Chapter 2 of 7 · 3695 words · ~18 min read

Part 2

JNGER. Un vetturale lo trasportò ieri da Drontheim; da lui seppi che egli doveva venir qui. Fra qualche ora sarà qui.

ELINA. E voi non pensate a ciò, cui andate incontro, concedendo all’inviato danese un tal convegno? Il nostro popolo non è forse abbastanza sospettoso? Come potete sperare che esso si lasci governare e consigliare, se voi lasciate dire che...

JNGER. Non ti preoccupare. Io ho ben pensato a tutto ciò; ma non c’è nessun pericolo. La sua venuta qui è un segreto, perciò egli viene quale straniero e sconosciuto e così dovrà restare.

ELINA. E del suo nome danese?

JNGER. Esso ha una grande influenza, Elina! La nobiltà danese potrebbe difficilmente vantarne migliore.

ELINA. Ma che avete dunque stabilito? Io non ho ancora capito quale sia la vostra intenzione.

JNGER. Tu lo saprai ben presto. Quando non si può schiacciare il serpe, lo si deve legare.

ELINA. Ma si deve ben guardare, che la corda non si rompa.

JNGER. Dipende da te, se sarà ben legata.

ELINA. Da me?

JNGER. Ho osservato da lungo tempo che per te Östrot è una gabbia ed ad un giovane falco non conviene la prigione.

ELINA. Le mie ali sono tarpate. Anche se mi deste la libertà, mi servirebbe a ben poco.

JNGER. Le tue ali non sarebbero impotenti, se tu lo volessi.

ELINA. Se io lo volessi? La mia volontà è nelle vostre mani. Se continuaste ad esser ciò che eravate, anch’io...

JNGER. Basta ti dico. Ascoltami. Il partire da Östrot non credo, che ti contrarierebbe molto.

ELINA. Può essere, madre mia.

JNGER. Tu mi dicesti una volta che la tua vita era felice, quando vivevi del pensiero, delle leggende e delle favole. Questa vita potrebbe ritornare per te.

ELINA. Che dite?

JNGER. Se un possente cavaliere venisse e ti portasse con sè, dove potresti trovare ancelle, scudieri, abiti di seta e sale dorate?

ELINA. Un cavaliere, dite?

JNGER. Un cavaliere.

ELINA. (piano) Ed il messo danese viene qui questa notte.

JNGER. Questa notte.

ELINA. Se è così, temo di mal interpretare le vostre parole.

JNGER. Non c’è niente da temere, se non vuoi interpretarle male. Certo non è mia intenzione di forzare la tua volontà. Tu devi scegliere secondo le tue preferenze e risolvere da te stessa.

ELINA. (avvicinandosele di un passo) Voi avete sentito parlare di quella madre, che di notte tempo andava in slitta sulla montagna coi suoi piccoli? Una turba di lupi prese ad inseguirla; si trattava della vita o della morte ed essa gettò i suoi bambini uno dopo l’altro, per guadagnar tempo e salvar sè stessa.

JNGER. Favole! Una madre si strappa il cuore dal petto, prima di abbandonare i suoi figli ai lupi.

ELINA. Se non fossi la figlia di mia madre, vi darei ragione; ma voi siete quella madre, che gettò le proprie figlie ai lupi, una dopo l’altra. Prima gettaste la maggiore. Cinque anni fa Merete partì da Östrot ed ora è là tra i monti sposa di Vincenzo Lung; ma credete voi ch’essa sia felice come moglie d’un signore danese? Vincenzo Lung è potente, quasi come un re. Nella sua casa Merete ha ancelle, scudieri, vesti splendide e sale dorate; ma per lei il giorno è buio e la notte non ha requie, essa non si è mai trovata bene. Egli venne qui, le fece la corte, perchè essa era la gentildonna più ricca di Norvegia e perchè egli aveva bisogno di essere sicuro nel paese. Lo so io, oh! lo so benissimo. Merete era ubbidiente a voi. Essa seguì il signore straniero. Ma cosa le è costato! Più lagrime di quelle, che potrebbe versare una madre al giorno del giudizio per scolparsi!

JNGER. Conosco il mio operato e ciò non mi spaventa.

ELINA. Il vostro operato non finisce qui: dov’è Lucia, la vostra seconda figlia?

