VII.
Le notizie che ci arrivavano da Napoli non erano meno favorevoli di quelle che ci arrivavano dalla Calabria; Championnet caduto in disgrazia per l’opposizione che aveva tentato di fare alle esazioni del Direttorio, in suo luogo e stato Macdonald era stato nominato generale in capo.
Occupava appena quel posto, che si appresero a Napoli le notizie dei disastri dell’armata francese nell’alta Italia. Suwaroff e i suol cinquantamila Russi erano arrivati, e l’imperatore si era finalmente deciso di mettersi in campagna; ma i Francesi, privi dei loro migliori soldati chiusi in Egitto e del loro miglior generale prigioniero con essi, erano stati battuti a Magnano, e avevano perduto la linea del Mincio, mentre Suwaroff, nominato generale in capo dell’esercito austro-russo, era entrato in Verona e si era impadronito di Brescia.
Macdonald ricevette l’ordine di lasciar Napoli e di riunire le sue forze a quelle dell’armata francese che era in piena ritirata.
Al sette maggio egli era quindi partito da Caserta, lasciando una guarnigione di 500 Francesi nel castel S. Elmo, sotto gli ordini del capo legione Meyan, e dopo quattro giorni aveva lasciato Napoli.
Questa notizia dell’evacuazione di Napoli giunse a Palermo ai primi di maggio; al 9 di maggio Nelson scriveva all’ammiraglio lord conte S. Vincent per annunziargli quella notizia.
Ma al momento in cui ci abbandonavamo alla gioja per questa evacuazione, venne un’altra notizia che fece di contrappeso a quella che avevamo ricevuta dianzi.
Al 12 maggio il brick la _Speranza_ giunse a Palermo coll’avviso che la flotta francese di Brest, ingannando il nostro blocco, era uscita dal porto, era stata veduta a Oporto, e dirigevasi verso lo stretto di Gibilterra, nell’intenzione probabile di congiungersi alla flotta spagnuola, e di fare un tentativo contro Minorca o contro la Sicilia. Era quindi necessario di rinforzare la flotta inglese, e Nelson diede immediatamente degli ordini per richiamare i bastimenti inglesi che si trovavano nella baia di Napoli.
Ma Nelson sperava ancora di non lasciar Palermo, era veramente ammalato d’inquietudine; e alla sola idea di lasciarmi, non fosse che per qualche giorno, piangeva come un fanciullo.
Le lettere seguenti daranno un’idea dello stato in cui si trovava il suo animo, o piuttosto il suo cuore.
La prima è diretta al vice-ammiraglio Duckworth.
Eccola.
«Palermo, 12 maggio 1799.
«Mio caro ammiraglio
«V’invio otto, nove o dieci vascelli di linea con tutta la premura. Essi possono o riunirsi col nostro grande ed egregio comandante in capo, od agire separatamente. Se mi è permesso di avventurare un’opinione, direi che è meglio che la flotta bordeggi davanti a port Mahon, di quello che non sia entrare nell’Havre. Coi miei voti pel vostro miglior successo, che sventuratamente non posso dividere con voi, mi dico ecc.
«O. NELSON.
Nello stesso giorno scrisse al capitano Troubridge:
«12 maggio 1799.
«Mio caro Troubridge.
«Quando avrete ricevuto questa lettera, la flotta francese avrà già fatto la sua riunione colla spagnuola. Il tempo soltanto cl farà conoscere quale sia stato il risultato delle evoluzioni. Il conte verrà, ci raggiungerà, e voi mi manderete il _Minotauro_, lo _Swiftsure_, il _S. Sebastiano_, il _Culloden_, e il _Sealaw_; voi od Hood rimarrete col _Seahorse_, la _Minerva_ etc. etc., inviate un piccolo battello a Livorno ed ordinate al _Lion_ di congiungersi immediatamente coi vascelli a Procida; date ordine ai vascelli di passare per di qua, ma che non gettino l’ancora. Riceveranno da me altri ordini. Il brick va direttamente a Mahon o a Gibilterra. Intendiamo di dire che un vascello di linea fu veduto frequentemente ad Ustica. Non ci credo — che Dio vi benedica.
«O. NELSON.»
«Il _Seahorse_ deve osservare Salerno, mandate subito i vascelli appena vi arriveranno.»
Il giorno dopo questa terza lettera seguiva le due precedenti al lord conte di S. Vincent:
«Palermo, 13 maggio 1799.
«Se avanzate senza battaglia, spero che in questo caso mi darete occasione di raggiungervi; perchè sarei disperato di essere vicino al mio comandante in capo, e di non assisterlo in tale momento.
