II.
Malgrado le disposizioni prese da Nelson, il re e la famiglia reale si trovavano molto stretti. Dieci persone avevano invaso la cabina dell’ammiraglio ed il carrè degli uffiziali senza contare sir William e me, e senza contare l’ambasciatore d’Austria colla sua famiglia.
Queste dieci persone erano il re, la regina, il principe ereditario, sua moglie, la giovane principessa che aveva dato alla luce da poco tempo, il giovane principe Leopoldo, il principe Alberto, Maria Cristina, Maria Amalia e Maria Antonia.
Vedendosi così angustiato il re ebbe per un istante l’idea di mantenere la promessa che si era fatta all’ammiraglio Caracciolo di andare a bordo della _Minerva_; ma la regina si oppose formalmente che il re si separasse dalla sua famiglia.
All’alba, con una fresca brezza, che sgraziatamente ci era contrarla, si udivano a bordo del _Vanguard_ i rumori della città, come gli urli di un orso gigantesco.
Di fatti il popolo seppe che il suo re, malgrado le sue promesse, lo aveva abbandonato, e proclami affissi a tutti gli angoli delle vie, sulle piazze e nei crocivii, annunziavano che il principe Francesco Pignatelli era stato fatto vicario generale con poteri illimitati, e Mack capitano generale dell’esercito distrutto, e che il ministro Simonetti lasciava le finanze per far posto al banchiere Zurlo.
Tutte queste nomine erano state fatte con decreti interamente scritti di pugno del re.
Si ripeteva la risposta della regina al principe Pignatelli, allorchè le chiedeva quanto si estendesse il suo potere:
— Fino ad abbruciar Napoli.
Le banchine erano ingombre, ma il mare era troppo cattivo, perchè nessuna barca osasse di avventurarsi; si vedevano dei gruppi che certamente erano deputazioni, ma questi gruppi dopo essere stati qualche momento in riva al mare, sparivano gli uni dopo gli altri, per rifiuti che i barcajuoli faceano loro di condurli al bastimento ammiraglio, al cui albero sventolava la bandiera reale.
Nella notte il vento diminuì, ma rimase però contrario; all’alba rivedemmo la folla sulle banchine che salutò la flotta inglese con grandi grida, sperando senza dubbio che il re mutasse risoluzione; e difatti, siccome il mare era ritornato più calmo, vedemmo non soltanto riapparire, ma anche imbarcarsi e avanzarsi verso il _Vanguard_ le deputazioni che avevamo distinto il giorno innanzi che si agitavano inutilmente sulle banchine.
Queste deputazioni erano tre.
Ve n’era una del clero, condotta dal cardinale arcivescovo Capece Zurlo, un’altra di baroni del regno, una terza di magistrati e dell’eletto del popolo: essi venivano a supplicare il re di ritornare, e impegnavano il loro onore a difenderlo fino all’ultimo.
Ma il re non volle ricevere nessuno, fuorchè l’arcivescovo cardinale di Napoli; lasciò che le barche girassero intorno al _Vanguard_, e quelli che vi si trovavano levassero inutilmente le mani al cielo.
L’arcivescovo cardinale, monsignor Capece Zurlo, insistette assai per trattenerlo; ma il re fu inflessibile. — Monsignore, gli disse, la terra mi ha tradito; vado a vedere se il mare mi sarà più fedele.
Monsignore lasciò il _Vanguard_ col cuore rotto, dichiarando che non poteva predire ciò che farebbe Napoli abbandonato a sè stesso.
— Oh! mormorò la regina, se non sapete ciò che farà Napoli, so ben io cosa gli farei, se torno a metterci i piedi.
Le deputazioni, nella speranza di essere ricevute, restarono fino a tre ore dopo mezzodì.
Verso le quattro, venne anche il generale Mack: non avendo trovato il re a Napoli, e sapendo che da uno degli ultimi decreti di Ferdinando era stato nominato luogotenente generale, veniva a prendere gli ordini.
