Chapter 6 of 7 · 3995 words · ~20 min read

Part 6

LYKKE. (la guarda negli occhi, quindi sottovoce) Ah, consultatevi pure, quanto volete. Adesso ogni pericolo è passato. Colla sua promessa scritta in tasca, io posso ad ogni ora sollevare di nuovo l’accusa. Tuttavia questa notte manderò un messo segreto a Jens Bielke... Io non mancherò alla mia parola, se io lo assicuro che il giovane conte Sture non è in Östrot. E poi domani, se la strada è libera, verso Droutheim col giovine gentiluomo. Di là per mare verso Copenaghen con lui, come prigioniero. Quando egli sarà in prigione, potremo ordinare alla signora Jnger ciò che più ci piacerà. Ed io... dopo ciò, penso, che il Re in nessun’altra mano che la mia affiderà l’ambasciata di Francia.

JNGER. (sempre conferendo con Olaf Skaktavl) Ebbene, mi avete dunque capito?

OLAF. Perfettamente. Sia dunque fatto come volete. (via dalla porta in fondo a destra).

STENSSON. (viene avanti dalla prima porta a destra, senza esser visto dalla signora Jnger).

SCENA IV.

LA SIGNORA JNGER, NILS LYKKE, NILS STENSSON.

STENSSON. (con voce smorzata) Signor cavaliere, signor cavaliere!

JNGER. (non l’osserva, scrive).

LYKKE. (va a lui; a mezza voce come tutto il seguito) Imprudente! Che volete voi qui? Non vi avevo detto di aspettarmi là dentro, fintanto che non vi avessi chiamato?

STENSSON. Come lo potevo? Adesso che mi avete confidato che Jnger Gyldenlöve è mia madre, adesso non posso star più dall’impazienza di vederla di faccia a faccia! (s’accorge della signora Jnger) È lei! Come è fiera e sublime! Io me la sono sempre immaginata così. Non temete, caro signore, io non mi tradirò. Dacchè ho appreso questo segreto, mi sento quasi più vecchio e quasi canuto. Io non sarò più nè un selvaggio nè uno spensierato; io voglio diventare un nobile gentiluomo come gli altri. Sentite, ditemi però, sa lei che io son qui? L’avete preparata?

LYKKE. Naturalmente, però...

STENSSON. Ebbene?

LYKKE. Essa non vi vuole riconoscere per figlio.

STENSSON. Non riconoscermi? Ma è pure mia madre! O se non vi è nient’altro... (egli mette fuori un anello che per un filo ha legato intorno al collo) mostratele questo anello. Io lo porto fin da quando ero bambino. Essa lo deve riconoscere.

LYKKE. Via quell’anello, incauto! Via, dico. Voi non mi capite. La signora Jnger non dubita affatto, che voi siate suo figlio, però... sì, guardatevi intorno, vedete tutte queste ricchezze, tutti questi potenti antenati, il parentado, di cui i ritratti pendono pomposamente da per tutto, su tutte le pareti e finalmente guardate lei stessa, la fiera donna, abituata, come prima fra le gentildonne, a comandare nel paese. Credete voi, che essa possa essere contenta di mostrare agli occhi della gente un povero e rozzo garzone e dire: «Ecco, questo è mio figlio!»

STENSSON. Sì, avete ben ragione. Io sono un povero rozzo. Io non posso offrirle nulla in ricambio di quel che da lei desidero. Oh non ho mai sentito l’oppressione della povertà, come in questo momento. Tuttavia suggeritemi: Che cosa credete ch’io possa fare, per conquistare il suo affetto? Ditemelo, prezioso amico, voi dovete pure saperlo...

LYKKE. Voi dovete conquistare il paese ed il Regno. Però prima che ciò vi venga fatto, dovete guardarvi bene d’offendere il suo orecchio con un’indiscrezione sopra il vostro parentado. Essa farà mostra di considerarvi pel vero conte Sture, finchè non vi mostriate d’esser degno di chiamarvi suo figlio.

STENSSON. O, ditemi tuttavia...

LYKKE. Silenzio, silenzio.

JNGER. (si alza e gli porge lo scritto) Signor cavaliere... eccovi la mia promessa.

