Chapter 3 of 7 · 3910 words · ~20 min read

Part 3

LYKKE. (tace un momento, va su e giù per la stanza). Eccomi finalmente ad Östrot. Il vecchio possesso dei nobili Jnger, del quale una fanciulla due anni fa mi raccontò tante cose. Sì, due anni fa era ancora bambina, adesso... adesso... è morta (canticchia a mezza voce) «Le rose fioriscono e poi muoiono» (guarda intorno) Östrot! Mi pare di averlo già veduto, come se fosse casa mia. Là c’è la sala dei cavalieri; e qui sotto sono i sepolcri della famiglia. Di certo anche Lucia giace là. (più adagio, serio e sforzandosi di scherzare) Se io fossi un uomo pauroso, potrei immaginarmi che essa si sia rivoltata nella tomba, quando io ho messo il piede in questa casa. Quando io traversai il cortile mi sembrò si sollevasse il coperchio dell’avello, e quando adesso pronunciai il suo nome mi sembrò di udire una voce chiamarla per uscire dalla tomba. Forse essa monta le scale. Forse il sudario le impedisce d’andare, ma essa avanza sempre e gradatamente; essa è là nella sala dei cavalieri forse; si appoggia ad una colonna e mi guarda. (alza la testa) Vieni Lucia, intrattienti un poco con me. Tua madre mi fa aspettare. È noiosa l’aspettativa, e tu mi hai fatto passare la noia di molte ore. (si passa la mano sulla fronte e va in su e in giù) To’, appunto, ecco la finestra bassa coi panneggiamenti. Là, Jnger Gyldenlöve suole stare a guardare sulla via, come aspettando uno che non viene mai. Là (guarda la porta a sinistra) è la stanza della sorella Elina. Elina? Sì, si chiama Elina. Posso credere che essa sia così strana, intelligente e coraggiosa come diceva Lucia? Deve essere anche bella... ma come moglie? Non avrei dovuto scrivere così apertamente. (vuol sedere alla tavola ma si alza) Come mi riceverà la signora Jnger? Spero che non farà crollare il castello sopra di noi, spero che non mi farà cadere in un trabocchetto e nemmeno sorprendermi con un pugnale.

SCENA V.

NILS LYKKE, SIG. JNGER.

JNGER. (viene dal mezzo freddamente) Vi presento i miei saluti, signor ambasciatore.

LYKKE. (s’inchina profondamente) Ah! La signora di Östrot!

JNGER. E i miei ringraziamenti per avermi annunciata la vostra visita.

LYKKE. Niente di più del mio dovere. Aveva ben ragione di credere che la mia venuta vi avrebbe sorpresa.

JNGER. In verità, signor ambasciatore, non avete sbagliato. Non avrei mai pensato d’aver l’onore di ospitare il sig. Nils Lykke.

LYKKE. E ancora meno che venissi come amico.

JNGER. Come amico? Voi aggiungete anche lo scherno alla vergogna, e alla miseria, che avete accumulata sulla mia casa! Dopo avermi portato nella tomba una bambina, osate ancora...?

LYKKE. Perdonate signora Jnger, su questo punto non saremo mai d’accordo. Voi non considerate ciò che io ho perduto in quella disgraziata occasione. Le mie intenzioni erano oneste. Io era stanco della vita disordinata. Io aveva già più di 30 anni e desiderava una buona e cara moglie; a ciò aggiungete la speranza sulla fortuna di diventare vostro genero.

JNGER. Siate cauto, signor ambasciatore. Io ho taciuto su ciò che accadde a mia figlia, ma non crediate che mi sia ignoto nulla. Verrà forse l’occasione...

LYKKE. Vi avevo offerto la mia mano per un accordo. Voi rifiutaste d’accettarla e adesso volete fra noi guerra aperta, l’intendete proprio così?

JNGER. Non ho mai saputo, che sia stato altrimenti prima.

