Chapter 5 of 12 · 2505 words · ~13 min read

V.

Una tale proposta meritava di essere presa in considerazione, quantunque al primo momento avesse sollevato il dubbio in tutti gli animi; ma Ruffo che fin dal suo arrivo in Sicilia, vale a dire dopo il 26 dicembre, aveva inviato cinque o sei messaggeri in Calabria ed aveva scritto a tutti i membri della sua famiglia, diede tali prove che la Calabria non aspettava che lui per sollevarsi, che il re, seduta stante, diede la sua adesione al progetto del cardinale, e giudicando che non aveva tempo da perdere per metterlo in esecuzione, promise al cardinale che fra tre giorni avrebbe il suo brevetto di vicario generale.

Ruffo chiedeva che, dal momento che il consiglio era riunito, gli dessero immediatamente le lettere patenti, ma il re dichiarò che voleva incaricarsi della relazione.

Quando il re parlava in tal modo, si sapeva ciò che voleva significare; la cosa era riservata al suo consiglio intimo, vale a dire alla regina, al generale Acton ed a sir William.

Il re entrò altiero e giulivo; il suo amico cardinale tanto sprezzato dalla regina, quell’uomo di chiesa, che non si era creduto degno di un posto di capo d’ufficio al ministero della guerra o della marina, proponeva una cosa che si sarebbe dovuta aspettare dal principe reale, e di cui egli non ebbe nemmeno l’idea.

Egli riunì la regina, sir William, lord Nelson ed il generale Acton, e comunicò loro la proposta di Ruffo.

Tutti furono dell’opinione di accettare, fuorchè la regina che non approvò nè disapprovò, accontentandosi di stare in silenzio.

Sir William fu il primo a dire che la situazione essendo disperata, non eravi da esitare un momento.

Siccome la regina non aveva altro motivo di rifiuto da dare che la sua antipatia pel cardinale, la sua ragione non prevalse.

Si convenne che alla mattina del giorno seguente il cardinale sarebbe chiamato a palazzo, e che, in sua presenza e coi suoi consigli, si sarebbe discusso e compilato l’atto che gli conferiva la lettera di vicario generale.

Alla sera stessa del 22, l’ammiraglio Francesco Caracciolo si presentò a palazzo, e chiese di essere ricevuto dal re.

Il re che si sentiva di aver torto verso Caracciolo, e che per conseguenza avrebbe difficilmente sopportato la sua presenza, fece rispondere che, occupato in affari urgentissimi, pregava l’ammiraglio se aveva qualche cosa da chiedergli, glielo chiedesse in iscritto.

L’ammiraglio lasciò una petizione, in cui chiedeva la sua dimissione del grado di ammiraglio della marina napoletana e pregava il re di dargli il permesso di tornare a Napoli.

Il re, suscettibile come chi si trova di aver torto, prese l’occasione di sbarazzarsi dell’ammiraglio, e scrisse sulla dimanda:_ Si accordi — ma sappia il cavaliere Caracciolo che Napoli è in potere del nemico_.

Caracciolo non fece attenzione ai termini in cui era stato accordato il congedo; non vide che il permesso di lasciar Palermo; e col cuore amareggiato lasciò Palermo il mattino del giorno dopo.

Nel momento che egli lasciava Palermo si compilava questo manifesto.

* * *

«CARDINALE RUFFO

«La necessità di accorrere prontamente, con ogni efficace e possibil mezzo, alla preservazione delle province del Regno di Napoli, dalle numerose insidie, che i nemici della religione, della corona e dell’ordine promulgano ed adoprano per sovvertirle, mi determina ad appoggiare a’ di lei talenti, zelo ed attaccamento la cura ed importante commissione d’assumere la difesa di quella parte del Regno non ancora invasa dai disordini di ogni genere e dalla rovina che la minaccia nell’attual seria crisi.

«Incarico pertanto Vostra Eminenza di portare sollecitamente nella Calabria, come la parte, che premurosamente ho a cuore di porre, per la prima, nel massimo grado di praticabile difesa per combinare le operazioni o misure con quelle che convengono alla difesa del Regno di Sicilia, e camminare in esse di concerto contro il comune nemico, tanto per rendere immune l’una e l’altra parte da ostilità, come dai mezzi di seduzione che si possono introdurre, negli estesi loro littorali, per arte e tentativi dei malintenzionati della capitale o del resto dell’Italia.

