Chapter 3 of 5 · 10692 words · ~53 min read

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sè come su quello di Anna: il sentimento e la malinconia riuniti formano la natura dell’angelo, e Anna era un angelo.

Certo se v’ha al mondo un tipo vivente di donna che si informi a quell’ideale di cui ogni uomo ha portato delirando l’immagine nel cuore fino a vent’anni, quella è la donna tedesca. In verità io posso anche odiare i tedeschi, ma non posso odiare le loro spose e le loro fanciulle. È ad esse, alla loro dolcezza, al loro abbandono, alla loro fedeltà, a quella verginità di mente e di cuore, a quella cara ingenuità di fanciulla che esse sanno conservare per tutta la vita, che la Germania va debitrice della letteratura più morale e più appassionata del mondo.

È la loro moralità che regge e costituisce la famiglia, è la moralità della famiglia che regge e costituisce la nazione. Io lo ripeto; io credo che ogni buon italiano odia cordialmente un tedesco, ma vede di buon occhio le sue donne.

Dobbiamo e possiamo noi credere alla predestinazione? certo molti avvenimenti si compiono quaggiù per un concorso di circostanze che non possiamo giudicare imprevedute e immediate. Vi sono molte anime che si sentono, che si conoscono, che si cercano, che non ignorano l’esistenza di un’altra colla quale sono destinate a raggiungere la loro completazione. Tutte le unità nell’universo sono divise e separate, e tendono per le proprietà della loro natura a riunirsi: forse vi è nel fondo tenebroso di questo pensiero un debole filo di luce che ci potrebbe guidare a rintracciare i segreti della vita universale, del moto, della generazione e dell’amore.

Quando Anna Roof e Riccardo si videro in quella sera la prima volta, sentirono che essi erano nati l’uno per l’altro, e che nessuna avversità di fortuna li avrebbe potuti disgiungere. Nessuno di loro aveva ancora amato, ma il giovane non aveva più di puro che il cuore; Anna aveva ancora l’ignoranza della purità e l’ignoranza della colpa: aveva la purezza naturale dell’angelo.

Quella sera fu decisiva per tutta la vita dì Waitzen; egli suonò con entusiasmo e s’inebbriò della voce divina della fanciulla.

Anna cantava con sentimento; la sua voce era debole e languida, uscivale dal petto come affannosa; era più un lamento che un canto, ma quel lamento aveva affascinato ogni cuore e spremuto delle lacrime dagli occhi di tutta quella folla spensierata e felice. Riccardo ballò colla fanciulla un valzer vertiginoso, le cui rimembranze, il cui suono non uscirono mai più dalla sua memoria, come quelle che avevano segnato per lui il primo periodo di una nuova esistenza. Quella ghirlanda di rose bianche avvizzite, quell’abito azzurro tempestato di stelle d’argento, quei capelli cadenti e scomposti, quella taglia slanciata e flessibile, tutto quell’olezzo di cielo che emanava dalla sua persona, riempirono per lunghi anni la mente immaginosa del giovine con sì grande pienezza di affetti, di sensazioni e di fede, che tanta non gliene avrebbe procurato una lunga esistenza di felicità, di godimento e di amore.

Quando Riccardo, rientrato nella sua camera, rivolse lo sguardo a quegli oggetti che gli richiamavano alla memoria il suo passato, lo assalse un pentimento doloroso della sua esistenza trascorsa, di quei giorni senza amore, senza amicizia, senza coscienza di bene e di male, nei quali nulla si è raccolto, non una rimembranza, un affetto, una fede di cui riconfortarsi in quell’età nella quale non si può più vivere che di memorie. Il giovine si commosse e si armò di saldi e nobili propositi per l’avvenire: che accadesse di lui in quella notte, il cielo ed egli solo lo seppero; egli pregò e pianse come un fanciullo, si coricò colle lacrime e si ridestò tutto mutato.

Otto giorni dopo egli abitava un piccolo appartamento in una casa di fronte a quella di Anna, modo che non si frapponeva tra di loro che la distanza della via. Fu così che Riccardo poteva lanciare sul balcone della fanciulla delle piccole pallottole di carta, sulle quali effondeva tutti gli affetti della sua anima innamorata e sofferente.

Nella sua potente vitalità l’amore subisce due fasi: quella delle idee e quella dei fatti, ed è la prima di esse che ha nobilitato negli uomini questo sentimento, creando una distinzione tra i loro amori e quegli degli altri esseri organizzati, poichè nell’uomo l’amore non è tanto il congiungimento delle vite, quanto è quello delle anime e delle idee. Esistono due forze nella natura umana, sulle quali si basa tutto il sistema della vita: e sono la forza di attrazione e la forza di ripulsione — l’amore e l’odio: — l’amore è quella lotta che combattono due anime per riunirsi; e la sensualità non ha più altro scopo che quello di distruggere i corpi per affrettare la fusione delle anime: ma questa fusione è impossibile nel mondo materiale senza la cessazione delle vite, è del paro impossibile nel mondo dello spirito come quella che distruggerebbe l’individualità: da ciò il desiderio di morte negli abbandoni di amore, e quel vuoto eterno e quell’insoddisfacimento tormentoso che si prova anche nell’amore corrisposto.

Ma la storia di un amore nella prima delle sue fasi, il suo nascere, il suo crescere, il suo svilupparsi, è tal cosa che sfugge alla potenza della parola. E che è ella la parola? Tutti coloro che hanno sentito potentemente si sono arrovellati contro questo povero linguaggio umano, il quale non sa accomodarsi che colla vita dei fatti, e si trova immiserito e impotente allorchè vuole esprimere la vita delle idee. Essa può manifestare un fatto con un suono, con una voce, con un periodo; ma un’idea richiede dei volumi ancorchè non avesse abbracciato che un atomo impercettibile di tempo, perchè l’idea è l’infinito.

È perciò che noi pubblicheremo qui semplicemente il contenuto delle varie pallottole di carta che Anna Roof e Riccardo Waitzen si scambiarono dai loro balconi.

Il lettore che ha amato indovini le battaglie di quelle anime.

I.ª _pallottola di Riccardo ad Anna_: Io vi amo.

II.ª _pallottola di Riccardo ad Anna_: Io vi amo.

III.ª _pallottola di Riccardo ad Anna_: Il vostro silenzio è inesplicabile; perchè ricevere le mie pallottole, se non mi amate? E se mi amate perchè non rispondere?

IV.ª _pallottola di Riccardo ad Anna_: Voi mi dileggiate crudelmente, voi raccogliete volontieri le mie pallottole, voi mostrate di leggerle con commozione, e non mi rispondete; mostrate di amarmi e non me lo dite. Il vostro contegno è un enimma che tortura e confonde la mia povera ragione, allorchè io tento di decifrarlo. Qualunque sia il vostro cuore per me, o rispondetemi od abbandonerò domani questo alloggio.

I.ª _pallottola di Anna a Riccardo:_ (_Se ne ignora il contenuto essendo caduta sulla via_).

II.ª _pallottola di Anna a Riccardo_: (_Caduta come sopra_).

V.ª _pallottola di Riccardo ad Anna_: Per carità, lanciate le vostre pallottole con maggior forza; componetele di una carta più consistente.

III.ª _pallottola di Anna a Riccardo_: Che vi dirò io, o Riccardo? Abbiate compassione di me, perchè io più non mi riconosco in questi giorni. Ve lo dirò, sì, che vi amo, ma non mi opprimete colla vostra insistenza, non mi lusingate, non mi straziate coll’immagine d’una felicità che non può, che non deve durare.... sappiate che il filo della mia vita è spezzato.... giurate di amarmi, e vi rivelerò un segreto terribile.

VI.ª _pallottola di Riccardo ad Anna_: Sulla mia vita, sul nostro amore, lo giuro. Dite, angelo, dite.

IV.ª _pallottola di Anna a Riccardo_: Il nostro amore sul quale avete ora giurato, non vi legherà a me per uno spazio maggiore di un anno. Sappiate che la mia esistenza è consumata da una malattia tremenda la quale non conosce rimedio, dall’etisia. Io devo morire indubbiamente non più tardi del mio anno diciasettesimo che compirò nella prossima primavera, nella stagione dei fiori, quando tutto mi richiamerebbe alla felicità ed alla vita. Dite ora, o Riccardo, potete voi amarmi a questo prezzo? potete voi rendermi vostra?