LYKKE. Da parte vostra forse, ma io non sono stato mai vostro nemico. Quantunque come suddito del re di Danimarca, avessi avuto le mie buone ragioni.

JNGER. Capisco, io non sono stata abbastanza sottomessa. Non è andato come desideravate, che io passassi nel vostro campo; ma mi sembra che voi non avete da lagnarvi di me. Il marito di mia figlia Merete è vostro compatriota. Più in là non posso andare. La mia posizione è difficile, Nils Lykke.

LYKKE. Comprendo benissimo. La nobiltà, il popolo credono di avere delle pretese su voi, pretese che voi non avete soddisfatte che a metà.

JNGER. Scusate signore, io non rendo conto delle mie azioni che a Dio ed a me stessa. Se vi piace, ditemi che cosa vi conduce.

LYKKE. Subito, signora Jnger. Lo scopo della mia visita non vi può essere sconosciuto.

JNGER. Io so che compito dovete adempiere. È di grande importanza per voi l’aver notizie della nobiltà norvegese.

LYKKE. Certo.

JNGER. E per questo venite ad Östrot?

LYKKE. In parte sì. Ma io non vengo per esigere un assentimento da voi.

JNGER. Ebbene?

LYKKE. Ascoltatemi signora Jnger. Voi dicevate or ora che la vostra posizione è difficile. Voi siete tra due campi nemici, che osano fidarsi soltanto a metà di voi. Il vostro interesse personale vi lega necessariamente a noi. D’altra parte siete legata ai malcontenti come compatriota e forse anche per altre secrete convenzioni.

JNGER. (piano) Secrete convenzioni? Dio! Dovesse egli?...

LYKKE. (vede le sue mosse ed aggiunge con calma) Voi vedete benissimo che questa posizione non può più durare. Mettete il caso che sia in mio potere di liberarvi da questa posizione che...

JNGER. In vostro potere, dite?

LYKKE. Prima di tutto signora Jnger, vi prego di non dar importanza alle parole che vi ho detto, su ciò che riguarda noi due personalmente. Non crediate che io trascuri un momento il debito che ho verso di voi. Fu sempre mia intenzione di rimediare all’offesa che vi ho fatta.

JNGER. Spiegatevi esattamente signor ambasciatore, adesso non vi capisco.

LYKKE. Forse non mi sbaglio, supponendo che vi inquietino le rivolte che minacciano la Svezia. Voi sapete o l’immaginerete in ogni caso, che queste rivolte hanno uno scopo più grande, di quello che in generale s’attribuisce; e voi capirete che il nostro re non può vedere questo tranquillamente; se tali fatti non cessano... Non è vero?

JNGER. Continuate.

LYKKE. (pensando dopo una breve pausa) Può darsi il caso che il trono di Gustavo sia in pericolo.

JNGER. (piano) A che vuol venire?

LYKKE. Il caso stesso, che si trovi in Svezia un uomo capace di sollevare il popolo contro il sovrano.....

JNGER. (indietreggia) La nobiltà svedese è tanto avvilita e degradata quanto la nostra sig. ambasciatore!... Dove volete andare a cercare...

LYKKE. (sorridendo) Cercare? L’uomo è trovato.

JNGER. Ah! già trovato?

LYKKE. Ed egli è vicino a voi, nobile signora, sebbene i vostri pensieri non possano cadere su lui. (la guarda impassibile) Il defunto conte Sture aveva lasciato un figlio.

JNGER. (con un grido) Dio mio, come lo sapete voi?

LYKKE. Calmatevi, nobile signora, lasciatemi finire. Questo giovane signore ha vissuto fin qui nascosto presso sua madre, la vedova di Steno Sture.

JNGER. (c. s.) Presso? Ah! sì — sì — certo!

LYKKE. Ora è entrato in azione. In Dalekarlia si è atteggiato a capo dei contadini. I suoi fatti crescono ogni giorno, e — come voi forse saprete, essi trovano partigiani nel popolo.

