Chapter 5 of 5 · 6182 words · ~31 min read

libro d

’amore che mai sia stato scritto, — era ancora diffusa e fiorente tra la gioventù appassionata di quei tempi; egli aveva divorato quelle pagine con una specie di febbre e di delirio; la vita del grande socialista si approssimava allora al suo tramonto, splendido e maestoso come uno di quegli astri che si circondano di maggior luce prima d’involarsi alla vista degli uomini. — Bouvard volle baciare quelle zolle che avevano data la vita a Gian Giacomo, e venne a Ginevra.

Ecco come noi lo rivediamo in quella città, nel silenzio di una notte stellata, solo, abbandonato sopra una barca in mezzo alle onde tranquille del Lemano. Che fa? Che medita il giovane in quell’istante?

Vi sono dei periodi di effervescenza nello sviluppo dello spirito umano, in cui l’anima si sublima, e si eleva ad una grandezza smisurata non concepibile che a sè sola. Che è la parola perchè si attenti a manifestare quegli slanci? Non sono che le piccole passioni, le sensazioni inerenti alla materia quelle che la parola può esprimere: ma ciascun uomo ha in sè qualche cosa che non rivela, che non può rivelare; ciascun uomo è più grande di quanto lo appaia, di quanto forse lo creda egli stesso. E che è ciò che noi chiamiamo genio, se non la facoltà di concepire e di estrinsecare, con quanta maggior verità è possibile, questa vita profondamente intima e spirituale dell’uomo?

Bouvard guarda le stelle, il cielo, la superficie immobile del lago, i salici che si curvano sulle rive, i pesci che guizzano inseguendosi, gli acari fosforescenti che scintillano nelle onde commosse dai remi; e da questo spettacolo svariato attinge delle idee che egli sente, che egli comprende, ma che non, saprebbe pure manifestare a sè stesso. È il linguaggio arcano che vi ha tra noi e la natura, e che Iddio non ha concesso all’uomo di esprimere.

Ma gli occhi del giovine si rivolgono con insistenza a quei lumi lontani che appaiono sulle rive come tante scolte immobili nella notte, a quelle ville disseminate lungo la spiaggia, a quelle finestre socchiuse e illuminate che nascondono mille misteri di felicità e di amore. Sotto ciascuno di quei tetti vi ha una famiglia, vi hanno dei cuori che si amano, che sperano, che gioiscono, la cui esistenza non è tutta tessuta di dolore... Oh! sentirsi nati ad amare, possedere un cuore capace di amare un universo, e cercare indarno in questo deserto della vita qualche cosa che risponda a questo appello incessante dell’anima! — sempre indarno! — eternamente indarno! Bellezza, crudele bellezza! — perchè fu concesso a te sola l’impero assoluto dell’amore? perchè sei tu l’unica rivelazione, l’unica forma sensibile di questo sentimento? — Perchè, esclama Bouvard, — perchè rinchiudere la mia anima in questa creazione abortita dalla natura? Perchè darmi questo profilo di Etiope, questo naso da Ottentotto, e questa bocca di Lappone? Poteva la deformità rivestirmi di spoglie più ributtanti? Oh la terribile condanna che associa al bello morale il brutto sensibile, e lo destina a rivelarlo!

Dopo quella notte Bouvard si ammalò, risanò a stento, partì improvvisamente da Ginevra e venne pellegrinando in Italia.

Vi passò tre anni: fu a Venezia, a Roma, a Firenze, e finalmente sostò a Napoli, dove ricco di fama e di danaro, aveva determinato compiere la sua carriera di artista nel mistero e nell’isolamento.

La più grande disillusione e la più inattesa lo aveva colpito in quegli ultimi anni del suo trionfo: — egli si era sdegnato della sua arte. A che crearsi con essa un mondo ideale e fantastico che la società gli contendeva di raggiungere? a che accarezzare i suoi inganni, palliare la sua sventura, eccitare la sua sensibilità, se gli era nota la vanità di questi rimedii, e se l’orgoglio suo gl’imponeva con insistenza di rifuggirne? A che profondere quei tesori di armonie, quelle esuberanze dell’arte, ad una folla spensierata che lo copriva di oro, che lo acclamava artista divino, ma a cui avrebbe chiesto indarno un solo di quegli affetti che egli aveva eccitato con tanta potenza nei loro cuori? Essi avevano ammirato in lui l’artista, non l’uomo, — il genio, non il delicato sentire che l’accompagna, non l’ineffabile martirio che lo sconta. — Il giovine si sentì prostrato, si sentì invaso da uno scoraggiamento che indarno avrebbe tentato di superare: — vivere per sè stesso e a sè stesso; — obliare, — odiare anche — fors’anche odiare; giacchè l’odio può ben contendere la sua voluttà a quella dell’amore: — ecco l’estrema risoluzione di Bouvard, ecco il conforto disperato che si riprometteva da questo disegno.