Restò mezz’ora solo col re, poi ritornò a terra. Lord Nelson non lo volle nemmeno vedere.
Alle cinque ore il vento ritornò; si apparecchiò e si levò l’áncora alle sette, accompagnati dalla fregata la _Minerva_, e da dieci o dodici bastimenti mercantili e di trasporto.
Ma appena superata l’isola di Capri, fummo presi da una violenta tempesta; si sarebbe detto che, infedele come la terra, il mare voleva tradire il re, e s’impiegò tutta la giornata di lunedì per lottare con esso; la notte fu terribile; i tre pennoni di trinchetto e l’attrezzatura fuori di bompresso furono spezzati; si sarebbe detto che il bastimento si disgiungeva, tanto era terribile lo scricchiolare che faceva.
Difficilmente si può farsi un’idea dello stato in cui si trovava la famiglia reale; il re morto dalla paura si raccomandava a tutti i santi, e specialmente a S. Francesco di Paola, per cui pareva avesse in questa circostanza una devozione particolare, promettendogli, se lo salvasse, una chiesa bella quanto quella di S. Pietro in Roma; della sua famiglia non ne parlò punto, senza dubbio sarà stata sottintesa. Le giovani principesse eran morenti di stanchezze e del mal di mare; il principe ereditario sembrava abbattuto quanto suo padre; soltanto la principessa Clementina, tenendo la sua bambina fra le braccia, sorrideva malinconicamente al cielo; la regina era triste e come assorta nei suoi pensieri.
Di tempo in tempo Nelson, che restava sul ponte per vegliare alla sicurezza dei suoi illustri passeggieri, scendeva per dirci una parola d’incoraggiamento, a cui rispondeva soltanto io con un segno della mano o con uno sguardo; e siccome egli veniva specialmente per cercare quello sguardo e quel segno di mano, risaliva contento.
Alla mattina il tempo si rischiarò: Nelson ci disse, che credeva a due ore di tregua, e che se volevamo salire per un momento sul ponte, ci saremmo trovati meglio, e si approfitterebbe di questo momento per mettere un poco d’ordine nelle cabine.
Il re che aveva passato la maggior parte della notte ginocchioni ed in preghiere, respirò e ci diede l’esempio, prendendo l’unico braccio di Nelson e salendo sul ponte; la regina lo seguì e saliva sola la scala, quando corsi verso di lei e la sostenni. Nelson ritornò col capitano Hardy per dare il braccio alla principessa reale ed alle giovani principesse; in quanto al principe ereditario, egli era più spossato e abbattuto di tutti; il più giovane dei figli della regina rimase nel suo hamac, incapace di fare un movimento.
Il ponte del _Vanguard_ presentava uno spettacolo di confusione non meno grande delle nostre cabine; i marinai approfittavano di questo momento di tregua che dava loro la tempesta per sostituire i pennoni e riparare i guasti fatti all’alberatura, e si preparavano visibilmente a lottare contro il cattivo tempo imminente.
Il re appoggiato ad una sartia del bastimento, osservava con un occhio invido la fregata dell’ammiraglio Caracciolo che navigava alla nostra sinistra, e che sembrava un bastimento incantato. Non una corda, non un attrezzo si era spezzato; sembrava che non ricevesse dalle onde enormi su cui ci agitavamo, che quel movimento che fa sotto la mano del suo cavaliere un cavallo spinto al galoppo.
— Guardate, signora, disse il re a Carolina.
E le indicava la _Minerva_.
— Ebbene? gli chiese la regina.
— Ebbene, siete stata voi la causa per cui mi trovo su questo bastimento invece di essere su quello là.
— È una fortuna, gli rispose la regina, che l’ammiraglio non comprenda l’italiano.
— E perchè ciò?
— Perchè a mio avviso, disse la regina, è già molto che sappia di portare un re vile, oltre ad un re ingrato.
Ed egli le volse le spalle.