«Le Calabrie, la Basilicata, le provincie di Lecce, Bari e di Salerno, l’avanzo di quella Terra di Lavoro e di Montefusco, ch’è restato dopo la scandalosa cessione fatta, saranno l’oggetto delle di lei massime ed energiche premure.

«Ogni mezzo, che dall’attaccamento alla religione, dal desiderio di salvare la proprietà, la vita e l’onore delle famiglie, o dalle ricompense per chi si distinguesse, crederà di potere impiegare, sarà adoprato senza limiti ugualmente che i castighi più severi. Qualunque molla finalmente che giudicherà poter suscitare in quell’istante a credere capace di animare quegli abitanti ad una giusta difesa, dovrà eccitarla. Il fuoco dell’entusiasmo, in ogni regolar senso, sembra nell’attual momento il più atto a superare come a contrastare con le novità, che lusingano l’ambizione di alcuni, con l’idea di acquistare per rapine, colla vanità e l’amor proprio di altri, e colla illusoria speranza che offrono i fautori delle moderne opinioni e de’ maneggi rivoluzionari, ma di cui gli esempii in tutta l’Italia ed Elvezia presentano il contrario aspetto e le più desolanti conseguenze.

«Per mandare ad effetto ogni qualunque misura, diretta alla conservazione delle provincie, al riacquisto benanche di quelle invase, come a quello della disordinata capitale, l’autorizzo, come commissario generale nelle prime province, ove manifesterà la sua commessione, e con la qualità di vicario generale di quel Regno, allorchè si troverà in possesso, e munito di attiva forza in tutte o nella maggior parte delle medesime, a fare i proclami, che stimerà migliori e conducenti al fine ingiuntole.

«Le accordo coll’_alter ego_ le facoltà di rimuovere nel mio nome ogni preside, ogni regio amministratore, ogni ministro di tribunale, ed inferiori impiegati in qualunque grado politico, come anche di sospendere ogni uffiziale militare, allontanarlo, farlo arrestare, occorrendo, se ne troverà motivo, e d’impiegare interinalmente chi stimerà per rimpiazzare le vacanze, e finchè le abbia io approvate per la proprietà, sulle di Lei richieste, acciò tutti i dipendenti del governo riconoscano nell’Eminenza Vostra il superiore primario da me destinato a dirigerli, ed agiscano con vivacità, senza mora nè difficoltà alcuna a quanto necessita negli ardui e critici attuali momenti.

«Questa caratteristica di commessario o di vicario generale sarà assunta a di Lei scelta nel modo e quando crederà conveniente all’oggetto, perchè colle facoltà ed _alter ego_ che le concedo, nel più esteso modo intendo che faccia valere e rispettare la mia sovrana autorità, e con essa preservi il mio regno da ulteriori danni.

«Dovrà perciò adoprare con severità e prontamente ogni più rigoroso mezzo di castigo, qualora a ciò la richiami la necessità del momento e della giustizia, sia per farla ubbidire, o per ovviare a’ serî sconcerti onde coll’esempio e col togliere di mezzo la radice o seme che troppo rapidamente potesse estendersi e germogliare, negl’istanti di disorganizzazione delle autorità da me stabilite, o disposizione di alcuni al sovvertimento, venga riparato a maggiori eccessi ed inconvenienti.

«Tutte le casse regie di ogni denominazione dipenderanno dai suoi ordini. Veglierà che non ne passi somma alcuna nella capitale, mentre si trova questa nello stato d’anarchia in cui, senza legittimo governo, soggiace attualmente. Il denaro di dette casse sarà da lei adoprato pel comune e necessario bene delle provincie, ne’ pagamenti opportuni al governo civile, e ne’ mezzi di difesa, da provvedersi istantaneamente, come al pagamento dei loro difensori.

«Mi darà conto regolare di ciò che sullo assunto avrà stabilito o penserà di stabilire, e sopra di cui vi fosse tempo da sentire le risoluzioni e ricevere i miei ordini.

