Part 4
LYKKE. (s’accosta sommesso e confidenziale) Come potete rimanere tanto spesso sola con i vostri neri pensieri? Vi si scorge l’affanno nel vostro cuore. I tetti e le mura si son gravati su voi allo stesso tempo ed hanno oppresso l’animo vostro. Allora avete desiderato d’esserne fuori; allora avete voluto fuggire, magari senza saper neppure dove. Quante volte non siete andata solitaria sul Fiord? Un bastimento tutto adorno, con a bordo cavalieri e dame, con canti e suoni, passava veleggiando lontano, lontano; una cupa voce di grandi fatti percuoteva il vostro orecchio; allora sentivate nel vostro petto un desiderio, una brama indomabile di sapere, quello che vi era di là del mare. Ma non avete capito, quello che voi stessa bramavate. Avete pensato alle volte, che fosse il destino della vostra patria, che vi desse tanti tristi pensieri. V’ingannavate voi stessa; una giovinetta della vostra età ha da almanaccare su altra cosa. Elina Gyldenlöve! Avete mai creduto al potere occulto, a quel forte ed occulto potere, che lega i destini degli uomini l’un coll’altro? Quando sognavate della vita dai molti colori, là, fuori, nel mondo lontano, quando sognavate i giuochi dei cavalieri e le allegre feste... allora non vedeste mai nei vostri sogni un cavaliere che se ne stava col sorriso sulle labbra e l’affanno nel cuore in mezzo a tanto baccano... un cavaliere, che altre volte aveva fatto anch’egli dei sogni rosei come voi, su d’una donna nobile ed onesta, ch’egli ha cercato invano fra tutte quelle, che lo circondavano?
ELINA. Chi siete voi, che potete vestire di parole i miei più riposti pensieri? Come potete indovinare quel ch’io porto nel più intimo del mio petto, senza ch’io stessa lo sappia? Donde sapete voi...?
LYKKE. Ciò che vi ho detto, l’ho letto nei vostri occhi.
ELINA. Nessun uomo mi ha mai parlato, come voi. Vi ho capito soltanto truce... e tuttavia... tutto, tutto mi sembra cambiato d’allora. (a parte) Adesso intendo, perchè dicono che Nils Lykke non è un uomo come tutti gli altri.
LYKKE. Una cosa vi è nel mondo, la sola che possa scompigliare i pensieri d’un uomo, se egli vuol rifletterci sopra, ed è il pensare ad una cosa, come se fosse avvenuta, quando tutto fosse disposto piuttosto in un modo, che in un altro. Se vi avessi incontrata sulla mia via, quando l’albero della vita era ancora verde e lussureggiante, voi sareste a quest’ora... Ma scusatemi, nobile damigella! Questa breve divagazione mi ha portato lontano, tanto da dimenticare la nostra reciproca posizione. È stato, come se una segreta voce m’avesse detto dal principio, ch’io potevo parlare francamente, senza lusinghe e senza finzione.
ELINA. Potete ancora farlo.
LYKKE. Ebbene... e questa franchezza ci ha forse a metà riconciliati l’un l’altra. Sì, nella mia speranza sono ancora più ardito. Forse verrà anche il tempo, in cui dentro di voi ricorderete del cavaliere straniero senza odio e senza affanno. Ma, aspettate...! vogliatemi non fraintendere! Non dico proprio ora... ma un giorno, più tardi! E per rendervi questo meno difficile... e poichè ho incominciato già a parlarvi franco ed onesto, lasciatemi ancora dire...
ELINA. Signor cavaliere...!
LYKKE. (sorridendo) Ah, m’accorgo che la mia lettera vi spaventa ancora, sempre. Ma siate del tutto tranquilla. Darei tutto, perchè non fosse stata scritta; poichè... ma sì; ora che so, che non vi arrecherà alcun special dolore a sentirlo, posso parlare chiaramente e liberamente... io non vi amo e non vi amerò mai. Siate quindi su questo punto del tutto tranquilla, come v’ho detto. Non cercherò mai di...
ELINA. (si mostra irrequieta).
LYKKE. Che avete?