VII.ª _pallottola di Riccardo ad Anna_: Sono dodici giorni che non vi vedo: voi soffrite? voi siete malata? o, perdonate questo sospetto, ricusate piuttosto di vedermi? La vostra confessione mi ha atterito, e io sento più che mai il bisogno di amarvi, e di rendervi mia. Ma esistono pure dal mio canto ostacoli forse insuperabili: io vi amo, Anna, ma ho centomila franchi di debito.

V.ª _pallottola di Anna a Riccardo_: Il vostro cuore non vi aveva ingannato; io era malata. La speranza di tanta felicità mi ha commossa ed oppressa fino a morirne. Ho voluto meditare su tutte le possibili eventualità del nostro amore prima di rispondervi. Sono lieta che accettando il sacrificio che vi assumete di compiere col rendermi vostra, io possa dimostrarvene in qualche modo la mia riconoscenza. Ma potrò io ricompensarvi del vostro amore? Possiedo esattamente abbastanza di che pagare i vostri debiti, e dispongo liberamente dalla mia fortuna. Ma questo mutamento di stato richiederà la mia lontananza da questa città; e quindi anche la vostra. Acconsentite? Io vi offro la mia vita di un anno, ma una vita la cui potenza sarà centuplicata dalla sensibilità, dall’amore, dal pensiero della sua cessazione imminente. Un’altra donna non potrebbe offrirvi un anno di ebbrezze più divoranti; la vostra esistenza trascorrerà attraverso una serie di sensazioni nuove e infuocate, io non vivrò che un anno nel tempo, ma vivrò un’eternità nell’amore. Tuttavia questa passione smisurata ha diritto ad una ricompensa: un altro patto tra noi: — _voi dovete essermi fedele anche dopo la mia morte, voi dovete amarmi per tutta la vostra vita_. —

VIII.ª _pallottola di Riccardo ad Anna_: Acconsento ad amarvi per tutta la mia vita: ma giacchè noi dovremo abbandonare questa città, non si potrebbe fare a meno di pagare i miei creditori?

Noi non diremo quante altre pallottole furono scambiate tra i due amanti, fino all’ultima di esse che era così concepita: «Venite Riccardo, tutto è combinato e compiuto».

E una settimana dopo una carrozza da posta viaggiava sulla via da Vienna ad Amburgo. Anna Roof e Riccardo Waitzen andavano a passarvi la loro settimana d’orpello.

Da questo punto ebbe principio la vita artistica di Riccardo, poichè egli non aveva appreso da giovinetto che i primi rudimenti dell’arte, e sebbene la natura lo avesse creato per essa, egli ne aveva delusi e attraversati sempre i disegni. La fanciulla non lo aveva ingannato assicurandolo della sua terribile predestinazione ad una morte sicura e precoce: egli stesso s’avvedeva di quella rapida rovina che la morte andava compiendo sopra di lei; quella gemma si era sbucciata ad un tratto, troppo presto fioriva, ma di quella bellezza, fugace, di quello schiudersi violento del fiore raccolto e collocato nel vaso d’acqua, i cui petali si distaccano ancora non avvizziti dal gambo: ma nondimeno essa era bella; era mesta, ma di quella mestizia che forse negli esseri soprannaturali costituisce la gioja; l’amore la rivestiva di tutta la sua luce, il suo amore era tutta la sua vita, e la sua vita bastava a tutto il suo amore.

Coloro che hanno veramente amato sanno comprendere l’eternità di un anno di amore, le mille voluttà ch’egli può offrire in un giorno, in un’ora, in un fugace momento, quegli abbandoni riuniti di ebbrezza e di cuore, in cui si dice: basta, te ne scongiuro, lasciami amico, perchè io temo di morire.... io temo che la mia natura s’infranga.

Riccardo non aveva ancora amato: come la maggior parte degli uomini egli aveva trasvolato su tutto, sfiorato tutto; ma non era giunto mai al fondo di un cuore, non aveva conosciuto quel profondo possedimento morale che costituisce unicamente l’amore, che unicamente lo autorizza, che eleva il possedimento fisico fino alla sua celeste sublimità, e la cui privazione fa sì che molti di coloro i quali credono di avere smisuratamente amato, muoiono senza aver conosciuto questo divino sentimento.

Fu quindi una serie di sensazioni nuove e profonde quella che venne a ridestare la sensibilità assopita del giovine. Riccardo si vide come risvegliato da uno di quei sogni i quali ci sembrano così belli, così lusinghieri nel sonno, e che al mattino ci appaiono insipidi e vani. Allo svelarsi di questa verità egli avrebbe potuto rinvenire un conforto nelle seduzioni della sua vita avvenire, ma questa dolcezza eragli amareggiata da un convincimento terribile, dalla perdita inevitabile di Anna.

Riccardo non poteva illudersi: egli lo vedeva, egli lo sentiva; quello stesso amore, quegli stessi abbandoni della fanciulla scuotevano troppo profondamente la sua sensibilità.... oh ella era sì fragile, sì delicata.... l’avresti detta uno di quegli steli di giunchiglie che si spezzano sotto il peso di una goccia di rugiada, una di quelle piccole farfalle azzurrine che s’intorpidiscono e muoiono sotto il soffio più sottile del tuo alito... e il giovine temeva sovente di abbracciarla, egli poteva stringerla troppo forte, farle male, intorpidire, arrestare quella corrente vorticosa della sua vita; scuotere, avvizzire quelle forme divine e sensibili come le foglie pudiche della mimosa.

Questo ritegno forzato e volonteroso ad un tempo, quel non so che di arcano che circonda una creatura sì sofferente, sì delicata, e sì frale; quella nobile imponenza del dolore, quella triste e solenne maestà che proveniale dalla morte, che era già in lei, che rivelavasi appunto in quell’azione centuplicata della vita, ne formavano per Riccardo l’oggetto di un culto superstizioso e indefesso. Ma ciò che affascinava soprattutto la mente esaltata del giovine, era la dolcezza, l’espressione ineffabile del suo canto. Anna cantava con forza, con sentimento; cantava spesso dalla mattina alla sera, la musica era il suo linguaggio, essa ne conosceva tutte le leggi, tutte le intonazioni, tutti gli effetti, tutte le modulazioni più arcane.... Ma ciò che v’era di incomprensibile, direi quasi di pauroso nel suo canto, era che esso non ridestava idee, od affetti, o memorie di questa terra; colui che l’udiva si sentita rivivere con sensazioni nuove, incomprensibili, inusitate, in un mondo del pari inusitato....

Era forse l’approssimarsi per lei di questo mondo che le permetteva di udirne, e di rivelarne le armonie come l’eco di un eco?

Perocchè io credo che esistano armonie, linguaggi, rivelazioni tra mondi e mondi. Quella vaga malinconia che s’impossessa talora di noi, che sente come del rimpianto, che sembra accennare a gioie, a dolori, ad affetti trascorsi, e ci occupa tutto, e non si sa cosa sia, è la rimembranza di un mondo passato: quelle aspirazioni che riempiono ed agitano tutta la nostra vita, quel succedersi di tante speranze sempre deluse, e sempre rinnovate, quell’avidità insistente dell’infinito, non sono che l’attrazione di un mondo avvenire. Noi viviamo nell’eternità, collocati tra queste due potenze ugualmente dilette, e ugualmente formidabili: sono queste attrazioni del passato e del futuro che dilatano i confini della nostra esistenza, anzi che la costituiscono, poichè noi non vivremmo senza di esse che la vita materiale dell’istante.

L’infinito è nell’uomo. Chi non lo sente? Noi viviamo in esso a sbalzi, a tratti, a periodi, a vite parziali; ma passiamo dall’una in un’altra come gli anelli di una catena riunita alle sue estremità, come i punti lineari di un circolo; noi giriamo sulla superficie senza mai uscirne. Ecco l’infanzia: voi non vi siete ancora tutto emancipato dalla vecchia vita: avete modi, pensieri, aspirazioni inadatte a quello stato di cose nel quale siete rinato; vi sentite smarriti, confusi, impicciati; egli è che voi agite tuttora per le abitudini di un mondo antecedente: ma la vostra intelligenza, dopo aver lottato trent’anni per redimersi, vi pone finalmente in equilibrio tra queste due attrazioni, ed ecco a quell’età la pienezza della vita, sulla quale oscillate un istante prima di uscire dalla corrente, prima di subire l’attrazione di un mondo avvenire che vi precipita verso la vecchiaia e verso la morte; ma la morte non esiste; essa è la vita e la luce.

