parte di
colpa, ma la donna non meno!... La donna voluttuosa, facile, meno elevata di mente, è meno atta a comprendere la bassezza e la vanità del piacere; desiderosa di darsi perchè sa darsi, perchè vi ha attitudine, perchè desidera di sottomettersi, e sa porre più che altrove in questo abbandono, quella leggierezza, quella grazia, quella docilità, quel non so che di vago e di fatuo che sa mettere sì bene in tutti i piccoli nonnulla della sua vita. Si direbbe che il loro ritegno non è che un’arte, che quelle medesime che si serbano virtuose lo fanno perciò solo, che sanno di conservare in tal modo uno degli allettamenti più energici, e di poter esercitare una seduzione più potente. Tutto ciò che vi è nella donna — le sue opere, i suo pensieri, le sue parole, i suoi atti — tutto è seduzione, benchè seduzione tacita e delicata. Oh, l’uomo è assai più puro! Nella sua franchezza, nelle sue abitudini un po’ ardite, nel suo stesso linguaggio un po’ rozzo e un po’ brutale, egli è assai più puro! Nella fanciulla si trova sempre la donna — l’angelo bisogna cercarlo nella madre.
Mio caro amico, riprese Lorenzo dopo un breve intervallo di silenzio, io mi sono disgustato assai presto delle donne; le prime prove mi hanno atterrito; non ti dirò ciò che ebbi ad esperimentare di poi; aggiunsi sconforto a sconforto — mi ritrassi nella mia solitudine disperando di non poter amare che la mia arte. E forse un artista non può, non deve avere un altro amore che questo — l’amore astratto del bello, del buono, l’amore che conduce direttamente a Dio, che rinuncia alla creatura, che non si posa su cosa alcuna del mondo — tutto il resto è sogno, è illusione, è voluttà d’un istante. Se l’amore debb’essere infinito e gli uomini tutti amano cose finite, gli artisti sono i soli uomini che amano.
Dopo l’abbandono di Regina ebbi altri affetti e altri inganni; conobbi le donne uguali tutte, propense all’amore, ripugnanti perciò dall’amicizia che ne rifiuta i privilegi e i diritti, facili all’affetto, atte a colorire con quella vena di facile poesia che è in esse qualunque atto di degradazione fisica sul quale l’uomo si arresta a meditare con dolore.... Non ho serbato memoria di una donna giovine, che abbia saputo perdonare a me giovane di averle potuto offrire dell’amore e di non averle dato che dell’amicizia. Rientrai in me stesso; volli riabitare questa casa, rivedere questi luoghi che mi parlavano dell’infanzia, l’unica età della vita sulla quale noi possiamo ritornare senza piangere, e darmi tutto alla mia arte, e vivere di essa e per essa.
Ma neppure qui non mi sento sereno, non mi sento felice; non si può amare l’amore per l’amore, e l’arte che ci crea un ideale così elevato, non basta a far tacere quel bisogno incessante dell’anima che ci spinge a cercarne una personificazione più o meno imperfetta negli uomini e nelle cose reali della vita.
Bisogna amare, ecco la condanna; o turpemente o nobilmente bisogna amare: per noi che ne vediamo l’oggetto nel cielo e dobbiamo cercarlo nel fango è una condanna doppiamente terribile. Io vorrei possederlo questo oggetto, ma dove mi sarà dato di rinvenirlo? dove troverò la donna diversa dalla donna? Combatto da lungo tempo col mio cuore, tento di ucciderne l’affettività, di deviarla dalla donna e di rivolgerla all’arte. Inutile sforzo? La natura prevale; e l’arte che è troppo grande, troppo conscia di sè per temere di una rivalità così poco durevole, ne seconda la legge ed i fini.
Tornato qui, trovai Adalgisa già adulta; ci eravamo separati bambini e benchè io non fossi allora che un povero fanciullo della sua fattoria, ci eravamo legati di quell’amicizia pronta e sincera che si contrae facilmente in quegli anni; ora quel sentimento si è mutato dal canto suo in un amore appassionato e ardentissimo. Posso io corrispondervi? È troppo tardi, nè ella potrebbe offrirmi di più di ciò che altre m’offersero, nè vorrebbe offrirmi di meno; in lei vedrei sempre la donna, l’amante sparirebbe coll’amore.
Così dicendo la notte era caduta, e Lorenzo, prendendomi per mano, mi ritrasse dal limitare nella stanza. Passai con lui altri due giorni in cui vidi e conobbi Adalgisa, dopo di che ci separammo tristi e scorati.
Abbrevierò la narrazione di questo racconto.
Due anni dopo ebbi, da Lorenzo questa lettera:
»È assai tempo che non ho più novelle di te. Ho saputo che sei a Nizza e ti scrivo. Avrei avuto bisogno prima di scriverti. Ho attraversato molte calamità, ho subite molte prove dacchè ci siamo divisi — ho compreso spesso che se avessi potuto confidarmi a te, versarti tutto il mio cuore, mi sarei sentito sollevato. Come la vita ci sfugge, come la felicità ci sfugge! Due soli anni!... e pure quale solitudine si è fatta intorno a noi, quante care esistenze ci sono state rapite in così breve spazio di tempo! Ho pensato sovente con dolore quanto debba essere triste la vecchiezza, quanto debba essere tormentoso il sopravvivere a tutti quegli esseri che si sono amati e perduti.
»Ti ricordi dei discorsi che facemmo l’ultima volta che ci siamo abbracciati? Il mio cuore combatteva allora una gran lotta, la mia virtù stava per soccombere, una sfiducia terribile si era impadronito di me. Io non credeva alla donna, io non poteva amare la donna — reputava l’amore turpe o impossibile, così soggetta come mi appariva ai bisogni irresistibili della natura, così fuso, così legato, così immedesimato con questi stessi bisogni. Nel tempo medesimo anelava a questo amore che la mia ragione ripudiava, nè subiva la prepotenza irresistibile, vi soggiaceva come alla tirannia di una passione indomabile. Strano mistero del mio cuore! Amava la donna nella sua beltà, nelle sue attrattive — l’odiava nelle sue debolezze, nella sua facilità, nella sua avidità di piacere. L’arte me ne aveva creato un tipo perfetto, io voleva concretizzare questo tipo in una creatura vivente, spiritualizzare la donna fino a trasformarla, fino a farle raggiungere la perfezione ideale di quel modello.
»Mi ricordo che tu sorridevi di questo sogno, dissimulavi a stento la tua sfiducia, mi nascondevi appena l’ilarità che ti destava questa illusione. E pure che cosa è questo lavoro assiduo che compie l’umanità da molti secoli se non una conseguenza del bisogno che essa ha di spiritualizzarsi, di sottrarsi alle leggi fisiche per crearsi delle leggi morali? Le idee confuse di civiltà, di progresso, di perfezionamento sono una derivazione di questa grande idea, di questa grande aspirazione. Ogni uomo tende a spiritualizzarsi. Perchè ci vergogniamo delle nostre debolezze, delle nostre imperfezioni, dei nostri bisogni? Perchè ci sono delle cose che ci sembrano turpi nella nostra natura?... Perchè tentiamo di nasconderle? Nella lotta di questi due grandi principii — del principio fisico e del principio morale — è riposto il segreto delle lotte umane — forse anche le oscure ragioni dell’umanità e della vita.