Si ritrasse allora in una villa remota presso Posilipo, e visse lungo tempo ignorato. Forse l’oblìo avrebbe cancellato per sempre il suo nome dalle pagine della fama, se un avvenimento misterioso non ve lo avesse segnato con caratteri indelebili, se una catastrofe di terrore non avesse rischiarato d’una luce fosca e spaventevole il tramonto precoce della sua vita.

Bouvard aveva venticinque anni e non aveva amato; aveva bensì desiderato di amare, — aveva vagheggiato un affetto di donna come si vagheggia l’affetto ideale di un angelo, — lo aveva chiesto al cielo come un forsennato, avrebbe accettato una intera e lunga esistenza di spasimo per un breve e fuggevole momento di amore. Oh! a venticinque anni, l’amore non è più una vaga aspirazione, non è più quel sentimento variabile, indeciso, estesissimo che si sviluppa nella prima giovinezza, ma è una nuova sensazione che si comunica a tutto il nostro essere, che riassume tutte le fila spirituali e fisiche della nostra esistenza. La vita, quale fu concessa agli uomini, sta nel giusto equilibrio dello spirito e della materia, e l’amore vero e potente si libra con essi senza propendere: ogni affetto che sfugge a queste leggi si oppone alle leggi della natura. — Egli è a venticinque anni che si ama la donna, a quindici non si è amato che l’amore.

Ma se l’anima di Bouvard era delicata e sensibile, era pure ad un tempo severa. Se egli non poteva disconoscere la propria deformità, non disconosceva però l’elevatezza del suo spirito e della sua mente: un affetto comune era un affetto indegno di lui; egli si sarebbe consumato nella tremenda solitudine delle passioni, anzichè accettare l’amore di una donna che non avesse saputo comprendere quanti tesori di poesia e di affetti si celassero nel suo cuore lacerato.

Allo sguardo di chi ama, la virtù non si rivela che nella bellezza. Il bello ed il buono sembrano partecipare della stessa natura, accoppiarsi e manifestarsi a vicenda — si direbbe che il buono è il bello morale, che il bello è il buono sensibile. Bouvard stesso si era ingannato come tutti gli uomini fanno: — egli non aveva conosciuto come una forza inesplicabile li tenga spesso disgiunti, e come questa fatale contraddizione si riveli distinta e frequente più che mai nella vacua natura della donna. Per quanto poco si abbia vissuto nella società, o attinto leggieri erudimenti dall’esperienza, si avrà osservato che le favolose bellezze di ogni tempo si segnalarono per difetto di merito morale, spesso ancora per malvagità di cuore o per vizio sfrenato: — sono le bellezze mediocri quelle che annoverano i migliori caratteri di donna e i più dolci, e forse perchè il loro numero è più diffuso; ma la deformità sfugge da questi limiti, e accenna quasi sempre a bontà estrema o a malvagità estrema. Bouvard, volendo cercare una virtù, cercava una bellezza, e la rinvenne.

In una sera d’autunno egli sedeva lungo la riva del mare, in uno di quei piccoli seni deliziosi che formano qua e là le acque incavando le rupi che le cingono, e contemplava il tramonto del sole dietro le scogliere addentellate di Lacco, quando una barca venne a passare all’improvviso rasente la spiaggia. Una donna attempata sedeva a prora leggendo, e poco lungi da lei, una giovane bellissima stava silenziosa meditando, cogli occhi rivolti al cielo in atto di abbandono e di rapimento, mentre una mano che cadevale giù come morta pel fianco della barca, sfiorava colle dita bianchissime le onde che la cingevano come d’un mobile smaniglio di perle e di argento. Una vela candidissima gonfia dal vento, quella luce di paradiso che si riflette dal sole nelle onde nell’ora del tramonto, e che le onde riversano a torrenti sulle rive, componevano il fondo di quel quadro maraviglioso, che passò e sparve dinanzi agli occhi del giovine, come una creazione istantanea della sua fantasia, come la celeste visione di un sogno. — Quella donna non aveva veduto Bouvard, ma lo aveva guardato, — lo aveva lungamente guardato; — i suoi occhi fissi ed immobili parevano versare in lui quei sentimenti che forse nasceano dal pensiero di un essere lontano ed amato, — parevano dirigergli quelle aspirazioni che erano tutte pel cielo e che la fanciulla avrebbe indarno tentato di rivelare alla terra.

Bouvard sapeva di non poter essere amato, ma troppo grande era ancora in lui la fede del sacrificio nella donna, perchè non credesse di poterlo essere per compassione. Una seduzione credeva egli esistere in lui, quella della sventura, ed egli vi attribuiva l’onnipotenza della bellezza. No, egli non è vero che l’amore inspirato dalla compassione possa generare l’avvilimento in chi lo riceve: ella è la più orgogliosa, la più nobile e la più durevole delle passioni, forse l’unica che il cielo benedice, e che non si spegne che colla vita, perchè soltanto colla vita si spegne la sventura che l’ha generata.