JNGER. Domandalo a Dio che se l’ha presa.

ELINA. A voi lo domando; perchè avete da rispondere della sua vita. Era allegra e vispa come un uccellino in primavera, quando partì da Östrot per visitare la sorella Merete. Un anno dopo ritornò qui, il suo viso era pallido e la morte si era impadronita di lei. Sì, voi vi meravigliate, madre mia! Voi credevate che queste cose fossero segreti vostri, ma essa mi disse tutto. Un cavaliere di Corte aveva conquistato il suo cuore. Egli voleva sposarla; voi sapevate che si trattava del suo onore. E non ostante foste inflessibile e vostra figlia dovette morire. Vedete che io so tutto.

JNGER. Tutto? Dunque ti avrà detto anche il nome di lui.

ELINA. Il nome? No, il nome non me l’ha detto. Essa aveva una gran paura di quel nome, non lo pronunciò mai.

JNGER. (come sollevata) Ah! dunque non sai tutto. Elina ciò che tu m’hai detto, io lo sapeva da lungo tempo. Ma c’è una cosa, alla quale tu forse non hai fatto attenzione. Il cavaliere che trasportò Lucia nei monti era un Danese.

ELINA. Lo so.

JNGER. Ed il suo amore era una menzogna. Egli la conquistò con astuzie e parole ingannatrici.

ELINA. Lo so; ma tuttavia essa lo aveva amato, e voi madre, non aveste il cuore di curare sopra tutto il suo onore.

JNGER. Non sarebbe stata felice. Credi tu, ch’io coll’esempio di Merete sotto gli occhi, avrei voluto dare mia figlia ad un uomo che non l’amava?

ELINA. Le parole menzognere ingannano molto facilmente; ma io non mi lascio ingannare. Non crediate, che tutto ciò che mi sta attorno mi sia straniero. Ora conosco le ragioni del vostro modo di operare. So benissimo che i signori danesi non hanno in voi un’amica fedele. Voi li odiate forse, ma li temete. Al tempo di Merete i signori danesi erano onnipotenti; tre anni dopo, quando proibiste a Lucia di sposare l’uomo, cui era legata per la vita, sebbene fosse stata sedotta... le cose erano cambiate. I ministri del re danese avevano commesso delle infami vessazioni contro il popolo, e voi non trovaste più opportuno di stringere ancora più saldi legami cogli stranieri oppressori. E che avete fatto per vendicare quella infelice che morì sì giovane? Voi non avete fatto niente. Perciò io vorrei agire in vece vostra; vorrei vendicare tutte le onte, che la nostra casa e il nostro popolo hanno sofferto.

JNGER. Tu? Che ti viene in mente?

ELINA. Io seguo le mie idee, come voi seguite le vostre. Quello che ho in mente di fare, non lo so nemmeno io; ma mi sento bastante forza per osare tutto per il giusto.

JNGER. Dunque tu vuoi combattere una lotta dura. Io feci una volta un voto che tu... Ed i miei capelli son divenuti grigi senza averlo potuto compiere.

ELINA. Buona notte, il vostro ospite può venire ed io sono d’impaccio. Forse siete ancora a tempo. Dio vi aiuti. Non dimenticate che migliaia di persone vi guardano. Pensate a Merete che piange sulla sua vita perduta. Pensate a Lucia che dorme nella tomba. Ed ancora: non dimenticate che in questa notte si deciderà la sorte della vostra ultima creatura! (va a sinistra).

SCENA X.

JNGER (_sola_).

JNGER. (la guarda) La mia ultima creatura! Tu hai detto il vero più di quanto non credi! Ma non si tratta solo di mia figlia. Dio aiutami, questa notte saranno decise le sorti di un regno. (va alla finestra a destra) Ah! mi par di sentire il trotto di un cavallo. (si sporge) No, non ancora. È stato il vento; soffia gelato. Perchè Dio mi fece donna, incombendomi un compito da uomo? Adesso per modo di dire, ho il paese nelle mie mani. Sta in mio potere il lasciarlo sollevare e ribellarsi. Essi aspettano il segnale da me. E se io non lo do ora, più tardi non saremo più in tempo. Esitare? Osteggiare la volontà degli altri? Non sarebbe meglio se... No, no — non lo voglio — non lo posso! (getta uno sguardo furtivo nella sala, si volta come spaventata e dice con voce paurosa) Sono là di nuovo — pallidi spettri — dei miei antenati morti. Oh! quegli occhi scintillanti, lì negli angoli della sala (batte le mani ritirandosi e grida) Steno Sture! Knut Alfson! Olaf Skaktavl! Lasciatemi! Non posso, non voglio!