»Ebbene! che faceva io se non che spingermi troppo innanzi su questa via? se non che anelare con troppo ardore a quel perfezionamento ideale cui tutti gli uomini aspirano? Gli artisti sono uomini che precedono gli altri — vanno innanzi e additano il sentiero, si voltano indietro e si trovano soli... questi grandi, questi infelici solitarii!...
»Ti ricorderai anche di Adalgisa. Io non poteva accettarne l’amore, corrispondervi; le ragioni che ti ho espresso ora mi allontanavano anche da lei, me ne allontanavano ripugnante, afflitto, corrucciato di me stesso. Perchè io avrei voluto amarla, poterla amare, rendere a lei quelle gioie, quella felicità, quella luce che essa voleva gettare su tutta la mia vita. Non lo poteva. Tu mi lasciasti in quel tempo — erano gli ultimi giorni delle mie lotte e delle mie esitazioni. Adalgisa si ammalò poco dopo la tua partenza — la sua etisia raggiunse uno sviluppo impossibile ad arrestarsi — non si riebbe più — io la perdetti quando incominciava a tenermi cara la sua vita e il suo amore.
»Io ti parlerò di questo amore come di una malattia della mia anima, come di un fenomeno inesplicabile della mia natura. Non vi ha dubbio che gli artisti sieno uomini infermi, creature malate, esseri incompleti, i quali perciò appunto dovranno sempre sottrarsi alle norme comuni della vita. Ciò che essi creano è effetto della loro imperfezione, della loro infermità; come alcune specie di bache, di frutti, di nodi bizzarri, sono un prodotto della malattia delle piante, come dalla corteccia incisa di alcuni alberi stilla la gomma. Io che l’aveva tratta a morire colla mia indifferenza, che l’aveva resa infelice col mio rifiuto, io doveva amarla quando già la vita avea incominciato a sfuggirle, ad adorarla dopo che l’aveva perduta. Non so se tu abbia provata la più spaventosa tortura che possa subire il cuore umano — l’impossibilità d’amare le persone che ci amano e che reputiamo degne di amare. Non vi è tormento che possa adeguarsi a questo: basta averlo provato una volta perchè si comprenda tutta l’impotenza della nostra volontà, perchè rovini tutto l’edificio della nostra fede, perchè una tenebra immensa si distenda su tutta la nostra vita. L’amore è inesorabile; è in noi, ma è fuori di noi; non possiamo imporlo a noi stessi, non possiamo lasciarcelo imporre.
»Tutte le persone dotate di qualche virtù e di qualche avvenenza hanno assistito a questa rovina che facevano intorno a sè stessi, hanno suscitato delle passioni che non potevano appagare, consumato delle vite che non potevano proteggere col loro amore. Nelle stragi che l’amore mena nel mondo, alcuni pochi soccombono alla felicità dell’affetto contraccambiato, molti al dolore dell’affetto non corrisposto, moltissimi — e sono infinitamente i più miseri — allo strazio di non poter amare.
»Io ho provato questo strazio in tutta la sua potenza. Vedeva deperire la bellezza di Adalgisa, avvizzirsi la sua fede, affievolirsi e consumarsi la sua vita, e non poteva soccorrerla. Io assisteva a questa distruzione, lenta, penosa, inesorabile, senza poterla impedire. Chiedeva indarno al mio cuore ciò ch’egli non poteva darmi, ciò che io non poteva esigere da lui. Perchè l’amore è una gran fede, è un gran vero — non lo si finge, non lo si smentisce. Esso non proviene da noi, ci viene non sappiamo d’onde, lo subiamo — perciò non lo possiamo mentire perchè non lo conosciamo che dopo averlo provato — o meglio ancora provandolo.
»Te partito, Adalgisa si pose a letto, la pietà mi trattenne presso di lei fino al giorno della sua morte. Fu in quel frattempo che il gelo del mio cuore si sciolse, che io incominciai ad amarla e a confortarla di questo convincimento — non visse felice, ma morì felice. Perchè ho incominciato ad amarla in quei giorni? È una domanda che mi sono rivolto sovente io stesso senza potervi rispondere. Di mano in mano che la sua malattia affievoliva la sua vitalità, prostrava le sue forze e le sue passioni, la sua anima acquistava una nuova potenza — di mano in mano che si restringevano i limiti della sua vita fisica, si dilatavano, si estendevano quelli della sua vita morale. Io l’amava forse perchè vedeva in lei sparire la donna e formarsi l’angelo, pur rimanendo angelo e donna ad un tempo — perchè la vedeva librata tra il cielo ed il mondo, come avesse voluto additarmi il cielo senza togliermi alle gioje più miti della terra.
»Non ti parlerò dei giorni che trascorsi presso di lei, al suo capezzale — giorni pieni di tristezza e di grandi gioje ad un tempo, di esitanze, di sogni, di illusioni, di subiti sconforti — cari e mesti giorni che io non potrò ricordare mai senza piangere.
»Adalgisa non prevedeva, non credeva vicino il suo fine: mi parlava dell’avvenire, di noi, del suo amore; formava progetti di felicità per un tempo lontano — la sua anima, simile alla fiamma che si ravviva un istante prima di spegnersi, gettava, già vicina a dividersi da lei, una più gran luce sulle gioie immaginarie del suo avvenire. Soventi ella intravedeva il vero, ricadeva ne’ suoi sconforti, presentiva l’abbandono della vita. Allora rivolava al passato, evocava, numerava, interrogava le gioje in quell’età, più spesso accarezzate che godute, più spesso sognate che ottenute; mi parlava dell’infanzia, di quegli anni che avevamo trascorsi assieme, quando la nostra affettività era ancora una virtù che spandevamo su tutti, che dividevamo con tutti; quando gli affetti, così dispersi, non si erano ancora riuniti nel cuore per rivolgerli ad una sola creatura. L’amore, diceva ella, era stato allora una grande espansione, ora non era che un grande egoismo.