Bouvard attribuì a sè quello sguardo. «Ella mi ama, egli disse, ella ha indovinato che io soffro. E potrebbe egli, quel viso di angelo, mentire un sentimento che non fosse di pietà e di tenerezza? Potrebbe ella amare un felice?... la felicità petulante, scherzevole, menzognera!»... E poi egli aveva veduto altre volte quella donna, l’aveva veduta ne’ suoi sogni, ogni notte, da diciasette anni: — era il genio fantastico della sua arte, la creazione severa della sua musica, l’ente concretizzato, vivo, sensibile, palpitante, che egli si era composto nell’estasi delle sue melodie e delle sue meditazioni.

E invero ciascuno di noi si crea fino dai primi anni della vita l’ideale della donna che vorrebbe amare, ciascuno di noi crede che esista un’anima sorella, le cui sembianze, le cui aspirazioni ci sono note, e verso la quale ci sentiamo attratti, nostro malgrado, per tutta la vita. Quell’amore che si strugge da sè senza posarsi, non è che l’incognita attrazione di un essere che la lontananza, che la società e la fortuna ci contendono; e spesso si vaga di amore in amore senza raggiungerlo, sempre ansiosi e sempre insoddisfatti, amanti sempre, e senza mai amare, portando seco fino alla tomba quel vuoto tremendo che i mille affetti passeggieri dell’esistenza non hanno avuto potere di riempiere.

Quando Bouvard si avvide della sua passione, provò come uno sbigottimento, come una voluttà che sentiva del dolore, come una nuova intuizione della vita, a cui si accoppiava il presagio lontano di quelle sventure che il cielo gli aveva destinate con quell’affetto. Quella donna era sparita: l’avrebbe egli riveduta? E dove? E quando? E rivedendola, si sarebbe ella risovvenuta di lui? l’avrebbe amato? Quell’intervallo di tempo non avrebbe modificato il sentimento di pietà e di amore che il giovine aveva creduto di leggere nei di lei occhi?

Oh! quell’istante in cui l’amore si rivela per la prima volta ad un’anima, è il momento più solenne della vita. E qual’è quell’uomo che può averlo dimenticato? Per quanto numerose sieno state le nostre passioni, per quanto indegne di noi, nessuno potrà mai obliare quell’istante in cui conobbe per la prima volta di amare. È lo svelarsi di questo sentimento che segna il principio della vita morale di ciascun uomo.

Non accenneremo ai cambiamenti avvenuti nelle abitudini e nel carattere di Bouvard dopo quel giorno. Egli passò tre mesi senza rivederla: aveva corse e ricorse tutte le vie di Napoli come un demente, era stato a tutti i teatri, aveva frequentati tutti i centri di riunioni, senza avere indizio alcuno di lei e senza quasi sperare di rinvenirla, quando un mattino la rivide in una carrozza elegante che attraversava la via di Chiaja, verso la Villa. — Bouvard non ebbe il tempo di meditare al partito più conveniente cui poteva appigliarsi per raggiungerla: — trascinato da una forza irresistibile l’insegue alla corsa,... si affatica,... resiste... le sta al paro per lungo tempo: — ma già il suo ardore si scema, — le sue forze lo abbandonano, ed egli si arresta sfinito sulla via. Passò un altro mese: — la rivide una seconda volta, e collo stesso esito, — la rivide una terza e ahimè! pure indarno; ma i suoi sforzi furono finalmente coronati: — egli giunge un giorno a seguirla fino alla sua dimora. — Egli conosce finalmente il suo soggiorno, il suo nido, quel punto invidiato della terra su cui vive una donna adorata... oh! gioia! — osa chiedere di lei: — si chiama Giulia — non ha che diciasette anni, è fanciulla, è ricca, è felice, e il suo cuore è puro come la sua anima, è libero come la luce che lo circonda.

Da quel giorno Bouvard divenne audace: ardì sperare di essere amato, ardì meditare di palesarle la sua passione, e di affrettarne l’opportunità col prestigio della sua arte e della sua fama. Non andò a lungo che per esse furono superati quegli ostacoli che gli contendevano di avvicinarla, e giunse finalmente quell’istante sì ardentemente anelato, in cui avrebbe potuto inebriarsi della sua vista, e leggere con sicurezza nelle pagine ignorate del suo destino.

Giulia apparteneva ad una famiglia patrizia, presso la quale convenivano il fiore dell’aristocrazia, e le celebrità più elette nel campo dell’arte e della scienza. Fu ad una di quelle serate artistiche che Bouvard venne invitato: egli vi fu accolto con gioia, udito con trasporto, applaudito con frenetici entusiasmi... ma, oh Dio! era essa ancora quella Giulia che egli aveva veduto la prima volta dalla riva del mare nell’ora melanconica del tramonto?... quella fanciulla sì bella, sì dolce, sì compassionevole, quell’essere gentile e pensieroso che gli era apparso come una visione di cielo nelle ore tremende del suo sconforto! Colei, quell’angelo, quella fanciulla adorata, non era più che una donna comune, lieta, incurevole, folleggiante, sorridente a tutti quegli esseri fatui e leggiadri che se ne contendevano l’affetto; — una creatura della società e del piacere, ricca di gioventù e di bellezza, baldanzosa perchè felice, e felice perchè troppo insensibile, troppo esente da quella infermità di mente e di cuore, che ci rende pietosi a tutti i mali della società, ovunque sieno sentiti, e ci costringe a dividerli.

