Chapter 8 of 12 · 2336 words · ~12 min read

VIII.

Malgrado questo proclama del re, e la promessa fatta al popolo siciliano di marciare alla testa del suo esercito, la regina era poco rassicurata, perchè sapeva in che modo il re si metteva alla testa delle sue truppe, avendolo veduto arrivare pel primo a Caserta nella fuga da Roma. Essa si aspettava ad ogni momento di ricevere la notizia di qualche sbarco dei Francesi su qualche punto dell’isola.

Intanto la bandiera che essa ricamava insieme alle principessine era terminata, ed era stata mandata da lei al cardinal Ruffo; un certo Scipione La Marra, che acquistò una mezza celebrità in questa guerra, e che fu incaricato da Nelson dell’arresto di Caracciolo, era mandato ad offrirgliela in nome della regina, con questa lettera ai Calabresi.

«Bravi e valorosi Calabresi,

«La bravura, il valore e la fedeltà da voi dimostrata per la difesa della Santa Cattolica Religione e del vostro buon re e padre, da Dio stabilito per reggervi e governarvi felici, hanno eccitato nell’animo nostro sentimenti così vivi di soddisfazione e di gratitudine, che cl siamo determinati a formare ed ornare colle nostre proprie mani la bandiera, che ora vi mandiamo.

«Questo sarà sempre un luminoso contrassegno del nostro sincero affetto per voi, e della nostra gratitudine alla fedeltà ed al vostro attaccamento per i vostri Sovrani; ma, nel tempo medesimo, dovrà essere un vivissimo sprone per farvi continuare ad agire collo stesso valore e collo stesso zelo sino a tanto che resteranno intieramente debellati, sconfitti e schiacciati i nemici della nostra sacrosanta Religione e dello Stato, cosicchè possiate e voi e le vostre dilette famiglie, la vostra patria, godere tranquillamente i frutti de’ vostri sudori e della vostra bravura, sotto la protezione del vostro buon re e padre FERDINANDO, e di tutti Noi, che non tralasceremo di ritrovare delle occasioni per dimostrarvi che serberassi indelebile ne’ nostri cuori la memoria della vostra fedeltà e delle vostre gloriose gesta.

«Continuate dunque, bravi Calabresi, a combattere col solito valore sotto di questa bandiera, ove colle nostre proprie mani ci abbiamo impressa la Croce, ch’è il segno glorioso della nostra redenzione. Rammentatevi, prodi guerrieri, che, sotto la protezione di un tal segno, sarete vittoriosi; abbiatelo voi per guida, correte intrepidamente alla pugna, e siate pur sicuri, che i vostri nemici saranno sconfitti.

«Noi intanto coi sentimenti della più viva gratitudine preghiamo l’Altissimo, che è il donatore di tutt’i beni, affinchè si compiaccia di assistervi nelle vostre intraprese, che riguardano principalmente il suo onore e la sua gloria, e la vostra e la nostra tranquillità; e piene di affetto e riconoscenza per voi siamo costantemente,

«Palermo, 31 marzo 1799.

«Vostra grata e buona madre

«MARIA CAROLINA.»

In seguito gli altri membri della famiglia reale eransi firmati: — Maria Clementina — Leopoldo Borbone — Maria Cristina — Maria Amalia — Maria Antonia.

La bandiera era splendidamente e riccamente adorna di ricami, come dissi, eseguiti dalle mani delle principesse; essa rappresentava da un lato le armi de’ Borboni della casa di Napoli, con questa leggenda:

AI MIEI BRAVI CALABRESI.

Dall’altro la Croce colle quattro parole:

IN HOC SIGNO VINCES

Il re poi scrisse al 10 di maggio la lettera seguente al cardinale. Questa lettera storica, o che merita di diventarla, spiega le esecuzioni di Napoli, alle quali Ruffo volle opporsi formalmente, e che, sventuratamente pel suo onore e pel mio, Nelson volle eseguire, convinto che il dritto fosse dalla parte del sovrano decaduto, e che le sue vendette fossero giustizia.