ELINA. Io? Nulla, nulla! Ditemi soltanto: perchè tenete ancora questi fiori? Che cosa vi debbono importare?
LYKKE. Questi fiori? Non sono essi un guanto di sfida, che voi a nome di tutte le donne, avete lanciato contro quel tristo di Nils Lykke? Non dovevo raccoglierlo? Mi domandate, che cosa voglio io con ciò? (sottovoce). Ritornando ancora in mezzo alle belle dame di Danimarca, quando saranno cessati i suoni e ristabilito il silenzio nella sala, prenderò questi fiori e racconterò una novella di una giovinetta, che solitaria siede in un vecchio castello, nella lontana Norvegia,... (s’interrompe inchinandosi rispettoso) Ma io ho paura d’aver intrattenuto già troppo a lungo la bella figlia del castello. Non ci vedremo più, poichè parto prima dello spuntare del giorno. Vi presento quindi i miei saluti.
ELINA. Ed abbiatevi i miei, signor cavaliere! (piccola pausa).
LYKKE. Voi ridivenite pensierosa, Elina Gyldenlöve! È ancora il destino della vostra patria, che vi tormenta?
ELINA. (crollando il capo e fissando distrattamente davanti a sè) La mia patria? non ci penso.
LYKKE. Allora dunque è il presente colle sue lotte, e co’ suoi bisogni che vi affanna?
ELINA. Il presente? Adesso lo dimentico. Voi andate in Danimarca? Non mi avete detto così?
LYKKE. Sì, vado in Danimarca.
ELINA. Poss’io vederla da questa sala?
LYKKE. (addita fuori dalla finestra a sinistra) Sì, da quella finestra. Là, al sud, c’è la Danimarca.
ELINA. Ed è lontana da qui? Più che cento miglia?
LYKKE. Molto dippiù. Fra voi e la Danimarca vi passa il mare.
ELINA. (a parte) Il mare? Il pensiero ha l’ali del gabbiano. Il mare non lo può trattenere! (via dalla sinistra).
SCENA III.
NILS LYKKE (_solo_).
LYKKE. (le guarda dietro un po’, quindi dice) Se io me ne potessi occupare due giorni od almeno uno... essa cadrebbe certamente in mio potere, come tutte le altre. Questa giovinetta è una strana natura. Essa è fiera. Potevo realmente risolvermi? No, meglio umiliarla, (va su e giù). Veramente non credo ch’ella abbia messo del fuoco nel mio sangue! Chi l’avrebbe ancora creduto possibile?... Io devo uscirne da tutto questo imbroglio, in cui mi son perduto! (siede a destra). Come debbo regolarmi? Olaf Skaktavl, come pure Jnger Gyldenlöve pare non s’accorgano della male interpretazione, cui si espongono, se correrà la voce che io sono pure nella lega. O che abbia la signora Jnger conosciuta veramente la mia intenzione? Che abbia indovinato che tutte le promesse su ciò erano soltanto calcolate, per far uscire Nils Sture dal suo nascondiglio? (salta in piedi). Dannazione! Sarei io stesso realmente l’ingannato? È assai probabile che il conte Sture non sia affatto in Östrot. Forse la voce della sua fuga è stata soltanto uno strattagemma. È facile, che egli in questo momento se ne stia ben conservato presso i suoi amici di Svezia, mentre io... (va di nuovo irrequieto su e giù). Io, che dovevo esser anche così sicuro del fatto mio! Se ora non effettuassi nulla! Se la signora Jnger indovina le mie intenzioni... e non fa sul fatto mio alcun segreto... Schernito e beffato qui, come in Danimarca! Voler attirare nell’insidia la signora Jnger... e poi invece promuovo le sue cose nel miglior modo, da innalzarla nel favore del popolo...! Ah, sarei tentato d’impegnarmi anche col diavolo, se questi mi volesse aiutare a por la mano sul conte Sture... (viene spalancata la finestra del fondo).
NILS STENSSON. (si mostra dalla stessa).
SCENA IV.
NILS LYKKE _e_ NILS STENSSON.
LYKKE. (mettendo mano alla spada) Che c’è?
STENSSON. (che è saltato nella stanza) Affè! Sono anch’io qui, finalmente!