LYKKE. Grazie.

JNGER. (osservando Stensson) Ah... questo giovane è...

LYKKE. Sì, signora Jnger, questi è il conte Sture.

JNGER. (lo guarda rapita, a parte) Tratto per tratto, sì per Dio, questi è il figlio di Steno Sture! (gli s’avvicina e gli dice con fredda cortesia) Siate il benvenuto sotto il mio tetto, signor conte. Sta a voi, se noi dovremo prima della fine di questo anno benedire o no questo incontro.

STENSSON. A me? Oh, ordinatemi, quel che debbo fare. Credetemi, io ho volontà e coraggio.

LYKKE. (ascolta inquieto) Che cosa è questo correr di gente, questo fracasso, signora Jnger? Si vuole entrare qui. Che significa ciò?

JNGER. (a voce alta) Sono gli invitati, che si svegliano!

OLAF SKAKTAVL, EJNAR HUK, BJÖRN, FINN, _contadini e servi vengono dalla porta in fondo a destra_.

SCENA V.

_Detti_, OLAF SKAKTAVL, EJNAR HUK, BJÖRN, FINN _contadini e servi_.

CONTADINI _e_ SERVI. Salute a voi, signora Jnger Gyldenlöve!

JNGER. (ad Olaf) Avete detto loro, quel che si sta facendo?

OLAF. Tutto quello che è d’uopo che essi sappiano, l’ho detto.

JNGER. (alla moltitudine) Sì, miei fedeli servi e contadini, adesso vi potete armare come meglio potete. Quel che vi ho ricusato questa sera, vi sia adesso in piena regola concesso. E qui pongo alla vostra testa il giovine conte Sture, futuro conduttore degli Svedesi ed anche dei Norvegesi, che Dio lo voglia!

LA MOLTITUDINE. Salute a lui, salute al conte Sture!

(Movimento generale).

CONTADINI _e_ SERVI. (scelgono in mezzo ad un grande baccano le armi e si mettono le corazze e le cuffie d’acciaio).

LYKKE. (sommesso ed inquieto) Gli ospiti si svegliano, diceva lei? In apparenza io ho risvegliato il diavolo della ribellione. Dannazione, se mi piombasse sulla testa!

JNGER. (a Stensson) Incominciate a ricevere da me il primo aiuto, 30 contadini montati che vi seguiranno e vi difenderanno. Credetemi, prima ancora che voi giungiate al confine, molte centinaia si saranno riuniti intorno a voi ed alla mia bandiera. Ed adesso andate con Dio!

STENSSON. Grazie, signora Jnger Gyldenlöve, grazie e siate sicura, che non avrete mai a vergognarvi del... conte Sture! Quando mi vedrete di nuovo, avrò conquistato il paese ed il Regno!

LYKKE. (a sè) Sì, se la rivedrai.

OLAF. I cavalli aspettano voi, buona gente... Siete pronti...?

CONTADINI. Sì, sì, sì!

LYKKE. (inquieto, alla signora Jnger) Come, non avrete però l’intenzione questa notte...?

JNGER. Anche in questo momento, signor cavaliere!

LYKKE. No, no, è impossibile!

JNGER. È come io dico.

LYKKE. (sottovoce a Stensson) Non l’ascoltate!

STENSSON. (sottovoce) Come posso io altrimenti? Lo voglio!

LYKKE. (sottovoce) Sarà la vostra rovina di sicuro...

STENSSON. (sottovoce) È tutt’uno! Essa impera su me...

LYKKE. (comandando sottovoce) Ed io?

STENSSON. (sottovoce) Manterrò la mia parola, fidatevene. Il segreto non mi sfuggirà dalle labbra, prima che voi stesso non mi abbiate sciolta la lingua... Ma essa è mia madre!

LYKKE. (a parte) E Jens Bielke, che sta in agguato sulla strada! Dannazione! Egli mi toglie la preda dalle mani... (alla signora Jnger) Aspettate fino a domani!

JNGER. (a Stensson) Conte Sture... mi ascoltate o no?

STENSSON. A cavallo! (egli va in fondo).