SCENA XI.

SIG. JNGER, UNO STRANIERO.

UNO STRANIERO. (forte, alto, coi capelli brizzolati, barba, avvolto in una pelle d’agnello lacera, colle mani incallite, entra dalla sala, si ferma sulla porta) Salve, signora Jnger Gyldenlöve.

JNGER. (si volta con un grido) Ah! Dio del cielo! Aiutami! (cade sulla sedia).

LO STRANIERO. (la fissa, imperturbabile, appoggiato sulla sua spada).

FINE DELL’ATTO PRIMO.

ATTO SECONDO

_Scena come nel 1.º Atto._

SCENA PRIMA.

SIG. JNGER, OLAF SKAKTAVL.

JNGER. (si siede a destra, al tavolo davanti alla finestra).

OLAF. (sta poco discosto da lei; i visi di entrambi palesano che una gran commozione li preoccupa) Per l’ultima volta Jnger Gyldenlöve, siete dunque irremovibile nel vostro proponimento?

JNGER. Non posso agire diversamente ed il mio consiglio è che facciate come me. È volontà di Dio che la Norvegia debba restare soggiogata e così sarà, che noi vogliamo o no.

OLAF. E io dovrei accontentarmi della fede? Dovrei starmene tranquillo ed inoperoso ora, che è giunto il tempo d’agire? Avete dimenticato ciò che io ho da rivendicare. Essi hanno occupato le mie terre e se le sono divise. Mio figlio, il mio unico figlio, l’ultimo della mia stirpe, fu da loro ucciso come un cane. Essi hanno perseguitato me stesso per i monti e per le selve per venti anni, ho il presentimento di dover presto morire; ma io ho la fede che essi non riesciranno a pormi nella tomba, prima che io non sia vendicato.

JNGER. Voi avete molti anni ancora da vivere. Che cosa volete fare?

OLAF. Fare? So io che cosa voglio fare? Non mi sono mai arreso senza combattere. Per questo dovreste aiutarmi. Avete abbastanza talento per ciò... Io non ho che le mie braccia e le mie armi.

JNGER. Le vostre armi sono arruginite, Olaf Skaktavl! Tutte le armi sono arruginite in Norvegia.

OLAF. Dunque si combatterà solo colla lingua? Jnger Gyldenlöve vi siete molto mutata; una volta batteva un cuor virile nel vostro petto.

JNGER. Non richiamate il passato.

OLAF. Ma io sono venuto per questo da voi. Uditemi e se...

JNGER. Bene; ma fate presto, perchè — sì, io devo dirvelo, non siete al sicuro in questa casa.

OLAF. L’esiliato non è sicuro nella Corte di Östrot? Lo sapevo da luogo tempo. Ma dimenticate che l’esiliato è mal sicuro in qualunque luogo!

JNGER. Dunque, parlate; io non ve lo impedisco.

OLAF. Trent’anni fa vi vidi per la prima volta; fu ad Akershus presso Knut Alfson e sua moglie. Allora eravate ancora quasi bambina; ma tuttavia eravate coraggiosa come un falco, irrequieta e di natura indocile. Erano molti che vi corteggiavano. Anche a me eravate cara, tanto cara, come non lo fu per me nessuna altra donna. Ma avevate un solo scopo ed una sola idea. Era il pensiero della infelicità e dei grandi bisogni del regno.

JNGER. Io, pensate, avevo quindici anni! Ed in quei giorni non ci pareva vero d’essere tutti presi da uno spirito ribelle.

OLAF. Chiamatelo come vi piace; ma io so questo: i nostri vecchi ed i nostri antenati dicevano essere scritto in cielo, che voi sareste stata quella che avrebbe scosso il nostro giogo e resi a noi i nostri diritti.

JNGER. Quello era un pensiero colpevole, Olaf Skaktavl. Era un pensiero orgoglioso e non l’appello del Signore che parlava a me.