Avete mai osservato un infermo? egli è buono, egli è docile, la sua natura si è tutta mutata, per poco che il suo spirito sia stato coltivato, egli sarà anche poeta: egli è che più si rallentano i nodi che ci avvinghiano a questo mondo, e più noi ci sentiamo posseduti dall’altro: i vecchi, i sofferenti, gl’infermi ne subiscono già la natura; essi si trovano collocati tra le due vite, lì, sul margine, sentono ancora dell’una e dall’altra, e non appartengono più interamente ad alcuna. L’umanità riverisce nel dolore e nella vecchiaia le scolte di questo mondo invocato.

E certo quel fascino del canto di Anna quella emanazione divina e incomprensibile di tutta la sua persona, non erano che l’eco di una rivelazione di quel mondo. E che cosa è il canto? Tutti i popoli cantano, ma gli sventurati sopra tutti. Egli è forse la rimembranza di un linguaggio che sparve o le prime voci di un linguaggio che sorge; forse la lingua delle passioni, di cui noi balbutiamo le prime sillabe disordinate e sconnesse. Anna cantava il suo amore e la sua morte, e le sue note erano l’elegia del suo destino. — Anche gli uccelli cantano morendo.

Mi ricordo che quando era fanciullo mi prendeva vaghezza di andare le notti di primavera ad ascoltare il canto degli usignuoli. Una sera era per ciò uscito alla campagna, e m’era seduto presso una siepe poco distante da un olmo su cui uno di essi cantava con tale abbandono, e con note sì malinconiche e toccanti che io, senza saperne il perchè, mi struggevo tutto in lacrime udendolo. Si piange assai facilmente a quell’età, e tutta la vita avvenire ha di rado un sorriso che valga una sola di quelle lacrime. La luna era limpida e piena e inondava quelle campagne silenziose della sua luce; tutta la valle risuonava di quel canto. Ma nel colmo della notte la sua voce divenne fioca e lamentevole; a poco a poco le sue note si mutarono in un gemito prolungato, sommesso, poi interrotto... poi non udii più nulla: pensai che fosse volato via. Stava allora per allontanarmi quando intesi un improvviso rumorio tra quelle frondi, e sentii qualche cosa caderne, urtando di ramo in ramo:.... mi avvicinai esitando, e vidi che era un uccello, un usignuolo, certo quello medesimo; lo raccolsi, era ancor vivo, ma sì delicato, sì leggiero, non aveva più che le penne; il suo piccolo cuore batteva sì concitato che non poteva numerarne le pulsazioni.... il poveretto mi spirò tra le mani pochi minuti dopo. Non ho mai dimenticato quell’uccello.

Strana potenza dell’amore! Riccardo divenne artista per Anna: fu a lei che egli dovette la sua gloria, la sua fecondità, il suo nome. Per quale mistero essa aveva potuto apprendergli in un anno i segreti più imperscrutabili dell’arte? essa che pure li ignorava, e a cui forse non erano suggeriti o svelati che da un istinto? Ecco la sorgente di quel terrore superstizioso e fatale che invase tutta la vita del giovine, e che si accrebbe dopo la cessata esistenza di Anna. Essa avevalo educato col canto. Sotto l’incantesimo delle sue note, la mano inesperta di Riccardo, quasi passiva, quasi non volente aveva creato delle melodie straordinarie: a poco a poco il suo orecchio, il suo cuore si erano aperti a quell’armonia, a quel ritmo celeste della musica; il giovine vi si era abbandonato con trasporto, tutto era inusitato per lui, tutto delizioso e incantevole; egli aveva provato delle sensazioni nuove, energiche, insperate, la cui potenza lo aveva quasi atterrito; come cosa che egli aveva creduto impossibile nell’arida realtà della sua vita trascorsa. Pareva che la fanciulla non volesse dividersi da lui senza apprendergli tutto, senza trasfondersi tutta in lui stesso. «Mio povero amico, le diceva ella sovente, tu rimarrai solo assai presto, ma io sento che non ti abbandonerò anche estinta: il mio spirito veglierà costantemente presso di te, e ti accompagnerà come una guida invisibile sulla tua via abbandonata e deserta: come una fiaccola solitaria illuminerà della modesta sua luce la tua povera vita di artista. Ma se pure io dovessi talvolta separarmi da te, se tu più non mi sentissi al tuo fianco, e avessi bisogno della tua Anna.... oh allora chiamami; suona quella sinfonia memorabile di Hummel, le cui note ci ricordano il primo giorno avventurato del nostro amore, e a quel richiamo, io abbandonerò tutto, io volerò ancora presso di te, dovessi per ciò divellermi dall’infinito, e rinunciare alle gioie più sacre e più inebrianti del cielo».

E tredici mesi dopo le nozze di Riccardo e di Anna, la Germania era commossa dall’apparizione di una raccolta, di grandiosi componimenti musicali, che un artista già grande e ancora ignorato dedicava sotto il titolo di _Foglie di cipresso_, alla santa memoria di Anna Roof sua moglie.

Passeremo di volo su tutte le fasi della sua vita di artista: non accenneremo ad alcuna delle sue composizioni più elette, benchè quell’ingiusta dimenticanza a cui furono condannate da una fatalità dolorosa, altrettanto che inesplicabile, ci ecciti a riporle, per quanto è in noi, alla luce della pubblicità e della gloria. Ma ciò appartiene al compito dell’arte e sfugge alle esigenze del romanzo. E chi d’altronde potrebbe rintracciare nel vasto oceano dell’armonia, tra i ruderi de’ suoi monumenti abbattuti le reliquie di quelle concezioni obbliate e disperse? Prodigio ineffabile dell’amore! Egli è sopravvissuto alla scienza, egli che ne è la sintesi, egli che è la scienza immortale della vita. Il nome di Riccardo accoppiato alle glorie palesi dell’arte fu travolto nell’oscurità e nell’obblìo, congiunto alle gioie segrete dell’affetto è passato splendido e illeso a traverso le tenebre secolari del tempo. L’amore giudice e maestro dell’umanità ne registra la storia ne’ suoi volumi infiniti. L’umanità è nata e si perpetua coll’amore, nè potrà ricomporsi che nella sua tomba medesima.

Dopo la perdita di Anna, Riccardo abbandonò Amburgo, e pensò che la vista di nuovi cieli e di nuovi costumi lo avrebbe distolto dal suo dolore operoso e costante. Venne a Linz, attraversando quegli ultimi gioghi delle Alpi che si perdono nelle pianure del Danubio, e poichè tutti quei luoghi gli parlavano ancora di lei e della sua infanzia, decise d’attraversare la Germania e di entrare nella Francia per quel fiume e pel Reno.

Fu sui teatri di Ratisbona e di Straubing che egli raccolse i suoi primi allori musicali, e di là festeggiato e onorato in tutti i diversi stadii del suo cammino, ad Amberga, ad Asch, a Coburgo, a Francoforte, a Magonza, entrò in Parigi pochi mesi dopo la sua partenza, preceduto da tutti gli allettamenti della pubblicità e della fama.

Riccardo passò cinque anni nella capitale della Francia, allora come attualmente, l’unico paese della vecchia Europa ove le arti e le scienze fossero rimunerate di fama e di danaro: l’unico centro ove si riflettesse tuttora un debole raggio di quella civiltà che è tramontata nell’antico continente per risorgere sulle rive del nuovo mondo. Egli vi si vide ad un tratto onorato, dovizioso, felice; ma una profonda amarezza veniva a turbare di tempo in tempo l’immensità delle sue gioie insperate: la rimembranza, la terribile rimembranza, diremmo quasi la presenza spirituale di Anna. Riccardo era buono, sensibile, affettuoso, ma la sua natura era variabile, sdegnosa di riposi e d’indugii; egli non sapeva essere lungamente misero o lungamente felice, non sapeva, come tanti esseri sensibili e delicati, sacrificarsi ad una astrazione, ad un’idea fissa, ad un voto, darsi ad un affetto per tutta la vita: e che era egli quell’affetto?.... quali diritti aveva il passato sopra di lui? perchè tributare ad un amore che aveva cessato di esistere il sacrificio di quelli che potevano ancora rallegrare la sua vita spensierata e ridente? Egli aveva pianta la fanciulla per due anni, l’aveva amata fortemente e nobilmente, e questo lungo tributo di lagrime e di memorie doveva bastare alle terribili esigenze di quell’amore sepolto. Riccardo lo credeva, lo voleva, egli sentiva che la vita ha i suoi diritti, la virtù i suoi doveri, e l’umanità le sue leggi; tutto inesorabile, tutto prepotente e severo.

