Chapter 1 of 5 · 6381 words · ~32 min read

parte di

noi, anzi la nostra intera esistenza morale, poichè la sola vita fisica costituisce nella sua decadenza progressiva, un fatto isolato e compiuto. E quante vite non abbiamo noi sepolte prima di morire! su quante care esistenze di un giorno non dobbiamo noi piangere! speranze, affetti, piaceri, nobili aspirazioni alla virtù, ebbrezze ineffabili dell’amore..... a trent’anni la vita non è più che un immenso cimitero, sulle cui tombe noi veniamo a lamentare le gioie dell’esistenza che ci è sfuggita, e l’aridità dell’esistenza che ci rimane. — Dolci e serene memorie dell’infanzia, voi formate tutto il segreto de’ miei affetti, tutto il tesoro delle mie più care predilezioni. Oh potessi, dal sepolcro in cui giacete, evocarvi almeno un istante, per riabbellire del vostro sorriso fugace questi miei giorni sconsolati e sofferenti!

Povero Lorenzo! E parmi di rivederlo là, sotto quei pioppi, ove venivamo a riposarci dalle nostre passeggiate delle vacanze. Là il Po si allarga, e forma alcuni seni incantevoli circondati da alberi secolari. Uscendo pieno ed unito dalle gole dei colli, si versa e si dilata nella pianura, ove le sue acque creano una vegetazione rigogliosa, e le rapide selvette dei salici, i cui fusti riuniti e raggruppati dai rovi e dai lentischi, coprono gli stessi sabbioni delle rive. Non un eco, non un grido sotto quei pioppi maestosi e giganti, le cui sommità riunite come un immenso padiglione ti nascondono spesso la vista del cielo. Nel meriggio dei giorni canicolari tu non v’intendi che il ronzio delle ali delle libellule o delle mosche dorate, e solo nel mattino il lamento malinconico del cuculo ne risveglia gli echi più lontani e sonori. Allorchè quei lunghi fusti giganti, coperti dei loro ampi mantelli di licheni, emergono colla loro bianchezza dalle prime ombre della notte, sembrano acquistare forme o movenze di fantasmi; un mistero ineffabile di malinconia si diffonde per tutti quei luoghi; la natura vi siede mesta, quasi ritrosa, e vi crea nel silenzio i prodigi più meravigliosi della sua vegetazione. Vi sono infatti delle foglie grandi come ventagli, dei convolvoli ampii come le ninfee, dei livertisii che s’innalzano coi loro fusti tortuosi fino alle sommità più elevate degli alberi. E dove le sorgenti si dilatano in qualche seno e formano alcune bolle o alcuni canali, l’acqua si cinge tutto all’intorno come di una corona, e sono masse di piccoli fiori bianchi simile alle margherite dei prati; ma l’onda vi ha la trasparenza del cristallo, e vi si vedono andare e venire frotte timorose di pesci, mentre la luce riflette nel fondo sabbioso le forme singolari dei ragni ballerini che nuotano colle loro lunghe gambe su quell’immobile superficie d’argento.

Ritornando alle memorie più remote che la mia anima ha conservate di Lorenzo, mi si affacciano per le prime queste scene incantevoli della natura, che furono testimoni dei nostri dolori e delle nostre prime confidenze. Per un rapporto misterioso tra la natura degli esseri e la nostra natura spirituale, quasi sempre il carattere degli uomini si informa a quelle impressioni esterne che lo hanno colpito nei primi anni della vita. Le nostre idee, le nostre aspirazioni, i nostri giudizii avranno sempre un rapporto esatto, benchè incomprensibile, colla natura dei luoghi e delle cose che furono testimonii della nostra infanzia. Io sento che vi ha in me, nella mia indole qualche cosa di quel teatro della mia fanciullezza, di quei campi, di quelle acque, di quella vegetazione; in certi miei sentimenti parmi di scorgere un rapporto ben definito col profumo di certi fiori, colle loro tinte, coll’azzurro melanconico di quel cielo. Tali fenomeni, non che gli altri tutti della nostra natura, si manifestano, io credo, in tutti gli uomini; e se molti tra essi non se n’avvedono, è perchè la loro indole non li porta a meditare su sè medesimi; ma io penso che essi tutti sieno o possano essere poeti ad un modo: tutti subiscono le stesse impressioni, concepiscono le medesime idee; la diversità del loro valore sta nella diversità dell’espressione, nella forma — la letteratura non è che arte — noi vediamo che uomini turpi nella loro vita privata scrissero pagine sublimi; uomini sublimi per domestiche e sociali virtù, non seppero costrurre un periodo secondo le esigenze dei rettori. Se ciò non fosse, come avviene che un libro è inteso da tutti? trova un eco in tutti i cuori?