JNGER. (rimettendosi) Signor ambasciatore, voi richiamate tutte queste cose, sapendo benissimo che io le so. A che scopo lo fate voi? Non lo so e non voglio saperlo. La mia intenzione è di vivere tranquilla nei miei possessi; io non stimo i seminatori di discordie, dunque se avete la mente a ciò, vi prego di renunziarvi.

LYKKE. (impazientito) Vorrete restare estranea ed inoperosa se io pensassi di parteggiare per voi?

JNGER. Come vi posso capire?

LYKKE. Non avete dunque compreso su che cosa si aggira il mio discorso? Ebbene, vi dirò tutto apertamente. Sappiate dunque che il re ed il suo ministro hanno compreso che noi non possiamo essere sicuri in Norvegia, finchè nobiltà e popolo continuano nelle ribellioni. Abbiamo capito che questi sarebbero più volentieri alleati che sudditi forzati e noi non desideriamo di meglio, che sciogliere questo legame, che in fondo ci opprime come voi. Ma voi riconoscerete facilmente che il sentimento dei Norvegesi per un tal passo dà molto da pensare — finchè non avremo un appoggio sicuro.

JNGER. E questo appoggio?

LYKKE. Prima di tutto bisogna cercarlo in Svezia. Ma là non può succedere finchè governa Gustavo Wasa. Perchè il suo conto colla Danimarca non è finito e non lo sarà mai. Ma un nuovo re di Svezia che avesse l’appoggio del popolo e la corona della Danimarca... Sì, voi cominciate a comprendermi. Allora potremo dire a voi Norvegesi: «Riprendete i vostri vecchi diritti. Sceglietevi un re di vostro aggradimento, siate nostri amici nel bisogno tanto, quanto lo siamo stati per voi!» Osservate signora Jnger questa generosità in fondo, non è grande come forse pare, perchè vedete voi stessa, che noi diverremo forti sebbene lontani. Ed ora che ho parlato francamente con voi, abbandonate ogni sospetto. Dunque (con sicurezza) il cavaliere svedese che è entrato un’ora prima di me...

JNGER. Allora voi sapete già?

LYKKE. Completamente. È lui che cerco.

JNGER. (fra sè) Strano. Dunque è vero ciò che ha detto Olaf Skaktavl! (a Lykke) Vi prego d’aspettare qui, signor ambasciatore. Vado per condurvelo (esce per la sala dei cavalieri).

SCENA VI.

NILS LYKKE (_solo_).

LYKKE. (la guarda meravigliato e trionfante) Lo cerca! Sì certo, lo cerca! La battaglia è vinta per metà. Non l’avrei mai creduto così facile. Essa è d’accordo cogli agitatori. Essa si è spaventata, quando io nominai il figlio di Steno Sture. Ebbene? Hum! ma adesso è caduta nella trappola, egli non ci farà grande difficoltà. Un giovinotto senza esperienza e riflessione!... Colla mia promessa di aiuto partirà e per caso Jens Bjelke lo farà prigioniero sulla strada; così la sua intrapresa andrà fallita. E poi? Un altro passo per i miei interessi. Faremo correre la voce che il giovane conte era all’estero e che l’ambasciatore danese aveva un convegno colla signora Jnger, che ad un quarto d’ora di distanza dalla Corte egli è stato preso dai cavalieri del re Gustavo. La benevolenza di cui gode Jnger può essere grande fin che si vuole, ma non potrà reggere a un tal colpo. (salta in piedi inquieto) Per tutti i diavoli! Se la signora Jnger avesse indovinato l’inganno? Forse ce lo farà scappare in questo momento dalle mani! (ascolta) No, non c’è pericolo. Vengono.

SCENA VII.

NILS LYKKE, SIG. JNGER, OLAF SKAKTAVL _poi un_ SERVO.

JNGER. (a Lykke) Vi conduco quello che aspettavate.

LYKKE. (piano) Diavolo! Che è ciò?