Forse Bouvard non si era ingannato credendo che la fanciulla lo avesse riconosciuto, e avesse riso del suo affetto e della sua deformità. Il contegno di Giulia sentiva troppo della derisione e della noncuranza, perchè egli potesse almeno lusingarsi di non aver tradito il suo segreto... quel segreto sì dolce, sì caro, sì lungamente vagheggiato e la cui rivelazione lo opprimeva ora di rossore e di avvilimento. E infatti quel giovine che aveva inseguito come un insensato la sua carrozza, che le aveva prostituita la sua dignità e il suo orgoglio, che aveva preteso in sì strana guisa e con sì strana insistenza al suo cuore, era lì muto, umiliato, tacitamente deriso... E che era egli per Giulia?... lui... quell’artista quasi ignorato, perchè sdegnoso di ammirazione, quel povero fanciullo della Savoja, quel giovine timido, sofferente, deforme?

Bouvard comprese troppo tardi come un acciecamento fatale lo avesse lusingato di un affetto che la sua deformità gli rendeva impossibile d’inspirare. La sua deformità... essa sola, — sempre essa... quella inesorabile condanna, quella terribile distinzione, quel marchio indelebile della natura, che nè l’arte, nè il cuore, nè l’ingegno avevano avuto potere di distruggere. Un orribile desiderio balenò allora attraversò alla sua mente, — il desiderio di una deformità più mostruosa, di una bruttezza sì spaventevole, che, spingendo gli uomini a rifuggirne, avesse potuto saziare in lui l’avidità ineffabile dell’odio, quella nascente avidità, che aveva già surrogato nel suo animo la prima e nobile aspirazione dell’amore.

Tale è la vicenda degli affetti, e quelli soltanto che furono miti e volgari si spengono soventi nell’apatia: ma niuna via di mezzo è concessa alle grandi passioni, e l’odio e l’amore che ne segnano i due punti culminanti, si alternano nella pienezza del loro vigore senza mescersi e senza arrestarsi. Egli è tuttora mal deciso quale sia veramente la più nobile e la più giusta di queste due passioni, poichè l’una ci viene dal cielo e l’altra dalla terra, e l’una predomina nella società e l’altra nella vita privata, ma egli è ben certo che nella maggior parte degli uomini, è l’odio soltanto che finisce per riempiere quel vuoto, che non ha potuto riempiere l’amore.

Noi non diremo che Bouvard odiasse: — la sua vita avvenire non offrì circostanze sì palesi da poterlo asserire con sicurezza; forse lo aveva solamente desiderato, e ciò è desolante nella nostra natura, che i buoni desiderino sempre indarno di diventare malvagi, e i malvagi buoni. Si muore egli dunque quali si è nati? E che è questa fatale predestinazione che la nostra volontà non ha potere di distruggere? Bouvard amava ancora Giulia: — per una strana contraddizione dell’anima umana, per la potenza irresistibile che il bello esercitava sopra di lui, egli amava ancora quella fanciulla; — ma non era più la Giulia ideale, la creatura celeste, pensante, amorevole de’ suoi sogni; — egli amava una donna, una donna viva, folleggiante, voluttuosa, l’immagine palpitante della gioia e del godimento. — E perchè avrebbe egli dovuto odiarla? Per quale diritto aveva egli osato pretendere al sacrificio della sua beltà e del suo cuore? Se l’idea di tale sacrificio, se il sentimento dell’amore nobile e disinteressato, dell’affetto isolato dalla materia, possono essere concepiti sulla terra, essi non sono punto della terra, e spesso lo svelarsi di questa verità rigetta per sempre nel fango quelle anime delicate e sensibili che vi avevano una volta creduto.

La vita di Bouvard si ravvolse da quel giorno in un mistero così imperscrutabile, che noi non potremmo accennare, neppure per supposizione, ai mutamenti avvenuti nel suo spirito e nel suo cuore. Non fu che l’ultimo istante della sua esistenza, che gettò una luce incerta e tetra sul suo passato, e rannodò in qualche guisa le fila spezzate e disperse del suo destino. Ove egli abbia vissuto e in qual modo, — ove esulato, si ignora. Sparve nella pienezza della sua gioventù e della sua gloria; — il suo soggiorno fu rinvenuto deserto, i suoi specchi infranti, distrutto ogni oggetto che aveva potuto riflettere a’ suoi occhi la sua immagine: — ogni traccia che egli aveva lasciata di sè, accusava l’esaltazione della sua mente, e qualche proposito irremovibile e disperato.