Lorenzo ed io ci amavamo di un affetto ardentissimo; ma il suo amore sentiva quasi della paternità, ed egli si tratteneva meco come avrebbe fatto con un fanciullo; le sue confidenze erano affettuose, piene, espansive; ma egli pareva rivolgerle a sè più che a me stesso; non pareva chiedere a me che di essere ammirato o compianto. Nè io indovinava allora perchè avrei dovuto compiangerlo: mi sfuggiva il segreto de’ suoi dolori — giovine, vigoroso, intelligente, libero come il suo pensiero, padrone di vagare a suo talento per quelle campagne, di contemplarvi tutte le mattine il sorgere del sole, di cercarvi a sua posta dei nidi, di farvi una colazione sull’erba, di sottrarsi, quando il volesse alla dura tirannia dello studio — tutto ciò mi parea troppo dolce perchè io potessi crederlo sventurato, perchè non vi fosse tra noi chi non avrebbe mutata la sua sorte con esso.

I fanciulli, più che ogni altro, sono avidi della propria libertà, nè smarriscono questo amore che in proporzione delle abitudini che devono contrarre vivendo. La vita sociale è una lotta che espelle a dramma a dramma la natura degli uomini, fino alla completa trasformazione dei loro caratteri. Le disillusioni, gli inganni, le cure, le lunghe infermità dello spirito, l’ipocondria, le terribili prerogative dello scetticismo e del dubbio non esistono nello stato naturale: esse non sono che un prodotto della società. Nessuna legge havvi nella natura la quale ci faccia conoscere che il corpo e lo spirito debbono invecchiare ad un tempo, partecipando alle stesse fasi di decadenza: nulla potrebbe corrompere in essa la verginità primitiva dei nostri pensieri e delle nostre aspirazioni; in essa la vita non potrebbe essere che una fanciullezza eterna, che una giovinezza perenne.

Lorenzo era nato in un piccolo villaggio del Piemonte. Suo padre, costruttore e suonatore di organi, era venuto con lui, ancora bambino, a stabilirsi in una grande fattoria, di cui aveva come ereditato per titolo di parentela, il diritto e i vantaggi dell’amministrazione, dall’amministratore defunto. Quel vasto stabilimento era situato sulla riva destra del Po, in una posizione incantevole. Lorenzo vi aveva passato la sua infanzia, e non era stato mandato alle scuole che a dodici anni compiuti. Suo padre aveva preferito valersene fino a quell’età per i servigi che poteva prestargli nel suo mestiere; e poichè egli era uno dei più vaghi fanciulli dei dintorni, inorgoglivasi di condurselo seco a tutte le feste dei paesi vicini, ove egli suonava nelle chiese ed ove il suo giovine allievo era incaricato di muovere i mantici degli organi. Ma dopo alcuni anni quest’umile attribuzione era divenuta tediosa a Lorenzo: egli aveva già appreso da suo padre i primi erudimenti della musica, e aveva voluto ribellarsi a quella schiavitù che non lo rendeva che uno strumento dell’arte, che lo condannava ad ignorarne per sempre i segreti. Non era artista, ma voleva divenirlo; non ne aveva il genio, ma lo presentiva. Egli aveva conosciuto che doveva in qualche modo dirozzare la propria intelligenza, apprendere a frenare i trasporti della sua natura impetuosa e selvaggia, prima di abbandonarsi allo studio dell’armonia, allo studio di un’arte in cui tutto è raccoglimento e pensiero; si era perciò deciso di frequentare le scuole, e fu allora che io lo aveva conosciuto a Valenza.

Pochi fanciulli si erano sviluppati come lui a dodici anni. Lorenzo attraversava il Po a nuoto quando era gonfio, prendeva i nidi delle ghiandaie sulle punte più elevate dei pioppi, raggiungeva le lontre alla corsa, aveva disegni e ardimenti proprii di un’età più matura; onde soffriva di quell’inazione a cui lo condannavano le discipline dello studio. Non vi si dedicò che per cinque anni, e a malincuore: si sarebbe detto che egli vi interveniva per una violenza che la sua mente esercitava sulla sua natura, per una forza di volizione straordinaria: la sua intelligenza era aperta, forte, serena: dopo un anno di studio egli ci aveva raggiunti, poco dopo ci aveva superati, e in breve tempo eragli rimasto più nulla da apprendere di quelle aride e sterili cognizioni, di cui si era sempre pasciuto lo spirito, e impicciolite e ingannate le nobili aspirazioni della gioventù nelle scuole.

Tutto era stato precoce in lui; la natura vi aveva sviluppato l’uomo prima dei fanciullo; alla sfrenata vivacità d’un istante, era successa una calma pensierosa e profonda; tutta la potenza della sua vitalità si era trasfusa nell’operosità febbrile dello spirito; si sarebbe detto che quella vita che appariva in lui come raddoppiata, fosse pur duplice nella forza e nella celerità della sua azione. Ed egli lo sentiva; egli aveva forse il presagio di un’esistenza breve e affannosa, e affrettavasi a trasvolare con rapidità sull’oceano de’ suoi dolori e delle sue gioie.

E infatti tutte le anime elette, tutte le intelligenze elevate hanno provato questa impazienza tormentosa, quest’avidità irresistibile dell’avvenire, questo bisogno di pascere lo spirito delle dolci seduzioni dell’ignoto. Oh potessi divorarmi la vita! È il voto, è l’esclamazione di tutte le intelligenze superiori: voto e aspirazione eloquente, che rialza un lembo della mistica cortina del futuro, che le riconforta e le rassicura del loro destino immortale. Nate per l’eternità, esse sentono il peso del finito, e anelano di spezzare i legami della materia che le incatena e le opprime.