JNGER. Ho detto a questo cavaliere il vostro nome e tutto ciò che mi avete raccontato.

LYKKE. (titubante) Sì? Ah sì? Ebbene?

JNGER. Ed io non vi voglio nascondere che egli non ha nessuna fiducia nel vostro aiuto.

LYKKE. No?

JNGER. Vi meravigliereste? Voi conoscete i suoi sentimenti, la sua dura sorte.

LYKKE. La sorte di questo uomo? Ebbene — sì, sì — sicuramente.

OLAF. (a Lykke) Poichè il cancelliere Pietro ci mandò ambedue qui per riunirci...

LYKKE. Il cancelliere? (si rimette subito) Sì, è vero, ho un messaggio da parte del cancelliere.

OLAF. Ed egli deve sapere meglio di noi, di chi si può fidare. Io non voglio rompermi il capo per riflettervi.

LYKKE. Avete ragione, caro signore; questo no, ad ogni costo.

OLAF. Al fatto.

LYKKE. Sì, al fatto senza raggiri; è sempre stato mio costume.

OLAF. Volete dirmi che ambasciata portate?

LYKKE. Io credo che voi possiate quasi indovinare.

OLAF. Il cancelliere parlava delle carte che...

LYKKE. Carte? Ah! sì, le carte...

OLAF. Le avete con voi?

LYKKE. Certo, e ben custodite, fin troppo quasi, per potervele presentare così in fretta. (cerca in tasca e dice fra sè) Chi può mai essere costui? Che faccio io? Potrei fare delle grandi scoperte. (si accorge che i servi apparecchiano la tavola ed accendono le lampade nella sala dei cavalieri) (ad Olaf) Ah! vedo che la signora Jnger fa preparare la cena. A tavola potremo discorrere meglio dei nostri affari.

OLAF. Bene, come vi piace.

LYKKE. (piano) Tempo guadagnato, tutto vinto. (con grande cortesia alla signora Jnger) Ed intanto potremo sentire qual partecipazione darà la signora Jnger ai nostri progetti.

JNGER. Io? Nessuna.

LYKKE _e_ OLAF. (ad un tempo) Nessuna?

JNGER. Voi vi meravigliate, nobili signori, che io non voglia tentare un giuoco, al quale bisogna arrischiare tutto? Tanto più che nessuno dei miei alleati osa fidarsi di me?

LYKKE. Questo rimprovero non mi riguarda. Io vi credo ciecamente; siatene sicura, vi prego.

OLAF. Chi può fidarsi di voi meglio dei vostri compatrioti?

JNGER. Certo, questa fiducia mi onora. (va ad un armadio in fondo e riempie di vino due coppe).

LYKKE. (piano) Maledizione! Se essa si svincolasse dal laccio!

JNGER. (porge ad ognuno una coppa) E perciò vi offro il bicchiere del benvenuto ad Östrot. Bevete, nobili cavalieri. Bevete fino all’ultima goccia. (li guarda, e quando hanno bevuto dice severamente) Ma adesso sappiate, che una di queste conteneva il benvenuto per il mio alleato, l’altra la morte per il mio nemico.

LYKKE. (getta in terra il bicchiere) Io sono avvelenato.

OLAF. (brandendo la spada) Ah! perdio, io sono assassinato.

JNGER. (ridendo a Olaf, mentre addita a Lykke) Questa è la fiducia dei Danesi in Jnger! (a Lykke additando Olaf) E questa la fiducia dei miei compatrioti! (ad ambedue) Ed io dovrei darmi in vostro potere? Pazienza, nobili signori, soltanto pazienza. La signora di Östrot ha ancora le sue facoltà mentali.

SCENA VIII.

_Detti_, ELINA (_da sinistra_).

ELINA. Qual rumore! Che c’è?

JNGER. (a Lykke) Mia figlia Elina.

LYKKE. (fra sè) Non l’avrei mai immaginata così bella!

ELINA. (guarda Lykke sorpresa e si arresta).

