sofferto troppo dal giorno in cui il giudice per la prima volta l’interrogò. — Hai visto poco fa quella pistola, con la quale noi tiravamo ai conigli; essa, vedi, ebbe una gran parte nella tragedia della nostra vita.
GREG. Quella pistola?
ERM. Quando il verdetto dei giurati condannò il luogotenente Ekdal alla galera, egli impugnò quell’arma, deciso di finirla con la vita....
GREG. Ebbene?
ERM. Non ne ebbe il coraggio. Fu un vile. Perduto, non gli rimaneva che di uccidersi. — Mi comprendi, Gregorio? Egli si vide crollare e avvenire e speranze di gloria, tutto. Comprendi tu, come un uomo in tali condizioni abbia preferito la vita alla morte?
GREG. Io sì lo comprendo.
ERM. E io no. Più tardi.... Egli era in galera.... E io ero solo, solo al mondo.... Oh! Quelli furono tristi anni, Gregorio; un giorno vinto dal dolore, mi chiusi in camera mia e mi puntai quella pistola al petto, ma.... il sole che entrava nella mia camera, il profumo primaverile che dalle finestre aperte saliva fino lassù alla mia stanzetta, il rumore delle voci argentine dei bambini arrivavano al mio orecchio, fecero sì che il mio braccio ricadde.... Che il colpo non partisse. Fui vile.... Io non so cosa provassi allora, non comprendevo che altri avessero a ridere mentre io piangevo; mi sentivo solo, abbandonato, dimenticato da tutti.... Volevo uccidermi, capisci.
GREG. (_triste_) Anch’io ho provato ciò quando è morta la mia povera mamma.
ERM. Perchè non ho sparato?! Rimasi in vita.... ma credimi ci vuol del coraggio anche per preferire la vita alla morte.
GREG. È vero, è vero.
ERM. Del resto fu pel mio meglio, se riesco a compiere la mia invenzione, e il Relling crede che ci riuscirò presto, allora una sola cosa domanderò al governo: che si permetta al mio vecchio padre, di rivestire la sua divisa d’ufficiale.
GREG. Egli desidera dunque?...
ERM. Di indossare ancora la sua uniforme. Quando in casa celebriamo qualche festicciuola egli indossa la sua uniforme ed è felice, ma se per caso alcuno picchia alla porla, egli per quanto lo permettono le sue vecchie gambe corre nella sua stanza.... Sempre, capisci, non può, se tu potessi vedere quanto soffro io allora, è uno strazio all’animo di un figlio.
GREG. E quando speri avere finito questa invenzione?
ERM. E come puoi chiedere ciò ad un inventore? Tutto dipende dall’ispirazione, quanto non fai in due mesi puoi compierlo in pochi minuti, tutto dipende da un’idea, da un ispirazione.... puoi forse calcolare quando essa verrà?
GREG. Ma vai avanti, almeno.
ERM. Sicuro che vo avanti, io mi occupo costantemente della mia invenzione e molte sono le notti che passo in camera mia, dinanzi al tavolo studiando.
GREG. (_accennando al solaio_) E tutte quelle bestie non ti distraggono troppo?
ERM. No, tutt’altro.... Di qualche distrazione ho pure diletto anch’io.... eppoi quando le ispirazioni vogliono venire, vengono lo stesso.
GREG. Erminio, la tua vita ha molti punti di contatto con quella della tua anitra selvatica.
ERM. Non ti capisco.
GREG. Anche tu scendesti fino al fondo, anche tu ti aggrappasti, disperato, deciso di morire alle alghe.
ERM. Vuoi tu forse alludere a quel colpo, che come l’anitra, ferì mio padre, e che ricadde poi su me?
GREG. No, non voglio che tu ne sia stato ferito; ma senza accorgertene sei caduto in un pantano, senza accorgertene sei attaccato da una malattia lenta che ti costringerà a morire nell’oscurità.
ERM. (_risentito_) Io? Io morire nell’oscurità? (_con un sorriso_) No, no.... non dire così.... sono sciocchezze.
GREG. Forse.... perchè io ho giurato di portarti ancora dove l’aria è pura. Ora ho anch’io uno scopo.... lo trovai ieri.
ERM. Nè io ti cerco quale sia. Solo mi preme farti osservare che ora io non sono infelice, che le gioie che un uomo può desiderare io ora le ho.
GREG. Il veleno si è già impadronito di te, Erminio.
ERM. Ti prego, Gregorio, non mi parlare così di lenta malattia, nè di veleno. Di simili cose disgustose in casa mia non ne parliamo mai.
GREG. Lo credo, lo credo.
ERM. Qui non vi sono emanazioni malsane come tu credi; nella casa del povero fotografo il letto è basso, la vita è modesta, ma egli è il solo sostegno della sua famiglia, egli è anche un inventore.... ma non parliamo più di ciò; guarda, viene la colazione.
SCENA VIII.
GINA — EDVIGE — RELLING — MOLVIK _e_ DETTI _poi il_ VECCHIO EKDAL.
(_Edvige porta tazze di birra, bottiglia di birra e d’acquavite con bicchieri. Gina del rostbeaf e dell’insalata di acciughe, formaggio, frutta, che mettono in tavola. — Relling e Molvik entrano il primo in giacca, il secondo in abito nero, lungo, da pastore, ambedue senza cappello_).