Chapter 2 of 6 · 3988 words · ~20 min read

Part 2

_Laboratorio fotografico di Erminio Ekdal — La stanza è una specie d’ampio abbaino, va cioè il soffitto abbassandosi verso il fondo; il tetto all’estremità è a vetriate con tende bleu. — In fondo una porta doppia che si apre spingendola ai lati. — A destra due porte; quella in fondo, d’entrata; quella avanti, conduce alle stanze degli Ekdal, tra le due porte un tavolo e un divano. A sinistra due porte, tra queste una stufa di ghisa. Il laboratorio è semplice ma comodo. — Un tavolo in mezzo, una vecchia poltrona dinnanzi alla stufa, in fondo a sinistra una grande scansia con libri, bottiglie, scatole, ecc. Due o tre macchine fotografiche, utensili fotografici, sui tavoli fotografie, pennelli, ecc. Sedie. Un attaccapanni. Sul tavolo addossato alle pareti di destra una lampada accesa, con paralume, rischiara la stanza._

SCENA I.

GINA _e_ EDVIGE _poi il vecchio_ EKDAL.

(_Gina siede su una sedia accanto al tavolo di destra e sta cucendo. — Edvige siede sul divano, e parandosi con la mano la luce, legge attentamente con i gomiti appoggiati al tavolo_).

GINA. (_Guarda Edvige con aria di compassione_) Edvige!

EDVIGE. (_Non sente e continua a leggere_).

GINA. (_più forte_) Edvige!

EDVIGE. Cosa vuoi mammina?

GINA. Cara Edvige, tu non dovresti più leggere.

EDVIGE. (_con voce carezzevole_) Ancora un pochino mamma.

GINA. No, no, metti via il libro. Tuo padre non vuole, anche lui non legge mai la sera.

EDVIGE. Papà non ama quanto me la lettura. (_chiude il libro_).

GINA, (_posa il lavoro, prende sul tavolo una matita e un pezzo di carta e guardando Edvige_) Quanto abbiamo speso per il burro?

EDVIGE. (_dopo aver pensato un poco_) Una corona.

GINA. Va bene (_nota_) poi il formaggio (_c. s._) il salame (_c. s._) il pane.... (_somma_) Due e uno tre, tre e cinquanta, quattro e uno cinque.

EDVIGE. Ti sei ricordata anche della birra?

GINA. Sì (_fa ancora la prova dell’addizione_) Abbiamo speso molto.

EDVIGE. E sì che abbiamo mangiato poco, non essendoci papà non abbiamo acceso il fuoco.

GINA. E oggi incassi per vendita di fotografie, nove corone.

EDVIGE. Bada non sbagliare.

GINA. No, no, non dubitare.

(_Gina pensierosa prende il lavoro e ricomincia a lavorare. Edvige con una matita disegna su un foglio di carta, tenendosi la mano sinistra sugli occhi_).

EDVIGE. Non so perchè, ma mi rincresce che papà oggi sia a desinare in casa del signor Werle.

GINA. No, egli è dal figlio del signor Werle. (_dopo breve pausa a capo chino_) Col vecchio noi non abbiamo alcun rapporto.

EDVIGE. Però aspetto il babbo con desiderio; mi ha promesso di pregare la signora Sorbi di dargli qualche cosa di buono per me.

GINA. (_sempre a capo chino_) Eh! in quella casa, sì, che c’è l’abbondanza.

EDVIGE. (_sempre disegnando_) Ti confesso che ho un poco d’appetito.

(_Entra il vecchio Ekdal con un pacco di carte sotto il braccio e tenendo un involto che cerca nascondere_).

GINA. Oh! nonno, quanto ha tardato questa sera.

EKDAL. Lo studio era chiuso e Groberg mi fece tanto aspettare!... Mi toccò attraversare tutto l’appartamento.

EDVIGE. Ti hanno dato qualche cosa da copiare?

EKDAL. Non vedi? Tutto questo pacco.

GINA. Meno male.

EDVIGE. E quell’involto che hai lì sotto?

EKDAL. Non è nulla, non è nulla. (_posa il bastone in un angolo) Ho da lavorare molto oggi (va al fondo, apre mezza porta e guarda nell’interno, poi richiude e borbotta tra i denti_) Bene, bene, dormono assieme, poveretti si sono messi nel paniere. (_sorride soddisfatto_).

EDVIGE. E non avranno freddo nel paniere, nonno?