LYKKE. (Sommesso) Che vuol dir ciò?
STENSSON. La pace di Dio sia con voi, signore!
LYKKE. Grazie, signore! Voi avete per altro scelto un bizzarro ingresso.
STENSSON. Sì, per tutti i diavoli! Che mi rimaneva del resto? Il portone era già chiuso. Qui nel castello la gente deve avere un sonno, come l’orso in inverno.
LYKKE. Dio sia ringraziato! Una coscienza retta è un cuscino soffice, come voi sapete.
STENSSON. Sì, dev’esser come voi dite; poichè per quanto io martellassi e bussassi...
LYKKE. Non ostante non vi è stato aperto.
STENSSON. Proprio così. Dissi dunque a me stesso: Poichè stasera devi trovarti in Östrot anche dovendo passare in mezzo al fuoco ed all’acqua, puoi benissimo scivolare anche per una finestra.
LYKKE. (sotto voce) Ah, se egli...! (avvicinandosi di un paio di passi) V’importava d’arrivare in Östrot giusto stasera?
STENSSON. Se m’importava! Sicuro, l’ho dovuto almeno pensare. Dovete sapere ch’io mi faccio aspettare raramente.
LYKKE. Ah... Dunque la signora Juger Gyldenlöve vi aspetta?
STENSSON. La signora Jnger Gyldenlöve? A questo non posso precisamente rispondere (con un fino sorriso). Ma vi è forse un altro qui...
LYKKE. (pure sorridendo) Ebbene, vi è fors’anche un altro qui...
STENSSON. Dite su. Appartenete alla casa voi?
LYKKE. Io? Quasi, poichè da questa sera sono ospite della signora Jnger.
STENSSON. Così? Io credo, che noi siamo alla terza notte dopo la festa di S. Martino.
LYKKE. La terza notte dopo... Sì, voi avete ben ragione... Desiderate forse di esser condotto subito alla presenza della padrona del castello? Per quanto io sappia, non si è ancora ritirata. Tuttavia non vorreste sedervi e riposarvi, mio caro gentiluomo? Vedete, qui è rimasto ancora un boccale di vino; troverete pure un po’ di mangiare; servitevene liberamente, dovete aver bisogno di rifocillarvi.
STENSSON. Avete ragione. Questo non sarà male. (siede, mangia e beve mentre seguita) Arrosto e focaccia dolce! Voi conducete qui una vita da signore. Se si avesse dormito come me sulla nuda terra, e vissuto con solo pane ed acqua per 45 giorni...
LYKKE. (lo osserva sorridendo) Sì, questo deve essere assai difficile per chi è abituato a sedere sull’alta sedia nella sala dei Conti
STENSSON. Nella sala dei Conti...?
LYKKE. Però, ora potete riposarvi qui in Östrot per tutto il tempo, che vi piacerà.
STENSSON. Ah, lo posso realmente? Non debbo ripartire subito?
LYKKE. Non lo so. A questo potete voi stesso rispondere meglio d’ogni altro.
STENSSON. (sottovoce) O per tutti i diavoli! (siede comodamente) Sì, vedete... la cosa non è ancora decisa del tutto. Per conto mio non avrei niente in contrario per accomodarmi qui pel primo; ma...
LYKKE. Ma voi non siete in tutto e per tutto padrone di voi stesso? Avete altre commissioni, altre cure...?
STENSSON. Sì, là sta appunto il nodo della questione. Se stesse in me, mi riposerei senz’altro qui in Östrot per passarvi l’inverno. Io ho trascorso il tempo per la massima parte sul piede di guerra, quindi... (s’interrompe d’un tratto, si versa un bicchier di vino e beve). Alla vostra salute, signore!
LYKKE. Sul piede di guerra? Hem!
STENSSON. Non volevo dir questo. Da lungo tempo ho nutrito il desiderio di vedere la signora Jnger Gyldenlöve, di cui tanto si parla. Essa deve essere una eccellente donna. L’unica cosa, dov’io non mi racapezzo, è che ella non si voglia di buon grado distaccare...
LYKKE. Distaccare?
