Chapter 5 of 7 · 6798 words · ~34 min read

libro ci

sarebbe da scrivere! Ma come orientarsi fra tanta confusione! (_Guarda verso la porta di sinistra_) Guardate, escono da tavola.

SCENA II.

=Detti, Stensgard, Fieldbo, Hejre, Aslaksen,= =Erik, Selma.=

(_Gli invitati passano dalla sala da pranzo in giardino, chiacchierando. Stensgard è in mezzo a Selma e a Dora. Fieldbo e Aslaksen sono in piedi vicino alla porta in fondo. Più tardi Erik e Hejre_).

STENSG. Io sono ancora un forestiero qui.... prego queste signore di dirmi dove debbo condurle.

SELMA. Laggiù, all’aria fresca, vedrete il giardino.

STENSG. Oh, dev’essere delizioso. (_Se ne vanno dalla prima porta a vetri, a destra_).

FIELDBO. Ah Dio mio, ma era proprio Stensgard.

ASLAK. Sicuro, io sono venuto qui apposta per parlar con lui: lo cercavo da un pezzo, quando ho incontrato Daniele Hejre che m’ha detto....

HEJRE (_esce dalla sala da pranzo a Erik_). Oh, oh! com’era squisito quello Xèrès; solamente a Londra ne ho bevuto di così buono.

ERIK. Non è vero che questo mette un po’ di sangue nelle vene?

HEJRE. Ah, ah! Sì! È un piacere veder speso così bene il proprio denaro!

ERIK. Come? (_Ridendo_) Sì, sì, è vero, avete ragione. (_Vanno in giardino_).

FIELDBO. Avete bisogno di parlar d’affari con Stensgard?

ASLAK. Sicuro, del resoconto della festa pel giornale.

FIELDBO. Va bene. Allora sarebbe meglio che lo aspettaste fuori, in anticamera; qui non mi pare il luogo più conveniente. Appena che mi capiti di veder Stensgard solo, glie lo dirò subito.

ASLAK. Bene bene, aspetterò. (Esce dal fondo).

SCENA III.

=Bratsberg, Fieldbo, Lundestad, Ringdal.=

BRATSB. (_a Lundestad_). Sfrontato dite? Bene, in quanto alla forma, non lo nego; ma nel suo discorso c’era dell’oro di diciotto carati; ve lo assicuro io!

LUND. Eh, se Vostra Eccellenza è contenta, io non ho più nulla da ribattere!

BRATSB. Bravissimo. Ma ecco qua il nostro dottore; collo stomaco vuoto, probabilmente?

FIELDBO. Non del tutto. In ogni caso, la sala da pranzo è vicina, e io qui mi considero un po’ come in casa mia....

BRATSB. Oh, oh, guardate un po’!

FIELDBO. Non vorrete interpretar male le mie parole; non è vero? Da che voi stesso mi avete tante volte autorizzato....

BRATSB. Sì, sì, consideratevi pur sempre come in casa vostra; e avviatevi pure alla sala da pranzo. (_Gli batte leggermente sulla spalla e si rivolge a Lundestad_) Eccone un altro che voi qualifichereste come cavalier d’industria e.... di che ancora? Ho dimenticato....

FIELDBO. Ma signore!

LUND. Ma no, vi assicuro....

BRATSB. Andiamo! Bando alle discussioni dopo pranzo: ciò non sarebbe igienico. Venite a prendere il caffè di fuori. (_Va in giardino co’ suoi ospiti_).

LUND. (_a Fieldbo_). Avete osservato come è strano quest’oggi il ciambellano?

FIELDBO. Io l’avevo già notato ieri sera.

LUND. S’è fitto in capo ch’io abbia detto che l’avvocato Stensgard è un cavalier d’industria, ed altri simili complimenti.

FIELDBO. Ebbene, signor Lundestad? E se anche l’aveste detto? Ma scusatemi, io debbo ancora salutare la padrona di casa. (_Esce dalla destra_).

LUND. (_a Ringdal che passava una tavola da giuoco_). Ma in che modo l’avvocato Stensgard è qui?

RINGD. Io potrei chiederlo a voi: eppure non era sulla lista degli invitati.

LUND. Allora è stato dopo.... l’insolente suo discorso di ieri?

RINGD. Sì, che ve ne pare? Questa si chiama prudenza. (_Scendono chiacchierando in giardino. Intanto arrivano Stensgard e Selma_).

SCENA IV.

=Stensgard, Selma,= poi =Erik.=

SELMA. Sì, là in fondo, al disopra della cima degli alberi, si vede il campanile della chiesa, e la parte alta della città.

STENSG. Davvero! Non l’avrei creduto.

SELMA. Non è vero che la vista laggiù è magnifica?

STENSG. Ma tutto è magnifico qui: il giardino, la vista, il sole e la gente. Voi abitate qui tutta l’estate?

SELMA. No, mio marito ed io andiamo e veniamo; la nostra casa è in città, ed è assi più bella di questa.

STENSG. E la vostra famiglia sta pure in città?

SELMA. La mia famiglia? Ma noi principesse dei racconti delle fate, non abbiamo famiglia!

STENSG. Ah, ah!

SELMA. Tutt’al più possediamo una matrigna cattivissima.

STENSG. Una strega! Ah, ah, mia bella principessa!

SELMA. Nei castelli incantati si vedono gli spettri verso la mezzanotte. Il dottor Fieldbo sostiene che ciò è piacevolissimo.... ma non mi pare.... sentite....

ERIK (_dal giardino_). Ah finalmente, si ritrova la propria mogliettina!