Un giorno Lorenzo si avvide che le sue guancie incominciavano a portare i segni della pubertà, e che in mezzo a noi tutti, egli appariva troppo discorde d’anni e di cuore per rimanersene ancora in quella spensierata società di fanciulli. Ci strinse la mano e ci disse addio — lo avremmo riveduto ne’ suoi boschi, e chi sa.... forse lo avremmo anche incontrato in quella vita sconosciuta e svariata che ci rimaneva a percorrere.

Ci separammo con delle lacrime.

Sei anni dopo io aveva compiuto i miei studii, e stava per abbandonare il collegio, quando mi sovvenni di Lorenzo che non aveva più riveduto durante tutto quel tempo, e pensai che egli mi avrebbe abbracciato volentieri, e che separandomi allora da lui avrei dato anche un addio affettuoso, quasi più colmo, più intero, alla mia fanciullezza, a’ miei sogni, a quel mondo sì lusinghiero e sì dolce dal quale stava per dividermi per sempre. Belle colline del Po, dove io non aveva che venti anni, e che attraversai in quell’incantevole mattino di Agosto per recarmi alla casa di Lorenzo! Ripasserò io ancora quei colli in un mattino sì delizioso come quello? e potrò io ripassarli con venti anni soltanto?

Era lui: seduto presso una siepe di carpino, leggeva ad alta voce _Le vite_ di Plutarco; mi riconobbe da lontano, si alzò, mi raggiunse e mi gettò le braccia al collo, esclamando — mio caro amico, mio caro fanciullo! Fui colpito da questa parola: fanciullo. Era sempre quella superiorità d’anni, d’intelligenza e di cuore che aveva dimostrata nel collegio; ma era una dolce superiorità che non sentiva dell’orgoglio, che non voleva esser tale che per amare e proteggere; era l’espressione di quell’elevatezza morale che tutti gli uomini acquistano più o meno coll’esercizio delle passioni e del dolore.

Allorchè due persone s’incontrano per la prima volta ha luogo tra le loro anime una lotta tacita e ostinata, il cui esito è quasi sempre immediato, e per la quale una di esse si eleva ed impone, l’altra si sottomette e obbedisce. Vi sono delle anime orgogliose che contendono a lungo la loro supremazia, e non potendo serbarla, fuggono dalla lotta; vi sono delle anime dolci che vi si abbandonano volonterose, che si affidano a un altr’anima sorella, e gioiscono di questa dolce sottomissione. Tali sono la maggior parte delle donne coll’uomo, tale era io con Lorenzo.

Ma quando pure non l’avessi conosciuto che in quell’istante avrei potuto esitare ad abbandonargli tutto me stesso, come ad un fratello o ad un padre? Vi era qualche cosa di affascinante nel suo viso, qualche cosa di magnetico nel suo sguardo; il suono della sua voce era dolce e severo ad un tempo; i suoi modi affettuosi, ma energici, la sua persona bella e aitante; e poi quella sua testa di Giove, que’ suoi occhi neri e inquieti, quelle linee maestose del suo viso, quelle ciocche massiccie di capelli, mi davano l’idea di una di quelle divinità greche scolpite da Fidia, di cui il tempo ha come paralizzati i rigidi lineamenti del volto. Se la natura mi avesse creato donna avrei trascorsa la mia vita a’ suoi piedi.

Passammo insieme un giorno felice; andammo a risalutare quei boschi, quelle siepi, quelle campagne; risalimmo a nuoto la corrente: la natura era tutta una festa; pareva sollevarsi da tutto il creato una voce che dicesse: — amate, esultate, folleggiate, tutto è vostro quanto vi circonda, inebbriatevi di me, benedite alla gioventù ed all’amore!

Tornammo silenziosi, raccolti, oppressi da quell’esuberanza di affetti e di memorie che la natura aveva versato nelle nostre anime.... Ma quel silenzio di Lorenzo racchiudeva in sè qualche cosa di più opprimente che non fossero le sole rimembranze del nostro passato. Come avviene di tutte le costituzioni irritabili e pronte, egli si era trasformato in un istante: era ritornato fanciullo, aveva folleggiato meco tra i boschi, sugli argini, tra le fresche correnti del fiume; ma ora la meditazione lo aveva richiamato a sè, e la natura aveva ripreso il suo dominio, abituale e imperioso.