LYKKE. (a parte) Sventurato! Egli non sa quel che si fa! (alla signora Jnger) Ebbene, se deve esser così... vivete sana. (s’inchina rapidamente e fa per andare).

JNGER. (lo trattiene) No, rimanete! Non così, signor cavaliere, non così!

LYKKE. Che volete?

JNGER. (con voce sommessa) Nils Lykke... Voi siete un traditore! Silenzio! Che nessuno s’avvegga che nel campo dei capi si siano manifestate discordie! Voi vi siete guadagnata la fiducia del cancelliere con un’arte diabolica, ch’io non potevo prevedere. Voi mi avete costretta ad un’aperta ribellione... non per appoggiare la nostra causa, ma per promuovere i vostri proprii interessi, pensando con questo mezzo d’aiutarli. Io non posso tirarmi più indietro. Ma non crediate però di aver vinto! Io saprò pur rendervi innocuo...

LYKKE. (porta involontariamente la mano alla spada) Signora Jnger!

JNGER. Siate calmo, signor consigliere di Stato! Non vi si minaccia la vita! Ma non uscirete dalla porta di Östrot, pria che la vittoria non sia nostra.

LYKKE. Morte e dannazione!

JNGER. È vana qualunque resistenza. Voi non ci sfuggirete. Mantenetevi calmo quindi, è la cosa più saggia, che possiate fare.

LYKKE. (tra sè) Oh... io sono sconfitto! Essa è stata ancora più accorta di me! (gli viene un’idea) Ma se io tuttavia...

JNGER. (sottovoce ad Olaf) Seguite la gente del conte Sture fino al confine. Quindi recatevi senza perdere un minuto dal cancelliere e conducetemi qui mio figlio. Adesso il cancelliere non ha più motivo di ritenere quel che è mio.

OLAF. (fa per andare).

JNGER. (aggiunge) Aspettate... Un mezzo di riconoscimento! Egli deve avere l’anello di Steno Sture.

OLAF. Per tutti i santi, lo avrete!

JNGER. Grazie, grazie, mio fedele amico!

LYKKE. (a Finn, ch’egli ha chiamato di nascosto, e col quale discorre sottovoce) Dunque... cerca di svignartela. Non ti far vedere. Un quarto d’ora lontano da qui trovansi gli Svedesi in imboscata. Avverti il loro condottiero che è morto il conte Sture. A quel giovine non sia torto un capello. Questo lo dirai al capo. Digli che la vita del giovine gentiluomo ha un grandissimo valore.

FINN. Sarà fatto come ordinate.

JNGER. (che frattanto ha fissato Nils Lykke negli occhi) Ed adesso andate tutti con Dio! (additando Nils Lykke) Questo nobile cavaliere non sa decidersi ad abbandonare sì presto i suoi amici di Östrot. Egli vuole trattenersi presso di me, finchè arriva la nuova della vittoria.

LYKKE. (a sè) Satana!

STENSSON. (gli prende la mano) Fidatevi di me. Non avrete bisogno di aspettare molto.

LYKKE. Bene, bene! (a parte) Non è ancora tutto perduto. Se soltanto la mia ambasciata arriva a tempo a Jens Bielke...

JNGER. (al castellano Ejnar Huk, additando Finn) E quell’uomo sia condotto sotto buona guardia nelle prigioni del castello.

FINN. Io?

HUK _e_ SERVI. Finn?

LYKKE. (sottovoce) Ecco perduta la mia ultima speranza.

JNGER. (imperiosa) Nelle prigioni del castello.

TUTTI GLI ALTRI. Via, a cavallo, a cavallo! Salute a voi, signora Jnger Gyldenlöve!

HUK, BJÖRN, _ed alcuni_ SERVI (conducono via Finn dalla sinistra).

JNGER. (passa rasente davanti a Lykke mentre segue gli altri che vanno via) Chi è il vincitore adesso? (via).

SCENA VI.

NILS LYKKE (_solo_).