»La malattia aveva come modificate le sue sembianze, aveva dato al suo volto qualche cosa di sì pallido, di sì mobile, di sì trasparente, che la sua natura appariva trasfigurata, spiritualizzata, mutata essenzialmente da quella di prima. La sua vitalità era affluita tutta allo sguardo; pareva intravedesse sempre qualche cosa al di là degli oggetti che la circondavano — guardava come si guarda spesso, senza vedere. Le sue mani si erano come affilate, erano divenute sì piccole, sì leggiere, sì bianche, che nello stringerle vi sentivate la mancanza della vita, e ricordavate quelle mani che vi accarezzavano fanciullo, vi avvedevate che esse non dovevano più toccare alcuna cosa della terra...... Oh le mani di un morente! Chi non ha strette una volta quelle mani? Chi non ha compreso il terribile linguaggio di quel contatto? Sì le mani hanno un linguaggio speciale, un’espressione a sè, un’eloquenza misteriosa che ogni uomo non può non intendere. Son esse che accarezzano le teste dei biondi fanciulli, che asciugano le lagrime degli infelici, che rivelano i primi tumulti della passione, che esprimono la pietà, la tenerezza, che infondono i conforti, che vi toccano, che vi stringono, che vi abbracciano l’ultima volta prima di morire. Le mani sono il linguaggio del corpo, come il sentimento è il linguaggio dell’anima.
»Non è senza ragione che le superstizioni umane hanno attribuito un pregio sì grande alla verginità della donna. Non saprei come provare questa asserzione, come giustificare questa fede che mi ha inspirata la vista di Adalgisa; ma egli è ben certo che se vi sono nella nostra natura due elementi che lottano per dominarsi — l’elemento fisico e l’elemento spirituale — e se la nostra perfezione, la nostra supremazia, la nostra grandezza sono riposte nella prevalenza di quest’ultimo, ella è una grande rinuncia quella che vien fatta per esso alla soddisfazione dei sensi più viva e più irresistibile. Si può deplorare questa rinuncia, non si può non ammirarla — la verginità eserciterà sempre uno dei più grandi prestigi sugli uomini, perchè rivela ad un’ora la casta verginità del cuore e della mente.
»Vi sono delle creature che sentono il peso della materia, la sua tirannia, l’impero che esercita sullo spirito: alcuni la subiscono, alcuni vi si ribellano. Quei martiri delle leggende cristiane che, spinti da un ascetismo religioso, si maceravano il corpo coi digiuni e colle battiture, non potevano essere che uomini straordinarii: combattevano ad oltranza quella lotta che noi combattiamo con armi più facili, con tregue lunghe, con viltà più frequenti, e nelle quali preferiamo spesso il soccombere al resistere forti ed infaticati.
»Questa vittoria dello spirito sulla materia mi appariva piena, intera in Adalgisa — è in ciò che è riposto il segreto di quel fascino che la fede, che il genio, che il culto di un gran principio morale esercitano sopra di noi; il rispetto che c’inspira la vecchiaja, l’interesse che ci destano le persone deboli o inferme — simile a quelle lampade funerarie che gli antichi collocavano presso le tombe, la cui fiammella acquistava sempre più maggior luce, quanto più s’assottigliava il vaso d’alabastro che la conteneva — l’anima della fanciulla traspariva, si rivelava, attraverso le forme vaghissime del suo corpo che la consunzione svigoriva senza alterare.
»Essa era anzi più bella. Che ti dirò delle contraddizioni inesplicabili della mia natura?... Io me ne innamorai in quei giorni; e quanto più ella si andava approssimando al suo fine, quanto più io acquistava la certezza del suo abbandono, tanto più si rafforzava in me questo affetto. Come raccontarti tutte le lotte del mio cuore? descriverti, enumerarti le mie sensazioni? In poco tempo il mio amore raggiunse tutta la sua pienezza, assunse tutta la forza d’una passione indomabile. Sola, mia, soffrente, purificata dalla morte — così e non altrimenti io poteva amare una donna. Una donna! Non era una creatura umana che io amava in lei, era uno spirito concretizzato, personificato in un essere vivo, racchiuso in un velo vaghissimo, delicato, trasparente, che appena lasciava indovinare l’essenza di cui era composto.
»Ma a che dirti tutto? come spiegarti il carattere della mia passione? Spesso mi atterriva il pensiero di perderla, più spesso ancora il pensiero di ricuperarla. La vita le avrebbe ridonato la forza, la salute, i desiderii; io avrei trovato in lei ciò che aveva trovato in Regina, ciò che si trova in tutte le donne, la donna; noi saremmo sopravvissuti al nostro amore... Perdendola, io raffermava invece per sempre la mia fede, conservava per sempre le mie illusioni; la religione dell’amore avrebbe potuto pretendere da me un culto sincero ed eterno. Incauti coloro che piangono la perdita di una donna amata! Non vi è che la morte che possa purificare l’amore, che possa santificarlo, eternarlo — essa ne suggella la fede. Quando essa ha diviso due esseri che si amano, colui che è sopravvissuto può illudersi sulla durata che quell’affetto avrebbe avuto, se vivo; ha una tomba su cui piangere, e può costruirsi una fede su cui riposare. Nessuna gioja della terra è dolce come quelle lagrime e come quella fede! Ma ciò che è orribile è sopravvivere alle proprie affezioni, vederle vacillare, cadere, finire, irridire a sè stessi, posarsi sopra altre creature. Quanti esseri ci circondano che avevamo amati, che avevamo fusi colla nostra esistenza, coi quali avevamo sfidato la mutabilità dei tempi e della fortuna... e che adesso sono più nulla! Vivere tra tali creature, vederle vive e felici, e portarne il lutto, è come vivere in un mondo che ha cessato di appartenerci, è come presentire la morte co’ suoi dolori, co’ suoi abbandoni, co’ suoi rimpianti, senza averne nè la dimenticanza, nè la quiete.
»Ma a che farti conoscere tutti i dettagli dolorosi del mio racconto? Adalgisa morì; e con quella morte cessò in me quell’indifferenza, quell’avversione all’amore, quel bisogno di raccogliermi in me stesso che mi aveva chiuso fino allora tutte le sorgenti della felicità e del piacere. Quell’affetto che mi s’era formato nel cuore durante la sua malattia, si tramutò dopo che l’ebbi perduta, in una passione che mi divorava la vita, senza che potessi spegnerla, che mi dominava senza che potessi combatterla. L’aveva dimenticata viva, l’aveva amata morente, l’adorava già morta. In ciò io era conseguente a me stesso, a’ miei principii, alle mie idee: il mio amore era logico come lo era stata la mia indifferenza — procedeva dalle stesse cause, si riposava sulle medesime convinzioni. Un ostacolo mi aveva allontanato fino allora dalla donna — la sensualità della bellezza: ora questo ostacolo era sparito, la bellezza di Adalgisa non era più che un riflesso della bellezza intatta ed eterna — in quelle forme pure e perfette io vedeva personificato quell’ideale che l’arte, che il vero, che il bello avevano come delineato nella mia fantasia. Gli uomini tendono a personificare tutte le loro sensazioni, tutte le concezioni della loro mente — la vasta idealità umana si riduce tutta alla creazione di alcuni tipi vaghi e indecisi, di cui cerchiamo indarno quaggiù una personificazione vivente. Dio non si è rivelato a noi: egli non ha tanto creato gli uomini, quanto gli uomini hanno creato lui stesso — l’idea di Dio non è che una personificazione dell’idea del bello eterno, e del buono eterno — le anime elevate non hanno osato circoscrivere questa bontà e questa bellezza in una forma, le anime volgari sono discese fino all’umanazione.