EKDAL. Che ti salta in mente, in mezzo alla paglia. (_si dirige verso la porta di sinistra_) Dove sono i fiammiferi?

GINA. Di là sul canterano.

(_Ekdal entra nella sua stanza_).

EDVIGE. Sei contenta, eh? che il nonno abbia avuto molto lavoro?

GINA. Sì, povero vecchio. Almeno potrà guadagnare qualche cosa.

EDVIGE. E non starà tutto il giorno alla bettola della Ericsen.

GINA. Anche per questo (_breve pausa_).

EDVIGE. Papà sarà ancora a tavola.

GINA. Può darsi.

EDVIGE. Chissà quante buone cose gli daranno! Stasera papà sarà contento?

GINA. Se almeno gli si potesse dire che abbiamo affittato la stanza.

EDVIGE. Per questa sera non ce n’è bisogno.

GINA. Ma non la va sempre bene.

EDVIGE. Non m’hai capito, intendo dire che per questa sera sarà già di buon umore?

GINA. (_guardandola_) Sei contenta dunque di vedere tuo padre di buon umore.

EDVIGE. (_con trasporto_) Tanto! Gli voglio tanto bene!

(_Ekdal fa per andare verso la porta di sinistra_).

GINA. (_volgendosi_) Vuole qualche cosa in cucina?

EKDAL. Resta pur a sedere, vado io (_esce per l’altra porta di sinistra_).

GINA. Purchè non abbia a bruciarsi al fuoco (_ascoltando un momento_) Edvige, guarda quello che fa.

(_Ekdal rientra con una brocca d’acqua bollente e si dirige verso la sua stanza_).

EDVIGE. Volevi dell’acqua bollente?

EKDAL. Sì, ho da scrivere e di là ho freddo.

GINA. Se vuol mangiare di là vi preparo la cena.

EKDAL. Ho da lavorare, per ora non mangio. Ho da lavorare e non voglio che nessuno m’abbia a disturbare (_brontolando entra nella sua stanza_).

GINA. (_dopo breve pausa piano ad Edvige_) Dove avrà preso del denaro?

EDVIGE. Groberg lo avrà pagato.

GINA. No, Groberg lo dà a me.

EDVIGE. Gli avranno imprestato tanto da comprarsi una bottiglia.

GINA. E chi vuoi che impresti a lui, povero vecchio?

SCENA II.

ERMINIO E DETTI.

(_Erminio entra in scena con un lungo paletot a bavero rialzato e con un gran cappello di feltro grigio_).

GINA. (_non appena lo vede posa il lavoro e s’alza tosto_) Erminio! già di ritorno?

EDVIGE. (_balzando in piedi_) Sei già qui papà?

ERM. (_levandosi il cappello_) La maggior parte degli invitati se ne viene via ora.

EDVIGE. Così presto?

(_Erminio fa per levarsi il paletot_).

GINA. Lascia che ti aiuti.

EDVIGE. Anch’io. (_Gli tolgono il paletot che Gina appende all’attaccapanni_) Dimmi v’era molta gente?

ERM. Dodici o quattordici persone, salvo errore.

EDVIGE. E tu hai parlato con tutti?

ERM. (_sorridendo_) Sì, con tutti un poco, ma io ero sempre con Gregorio.

GINA. È sempre così brutto Gregorio?

ERM. Bello certamente non è.... ma ditemi, papà è rientrato?

EDVIGE. Il nonno? Sì è nella sua camera.

ERM. E non vi ha detto nulla?

GINA. Cosa doveva dirci?

ERM. Non vi ha detto che....? Mi parve udire che fosse stato da Groberg. Voglio parlargli.

GINA. No, lascialo stare.

ERM. (_vivamente_) Fu lui che disse non volermi vedere?

GINA. No. Ma non vuole che lo si disturbi.

EDVIGE. (_fa capire con cenni che sta bevendo_)

GINA. (_non badando ai cenni di Edvige_) Poco fa venne a prendere dell’acqua.

ERM. Dunque è di là seduto che....

GINA. Credo.

ERM. (_con un sospiro_) Povero vecchio, lasciamo che faccia quello che vuole.

SCENA III.

DETTI _e il_ VECCHIO EKDAL.

EKDAL. (_a Erminio_) Sei tornato?

ERM. Or ora.

EKDAL. Non mi avevi visto?

ERM. No, ma appena seppi che tu eri stato là, ti volli seguire.