Noi non lo rivedremo più che nell’ultimo giorno della sua vita.

Quattro anni dopo quest’ultimo avvenimento, — in un mattino profumato di maggio, nella stagione che invita la natura all’amore, — si ornavano di gramaglie le porte di un sontuoso palazzo... Giulia, la ricca, la nobile, la leggiadra patrizia era morta, — morta alla vigilia delle sue nozze; involata alla terra da una malattia improvvisa e crudele, in tutta la pienezza de’ suoi inganni e della sua fede, in tutto il vigore della sua gioventù e della sua bellezza.

Allora da una piccola finestra di una soffitta in una casa di fronte, si affacciò una figura d’uomo, i cui lineamenti alterati dal dolore si contrassero in un sorriso amaro e terribile. — Quell’uomo era Bouvard. — Il pallore sepolcrale del suo volto, l’incolta abbondanza dei capelli e della barba, lo sguardo immobile e lucido, quell’espressione tetra e indefinibile di cui la sventura aveva velate le sue fattezze come d’un velo funerario, rivelavano il segreto di quei patimenti intimi e soprannaturali che intessono quaggiù molte vite, e che rifuggono sempre dalla confidenza e dalla pubblicità, fieri e sdegnosi d’ogni umiliante compassione e d’ogni conforto impossibile. E infatti, checchè egli avesse sofferto rimase pur sempre un mistero. Amava egli ancora Giulia? Non aveala obliata in quei quattro anni di separazione? Era egli sempre vissuto presso di lei? Certo è ch’egli non abitava quella soffitta che da due mesi, e che la povertà più desolante era venuta spesso in quei giorni a visitare la sua modesta dimora d’artista.

Bouvard guardò, vide, lesse la funebre iscrizione, osservò il drappo nero che ornava le porte della fanciulla defunta, lo osservò con una muta indifferenza, senza affliggersi, senza stupirsi: — si sarebbe detto che quella sciagura non gli si palesava inattesa, che egli l’aveva preveduta, invocata, affrettata forse col desiderio. Certo il cattivo genio di cui favoleggiano gli uomini non avrebbe sorriso più tristamente, non avrebbe dimostrata una compiacenza più malvagia e crudele. Il giovine rinchiuse la finestra preoccupato da un pensiero insistente, da un’idea fissa, confortevole, lungamente blandita. «Affrettiamo, egli disse, affrettiamo il momento anelato... apparecchiamo per le mie nozze;» — e un istante dopo, gli ultimi arredi della sua soffitta, i suoi libri, la sua musica, le ultime reliquie della sua fortuna erano scomparse. Bouvard aveale mutate in oro e con esso aveva acquistato dei fiori.

La stagione erane feconda. — La famiglia infinita dei giacinti, fiori di gioventù e di primavera, le prime rose simbolo dell’amore nascente, le gemme dell’arancio che intessono le corone delle fidanzate, le stelle mobili del gelsomino che simboleggiano l’amore pudico, le lavande che significano amore ardimentoso, le azzalee e le cardenie fiori di passione e di sentimento, ornarono in sì grande quantità e con tanta profusione di olezzi quell’umile soffitta del giovine, che la si sarebbe creduta una di quelle dimore favolose, dove le fate attiravano alle loro nozze la gioventù incauta e ardimentosa, destinata a perirvi in un’ebbrezza di voluttà e di profumi.

Bouvard attese con una gioia sfrenata a questa strana trasformazione della sua soffitta: — egli volle conoscere il linguaggio di ciascun fiore, volle collocarli egli stesso, alternarli con dei veli azzuri e rosati; e vi aggiunse, sorridendo tristamente, alcuni steli di ramerino fiorito che esprimono l’amore corrisposto. — Centinaia di lumi erano apparecchiati a versare torrenti di luce su quei veli e su quegli strati enormi di fiori: — e come il giovine ebbe compiuto i suoi apparecchi col più diligente mistero, si compiacque di quella vista deliziosa e allettante, e disse con trasporto a sè stesso: «Ecco apparecchiata la mia camera nuziale e la mia tomba ad un tempo... la vita e la morte,... il gelo del sepolcro, e il fuoco dell’amore sì lungamente represso;... certo non fu mai stretto sulla terra un connubio più degno degli uomini, e la stessa divinità potrà forse invidiarmi le mie nozze.»