JNGER. (le prende il braccio) Figlia mia, questo cavaliere è...

ELINA. (fa un movimento di repulsione, guardando fissamente Lykke) È inutile, lo indovino; egli è il nobile Nils Lykke.

LYKKE. (piano a Jnger) Come? Essa mi conosce? Forse Lucia? Che sappia....?

JNGER. (sottovoce) Silenzio! Essa non sa nulla.

ELINA. (fra sè) Lo sapevo bene, me lo sono immaginato così.

LYKKE. (si avvicina) Ebbene, Elina Gyldenlöve, voi avete indovinato, e poichè io sono conosciuto in certo modo da voi, e sono ospite di vostra madre, spero non mi rifiuterete il mazzolino di fiori, che portate sul vostro seno. Fino a che essi saranno freschi e profumati io possederò un’immagine di voi stessa.

ELINA. (fiera, guardandolo fissamente) Perdonate, signor cavaliere, questi fiori li ho colti nella mia stanza e là non vi sono fiori per voi.

LYKKE. (distaccando il mazzo che esso ha sul petto) Allora non rifiuterete questo piccolo dono. Una onorata signora me lo diede alla mia partenza questa mattina da Drontheim. Credete pure nobile damigella, se dovessi farvi un regalo degno di voi, sarebbe una corona regale.

ELINA. (prendendo i fiori contro la sua volontà) Anche se mi presentaste la corona di Danimarca, prima che io l’avessi a dividere con voi, la spezzerei colle mie mani e ve la getterei ai piedi! (gli getta ai piedi i fiori e va nella sala).

OLAF. (fra sè) Ardita come sua madre alla tomba di Knut Alfson.

JNGER. (sottovoce dopo aver guardato Elina e Lykke) Si può ammaestrare il lupo, adesso non c’è altro a fare che incatenarla.

LYKKE. (riprende i fiori e guarda Elina) Per Dio, come è superba e bella!

FINE DELL’ATTO SECONDO.

ATTO TERZO

_Sala dei cavalieri._

_In fondo della scena una finestra alta ad arco; a destra sul davanti una piccola finestra; alcune porte d’ambo le parti. Il soffitto, pel suo spessore, sarà appoggiato su colonne di legna, staccate, le quali, come le pareti, sono adorne di ogni sorta di trofei d’armi. Dalle pareti, pendono quadri di santi, cavalieri e dame in lunghe file. Dal tetto pende un lampadario a molte candele accese. Sul davanti a destra un’alta sedia antica intagliata; in mezzo alla sala una tavola apparecchiata con su i resti della cena._

SCENA PRIMA.

ELINA GYLDENLÖVE (_sola_).

ELINA. (entra pensierosa e lentamente dalla sinistra; l’espressione del suo volto tradisce chiaramente come ella pensi alla scena avuta con Nils Lykke; in fine fa un movimento colle braccia, come per buttar via il mazzo di fiori, quindi a voce sorda) Ed allora egli raccolse gli sparsi pezzi della corona di Danimarca... questi eran fiori; e... «Per Dio come è superba e bella!» Se egli avesse sussurrato queste parole, in sito segreto, lontano le mille miglia da Östrot... l’avrei non ostante sentito! Come l’odio! Come l’ho sempre odiato questo Nils Lykke! La gente dice che non vi è uomo uguale a lui. Egli scherza con le donne e le calpesta sotto i piedi. E mia madre, che mi voleva dare a lui in moglie!.... Come l’odio! Dicono che Nils Lykke non rassomigli a nessuno. Non è vero! In lui non trovo nulla di strano. Vi sono molti, molti come lui! Nelle favole, che mi raccontava Björn, tutti i principi sono tanti Nils Lykke. Quando io sedevo qui sola nella sala e sognavo le mie leggende ed i miei cavalieri andavano e venivano... tutti, tutti rassomigliavano a Nils Lykke. Come è strano tutto ciò e come è dolce l’odiare. Fino a questa sera non sapevo quanto ciò fosse dolce! No! dacchè l’ho veduto, non potrei nemmeno per mille anni di vita, cedere il momento che trascorro adesso. «Per Dio come essa è...» (va lentamente in fondo, apre la finestra e guarda fuori).