«Non avete l’idea dello stato in cui mi trovo. Se me ne vado, arrischio, e la parola arrischiare è troppo debole, metto in pericolo la Sicilia, e più ancora ciò che si è salvato sul continente; poichè sappiamo per esperienza che si giudica più sulle opinioni, che sui fatti stessi; rimanendo, il mio cuore si strugge, e per colmo di sciagura, sono seriamente ammalato. Che Dio vi benedica; state sicuro che agirò col maggiore zelo, e siccome so che il mio buon amico agirebbe come me, credetemi dunque con affezione sincera, il vostro fedel amico.
«O. NELSON.»
Infine, avendo avuto nello stesso giorno un altro avviso, scrisse al capitano Troubridge:
«_Vanguard_, Palermo 13 maggio 1799.
«La flotta francese ha passato lo stretto di Gibilterra, ed è stata veduta vicino a Minorca. Appena ricevuta la presente verrete a raggiungermi qui coi vascelli di linea che avete sotto i vostri ordini; se potete darmi una fregata sarà meglio; disponete i vostri piccoli bastimenti nel modo che credete più vantaggioso, e lasciatene il comando a chi vorrete.
«O. NELSON.»
Nelson rimase dal 13 al 19 in esitazione di quanto doveva fare; sentendo che il suo posto era in alto mare e non nel porto di Palermo; tutti i vascelli richiamati da lui vennero successivamente a raggiungerlo coi loro capitani; finalmente il 19, facendo uno sforzo supremo, mi lasciò con maggior dolore di Antonio, cui mi divertiva di paragonarlo. Egli non lasciava però Cleopatra per andare a sposare Ottavia; credo che se Nelson ebbe, una sol volta nella sua vita paura della morte, fu allora, dacchè lo amai, tanto la sua vita gli era divenuta preziosa.
Infine fu d’uopo lasciarci; non si aveva nessuna notizia positiva della flotta; lord S. Vincent poteva incontrarla e combatter senza di lui, o sarebbe stato un colpo mortale al suo onore.
Un pretesto lo sosteneva ancora, il vento taceva, ma nella notte del 18 al 19 si sollevò una brezza, e decise della partenza di Nelson.
Andò a bordo del _Vanguard_. Sir William ed io lo conducemmo fino al porto; giunti là saltò nella sua lancia che lo aspettava da oltre due ore, diede ordine di vogare verso il _Vanguard_, lasciò cadere la sua testa nell’unica sua mano, e non volse più lo sguardo verso la terra.
Noi poi non lasciammo la marina, se non quando lo perdemmo di vista in mezzo ai bastimenti che ingombravano il porto.
Ma appena il _Vanguard_ ebbe fatto un miglio, tacque il vento. Nelson ne approfittò per scrivermi questa lettera, che m’inviò per mezzo del luogotenente Swiney.
«_Vanguard_, 19 maggio, 8 ore, calma.
«Mia cara Lady Hamilton
«Il luogotenente Swiney venendo a bordo, posso dare dei passaporti in bianco pei bastimenti che vanno a Procida carichi di farina ec. ec. come pure pel battello-posta.
«Dirvi come sembra melanconico e triste il _Vanguard_, è dirvi che dopo essere stato in compagnia delle persone più simpatiche, sono rinchiuso in una tetra cella; e lasciare i suoi più cari amici, per restar solo e senza amici. A quest’ora sono perfettamente _l’uomo grande_, non avendo a me vicino una creatura, e con tutto il cuore desidero diventare _un uomo piccolo_. Voi e il buon sir William avete tolto per me l’incanto da tutti quei luoghi, ove non ci siete voi. Il mio amore per voi si estende a tutto ciò che voi toccate, e voi non potete concepire ciò che io provo, quando vi riunisco tutti nella mia memoria, anco fino a...... Non dimenticate il vostro fedele
«NELSON.»
Il giorno seguente mi scrisse ancora:
«20 maggio 1799
«Cara Lady Hamilton
«Vi ringrazio tanto insieme a sir William per le vostre care lettere; credete bene che ho dormito assai poco con tutte le lettere che avea da leggere. Le lettere che ricevo da lord S. Vincent sono del 6 maggio; mi dice che abbiamo veduto la squadra di Brest che passava ieri facendo buon cammino; ho fatto tutti i miei sforzi per avere qualche notizia di lord Keith, a cui ho ordinato di venir qui per completare le provigioni e fornirsi d’acqua. Suppongo che la squadra francese è diretta a Malta o ad Alessandria e la flotta spagnuola par l’attacco di Minorca. Lascio giudicare a voi se il conte verrà con noi; credo di sì, ma fra noi; M. Duckworth ha l’intenzione di abbandonarmi al mio destino; vi mando all’avventura questa lettera. Non importa, ho soltanto undici vele riunite, e non ho paura di nessuno.