»Se tu avessi visto Adalgisa, avresti potuto comprendere quanto ella si avvicinasse a questo ideale. Non so dirti quanto ella fosse bella, nè quanto il mio ideale fosse elevato! D’altronde che cosa è la bellezza? Essa non può essere il risultato dell’armonia di alcune linee, perchè queste stesse linee disposte diversamente possono dare diverse specie di bellezze — vi è non una legge in ciò; non vi è una bellezza assoluta. Possiamo analizzare il volto umano, descriverlo in tutte le sue parti, ammirare l’armonia dei loro rapporti — non basta — vi è ancora qualche cosa che è fuori di questa legge, che sfugge a questa analisi, che costituisce unicamente il bello che noi ammiriamo. Egli è che ciascun uomo, personificando le proprie idee, si è formato un tipo di bellezza, secondo il quale esamina e giudica delle forme degli oggetti e delle creature che ci circondano. Ciò è quanto noi chiamiamo il gusto. Le leggi della bellezza fisica sono riposte in una legge della bellezza morale. L’identità della natura in ciascun uomo rende queste leggi pressochè simili in tutti, quindi pressochè uno il tipo della bellezza umana, ma se noi potessimo uscire un istante fuori di noi medesimi, distruggere e mutare questa legge vedremmo che il bello ci apparirebbe deforme, e il deforme bello, che la bellezza è tutta immaginaria, tutta convenzionale, tutta subordinata a questo principio. Ecco perchè io non tenterò di delinearti l’immagine di Adalgisa — converrebbe che tu discendessi nella mia anima per rintracciarvela.
»Non ho mai preso ad investigare che cosa sia l’amore, quali i suoi limiti nel cuore degli altri uomini. Perciò appunto che ti ho detto ora, io non ignorava che nel bello si ama inconsciamente il buono, che nel deforme si odia inconsciamente ciò che è cattivo, ma le ragioni di quest’odio e di questo amore mi rimasero sempre ignorate — si poteva aver coscienza di questi due estremi morali, ammirarne queste personificazioni diverse, senza nè amarle, nè odiarle — il segreto dell’amore, che è ad un tempo il segreto della vita universale, rimarrà sempre inviolato dagli uomini.
»Oh! dirti le ore di ebbrezza che io trascorsi al suo fianco, i deliri di quegli abbandoni!... Quel cadavere che mi stava d’innanzi ricongiungeva i fili spezzati della mia esistenza, mi rimetteva in pace coll’umanità, con me stesso; riannodava i legami che mi avvincevano all’arte e alla vita. Quante anime non sapranno comprendere la natura di questa passione, giustificare la sua origine, la sua essenza, i suoi fini! Non è vero che le donne sappiano amare, sanno piacere, godere. Spogliatele di quelle attrattive del sesso che vi vedete mascherate dal sentimento — e non vi è più nulla. Ma in Adalgisa queste attrattive erano mute, distrutte — tutto ciò che vi era di ripugnante era sparito, tutto ciò che vi era di dolce era rimasto. Che importava a me che ella non vivesse? Io non aveva mai voluto chiederle del piacere. Nella ricerca affannosa del bello, io non aveva cercato mai che il bello, ancorchè passeggiero, ancorchè inanimato. Fui sempre casto di quella castità che è propria della robustezza; nè io aveva cercato nella personificazione dei mio ideale altri attributi che quelli elevatissimi del mio ideale medesimo. E poi vi è qualche cosa di morto in natura? vi è qualche cosa di inanimato intorno a noi, cui non possiamo infondere una parte della nostra anima? Ho sempre sorriso di questa specie di avversione che gli uomini hanno per tutto ciò che non vive: mi sono sempre sentito nel cuore un’esuberanza di spirito sufficiente a infondere la vita a tutti quegli esseri inerti che mi stavano dintorno. Le grandi anime soffrono in mezzo a ciò che si agita e vive; prediligono la solitudine dove possono espandere la propria vitalità.
»Non vissi con lei che due giorni — la terra riebbe Adalgisa — io assistetti senza lacrime alla sua sepoltura. E perchè avrei dovuto piangerla? Non mi bastava la memoria? Coloro che piangono ciò che muore rinnegano la propria fede, la durabilità dei proprii affetti, la coscienza del proprio destino.
»Da quel giorno le mie lotte erano finite, io mi sentiva riconciliato coll’esistenza. Mi ridonai all’amore della mia arte — non era che un solo amore, uno stesso amore — non vissi più che di quello.
»La musica fra tutte le arti è la più divina perchè la più indeterminata. Concretizzate le idee nelle parole, la luce nella tela, le forme nel sasso, ma non potete concretizzare il suono — il regno delle note è infinito come il regno delle idee — più ancora, va oltre le idee, ve ne crea di quelle che non potete determinare, di cui non sapete darvi ragione. Strana e ridicola cosa! Gli uomini hanno voluto circoscrivere la potenza di questo linguaggio, il solo che sia veramente universale; l’hanno collegato colla parola la quale non esprime che cose determinate, — connubio mostruoso! — hanno detto: queste note esprimeranno il dolore, queste il piacere, quelle la sorpresa, e via via; hanno composta la sintassi delle note — hanno immiserito, circoscritto, rinnegato questo linguaggio che ci parlava di un mondo lontano, che ci sollevava sull’ordine delle idee comuni, che ci trasportava oltre il dominio dei sensi; che appunto era grande, perchè era impossibile sottoporlo a leggi fisse, trattenerlo dentro limiti fissi, perchè era inesauribile, perchè era indeterminato.
»Queste parole ti lascieranno indovinare quali sieno le mie idee in fatto di musica, quali i tentativi che io faccio per redimerla da queste leggi di convenzione.
»Scrivimi. Dopo la perdita di Adalgisa, io vivo da solo, in questa città. Vorrei farti comprendere quali sieno i rapporti misteriosi che esistono tra la di lei memoria e la mia arte, e come questa attinga da quella, e quella si avvivi nella fiamma di questa, e formino un tutto solo ed armonico — ma ciò mi tornerebbe impossibile.
«Rimarrai tu costì lungo tempo? Ti scriverò altra volta.»
Ma non ebbi da lui altre lettere.
Passarono due anni da quell’epoca, nè io aveva più ricevuta notizia alcuna di Lorenzo, e quasi me n’era dimenticato, allorchè n’ebbi da un amico le tristi novelle che mi accingo a raccontare; anzi trascriverò qui quel brano della sua lettera, che vi si riferisce:
«È da lui stesso che io ho saputo che tu non ignori le sue follie passate, e quella sua passione d’amore così strana, così ideale, e così incomprensibile. Ho anzi ragione a credere che tu abbia penetrato meglio e più profondamente di me nelle segrete oscurità della sua anima, e che la natura della sua follia ti sia apparsa più evidente e più chiara. Credo averla compresa io pure, e ciò mi spiega in qualche guisa la seconda e la più grave delle sue aberrazioni. Se egli non ti ha scritto più dopo la’ tua partenza da ***, ignori senza dubbio che egli si è dimenticato di Adalgisa, e che un amore non meno appassionato, non meno esigente, ma non meno inesplicabile si è sostituito a quel primo.