LYKKE. Sì, guai a te, tu compri cara la vittoria. Io me ne lavo le mani, sono innocente. Non sono io che lo ammazzo. Ma non ostante la mia preda mi sfugge! E la rivolta germoglia e si estende! È stato temerario e pazzo il giuoco, al quale io mi sono abbandonato! (ascolta alla finestra a destra) Ecco essi galoppano fuori della porta del castello... Adesso la si chiude dietro di loro... ed io rimango dentro prigioniero. Nessuna possibilità di scampo. Fra mezz’ora gli Svedesi lo sorprenderanno. Egli ha con sè 30 cavalieri bene armati. Sarà una battaglia di vita e di morte. Se egli cadesse tuttavia vivo nelle loro mani? Se io fossi almeno libero, potrei andare incontro agli Svedesi, prima che essi giungessero ai confini, e me lo farei consegnare vivo. (va alla finestra in fondo e guarda fuori) Dannazione! Dapertutto guardie! Che non ci debba essere nessuna via di scampo? (va in fretta di nuovo per la sala, d’un tratto si ferma ed ascolta) Che cosa è questo? Qualcuno canta di là, accompagnandosi colla mandola! Ma questo vien ben dalla stanza della signorina Elina. Sì, è lei che canta! Su dunque. (gli sembra d’afferrare un pensiero) Elina... Ah, se ciò riescisse... se si lasciasse persuadere...! E perchè no? Non sono più io lo stesso? Lo dica la canzone:

«Di là sospira derelitta ogni donzella «Volesse Iddio che Nils Lykke mi amasse.»

E lei...? Sì, Elina Gyldenlöve mi salverà! (va presto e con precauzione per la prima porta a sinistra).

FINE DELL’ATTO QUARTO.

ATTO QUINTO

_La stessa sala dei Cavalieri._

_È ancora notte: la sala è languidamente illuminata da un candelabro a bracci, che sta sulla tavola in fondo a destra._

SCENA PRIMA.

LA SIGNORA JNGER _sola_.

JNGER. (siede presso la tavola immersa in pensieri, dopo una breve pausa) Tutti dicono che io sia la donna più prudente della Norvegia. Lo credo, lo sono anche. La più prudente... Nessun sa però perchè io la sia. Da più di dieci anni combatto, lotto per la salvezza del mio figliuolo. Questa è la chiave dell’enigma! Questo aguzza l’ingegno! L’ingegno? Dov’è andata a finire stanotte la mia prudenza? Dov’è rimasta la mia accortezza? Mi sento risuonare e fischiare gli orecchi! Vedo passarmi davanti delle figure così vive, che potrei toccarle. (scatta in piedi) O mio Redentore... che cosa è ciò? Non sono più padrona della mia mente. Dovrebbe capitare, che io... (si preme con le mani la testa, quindi si risiede e dice più calma) Non è nulla... Via. Non ci è alcun bisogno... Passa... Come tutto è tranquillo per le sale questa notte. I miei antenati, i miei maggiori non mi guardano più minacciosi. Io non ho più bisogno di voltarli contro la parete. (torna ad alzarsi) È stato bene d’essermi fatta finalmente coraggio. Noi vinceremo... così avrò raggiunta la meta. Riavrò il mio figliuolo. (prende il lume per andare, ma si ferma e dice fra sè) Alla meta? alla meta? Averlo restituito? Soltanto questo... e nient’altro? (posa di nuovo il lume sulla tavola) Quella parola, per quanto rapida, che Nils Lykke mi ha lanciato... Come potette egli indovinare il mio non ancora nato pensiero? (più sottovoce) Madre di Re!... Madre di Re! disse egli. E perchè no? Non hanno i miei maggiori dominato come Re, sebbene non ne portassero il nome? Non ha anche mio figlio la stessa pretenzione ai diritti della famiglia Sture, come quell’altro? Davanti a Dio egli li ha... come è vero che v’è giustizia in cielo! Ed a questi diritti io ho per lui renunziato per iscritto in un’ora d’affanno! Con prodiga mano li ho regalati via, come riscatto della sua libertà. Se potessero essere riscattati? S’adirerà il cielo, se io...? Debbo io pensare, che mi verrebbe scongiurata una nuova calamità, se io...? Chi sa... chi sa! Forse è meglio renunziare. (ripiglia il lume) Mi si restituisca il figlio, questo mi deve bastare. Io voglio adesso riposarmi. Voglio abbandonare tutti i pensieri temerarii. (va in fondo, si ferma e dice marcatamente) Madre di Re! (via dal fondo a sinistra, lentamente).

