Chapter 4 of 12 · 1228 words · ~6 min read

IV.

Il re aveva ragione di amare la caccia, perchè era di una bravura rimarchevole; sir William Hamilton era l’ordinario suo compagno di caccia, e che era pure un eccellente tiratore, mi diceva che il re faceva a questo esercizio dei veri prodigi: benchè non tirasse mai che a palla, era sicuro di ferire l’animale dove voleva, vale a dire nell’incavo della spalla: ma ciò che è curioso si è che esigeva dagli altri cacciatori, non già un’abilità eguale alla sua, il che sarebbe una cosa impossibile, ma una che ci si avvicinasse: una volta che aveva cacciato tutta la giornata nella foresta della Ficuzza, e che i cacciatori erano riuniti intorno ad un mucchio di cignali uccisi, il re ne scoperse uno ferito al ventre.

Il rossore della collera gli salì alla fronte, e gettando uno sguardo irato sulla comitiva:

— Chi è quel porco, disse, che ha fatto questo colpo?

— Io, sire, rispose il principe di San Cataldo, e per questo bisogna forse impiccarmi?

— No, disse il re, ma bisogna restare in casa.

L’onore che il re faceva al presidente Cardillo andando a caccia da lui, eccitò l’ambizione dei suoi cortigiani; le abbadesse dei conventi siciliani ebbero allora la felice idea di popolare i parchi dei loro conventi di cervi, di daini e di cignali, invitando il re a dare alle povere recluse, di cui esse dirigevano le anime, la distrazione di una caccia. Si comprende bene che Sua Maestà, che non aveva più, come nelle sue foreste di terra ferma, la casa di riposo di cui abbiamo parlato, si guardò bene di rifiutare un simile invito. Era un mezzo di ritrovare a cento leghe da Napoli la sua Colonia di S. Leucio, quella caccia, che egli rimpiangeva dopo quella dei cignali agli Astroni, e dei fagiani a Capodimonte.

Mentre il re Ferdinando dimenticava la perdita del suo regno ripopolando i suoi parchi della Ficuzza, di Castelvetrano, e della Favorita, e devastando quelli del presidente Cardillo e delle religiose; vi era però un uomo che chiuso in una cella del convento della Gancia, pensava a riconquistare il regno.

Quest’uomo era il cardinale Ruffo, detestato dalla regina e quasi dimenticato dal re, e che voleva vendicarsi del rifiuto che gli era stato fatto di un posto militare, provando che egli aveva più iniziativa di tutti i generali che erano fuggiti col re, e che sollecitavano l’onore di accompagnarlo alla caccia o di fare la sua partita al reversi.

Del resto, siccome il reversi era un giuoco troppo grave, per la parte frivola della corte di cui faceva parte, si creò un banco di trenta e quaranta.

Avevo sempre amato con passione il giuoco, più libera che mai in tutte le mie fantasie; mi ci abbandonai con furore.

Nelson non giuocava mai, ma stando seduto dietro di me col suo unico braccio appoggiato alla spalliera della mia sedia, mi parlava sottovoce del suo amore, il che mi cagionava un doppio piacere pel giuoco.

Ahimè! ed oggi che sto languendo al dileguarsi di una moneta d’oro necessaria pel nostro nutrimento della settimana, non è senza rimorsi che mi ricordo quell’epoca, in cui colle mani nell’oro fino ai gomiti ne gettava manate sulla tavola.

A proposito di colui che teneva il banco, vale a dire a proposito del duca di S...... debbo aggiungere un particolare a questa confessione che promisi di rendere completa.

Il duca di S...... era una specie di Casanova, appartenente d’altronde ad una famiglia di Sicilia; era molto conosciuto in Europa pei suoi viaggi, pel soggiorno che aveva fatto nelle principali città, e specialmente pei suoi duelli, che quasi tutti ebbero origine dalla straordinaria sua fortuna al giuoco.