SELMA. La mogliettina.... chiacchierina.... che racconta al signor Stensgard il romanzo della sua vita.

ERIK. Brava! E che parte fai fare al marito?

SELMA. Quella del principe, si capisce. (_A Stensgard_) Sapete, arriva sempre il principe, che distrugge l’incanto; e allora tutti sono felici, il cielo è sempre azzurro, la foresta sempre verde, la gioia senza confini, e la storia è bell’e terminata.

STENSG. Sì, ma è stata troppo corta.

SELMA. Forse, sotto un certo punto di vista.

ERIK (_cingendole la vita_). Ma da questa storia ne nasce un’altra, ed ecco la principessa diventata regina!

SELMA. Ma precisamente come lo divengono le vere principesse?

ERIK. Vale a dire?

SELMA. Esse se ne vanno lontano lontano, in un altro regno.

ERIK. Un sigaro, signor Stensgard?

STENSG. Grazie, non per adesso.

SCENA V.

=Stensgard, Erik, Fieldbo, Selma, Dora,= poi =Bratsberg=.

SELMA. Eccoti finalmente, cara Dora? Ti senti poco bene?

DORA. Io? No.

SELMA. Sì, sì. Da qualche giorno ti vedo discorrere seriamente col dottore....

DORA. No, ti assicuro.

SELMA. Lascia un po’ che ti veda! Come sei accesa! Il tuo viso scotta! Che ve ne pare, dottore, quando finirà questo caldo?

FIELDBO. Eh, signora mia, ogni cosa a suo tempo!

DORA. Sì, neanche il freddo è delizioso certo!

SELMA. No: una temperatura media, come dice mio marito.

BRATSB. (_dal giardino_). Oh, oh, tutta la famiglia in intimo colloquio: ciò non è troppo gentile verso i nostri ospiti!

DORA. Caro papà, io vado subito.

BRATSB. Ah, ah, signor Stensgard, voi fate la corte alle signore!... Vi sorveglieremo!

DORA (_piano a Fieldbo_). Restate. (_Va in giardino_).

ERIK (_offrendo il braccio a Selma_). La signora permette?

SELMA. Andiamo! (_Si allontanano tutti e due_).

BRATSB. (_seguendoli cogli occhi_). Non c’è da pensare a separarli quei due!

FIELDBO. Oh, sarebbe una cattiva idea!

BRATSB. Fortunatamente c’è un Dio per i pazzi. (_Chiamando_) Dora, Dora! Bada a Selma! Portale uno scialle, fa fresco: non lasciarla correre così, finirà per infreddarsi! Ah, dottore, non si è mai abbastanza previdenti.

FIELDBO. Eh, lo si diventa coll’andar del tempo, quando si è fatta l’esperienza a proprie spese!

BRATSB. Giustissimo. Ma voi, che vi considerate qui come in casa vostra, dovreste occuparvi un pochino dei nostri ospiti.

FIELDBO. Sì, volontieri. Stensgard, vuoi venire....

BRATSB. Ah, ecco il mio vecchio amico Hejre....

FIELDBO. Che anch’esso si considera qui come in casa sua, non è vero?

BRATSB. Ah, ah, ah! Verissimo! Avete ragione!

FIELDBO. Ebbene, vado a raggiungerlo, e faremo del nostro meglio. (_Esce_).

SCENA VI.

=Bratsberg, Stensgard.=

STENSG. Vostra Eccellenza parlava di Daniele Hejre, non è vero? A dire il vero, fui molto sorpreso di vederlo qui.

BRATSB. Hum! Hejre ed io siamo amici d’infanzia, e in seguito abbiamo avuto molte occasioni di trovarci riuniti.

STENSG. Appunto a questo proposito, Hejre ci raccontava ieri delle cose assai curiose....

BRATSB. Hum!

STENSG. Senza di che, non sarei stato così eccitato. Ha un certo modo di parlare degli uomini e delle cose.... in verità, egli è proprio una cattiva lingua!

BRATSB. Mio caro e giovane amico, il signor Hejre è ospite mio. Io accordo la più completa libertà a chi frequenta la mia casa, con una sola riserva: che non si dica male della gente che è in buona relazione con me!

STENSG. Allora le mie scuse....

BRATSB. Bene, bene, voi appartenete alla nuova generazione, che in certe cose non la guarda tanto nel sottile. In quanto poi al signor Hejre, temo che non lo conosciate bene; è un uomo al quale io debbo molti servigi.

STENSG. È quello che egli dice: ma non credevo che....

BRATSB. Io debbo a lui, per la massima parte, la mia felicità domestica. Signor Stensgard, io gli debbo mia nuora: davvero, sapete. Daniele Hejre l’adottò giovanissima. Era una bimba meravigliosa. A dieci anni dava dei concerti: forse l’avrete sentita nominare: Selma Sjoblom?

STENSG. Sjoblom? Certo, certo; suo padre era uno svedese.

BRATSB. Professore di musica, sì. Molti, molti anni or sono venne a stabilirsi qua; poveretto, sapete che un maestro di musica non nuota nell’abbondanza. Allora Hejre viveva nel mondo artistico, faceva il mecenate: s’interessò alla piccola pianista, e la mandò a Berlino. Intanto il professore morì, e la ragazza dovette tornarsene a Cristiania, dove fu ricevuta nella più alta società, si capisce. Ed è così che mio figlio ebbe l’occasione di conoscerla.

STENSG. E così il signor Daniele fu l’istrumento....