STENSSON. Sicuro, voi mi capite bene: io penso che essa farà malvolentieri qualcosa, per discacciare i cavalieri stranieri dal paese.
LYKKE. Sì, per questo avete ragione. Ma ora dovete fare tutto quel che potete, chi sa che non otteniate forse lo scopo.
STENSSON. Io? Dio buono! Gioverebbe di molto, se io...
LYKKE. Allora è pur strano, che la ricerchiate, se non nutrite migliori speranze.
STENSSON. Che cosa intendete dire? Sentite, conoscete la signora Jnger?
LYKKE. Certamente... poichè sono suo ospite...
STENSSON. Con questo non è ancor detto, che voi la conosciate. Alla mia volta sono anch’io suo ospite e non ho ancora vista la sua ombra.
LYKKE. Ma voi sapete tuttavia di raccontare...
STENSSON. Quel che tutti sanno? Naturalmente, su ciò ho spesso udito abbastanza dal cancelliere... (si ferma confuso e incomincia a mangiare in fretta).
LYKKE. Volevate dire ancora qualcosa.
STENSSON. (mangiando) Io? O no,... niente d’importante.
LYKKE. (ride).
STENSSON. Di che ridete voi, signore?
LYKKE. Di nulla, signore!
STENSSON. (beve) Voi qui bevete un vino di fuoco.
LYKKE. (accostandosi famigliarmente) Non sarebbe ora tempo di metter giù la maschera?
STENSSON. (ridendo) La maschera? Potete tenerla, come meglio vi piace.
LYKKE. Da banda la finzione. Voi siete riconosciuto, signor conte Sture!
STENSSON. (con una risata) Conte Sture? Anche voi credete ch’io sia il conte Sture? (s’alza). Sbagliate, cavaliere. Io non sono quel che dite.
LYKKE. Veramente no? Ed allora chi siete?
STENSSON. Mi chiamo Nils Stensson.
LYKKE. (lo guarda ridendo) Hem! Nils Stensson? E voi non siete Nils, figlio di Steno Sture? Il nome coincide perfettamente.
STENSSON. È vero. Ma Dio può sapere con qual diritto io lo porti! Io non ho conosciuto mai mio padre, mia madre era una povera contadina, la quale in una delle prime ostilità fu saccheggiata ed uccisa. Il cancelliere Pietro era appunto in quel tempo nelle vicinanze, mi prese con sè, mi nutrì, e mi ammaestrò nel maneggio delle armi. Come voi sapete, egli fu per molti anni inseguito dal re Gustavo, ed io l’ho fedelmente accompagnato, là dove egli è andato.
LYKKE. Il cancelliere Pietro non vi ha insegnato soltanto il maneggio delle armi, a quanto sembra. Ebbene! Voi dunque non siete Nils Sture? Voi venite tuttavia dalla Svezia; il cancelliere Pietro vi manda qui, presso uno straniero, il quale...
STENSSON. (accenna scaltramente) Egli è già trovato.
LYKKE. (un po’ incerto) E voi non lo conoscete?
STENSSON. Così poco quanto voi conoscete me; poichè vi giuro per Dio, che non sono il conte Sture.
LYKKE. Sul serio, signore?
STENSSON. Per quanto è vero ch’io vivo! Perchè dovrei negarlo, se lo fossi?
LYKKE. Ma dov’è allora il conte Sture?
STENSSON. (sottovoce) Sì, questo è appunto il mistero...
LYKKE. (mormorando) Che voi conoscete? Nevvero?
STENSSON. (accenna) Ed io debbo parteciparvelo.
LYKKE. A me? Ebbene... dov’è egli?
STENSSON. (addita in alto).
LYKKE. Lassù? Che la signora Jnger lo tenga nascosto nel granaio?
STENSSON. No, davvero; voi non mi capite. (guarda intorno cauto) Nils Sture è in cielo!
LYKKE. Morto? Dove?
STENSSON. Nel castello di sua madre... già da tre settimane.
LYKKE. Ah! Voi m’ingannate! Da cinque o sei giorni entrava nei confini della Norvegia.
STENSSON. Oh, quegli ero io.
LYKKE. Ma poco tempo prima il conte si era mostrato in Dalekarlia. Il popolo, che di già era inquieto, si mise in aperta ribellione e lo voleva proclamare re.