Noi lo diremo, Riccardo non amava più Anna: non solo egli avrebbe voluto dimenticare di averla amata, ma per una di quelle facili ingratitudini di cui tanto si compiace lo spirito umano, egli avrebbe desiderato di obliare anche il suo debito, il debito della sua celebrità, del suo nome, della sua ricchezza medesima.

Nulla è più grave e penoso, nulla è più insoffribile alla maggior parte degli uomini che il peso della riconoscenza. Assai di rado, se il benefattore non assume i modi e l’apparenza del beneficato (ciò che pretendiamo assai spesso) noi possiamo perdonargli il suo beneficio. È un debito tremendo che ci toglie ogni quiete, che ci rende avidi e impazienti di soddisfarlo anche ad usura. Quelle minute soddisfazioni, quelle piccole vittorie che si riportano ogni giorno, ogni ora, in questa lotta indefessa tra anima ed anima, tra creatura e creatura, in queste battaglie assidue e spietate dell’egoismo, sono le uniche sensazioni che ci confortino, nella nostra umana piccolezza, dei mali grandi e reali della vita; — tutto ciò è dolce, ma nulla è più dolce e più consolante che lo sciogliersi dal vincolo della gratitudine.

Noi non l’abbiamo detto; ma abbiamo sentito più volte la nostra coscienza sussurrarci all’orecchio: oh com’è dolce l’essere ingrati!

Dopo la morte di Anna Riccardo aveva passato sei mesi interi senza suonare: il suo dolore era ancora troppo vivo, troppo recente; pareagli che ogni nota richiamandogli qualche circostanza della sua vita felice, un atto, un detto, un sorriso della fanciulla, avrebbegli ricordata con una realtà troppo eloquente, la memoria terribile di quella perdita. Ogni rimembranza di lei era connessa ad una rimembranza della sua arte: ripassando su tutti gli studii musicali di quella sua carriera prodigiosa, egli poteva ricostruire tutto intero l’edificio del suo amore e delle sue memorie: Anna era morta, ma avevagli lasciata un’eredità di rimembranze così potenti che avrebbero bastato a riempiere tutta una vita. L’arte e l’amore si erano fusi per lei, e così unite le erano sopravvissuti nel giovine: forse in tal modo ella aveva tentato di eternare in lui la sua memoria, affidando al suo cuore di artista i doveri e gli affetti del suo cuore di amante.

Ma una sera Riccardo aveva avuto vaghezza di risuonare quella sinfonia di Hummel che la fanciulla avevagli indicata per richiamarla. Egli aveva errato tutto quel giorno per le campagne, l’autunno volgeva al suo termine, e l’inverno si riaffacciava colle sue brezze; cadevano dagli alberi le ultime foglie ingiallite, e i piccoli scriccioli nascosti nelle siepi alternavano quei loro gridi acuti e lamentevoli come di qualche cosa che pianga: l’anima di Riccardo era agitata da strane sensazioni.... egli pensava a lei.... egli avrebbe data la sua vita per rivivere un giorno nel suo amore, per ritogliere alla mente inesorabile quella sua Anna adorata.

Rientrò nella sua camera che le prime tenebre della notte ne velavano stranamente gli oggetti senza nasconderli e senza lasciarne apparire le forme; il vento faceva gemere gli alberi del suo giardino, e gli steli dei fiori collocati nei vasi della sua finestra, percuotevano spesso, così agitati, nei vetri come persona che accenni di entrare. Riccardo si sedette risoluto al pianoforte e suonò la sinfonia fatale di Hummel. Prodigio meraviglioso! Le sue mani scorrevano come trascinate, come mosse da una forza estranea, sulla tastiera; le note ne uscivano così limpide, così pure, così simili alla voce umana, e più propriamente alla voce di Anna, che il giovine si sentì rivivere un istante in tutta la più dolce realtà del suo passato; egli si sentiva invaso da un’altr’anima, sentiva la sua esistenza raddoppiata, vi era qualche cosa che gravitava sopra di lui senza pesare, che lo investiva tutto senza toccarlo, che parlavagli senza essere udito; egli udiva suonare e pareagli ad un tempo che tutto fosse silenzio intorno a lui, senonchè la fiammella della candela che gli ardeva d’innanzi, crepitava stranamente, curvandosi da un lato e dall’altro come sotto l’azione di un soffio invisibile.

Riccardo non dimenticò mai quella notte. Egli visse più volte di questa doppia e misteriosa esistenza, le cui sensazioni anzichè estinguersi coll’abitudine, diventavano sempre più delicate e più vive. È in quegli istanti che egli aveva creato quelle melodie così dolci e così patetiche, che gli procurarono, ancora vivente, una celebrità invidiatagli da tutti i più grandi compositori della Germania. Fu per ciò che le sue opere, benchè sorte in un paese che vanta una musica ideale come la sua letteratura, e che può dirsi la patria della musica elegiaca, furono segnalate per la loro malinconia e per i sentimenti singolari e nuovissimi che suscitavano anche nei cuori più induriti e più aridi. Ma il carattere di Riccardo formava uno strano contrasto coll’indole delle sue creazioni: egli lo sentiva, egli comprendeva del paro che nulla proveniagli da sè stesso, che la sua musica non era sua, era di Anna. Fu forse questa convinzione che uccise il suo amore e la sua riverenza per essa? Noi esitiamo a credere che un’invidia così ingiusta e colpevole abbia potuto allontanare dal cuore del giovane la dolce immagine della fanciulla, e quasi rimproverarle la tenacità del suo affetto, e l’assiduità della sua dimora presso di lui; egli è però ben certo, che due anni dopo la sua perdita, l’anima di Riccardo incominciò a ribellarsi a quella memoria, e ciò che aveva formato un tempo uno dei suoi allettamenti più dolci, quella presenza spirituale di lei che manifestavasi appunto nella fecondità e nella potenza improvvisa del suo genio, divenne pel giovine un oggetto di terrore e di sdegno.

Riccardo si sentiva trascinato al realismo della vita, e forse la sua anima era troppo debole per reggere all’imponenza di quell’affetto, troppo poco elevata per inorgoglirsene e tributargli il sacrificio di tutta la sua esistenza. E pure egli lo aveva promesso: «_tu mi amerai anche dopo la mia morte, tu mi amerai per tutta la tua vita_»; ecco il patto terribile che lo aveva vincolato a quella fanciulla, e che ella sembrava richiamargli ad ogni ora, ad ogni istante, rinfacciandogli colla tremenda solennità della sua presenza, il disegno che egli aveva concepito d’infrangerlo. Parve a Riccardo che vi fosse qualche cosa di crudele in quel pretendere il compimento d’un sacrificio sì inutile e sì doloroso; egli pensò che l’insistenza della fanciulla lo sciogliesse dall’obbligo della sua gratitudine e del suo amore, e credette che avrebbe potuto dimenticarla senza essere infedele ed ingrato.

Egli è così facile il credere ciò che è nei nostri voti, che Riccardo si avvalorò di quella persuasione per obbliare senza rimorso ciò che doveva essere l’oggetto di tutti i suoi affetti di amante, e di tutte le sue aspirazioni di artista: a poco a poco il suo spirito si sentì preparato a quella rivolta, e un giorno esitò, poi decise, e si abbandonò risoluto alle sue nuove passioni, pregustando l’ebbrezza di esaudirle senza lacrime e senza pentimento.

Passò così quattro anni, durante i quali egli non aveva mai più udito quella fatale sinfonia di Hummel, nè nota alcuna che potesse richiamargli il suo passato: l’immagine della fanciulla era così svanita a poco a poco dal suo cuore, e se vi tornava qualche volta egli sapeva attutirne e dimenticarne i rimproveri nella gioia di affetti più recenti e più lieti.

Riccardo era felice.

Quattro anni dopo questo ultimo avvenimento, Waitzen diresse al suo amico Giorgio Duplessy, direttore della società degli artisti la lettera seguente:

«Mio caro amico. Come tu sai, io sposerò domattina madamigella Emilia Duport, quella bella e saggia Guascona che abbiamo conosciuto insieme a Pontoise, ricca de’ suoi diciott’anni e d’un mezzo milione di dote. Papà Duport darà per ciò domani a sera una splendida festa da ballo nel suo palazzo al boulevard Montmartre N. 52. Egli, mia moglie e il tuo amico ti pregano di intervenirvi».