«Sceglierà due o tre assessori legali, probi e di sua fiducia, per affidar loro la decisione di alcune cause più gravi, che per appello doveano mandarsi ai tribunali della capitale: acciò essi terminino con finali decisioni quelle pendenze nel modo il più breve. Potrà prevalersi dei togati della capitale o de’ ministri delle provincie per tale commissione, autorizzandoli a decretare benanche le altre cause che ai medesimi stimerà di commettere; come anche gli appelli che ne venissero portati, ed assicurerà colla dimissione di detti ministri, se occorrerà, la più retta giustizia, che amministrerà in mio nome nelle provincie da Lei dipendenti.

«Dalle annesse carte, che le riunisco, rileverà che nella persuasione che non fosse del tutto sbandato il numeroso esercito che teneva in quel regno, e da cui sono stato crudelmente servito, aveva ordinato che quegli avanzi si fossero portati in Salerno, e fino nelle Calabrie per difesa di esse, o per un concerto indispensabile colla Sicilia. Nei momenti attuali, qualunque sia il comandante che si presenterà in esse provincie con qualche truppa, dovrà andar d’accordo in ogni parte di servizio e movimenti con Vostra Eminenza, cessando necessariamente le disposizioni enunciate negli annessi fogli; ma il Duca della Salandra o altro generale che giungesse con detta truppa, seguiterà le prescrizioni nuove che qui accenno. Le notificherà al medesimo, e spedirò in appresso quelle provvidenze ulteriori, che i lumi e le notizie che mi manderà potranno richiedere.

«Rispetto dunque alla forza militare, dovendo presumere che non n’esista della regolare, sarà di Lei cura, ed è l’oggetto principale della sua commissione, di eccitare ogni mezzo ed ogni maggiore energia perchè si organizzi un corpo militare qualunque, sia composto esso di soldati fuggiaschi o disertori, che in patria riacquistassaro il coraggio e l’animo che ha distinto i bravi corpi dei Calabresi ne’ recenti fatti col nemico; oppure sia di quei buoni e ben pensanti abitanti, che le sacre ragioni esposte e patenti di valida difesa, come l’onore nazionale, posson indurre efficacemente a prendere le armi.

«Per ottenere ciò io non le prescrivo i mezzi che tutti lascio al suo zelo, tanto in modi d’organizzazione che per la distribuzione delle ricompense d’ogni genere: se queste saranno in denaro, potrà accordarle subito, se saranno in onore ed impieghi che prometterà, potrà istallare interinalmente quelli che giudicherà, e me ne renderà inteso per la conferma ed approvazione, come pure pei distintivi promessi.

«Giungendo la truppa regolare che aspetto potrò farne passare una porzione in Calabria, o in altre parti della terra ferma, come egualmente quei generi in munizioni ed artiglieria, che potrò dividere fra quelle provincia e la Sicilia.

«Sceglierà le persone di sua fiducia che nel militare, o in impieghi politici crederà di situare alla sua immediazione; stabilirà per essi condizioni provvisorie ed appoggerà loro quelle incumbenze che stimerà poter meglio convenire.

«Per le spese di V. Eminenza, adoprerà la somma di ducati _millecinquecento_ il mese, che possono esserle indispensabilmente necessarii; ma le accordo ogni ulteriore somma maggiore che crederà convenire al disimpegno della sua Commissione, nel portarsi specialmente da un luogo all’altro, senza peso alcuno a que’ popoli ed università.

«Le concedo parimente l’uso del denaro che troverà nelle casse (e che sarà sua cura di farsi entrare dalle stabilite percezioni) per adoperarne porzione all’acquisto di notizie indispensabili alla sua commissione, sia dalla capitale o dalle provincie, sia anche da fuori per le mosse del nemico. Siccome trovasi nel maggior disordine la detta capitale pei partiti che la lacerano, e dei quali è giuoco il popolo, farà vegliare da abili ed adattati soggetti, ad informarsi del tutto bene e giornalmente; e si procurerà ivi benanche delle corrispondenze ed intelligenze che fomentino tra i buoni e cordiali vassalli i veri sentimenti d’attaccamento ad ogni loro più sacro dovere: non risparmierà denaro per quest’oggetto quando crederà poterselo proficuamente impiegare.