STENSSON. Ah, ah, ah! quegli ero io!
LYKKE. Voi?
STENSSON. Adesso vi voglio raccontare, come è avvenuto. Un giorno il cancelliere mi chiamò a sè e mi diede ad intendere che si preparavano grandi avvenimenti. Egli mi comandò di partire per Östrot in Norvegia, dove mi sarei trovato in un tempo stabilito...
LYKKE. (accenna) Il terzo giorno dopo la fiera di San Martino?
STENSSON. Là, io avrei trovato uno straniero...
LYKKE. Giusto... quello sono io!
STENSSON. Da lui avrei saputo, quel che mi rimarrebbe a fare. Io debbo dire a lui, che il conte è morto improvvisamente; ma che nessuno lo sa ancora, fuori che sua madre e la contessa, e con loro alcuni vecchi servitori dello Sture.
LYKKE. Capisco. Il conte era il capo dei contadini. Se la sua morte vien conosciuta, essi si dividono e tutto l’affare va in malora.
STENSSON. Può essere. Io non sono molto in dentro nella cosa.
LYKKE. Ma come vi è potuto accadere di esser preso per il conte?
STENSSON. Come mi è potuto accadere? Per quel che so!... Mi è accaduto già altre volte nella vita questa stupidaggine. Non è del resto invenzione mia; quando andai in Dalekarlia, mi venne il popolo unitamente incontro e mi salutò come conte Sture. Non giovò a nulla quel che anche ho potuto loro dire per dissuaderli. Essi mi raccontarono che il conte era stato tra loro due anni prima, ed il più piccolo dei bambini mi riconosceva. Ebbene, sia pur così, pensai: tu non sarai mai conte in tua vita, provalo una volta, che cosa può essere un conte.
LYKKE. Ebbene, eppoi come faceste?
STENSSON. Io? Mangiai e bevei e mi feci trattare bene. Peccato però ch’io dovetti andar subito via. Quando fui al confine... ah, ah, ah... Allora promisi loro, che io sarei tosto ritornato con tre o quattro mila uomini, o come più sarebbe stato possibile e poi avremmo ricominciato davvero.
LYKKE. E non vi è capitato mai più di agire storditamente?
STENSSON. Di poi, sì, capitò, ma veramente era già tardi.
LYKKE. Mi duole per voi, mio giovine amico; ma sentirete presto le conseguenze della vostra stoltezza. Io posso avvertirvi che voi siete stato inseguito. Una divisione della cavalleria svedese vi sta alle calcagna.
STENSSON. A me? ah, ah, ah. Ma, questa è splendida. E se essi vengono e presumono di aver nelle unghie il conte Sture... ah, ah, ah!
LYKKE. (serio) Allora sarebbe finita per voi.
STENSSON. Per me...? Io non sono il conte Sture.
LYKKE. Ma voi avete chiamato il popolo alle armi. Avete fatta una promessa ribelle; voi avete fomentata la discordia.
STENSSON. Ma questo è stato per scherzo soltanto.
LYKKE. Il re Gustavo vedrà la cosa sott’altro aspetto.
STENSSON. Affè, vi è qualcosa di vero, in quel che dite. Ch’io abbia potuto essere così stolto? Ebbene, mi discolperò! Voi prenderete a cuore il mio affare, e del resto i cavalieri non mi sono ancora alle calcagna.
LYKKE. Che cosa avete ancora da dirmi?
STENSSON. Io? Nulla! Quando vi avrò consegnato questo pacchetto...
LYKKE. (inconsideratamente) Un pacchetto?
STENSSON. Sicuro, voi sapete...
LYKKE. Ah, giusto; le carte del cancelliere...
STENSSON. Vedete, eccole insieme e molte (egli porge a lui un pacco che aveva tratto fuori prima dal farsetto).
LYKKE. (sommesso) Lettere e pergamene al signor Olaf Skaktavl!? (a Stensson) Il pacco è aperto, come vedo. Voi quindi ne conoscete il contenuto.
STENSSON. Nossignore, io non leggo volentieri lo scritto: ciò ha anche il suo motivo.