Come aveva passato Riccardo quei quattro anni? Egli era ricaduto nel suo abbandono abituale, in quell’avvidità di piaceri frivoli e vani pei quali aveva già un tempo dissipata quella fortuna che aveva portato seco da Ofen. Non aveva più amato ma si era dato ai piccoli amori di un giorno a quegli amori senza trasporti, senza dolori, senza quelle gioie opprimenti che danno le grandi passioni, simili a quei fiori che noi raccogliamo quasi senza avvedercene camminando, e che sfogliamo e gettiamo sulla via dopo averne aspirato una sola volta il profumo. Nei due primi anni della sua vedovanza egli aveva già stabilita la sua fama d’artista ed ottenuto un successo che nulla avrebbegli più potuto contendere. In quella sua stessa inazione egli si era serbato un posto eminente tra le più grandi individualità della scienza, e vi sarebbe rimasto anche perseverandovi, ma l’amore dell’arte e della vita domestica avevano ripreso il loro impero sopra di lui, e Riccardo contava oramai di abbandonarvisi per tutta la sua esistenza.

Non aveva egli più pensato ad Anna durante tutto quel tempo? La memoria della fanciulla era dunque svanita per sempre dal suo cuore? No, egli aveva riprovati ancora dei momenti paurosi, aveva risentite delle memorie strazianti; in quegli stessi abbandoni de’ suoi mille amori, nell’ebbrezza delle sue gioie, nel colmo della sua felicità, l’immagine di lei gli s’era riaffacciata cupa, minacciosa, inesorabile: il giovine aveva risentita la presenza di lei con tutte quelle circostanze che gliel’avevano palesata la prima volta; aveva avuti dei sogni tremendi dai quali si era destato inorridito, compreso d’uno sgomento che rinasceva ogni notte più tormentoso e più atroce. E più volte, sotto l’oppressione di quell’incubo, Riccardo aveva pregato la fanciulla di perdonargli: l’aveva pregata come un ragazzo, piangendo; le si era prostrato, le si era umiliato come un codardo, tremando d’innanzi all’orrenda apparizione di quell’immagine spaventevole. Perchè essa le appariva nel sogno sotto altre forme, e non per questo perdeva della sua somiglianza. Riccardo la vedeva dappertutto nelle prime ombre della notte, in tutti gli oggetti che si presentavano al suo sguardo, in quei riflessi profondi e fantastici degli specchi che ricevono l’ultima luce del giorno, nelle persone da lui amate, in sè stesso; sì, e ciò era più terribile, in sè stesso. Egli se ne sentiva invaso come da uno spirito che assorbisse tutte le sue facoltà, che lo paralizzasse, che lo possedesse tutto senza lasciargli che l’impotente intuizione del suo stato. Vi furono dei momenti, in cui Riccardo aveva pensato di sottrarsi col suicidio all’orrenda persecuzione di quell’immagine; vi fu un giorno in cui, il giovine inorridiva pensandovi, aveva osato perfino di maledirla. E che poteva ora pretendere da lui quella donna? quali erano i tremendi disegni di quello spirito severo e implacabile? Avvelenargli tutte le sorgenti della vita, mescersi a tutte le sue gioie, travolgere tutti i suoi affetti, turbare tutti i suoi sonni.... perchè.... sì, era d’uopo che egli il confessasse a sè stesso, egli si era deciso per ciò solo a scegliersi una nuova compagna; per avere una creatura al suo fianco, cui dire nella notte: svegliati, te ne prego, ho paura, ella è lì, vedila; ella mi vuole, ella mi domanda.

. . . . . . .

Riccardo volgeva nella sua mente questi pensieri in quella stessa ora felice che seguiva al suo nodo fortunato; tra lo stesso fragore del ballo, in quella sala di papà Duport che per una strana somiglianza di decorazioni e di arredi gli richiamava alla memoria quella sala di una casa sconosciuta ove aveva veduto Anna la prima volta.

Ma egli fu riscosso assai presto da quella preoccupazione affannosa: tutto gli parlava di felicità e di amore in quel luogo, e la danza e quel frastuono di mille voci, e quel profumo inebbriante di donna, — emanazione della loro anima, mista a quegli atomi più preziosi della loro persona che esse abbandonano col moto, come i fiori agitati dal vento abbandonano la parte più pura del loro polline fecondatore. Ma nell’uomo questo profumo, il bacio di questi atomi volatizzati, non desta che la voluttà, e non suscita che desiderii di amore: nel fiore, essere più perfetto, soddisfa egli solo a tutte le leggi della fecondazione.

Riccardo si abbandonò con trasporto alla danza e si scagliò in quel turbine di valseggiatori, ove si confuse abbracciato alla fanciulla. Sotto quella sua taglia piena ad un tempo e flessibile, la mano del giovine indovinava le dolci ondulazioni delle sue forme: vi era in esse, nella loro mobilità, nel loro fremito qualche cosa di più eloquente del desiderio; il cuore di Emilia batteva concitato e sommesso, spesso interrotto come il timido linguaggio delle passioni: i ricci de’ suoi capelli disciolti lambivano la fronte del giovine come un bacio protratto; le lunghe pieghe del suo abito ne avvolgevano, agitandosi, la persona quasi a confonderli in un essere solo e indivisibile.

In quell’abbisso di voluttà Riccardo dimenticò il suo passato e sè stesso.

Ma nell’ora che la festa volgeva quasi al suo termine, in un momento in cui i danzatori si riposavano sui soffici divani della sala, e le fanciulle si asciugavano coi loro fazzolettini di batista, quelle gemme importune di sudore che piovevano dai loro volti arrossati; in quel periodo di solenni meditazioni in cui ripassano d’innanzi a noi tutte le gioie, tutti i timori, tutte le ansietà della festa; e la stretta di mano e il bacio involato, e il fremito di tutta la persona, e, la parola sussurrata all’orecchio, e, Dio lo perdoni, quel contatto ardente e magnetico del ginocchio che uccide tante innocenze nei balli, e basta a svelare egli solo tutti gli arcani più imperscrutabili della vita, il signor Duplessy entrò nella sala tenendo per mano una bella fanciulla, e disse al signor Duport.

«Perchè non fate suonare vostro genero?.... ecco qui una giovine artista che ha una voce portentosa da soprano, e che accompagnata da lui, ci farà sentire tutte le meraviglie del suo canto».

Pregato dal signor Duport, Riccardo si sedette senza esitazione al pianoforte; tutte le copie dei danzatori gli si disposero in circolo; egli era lieto di dare a sua moglie e a quella vaga riunione di giovani e di signore un saggio straordinario della sua abilità musicale.

Ma nel rivolgersi alla fanciulli per invitarla a sedersi presso di lui, egli trasalì nello scorgerne le sembianze. Era lo stesso profilo di Anna, la stessa persona esile e delicata, lo stesso aspetto pensieroso e soffrente; ma v’era ancora di più, essa vestiva un abito azzurro sparso di stelle d’argento, e pendevale tra le treccie scomposte una corona di rose bianche avvizzite. Tutto si riaffacciò allora alla sua mente: erano scorsi sei anni che in una sala come quella, in una festa da ballo, forse in quell’ora medesima, egli aveva conosciuto quella fanciulla a cui lo aveva legato un giuramento formidabile, a cui aveva fatto sacramento di fedeltà e di amore per tutta la vita; in quel giorno stesso egli aveva infranto il suo patto, in quel giorno stesso egli doveva forse subirne una punizione tremenda.

Riccardo impallidì a questa rimembranza e disse alla fanciulla con voce interrotta:

«Che cosa desiderate di cantare? Incominciate».

«Non so, diss’ella, ciò che mi verrà pel primo sotto le mani» e tolto un volume di musica, e apertolo a caso, lo collocò sul leggio. Riccardo vi gettò gli occhi e trattenne a forza un grido di spavento.... era quella sinfonia abborrita di Hummel!.....

Allora il giovine avrebbe voluto ritirarsi, ma non era più in tempo; la fanciulla aveva già incominciato.... era la stessa voce di Anna.... un brivido di morte scorse per tutte le fibbre di Riccardo; egli pure volle incominciare, ma, orribile cosa! le sue mani erano irrigidite; le sue dita toccavano la tastiera e non potevano premerla; cinque o sei note soltanto risposero a’ suoi sforzi impotenti, e convulsi: la sua fronte si coperse di un sudore gelato e un pallore cadaverico si diffuse per tutto il suo volto....

Papà Duport gli si avvicinò e gli disse:

«Che avete? cessate per carità, voi soffrite, voi siete pallido come un cadavere».

«È nulla, disse Riccardo sorridendo d’un sorriso spaventevole, ora vedrete».