LYKKE. (entra per la prima porta a destra).

SCENA II.

_Detta e_ NILS LYKKE.

LYKKE. (a parte) «Dormite bene in Östrot, signor cavaliere» m’ha detto Jnger Gyldenlöve, andandosene. Dormite bene? Sì, è presto detto; ma...! Là fuori, cielo e terra in convulsione; sotto, nei sepolcri sotterranei, il giovin sangue sulla bara; in mia mano, il destino di due Regni e sul petto un appassito mazzo di fiori, che una donna mi buttò ai piedi. Affè, temo assai, che il sonno si farà lungamente aspettare.

ELINA. (abbandona la finestra e fa per andare dalla sinistra).

LYKKE. (la scorge, fra sè) Eccola. Il suo fiero sguardo è pieno di pensieri. Ah, se io osassi azzardare... (forte) Signorina Elina!

ELINA. (si ferma sulla porta) Che cosa volete? Perchè mi perseguitate?

LYKKE. Sbagliate. Io non vi perseguito. Sono io stesso perseguitato.

ELINA. Voi?

LYKKE. Da molti pensieri. Perciò accade a me col sonno, quel che a voi stessa accade... mi sfugge.

ELINA. Affacciatevi alla finestra, ci troverete gusto... un mare in tempesta...

LYKKE. (ridendo) Un mare in tempesta? Questo posso trovarlo in voi.

ELINA. In me?

LYKKE. Il nostro primo incontro me ne ha dato la certezza.

ELINA. E ve ne dolete?

LYKKE. No, in nessun modo; ma io desidererei tuttavia di vedervi prevenuta più benevolmente.

ELINA. (fieramente) Credete voi, che vi porterà fortuna?

LYKKE. Di questo ne son certo; epperò io vi do una gradita nuova.

ELINA. Quale?

LYKKE. Il mio saluto d’addio.

ELINA. (s’avvicina d’un passo) Il vostro saluto d’addio? Lasciate Östrot... così presto? (sembra un momento indecisa, quindi dice freddamente) Allora abbiatevi i miei saluti di congedo, signor cavaliere! (s’inchina e fa per andare).

LYKKE. Elina Gyldenlöve... io non ho alcun diritto per trattenervi; ma non è da pari vostra, se vi rifiutate di sentire, ciò che ho da dirvi.

ELINA. Ascolto, signor cavaliere!

LYKKE. So, che mi odiate.

ELINA. La vostra perspicacia non è infiacchita, a quanto osservo.

LYKKE. Ma io so pure, che quest’odio l’ho di gran lunga meritato. Assai mediocri e niente lusinghiere erano le parole, colle quali vi menzionavo nella mia lettera alla signora Jnger.

ELINA. Sarà benissimo, io non l’ho letta.

LYKKE. Ma ne conoscerete per lo meno il contenuto. Io so che vostra madre non vi ha lasciata su questo nell’ignoranza, essa vi ha in ogni modo detto, che io mi sarei stimato l’uomo più felice, il quale... sì, voi sapete quale speranza nutrissi.

ELINA. Signor cavaliere, se voi pensate di parlare di questo...

LYKKE. Insisto a parlarvene, per giustificare il mio operato. Per nessun altro motivo... ve lo giuro. Poichè la mia fama è arrivata a voi,... come ho motivo sventuratamente di sospettare... prima ch’io stesso arrivassi in Östrot, è d’uopo che conosciate per intera la mia vita, affinchè non vi meravigli, che io venga così arditamente al fatto. Io mi sono incontrato in molte donne, Elina Gyldenlöve. Non ne ho ancora trovata alcuna inespugnabile. In tali casi si fa un po’ il proprio comodo. Si perde anche l’abitudine, di allungare la strada...