LYKKE. Capisco. Voi vi siete occupato di più del maneggio delle armi. (siede colla sedia a destra della tavola e scorre le carte) ah! Schiarimenti più che sufficienti per comprendere ciò che si sta operando. Questa piccola lettera con un cordoncino di seta intorno... (esamina la soprascritta). Anche al sig. Olaf Skaktavl. (apre la lettera ed esamina rapidamente il contenuto). Del cancelliere Pietro. Me lo dovevo immaginare (legge mormorando): «Io sono in grande affanno, poichè...» Sì, perfettamente, qui sta così «il giovine Sture è andato segretamente da’ suoi parenti, proprio nel momento, quando doveva scoppiare la ribellione... ma ancora tutto può rifarsi bene.» Ma che cosa sarà ciò? (s’interrompe e legge avanti) «Voi dovete adesso sapere, sig. Olaf Skaktavl, che il giovane, che vi porta questa lettera, è un figlio di...» Cielo e terra! questo sta scritto qui. Sì, per il sangue di Nostro Signore Crocifisso, è qui scritto! (con uno sguardo a Stensson) Egli sarebbe...? Ah, se ciò fosse! (legge avanti) «Io l’ho cresciuto fin dai suoi primi anni; ma fino al giorno d’oggi mi son sempre ricusato di restituirlo, poichè ho pensato di aver in lui un sicuro ostaggio, che ci assicura la fedeltà della signora Jnger Gyldenlöve per noi e per i nostri amici. Però egli ci ha giovato poco a questo scopo finora. Voi dovete esser meravigliato che io non vi ho confidato questo segreto, quando foste mio ospite qui, poco tempo fa, ed io voglio confessarvi onestamente, ch’io temetti lo poteste ritenere come me per lo stesso motivo. Adesso invece che vi siete trovato colla signora Jnger, vi sarete probabilmente accertato, come essa abbia poca volontà di approvare il nostro affare; riconoscerete che sarà molto savio di rendere a lei, quel che le appartiene. Potrebbe essere probabile forse, che la gioia e la riconoscenza... questa è la nostra ultima speranza» (siede un po’ come vinto dalla sorpresa, quindi d’un tratto, a parte). Ah, qual lettera! Essa vale tant’oro!
STENSSON. A quanto mi sembra, il messaggio che v’ho portato è ben importante. Sì, sì, il cancelliere ha parecchi di tali ferri al fuoco, come suol dirsi.
LYKKE. Che farò io di tutto questo? Si possono prendere mille vie... Se io...? No, questo sarebbe molto incerto. Ma se...? Ah, nel caso che io...? Bisogna essere audaci. (straccia la lettera per mezzo, conservandone le parti nel farsetto, ripone le altre carte nel pacchetto e se l’infila nella cintola, ed alzandosi dice). Una parola ancora, mio giovine amico.
STENSSON. Ebbene, avete letto come il giuoco va bene?
LYKKE. Sì, lo dovevo immaginare. Voi mi avete dato del buon giuoco in mano.
STENSSON. Ma io, che v’ho portato tutte queste buone notizie, non ho piò da far nulla?
LYKKE. Voi? Dovevo pur pensarlo. Voi entrate nel giuoco. Voi siete il Re e per soprappiù il trionfo.
STENSSON. Io? O sì, ora vi capisco; voi pensate forse all’elevazione...
LYKKE. Qual’elevazione?
STENSSON. Se la gente di re Gustavo riescisse a prendermi, voi mi profetate che... (fa il segno di chi viene impiccato).
LYKKE. È pur vero... ma non vi lasciate più a lungo tentare; a voi sta adesso, se prima della fine del mese vorrete cingere il vostro collo di un nodo scorsoio, ovvero d’un’aurea catena.
STENSSON. Un’aurea catena? E questo dipende da me?
LYKKE. (accenna di sì).
STENSSON. Allora, ci penserà pure il diavolo! Ditemi soltanto, come mi debbo comportare.
LYKKE. Ecco. Prima però prestatemi sacro giuramento che nessuno al mondo saprà, quel che io vi confiderò.