E volle ricominciare, ma le sue braccia avevano smarrita ogni coscienza della loro forza e ogni facoltà di governarla; egli percosse sì violentemente sulla tastiera, che molte corde si infransero e si arricciarono scivolando sulle altre con uno stridio prolungato e terribile. In quel momento parve a Riccardo che la fanciulla si curvasse presso di lui e gli mormorasse all’orecchio: «_tu mi amerai anche dopo la mia morte, tu mi amerai per tutta la tua vita_».

Egli gettò un grido e svenne. Trasportato nella sua stanza nuziale, gli furono prodigate tutte le cure che la scienza e l’affetto potevano suggerire alla desolata famiglia di Duport.... ma fu indarno che si tentò di richiamarlo alla vita.

Riccardo Waitzen era morto di sincope.

BOUVARD

Arn... with all deformity’s dull, deadly Discouraging weight upon me, like a mountain, In feeling, on my heart as on my shoulders A hateful and un sightly mole-hill to The eyes of happier men..... BYRON — _The deformed trasformed_

Bouvard! Chi era Bouvard?

Forse taluno de’ miei lettori tenterà ancora, non indarno, di far rivivere nel suo cuore le memorie vaghe e lontane che vanno annesse a quel nome; forse ricorderà tuttavia una storia misteriosa che ha per lungo tratto agitato le giovani fantasie di quei tempi, e ricevuto da tutte le anime sensibili un omaggio di pietà e di affetto.

Io stesso mi arrovello di richiamarmi alla mente le circostanze di questo racconto pietoso, come le memorie lontane dell’infanzia, come le visioni fantastiche di un sogno: — bello e fuggevole com’esso, severo e malinconico come tutto ciò che ha creato il sentimento e l’amore.

Vi furono alcune vite che la natura aveva destinate alla pubblicità, alcune intelligenze che il cielo voleva collocate nella luce per dirigervi le masse come ad un faro luminoso, e tuttavia quelle vite si spensero ignorate nel mistero, quelle intelligenze si consumarono sdegnose nelle tenebre. — Esistono due forze nella natura? — la forza positiva che crea e predestina, e la forza negativa che reagisce e distrugge? Domandatelo all’uomo, domandatelo al segreto della sua vita intima, domandatelo al genio sventurato!

Bouvard fu un genio sventurato. Il suo nome tramontò così rapido come l’astro precoce della sera; la sua vita fu il passaggio di una meteora abbagliante che si spegne a metà della sua curva, e s’invola agli occhi meravigliati che la mirarono.

Io non tesserò qui un racconto immaginato: scriverò la storia di un uomo che ha sofferto, la storia di una vita la cui azione si concentrò tutta nel dolore, la cui catastrofe ha colmato di orrore e di pietà tutti gli animi generosi che la conobbero. — Scrivo per me stesso, scrivo per dare alle memorie della mia gioventù la durata della mia esistenza, per riserbarmi negli anni dell’aridità il conforto ineffabile delle lagrime.

Chi non ha visitato il paese della Savoja, il suo suolo a sbalzi le sue valli ripiene di nebbie e le sue montagne di pini e di granito, non conosce quel punto della Terra dove la natura ha riposto il segreto della sua malinconia. Sulle montagne di Crest-Voland gli uccelli hanno una voce più dolce, il rigogolo canta nelle siepi con delle note tristissime, e vi ha in tutto il territorio dello Ciablese una specie di reattino, il cui grido appena sensibile si assomiglia al lamento di un moribondo. Lungo i ciglioni delle montagne, le rive tapezzate di viole bianche che la superstizione ha collocato tra i fiori di cimitero, spiccano, come nastri candidi ondeggianti, su quel verde cupo delle eriche, ove delle folate di farfalle grigie aleggiano intorno a quei cespugli a migliaia.

Bouvard nacque in quel luogo, nacque in una capanna: — suo padre suonava la gironda e faceva ballare una marmotta nera della valle di Champagneux. Fu un triste acquisto quello che la famiglia di Bouvard aveva fatto colla nascita di questo fanciullo: in fatto egli era rachitico e infermiccio; la deformità lo aveva segnato colle sue tracce ributtanti, e non gli aveva lasciato nulla di regolare, nulla di attraente nel viso, nulla di vago nell’occhio e nella voce: — parea che la natura lo avesse per metà ripudiato non consentendogli che la pura fruizione della vita.

A sette anni Bouvard cominciò ad avvedersi della derisione che gli fruttava la sua deformità, e si sentì trafitto nel cuore, immaginando e indovinando forse il destino di tutta la sua esistenza. Le prime avversità dell’infanzia lo fecero inclinare alla meditazione e all’isolamento; e forse dovette a questa sventura precoce lo sviluppo straordinario della sua sensibilità, fors’anche il suo genio medesimo; — chè, se il dolore crea o modifica i grandi ingegni (e la sventura nei sommi è causa e non accidente od effetto) la sua azione debb’essere più efficace nei primi anni della vita, quando la società non ci ha ancora armato il cuore di punte per schermircene e lo spirito vergine e puro ritiene le impronte incancellabili della natura.

Egli era costretto a separarsi da’ suoi compagni, e si assideva la sera lungo le rive dell’Isere a veder scorrere le acque e tramontare il sole dietro la foresta di Gresy.

«Com’è bello il sole! — aveva detto una volta a sè stesso Bouvard, — come sono belle queste farfalle e questi uccelli che fanno qui il loro nido! — Ecco un magnifico fiore di giglio; quale precisione in tutte le sue parti, quale esattezza nella disposizione delle sue foglie, quale flessibilità meravigliosa nel suo stelo!» — E nel chinarsi a raccoglierlo, aveva intraveduto la sua immagine nella superficie trasparente del fiume, — la sua immagine brutta, laida, ributtante.... Bouvard sedette sopra la riva e pianse lungamente con abbandono. Egli avrebbe almeno desiderato un cuore, cui confidare il segreto delle sue prime sofferenze; e forse la tenerezza melanconica di sua madre aveva compreso quanto tesoro di affetti si rinchiudesse nell’animo delicato di quel fanciullo, forse nella madre avrebbe trovato un’amica, ma quell’amica doveva essergli presto rapita; — a dieci anni Bouvard era rimasto solo nel mondo.

Un giorno suo padre gli aveva detto: — mio caro figliuolo, tu hai dieci anni compiuti, e quantunque tu sia alquanto malaticcio e la tua figura non sia per verità delle migliori, le tue forze sono ora abbastanza sviluppate, e puoi bastare, d’ora in avanti, a te stesso: — io conto di andare nella Francia, ed è tempo che noi ci separiamo; prenditi la mia marmotta e la mia gironda, è assai più di quello che io potrei darti, ma il cielo compenserà almeno colla tua fortuna il sacrificio generoso di tuo padre.

Bouvard prese la via di Bonneville e dormì la prima notte in un canneto lungo la riva del torrente. Era una bella notte di agosto, egli non aveva veduto mai tante stelle, nè inteso così bene quel rumorìo che fanno le locuste nelle stoppie, e quei mille suoni soavi e ineffabili che producono le foglie in una notte serena di estate. Parve a Bouvard di sentire in sè stesso qualche cosa di inusitato: — egli non aveva sonno, egli non aveva paura, non stanchezza, non disagio, si sentiva calmo e tranquillo — un sentimento infinito di benessere gl’infondeva per tutte le fibre una dolcezza non mai provata fino allora: — era pensieroso ad un tempo e sereno.

— Sentiamo, diss’egli, è ben questo un grillo che canta; — perchè canta egli questo grillo?.... e che cosa fanno lassù tutti quei luminari che il buon Dio accende tutte le sere?... e queste piante?... e questo usignuolo che sento gorgheggiare da lontano? — In verità, io non avevo mai osservato che ci fossero tante belle cose nel cielo, e che i grili cantassero di notte così dolcemente. Oh! egli deve essere pur buono il Signore se ha creato tante cose meravigliose.

Bouvard cadde in una profonda meditazione; — egli pensò a sua madre e alla sua capanna, e a quel mondo sconosciuto nel quale stava per entrare così fanciullo: — a poco a poco i suoi sensi si assopirono, — egli porse attenzione a tutta quell’armonia malinconica che blandiva il suo orecchio come la nenia d’un bambino, — a quel fremito degli steli, — a quel susurro degli insetti, — a quel lamento delle acque, — alla voce del vento e delle foglie: la sua anima acquistava una strana sensibilità, il suo udito una potenza di sensazione ineffabile: — egli distinse le note più delicate, i tuoni più melodiosi, le cadenze più dolci; e gli parve d’aver indovinato il segreto della grande musica della natura. Egli prese la sua gironda e suonò una vecchia aria lamentevole che aveva ascoltata un tempo da suo padre: — non vi era nulla di più semplice di quella musica, nulla di più monotomo di quel suono; ma pure egli vi trovò tanta dolcezza che i suoi occhi si riempirono di lacrime, e quando ebbe finito, si avvide che stava inginocchiato pregando.