»Era naturale che egli se ne dimenticasse, e che quell’affetto così triste, così spento, così solitario si spegnesse nel suo cuore per dar luogo ad una passione più viva e più reale benchè ancora più assurda. Tu meraviglierai dell’oggetto di questa sua seconda affezione.
»Io credo che tutta l’infermità della sua anima e della sua intelligenza si riducesse a ciò: che egli voleva personificare in un tipo di bellezza sensibile quel tipo astratto e ideale che gli aveva creato la sua arte. La natura stessa lo conduceva a cercare questa personificazione nella donna; la purità della sua anima, la casta religione di questo ideale lo costringevano a volerne escluse quelle passioni fisiche che la contaminavano. Perciò egli non aveva amata Adalgisa che morta, l’aveva amata solamente in quegli istanti, in cui senza avere ancora perduto nulla della sua bellezza, si era già spogliata di tutte le sue passioni. Seguendo questo ordine stesso di idee, non allontanandoci dalle leggi e dalla natura della sua follia, comprenderai agevolmente come egli non potesse rimanere fedele a questa affezione giacchè egli aveva d’uopo di vedere, di ammirare questa personificazione più o meno imperfetta del suo ideale. Non è a dirsi se egli soffrisse di questa dimenticanza che gli imponeva la sua stessa natura, la sua arte stessa; egli aveva creduto che quell’affetto sarebbe durato eterno, e lo sentiva svanire, spegnersi, dileguarsi miseramente come tutti gli affetti terreni; sentiva riformarsi nel cuore quel vuoto che egli aveva riempiuto un istante, ma che ora non poteva sperare più di riempire.
»In quell’intervallo di lotte, in quel periodo di triste scoraggiamento si disgustò anche della sua arte, alla quale credeva, e non senza ragione, dovere unicamente la sua infelicità. La musica, diceva egli, è relativamente alle nostre facoltà la più imperfetta, e la più incompleta di tutte le arti. Noi non sappiamo se ci andiamo avvicinando od allontanando dalla sua perfezione — non lo potremo mai indovinare — non le potremo mai assegnare nè un limite, nè una legge, nemmeno una via sicura, tanto ella si allontana da tutto ciò che è sensibile, da tutto ciò che è reale. Non è nemmeno possibile una definizione, ella sfugge ai sensi, al raziocinio, a tutto: si è camminato finora sopra delle ipotesi, si sono stabilite delle norme elementari, si sono creati dei sistemi, dei generi, delle leggi di convenzione, ma nessuno ha ancora potuto comprendere che cosa ella sia, d’onde si è partiti, e fin dove si potrà giungere. I veri artisti hanno sentito tutto il tormento di questa ignoranza e di questa impotenza, hanno compreso quanto fosse grande il contrasto che la vaga idealità di quest’arte formava coll’arido realismo, con cui la natura li aveva condannati a lottare.
»Disperando di trovar pace qui, egli prese a viaggiare; e fu a Firenze che vide la Venere dei Medici, e che lo stesso sentimento che lo aveva fatto invogliare di una fanciulla morta, gli destò nell’anima una passione ancora più ardente, ancora più inesplicabile, per quel tipo perfettissimo della bellezza femminile. Lorenzo passò da quell’amore a questo colle stesse esitanze, colle stesse indecisioni di coloro che si sciolgono da un affetto reale. E con questa nuova passione non fece che crearsi nuove origini di sofferenze. Era naturale che egli sì vigoroso, sì ardente, dotato di un’immaginazione così viva e così feconda, non potesse appagarsi di un amore così sterile e così solitario. Egli aveva voluto lottare colla sua natura, ma indarno.
»Fu anzi quella medesima esuberanza di vitalità che egli si sforzava di trattenere, di accumulare in sè stesso, che guastò in qualche modo il suo organismo, e finì collo spegnere in parte la sua ragione. Il suo cuore, la sua mente, le sue aspirazioni combattevano una lotta perenne coi bisogni della sua vita, colle esigenze aride, materiali, inesorabili della natura. Egli non voleva soccombere anche a prezzo della sua felicità; non voleva concedere nulla al realismo dei sensi e delle passioni.
«Se tu verrai qui ti racconterò a voce la storia di questo suo secondo amore. I dettagli sono molti e strazianti, nè mi regge l’animo di evocarli e di scriverli.»
Tale era il brano di quella lettera che si riferiva a Lorenzo.
Io accorcio, per quanto mi è possibile, la mia narrazione.
L’analisi di questa dolorosa infermità della sua mente — noi chiamiamo infermità di mente tutto ciò che si allontana dalle sue leggi comuni — potrebbe fornire argomento a molti volumi, e pochi saprebbero entrare nello spirito vero di questo esame — gli artisti forse, e non tutti. Questa specie di anatomia di un’anima non potrebbe offrire interesse che per coloro i quali furono dotati di una mente superiore, per quei pochi che hanno molto amato o molto sofferto, per quegli eletti, cui l’idea del bello si è mostrata per altre vie e per altre immagini che non soglia mostrarsi alle masse.
Lorenzo Alviati ebbe natura e passioni e genio eccezionali. Le sue opere, non note che a pochi amici, furono forse di quelle grandi aberrazioni, di quei grandi errori, di quegli slanci giganteschi, di quelle prodigiose antiveggenze che precedettero in ogni tempo le scoperte dei più grandi veri scentifici e filosofici. Fu un uomo fuori de’ suoi tempi — oserei quasi dire che fu un’anima fuori della sua natura, tanto egli seppe combatterla: ancorchè ne uscisse vinto, e dominarla così miseramente.
È noto come quella Venere destasse passioni d’amore violentissime. Lorenzo tradì, suo malgrado, il suo segreto, — il segreto di questo priapismo singolare del genio — e gli fu impedito di rivederla. Rimpatriato, si ammalò di malinconia, e la sua ragione incominciò ad alterarsi nell’isolamento che egli creava intorno a sè stesso. Tutta quell’affettività, e assieme tutto quel fuoco represso di gioventù che non aveva potuto versare in nessun cuore, si raccolse e si riversò tutto in sè medesimo. Come spiegarlo? Egli incominciò a non trovare più altra compiacenza che con sè stesso, altro oggetto degno di amore che sè stesso, altra rivelazione del bello che la sua persona. In una parola, la sua ragione ne andò interamente sconvolta — egli finì coll’essere preso d’amore per sè medesimo. Io rifuggo dal descrivere i dettagli deplorevoli di questa follia: ciascuno li potrà agevolmente immaginare.