EKDAL. Va bene, va bene. — E chi erano quegli invitati?

ERM. C’erano dei consiglieri, dei ciambellani.

EKDAL. (_assentendo col capo_) Senti Gina, è stato con dei consiglieri, con dei ciambellani.

GINA. Era dunque una festa di gala?

EDVIGE. (_ingenuamente_) E cosa hanno fatto questi signori Consiglieri, hanno cantato? Hanno letto?

ERM. No, hanno detto molte sciocchezze. Volevano che io declamassi.

EKDAL. E non hai voluto?

ERM. No! non ero mica andato là per divertirli, a loro tocca far divertire, loro che passano la vita a pranzi e colazioni.

GINA. Non avrai detto ciò a loro?

ERM. Sotto altra forma. (_sprezzante_) In fine, poi, per poco non si accendeva una discussione sul Tokai.

EKDAL. Oh! il mio vino favorito!

ERM. Ma non parliamo più di ciò... del resto erano persone amabili e ben educate.

EDVIGE. (_accarezzando Erminio_) Papà, come sei carino in marsina.

ERM. Nevvero? Pare sia fatta per me, solo mi è stretta di spalle, dammi la mia giacca.

EDVIGE. Subito (_corre all’attaccapanni e prende una giacca che Erminio si infila dopo essersi levato il frak_).

ERM. (_a Gina_) Domani mattina subito mandala a Moldik.

GINA. Non dubitare. (_dà ad Edvige il frak che l’appende all’attaccapanni_).

ERM. così sto più comodo, eppoi è più adattata a me. Nevvero Edvige?

EDVIGE. Sì, papà.

(_Il vecchio Ekdal va alla poltrona innanzi alla stufa di ghisa e si siede_).

ERM. E sono bello lo stesso anche se mi levo questa cravatta che mi strozza, dillo tu. (si leva la cravatta).

EDVIGE. Sei sempre bello con questi baffoni e coi tuoi capelli ricci.

ERM. (_sorridendo_) Dì piuttosto arruffati. (bacia Edvige).

EDVIGE. (_tirando per la giacca_) Papà.

ERM. Cosa vuoi?

EDVIGE. Tu lo sai quello che voglio.

ERM. Non so niente io.

EDVIGE. (_con voce piagnucolosa_) Non farmi penare, brutto cattivo.

ERM. Cosa vuoi?

EDVIGE. Cosa mi hai promesso?

ERM. (_battendosi la fronte_) Scusami piccina mia, me ne sono dimenticato.

EDVIGE. Tu vuoi scherzare, ma non ci credo.

ERM. No, non scherzo, ti prego scusarmi. Però ho qualche cosa per te (_va alla marsina e ne prende una carta_) Prendi.

EDVIGE. Ma questo è un pezzo di carta.

ERM. È il _menù_; qui sta la lista di tutto ciò che ho mangiato. — Via Edvige, per poche ghiottonerie non mettere il broncio.

EDVIGE. Grazie. (_caramente prende il menù e si siede sul divano senza leggerlo, Gina le fa dei cenni ed Erminio se ne accorge_).

ERM. Ebbene cosa c’è? Un padre di famiglia per esser buono, per essere perfetto non può nemmeno dimenticarsi la più piccola cosa. Per cosa da nulla si devono vedere visi lunghi e corrucciati. Ciò non voglio, non voglio. (_fermandosi vicino a Ekdal_) Papà hai guardato là dentro? (_accenna nel fondo_).

EKDAL. E puoi dubitarne? È andata nel cesto.

ERM. Sì? Allora comincia ad addomesticarsi.

EKDAL. Però dobbiamo fare dei miglioramenti.

ERM. Vieni qui allora babbo, parliamo sul da farsi.

EKDAL. Ora no; lascia che vada ad accendere la pipa. (_entra nella sua stanza_).

SCENA IV.

DETTI _meno_ EKDAL.

GINA. (_ridendo ed accennando ad Erminio_) Va ad accendere la pipa!

ERM. Lasciamo che faccia quello che vuole. La riparazione la faremo domani.

GINA. Domani non avrai tempo.

EDVIGE. (_interrompendo_) Ma sì, mamma.

GINA. Pensa che domani hai da ritoccare quelle copie per quegli stranieri di faccia. Mandarono qui già parecchie volte.

ERM. (_sbuffando_) Domani saranno finite. Vennero nuove ordinazioni?