Fu una grande rivelazione quella che la natura aveva fatto in quel momento a Bouvard: egli aveva compreso di essere artista; per una potenza straordinaria di intuizione, egli aveva presvelato il mistero di tutta una vita. — Una fiducia illimitata di sè stesso, un’avidità irresistibile dell’avvenire agitarono da quell’istante il suo cuore: — egli si sentiva superbo di sè, superbo della sua arte divina, egli comprendeva bene che non aveva ancor nulla conseguito, ma che avrebbe tutto conseguito col tempo.

Bouvard si addormentò che era assai tardi, e sognò degli angeli e dei fiori, la sua capanna e le sue montagne, le rondini bianche dell’Isere, e le sue rive fiorite di ranuncoli... egli sognava ancora, quando si sentì battere sulle spalle, e nello svegliarsi vide due uomini seduti presso di lui, e di cui uno era intento a guardarlo.

— Piccino mio, gli disse costui che pareva il più anziano, tu stai, a quanto mi pare, guadagnando male il tuo pane con questa brutta marmotta e con questo cattivo strumento, e sei pur molto giovane per andartene così solo nel mondo: io ti darò bene un compagno, — eccoti qui il mio amico Jeanin dal quale devo separarmi oggi stesso; egli è una persona di distinzione e non ha che un piccolo difetto, una menda di nessuna importanza per l’arte sua: è cieco da tutti e due gli occhi, ma ci vede bene colla mente, e ci sente meglio colle orecchie, che non è già uno stordito il mio amico Jeanin, e ti farà toccare delle buone monete col suo violino. Veramente il tuo viso non mi fa troppo l’elogio di tua madre, ma tu hai l’aria di un buon fanciullo, e il cielo ti sarà grato se farai una buona compagnia al mio amico. Suvvia, sciogli subito il laccio a questa tua marmotta scodata, chè non va bene il tentare la tua fortuna con questa patente di povertà, — porgi la mano al tuo compagno, e vattene alla buon’ora, chè io devo trovarmi per mezzo giorno sulla via di Villaz, lungo il canale.

Bouvard considerò questo avvenimento come un favore straordinario della fortuna, e gli parve pure che vi fosse qualche cosa di dolce nella missione di carità e di amore che il cielo pareva affidargli coll’alleanza inaspettata di quel cieco.

Egli non si era ingannato.

Sette anni dopo, si leggeva sui giornali di Ginevra:

«Bouvard il celebre suonatore di violino, darà questa sera un’accademia musicale nel nostro teatro. L’ingegno straordinario di questo giovane artista, e la fama universale che le precede, ci esimono dall’aggiungere per lui alcuna parola di elogio e di raccomandazione.»

* * *

Rivediamo ora Bouvard nella seconda fase della sua vita, — Bouvard, non più il piccolo savoiardo, — ma l’uomo di mondo il giovane elegante, l’artista straordinario.

Quali saranno ora le sue passioni, il suo cuore?

Il lago di Lemano giace calmo e tranquillo; il cielo è sereno e stellato, e la luna si riflette nelle sue onde. È una di quelle notti di silenzio, e di amore, in cui tutto ciò che vi ha nel creato si agita e vive di questo sentimento. Che dice il susurro del vento che increspa leggermente le acque? che dicono le acque al vento? — Perchè le migliaja di foglie di quell’albero tremolano mormorando tra di loro? La goccia di rugiada che discende dal cielo a collocarsi nel calice vagheggiato del fiore, per quale attrazione ha saputo percorrere la sua via verso di lui, nel vasto universo che l’ha creata? Porgiamo attenzione a questo linguaggio degli enti sconosciuto agli umani. Noi v’intendiamo il bisbiglio dell’insetto che compie le sue nozze fra i petali profumati della rosa; — il ronzio della farfalla notturna che aleggia intorno alla sua compagna nel suo nido di foglie e di seta; — la voce dello zeffiro che prepara la fecondazione misteriosa de’ fiori; — il fremito delle alghe che si curvano ad accarezzare le onde fuggevoli del torrente; — il linguaggio segreto delle stelle, — il mormorio degli steli e delle gemme, — i baci delle fronde, — i numeri infiniti che svelano nella natura il sentimento universale e prepotente della vita, l’amore.

Ma quanti sono tra gli uomini che intendano questo linguaggio? E non è l’uomo tra tutte le creature la sola che abbia spesso prostituito l’amore e sagrificato sull’altare dell’egoismo questo celeste sentimento? Non chiedete all’uomo dell’amore, non gliene domandate che un’ombra, — un’ardita apparenza che finge, che asserisce, che giura.... Vi fu un tempo in cui gli uomini si amavano, prima che la famiglia, fanciulla vergine e pura, toltasi dalle foreste e dalle capanne per venirne a nozze colla società, non s’incontrasse per via coll’oro, garzone petulante e avventuriere che le fece violenza; e da quello sconcio nacque l’egoismo, mostro scellerato e insaziabile, che divora gli affetti nati da lui stesso, come Saturno divorava un tempo i suoi figliuoli.

Pure, a quella guisa che vediamo tra le cento braccia inaridite d’un albero fulminato, sopravvivere talora un ramo solo e rivestirsi di fiori così leggiadri, che mai quell’albero ne aveva dato di tali nella pienezza della sua gioventù e della sua primavera: non altrimenti l’amore sbandito dal seno dell’umanità, si è rifuggito nel petto di pochi uomini che lo custodirono nel segreto del loro cuore. — Domandate a costoro come si ami, — cosa si speri dall’amore, — domandate loro se si può amare impunemente. — Oh! la gioventù è severa, e la società non lo è meno nelle sue leggi.... evitate dunque la lotta, insozzate la vostra anima, e gettatele ai piedi la vostra corona di rose, prima che essa ve la strappi dal capo per collocarvi il suo serto di spine e di cipresso.

Sulla superficie tranquilla del lago si culla leggermente una barca abbandonata, — i due remi che le pendono dai fianchi imprimono nelle onde due solchi paralleli d’argento che si riempiono, e si rinnovano senza sparire e senza lasciare alcuna traccia di sè, — emblema della vita. — Perocchè, chi crede che l’avvenire esista? chi crede che esista il passato? Il presente soltanto esiste, ed è quel punto impercettibile che li riunisce: il tempo è una catena che si snoda dall’abisso del futuro, e si riaccoglie nella voragine del passato. Ma forse la parte che sparve tornerà a ricomparire? — il serpente che si morde la coda. — Chi sa se il tempo trascorso non ritorni colle sue circostanze di luoghi e di avvenimenti? Le leggi che governano le evoluzioni degli astri e dei mondi, perchè non governeranno altresì le evoluzioni del tempo? Tutto parte da un solo principio di vita: piccoli mondi in un gran mondo, piccole esistenze in una grande esistenza... oh, sì, — il tempo ritorna, o l’eternità non sarebbe che un vaneggiamento dei mortali. — E puossi concepire l’idea dell’eternità ove vi ha qualche cosa che muore?

Forse sono tali i pensieri che agitano la mente di Bouvard seduto con abbandono nella sua barca. — Bouvard così giovane, incomincia a provar quella malattia di cuore che nasce dalle speranze deluse, e che si alimenta nella solitudine degli affetti.

Le prime pagine del libro della vita contengono racconti deliziosi, profezie e presagi di felicità senza fine, ma le pagine di mezzo ne preparano al disinganno, le ultime alla rassegnazione; e spesso si butta il libro, e non si vive che delle memorie di ciò che si lesse. Bouvard ha fatto ciò che tutti gli infelici hanno fatto: — ha divorato le prime pagine con isdegno, ed ora si riposa sconsolato a mezzo del libro. Ma egli non le lesse, no, quelle pagine, le ha indovinate: — egli non ha accelerato il suo disinganno, ma lo ha prevenuto, — egli non ha trovato nei piaceri dell’esistenza che una prostituzione indegna della nostra natura, un mondo fittizio che ci sfugge, e pure ci accarezza, una menzogna che ci degrada e pure ci alimenta... Quale è infatti l’epoca della vita che si rimpiange? Quali i giorni in cui osammo chiamarci felici? La gioventù.... E pure l’età che l’ha seguita ce ne ha fatto conoscere gli errori, ci ha snudato quel mondo apparente e menzognero de’ suoi colori fatui e abbaglianti, ci ha mostrato la vanità di quelle passioni, la piccolezza di quelle gioje, la nullità di quei piaceri, il ridicolo di quelle aspirazioni, la sorgente crudele di quei sogni, che ci promettevano godimenti infiniti nella vita virile. Ma se noi abbiamo conosciuto quell’inganno a profitto della verità, perchè oseremo rammaricarne?