Gli chiesi che avesse. Egli mi abbracciò con trasporto e mi disse: — ti narrerò tutto stassera; se tu sapessi quale trasformazione ha subito in questi anni il mio carattere; come tutto mi apparisce disprezzevole e vano; come la mia anima, elevandosi ad investigare il destino umano, e creandosi una vita in sè, è rimasta imponente e isolata nella gran vita che le si agita d’attorno. Speranze, amori, piaceri, tutto si è trasformato per me, tutto si è concretizzato in una sola idea, tutto ha assunto un solo carattere, una sola legge, una sola rivelazione, quella dell’arte. Essa ha resa la mia fibra sì irritabile, la mia immaginazione sì feconda, la mia sensitività sì sofferente e sì viva, il mio orgoglio sì esigente e severo, che io mi trovo collocato quaggiù come in un mondo strano ed inesplicabile, di cui non giungo a percepire nè la natura nè il fine. L’arte mi ha creato un mondo — essa sola — e se io potessi popolarlo colle creature della mia fantasia, dar loro forma e esistenza, vivere con esse e per esse, non avrei più nulla a rimpiangere del mio destino; ma ohimè! nulla esiste quaggiù tranne che l’ideale, e l’ideale è l’ombra, è il fantasma, la parodia — la realtà che noi ci affanniamo di raggiungere è oltre la vita.

Egli tacque, ed era mesto; io lo contemplava tacendo; egli rappresentava in quell’istante per me una di quelle creature straordinarie in cui la bellezza fisica e la bellezza morale rivaleggiano, e l’una presta all’altra una forma sensibile, e l’altra vi si rivela vestendola della sua espressione celeste.

Ritornammo alla fattoria, che le prime ombre della notte si disegnavano su quelle vaste lande di arena lasciate asciutte dall’acqua; il cielo si andava qua e là popolando di stelle; alcuni fuochi fatui brillavano in quei seni dove l’acqua stagnante aveva raccolte e corrotte le alghe; gli uccelli annidati sulle quercie, mormoravano strane voci dai loro nidi, i cani si rispondevano dalle valli, e gli ultimi rintocchi dell’_avemaria_, così prolungati dagli echi e dai venti, sembravano gemere su quel non so che di funerario e di triste di cui si veste la natura nel piangere la sua morte di un giorno.

Lorenzo ed io ci tenevamo per mano camminando; spesso le nostre dita si allentavano o si stringevano convulse; le nostre sensazioni erano divenute comuni, le nostre vite si effondevano l’una nell’altra, e noi lo sentivamo tacendo.....

Oh come è nobile la gioventù, come è potente nelle sue concessioni, come è generosa e severa! E perchè la natura ci ripudia a trent’anni? Perchè quegli alberi, quelle montagne, quegli astri non hanno più una voce per noi? Ogni uomo è artista, è poeta nei primi anni della vita; è un arido egoista negli ultimi; e quei pochi esseri che un’eccessiva sensibilità ha condannati a rimanere eternamente fanciulli, errano smarriti nel mondo, sbattuti come un fragile schifo su questo oceano tempestoso della vita. È la società? è la natura? Domandiamolo a noi stessi, noi che non abbiamo più che il conforto disperato del dubbio, ma spargiamo di fiori il sentiero della gioventù, inebbriamola di amore e di illusioni; non riveliamo ad essa questa terribile verità che ogni uomo che è giunto a trent’anni, è già sopravvissuto a sè stesso.

Era un suono delicato e lamentevole, un arpeggiare sommesso di pianoforte, forse una di quelle celesti melodie di Schubert che non si odono mai senza piangere.

— Ascoltiamo, mi disse Lorenzo — e ci sedemmo sul limitare della porta — è Adalgisa che suona; essa non ha cantato più da tre giorni, certo la povera fanciulla è sofferente, e la sua malattia glielo avrà vietato.

— Chi è dessa? gli chiesi commosso dalle note melanconiche di quella musica.

— Una donna che mi ama, diss’egli, una creatura sventurata; oserei dire un angelo se le tristi passioni che si sviluppano colla materia non ne contaminassero la natura privilegiata e celeste. L’infelice, aggiunse Lorenzo, è travagliata da una malattia terribile, la cui azione è dolce, lenta, sicura, mortale senza nulla svelarle della morte, dall’etisia: questa infermità non è che uno svolgersi più rapido della vita, in cui tutte le nostre facoltà si moltiplicano e si consumano nella attività straordinaria della loro azione. L’anima dell’etico acquista facoltà di nuovi e grandiosi concepimenti; la sua sensibilità è squisita, la bellezza delle sue forme incantevole, l’espressione e la mollezza dei suoi profili ineffabile. Adalgisa aggiunge alla sua avvenenza naturale le fatali attrattive di questa infermità.

— E tu l’ami? gli chiesi.

Lorenzo stette un istante pensieroso, poi mi disse risoluto:

— Non l’amo; o almeno, aggiunse correggendosi, non l’amo di quell’amore che si concepisce quaggiù dagli uomini. Dopo che una fatale avidità di lanciarmi nell’avvenire mi ha fatto conoscere quali frutti maturassero sull’albero della vita e mi ha allettato a raccoglierli, la mia anima ha sentita la vanità di questi piaceri; essa ha compreso l’avvilimento che le ne proveniva fruendone, e si è formato un ideale di purità e di perfezione morale, a cui dirigere tutte le sue aspirazioni e i suoi voti. Non credo alla donna, diss’egli, non ne ammiro che la bellezza incantevole delle forme; non credo all’amore, non ho fede che nel godimento che ne deriva. L’amore di un’anima elevata, quello sforzo che ella compie per avvicinarsi alla divinità col culto del buono e del bello, non può essere diretto ad una creatura la quale non può darvi che della voluttà, la più vana di tutte le sensazioni; non può essere rivolto al conseguimento di un piacere che vi degrada. L’amore ha tale scopo nella donna; esso non può essere concepito da lei disgiunto da questo fine, come da quella che vi è portata dall’istinto della maternità e da una minore elevatezza di concezioni, di aspirazioni e d’ingegno. Vi ha oltre a ciò nella donna un dolce sentimento di sottommissione, un delicato desiderio di confortare di gioie e di piaceri la vita dell’uomo che l’ha scelta a compagna — gioie e piaceri che ella non può, che ella non sa offrire che offrendosi. — La perfezione maggiore del suo essere, l’irritabilità della sua costituzione la rendono più atta a sentire i piaceri e più avida a procurarseli; ed è perciò che la natura ha collocato in lei una dose più grande di pudore, che non è che una ipocrisia della sensualità, e che non ha altro scopo che di frenare le ingenue rivelazioni dell’istinto. Ma perchè tu comprenda tutto ciò, diss’egli, perchè tu intenda come quell’amore dell’ideale che ci infiamma nei primi anni della giovinezza, e ci guida a porgere un omaggio alla virtù come linguaggio del bello, al bello come rivelazione del buono, escludendo ogni appetenza di godimento, per ciò solo che noi siamo ancora dominati dal sentimento dell’arte e della poesia, sentimento innato nell’uomo, possa così miseramente trasformarsi e rivolgersi al culto esclusivo del piacere, è d’uopo che io t’accenni quella triste esperienza della vita che mi fu dato di raccogliere nei primi anni della nostra separazione. Spesso i fiori che intrecciano la nostra corona non si distaccano che per opera di quella mano alla quale era dato di aggiungerne, non si avvizziscono che per ciò solo, che noi li avvolgiamo nell’atmosfera velenosa delle nostre passioni, e per un frutto amaro della terra non esitiamo a contaminarli nel fango.

Morto mio padre, io mi sono avventurato nella vita, nella vita agitata, clamorosa, elegante; nei grandi centri ove la mia gioventù e la mia arte mi avevano aperta una via. Mio padre aveva accumulate molte ricchezze durante la sua vita operosa e modesta: un giorno mi trovai solo nel mondo, ma mi trovai dovizioso: aveva tributato alla mia arte otto anni di studii indefessi: le prime creazioni del mio genio mi avevano dato fama di artista valente; aveva ventidue anni, il mio volto era l’espressione fedele della mia anima, e le mia anima era nobile e pura; avevo del coraggio e del cuore, e mi gettai risoluto nell’avvenire.

Questo battesimo sociale che chiude la vecchia vita e ce ne riapre una muova apporta spesso con sè molte gioie e molti, dolori. Io non ebbi che dolori. Non era la mia anima suscettibile di provare la gioia? Forse lo era, ma non per quella presso la quale si affannano tutti gli uomini. I tripudii del mondo erano troppo o troppo poco per me; mi opprimevano, e mi lasciavano un gran vuoto nel cuore: più io correva verso di loro, e più me ne trovava lontano; avrei voluto vedervi un’entità, una cosa concreta, uno scopo, un soddisfacimento nobile e pieno, e non vi vedeva che il nulla.

Amai. Chi non ha amato o non ama? Era stato il delirio della mia gioventù, il sogno di tante notti, lo scopo della mia arte. Predispormi coll’arte all’amore, prepararmi l’animo ad accogliere questo sentimento e a sentirlo, ingigantirmene l’ideale, rivestirlo di tutte le illusioni, di tutte le parvenze possibili, ecco ciò che io aveva vagheggiato nel silenzio di questo ritiro, prima di avventurarmi nel mondo.

Ma gli uomini tutti e la gioventù sovratutto, credono che lo scopo dell’amore sia la donna, non distinguono tra il sentimento e la sensazione, fanno di queste due cose disparatissime una cosa sola, e chiedono più tardi a sè stessi: che cosa era l’amore? avrebbero dovuto chiedere: che cosa era la donna?

Io pure ho ingannato me medesimo: ho creduto che tale fosse lo scopo di questo sentimento e mi affrettai a raggiungerlo. Mi era creato di esso un ideale abbagliante, lo aveva vagheggiato per tanti anni, non aveva mai dubitato di realizzarlo; e quando aveva abbandonato per sempre la casa di mio padre, aveva detto a me stesso: — avrò anch’io un amore.

Ohimè, io non sapeva, che un artista non può amare che l’amore, che due affetti sono troppo per esso, che quell’ideale che egli si è creato, non è che l’ideale dell’arte, che nessuna creatura al mondo può renderglielo in tutta la sua sublimità, può possederne tutte le forme e i colori.

Ma che cosa è l’arte? È dessa che ci conduce all’amore, o è l’amore che ci conduce all’arte? quale dei due è l’essenza e quale è la forma? quale è quello che rivela, e quale è quello che è rivelato?

Non ho potuto comprenderlo ancora; egli è però ben certo che ogni grande anima si è manifestata coll’arte, e che nessuna di esse ha potuto sottrarsi al dominio dell’amore.