GINA. Disgraziatamente no, domani non hai che quel lavoro.

ERM. Null’altro... già è chiaro quando nessuno se ne occupa...

GINA. Perchè parli così? Anche oggi fui per una inserzione sui giornali.

ERM. Sì, i giornali, i giornali... vedo quanto servono. Per la stanza non è venuto nessuno?

GINA. Non ancora.

ERM. Lo prevedevo... Non ve ne prendete cura! non ve ne prendete cura!...

EDVIGE. (_si alza e va presso Erminio_) Vuoi il flauto papà?

ERM. No, non voglio nulla (_passeggia concitato_). Domani lavorerò, non dubitate, tornerò a lavorare come un negro perchè non abbiate a mancare di nulla.

GINA. Caro Erminio, non parlare così; io non intendevo dirti quanto pensi.

EDVIGE. (_con voce carezzevole_) Vuoi un poco di birra?

ERM. (_sempre passeggiando_) No, non mi seccate (_dopo breve pausa_). Cosa hai detto, birra?

EDVIGE. È buona, papà, e fresca.

ERM. (_brusco_) Dammela allora. (_Edvige corre saltellando verso la cucina, Erminio appoggiato alla stufa la contempla, quando è vicina all’uscio con voce dolce_) Edvige!

EDVIGE. (_con gioia_) Oh! papà mio. (_corre nelle sue braccia_).

ERM. (_accarezzandola_) Non mi chiamare così. Io ero a una tavola ricca e non mi sono ricordato di voi. Non ho portato nulla a te, bambina mia. E mentre io mi divertivo, voi altri due qui....

GINA. (_che è seduta vicino al tavolo, commossa_) Non dire sciocchezze.

ERM. Ma non siete in collera con me, voi sapete che io vi amo.

EDVIGE. (_abbracciandolo_) E noi ti adoriamo.

ERM. Se talvolta sono irragionevole, nervoso, ingiusto.... compatitemi.... mio Dio, ho tanti pensieri per il capo (_asciugandosi furtivamente una lagrima_) No, non voglio birra, dammi il flauto.

(_Edvige corre alla scansia e prende il flauto che dà ad Erminio_) Grazie.... tra voi due e col mio flauto mi sento felice anch’io.

(_Edvige si siede vicino a Gina abbracciandola, Erminio comincia a suonare una danza boema in tempo largo, dopo poche battute s’interrompe_).

ERM. (_stendendo la mano sinistra a Gina_) Gina mia, la nostra casa è piccina, ma ci troviamo bene non è vero?

GINA (_commossa gli stringe la mano_).

(_Erminio ricomincia a suonare, in quella si ode bussare alla porta_).

GINA. (_alzandosi_) Aspetta Erminio, mi pare abbiano bussato.

ERM. (_deponendo il flauto_) Chi può essere a quest’ora?

(_Gina entra a destra_).

SCENA V.

GREGORIO _e_ DETTI.

GREG. (_di dentro_) È permesso?

GINA. (_c. s._) Oh!

GREG. (_c. s._) Abita qui il fotografo Ekdal?

GINA. (_c. s._) Appunto, passi.

ERM. (_andando alla porta_) Gregorio? Tu qui? Entra, entra.

GREG. (_entrando seguito da Gina_) Non ti avevo detto che sarei venuto da te?

ERM. Hai abbandonato gli invitati?

GREG. E la mia famiglia. (_a Gina_) Buona sera signora Ekdal, mi riconosce?

GINA. (_turbata_) Il figlio del signor Werle, non è difficile a riconoscere.

GREG. No, io assomiglio a mia madre. Se ne ricorda ancora, lei?

(_Gina si turba_).

ERM. (_che non si è accorto del turbamento di sua moglie._) Hai abbandonato la casa?

GREG. Sì, sono andato ad alloggiare all’albergo.

ERM. Giacchè sei qui, togliti il pastrano.

GREG. Grazie. (_si toglie il paletot, anche lui non sarà più in marsina_)

ERM. Vieni, siediti vicino a me. (_Gregorio si siede sul divano ed Erminio su una sedia in faccia a lui_).

GREG. (_guardandosi attorno_) Qui tu dimori! tu lavori qui?

ERM. Questo è il mio laboratorio.

GINA. È la camera più grande.

ERM. Questa casa ha un grande vantaggio, che in faccia a noi abbiamo dei campi, non case che ti tolgono la luce e l’aria.