Noi domandiamo esitando: era Bouvard colpevole? Il dolore non aveva già alterato la sua ragione? quell’anima che fu un tempo sì pura, sì candida, sì generosa, poteva essersi così miseramente trasformata? poteva ella concepire nella piena lucidità della sua potenza un così orrendo progetto? Noi non lo affermiamo. La sua natura dovea certamente aver subìta una dolorosa modificazione: — la povertà, i disinganni, lo scetticismo sociale, l’isolamento dovevano, senza alcun dubbio, aver provocato in lui quella rivolta che ci trae a reagire contro la divinità e contro noi stessi, ma la sua colpa non fu certamente che la conseguenza d’uno sconvolgimento istantaneo della sua ragione. Il suo delitto fu espiato dalla sua vita, e l’espiazione lo precedette; vi fu in esso dell’amore, direi quasi del genio; — le fasi dell’esistenza umana hanno poche pagine più sublimi, e le nostre passioni si elevarono di rado ad una potenza più smisurata: — si può dire che l’ultimo giorno di Bouvard fu il riassunto di tutta la sua vita.

Le notti nel mezzogiorno dell’Italia hanno in sè qualche cosa di voluttuoso e di molle; — il cielo è più elevato, l’azzurro più trasparente, le stelle più numerose e più lucide, — i fiori delle magnolie caduche e dell’arancio che si schiudono due volte all’anno, impregnano l’aria dei loro profumi delicati, e vi ha in essi qualche cosa che gli altri fiori non hanno, vi si sente l’amore, vi si respira la gioventù e l’abbandono. Ho domandato più volte a me stesso, perchè il cielo abbia destinate quelle ore al riposo: ma forse la notte è la scena più calma e più meravigliosa della natura per ciò solo che è in essa che gli uomini amano. Oh la sublime epopea della notte! Io vorrei conoscere se i morti conservano ancora sopra il loro giaciglio di pietra una parte della loro vita morale; se quella polvere, — poich’ella esiste, — ha la coscienza dell’esistere. Nella grande oscurità che avvolge tutti i segreti della natura, io credo che nessuno possa sorridere di questo pensiero: la superstizione ha pure i suoi diritti, giacchè è dalle sue tenebre che uscirono in ogni tempo i primi barlumi della verità e della luce. Ma avete voi mai passato una notte in un cimitero? — Il silenzio vi è più tetro che in qualunque altro punto della terra, e non per ciò vi sembrerà meno di sentire qualche cosa che vive, che pensa, che si agita sotto di voi. — Certo se i morti vivono, la debb’essere una vita di solenni meditazioni... E come passano essi quelle lunghe notti d’inverno?... quegli anni infiniti della loro muta esistenza?... Alla pioggia, al sole, alla neve... Povere anime! — No, egli non è vero che la morte uguagli tutti i destini; la ricchezza ha preparate le sale sepolcrali, e vi mantiene ancora un raggio di quella luce, di cui essi erano così avidi nella vita.

In una di quelle più splendide dimore fu collocata la salma di Giulia, e la giovine riposa sopra il suo lenzuolo di gramaglia come in mezzo ai veli del suo letto verginale. La sua bellezza ha nulla smarrito delle sue seduzioni; un abito bianco, leggiero, quasi vaporoso, ricopre le modeste sue forme; i suoi cappelli neri e disciolti sono trattenuti sulla fronte da una corona di tuberose ancora fresche, le sue mani bianchissime le cadono dai fianchi coll’abbandono soave del sonno, e solamente i suoi piedi diritti e riuniti fanno fede dell’orrida rigidità della morte.

Bouvard penetra in quel luogo colla gioja scolpita sul volto, con quella trepidazione affannosa ma dolce che ci accompagna al primo convegno colpevole della donna desiderata. Il ribrezzo non lo trattiene, non frena la sua impazienza, non ammorza l’avidità irresistibile della sua passione: — ma ogni indugio può essere fatale al suo disegno, — è d’uopo affrettarne l’esecuzione; — il suo oro gli ha procurato dei complici... egli invola il cadavere della fanciulla, e pochi istanti dopo è lasciato solo con lei nella sua dimora solitaria e segreta.

Allora il giovine la adagia con dolcezza sopra uno strato di fiori, — poi s’inginocchia e la guarda... quell’abito candidissimo, quelle lunghe trecce disciolte, quel corpo che si abbandona e quasi si affonda coll’immobilità della morte in un letto profumato di verzura, — quella luce abbagliante che vi tinge ogni oggetto del colore dell’oro e del topazio, formano uno strano spettacolo che esalta e rapisce la mente immaginosa di Bouvard. — Ma egli non ha ancora osato sollevare il velo che nasconde il suo volto: — egli trema di quelle sembianze, teme che la morte ne abbia già alterata la bellezza, paventa quello sguardo fisso e severo che deve rinfacciargli colla sua terribile immobilità il suo delitto. Mille pensieri si agitano allora nella sua anima conturbata, il pensiero della sua vita sofferente, dell’inutile suo amore, del suo genio infelice, di quell’abbandono di sè stesso che lo trasse di giorno in giorno, sempre esitante, e sempre sfiduciato fino a spegnere la sua vita in una colpa: — giacchè egli sente la prossimità del suo fine, giacchè egli ha deciso irrevocabilmente di morire... morire presso di lei, — presso di quella donna al cui fianco non ha potuto trascorrere quell’esistenza avventurata e innocente che era stata il suo sogno d’un istante.