Il mio amico non lasciò scritte che poche opere, le quali per quanto io credo, andarono smarrite. Io conservo tuttora un suo manoscritto contenente alcune idee speciosissime sul ritmo, e uno schizzo di progetto relativo all’abolizione del melodramma. La sua musica — contrariamente a ciò che si poteva supporre — era dolce, semplice, appassionata, estremamente melodica. Coloro che l’hanno udita hanno serbato memoria per lungo tempo di quel fascino inesplicabile che esercitavano le sue melodie. Mi è pur rimasta una sua memoria circa quel barbaro sistema di finali fragorosi e convenzionali, da cui nessuno ha finora saputo sciogliersi, e che io ho in animo di pubblicare. Sarà l’ultimo omaggio che io renderò alla memoria di un amico affettuoso, e di un genio sventuratissimo.
Lorenzo Alviati, morì nel manicomio di Alessandria l’11 giugno 1863.
RICCARDO WAITZEN
LORENZO. E voi lo credete?
IL MAGISTRATO. No, io non ho fede alcuna negli spiriti — intesi però a dire che essi esercitano delle strane influenze sugli uomini, e questa fede antica quanto l’umanità non può essere avversata ciecamente, nè distrutta ad un tratto. (A GHOST IN COMEDY).
Che cosa è l’immaginazione? Chi ne definisce le facoltà? Dove rintraccieremo noi quella linea che separa l’immaginario dal vero? E nel mondo dello spirito, nelle sue vaste concezioni, esiste qualche cosa che noi possiamo chiamare assolutamente reale, od assolutamente fantastico? O piuttosto non è egli tutto fantastico nello spirito? Come nulla vi ha di individuato, di isolato, nell’immensità delle masse che compongono l’universo, ma tutto si riunisce e si sfuma per mezzo delle piccole masse intermedie, non potrebbe essere che l’ideale ed il realismo si congiungessero tra di loro per certe leggi che a noi non è dato di conoscere, per certo mistero che a noi non è concesso di afferrare; e che gli uomini non facessero che definire con queste due parole i due punti estremi di questa linea, quali sono il mondo sensibile ed il mondo immaginario? Qualunque sia quel vero che a noi non è dato di percepire, egli è però ben certo che dei grandi legami esistono tra di loro. La loro conciliazione secondo la natura umana, ha formato la lotta di tutti i tempi, come forma la lotta dell’oggi: l’umanità tende ad equilibrarsi tra queste due grandi attrazioni, come quella che si sente dominata da entrambe, e non ignora costituirsi dalla loro azione il segreto delle sue lotte e della sua vita.
La letteratura moderna, conscia di questa verità, si è rivolta alla soluzione di un grande quesito: «idealizzare il reale»; fondere assieme queste due potenze, costringere l’immaginazione, l’idea a soffermarsi sulla realtà, ad anatomizzarla, a rivestirla de’ suoi colori, delle sue forme, delle sue seduzioni divine. Quella grande letteratura, che è la recente letteratura francese: Karr, Vittor Ugo, Girardin, e più di tutti Michelet co’ suoi libri divini dell’amore e della donna, hanno dimostrata possibile questa conciliazione, indirizzandola allo scopo dell’umana felicità. Forse la letteratura avvenire non mirerà più ad altro fine che a questo: essa arresterà lo spirito degli uomini sempre rivolto all’ideale e al fantastico, per trattenerlo sui campi della realtà, ove noi dobbiamo combattere, qui e non altrove, vogliosi o non volenti, la lotta secolare della vita.
Ma la scienza ha pure rialzato in questi ultimi tempi un lembo della cortina misteriosa. Mesmer colla scoperta del magnetismo sembrò aver fatto un passo gigantesco su questa via. I primi fenomeni di quella scienza, arcani, oscuri, confusi, perciò accolti con quella superstiziosa credulità che affascina tutti gli uomini all’idea dell’incomprensibile e dello ignoto, sembrarono aver afferrato le prime fila per districare tutto quanto il segreto, fino allora inviolato, della natura umana: — la fusione delle anime, la trasmissione del pensiero, la chiaroveggenza, l’intuizione, l’unificazione di due, di più individualità; furono altrettante scoperte che parvero assicurarci la conquista di verità prodigiose e infinite.
Tuttavia non si tardò a riconoscere che tutto era fittizio in questa scienza, e che le prime basi gettate con tanta apparente solidità, non bastavano a sostenere quell’edificio colossale e gigantesco che si voleva innalzare sopra di esse: toltine i fenomeni materiali, tutto si è arrestato, tutto è ricaduto nell’ignoto; — l’ipnotismo ci ha dimostrato che gli stessi effetti si ottenevano colla semplice fissazione di un oggetto luminoso; lo spiritualismo rimaneva dunque escluso, e i fenomeni del Mesmer ricadevano nel dominio della materia. — Perocchè chi ha mai potuto definire le proprietà degli spiriti, e i rapporti che essi hanno tra di loro? Che cosa è il sogno, il sonnambulismo, il presagio, l’astrazione, il pensiero e più di tutto l’incubo? I sensi — ecco i limiti estremi delle nostre facoltà; nulla di positivo, nulla di assoluto fuori di essi — ogni altra cosa è immaginaria e fantastica; essa appartiene a un’altra sfera di esseri, sulla cui natura, sul cui fine, sulle cui facoltà, nulla ci è dato di comprendere e di asserire con sicurezza.
Ciò non di meno, una vaga, una poetica illusione è venuta oggi a mettere in rapporto il mondo fisico col mondo spirituale, il mondo finito col vivente: intendo parlare dello _spiritismo_, questa applicazione singolare della scienza, per la quale uno spirito compiacente discende a parlare con voi un linguaggio di convenzione immedesimandosi in un tavolo, in una sedia, in un arnese qualunque della vostra camera: ed ecco che il magnetismo si è collocato come interprete, come intermedio tra voi e il mondo spirituale — perocchè come avrebbe potuto uno spirito rivelarsi senza il concorso di un oggetto sensibile?
Io vorrei conoscere se coloro i quali, mercè questo mezzo, continuano a convivere in ispirito coi loro cari, hanno la fede assoluta nella realtà di questa convivenza. Se essi credono, il fenomeno esiste. Noi non possiamo sorridere di questa credenza: proviamone l’assurdo, proviamone del paro la verità se ci è possibile. Bensì ciascuno di noi ha sentito in sè stesso, in molte circostanze della vita, qualche cosa che gli parlava di altri esseri, o sofferenti o lontani, o già morti alla nostra esistenza di un giorno. Ditemi, non avete voi perduto qualcuno dei vostri diletti? e non ne avete spesso udito ancora la voce e i consigli? non li avete più riveduti nei vostri sogni, nelle vostre veglie affaticate e affannose? non li avete sentiti come discendere, pesare sopra di voi, immedesimarsi in voi stessi, congiungere alla vostra la loro vita? Chi vi dice che mentre vi si affaccia un’immagine nel sogno, quell’immagine stessa non sia lì viva, palpitante, curvata sopra di voi o assisa presso il vostro guanciale? E chi vi dice ancora che voi sognate? Che cosa è il sogno se non che un’esistenza piena, colma, smisurata, al cui confronto l’esistenza della veglia, non è che la vita monca e impotente della pietra?.... Veglia, sonno.... parole! Io non vi domanderò quali fatti appartengano al mondo reale e quali a quello della immaginazione, non vi domanderò ancora quale sia quella linea che separa questi due mondi — negatemi che i fenomeni esistano.