— Ingrato quanto volete, replicò il re, che non riceveva il primo epiteto; ma non è però meno vero che vorrei piuttosto essere sulla fregata di Caracciolo che sul _Vanguard_.
Mi si venne a dire, che il piccolo principe rimasto nel suo hamac, chiedeva di me.
Era un fanciullo di sei anni che si chiamava il principe Alberto; era amato mediocremente dalla regina, che non aveva altra vera affezione che pel principe Leopoldo che avea nove anni. Ne avveniva che il povero Albertino, che sentiva istintivamente questo abbandono, si era attaccato a me, e mi chiamava la sua mammina, e ricorreva a me tutte le volte che desiderava di sfuggire qualche punizione, o di ottenere una grazia.
Il povero fanciullo si sentiva un po’ meglio, e chiese di me per ricondurlo sul ponte; malgrado i movimenti del vascello, lo presi fra le braccia, e lo portai di sopra.
Durante quell’ora che il cielo si era coperto ancora di nubi, il vento tornava a spirare da sud ovest, per cui il _Vanguard_ era obbligato di navigare colle vele raccorciate, mentre della _Minerva_ si sarebbe detto, essendole indifferente qualunque andatura, che il vento stesso contrario le dava le ali.
Del resto non era difficile di vedere che si avvicinava una nuova burrasca; le nubi tetre, umide e grigiastre, si abbassavano rapidamente e sembravano riposare sulle punte degli alberi del _Vanguard_; soffi di aria tiepida e snervante passavano come un sapore scipito; era il vento della Libia cotanto antipatico ai marinai del Mediterraneo.
Nelson ci prevenne che la tregua che ci aveva accordato la tempesta era spirata, e che se volessimo ritornare nelle nostre cabine, avrebbe durante la nostra assenza affrontato il nemico.
Gettai un ultimo sguardo sulla fregata napolitana, e benchè avessi qualche prevenzione in favore di Nelson, non fui meno obbligata di riconoscere la superiorità del suo cammino sul nostro.
Noi camminavamo di fatti colle nostre vele basse, mentre la Minerva colle vele spiegate sembrava voler sfidare la tempesta; più fina di proda fendeva meglio le onde, e ondulava per conseguenza meno del _Vanguard_, e giustificava i desiderii egoistici del re.
Dieci minuti dopo l’avviso di Nelson, tutti eravamo istallati nelle nostre cabine, e la tempesta si rovesciava di nuovo su di noi.
Passammo in tal modo la giornata di martedì e quella di mercoledì.
Quella di giovedì fu segnata da una spaventevole disgrazia.
Alle quattro dopo mezzodì, il giovane principe mio favorito, fu preso da convulsioni che andarono sempre crescendo; il medico di bordo discese, ma tutti i suoi soccorsi furono inutili, io me lo teneva nelle braccia stretto contro il mio petto, e sentiva tutte le sue membra torcersi sotto gli accessi del male. Due o tre volte la regina lo voleva prendere; ma egli stringendosi a me non mi voleva lasciare.
La tempesta muggiva più forte che mai, le onde coprivano il ponte, il bastimento tremava tutto dagli alberi alla stiva. Confesso che io non intesi nulla fuorchè i lamenti del povero fanciullo, e non sentiva nulla fuorchè i brividi di quel corpo agonizzante.
Infine alle sette di sera gettò un grido, e irrigidito fra le mie braccia fece uno sforzo per abbracciarmi, mandò un sospiro e fu l’ultimo.
— Signora! signora! esclamai quasi impazzita, il principe è morto.
La regina si avvicinò a noi, lo guardò, lo toccò e si accontentò di dire:
— Va, povero fanciullo, tu ci precedi di così poco, che non vale la pena di compiangerti.
Poi stendendo la mano con una espressione che avea più della Medea che della Niobe:
— Ma, se ritorniamo! sta pur tranquillo, soggiunse, sarai vendicato!