«Non mi estendo in particolari maggiori per le misure di difesa che nel massimo grado da lei aspetto; molto meno per quelle contro le mozioni interne, attruppamenti, seduzioni, emissari, e mala volontà di alcuni. Lascio al discernimento di Vostra Eminenza il prendere più pronte determinazioni, e per la giustizia subitanea contro tali delinquenti. I presidi (quello di Lecce specialmente) alcuni ben cordati vassalli ed abitanti in quelle parti, i vescovi, i parrochi ed onesti ecclesiastici, la informeranno di tutti i bisogni, come dei mezzi locali, e questi ultimi saranno certamente adoperati con quella straordinaria energia e vivacità, che prescrivono le circostanze.

«Attendo dall’Imperatore soccorsi d’ogni genere; il Turco me li promette ugualmente: così la Russia: onde le squadre di quest’ultima potenza, prossima al litorale di queste regioni, sono pronte a soccorrermi.

«Ne avviso lei, perchè nelle occasioni possa prevalersene ad ammettere benanche porzione di quelle truppe nelle provincie, se il caso lo richiedesse; come ricevere pure dalle loro squadre quegli ajuti, che la natura delle operazioni facessero considerar utili alla sicura loro difesa.

«Le accenno queste misure dipendenti dall’esterno per ogni buon fine, mentre le farò passare indi quelle ulteriori notizie che riguarderanno un più sicuro concerto. Lo stesso saprà relativamente agli Inglesi, la squadra dei quali veglia assiduamente alla salvezza della Sicilia.

«Ogni modo di ricevere nuove e di spedirmele regolarmente, almeno due volte la settimana, sarà da lei stabilito ed assicurato con precisione, perchè le notizie concernenti la importante sua Commissione mi giungano spesso e opportunamente come necessarie; indispensabili benanche alla difesa di questo Regno.

«Confido nel suo attaccamento e ne’ suoi lumi — ed attendo che Ella corrisponderà, come ne sono sicuro, a quanto vivamente e pienamente da Lei spero.

«Palermo, 25 gennajo 1799.

«FERDINANDO.»

Questo manifesto gli fu consegnato nello stesso giorno in cui fu scritto, vale a dire il 25 gennaio 1799.

Il cardinale era stato prevenuto che, malgrado i sessantacinque o sessantasei milioni che il re aveva portato seco, non poteva dargli altro denaro che tremila ducati, vale a dire dodici mila franchi, per sovvenire a tutte le sue spese per la ristorazione. Una volta in Calabria, egli dovea pensare a provvedere ai mezzi di contribuzione volontaria o forzosa, od in qual siasi altro modo trovasse più conveniente.

Ma al momento della partenza si credette di aver trovato una miniera; il marchese Luzzi prevenne il prelato, da parte del re, che il marchese don Francesco Taccone, tesoriere generale del regno di Napoli, era arrivato a Messina, latore di cinquecentomila ducati, vale a dire più di due milioni, concambiati a Napoli con effetti del banco. Siccome questo danaro apparteneva alla cassa generale del regno di Napoli, il re acconsentiva di cederlo al prelato per i bisogni della spedizione. Affrettiamoci a dire ciò che però maraviglierà punto coloro, che conoscono quanto facilmente a Napoli il denaro resti aderente alle mani di coloro che lo maneggiano; nè il cardinal Ruffo, nè il re, nessuno insomma potè por mano su questi due milioni e cinquecento mila franchi.

Il cardinale non perdette tempo, al 26 gennaio, vale a dire il giorno seguente a quello in cui ebbe il manifesto, partì per Messina, ove si recò in parte per via di terra ed in parte per mare.

Dopo aver fatto inutili ricerche a Messina per l’incasso dei cinquecento mila ducati, il cardinale passò in Calabria, ove arrivò l’8 febbraio 1799 sulla spiaggia di Catona, ove spiegò dal balcone del casino di suo fratello il duca di Baccanello, la bandiera reale, portante da un lato lo stemma reale e dall’altro la croce, colla iscrizione che era impressa quindici secoli prima sul labaro di Costantino:

IN HOC SIGNO VINCES

Dopo quindici giorni sapemmo che mille uomini si erano uniti a lui, e che, lasciata la costa di Messina, era partito per Monteleone.