Ho amato anch’io una donna, una creatura non migliore e non peggiore delle altre, un essere vago e felice, quali ne incontriamo spesso nel mondo — esseri che sorvolano su tutto, che aman tutto, che spargono delle rose su tutto; che versano delle lacrime e non piangono, che sorridono e non gioiscono, che non potrebbero essere felici e lo sono. Si chiamava Regina, aveva vent’anni ed era vedova. Viveva sola, aveva blasoni e livree, aveva ammiratori ed amici, aveva arredi e palazzo da sultana, era superbamente bella e orgogliosa. L’aveva veduta e l’aveva segretamente ammirata, mi pareva che la sua avvenenza avesse sorpassato la bellezza di quel tipo immaginario che io portava meco nel cuore; mi pareva che il suo amore avrebbe dovuto colmare ad esuberanza quel vuoto che io sentiva in me da gran tempo. Volli ispirare dell’affetto e l’ottenni, volli smarrirmi nella mia passione e lo feci.... non ne ritrassi che amarezza e sconforti.

La vedeva ogni giorno lungo i viali cavalcare colla spigliatezza d’un giocoliere e coll’ardimento di una amazzone sorridere e pure atteggiarsi a mestizia. Era sempre sola, un palafreniere la seguiva da lontano; e quando io passava presso di lei mi fissava in volto gli occhi con espressione di affetto indicibile! Ne fui presto ammaliato; era il mio primo amore — il mio ultimo — mi vi abbandonai come un fanciullo.

M’incontrava con lei ogni giorno durante le sue passeggiate; e benchè non avessi osato o potuto dirle il mio amore, e benchè ella del paro mi avesse tutto taciuto nessuno di noi due ignorava di essere amato, e non attendeva che l’occasione di accertarsene. Anche questa occasione venne. Io aveva dato una sera un concerto e vi era stato applaudito: il teatro era affollatissimo, l’uditorio silenzioso ed intento, io stesso agitato da una commozione indicibile; era giovane e artista, e aveva destato in tutti gli animi un interesse profondo, una viva ammirazione di me: il mio trionfo era stato facile ma non era stato meno completo; mi erano stati gettati dei fiori, molte signore si erano tolte dai capelli le loro camelie e le avevano lasciate cadere sul palco: io ne aveva raccolto una parte, quando nell’alzare lo sguardo scorsi Regina che mi gettava colla sua piccola mano coperta dal guanto un ricco mazzo di fiori. Rimasi indicibilmente confuso; accennai appena del capo in atto di ringraziamento, e mi ritrassi stringendomi al seno quel dono.

Quando fui nella mia camera, nell’appressare alle labbra quel mazzo, vi scorsi un piccolo brano di carta arrotolata. Lo svolsi, era un foglietto da taccuino dorato nei margini: su cui ella aveva scritte colla matita queste parole:

«Siete degno del mio amore, e ve ne ringrazio. Vi posso scrivere queste righe perchè sono sola, e posso farlo perchè ho dell’affetto per voi. Voi siete un grande uomo, ma avete la timidità di un fanciullo: venite domani a ringraziarmi di questa lettera.»

REGINA.

Rimasi profondamente impressionato da quella lettera. Non era così che io avrei voluto conoscere di essere riamato; quelle parole non mi rivelano quell’amore casto, esitante, ritroso, che aveva desiderato di scorgere in lei, che aveva sentito fino allora in me stesso. Non conosceva ancora il linguaggio e gli ardimenti di una passione sensuale, ma ne aveva avuto in quelle parole una intuizione piena e scoraggiante. Cercava un amore puro, quell’amore che tutti gli uomini cercano a vent’anni, e non vi trovava che un amore di progetto, un amore già quasi colpevole nella prima, nella più timida, nella più santa delle sue rivelazioni. Ne era turbato; avrei voluto trovare in me la forza di non andarvi, ma mi sentiva sì debole anche dinnanzi a quell’affetto, che mi era impossibile il combattere il mio cuore. La natura e l’istinto trionfavano. Io ignorava che le espressioni di quel foglio erano il linguaggio esatto di un sentimento intorno al quale gli uomini si formano generalmente un falso concetto, erano la rivelazione del vero amore, quale egli è, quale deve essere: gli uomini non tengono mai una giusta via di mezzo nell’uso e nell’apprezzamento che essi ne fanno; prima di vent’anni domandano ciò che la natura non può dare, che la stessa innocenza rifiuta — il sentimento puro e intangibile; dopo le prime disillusioni non chiedono più che la voluttà, negano la sua fusione col sentimento — non vogliono più che il piacere. La donna si dà, ma non si dà mai sola, dà il cuore con essa: la donna soltanto sa amare.

Lottai, ma mi era impossibile sottrarmi alla mia passione; andai da Regina. La trovai, splendida, superba, raggiante; non l’aveva veduta mai così bella. Non appena fummo soli mi si gettò tra le braccia e mi baciò sulle guancie, eccitata da una commozione che pareva sincera. Provai nondimeno una gioia meno intensa di quanto non lo fosse il dolore che la mia anima sentiva in quell’istante. Avrei desiderato di averlo ottenuto dopo lunghi giorni di amore quel bacio; ma averlo così, senza conoscersi ancora, senza avere ancora ragione di amarsi.... il primo bacio, quello che non si dimentica più, quello che segna il primo periodo della nostra esistenza morale!..... Ah, tutto ciò parevami assai doloroso!