LYKKE. (con una piccola lanterna ed Elina vengono, dopo poca pausa, cautamente per la prima porta a sinistra).

SCENA II.

NILS LYKKE _ed_ ELINA GYLDENLÖVE.

LYKKE. (facendo luce e spiando intorno, mormora) Tutto è silenzio. Ora debbo andar via.

ELINA. O, lascia ch’io ti guardi ancora una volta negli occhi, pria che t’allontani.

LYKKE. (abbracciandola) Elina!

ELINA. (dopo breve pausa) Non ritornerai più in Östrot?

LYKKE. Come puoi dubitarne? Non sei tu fin da ora la mia fidanzata? Ma mi sarai anche tu fedele, o Elina? Ti dimenticherai di me, finchè non ci rivedremo?

ELINA. Se io ti sarò fedele? Ho io una volontà ancora? Poss’io tradirti, se anch’io stessa lo volessi? Tu venisti di notte da me, hai bussato alla mia porta ed io t’ho fatto entrare. Tu mi parlasti. Che m’hai detto? Mi fissasti negli occhi. Quale potenza enigmatica è stata, che mi ha abbagliata ed incantata come una malia? (s’appoggia colla faccia per metà sulla spalla di lui) O, non mi guardare, Nils Lykke! Tu non ardisci più guardarmi, dopo quanto è accaduto. Fedele, tu dici? Tu mi hai già. Io son tua... così devo essere... per tutta l’eternità.

LYKKE. Ebbene, per la mia fede di cavaliere, prima che termini l’anno, tu sarai mia sposa nel castello de’ miei padri.

ELINA. (scuotendo melanconica il capo) Nessun giuramento Nils Lykke, non giurare!

LYKKE. Che cos’hai? Perchè scuoti la testa così melanconicamente?

ELINA. Perchè io so che quelle dolci parole, che m’hanno abbagliato, di già le hai tu sussurrate a tante altre, prima di me. No, no, non t’adirare, mio adorato! Io non ti rimprovero più, come facevo, quando non ti conoscevo ancora! Adesso m’accorgo, come tu stai al di sopra di tutti. Ma com’è possibile che l’amore debba essere per te nient’altro che un giuoco e la donna un trastullo?

LYKKE. Elina... ascoltami!

ELINA. Fin dai miei primi anni m’ho sentito risuonare nell’orecchio il tuo nome, che io senza volerlo, odiai, perchè mi sembrava un insulto ed una sfida a tutte le donne. E tuttavia... strano, se io, sognando sul mio proprio avvenire facevo dei progetti, tu eri sempre il mio eroe, senza volerlo. Adesso capisco tutto. Che cosa ho provato tuttavia! Era un’ingenita, inesplicabile brama, che mi spingeva verso di te, che un giorno dovevi venire per farmi conoscere tutte le gioie della vita.

LYKKE. (a parte, posando la lucerna sulla tavola) Che cosa succede in me? Quale vertiginosa ed irresistibile potenza! Se è l’amore, non l’ho mai provato così fin’oggi. Non dovrebbe essere anche tempo...? Ah, ma l’orribile caso di Lucia!.... (si lascia andare sospirando sulla sedia).

ELINA. Che hai? Un penoso sospiro...

LYKKE. O niente... niente! Elina, voglio adesso confessarmi a te onestamente. Ho ingannato molte donne con parole e con sguardi, come stanotte ti ho detto; ma credimi...