BRATSB. Eh, è appunto così che si combinano le cose nella vita. Noi siamo tutti dei semplici istrumenti.... Voi stesso, non siete un istrumento di demolizione?

STENSG. Oh! Vostra Eccellenza mi confonde.

BRATSB. E perchè?

STENSG. Sì, fui assai inopportuno ieri....

BRATSB. Sì, capisco, la forma non era correttissima; ma l’intenzione era buona. Ed appunto perciò d’or innanzi, quando avrete qualche cosa sul cuore, venite a trovarmi, ditemela francamente. Persuadetevi che anch’io desidero e ci tengo assai che tutto vada per il meglio.

STENSG. Mi permettete di parlarvi francamente?

BRATSB. Certo. Ma credete che non mi sia accorto anch’io che la nostra società non è più quella d’una volta e che va pigliando una cattiva piega? Ma che posso farci io? All’epoca di re Carlo Giovanni, io abitavo quasi sempre a Stoccolma; adesso sono vecchio, non è nella mia natura di fare innovazioni, di prender parte attiva agli affari. Voi invece, signor Stensgard, avete le doti necessarie per riuscire a ciò, e se lo volete, noi faremo insieme un trattato d’alleanza.

STENSG. Grazie, grazie.

SCENA VII.

=Detti. Ringdal= e =Hejre= vengono dal giardino.

RINGD. Ma vi dico anch’io che è un malinteso.

HEJRE. Allora non crederò più neppure alle mie proprie orecchie!

BRATSB. C’è qualche novità, Hejre?

HEJRE. Oh, semplicemente questo: che Lundestad sta per passare al partito di Storli.

BRATSB. Tu scherzi!

HEJRE. Ti domando scusa, mio caro, me lo ha detto egli medesimo. Il possidente Lundestad, per ragioni di salute, vuole ritirarsi a vita privata; si sa che cosa ciò significhi.

STENSG. E ve l’ha detto egli stesso?

HEJRE. Precisamente: egli ha dato la grande notizia a un gruppo di uditori, che sono rimasti a bocca aperta! Ah, ah!

BRATSB. Ma, caro Ringdal, come si spiega questa faccenda?

HEJRE. Oh è facile indovinare....

BRATSB. Già, già: ma un affare importante per tutto il paese. Venite, Ringdal, bisogna che domandiamo delle spiegazioni a Lundestad. (_Esce con Ringdal nel giardino_).

SCENA VIII.

=Fieldbo, Hejre, Stensgard.=

FIELDBO. Il signor Bratsberg non è più qui?

HEJRE. Zitto! i savii tengono consiglio. Sapete la grande notizia, dottore! Lundestad rinuncia al suo seggio in Parlamento!

FIELDBO. Ma è impossibile!

STENSG. Capisci che significa ciò, tu?

HEJRE. Ci sarà del movimento in paese. Ecco i primi effetti della Lega dei giovani, caro Stensgard. Sapete come dovreste chiamare questa Lega? Sì, ve lo dirò più tardi?...

STENSG. Voi credete davvero che la nostra società?...

HEJRE. Certo, certo. Allora, quanto prima, avremo la consolazione di essere rappresentati alla capitale da Monsen, dal signore di Storli! L’unico vantaggio sarà che non lo avremo più tanto tra i piedi.... ah, ah!... (_Esce_).

SCENA IX.

=Stensgard, Fieldbo.=

STENSG. Dimmi un po’ Fieldbo, come ti spieghi tutto questo?

FIELDBO. Ci sono delle cose che mi spiego ancora meno. In che modo tu sei venuto qui?

STENSG. Come gli altri; sono stato invitato.

FIELDBO. Sì, ieri sera, non è vero, dopo il tuo discorso.

STENSG. Ebbene?

FIELDBO. E tu hai accettato l’invito?

STENSG. Eh diavolo, e che dovevo fare? Non potevo essere sgarbato con persone così educate.

FIELDBO. Davvero, eh? ma nel tuo discorso tale scrupolo non l’hai avuto peraltro!

STENSG. Via, via, nel mio discorso attaccavo i principii e non le persone.

FIELDBO. Va bene.... ma come interpreti tu l’invito...?

STENSG. Oh, ma ciò è molto naturale....

FIELDBO. Vuoi forse dire che il ciambellano Bratsberg abbia paura di te?

STENSG. Non ci sarebbe ragione: egli è un uomo d’onore.

FIELDBO. Perfettamente.

STENSG. Non è forse nobile, da parte sua, d’aver presa la cosa in questo modo? E la signorina Bratsberg com’era graziosa quando mi portò la lettera!

FIELDBO. E, dimmi, non si accennò per niente al discorso d’ieri sera.

STENSG. Non c’è pericolo: sono tutti troppo bene educati per toccare un tasto falso: però ne ho un po’ di rimorso, e una volta o l’altra, dovrò pur fare le mie scuse.

FIELDBO. Non te lo consiglio, tu non conosci il ciambellano Bratsberg!

STENSG. E allora farò sì che le mie azioni parlino per me!

FIELDBO. Sì, ma tu non puoi abbandonare il partito del proprietario di Storli.

STENSG. Cercherò di venire a una conciliazione. Non ho dalla mia la società che ho fondata? È una potenza, come vedi.

FIELDBO. Permetti.... E il tuo amore per la signorina Monsen? Ieri mi parve che il tuo progetto fosse giusto e ragionevole; ma pensandoci meglio, ho cambiato idea: e trovo che sarebbe più opportuno che tu non ci pensassi più.