Queste considerazioni si agitavano dentro di me in quell’istante medesimo in cui ella pendeva sul mio seno, e aspettava parole colme di passione e di affetto. Non ne dissi, non avrei potuto dirne. Regina si sciolse dalla mie braccia, e guardandomi con occhi pieni di meraviglia e di amore, esclamò con suono di dolce rimprovero:

— Non mi amate voi dunque? Mi avete dunque ingannata?

Dio buono! ingannata..... e come? Apprezzava dunque ella tanto il nostro amore? Era amore vero e sentito? Era un abbandono logico, naturale, doveroso quello di gettarsi tra le mie braccia? Mi parve di comprendere qualche cosa: mi affrettai a rispondere, non meno commosso di lei:

— Perdonate, è una strana confusione di idee che si è formata nella mia anima è gioia, è amore, è sorpresa, sono mille sensazioni che mi opprimono per quanto siano dolci e nuove, anzi perchè sono tali mi opprimono.... Non ho mai amato, Regina, non fui mai amato; è naturale che io debba trovarmi così confuso ed oppresso, così dolcemente oppresso... avrei bisogno di sollevarmi colle lagrime; se fossi, come voi dite, un fanciullo, se fossi solo, vorrei piangere, e piangere fino a morirne.

— Quanto siete sensibile! mi disse Regina, quanto siete nobile e buono! Ed è in vero la prima volta che amate? e son io che vi avrò inspirato il primo amore, che potrò farvi conoscere le prime dolcezze di questo sentimento? Oh ditemi che io non m’inganno, che mi amate; ho osato tutto con voi, ho osato troppo, non punitemi col vostro silenzio, con una riserbatezza che mi offende, perchè mi fa supporre che il vostro cuore abbia emesso un giudizio troppo severo su di me.

Compresi che ella mi amava veracemente, che nel suo stesso abbandono, nella sua stessa felicità vi era la prova più eloquente del suo amore. È dell’amore che io doveva lagnarmi, non di lei; e mi accinsi a rassicurarla con quanta potenza di persuasione io seppi attingere dalla mia mente sconvolta ed agitata. Passai seco alcune ore — ci separammo commossi. — Quando fui solo nella mia camera mi raccolsi e piansi lungamente, piansi per la cessazione di un’illusione che avrebbe dovuto accompagnarmi per tutta la vita. Era quello l’amore? Era così che lo concepiscono gli uomini, che deve essere concepito da tutti gli uomini? E perchè formarsene un ideale così elevato? Che cosa è l’ideale? Che cosa è il sentimento in amore? Può egli l’amore stare da sè, rinunciare alla sensazione che ne costituisce l’essenza, che unicamente lo crea? Poichè non è il sentimento astratto che ci unisca indissolubilmente alla donna, ma il possedimento che ci crea dei doveri e dei bisogni; è l’intimità, è l’abitudine che rendono potente l’amore.

Tuttavia non abbandonai Regina: la natura agiva troppo potentemente su me perch’io potessi superarla colla forza della mia volontà. La volontà è sempre più debole dell’istinto, perchè ove nol fosse, ciascun uomo potrebbe violare impunemente la propria natura. Incominciai anzi ad amarla, conosceva che il suo cuore era retto e sincero, non ne poteva dubitare: investigai il suo passato, e non vi trovai cosa alcuna di cui dovessi soffrire ed affliggermi: un uomo qualunque, un uomo che non fosse stato vero artista, avrebbe potuto essere felice con Regina. Io non lo era.

Ottenni tutto da lei. Da quel giorno ella cominciò ad amarmi, da quel giorno io sentii che il mio affetto era svanito. Lo dissimulai lungo tempo, era pietà, era gratitudine che me lo imponevano, ma essa non tardò ad avvedersi del mio abbandono, e ne fu mortalmente ferita.

— Che vuoi! mi disse ella una volta, che pretendi da me per amarmi? che posso io fare per meritarmi il tuo amore? Hai guardato nel mio passato e non vi hai veduto nulla, hai indagata la mia condotta e sono uscita illibata dalle tue investigazioni. Quale demerito ho io per essere condannata al tuo abbandono? Non sono abbastanza bella? non sono abbastanza giovine e ricca? Sei geloso? preferisci l’isolamento? Vuoi che rinunci a tutto, a’ miei abiti, a’ miei cavalli, alle mie abitudini? Vuoi che abbandoniamo questa città e ci ripariamo in un angolo di terra ignorato? che viviamo soli, sconosciuti, felici? Dimmi lo vuoi?

Io era vinto, io era commosso, io avrei fatto il sacrificio della mia vita per lei, ma non poteva amarla, non lo poteva: sentiva che nessuna donna avrebbe potuto inspirarmi ancora dell’amore; l’amore, la continuazione, il culto, l’affetto di quell’ideale che portava meco nel cuore lo trovava nell’arte — la donna ne era la negazione.