ELINA. Silenzio. Non più di ciò. Il mio amore non è che una piccola ricompensa in confronto a quello che tu mi regali. O no, io ti amo, perchè ogni tuo sguardo è un ordine da re, che m’impone. (s’inginocchia innanzi a lui) Lascia che quest’ordine regale mi s’imprima ancora una volta profondamente nell’anima, quantunque io sappia, che esso è scolpito qui da tempo e per sempre. O buon Dio, com’ero cieca contro di me! Anche stasera dicevo a mia madre: «Per poter vivere, debbo conservarmi la mia fierezza.» Dov’è il mio orgoglio? Saper liberi i miei compatrioti, ovvero la mia stirpe rispettata nel paese e pel regno? O no, no! Il mio amore è il mio orgoglio. È fiero il cane, quando può sedere ai piedi del suo padrone ed afferrare le briciole di pane dalle mani di lui. Così io pure sono fiera, se posso sedere a’ tuoi piedi, mentre le tue parole ed i tuoi sguardi mi alimentano come il pane della vita. Per questo, vedi, io dico a te, quel che prima ho detto a mia madre: «Per poter vivere, io debbo conservarmi il mio amore;» poichè in esso consiste il mio orgoglio ora e sempre.

LYKKE. (se la stringe al petto) No, non ai miei piedi; ma al mio fianco è il tuo posto... per quanto in alto mi possa anche collocare il destino. Sì, Elina, tu m’hai condotto su d’una via migliore; e se mi sarà ancora un giorno concesso, di riparare con una gloriosa opera, a tutto il male che ho fatto nella mia selvaggia gioventù, non dovrò questo onore a me solo, ma anche a te.

ELINA. O, tu mi parli, come se io fossi ancora quell’Elina, che nelle prime ore della sera ti ha gettato a’ piedi il mazzo di fiori. Ho letto ne’ miei libri della vita dai bei colori in lontani paesi. Al suono dei corni va il cavaliere per i verdi boschi col falco sul pugno. Anche tu corri così attraverso la vita. Il tuo nome ti precede, dove tu vai. Tutto ciò ch’io desidero del tuo splendore, è, di poter posare sul tuo braccio come il falco. Anch’io sono stata come lui priva di vita e di luce, finchè tu non m’hai strappata la benda dagli occhi e m’hai lasciata salire in alto, per le verdeggianti foreste. Ma credimi, se anche coraggiosa distendo le ali, ritornerò però sempre nella mia gabbia.

LYKKE. (alzandosi) Così io sfiderò anche il passato! Guarda, prendi questo anello e sii mia davanti a Dio ed agli uomini... mia... anche se i morti dovessero per ciò avere sogni irrequieti!

ELINA. Tu mi affliggi. Perchè dici...

LYKKE. Non è nulla. Vieni adesso, lasciamiti porre l’anello al dito. (eseguisce) Così... eccomi tuo sposo!

ELINA. Io, la sposa di Nils Lykke? Tutto ciò che è accaduto in questa notte, mi pare un sogno! Oh! ma è un bel sogno! Mi è così lieve al cuore. La mia anima non porta più nè odio, nè amarezza. Io voglio riparare a tutti i miei torti. Io non sono mai stata affettuosa con mia madre. Domani andrò da lei, essa mi dovrà perdonare il male che le ho fatto.

LYKKE. E dare il consenso alla nostra unione.

ELINA. Questo essa lo farà. Oh, lo credo per certo. Mia madre è buona; tutti gli uomini son buoni; io non odio più nessuno... soltanto uno...

LYKKE. Soltanto uno?

ELINA. Ah! è una triste istoria. Io avevo una sorella...

LYKKE. Lucia?

ELINA. La conoscevi?

LYKKE. No, no, la ho sentita nominare soltanto.

ELINA. Anch’essa, aveva dato il suo cuore ad un cavaliere. Egli l’ingannò... ora essa è in cielo.

LYKKE. E tu...?

ELINA. Io l’odio colui.

LYKKE. Non l’odiare! Se pietà alberga nel tuo animo, perdonagli il male, che ha fatto. Credimi, egli porta la punizione nel suo proprio petto.

ELINA. Non gli perdonerò mai! Io non posso, anche se lo volessi; poichè ho fatto tale giuramento... (orecchia) Ascolta! Non senti nulla?

LYKKE. Che cosa? Dove?

ELINA. Fuori... in lontananza. Molti cavalieri galoppano sulla strada maestra.

LYKKE. Ah, son loro! Ed io ho potuto dimenticare... Essi vengono qui. Vi dev’essere pericolo. Io devo andar via!

ELINA. Ma dove? O Nils Lykke, che mi nascondi?