STENSG. Forse hai ragione. Quando ci si sposa in una casa di gente maleducata, si sposa, per così dire, tutta la famiglia.

FIELDBO. Giusto: e poi.... ci sono degli altri motivi.

STENSG. Monsen non ha proprio nessuna educazione. Egli sparla delle persone che riceve in casa sua, ciò che è sconvenientissimo. A Storli, tutte le stanze puzzano di tabacco vecchio.

FIELDBO. Ma, caro mio, come va che non l’hai sentito prima questo odor di tabacco?

STENSG. Certe cose si capiscono col confronto. Appena arrivato qui, ho cominciato subito a trovarmi in una falsa posizione: sono caduto nelle mani di faziosi, che m’han riempita la testa dei loro pettegolezzi. Adesso è finita. Non voglio essere lo strumento del loro egoismo e della loro vanità.

FIELDBO. Bene, ma che ne farai poi della tua società?

STENSG. Oh, essa è stata fondata su basi così larghe che non c’è bisogno di modificarla: è stata fondata per lottare contro le influenze cattive, ed ora comprendo da che parte vengono.

FIELDBO. E pensi che gli altri membri della Lega vedranno le cose sotto questo aspetto?

STENSG. Oh certamente, io sono in diritto di esigere che questa gente insignificante dica e faccia quello che voglio io!

FIELDBO. E se essi rifiutassero?

STENSG. Ognuno andrà per la sua strada: io non ho più bisogno di essi. Credi tu che per una cieca ostinazione o pel futile piacere di sembrar logico, io voglia impegnare il mio avvenire su una cattiva china, e rinunciare così al mio scopo?

FIELDBO. Qual è dunque il tuo scopo?

STENSG. Una vita che mi offra l’occasione di far valere il mio ingegno e di soddisfare la mia ambizione.

FIELDBO. Lascia queste frasi vaghe... vediamo: qual è il tuo scopo?

STENSG. Il mio scopo, a te posso confidarlo, è di diventare col tempo deputato e magari ministro, e di fare un buon matrimonio con una ragazza ricca e di buona famiglia.

FIELDBO. Ah, perciò tu calcoli sull’aiuto del Bratsberg?

STENSG. Io non calcolo che su me stesso. Io sono abbastanza forte per riuscire da solo, e ho del tempo innanzi a me. Per ora lasciatemi godere della bellezza del paesaggio e della luce del sole.

FIELDBO. Qui?

STENSG. Sì, qui, perchè la vita in questo luogo è deliziosa, perchè la gente è cortese, la conversazione facile e brillante, come una pioggia di perle. Ah, Fieldbo, solamente qui ho capito che cos’è la distinzione! La gente rifatta è tutta diversa. Quando penso alle ricchezze di Monsen, mi si affaccia alla mente una visione di biglietti di banca unti, di sudice ricevute di pegno: mentre qui, si tratta di metallo, di argento sonante e lucente. Lo stesso è delle persone. Il ciambellano Bratsberg, che ottimo vecchio!

FIELDBO. È vero.

STENSG. E il figlio! Svelto, sincero, attivo....

FIELDBO. È vero.

STENSG. E la nuora! Una perla! che splendidi doni ha avuto da madre natura!

FIELDBO. E Dora.... la signorina Dora è stata del pari dotata....

STENSG. Sì, non così splendidamente, però.

FIELDBO. Oh, tu non la conosci! Tu non sai quant’è saggia, buona e leale!

STENSG. Ma la nuora! Così franca! quasi impertinente! e così intelligente, così graziosa!

FIELDBO. Parola d’onore, si direbbe che ne sei innamorato!

STENSG. Innamorato d’una donna maritata? Ma sei pazzo? Del resto, mi vedrai cadere quanto prima in altri lacci amorosi! Sì, lo sento: essa è veramente saggia, buona e leale!

FIELDBO. Chi?

STENSG. La signorina Bratsberg.

FIELDBO. Ma come?... tu non pensi?...

STENSG. Sì, ci penso.

FIELDBO. Ma è impossibile.

STENSG. Eh caro mio, la volontà è una gran forza! Vedrai se non sarà possibile!

FIELDBO. Ma questa è una pazzia addirittura; è una leggerezza incredibile, poichè ieri ti sentivi innamorato della signorina Monsen!

STENSG. Già.... avevo avuto troppa fretta.... poi tu stesso me n’hai sconsigliato.

FIELDBO. E adesso ti consiglio, nel modo più assoluto, di non pensare a nessuna delle due!

STENSG. Davvero! vorresti forse pronunciarti tu stesso per l’una o per l’altra?

FIELDBO. No, t’assicuro.

STENSG. Ciò non varrebbe a trattenermi, del resto: guai a chi viene a mettersi sulla mia strada e ad intralciarmi il cammino!... Allora non tengo più conto di nulla.

FIELDBO. Bada, che io non dico altrettanto!

STENSG. Tu? Ma con quale diritto ti atteggi tu a protettore della famiglia Bratsberg?

FIELDBO. Io nutro dell’amicizia per loro.

STENSG. Che! non credere di tenermi a bada con simili sofismi. Da parte tua, è tutta questione d’egoismo. La tua piccola vanità è lusingata perchè qui ti accarezzano e ti fan mille moine. E per questo vuoi allontanarmi.

FIELDBO. Ciò sarebbe assai meglio per te. Tu ti trovi qui su un terreno pericoloso.

STENSG. Davvero? Grazie mille: io saprò puntellare il terreno.

FIELDBO. Ebbene, provati! Ma ti predìco che quanto prima esso sprofonderà sotto i tuoi piedi.