Certo una condanna crudele pesa tuttavia sui nostri capi: — ovunque l’albero della scienza dilata i suoi rami, e alletta gli uomini a raccoglierne i frutti proibiti, sembra rinnovarsi la sentenza terribile che il cielo fulminò sui nostri padri: ogni passo che l’umanità ha fatto finora sulla via della verità e del progresso, ha segnato un punto di allontanamento dalla via della sua felicità e del suo perfezionamento morale. Avviene dell’individuo ciò che avviene delle nazioni, avviene delle vite parziali ciò che avviene dell’esistenza delle masse. La gioventù sfugge colle sue gioie a quegli uomini, cui uno sviluppo precoce dell’intelligenza e l’abitudine fatale della meditazione hanno svelato troppo presto la grande nullità della vita, e insegnato che la verità è un fantasma nudo, che la nostra sola avidità di raggiungerlo lo riveste di colori abbaglianti e di forme celesti, e che non le rimane che un solo conforto disperato, — quello che ritrae da sè stessa.

Bouvard non ha che diciannove anni, e già ha trasvolato collo sguardo su tutto l’oceano tempestoso dell’esistenza: — egli vi scorge la gloria, la fama, l’agiatezza, la vita elegante e fragorosa, tutte onde clementi che sembrano assicurargli un posto tranquillo e sicuro; ma non è là ch’egli desidera di riposarsi, egli vaneggia un altro lido lontano e insperato.... oserà egli nominarlo? oserà dirlo a sè stesso? Bouvard desidera un affetto, un affetto ardente come la sua anima, com’esso infinito, un amore di cui saziarsi o morire.

Egli era nato per amare. — Vi sono delle vite che non furono mai che una rivelazione continua, incessante di questo sentimento. — Bouvard aveva amato prima sua madre, e con essa la sua capanna, i fiori e gli uccelli delle sue montagne, poi la sua marmotta da cui si era diviso con delle lacrime, poi il suo cieco compagno e i poveri villaggi della Savoja che aveva percorso con esso.

Egli è a lui sopratutto, che aveva rivolto per molti anni le sue cure pietose e il suo affetto. Quel vecchio gli aveva tenuto luogo di un mondo: — vi aveva trovato la severa tenerezza del padre, e la confidente espansione dell’amico. Il povero Jeanin era stato un tempo un artista conosciuto, poi amareggiato dal livore dei cattivi, poi ingratamente obliato, e aveva voluto fare di Bouvard un allievo destinato a rivendicare il suo genio. Egli è altresì a quell’esempio che il giovinetto aveva piegato il suo cuore ad una tenerezza infinita, ad una sensibilità senza conforto, ad una generosità d’animo troppo grande e troppo spesso vilipesa dagli uomini. Nelle loro peregrinazioni per quelle campagne essi amavano talora di dormire nelle notti d’estate a cielo scoperto, e d’inspirarsi alla musica della natura; — e se entravano qualche volta nei villaggi, non era che per farvi intendere quell’armonia che ne avevano attinta, come un’emanazione improvvisa del loro genio, come un tributo dovuto a quegli uomini che li soccorrevano nei bisogni della loro vita materiale. Compiuta la loro missione, essi ritornavano ai loro campi, — e spesso Bouvard conduceva il suo compagno ad assidersi lungo le rive dei torrenti, o in quei seni remoti delle valli dove il vento agita continuamente le grandi foglie di cerri, e dove erano molti usignuoli che cantavano nelle notti serene fino al mattino.

«Vedi tu il sole? — gli domandava il vecchio qualche volta, — è egli ancora così luminoso, come quando io lo vedeva nella mia fanciullezza? Dammi la tua mano lascia ch’io tocchi il tuo viso e i tuoi capelli; che io senta se le tue fattezze sono quali erano pure le mie in quel tempo».

Fanciullo com’era, Bouvard dormiva la notte profondamente, e spesso nel suo sonno l’udiva discorrere con sè stesso, o pregare. Una notte l’intese suonare così dolcemente, che mai il giovane aveva udita una musica così sublime: egli pensò che uno di quegli angeli di cui gli aveva parlato una volta sua madre, fosse disceso ad apprendergli quell’armonia che si doveva sentire soltanto nel cielo: — poi l’udì gemere e mormorare alcune preghiere, poi non udì più nulla — Si destò al mattino ch’egli dormiva ancora; — attese che si destasse, indugiando egli, lo scosse..... era morto! Bouvard pianse alcuni giorni, poi lo seppellì assieme col suo violino, sotto tre grandi alberi che crescevano lì presso, lungo un torrente che metteva nel Rodano perchè, avendogli egli detto che era del paese di Montelimart, pensò che le acque ne avrebbero col tempo restituito il cadavere alla patria.

Fu un nuovo avvenire quello che si aperse allora al suo sguardo; quantunque modesta, Bouvard aveva la coscenza del suo genio, egli sentiva di essere artista, sentiva di poter dare saggio di sè in ben altri luoghi che non fossero quei poveri villaggi della Savoia. La speranza di rinvenire suo padre bagattelliere girovago nella Francia, lo trasse quasi suo malgrado a quel paese. Entrò nel territorio della Saona, suonò la prima volta a Bourg, poi a Macon, a Moulins, a Never; riscosse ovunque degli applausi, ovunque destò l’ammirazione la più insperata, a Melun gli furono gettate delle corone, e poichè egli si trovava così vicino a Parigi, entrò in quella città, allettato da quella vita fragorosa e felice nella quale anelava di lanciarsi.

Vi passò quattro anni; — il piccolo savojardo, il povero suonatore di gironda, era divenuto un giovane elegante, un artista ricercato, l’elemento morale di quelle grandi riunioni: l’eletta società si contendeva Bouvard come il genio vivente dell’arte, come una di quelle grandi individualità della scienza, di cui si ambisce la predilezione e la stima.

Fu in quei grandi centri che egli aveva studiato gli uomini e più di loro sè stesso. Egli avea bene veduto dovunque delle mani sporte a stringere le sue, dovunque aveva ascoltato delle parole di omaggio, egli s’era accostato alle labbra il veleno melato dell’adulazione; ma di quell’esistenza fittizia pareva sdegnarsi la sua anima, e quando volle un cuore, un cuore soltanto, conobbe che vi era un deserto intorno a lui, che l’amicizia rifuggiva da quella vita apparente e simulata, e che la sua deformità lo condannava all’isolamento dell’amore.

Vi furono in tutti i tempi delle donne che sacrificarono la loro fama alla bellezza disgiunta dal genio — nessuna che la sacrificasse al genio disgiunto dalla bellezza. La donna, questa quintessenza di polvere la più perfetta tra le opere della creazione, non nasconde spesso sotto la maschera irritabile del pudore che le traccie più delicate della sensualità. Nelle passioni di amore, l’uomo è quasi sempre guidato nella sua scelta dalla virtù, la donna non lo è mai che dall’avvenenza. Nessuna di loro ha confortato del suo affetto di amante la vita di qualche grande sventurato: una tomba recente, — la tomba dell’infelice Leopardi, — accusa in faccia all’umanità l’egoismo sensuale della donna.

Bouvard si avvide troppo presto che egli non poteva sperare dell’amore, e conobbe ad un tempo che questo bisogno si era talmente inviscerato nella sua natura, che non avrebbe potuto attutirlo che colla morte. Sdegnato di quella vita apata e clamorosa ove tutto si tributava all’apparenza, pensò che la solitudine lo avrebbe collocato in maggiore armonia con sè stesso, pensò che aveva ancora qualche cosa ad amare, le sue memorie. Egli era quasi ricco; diede un addio alla vita pubblica, partì inavvertito e venne pellegrinando alle sue montagne. Ma quivi pure gli erano riserbate delle disillusioni inattese: tutto era mutato nel campestre teatro della sua infanzia; le nevi disciolte avevano fatto scoscendere qua e là gran