Se difatti una tale lettera non era scritta nella piena convinzione che i monarchi di diritto divino hanno diritto di vita e di morte sui loro sudditi, sarebbe ancor più di un’amara irrisione del dispotismo, un insulto del più forte al più debole, e più ancora, una sfida a Dio.

Ecco la lettera, interamente scritta di pugno del re, che quasi mai non voleva scrivere.

«Palermo, 1 maggio 1799.

«Eminentissimo mio. Dopo di aver letta e riletta e con la massima attenzione considerata quella parte della vostra lettera del 1 aprile, che riguarda il piano da formarsi sul destino dei molti rei caduti e che possono cadere nelle nostre forze, sia nella provincia, sia quando col divino aiuto ritornerà sotto il mio dominio la capitale; debbo prima di tutto dirvi che ho trovato quanto mi scrivete sull’assunto pieno di saviezza e di quei lumi, intelligenze, ed attaccamento, delle quali cose mi avete dato, e state dando indefessamente le più certe e non equivoche riprove. Vengo quindi a palesarvi quali siano le mie determinazioni sull’assunto.

«Convengo pienamente con voi che non bisogna inquirire molto, tanto più che, come molto bene voi dite, si sono svelati in modo i cattivi soggetti, che è facile in breve tempo essere al giorno de’ più perversi.

«La mia intenzione e volontà dunque si è che siano arrestate e cautamente custodite le seguenti classi di principali rei, cioè: «Tutti quelli del governo provvisorio, e della commissione esecutiva e legislativa di Napoli, tutti i membri della commissione militare e di polizia formata da’ repubblicani, quelli che sono delle diverse municipalità, e che hanno ricevuta una commissione in generale dalla Repubblica o dai Francesi, e principalmente quelli, che hanno formata una commissione per inquirire sulle pretese depredazioni da me e dal mio governo fatte; tutti quelli uffiziali che erano al mio servizio, e che sono passati a quello della sedicente Repubblica o de’ Francesi; ben inteso però, che è mia volontà, che quando i detti uffiziali venissero presi con le armi alla mano, contro le mie forze o quelle de’ miei alleati, sieno dentro il temine di 24 ore fucilati, senza formalità di processo e militarmente; come egualmente quei baroni, che coll’armi alla mano si opponessero alle mie forze od a quelle de’ miei alleati; tutti coloro, che hanno formato o stampato Gazzette repubblicane, proclami ed altre scritture, come opere per eccitare i miei popoli alla rivolta, e disseminare le massime del nuovo governo. Arrestati egualmente debbono essere gli eletti della città e i deputati della piazza che tolsero il governo al passato mio vicario generale Pignatelli, e lo traversarono in tutte le operazioni con rappresentanze e misure contrarie alla fedeltà che mi dovevano. «Voglio che siano ugualmente arrestati una certa Luisa Molines Sanfelice, ed un tal Vincenzo Cuoco, che scoprirono la contro-rivoluzione de’ realisti, alla testa della quale erano i Backer, padre e figli.

«Fatto questo, è mia intenzione di nominare una commissione straordinaria di pochi ma scelti ministri sicuri, i quali giudicheranno militarmente i principali rei fra gli arrestati, con tutto il rigor delle leggi; e quelli che verranno creduti meno rei saranno economicamente deportati fuori dei miei dominj. E su questo proposito debbo dirvi, che ho trovato molto sensato quanto mi avete rappresentato rispetto alla deportazione, ma bilanciati tutti gl’inconvenienti, trovo, _che val meglio di disfarsi di quelle vipere, che di guardarle in casa propria_, giacchè se io avessi una isola di mia pertinenza, molto lontana dai miei dominj del continente adotterei volentieri il sistema di rilegarveli; ma la somma vicinanza delle mie isole ai due regni renderebbe possibile qualunque trama che costoro potessero ordire co’ scellerati e malcontenti che non si sarà riuscito a stirpare dai miei stati; d’altronde, i rovesci considerabili, che i Francesi, grazie a Dio, hanno sofferti, e che speriamo abbiano maggiormente a soffrire, metteranno i deportati nell’impossibilità di nuocerci. Converrà però ben pensare al luogo della deportazione, ed al modo col quale effettuarla, con sicurezza; e a questo mi sto ora occupando.