LYKKE. Domani, Elina... poichè, nel nome di Dio, io ritornerò allora. E di’ su, presto... dove è l’uscita segreta, di cui mi parlasti?

ELINA. Attraverso i sotterranei! Vedi, qui c’è la botola...

LYKKE. I sotterranei! (a sè) È tutt’uno; io lo devo salvare!

ELINA. (alla finestra a destra) I cavalieri saranno presto qui... (gli dà la lanterna).

LYKKE. E sia! (incomincia a scendere).

ELINA. Vai avanti diritto pel corridojo fino alla bara con la testa di morto e la croce nera; là riposa Lucia...

LYKKE. (risale frettoloso e chiude la botola) Lucia! mai, mai!

ELINA. Che dici tu!

LYKKE. O nulla. Il puzzo dei cadaveri m’ha dato le vertigini.

ELINA. Ascolta. Adesso bussano alla porta!

LYKKE. (lascia cadere la lucerna) Ah! troppo tardi!

BJÖRN. (viene precipitoso dalla destra con un lume).

SCENA III.

_Detti_, BJÖRN, _quindi due_ SERVI _e la_ SIGNORA JNGER.

ELINA. (va incontro a Björn) Che c’è Björn? Che è successo?

BJÖRN. Sorpresi! Il conte Sture...!

ELINA. Il conte Sture? Che gli è accaduto?

LYKKE. Ucciso?

BJÖRN. (ad Elina) Dov’è vostra madre?

DUE SERVI. (si precipitano avanti dalla destra) Signora Jnger, signora Jnger!

JNGER. (viene con un lume a molti bracci in mano per la prima porta a sinistra, e dice premurosa) So tutto. Verrò abbasso nella corte del castello con voi! Tenete aperto il portone per i nostri amici, ma chiuso per tutti gli altri. (Posa il lume sulla tavola a sinistra).

BJÖRN _ed i due_ SERVI. (vanno dalla destra).

JNGER. (a Lykke) Questo era dunque l’agguato, signor consigliere di Stato!

LYKKE. Jnger Gyldenlöve, credetemi...!

JNGER. Un’imboscata, che lo doveva sorprendere, non appena avete ricevuto la promessa, che mi può annientare!

LYKKE. (nel mentre leva lo scritto e lo fa in pezzi) Eccovi la vostra promessa. Io non ho più nulla, che possa testimoniare contro di voi.

JNGER. Che fate?

LYKKE. Io vi difendo da tempo. Se io ho mancato verso di voi... ebbene, per il cielo, tenterò anche di riparare a’ miei torti. Ma adesso debbo partire, anche se dovessi farmi largo colla spada. Elina, di’ tutto a tua madre! E voi, signora Jnger, fate che i nostri torti siano dimenticati! Siate generosa e muta! Credete a me, prima che incominci a spuntare il giorno, me ne sarete grata. (via in fretta dalla destra).

SCENA IV.

LA SIGNORA JNGER _ed_ ELINA GYLDENLÖVE.

JNGER. (lo guarda dietro trionfante) Appunto così, io lo capisco! (rivolgendosi verso Elina) Nils Lykke...? Ebbene...?

ELINA. Egli ha bussato alla porta della mia stanza, e m’ha posto quest’anello al dito.

JNGER. E ti ama molto?

ELINA. Me lo ha detto ed io gli credo.

JNGER. Accortamente agito, Elina! Ah, ah, mio signor cavaliere, adesso incomincio io!

ELINA. Madre mia... Voi siete strana. Oh, lo so pure che il mio fare niente affettuoso vi ha sdegnata.

JNGER. No di certo, cara Elina! Tu sei una figlia ubbidiente. Tu gli sei piaciuta, tu hai udite le sue dolci parole. Io comprendo che cosa ti avrà dovuto costare, perchè io conosco il tuo odio...

ELINA. O madre mia!

JNGER. Silenzio! Noi siamo riusciti nel nostro disegno. Com’hai tu incominciato mia saggia figliuola? Io ho visto splendere l’amore ne’ suoi occhi. Adesso tienlo sodo! Stringi la rete intorno a lui stretta, stretta, ed allora... Ah, Elina mia, se gli potessimo strappare dal petto quel cuore spergiuro!