OLAF. Voi avreste potuto essere l’eletta, se l’aveste voluto. Voi rappresentavate l’antica vostra razza, avevate potenza e ricchezze bastanti per potere aspettare; e avevate sempre un orecchio pietoso per i bisognosi, in qualunque tempo. Rammentate che ogni dopo pranzo, Enrico Krummedike veniva davanti ad Akershus colla flotta danese? I padroni dei bastimenti pregarono di venire ad un accordo, e Knut Alfson sicuro del salvacondotto si fece trasportare a bordo. Tre ore dopo noi lo portavamo alla porta del castello...

JNGER. Morto! morto!

OLAF. Il miglior cuore della Norvegia cessava di battere, ucciso dai mercenari di Krummedike. Mi pare ancora di vedere il funebre corteo passare nella sala dei cavalieri. Egli giaceva nella bara col colpo di scure sulla fronte, bianco come un lenzuolo. Posso dire che quella notte i migliori cavalieri norvegesi erano là riuniti. La signora Margherita stava presso al suo defunto e tutti e noi tutti giurammo di vendicare quell’ultima offesa e tutte le altre. Jnger Gyldenlöve, chi era quella che si inoltrò nel cerchio degli uomini? Una giovinetta, quasi una bambina, cogli occhi lucenti e la voce tremante per le lacrime. Che cosa giurò essa? Devo io ripetere le vostre parole?

JNGER. Giurai ciò che giurarono gli altri; nè più nè meno.

OLAF. Voi parlate del vostro giuramento... e l’avete già dimenticato.

JNGER. E come lo mantennero quelli che giuravano? Non parlo di voi, Olaf Skaktavl, ma dei vostri amici, di tutta la Norvegia. Non ve ne è stato uno, che abbia avuto il coraggio di essere uomo in questi anni. Ed ora rinfacciatemi che sono una donna.

OLAF. So ciò che volete dire. Per qual ragione essi si sottomisero, invece di sfidare il plenipotenziario fino agli estremi? Verissimo; oggi i discendenti delle nostre razze sono in esilio; ma se essi fossero stati tutti uniti, che sarebbe accaduto? E voi avreste potuto riunirli davanti a voi, tutti si sarebbero inchinati.

JNGER. Potrei rispondervi facilmente; ma voi non terreste conto della mia risposta. Non parliamo più di quello che è stato. Dite perchè siete venuto qui ad Östrot. Avete bisogno di un rifugio? Benissimo; io cercherò di procurarvelo. Se volete altro, parlate, mi troverete pronta.

OLAF. Da 20 anni sono senza patria. I miei capelli sono incanutiti sulle roccie dei paesi stranieri. Ho pernottato vicino ai lupi e agli orsi. Voi vedete signora Jnger, che non sono io che ha bisogno di voi; ma i nobili ed il popolo.

JNGER. La vecchia storia!

OLAF. Sì, e ciò suona male alle vostre orecchie, lo so bene; ma tuttavia voi la dovete sempre sentire. Alle corte, vengo dalla Svezia, essa è in agitazione. La rivoluzione deve scoppiare in Dalekarlia.

JNGER. Lo so.

OLAF. Il cancelliere Pietro è con noi, ma segretamente, voi m’intendete.

JNGER. (meravigliata) Come?

OLAF. È lui che mi ha mandato qui ad Östrot.

JNGER. (si alza) Il cancelliere Pietro?

OLAF. Egli stesso, o forse non lo conoscete più?

JNGER. (quasi fra sè) Bene. Ora ditemi, che messaggio portate?

OLAF. Quando la notizia del malcontento penetrò fino ai monti del confine, ove io viveva, mi misi subito sulla strada per la Norvegia. Poteva benissimo pensare che il cancelliere aveva preparato questo colpo di mano. Lo cercai e gli offrii il mio aiuto. Egli mi conosceva dai tempi passati. Egli sapeva che si poteva fidar di me e perciò mi mandò qui.

JNGER. (impaziente) Certo, certo; egli vi mandò per...?

OLAF. (con secretezza) Signora Jnger. Uno straniero arriverà a Östrot questa notte.

JNGER. Come? Voi sapete che...? (sorpresa).

OLAF. Sì, lo so, so tutto; il cancelliere mi ha mandato qui per trovarlo.

JNGER. Lui? Impossibile! Olaf Skaktavl. Impossibile!