GINA. In fondo al corridoio poi, c’è una stanza da affittare.

GREG. (_ad Erminio_) Affitti stanze?

ERM. Se mi capita. (_a Edvige_) Ma tu volevi portare della birra.

EDVIGE. (_che si sarà tenuta in disparte, assente col capo e corre in cucina_).

GREG. E quella graziosa fanciulla è tua figlia?

ERM. Sì, è la mia.... la nostra Edvige.

GREG. La vostra unica figlia.

ERM. Sì, il nostro tesoro, la nostra gioia più grande e.... (_abbassando la voce_) e il nostro più grande dolore.

GREG. Cosa intendi dire?

ERM. Gregorio mio, mia figlia deve divenire cieca!

GREG. (_stupito_) Cieca?

ERM. Sì, i primi sintomi si sono già manifestati, non vi è rimedio, capisci, non v’è rimedio, è questione di tempo.

GREG. Qual terribile sciagura! E le cause?

ERM. (_sospirando_) Atavismo.

GREG. (_con stupore_) Malattia ereditaria?

GINA. La madre d’Erminio era malata d’occhi.

ERM. Almeno così mi disse mio padre, tu lo sai che io non l’ho conosciuta.

GREG. Povera fanciulla, e lei....

ERM. Lei non sa nulla, non ci regge il cuore di dirglielo. A che scopo funestarle questi pochi anni che le restano di felicità? Allegra e noncurante quel vispo uccellino vola verso l’eterna notte (_commosso_) Credi, Gregorio, questi sono dei gravi dolori!

(_Edvige rientra portando su un vassoio una bottiglia di birra e delle tazze, e pone il vassoio sul tavolo_).

Grazie, Edvige mia.

(_Edvige gli getta le braccia al collo e gli sussurra delle parole all’orecchio_).

ERM. Per me no. (_a Gregorio_) Vuoi dei sandwichs?

GREG. No, no, grazie.

ERM. Però se ti fa piacere, portali pure, chissà che avendoli sottomano.

(_Edvige contenta va in cucina correndo_).

GREG. (_seguendola con gli occhi_) Eppure pare tanto sana.

GINA. Grazie a Dio non soffre che agli occhi.

GREG. Con l’andare degli anni assomiglierà a sua madre. Quanti anni ha ora?

GINA. Compie domani i sedici.

GREG. Come è alta!

GINA. Sì, è cresciuta presto.

GREG. Essi crescono e noi invecchiamo (_ad Erminio_) Da quanto tempo sei ammogliato?

ERM. Da sedici anni.

GREG. Quanto tempo!

(_Gina lo guarda con inquietudine_).

ERM. E a te parvero lunghi gli anni nelle miniere?

GREG. Allora sì, ora mi pare sieno volati.

SCENA VI.

IL VECCHIO EKDAL _e_ DETTI.

EKDAL. (_viene dalla sua stanza senza pipa e con in capo la sua vecchia berretta da soldato; è un pochino ubbriaco_) Ora Erminio sono da te, possiamo discorrere liberamente (_fermandosi_) Oh!...

ERM. (_alzandosi_) Papà, qui c’è Gregorio Werle.

(_Gregorio s’alza e si dirige verso il vecchio_).

EKDAL. Werle? Il figlio? Cosa vuole da me?

ERM. (_sorridendo_) Viene a trovar me.

EKDAL. Ah!... se non è che per questo.... io non temo più nessuno.

GREG. Sono io che vengo a portarle un saluto dai suoi amati boschi, dove ha cacciato tanto, luogotenente Ekdal.

EKDAL. (_scosso_) Dai boschi?

GREG. Sì, dalle miniere di ferro.

EKDAL. Una volta io era là ben conosciuto.

GREG. E aveva rinomanza di gran cacciatore.

EKDAL. È vero (_accorgendosi che Gregorio lo guarda_) Guardate il mio berretto? Non lo porto che in casa. (_sospira_) Fuori non me lo permetterebbero.

(_Edvige porta un piatto di sandwichs che pone sul tavolo_).

ERM. Siediti, babbo, bevi un bicchiere di birra. Gregorio serviti.

(_Ekdal borbottando si siede sul divano, Gregorio su una sedia vicino a lui, Erminio in faccia ad Ekdal che ha vicino a sè Edvige. Gina siede un poco discosta dagli altri_).