STENSSON. Altrimenti nulla? Se volete, ve ne faccio dieci dei giuramenti.
LYKKE. Un po’ di serietà, signore! Io non scherzo con voi.
STENSSON. Bene, bene: eccomi serio.
LYKKE. In Dalekarlia vi hanno chiamato figlio del conte...; non è egli vero?
STENSSON. Eh, adesso ricominciate daccapo. V’ho già onestamente confessato...
LYKKE. Non mi capite. Quel che avete detto là, era verità.
STENSSON. Verità? A che volete riescire? Ma tuttavia mi dite...!
LYKKE. Prima il giuramento! Per tutto ciò che avete di più sacro ed inviolabile.
STENSSON. Ne avete tutto il diritto. Là, dalla parete pende il ritratto della Vergine Maria...
LYKKE. La Vergine Maria in quest’ultimi tempi ha perduto molto del suo credito. Non avete sentito, ciò che afferma il monaco di Wittemberg?
STENSSON. Via! Come potete prestar fede al monaco di Wittemberg. Il cancelliere dice, che egli è un eretico.
LYKKE. Non litighiamo ora su questo. Però vi voglio qui mostrare un preziosissime santo, sul quale dovete giurare. (addita ad un quadro attaccato ad una colonna del muro). Venite qua... e promettetemi il silenzio, fintantochè io stesso non vi sciolga dal vostro giuramento. Silenzio per tutto quello che voi sperate di felicità nel cielo per voi stesso e per quello che è nel quadro...
STENSSON. (avvicinandosi al quadro) Lo giuro... e che Dio e la sua santa parola mi sovvenga! (tirandosi indietro sorpreso). Ma Cristo, mio Redentore!...
LYKKE. Che avete?
STENSSON. Quel quadro là,... quello è il mio ritratto!
LYKKE. Egli è il vecchio Steno Sture al tempo della sua giovinezza.
STENSSON. Steno Sture! Ed il presentimento...? E... Ditemi, ho detto la verità quando mi son chiamato figlio del conte? Non è vero?
LYKKE. Appunto.
STENSSON. Ah, ecco, ecco! Io sono...
LYKKE. Voi siete figlio di Steno Sture, signore!
STENSSON. (rimane vinto da muta sorpresa) Io figlio di Steno Sture!
LYKKE. E da parte di madre siete nobile. Il cancelliere non vi ha detto il vero, quando vi ha affermato, che vostra madre era stata una contadina.
STENSSON. Strano, meraviglioso! Posso mai crederci?
LYKKE. Potete credere tutto quel che vi dico. Ma pensate bene, che questo sarà la vostra rovina, se dimenticate quel che avete giurato sulla salute di vostro padre.
STENSSON. Dimenticarlo? No, siatene sicuro, non lo farò mai! Però voi, cui ho data la mia parola chi siete? Dite!
LYKKE. Il mio nome è Nils Lykke.
STENSSON. (sorpreso) Nils Lykke? Non però il consigliere di Stato danese.
LYKKE. Appunto quello.
STENSSON. E voi dovete...? Strano! Come c’entrate voi...?
LYKKE. A ricevere il messaggio del cancelliere? Vi meraviglia?
STENSSON. Non posso negarvelo. Egli vi ha chiamato sempre il suo più acerrimo avversario...
LYKKE. E per questo diffidate di me?
STENSSON. No, niente affatto; ma... affè, il diavolo mi danni!
LYKKE. Avete ragione. Se seguite ciò che vi dice la vostra testa, la corda di canape non vi mancherà certamente, nello stesso modo che non vi mancherà il nome di conte e l’aurea catena, se vi fidate di me.
STENSSON. In tutto e per tutto! Eccovi la mia mano, caro signore! Consigliatemi, finchè ce ne sarà di bisogno. Se capitasse di battermi, saprò ben io difendermi.
LYKKE. Bene. Seguitemi adesso in quella stanza, là vi dirò, come tutto è combinato e ciò che vi resta a fare. (via dalla destra).
STENSSON. (con uno sguardo al ritratto) Io figlio di Steno Sture! Meraviglioso come un sogno! (segue Lykke).
FINE DELL’ATTO TERZO.
ATTO QUARTO