«Riguardo alla commissione, che dovrà giudicare quelli che sono maggiormente rei, subito che avremo in mano Napoli, non mancherò di pensarci, contando per quella capitale farli andare da qui. Rispetto poi alle province per i luoghi dove voi siete, può continuare de Fiore, quando voi ne siate contento, e così crediate. Inoltre, quelli tra gli avvocati provinciali e regi governatori, che non han preso partito con i repubblicani, che sono attaccati alla corona e che sieno persone d’intelligenza, possono venir destinati con tutte le facoltà straordinarie inappellabili e delegate; non volendo che i ministri tanto provinciali che della capitale, i quali hanno servito sotto la Repubblica (anche come voglio sperare spinti da un’irresistibile necessità) giudichino i felloni col quali la mia clemenza soltanto non li situa. Anche per quelli, che non sono compresi nelle classi che in questa vi ho specificate, vi lascio la libertà di far procedere con tutto il rigor delle leggi, quando li giudicherete veri e principali rei, e che crederete necessario il loro pronto ed esemplare castigo.

«I ministri togati dei tribunali della capitale, quando non abbiano accettato commissioni particolari da’ Francesi e dalla ribelle Repubblica, e non abbiano fatto che continuare le loro funzioni, di render giustizia ne’ tribunali ne’ quali sedevano, non verranno molestati. Queste sono per ora le mie determinazioni, che v’incarico di fare eseguire nel modo che giudicherete possibile, e ne’ luoghi nei quali ne avrete la possibilità.

«Mi riserbo, subito che riacquisterò Napoli, di fare qualche aggiunta che gli avvenimenti e le cognizioni, che si acquisteranno, potranno determinare. Dopo di che, è mia intenzione, seguendo i doveri di buon cristiano, e di padre amoroso de’ popoli, di dimenticare interamente il passato, ed accordare a tutti un intero e general perdono, che possa rassicurare tutti da ogni traviamento passato, che proibirò ben anche d’indagarsi, lusingandomi che quanto hanno fatto sia pervenuto, non da perversità di animo, ma da timore e pusillanimità. Bisogna però che le cariche pubbliche nelle province siano soltanto affidate a persone che si siano sempre ben condotte colla corona, e che in conseguenza non abbiano mai vacillato, perchè così solo potremo esser sicuri di conservare quello, che si è riacquistato. Prego il Signore che vi conservi pel bene del mio servizio, e per potervi dimostrare in tutti i tempi le mia vera e sincera gratitudine. Credetemi intanto sempre lo stesso vostro affezionato,

«FERDINANDO B.»

Si vede bene, non soltanto il re designava le categorie che intendeva di dover perseguitare, ma designava anche nominativamente alcuni colpevoli. Ma ancora diffidando dei giudici in Napoli, annunziava di volere inviare dei giudici in Sicilia, per fare servire alla sua vendetta l’odio naturale dei Siciliani pei Napolitani.

Del resto egli aveva già mandato nella persona del famoso Speciale, un modello di giustizia; e questo giudice inaugurò le sue funzioni con una tale asprezza, da spaventarne lo stesso Troubridge, che non era poi tanto facile a spaventarsi.

Questo giudice arrivò. Troubridge dopo aver parlato con lui scriveva a Nelson:

«A bordo del _Culloden_ in vista di Procida, 13 aprile 1799.