STENSG. Bene! Tu mi prepari qualche trabocchetto: preferisco saperlo. Ora ti conosco, so che sei mio nemico: forse il solo che io abbia qui.

FIELDBO. No, non sono tuo nemico.

STENSG. Sì, sì, lo sei sempre stato, fin da quando eravamo in collegio insieme. Tutti qui, perchè io non sono del paese, mi guardano ancora con una certa diffidenza..... Tu che mi conosci, non hai detto mai nulla in mio favore. Del resto è sempre stato il tuo difetto quello di non riconoscere negli altri merito alcuno. Tu sei andato a Cristiania, ti sei associato a tutti i club, e non hai imparato che a denigrar la gente. Tutto ciò guasta il cuore; si perde il senso del bello, dell’entusiasmo, e si diventa inetti e buoni a nulla.

FIELDBO. Ah, io non sono buono a nulla?

STENSG. Tu non sei mai stato capace di rendermi giustizia.

FIELDBO. Ma che cosa debbo stimare in te?

STENSG. Ciò che almeno apprezzano tutti, indiscutibilmente, la mia forza di volontà....

FIELDBO. Sì, tutti.... il possidente Monsen, suo figlio.... Oh diavolo, a proposito, lo dimenticavo. Ce n’è uno lì fuori che t’aspetta.

STENSG. Uno, di che?

FIELDBO. Uno di quelli che ti apprezzano. (_Apre la porta_) Entrate, Aslaksen.

STENSG. Aslaksen!

SCENA X.

=Detti= e =Aslaksen=.

ASLAK. Ah finalmente!

FIELDBO. A rivederci, non voglio disturbarvi. (_Esce in giardino_).

SCENA XI.

=Stensgard, Aslaksen.=

STENSG. Ma che diavolo venite voi a far qui?

ASLAK. Voi mi avete promesso ieri il resoconto della fondazione della nostra Società.

STENSG. Aspettate ancora un po’.

ASLAK. Ma è impossibile, signor Stensgard. Il giornale esce domattina.

STENSG. Che, che! Noi entriamo in una nuova fase, bisogna cambiar tutto: circostanze impreviste m’obbligano a ritirare ciò che ho detto ieri riguardo al ciambellano Bratsberg.

ASLAK. Riguardo a lui? ma è già composto.

STENSG. Levatelo: bisogna modificarlo. Voi mi guardate! Mi credereste incapace di dirigere degnamente la nostra Società?

ASLAK. Sono lontanissimo da simile pensiero. Vorrei solamente farvi osservare....

STENSG. Non tollero nessuna osservazione.

ASLAK. Signor avvocato, sapete voi che io sono sull’orlo della rovina? Quest’inverno, prima che voi arrivaste, il mio giornale andava assai meglio. Lo redigevo io stesso, guidato da un principio incrollabile: è il grande pubblico che tiene in vita i giornali; ma siccome il grande pubblico val poco, così ci vuole un giornale che valga pochissimo. Tutti i numeri erano ispirati a quest’idea.

STENSG. Male, indiscutibilmente.

ASLAK. Sì, ed io ne ero soddisfattissimo. Ma siete arrivato voi, colle vostre idee innovatrici; il mio giornale ha preso un colore, e allora gli amici di Lundestad m’hanno abbandonato: e quelli che mi rimangono pagano troppo poco.

STENSG. Ma il vostro è diventato un buon giornale.

ASLAK. Grazie mille: ma un buon giornale non dà da vivere. Se un po’ di movimento, un po’ di vita si facesse una volta in questo benedetto paese, come avete promesso voi ieri, allora si comincierebbe a mettere in berlina o l’uno o l’altro dei personaggi altolocati, e il mio giornale pubblicherebbe degli articoli, che tutti leggerebbero con interesse. Ma sul più bello, voi mancate di parola.

STENSG. Ma che cosa v’eravate messo in mente? che io volessi sollevar degli scandali, per fare un piacere a voi? No, no, caro mio.

ASLAK. Signor avvocato, non riducetemi alla disperazione, potrebbe finir male.

STENSG. Che cosa volete dire?

ASLAK. Che sarò costretto a ricorrere ad altri mezzi, perchè il mio giornale mi renda ancora qualche cosa. Prima del vostro arrivo io lo riempivo tutto di fatti di cronaca, aggressioni, incendî, suicidî, più o meno veri, s’intende; e il pubblico s’accontentava. Ma da che siete venuto voi a mettere sottosopra ogni cosa, il pubblico esige un altro alimento.

STENSG. Ebbene, io non ho da rispondervi che questo: se voi mi disubbidite, se volete agire a modo vostro, io vado immediatamente dal tipografo Halm, per fondare un altro giornale. Persuadetevi bene, che del denaro noi ne abbiamo abbastanza.

ASLAK. (_pallidissimo_). Non fate questo.

STENSG. Sicuro che lo farò; a me non manca la capacità di redigere un giornale, che sappia cattivarsi la maggioranza del pubblico.

ASLAK. Quand’è così, io vado immediatamente a parlare col signor ciambellano.

STENSG. Voi? e per dirgli che?

ASLAK. Oh, credete voi ch’io non abbia capito perchè egli vi ha invitato qui? Perchè vi teme e voi ne abusate. Io imiterò il vostro esempio: egli dovrà temere anche me, per quello che gli minaccerò di stampare: e un po’ di vantaggio lo avrò anch’io, almeno una volta!

STENSG. Ah, voi osereste?.... un intrigante come voi?...