GREG. (_dopo aver bevuto della sua birra_) Se ne ricorda ancora, tenente Ekdal, di quando a Natale e nei mesi estivi io ed Erminio venivamo lassù?

EKDAL. No, non me ne ricordo. Ma d’essere stato buon cacciatore sì che me lo ricordo. Ho ammazzato anche parecchi orsi.

GREG. (_guardandolo con compassione_) E ora non caccia più eh?

EKDAL. E perchè.... certo non più come allora, il bosco, il mio bosco.... (_breve_) Ed è sempre bello?

GREG. Non più come ai suoi tempi, per gran parte venne atterrato.

EKDAL. Molta legna? (_piano quasi con paura_) Fanno male, fanno male.... il bosco si vendicherà.

ERM. (_mescendogli della birra_) Ancora un sorso, papà.

GREG. Un uomo come lei certo si troverà a disagio qui in città, dove la luce, l’aria non viene che oscura, dove non possiamo mai abbracciare con lo sguardo vasti spazi di cielo.

EKDAL. (_sorridendo_) Eppure anche qui non c’è malaccio.

GREG. Pur nonostante deve amare sempre quella libera vita dei boschi, tra gli animali, gli uccelli selvatici.

EKDAL. (_ridendo e guardando Erminio_) Erminio, dobbiamo fargli vedere?

ERM. (_imbarazzato_) No, questa sera no.

GREG. Che cosa?

ERM. (_sorridendo_) Nulla, nulla, vedrai un’altra volta.

GREG. (_continua rivolgendosi sempre al vecchio_) Ekdal dovrebbe venir con me, tornare con me ai suoi monti. Del lavoro ne avrà anche alle miniere. Qui nulla ha che lo possa rallegrare.

EKDAL. (_guardandolo meravigliato_) Non ho nulla?

GREG. Certamente, ha Erminio; ma io mi intendevo dire che....

EKDAL. (_dando un pugno sulla tavola_) Erminio, ora deve vedere.

ERM. Allo scuro?

EKDAL. E la luna non la calcoli tu? (_si alza e va verso il fondo_) Vieni, aiutarmi Erminio.

EDVIGE. Sì, papà, dagli retta.

ERM. (_alzandosi_) Come volete.

GREG. (_a Gina_) Cosa c’è dunque?

GINA. Non si immagini di vedere delle cose meravigliose.

(_Ekdal e Erminio spingono i due battenti dell’uscio di fondo. Gregorio alzato resta presso il divano, Edvige è vicina a suo padre, Gina continua a lavorare. — Si vede nel fondo il solaio illuminato dalla luna_).

EKDAL. (_a Gregorio_) Si avvicini.

GREG. (_avvicinandosi_) Cosa c’è?

EKDAL. Guardi, guardi.

ERM. (_imbarazzato_) Tutto ciò appartiene a papà.

GREG. (_guardando nell’interno del solaio_) Delle galline....

EDVIGE. Abbiamo anche....

EKDAL. Taci.

GREG. Piccioni.

EKDAL. Sì, hanno il loro nido lassù in alto.

GREG. E non sono piccioni comuni?

EKDAL. Comuni, ne ho delle specie più belle, quei due là in fondo sono d’Italia. Guardate quella gran cassa.

GREG. A che serve?

EKDAL. Vi dormono i conigli.

GREG. Avete anche dei conigli?

EKDAL. Edvige tirati in là; lei vede quella cesta là nell’angolo, addossata al muro?

GREG. Che bestia v’è dentro? Un uccello? Se non mi sbaglio è un’anitra.

EKDAL. Sicuro è un’anitra.

ERM. Ma che sorta d’anitra credi che sia?

EDVIGE. Non è un’anitra comune.

EKDAL. Signor Werle, quella è un’anitra selvatica.

GREG. Davvero?

EKDAL. La mia anitra selvatica.

EDVIGE. (_con calore_) La nostra, essa appartiene anche a me.

GREG. E come fa a vivere nel solaio?

EKDAL. Ecco là la sua vasca dove può nuotare.

ERM. Tutti i giorni le cambiamo l’acqua.

GINA. (_ad Erminio_) Bada, Erminio, raffredderai troppo la stanza.

EKDAL. Ritiriamoci, non vorrei disturbarle il sonno. Edvige, chiudi tu.

(_Erminio ed Edvige richiudono la porta_).

EKDAL. (_a Gregorio_) Un altro giorno l’esaminerà meglio. (_si siede sulla poltrona che è in faccia alla stufa_).