A questo richiamo gli si affacciano tutte le memorie della prima giovinezza, di quegli anni confidenti e felici, quando l’avidità dell’ignoto gli dipingeva di mille colori vaghissimi le scene future della sua vita: — quelle illusioni, quei sogni, quella fede balda e sicura, — quel sorridere cortese della fortuna, — quell’amore universale che avrebbe voluto spargere delle rose sulle teste di tutti gli uomini, — quel vagheggiare un nido e una famiglia e perpetuare la nostra esistenza in altri esseri nati da noi, — quell’ideare il bene e compierlo, e prefiggerselo all’unico scopo della vita... aspirazioni menzognere e crudeli! Nulla gli è rimasto di ciò: egli ha sofferto, egli soffre, ecco tutto, ecco la sintesi delle sue speranze, — egli ha dinanzi un cadavere, e l’ultimo de’ suoi giorni sta per compiersi con un delitto. — Bouvard si commove e piange. — Vi ha in quel periodo di calma morale che precede la morte un istante di lucidità straordinaria nel nostro intelletto, durante la quale si va svolgendo dinanzi ai nostri occhi tutta la tela tenebrosa del nostro passato. Gioje, dolori, predilezioni, memorie, affetti, colpe tutto ripassa dinanzi a noi, tutto vi è evocato dalla inesorabile coscienza: e felici coloro le cui rimembranze soavi e confortevoli non lasciano nulla a rammaricare della vita!

Bouvard ha rivolto lo sguardo sul suo passato, e non vi ha scorto che un deserto senza limiti, una landa senza oasi, senza acqua, senza verzura, senza sorriso di cielo: — ventinove anni sono trascorsi, ed egli non ha raccolto un solo di quei fiori di cui la natura fu sì prodiga a tutti gli uomini; — egli non ha spiccato dall’albero dell’esistenza che un solo frutto, un frutto amaro e velenoso, il più crudele fra quanti ne maturino sui suoi rami — il frutto della derisione.

A questo pensiero la mente del giovine; smarrita nell’abisso delle sue rimembranze, ritorna d’improvviso a sè stesso, alla sua deformità, a Giulia: — egli osserva quel corpo inanimato e leggiadro che gli sta dinanzi, — quella creatura sì lungamente desiderata, — quella fanciulla che fu un tempo sì bella, sì lieta, sì incurevole, il cui amore lo avrebbe consumato nell’esuberanza della sua felicità, il cui odio lo ha tratto invece per una ostinata potenza di volontà a sopravviverle.

E d’onde procede quello sgomento incomprensibile che ci arresta dinanzi a un cadavere? Che è egli questo rispetto ipocrita e vano che ci trae silenziosi e dimessi dinanzi a un mucchio di polvere che si dissolve? Oh! la sfacciata impudenza che curva le ginocchia degli uomini all’aspetto delle relique di un essere, di cui si è talora manomessa la felicità, e avvelenata a mille riprese la vita!

Ma non è tale la posizione di Bouvard: egli solo ha sofferto, egli è la vittima; egli vorrebbe elevarsi a giudice sopra di lei, ma un interno convincimento gli dice che non gli anni misurano l’esistenza, ma la felicità, la sola, la irrevocabile felicità ch’egli ha perduto: — quella fanciulla è morta, ma fu felice; egli vive ma soffre, — egli non le sopravvisse che per rimembrarlo.

L’anima del giovine si agita crudelmente a questo pensiero che lo ripiomba ne’ suoi propositi di vendetta: — quel cadavere sembra ora stargli dinanzi minaccioso... forse egli vede, egli sente; egli sorride, egli si agita sotto il suo lenzuolo funerario... Bouvard si rialza impetuoso, e strappa il velo che copre il viso della fanciulla. — Dio! quale bellezza irresistibile! — E può il volto d’una defunta essere ancora così bello? Un’espressione di calma celeste si diffonde sulle sue sembianze, le guancie sono tuttora leggermente rosate; la fronte candida e pura, le labbra e gli occhi socchiusi, l’epidermide trasparente e bianchissima: — non vi ha nulla di spaventevole in lei, nulla che possa essere più vago, più dolce, più allettante nella vita... essa riposa, — essa dorme — come dormono i fanciulli a sette anni, quando non si sognano che delle nubi, delle farfalle e degli angeli... tutte cose che volano, volano, e vanno verso il cielo.

Vi sono due soli e grandi avvenimenti nell’esistenza che possano dare ai nostri volti un raggio di quella bellezza celeste che sfugge a qualunque manifestazione, e sono l’amore e la morte — due cose sorelle, — l’estasi dell’uno, e la calma che succede all’altra. Coloro che hanno amato e che furono amati lo sanno: — quella bellezza non è della terra e non dura, è qualche cosa di aereo che si posa un istante sulle nostre sembianze e svanisce, — essa si vede, ma è inesplicabile: — è forse una luce di lassù che discende a benedire i due atti più solenni della vita, l’amore che ci rende degni del cielo, e la morte che ci concede di raggiungerlo.