ASLAK. Ma certo, certo. Perchè il vostro discorso non esca sul mio giornale, bisognerà bene che il signor ciambellano mi paghi.

STENSG. Provatevi a farlo! Ma voi siete ubbriaco, caro mio!

ASLAK. Sarà benissimo; e mi vedrete diventare un leone per difendere il mio ultimo tozzo di pane, giacchè si vuol portarmelo via. Ah, voi non avete idea di ciò che di triste, di miserabile è la mia casa: una povera donna sempre a letto, un ragazzo infermo....

STENSG. E che me n’importa? Pretendereste ch’io m’imbrattassi del vostro fango? Peggio per voi se avete la moglie ammalata ed i ragazzi storpi! Ma ricordatevi bene: se osate mettervi sul mio cammino, fra un anno.... vi garantisco, farete parte dell’asilo di mendicità.

ASLAK. Signor avvocato, aspetterò ventiquattr’ore.

STENSG. Ah, cominciate a diventar ragionevole!

ASLAK. Avviserò i miei lettori che in seguito a leggera indisposizione, il redattore non ha potuto....

STENSG. Ebbene, fate così per ora: chi sa che in seguito non c’intendiamo meglio.

ASLAK. Dio lo volesse.... Pensateci bene, signor avvocato! (_Esce dal fondo_).

SCENA XII.

=Stensgard, Lundestad.=

LUND. E così, caro avvocato Stensgard?

STENSG. Oh, signor Lundestad!

LUND. Siete solo? bene: vorrei chiacchierare un pochino con voi.

STENSG. Ai vostri ordini.

LUND. Prima di tutto, debbo prevenirvi di una cosa: se qualcuno vi venisse a raccontare che io ho detto qualche cosa di spiacevole sul conto vostro, non ci credete, sapete.

STENSG. Sul conto mio? E che cosa potreste aver detto?

LUND. Oh, niente affatto! Ma, sapete, i maligni ci sono sempre: c’è tanta gente che si diletta a mettere la discordia fra gli amici.

STENSG. Sì, infine.... eccoci qui di fronte l’uno all’altro, in una posizione falsa.

LUND. Ma è una posizione naturalissima, al contrario, signor Stensgard: è la posizione della gioventù dirimpetto alla vecchiaia.

STENSG. Ma no, signor Lundestad, non siete poi così vecchio!

LUND. Sì, sì, sento che invecchio. È fino dal 1839, sapete, che siedo in Parlamento; è ora di pensare a ritirarmi!

STENSG. A ritirarvi?

LUND. Eh, i tempi cambiano, vedete. Sorgono nuovi doveri da compiere, e per compierli delle nuove forze sono necessarie.

STENSG. Dite la verità, signor Lundestad: volete cedere il vostro posto a Monsen?

LUND. A Monsen? No, non è lui che deve sostituirmi.

STENSG. Allora non capisco.

LUND. Supponiamo che io voglia cedere il mio posto a Monsen, credete che egli abbia qualche probabilità di essere eletto?

STENSG. Ma.... è un po’ difficile prevederlo: la votazione del primo collegio avrà luogo dopodomani; e ancora si è lavorato poco per ottenere un risultato.... ma....

LUND. No, no, credo che non riuscirebbe a nulla. Il mio partito e quello del ciambellano Bratsberg non voterebbero per lui. Dico: «il mio partito» per modo di dire.... Intendo i possidenti, le antiche famiglie del paese, che hanno solide basi; tutti questi non vogliono neanche sentir parlare di Monsen, che è un immigrato, un forestiero per noi; no, no, egli non ha un partito. Per farsi strada qui, ha dovuto lavorare duramente, ed abbattere non pochi ostacoli, vi assicuro!

STENSG. Allora se voi credete che abbia così poca probabilità....

LUND. Eh! chi sa perchè voi, signor Stensgard, che avete tante belle qualità, non siete anche un pochino ambizioso?...

STENSG. Io?

LUND. Sì, voi: perchè vi dedicate tutto agli altri e non pensate un po’ al vostro interesse?... Infine, perchè non vorreste voi stesso farvi eleggere deputato?

STENSG. Io? Ma voi scherzate, signor Lundestad.

LUND. No, parlo sul serio: questo sarebbe il momento opportuno per voi.... profittatene, prima che qualcun altro, più agguerrito di voi, non venga a soppiantarvi.

STENSG. Ma, in nome del cielo, è possibile ciò che voi dite?

LUND. Ma sì, possibilissimo.... Se non volete, però....

STENSG. Se non voglio?... Vi confesso che non sono così poco ambizioso come voi credete. Gli è che mi pare impossibile....

LUND. Non ci pensate. Io farò quanto sta in me perchè possiate riuscire: Sua Eccellenza, che apprezza i vostri meriti, farà altrettanto. Voi avete la gioventù dalla vostra e....

STENSG. Signor Lundestad, voi mi siete veramente amico.

LUND. E voi dimostratemi d’essere altrettanto per me, caricando sulle vostre robuste spalle il fardello che pesa un po’ troppo sulle mie....

STENSG. In quanto a questo, lasciate fare a me.

LUND. Allora, non avete nessuna difficoltà?...

STENSG. Eccovi la mia mano!

LUND. Grazie. E adesso, all’opera, ma con prudenza. Cerchiamo di farci nominare tutti e due candidati al secondo collegio. Io vi proporrò quale mio successore; voi esporrete le vostre idee e risponderete agli avversari.

STENSG. Oh, quando saremo a questo punto, la partita sarà già nostra. Mi dicono che voi siate onnipotente nelle riunioni elettorali.