«È giunto il giudice che m’ha fatto l’impressione della più velenosa creatura che mi sia stato dato di vedere. Bisogna aver perduto compiutamente la ragione: dice _che sessanta famiglie gli sono indicate_, e che gli occorre assolutamente un vescovo che sconsacri i sacerdoti perchè possano costoro essere giustiziati. Gli ho detto d’impiccarli prima; chè, se non crede la forca degradante abbastanza, ben io la credo tale.

«TROUBRIDGE.»

Cinque giorni dopo Nelson ricevette da Troubridge questa seconda lettera sullo stesso argomento.

«18 aprile,

«Due giorni or sono, il giudice venne da me ad _offrirmi_ di profferir sentenza. Solo mi diede ad intendere, che tal suo procedere non _sarebbe del tutto regolare_. Dalla sua conversazione potei comprendere che le sue istruzioni erano di procedere fino al termine in un _modo sommario_ e SOTTO DI ME. Gli dissi che per quest’ultimo punto s’ingannava a partito; poichè non si trattava di sudditi inglesi. È curioso il suo modo di fare i processi: al solito, i colpevoli sono assenti, di maniera che, capite bene, la faccenda è presto terminata. Quello che chiaro risulta da tutto ciò, si è che veggo volersi addossare a noi la parte odiosa dell’affare; ma non è questo il parer mio, e camminerà diversamente, ve ne do parola, o sarà malmenato da me, occorrendo.

«TROUBRIDGE.»

Infine il 7 di maggio, qualche giorno prima di ricevere l’avviso di lord S. Vincent che annunziava il passaggio della flotta francese nello stretto, mise in agitazione la Sicilia.

Nelson ricevette intorno allo stesso Speciale questa terza lettera:

«7 maggio 1799.

«Milord, ho avuto or ora un lungo colloquio col giudice: m’ha detto che avrebbe terminato tutte le sue operazioni nella prossima ventura settimana, e che era usanza dei suoi colleghi, e quindi la sua, di non ritirarsi se non dopo aver condannato: le sue condanne terminate, ha soggiunto, dovrebbe immediatamente imbarcarsi sopra un _legno da guerra_ nostro. M’ha detto ancora che, mancando il vescovo per sconsacrare i preti, si mandassero costoro in Sicilia ond’esservi sconsacrati per ordine del re, e quindi ricondurli qui, per impiccarli. _Un vascello inglese per questa bisogna_. Oibò! E dimandarmi un impiccatore; ah! in quanto a questo ho rifiutato ricisamente. Se non si può trovare un boia qui, se ne mandi uno da Palermo. Veggo lo scopo. Uccideranno essi, ed il sangue ricadrà su di noi. Non si ha idea della procedura di questi uomini, nè come si fanno le deposizioni dei testimoni — quasi sempre, i colpevoli non compariscono innanzi al giudice che per sentirsi condannare. Ma il nostro giudice vi trova il suo conto, perchè la maggior parte dei condannati è molto ricca.

«Del resto ho la coscienza tranquilla adesso, rispetto a Caracciolo. Egli è senz’altro un _giacobino_. Vi mando una sua lettera che non lascia alcun dubbio a questo riguardo.

«TROUBRIDGE.»

Consacro l’intiero capitolo a citare le lettere del re e di Troubridge, per separare in questo grande massacro, in cui sono accusata di aver messo mano, la parte di ciascuno. Mi confesso colpevole, e ben colpevole oggi che dopo dodici o quattordici anni di tempo veggo passarmi dinanzi alla mente gli uomini e gli avvenimenti, ma io non mi confesso colpevole che della mia parte di colpa.

Queste colpe sono delitti? la bilancia è nelle mani di Dio, egli giudicherà.

Intanto riprendiamo gli avvenimenti dove li abbiamo lasciati, vale a dire nel momento in cui Nelson, disperato di avermi lasciato, incrocia innanzi a Maretimo, ove la corte di Palermo trema di vedere sbarcare i Francesi in Sicilia, e dove Ruffo seguitando il suo cammino trionfale, non è che a poche giornate da Napoli.