È assai tempo che io conobbi nell’esercito due giovani ufficiali, due gemelli: la natura li aveva fatti ad uno stampo; nessuna distinzione fra di loro — le stesse fattezze, lo stesso colorito, lo stesso suono di voce — essi si amavano di tutta la tenerezza fraterna, e forse alla loro nascita la natura, ignara del concepimento di due esseri, trovatasi così alle strette, poichè la cosa non ammetteva indugio, aveva diviso fra di loro quel soffio della vita, che aveva predestinato inconsciamente ad un solo. Non ho conservato memoria di avvenimenti più singolari di quelli a cui dava luogo la loro prodigiosa somiglianza.
Uno di essi, Giulio, era un abile giocatore di bigliardo: l’altro, Luciano, non era che un giocatore assai mediocre. Spesso i loro compagni prima di accingersi al giuoco con uno di essi (era impossibile farlo con entrambi senza che ne derivasse una strana confusione) gli domandavano:
— Sei tu Giulio o Luciano? noi confidiamo sulla tua parola.
— Luciano, sul mio onore.
Ed ecco che la partita s’impegnava colla certezza di uscirne vincitori, ma ad un dato momento, Luciano scivolava nella sala, subentrava non visto il fratello, e la partita era perduta.
Spesso ancora nelle riviste del reggimento, uno di essi si assentava per turno, sicuro che l’altro poteva supplirlo senza pericolo di essere scoperti. Ed eccone uno sfilare grave e impettito d’innanzi al colonnello nella prima compagnia cui appartiene, e appena uscitogli di vista, portarsi alla coda del reggimento e ripassare di nuovo alla testa della compagnia dell’assente. Ma un giorno il colonnello insospettito lo fa uscire dalle file, lo trattiene presso di sè, ed ecco che lo strattagemma è scoperto e punito.
Come è costume di soldato, essere chiuso agli affetti duraturi e gentili, e aperto solamente alle piccole passioni di un giorno, essi avevano delle amanti delle quali si dividevano i favori senza che le tradite potessero avvedersi dell’inganno. La loro vita rimaneva così come moltiplicata, e la loro natura porgeva ad essi il privilegio di sensazioni sempre rinnovate e sempre recenti.
Spesso avveniva che una di loro gli dicesse:
«Amor mio io non ti riconosco più questa sera, tu mi sei tutto mutato: è forse ciò che tu mi promettevi ieri l’altro? un contegno più delicato, più rispettoso, più calmo?.... ecco le tue promesse, ecco i tuoi giuramenti svaniti.....»
«Non mi badare, o fanciulla, le mie preoccupazioni del giorno sono sì gravi che io ho tutto dimenticato, e poi il mio amore è sì veemente, sì imperioso, sì cieco.... ma tu che lo disconosci, oh! tu mi ami sì poco.....»
Certo quella mente immaginosa di Shakespeare, nell’ideare la sua commedia degli equivoci, non avrebbe potuto creare delle combinazioni più singolari e più ardite. Ma la vita dei due giovani era predestinata ad un fine prematuro e inatteso. Luciano cadde colpito da una palla austriaca nella giornata di S. Martino: Giulio che gli sopravisse divenne malinconico e pensieroso, sentì che gli era venuta a mancare come una metà di sè stesso, abbandonò la carriera militare, e essendosi ritirato a vivere in una piccola casa di campagna sul Canavese, vi morì di patéma un anno dopo.
Alcuni mesi prima della sua morte io mi recai a visitarlo, e mi trattenni alcuni giorni presso di lui. Lo trovai infermo e prostrato, affetto da quell’etisia del cuore che precede nelle nature soffrenti e sensibili l’etisia fisica; ma la sua anima aveva acquistata tuttavia una potente effettività, una forza di astrazione straordinaria. Egli mi assicurava che era felice, che aveva ogni giorno dei lunghi ed affettuosi colloquii con suo fratello, che egli era presente ad ogni istante, che in quelle sei ore che egli trascorreva ogni giorno rinchiuso nella sua camera ne evocava lo spirito col solo atto della volizione, e si abbandonava con lui alle dolci confidenze, alle piene espansioni del loro affetto, alle costanti e profonde investigazioni del loro destino.
Spesso io sorrideva della sua fede ed egli mostrava di compiangere la mia incredulità, e diceva con tutto lo slancio d’un desiderio a stento represso: «oh potessi io presto morire, andarmene, libero, là dov’egli dimora! oh potessi presto raggiungerlo!
E lo raggiunse di fatto.
Ora potremo noi dileggiare un trasporto di fede sì vivo? E siamo noi ben sicuri che tutto ciò non fosse che fede, che allucinazione, che sogno? Ho sentito uomini colti e severi dire coll’espressione d’un convincimento incrollabile: «ciò è falso, ciò è vero, ciò solamente sussiste, fin là e non più oltre voi dovete innalzare l’edifizio della vostra fede.» Presuntuosi! E fino a qual punto hanno essi scrutato nelle viscere della natura? Fino a qual pagina essa ha loro aperto il libro meraviglioso de’ suoi segreti? Che vi hanno essi letto? La fede è finita: dalle sue basi incrollabili noi possiamo trarre delle conseguenze finite, perciò spesso imperfette: ma il dubbio solo è grande, sconfinato come l’immenso universo, incommensurabile come l’oceano, profondo e tenebroso come gli abissi dell’anima umana: il dubbio è la rivelazione della scienza, — essa lo cerca immolandogli ogni fede — poichè una sola fede esiste, quella del dubbio.
Ma veniamo al nostro racconto.