Ma ora non si tratta di ciò. Non so se come banchiere il duca di S..... avesse scrupolosamente nel mazzo le cinquantadue carte; ma ciò che so, si è che ogni giorno aveva una spilla nuova alla camicia ed un brillante nuovo in dito. Ero donna, il diamante mi tentava; glielo chiesi per osservarlo, lo metteva in dito o al collo; lo pregava di cedermelo, egli me l’offriva colla certezza che glielo avrei rifiutato; ma il mio desiderio sarebbe stato ascoltato o dalla regina o da sir William o da Nelson; in ogni caso era sicura di trovare il giorno dopo sulla mia toletta l’oggetto di cui mi era invaghita il giorno prima.

Chi me l’avesse dato, non me ne informai nemmeno; in questa vita di prodiga spensieratezza agitantesi nell’oro senza sapere donde esso venisse a dove andasse, che m’importava mai di due o trecento luigi di più o di meno?

Però l’ho saputo poi. Ognuna di quelle monete d’oro veniva dal popolo, ed era ancor rorida di sudore quando non lo era di sangue.

In ogni caso, una cosa di cui posso rispondere, si è che il duca di S... non ha fatto dei cattivi affari privandosi per me ad uno ad uno dei gioielli del suo scrigno.

Il mese di gennaio passò in questo modo; le notizie che si ricevevano da Napoli erano disastrose.

Da principio era stato conchiuso un armistizio fra il principe Pignatelli vicario generale ed i francesi; poi questo armistizio essendo stato violato dai lazzaroni, e non eseguito dal vicario generale, i francesi avevano marciato su Napoli, e dopo tre giorni di lotta accanita erano entrati in città.

Il vicario generale allora fuggì anch’egli, ed era giunto a Palermo.

Infine il 22 gennaio la Repubblica era stata proclamata a Napoli. S. Gennaro aveva fatto il miracolo, e il Vesuvio, avendo fatto una piccola eruzione, aveva anch’esso, al dire dei soldati francesi, inalberato il beretto rosso.

Il re Ferdinando si era da qualche tempo disgustato con S. Gennaro, che dopo avergli rifiutato di fare il miracolo in di lui favore, lo aveva fatto invece pe’ francesi; è vero che per determinarlo, Championnet, per quanto si assicura, aveva adoperato dei mezzi irresistibili.

In conseguenza di ciò, Ferdinando destituì San Gennaro del suo grado di luogotenente generale, che il general Mack aveva esercitato per quindici giorni in suo nome, e gli tolse lo stipendio annesso alla carica.

Ma ciò non era tutto.

I giacobini, colle loro immense relazioni nelle provincie, lavoravano per la democratizzazione degli Abruzzi, della Terra di Lavoro e delle Calabrie.

Se si arrivava a democratizzare le Calabrie, la rivoluzione non aveva che a passare lo stretto per metter piede in Sicilia, e la Sicilia aveva pure buon numero di giacobini, che avevano la speranza che al primo allontanamento della flotta inglese, Palermo, come Napoli, farebbe la sua rivoluzione; e allora non si trattava nientemeno per il re e per la regina che di far loro un processo come quello di Luigi XVI e di Maria Antonietta, in seguito al quale, la piazza di Luigi XV la poteva mutare di denominazione e diventare piazza della rivoluzione.

Il giorno stesso in cui la Repubblica era stata proclamata a Napoli, vale a dire il 22 gennaio 1799, il re aveva riunito un gran consiglio di stato a Palermo, nello scopo di trovare un mezzo qualunque per rintuzzare la rivoluzione che si avvicinava a gran passi.

Si discuteva già da due ore, senza venire ad una conclusione, quando l’usciere entrò e chiese pel cardinale Ruffo il permesso di entrare in consiglio e prendere parte alla deliberazione.

Egli veniva semplicemente per proporre al re di mettersi alla testa dei reazionarii calabresi, e di marciare con essi sopra Napoli.