ELINA. È possibile. Io non so di che razza eran quelle donne. Del resto voi v’ingannate pensando, che sia la lettera a mia madre, che abbia destato l’odio del mio cuore e l’amarezza contro di voi. Avevo più antiche ragioni!

LYKKE. Antiche ragioni? (inquieto) Che cosa volete dire con questo?

ELINA. È come voi presumete... La vostra fama è pervenuta qui in Östrot, come in tutta la Norvegia prima di voi. Fin da quando ho sentito pronunziare il nome di Nils Lykke, l’ho sentito sempre insieme con quello di una donna, che egli aveva sedotta e repudiata. Alcuni lo dicevano con pena, altri con sorriso di scherno e con facile ludibrio su quella debole creatura. Ma il vostro nome suona dolore, scherno, ludibrio che sbalordisce e provoca l’ira, nello stesso modo che un canto di vittoria del nemico. Tutto questo ha fatto nascere il mio odio contro di voi. Voi siete stato continuatamente presente al mio pensiero e mi ha attirato un forte desiderio di stare faccia a faccia con voi per provarvi, che vi sono delle donne colle quali sprechereste invano le vostre insinuanti parol... se vi venisse la voglia di tentare d’usarne...

LYKKE. Voi mi giudicate ingiustamente, attenendovi a quello che la fama vi ha di me tramandato. Probabilmente vi è della verità in quello che avete udito; ma voi non ne conoscete il motivo. Avevo 17 anni, quando incominciai a condurre vita allegra. Sono passati d’allora 15 anni. Donne leggere mi concessero ciò che desideravo... anche prima di esternarne il desiderio; e quello che io offrivo, veniva da loro accettato a mani aperte. Voi siete la prima donna, che m’ha con disprezzo gittato a’ piedi il mio dono. Non crediate ch’io me ne dolga. Io vi ammiro, al contrario, anche dippiù, come non ho fatto mai con alcuna donna. Ma quel che io rimpiango e mi rimorde come un gran dolore dell’animo, è il destino, che non mi vi ha fatto incontrare prima. Elina Gyldenlöve, vostra madre mi ha parlato di voi. Mentre la mia vita faceva lontano da qui il suo corso turbolento, voi trascorrevate il vostro tempo nella solitaria Östrot, silenziosa, tra le vostre meditazioni ed i vostri sogni. Vedete, da ciò potete capire, quel che ho da dirvi. Sappiate dunque, che anch’io ho vissuto una vita come voi qui! Io pensavo, entrando nel grande e vasto mondo, d’incontrarmi in una nobile ed onesta donna, che mi avrebbe accennata e mostrata una meta ricca di gloria. La mia speranza doveva essere delusa, Elina Gyldenlöve! Mi sono, è vero, incontrato in molte donne; ma essa non era tra quelle. Prima ancora di diventare uomo, avevo appreso a disprezzarle tutte. È mia la colpa se le altre non vi rassomigliavano? Io so, che il destino della vostra patria preoccupa gravemente l’animo vostro. Voi conoscete la mia influenza sulle cose attuali. Si dice ch’io sia falso, come la spuma del mare. È possibile; ma se io son tale, me l’hanno insegnato le donne. Se avessi trovato prima, ciò che ho cercato, se mi fossi imbattuto in una donna fiera, nobile, piena di cuore come voi, la mia strada sarebbe stata un’altra. Forse starei in questo momento difensore al vostro fianco di tutti gli oppressi del Regno norvegese. Poichè io credo assolutamente, che una donna ha un potere grandissimo nel mondo e che dipende da essa di condurre un uomo là, dove Dio lo ha destinato.

ELINA. (a parte) Potesse essere, com’egli dice! No, no, i suoi occhi tradiscono la menzogna e la falsità è sulle sue labbra. Eppure... Nessun canto mi agita, quanto le sue parole!