OLAF. È come dico; se non è già venuto, non starà molto... fino...

JNGER. Sicuro; ma...

OLAF. Voi eravate preparata alla sua venuta?

JNGER. Certo; egli mi ha mandato sue notizie. Perciò vi fu aperto, appena bussato.

OLAF. (ascolta) Ascoltate! Ecco, qualcuno arriva a cavallo. (va alla finestra) La porta si apre.

JNGER. (guarda fuori) Un cavaliere col suo scudiero. Discendono in cortile.

OLAF. È questo? Il suo nome?

JNGER. Voi non sapete il suo nome?

OLAF. Il cancelliere si rifiutò di nominarlo. Disse soltanto, che l’avrei incontrato qui a Östrot la terza sera della fiera di San Martino...

JNGER. Appunto questa sera stessa.

OLAF. Egli porterà delle lettere; da queste potrò sapere o dalla vostra bocca, chi è egli.

JNGER. Allora permettetemi ch’io v’accompagni alla vostra stanza. Avete bisogno di riposo e ristoro, e dovrete parlar presto collo straniero.

OLAF. Come vi piace. (escono ambedue da sinistra).

FINN. (dopo una breve pausa entra da destra, guarda intorno, ritorna alla porta e fa segnali a quelli di fuori).

SCENA II.

FINN, NILS LYKKE, JENS BJELKE.

LYKKE. (sottovoce) Nessuno?

FINN. (c. s.) No signore.

LYKKE. E noi possiamo fidarci di te?

FINN. Il comandante di Drontheim mi diede dei certificati di fiducia.

LYKKE. Bene. Me l’ha detto lui stesso. E prima di tutto, questa sera è arrivato qui uno straniero prima di noi?

FINN. Sì, è venuto un’ora fa.

LYKKE. (sottovoce a Bjelke) È qui. (a Finn) Tu lo riconosceresti? L’hai visto?

FINN. No. Nessuno fuori del portinaio. Egli fu introdotto subito presso la signora Jnger.

LYKKE. Ebbene? E lei? Il forestiero non sarà di certo già ripartito?

FINN. No. Ma credo che lo tenga nascosto nelle sue proprie stanze, perchè....

LYKKE. Va bene.

BJELKE. Prima di tutto sentinella alla porta. Così l’abbiamo sicuro.

LYKKE. (sorridendo) Hum! (a Finn) Dimmi, in questo castello c’è un’altra uscita oltre la porta?

FINN. (lo guarda meravigliato).

LYKKE. Non guardarmi così stupidamente. Domando, se qualcuno può uscire, quando è chiusa la porta del castello.

FINN. Io non lo so. Si parla certo di strade secrete nei sotterranei. Ma nessuno le conosce, eccetto la signora Jnger e forse la signora Elina.

BJELKE. Al diavolo!

LYKKE. Bene; tu puoi andare.

FINN. Se avete bisogno di me, bussate alla seconda porta di questa sala, sarò subito ai vostri ordini.

LYKKE. Bene.

FINN. (parte).

SCENA III.

NILS LYKKE E JENS BJELKE.

BJELKE. Ascoltate, fedele amico e fratello; questa è una cattiva spedizione per noi due.

LYKKE. (ridendo) Oh! per me spero di no.

BJELKE. No? Primieramente c’è poco onore nel far la caccia a Nils Sture. Devo crederlo un sapiente od un pazzo dal suo modo d’agire? Prima suscita la rivolta fra i contadini, quindi promette loro aiuto ed infine scappa e va a nascondersi dietro una sottana. Davvero io mi pento, lo dico francamente, d’aver seguito il vostro consiglio e non aver agito secondo le mie proprie intenzioni.

LYKKE. (sottovoce) Il pentimento viene assai tardi, caro fratello.

BJELKE. Non fu mai mia passione quella di scovare i tassi. Io mi aspettava tutta un’altra cosa. Sono venuto coi miei cavalieri da Jämteland. Ho ricevuta la lettera del comandante di Drontheim, che mi ordina di cercare dove mi piace il ribelle. Tutte le traccie indicano che egli si è nascosto ad Östrot.

LYKKE. È qui, è qui, vi dico.

BJELKE. Niente di più naturale, se avessimo trovato la porta ben custodita! Io avrei potuto almeno impiegare i miei cavalieri.