In un caldo mattino di agosto dell’anno 1840, un elegante calesse tirato da due buoni cavalli amburghesi, sollevava un nembo di polvere sulla via che da Raab mena a Vienna. Su quel calesse vi era Riccardo Waitzen: egli veniva da Ofen; era uscito di tutela due giorni prima, e andava a domiciliarsi nella capitale dell’impero, con ventidue anni, due cavalli amburghesi, uno spartito di Mozart nella sua valigia e un ordine di pagamento di cento mila fiorini sopra una banca principale di Vienna. Riccardo Waitzen si sentiva equilibrato come un principe nella sua carrozza; egli non era mai stato così felice, e poichè la felicità eccessiva sente assai spesso della natura del dolore, il giovine era portato a sentimenti malinconici, e guardava il sorgere del sole dietro le foreste del lago di Neusiedl con aspetto cupo e turbato, come se quel giorno fosse stato l’estremo della sua felicità e delle sue speranze. Questa sensibilità che si eccita e si ridesta alla vista della natura ci dice che Riccardo non era cattivo e che il suo animo era suscettibile di sentimenti delicati e profondi: sì, egli era tale, e lo sarebbe per certo rimasto se egli non fosse uscito da Ofen, se gli avvenimenti futuri della sua vita non ne avessero sconvolto l’indole e il cuore. Poveretto! il giovine non aveva più nè padre nè madre, anzi, egli non li aveva mai conosciuti; non aveva ricevuto quella dolce e perseverante educazione della famiglia che s’immedesima in noi e perdura a traverso tutte le peripezie della vita: uscito da un collegio a diciotto anni, egli conosceva le coniugazioni latine, e i primi elementi della storia, sapeva suonare un valzer di Bach, e cantare una cabaletta di Schubert o di Thalberg; ma il suo cuore era rimasto costantemente la parte più negletta di lui: egli non aveva amato, egli non si era mai sentito tratto ad amare; la sua natura lo chiamava soltanto al piacere, all’incostanza, alla vita clamorosa e felice. Riccardo non aveva che una passione, una sola, ma energica, prepotente, assoluta, la passione ruinosa del giuoco, e fu da essa che ebbero origine quegli avvenimenti che noi stiamo per raccontare. Non ci arresteremo su quei due primi anni che egli trascorse così ignorato nella capitale; noi non lo considereremo che nella sua vita di artista e di amante, e aggiungeremo solamente che un anno dopo quel primo mattino di agosto, egli aveva ventitre anni, un solo cavallo amburghese, lo spartito di Mozart ancora nella sua valigia, e cinque mila fiorini di capitale depositati alla banca. E finalmente un’altr’anno dopo, egli non aveva più che ventiquattro anni, lo spartito inalienabile di Mozart, e cinquantamila fiorini di debito. Il giuoco lo aveva rovinato.
Ma prima che Riccardo Waitzen, per una di quelle predilezioni della fortuna così rare negli annali del genio, si fosse acquistato per tutta la Germania fama di artista straordinario in due soli anni di studii e di occupazioni indefesse, era già conosciuto nei grandi centri di Vienna come un giovine la cui eleganza e la cui liberalità avevano superato ogni esempio. Bisogna aggiungere che Riccardo era bello, di quella bellezza intatta, sorridente, fiorita, da cui traspare, come la luce in un vaso d’alabastro, l’interna contentezza dell’anima: il dolore non aveva tracciata la più piccola ruga su quel volto, e, a dire il vero, è d’uopo confessare che egli ignorava completamente cosa fosse il dolore.
Non so se qualcuno de’ miei lettori, qualcuno di coloro che sono portati dalla loro natura a riflettere e a trarre il meglio che si può dalla dubbia morale dei costumi presenti, si sia mai tolto seco uno di questi esseri che in tutte le società, in tutte le nazioni, rappresentano la classe più improduttrice, più inoperosa e più riprovevole del popolo — i _lions_, i _dandies_, i _zerbini_ — e rinchiusoselo nella sua camera, da solo a solo, e citatolo al tribunale incorruttibile della sua coscienza. Io mi sento umiliato nella mia natura di uomo all’idea di emettere un giudizio su queste creature. Io li vorrei poco meno che esclusi dalla nostra grande famiglia, nè dubito che verrà un tempo in cui l’umanità riverente ai due grandi principii d’ogni ordine sociale che sono la punizione dell’ozio e la santità e la ricompensa del lavoro, condannerà all’ostracismo e al disprezzo questa classe inoperosa e fatale. Giova però osservare che il _fashionable_ inglese ha certe eccentricità proprie della sua nazione che ne fanno un tipo interessante e curioso: il tedesco è quasi sempre assai colto spesso artista o poeta: il francese splendido, originale, simpatico, impaziente di profondere tutta la sua fortuna per avere il diritto di uccidersi a venticinque anni, o di rientrare con decoro nella vita domestica: ma l’italiano non ambisce che lo sfoggio dell’abito, non ha nè arte, nè studio nè distinzione alcuna, nè pregio alcuno intellettuale: egli è costantemente il più frivolo, il più ignorante, e il più scipito di tutti.
Riccardo non era però tanto caduto in fondo d’ogni bassezza che non riconoscesse l’avvilimento che gli proveniva da quella sua vita insipida e vana. «Io ho più di cento mila lire di debito, diceva egli una sera a sè stesso, una somma che non potrò più restituire; la fortuna ha cessato di sorridermi, e di tutto ciò che mi aveva accordato una volta non mi è rimasto nè un confidente, nè un amico, nè tampoco uno di quei buoni cavalli amburghesi che aveva portato meco da Ofen: in verità gli è ben tempo che io riprenda tra le mani quell’eccellente spartito di Mozart che riassume tutte le mie memorie di collegio: non per nulla la Provvidenza lo avrà collocato tra gli arnesi della mia guardaroba, e conservatomelo per due anni nel fondo della mia vecchia valigia». Riccardo meditava su queste e tante altre cose più tristi tra il frastuono d’una festa da ballo, sdrajato sopra un sofà collocato nello sfondo di una finestra, di cui aveva racchiuse le cortine per nascondersi alla vista de’ suoi amici. Era la prima volta che il pensiero del suo avvenire veniva a collocarsi come un incubo assiduo, pesante, affannoso, tra lui e l’abbandono prestabilito della sua vita: Riccardo, soffriva e sentiva per la prima volta di soffrire.
Ma mentre egli si abbandona con una voluttà ancora ignorata a questo nuovo sentimento di dolore, ode profferire il suo nome, sente che si cerca di lui; e il giovine si scuote, si passa le mani sul viso, si racconcia la zazzera colle dita, si alza, e si slancia sorridente nella sala.
Una vaga fanciulla di sedici anni, la cui voce era melodiosa come quel bisbiglio degli usignuoli, delle farfalle, e dei fiori che sì ascolta nelle prime notti di aprile, era stata pregata di cantare una vecchia leggenda tedesca ordita sopra i motivi d’una patetica sinfonia di Hummel, e Riccardo doveva accompagnarla al piano-forte. Anna Roof, che tale era il suo nome, era uscita di collegio pochi giorni prima, e si dicevano grandi cose della sua abilità nel canto e nel suono, ma sopratutto nel canto: ella era divenuta a un tratto la regina della festa, e aveva ricevuto un tributo di ammirazione e di elogi che poche donne avevano fino allora ottenuto. La sua bellezza aveva certo giovato a questo trionfo, ma nessuno avrebbe saputo dire perchè Anna era bella: le sue fattezze sfuggivano allo sguardo, come qualche cosa di mobile e di vaporoso; i suoi occhi avevano tutta la trasparenza del cielo, e quella profondità e quel mistero del suo azzurro; il sentimento e la malinconia nel baciare il volto di una donna, non vi avevano mai lasciato tanta