LUND. Eh, anche l’onnipotenza ha i suoi limiti. Voi, sfoggiate il vostro talento oratorio, fate un bel discorso, lasciando da parte, s’intende, ogni allusione che potesse offendere qualcuno....

STENSG. Ma io non potrò romperla col mio partito!

LUND. Studiate la cosa con attenzione. Che cosa sono questi due partiti in cui è diviso il paese? Uno è composto dalle famiglie benestanti del paese, e da coloro che hanno qualche impiego nell’amministrazione pubblica: è il mio partito: l’altro è quello della folla dei nostri concittadini più giovani, che potrebbero essi pure aspirare alla ricchezza e al potere. Ma quest’ultimo partito.... lo abbandonerete, quando sarete entrato al Parlamento, e vi sarete fatta una posizione, poichè anche questo è necessario, signor Stensgard.

STENSG. Lo capisco, ma il tempo vola; e non ci si fa una posizione da un giorno all’altro.

LUND. No; ma pel momento potreste accontentarvi di buone speranze.

STENSG. Di speranze?

LUND. Sì, non vi sorriderebbe l’idea d’una buona dote? Vi sono delle ricche ereditiere nel paese; e, per un uomo come voi, che un giorno potrà occupare le più alte cariche.... credetemi, se voi avrete un po’ di tattica, nessuna vi dirà di no.

STENSG. Sì, ma io ho molto bisogno del vostro aiuto. Ah, voi mi aprite un largo orizzonte, mi fate balenare una prospettiva magnifica! Tutti i sogni dorati della mia fantasia si realizzerebbero così....

LUND. Bravo, bravo: vedo che la vostra ambizione è abbastanza stimolata. Va bene, il resto verrà in seguito. Grazie, intanto. Non dimenticherò mai che avete alleggerito le mie spalle dal pesante carico del potere!

SCENA XIII.

=Detti, Bratsberg, Erik, Hejre, Fieldbo, Selma, Dora,= gli =invitati=.

(_Alcuni invitati rientrano in salone. Due cameriere portano le lampade, e dei rinfreschi durante la scena_).

SELMA (_avvicinandosi al piano in fondo_). Restate, signor Stensgard; adesso faremo qualche giuoco di società.

STENSG. Con molto piacere; mi sento in vena questa sera. (_La raggiunge in fondo al salone: parlano assieme e fanno i preparativi_).

ERIK (_a bassa voce_). Dite un po’ signor Hejre, che cos’ha raccontato mio padre adesso? Ma che cosa voleva dire quel discorso di Stensgard ieri?

HEJRE. Eh, eh! non lo sapete?

ERIK. No, mia moglie ed io, con alcuni amici, siamo andati al ballo del Circolo. Ma mio padre mi disse che Stensgard s’è già urtato con quelli di Storli, e che è stato molto villano verso Monsen.

HEJRE. Verso Monsen? Ma voi avete capito male, senza dubbio, caro mio.

ERIK. Può darsi: con tanta gente che chiacchierava intorno a noi. Ma quello che però ho capito bene si è che....

HEJRE. St! abbiate pazienza: la storiella la troverete in lungo e in largo domattina sul giornale d’Aslaksen. Ve la serviranno a colazione, come antipasto. (_Si allontana_).

BRATSB. E così, caro Lundestad, quest’ubbìa non vi è ancora passata dalla mente?

LUND. Eh, non è un’ubbìa. Quando ci si vede in pericolo d’esser soppiantati, bisogna almeno cavarsela coll’onore delle armi.

BRATSB. Queste sono frasi! Chi pensa a soppiantarvi?

LUND. Hum! Sono un vecchio pilota, io: capisco subito da che parte spira il vento: c’è della burrasca in aria.... Ho già il mio sostituto; l’avvocato Stensgard è disposto....

BRATSB. L’avvocato Stensgard?

LUND. Sì, non era cosa intesa? Quando mi avete detto che bisognava proteggerlo e incoraggiarlo, non volevate forse dire che egli dovesse prendere il mio posto?

BRATSB. Io pensavo solamente alla lotta che avrebbe dovuto sostenere contro quegli intriganti di Storli....

LUND. Ma in che modo avevate voi la certezza che Stensgard l’avrebbe rotta con quella gente?

BRATSB. Mio caro, egli ha dato prova di grande sincerità ieri sera.

LUND. Ieri sera?

BRATSB. Sì, quando ha parlato della perniciosa influenza di Monsen.

LUND. (_sorpreso_). Di Monsen?

BRATSB. Sì; è stato anche un po’ troppo energico, insolente anzi: l’ha chiamato sacco di scudi, e drago e basilisco, e che cosa d’altro.... Ah sì, era divertentissimo!

LUND. Ah, vi pare?

BRATSB. Non vi nascondo, Lundestad, che quella sortita mi ha fatto piacere: cosicchè noi adesso dobbiamo sostenerlo: capirete dopo un attacco così violento....

LUND. Come quello d’ieri sera?

BRATSB. Sì.

LUND. Alla festa?

BRATSB. Sì, alla festa.

LUND. Contro Monsen?

BRATSB. Sì, contro Monsen e i suoi satelliti, che adesso vorranno vendicarsi, si capisce.

LUND. (_con aria convinta_). Sì, bisogna sostenere il signor Stensgard, è naturale.

DORA. Papà, vieni a giocare.

BRATSB. Oh bimba mia, che strana idea!

DORA. Ma sì, vieni: anche Selma lo desidera.