Oscillammo alcun tempo tra la repulsione e l’amore, prevalse la repulsione — ci separammo.

Io abbandonai quella città sei mesi dopo, nello stesso giorno in cui ella partiva per Francia col ricco barone di Saint-Froix, colonnello di cavalleria, col quale si era sposata al mattino.

Così disgustato dell’amore altrui rientrai nell’amore di me medesimo, non perchè il mio cuore fosse incapace di collocare in una creatura simile a me un affetto saldo e durevole, ma perchè aveva compreso che nessuna di esse avrebbe potuto divider meco questo sentimento senza offenderne la purezza; perchè sapeva che quell’amore che io voleva, il mondo non me lo avrebbe mai dato, non me lo avrebbe mai potuto dare. Nell’amore dell’uomo, e più specialmente della donna, ho sempre veduto una specie d’ipocrisia, delle norme di convenzione che volevano mostrare di condurre al sentimento, e non conducevano che alla sensazione, non avevano altro scopo che la voluttà, e incominciate con tutte le apparenze di un amore ideale, di un puro affetto di cuore, finivano colle basse soddisfazioni di un amore brutale, assai spesso colla sazietà, colla nausea, col disgusto che dà una passione soddisfatta. L’amore non è che un’ipocrisia — nella maggior parte degli uomini non è che l’abuso, l’applicazione falsa ed inesatta di un nome. Potrebbe chiamarsi il piacere, la voluttà, la sensazione — sarebbero le parole — ma l’_amore_, questa espressione di cui ci serviamo per indicare quanto abbiamo di sacro e di diletto nel mondo, per rivolgerci alla divinità, per accennare a quei legami pieni di mistero e di incanto che sembrano congiungerci all’universo; essa, la parola più dolce e più nobile del linguaggio umano, quella che inchiude l’idea del sacrificio scambievole, che è la nostra religione, la rivelazione più eloquente della nostra immortalità, non può essere adoperata per nascondere la natura ed i fini di un desiderio sì basso, per velarne la nudità, per travisarne lo scopo — l’amore è cosa dell’anima, la voluttà è cosa della materia: distinguiamo tra due nature sì differenti.

Nella stessa facilità di quelle donne che si danno senza ritegno — e quel ritegno ha sempre le sue cause nell’amor proprio, è sempre un’arte quando non è calcolo o freddezza, — che non lo dissimulano, che dicono: vi domando del piacere e vi do del piacere, mi parve di scorgere non dirò una maggiore virtù, ma una maggiore arditezza della verità, una franchezza saggia e lodevole. Che differenza tra esse e le altre? Le une promettono di darsi, nulla più, e si danno — le altre promettono cose infinite, l’amore puro e ideale, tutte le smorfie che affetta il sentimento, e finiscono col darsi come le prime, nulla di meno: in quelle una sincerità che ne scema se non ne scusa i traviamenti, in queste un inganno, un artifizio volgare, od una ignoranza di sè deplorevole. Tra un uomo ed una donna che si piacciono la virtù non è in alcun luogo, se è in tal cosa che vuolsi far risiedere la virtù. Basta avere un’esperienza della vita assai lieve per apprezzare la verità di questa asserzione: quando due giovani creature di sesso diverso sono prese di affetto l’una per l’altra sanno a che cosa li deve condurre l’amore, e comprendono che dissimulano, e fingono entrambe l’ignoranza di uno scopo che pure si struggono di affrettare col desiderio.

Ecco le considerazioni che mi allontanarono per sempre dall’amore: intendo l’amore quale è ordinariamente tra gli uomini, quell’affetto che incomincia da un’apoteosi e finisce in una degradazione, le cui fila sembrano partire dal cielo, e nondimeno toccano il fango. Non spero altro dalla donna, benchè sappia che l’amicizia non è che un’ombra dell’amore, e che non potè mai appagarmi soltanto di essa; benchè comprenda che non può darlo che la donna, lei sola, ancorchè puro, ancorchè deliberato per sempre all’astinenza dì quei piaceri che ella può offrire.

Ma ciò è per fermo nella natura; e come ella abbia condannato ad un fine sì triste un sentimento sì elevato e sì nobile, come si sia servita di mezzi così divini per raggiungere uno scopo sì turpe, è ciò di cui la mia anima non ha mai saputo darsi ragione, è l’enimma eterno e insolvibile del cuore umano. Non condanno la facilità con cui gli uomini corrono al piacere, ma l’astuzia con cui dissimulano di non corrervi, le illusioni di cui circondano un atto di intimità che non ne ha alcuna, e che riserbano alla gioventù inconsapevole un disinganno certo e terribile.

Hai tu avuto quattordici anni? Te ne rammenti? Ti ricordi di quel tempo quando nella donna non vedevi che l’angelo, quando nell’amore non vedevi che l’unificazione di due anime? Ed hai serbato memoria di quel giorno in cui afferrasti la realtà, in cui vedesti soccombere il tuo ideale? Oh, la natura vi ebbe la sua