«Dio benedica voi e sir William e tutti gli amici di casa. Credetemi per sempre vostro affezionato amico
«NELSON.»
La partenza di Nelson lasciò la corte di Palermo in una grande ansietà. La regina specialmente che conosceva il poco calcolo che si poteva fare di suo marito e che non si fidava del genio di Acton, era alla disperazione; non si risolse però meno di mettersi, quanto si poteva, in istato di difesa; e il giorno seguente, il re, la regina, sir William Hamilton ed Acton, essendosi riuniti, compilarono il seguente proclama:
«Miei fedeli ed amati sudditi.
«I nostri nemici, i nemici della religione e di qualunque governo regolare, in una parola, i Francesi, battuti da per tutto, tentano ancora un ultimo sforzo.
«Diciannove vascelli ed alcune fregate (unico avanzo della spirante lor potenza marittima) sono usciti dal Porto di Brest, e profittando di un colpo di vento favorevole, son entrati nel mediterraneo.
«Essi forse tentarono di liberare Malta dal blocco, e si lusingano probabilmente di poter correre in levante verso l’Egitto, prima che le formidabili e sempre vincitrici squadre inglesi possano raggiungerli. Ma trenta e più vascelli britannici terranno loro dietro, oltre le squadre turca e russa che sono nell’Adriatico. Tutto promette che i devastatori francesi pagheranno ancora questa volta la pena di un tal disperato non meno che temerario ed estremo tentativo.
«Potrebbe però accadere che nel nostro passaggio su queste nostre coste di Sicilia, essi vi tentassero qualche momentaneo insulto, e che costretti dagl’Inglesi o dal vento, tentar volessero l’entrata in qualche porto, o rada di quest’Isola. Prevedendo dunque la possibilità di questo caso, io mi rivolgo a voi tutti, fedeli ed amati miei sudditi, bravi e religiosi Siciliani. Ecco un’occasione da mostrarvi qual siete. Siate vigilantissimi su tutti i punti della costa, ed all’apparire di qualunque legno nemico, armatevi, accorrete al punto minacciato, ed impedite qualunque insulto, qualunque sbarco tentar volesse un tal crudele, sovvertitore ed insaziabile nemico, come accorrevate un tempo contro le incursioni de’ Barbari. Peggiori di questi, più avidi di preda, e più inumani sono i Francesi. I capi militari, la mia truppa di linea, e le milizie co’ loro capi accorreranno con voi alla difesa. E, se oseranno sbarcare, provino essi per la seconda volta il coraggio della brava nazione siciliana. Sì, mostratevi degni de’ vostri antenati. Trovino i Francesi in quest’Isola la loro tomba.
«Se i vostri maggiori combatterono in favore soltanto di un re lontano, con quanto maggior coraggio ed ardore nol farete voi per difendere il vostro re e padre ch’è qui fra Voi alla testa del bravo suo popolo; la vostra tenera madre e sovrana, la sua famiglia tutta affidata alla vostra fedeltà; la nostra santa religione, i nostri altari, le vostre proprietà, i vostri padri, le vostre mogli, i vostri figli? Gettate uno sguardo sul vicino regno infelice. Vedete quali eccessi vi commettono i Francesi, ed infiammatevi di un santo zelo, giacchè la religione istessa vi comanda d’impugnar le armi contro tal sorta di rapaci ed ingordi nemici, i quali, non contenti di devastare una grande parte dell’Europa, hann’osato di mettere le sacrileghe loro mani sulla sacra persona del vicario istesso di Gesù Cristo e trascinarlo prigioniero in Francia. Non li temete. Iddio animerà il nostro braccio, e vi darà la vittoria. Egli già si dichiara per noi.
«I Francesi sono stati battuti dagli Austriaci e dai Russi in Italia, nella Svizzera, sul Reno, e finalmente pur anche da’ fedeli paesani realisti in Abruzzo, in Puglia ed in Terra di Lavoro.
«Chi non li teme, li vince, e le loro vittorie non sono state per l’addietro, che l’effetto della viltà e del tradimento. Coraggio dunque, o bravi Siciliani. Io son qui alla vostra testa. Voi combatterete sotto gli occhi miei, io premierò chiunque si distinguerà pel suo valore. E così potremo anche noi partecipare della gloria di avere sconfitto gl’inimici di Dio, del Trono e della Società.
«Palermo, li 15 maggio 1799.
«FERDINANDO B.»