GREG. Come ha fatto per averla, signor Ekdal?

EKDAL. Non l’ho presa io, abbiamo da ringraziare.... un uomo di questa città.

GREG. (_serio_) Mio padre, forse?....

ERM. Come hai fatto ad indovinarlo?

GREG. Mi dicesti che lo dovevi ringraziare per molte cose.

GINA. Non l’abbiamo ricevuta direttamente da lui.

EKDAL. Dobbiamo però essere sempre grati al signor Giovanni Werle, Gina. (_a Gregorio_) Era sul mare, in barca e ci ha tirato, ma lei sa che non ci ha mai veduto bene e non l’ha che ferita in un’ala.

GREG. Sarà caduta in mare.

EKDAL. (_che sarà sempre più ubbriaco con la voce grossa_) Le anitre selvatiche quando sono ferite si cacciano al fondo, si attaccano alle alghe e a tutta quella robaccia che c’è nel fondo e poi non risalgono più.

GREG. Ma questa è risalita.

EKDAL. Vostro padre ha un cane.... un cane che è un vero portento, si precipitò nell’acqua per ripescarla.

GREG. (_a Erminio_) Avvenne così?

ERM. Fu portata in casa di tuo padre, ma la poverina cominciò a deperire. Fu ordinato a Pietro, il tuo servitore, di ucciderla.

EKDAL. (_quasi addormentato_) E Pietro.... la portò a me.

ERM. (_a Gregorio_) Papà conosce Pietro, e quando questi gli raccontò che aveva da uccidere un’anitra selvatica, fece tanto che gli venne regalata.

GREG. Ed ora sta bene?

ERM. Almeno sembra, divenne grassa, e sono parecchi giorni che l’abbiamo e pare abbia dimenticato la vita selvatica.

GREG. Può essere, ma non lasciarle mai vedere nè il cielo, nè il mare. (_guarda l’orologio_) È tardi, non posso più restare qui, guarda tuo padre, già dorme. (_accenna al vecchio Ekdal che si è addormentato_).

ERM. E per ciò te ne vuoi andare?

GREG. A proposito, tu mi hai detto che hai una stanza da affittare.

ERM. Sì, potreste forse indicarmi qualche pigionale?

GREG. Io stesso, se me la dai.

ERM. Tu?

GINA. Lei signor Werle?

GREG. Se la posso avere, la prendo da domattina stessa.

ERM. Sì, e con piacere.

GINA. Ma quella, signor Werle, non è una stanza per lei.

ERM. Ma Gina?!

GINA. (_imbarazzata_) Sicuro, non è abbastanza grande, nè abbastanza chiara!

ERM. A me pare una bellissima stanza. (_a Gregorio_) Solamente non è ammobigliata con lusso.

GINA. E quei due che abitano al piano di sotto?

GREG. Chi sono questi due?

ERM. Uno è un ex maestro di scuola e l’altro è un certo dottore Relling.

GREG. Dottor Relling! lo conosco di vista, bazzicava una volta per le miniere.

GINA. Sono due importuni che la sera rincasano tardi e schiamazzano fino ad ora tarda.

GREG. A ciò ci si può presto avvezzare. Farò come la vostra anitra selvatica. (_a Gina che si mostra corrucciata_) Le dispiace forse che venga ad abitare in casa sua?

GINA. E come può solamente pensare ciò?

ERM. (_a Gina_) Sei davvero curiosa questa sera! (_a Gregorio_) Conti di stabilirti in città?

GREG. (_infilandosi il paletot_) Sì, almeno per adesso.

ERM. E non in casa di tuo padre, che vuoi dunque fare?

GREG. Non lo so. (_batte una mano sulla spalla di Erminio_) Io, mio caro, ho una gran disgrazia.... quella di chiamarmi Gregorio Werle.

ERM. Non ti comprendo.

GREG. So ben io quello che voglio dire.... Eh! perchè sono nato in questa famiglia?!

ERM. (_sorridendo_) E se tu non fossi un Werle che vorresti essere?

GREG. Cosa vorrei essere (_dopo breve pausa lo prende per un braccio_) Un cane....

ERM. Un cane?

EDVIGE. (_ridendo_) Un cane, che idea curiosa!

GREG. (_rivolgendosi ad Edvige_) Sì, signorina, un cane sagace come quello di mio padre che salvò la sua anitra selvatica.

ERM. Davvero, Gregorio, non ti comprendo.