Io ho pensato più volte che se tutti gli uomini si innamorassero ad un tempo, la società sarebbe in un attimo trasformata: l’età dell’oro non sarebbe più quella favola allettante di cui si ride come dei sogni dei fanciulli. — Ogni uomo che ama è buono e grande. — I poeti sono uomini che amano.

A quella vista Bouvard si arresta colpito dall’entusiasmo: l’incanto di quella bellezza lo rapisce ed eccita la mente fervida ed immaginosa del giovine. Nel suo atto violento, egli ha scoperto una parte del seno della fanciulla: — essa gli appare come una statua rovesciata di Fidia, come una di quelle immagini di vergine greca, che il turbine ha divelto dalla loro base, e che s’incontrano talora mezzo sepolte tra i corimbi e le foglie oscure delle ellere, nelle isole solitarie dell’Egeo. Divina bellezza! — E perchè non gli è dato di rianimarla? di spirarle il soffio della vita che Dio ha riserbato a sè solo? Ma Giulia lo odierebbe vivendo; — e non lo ha ella deriso?

Il giovine rimane lungo tempo silenzioso, — poi il suo volto assume un’espressione tetra e risoluta, — egli si curva sopra di lei, egli vuole abbracciarla... «nessuna donna, egli dice, si è data mai con maggiore abbandono ad un uomo»... Bouvard sorride seco stesso di questo orribile pensiero, — china il capo sopra di lei e ne bacia le labbra irrigidite dalla morte. Quale contatto! Egli si scuote, egli trasalisce inorridito, egli raccapriccia di quel gelo; e ricade prostrato dinanzi alla fanciulla. Allora egli piange, egli invoca, egli prega, — vorrebbe amarla, adorarla, come una santa, e lo trattiene la memoria del suo passato; — vorrebbe odiarla, e lo arresta quell’immagine soave di angelo. Alcuni istanti dopo egli vaneggia e delira, — egli ripete ad alta voce il nome di Giulia, il nome della fanciulla adorata, e si abbandona al suo dolore disperato e selvaggio. — Poi l’asfissia dei fiori assopisce a poco a poco i suoi sensi, inebria e confonde la sua ragione: — egli prova come delle vertigini, — vede come degli oggetti che si muovono, — ode un bisbiglio di voci incomprensibili, — ripassano dinanzi a’ suoi occhi delle strane figure che lo guardano e sogghignano... egli si agita, vorrebbe avventarsi contro di esse, tenta di rialzarsi brancolando nel vuoto, — e ricade spossato presso il cadavere della fanciulla...

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Certo Bouvard non incontrò una morte così sùbita, nè così violenta, poichè i vicini raccontarono al mattino di aver inteso nelle ultime ore di quella notte dei gemiti e delle grida soffocate; — ma ciò che aveva colpito maggiormente la loro immaginazione, era stato un suono di violino, da cui erano rimasti affascinati e sedotti come da un’armonia soprannaturale; — nè mai s’indussero a credere per quante prove ne venissero lor date, che quella musica fosse stata l’opera di un uomo.

Tale fu l’ultima creazione di Bouvard, l’ultimo lamento della sua anima, l’agonia sublime del suo genio. Vi erano in essa tutte le voci della natura, vi era il bisbiglio del vento e l’aleggiare dell’uccello, il susurro dei piccoli steli e il fremere dei grandi fusti dei cerri, lo scorrere del filo d’acqua e il frangersi delle onde dell’oceano, — vi era tutto ciò che il suono ha di aspro e di dolce, di soave e di orribile. — Sfortunati coloro che udirono quella musica! La voce degli esseri più diletti, la parola di padre pronunciata la prima volta dal labbro del fanciullo, la prima rivelazione d’amore della donna adorata, non hanno avuto più nulla di soave, nulla di allettante per essi.

Il domani la fama di un sepolcro violato si diffonde per la città; — si cerca il cadavere di Giulia, — gli indizii de’ suoi complici guidano alla soffitta di Bouvard; — si chiama, nessuno risponde, — si batte, nessuno apre: — allora si atterrano le porte... orrendo spettacolo! — tutti quei fiori erano calpestati e dispersi, molti oggetti infranti, i veli della fanciulla lacerati, — dovunque le traccie di una lotta disperata e inuguale.

Non era Giulia morta? o le preghiere del giovine avevano avuto potere di rianimarla un istante?......

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Scheggie e frantumi di violino giacevano sparsi sul pavimento, ed un corpo deforme, inanimato, stringeva convulsivamente il cadavere della bella Giulia... — Bouvard era morto!

INDICE

Lorenzo Alviati Pag. 5 Riccardo Waitzen 67 Bouvard 113

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Per comodità di lettura è stato aggiunto un indice a fine libro.