LYKKE. Invece di questo ci si apre gentilmente la porta. State attento: se la signora Jnger corrisponde alla sua fama, non lascierà mancare di nulla i suoi ospiti.

BJELKE. Per farmi allontanare dalle mie idee, nevvero! Come vi è venuto in mente di farmi lasciare indietro i miei cavalieri? Se li avessimo condotti qui...

LYKKE. Essa ci avrebbe ricevuti lo stesso come graditi ospiti, ma pensate però, che questa visita avrebbe fatto gran chiasso; i contadini avrebbero visto in ciò un insulto alla signora Jnger. Essa avrebbe riacquistato il favore della moltitudine e questo non è da consigliarsi.

BJELKE. Può essere; ma adesso che facciamo? Voi dite che Sture è qui. A che mi serve? La signora Jnger avrà certamente più d’una via d’uscita. Noi due possiamo restare qui fin che vogliamo; non scopriremo mai niente.

LYKKE. Ebbene, caro signore; se non vi piace la piega che la nostra spedizione ha preso, lasciate a me il campo.

BJELKE. A voi? Che volete fare?

LYKKE. Astuzia e finezza possono fare ciò, che non possono le armi. Ebbene, parlando francamente, Sig. Bjelke, io avevo già questo pensiero, quando ci siamo trovati a Drontheim.

BJELKE. Mi avete perciò persuaso a separarmi dai miei uomini?

LYKKE. Così i nostri affari possono essere meglio finiti e poi...

BJELKE. Andate al diavolo... l’avrei quasi detto! Io avrei dovuto sapere, che voi siete astuto come una volpe.

LYKKE. Sì, ma badate; qui bisogna fare come la volpe, se si vuol combattere colle stesse armi ed io vi dirò che è per me di una grande importanza, di disimpegnarmi con prudenza del mio incarico. Dovete sapere che il re mio padrone, alla mia partenza è stato poco gentile con me. Egli ha creduto d’avere le sue ragioni quantunque io abbia la convinzione d’essergli stato utile in più d’una difficile impresa, come pochi lo furono.

BJELKE. Voi potete credervi. Dio e tutto il mondo sa che voi siete il più astuto dei tre Regni.

LYKKE. Grazie. Ciò non dice molto. Quel che voglio fare qui, sarà il mio capolavoro perchè qui si tratta d’ingannare una donna.

BJELKE. In questo caso voi ne avete fatti degli altri capolavori. Credete che noi non conosciamo anche in Isvezia la canzone:

«In Norvegia sospiran le vergini pure» «Dio volesse che Nils Lykke mi amasse»

LYKKE. Questi versi valgono per le giovinette di venti anni, ma la signora Jnger ne ha cinquanta ed è astutissima. Sarà difficile il vincerla, ma riescirò ad ogni costo. Se riesco a procurare al re certi vantaggi, che egli desidera da lungo tempo, posso calcolare che nella vicina primavera a me confiderà la legazione di Francia. Voi sapete bene ch’io passai tre anni alla Università di Parigi. Tutte le mie idee sono rivolte là; vorrei presentarmivi come ambasciatore del re. Ebbene, non è vero?... Voi mi lascerete trattare colla signora Jnger. Pensate, quando voi eravate alla corte di Copenaghen, io vi ho abbandonate molte damigelle.

BJELKE. Voi sapete che la vostra generosità non è stata molto grande, perchè avevate in vostra mano tutte quelle ragazze, ma è tutt’uno... Dal momento ch’io ho sbagliato l’indirizzo della cosa, preferisco che continuiate voi solo; però voglio la vostra parola che, se il conte Sture sarà preso, è inteso, che lo rimetterete vivo o morto nelle mie mani.

LYKKE. L’avrete vivo, io non voglio ucciderlo. Ma adesso ritornate dai vostri cavalieri; occupate la via. In caso ch’io veda qualche cosa di sospetto, sarete subito avvisato.

BJELKE. Bene, bene; ma come posso andare via?

LYKKE. Il servitore che ci ha condotti qui, vi aiuterà; ma nel più grande silenzio.

BJELKE. Va bene. Buona fortuna.

LYKKE. La fortuna non mi ha mai abbandonato nella lotta colle donne.

BJELKE. (parte a destra).

SCENA IV.

NILS LYKKE (_solo_).