BRATSB. Allora bisogna ubbidire. (_Piano_) Povero Lundestad! Si fa proprio vecchio: figurati che non ha neanche capito quello che Stensgard diceva ieri....

DORA. Vieni, vieni, si comincia a giuocare. (_Lo conduce via_).

ERIK. Signor Hejre, voi sarete il giudice dei pegni.

HEJRE. Ecco la mia prima carica in questo basso mondo!

STENSG. È a conto dei vostri frequenti rapporti colla giustizia, signor Hejre.

HEJRE. Oh! miei giovani amici, io mi piglierò il gusto di condannarvi tutti in una volta.... vedrete!

STENSG. (_avvicinandosi a Lundestad_). Avete parlato con Sua Eccellenza: vi ha detto niente di me?

LUND. Sì, a proposito dell’incidente di ieri sera.

STENSG. Diavolo!

LUND. Egli trova che siete stato insolente!

STENSG. Ha mille ragioni.

LUND. Voi potreste forse riparare a ciò.

ERIK. Signor Stensgard, tocca a voi!

STENSG. Eccomi! (_Rapidamente_) Come fare?

LUND. Se l’occasione si presenta, fate al signor ciambellano le vostre scuse.

STENSG. Sì, sì, va bene.

SELMA. Presto, presto!

STENSG. Eccomi, eccomi, cara signora. (_Il giuoco continua in mezzo a ripetute risate. Alcune persone d’età giuocano alle carte. Lundestad siede a sinistra. Hejre è vicino a lui_).

HEJRE. E quel bellimbusto che pretende che io abbia avuto dei rapporti colla giustizia!

LUND. Ah, non si può negare; è proprio un insolente!

HEJRE. E in grazia di ciò, bisogna vedere quante feste gli fanno qui: par impossibile, come lo temono!

LUND. No, no, non lo temono affatto: Bratsberg crede che il discorso di ieri fosse rivolto a Monsen.

HEJRE. A Monsen? Che pazzia!

LUND. È proprio così. Ringdal e la signorina Dora glielo hanno fatto credere.

HEJRE. E allora egli va a trovarlo e lo invita a pranzo! Ah in fede mia, questa è magnifica! Ah, ma vi assicuro però che non posso tacere.

LUND. No, vi prego, non dite niente. Bratsberg è vostro amico d’infanzia, e sebbene si sia mostrato qualche volta un po’ duro verso di voi....

HEJRE. Eh, eh! gli renderò la pariglia con usura!

LUND. Badate: egli è potente: non si scherza col leone!

HEJRE. Bratsberg un leone! Oh egli è ignorante, e io no. Oh che allusioni piccanti, che pettegolezzi fioriti, che frasi mordaci m’ispirerà questo fatterello! quando il mio processo sarà bene avviato...

SELMA (_a Hejre_). Signor giudice, che penitenza deve fare colui al quale appartiene questo pegno?

ERIK. (_a Hejre, senza farsi osservare_). È di Stensgard: trovate qualche cosa di divertente.

HEJRE. Questo pegno? Lasciatemi un po’ vedere. Bene: egli dovrebbe.... basta! Che faccia un discorso!

SELMA. Signor Stensgard! signor Stensgard, tocca a voi.

STENSG. Oh, vi prego, dispensatemi: ho già parlato abbastanza male ieri.

BRATSB. Benissimo, invece, signor Stensgard. Me ne intendo un pochino anch’io, sapete, di eloquenza!

LUND. (_ad Hejre_). Diavolo! Basta che non gli venga in mente adesso di ritrattarsi!

HEJRE. Ritrattarsi? Eh, eh, benissimo! Una magnifica ispirazione. (_Piano a Stensgard_) Se avete parlato male ieri, voi potreste ritrattarvi oggi.

STENSG. (_colpito da un’idea subitanea_). Lundestad, ecco l’occasione che si presenta!

LUND. (_allontanandosi_). Vi raccomando, un po’ di strategia. (_Cerca il suo cappello e lentamente esce_).

STENSG. Ebbene, sì: farò un discorso.

LE SIGNORE. Bravo, bravo!

STENSG. Alzate i vostri bicchieri, signore e signori. Voglio farvi un discorso che incominci con una favola: l’ambiente è così grazioso e geniale, che la musa della poesia aleggia intorno a me.

ERIK. (_alle signore_). Sentite, sentite! (_Bratsberg prende il suo bicchiere e sta in piedi vicino alla tavola da giuoco. Ringdal, Fieldbo, e qualche altro, arrivano dal giardino_).

STENSG. Un bel giorno di primavera un cuculo se ne venne svolazzando nella valle: sapete.... il cuculo è un uccello che porta fortuna. Nel bosco fiorito tutti gli uccelli erano in festa; e in amichevoli gruppi se ne andavano cantando gli uccelli domestici e gli uccelli selvatici. Le galline arrivavano pigolando; le oche gracidando; quand’ecco dal pollaio discende un grosso tacchino pettoruto, rumoroso, che faceva la ruota, batteva le ali, si gonfiava, e pareva dire nel suo linguaggio: «Io sono il re di Storli!...»

BRATSB. Delizioso! Sentite!

STENSG. Fra gli altri uccelli c’era pure un vecchio picchio. Appoggiato a un tronco d’albero, egli si mise a cinguettare, a gridare, a picchiare qua e là il suo lungo becco, per far uscire le formiche ed altri insetti, che dovevano servire al suo pranzo: dovunque si sentiva il suo pick, pick. Era lui.

ERIK. Domando scusa.... non era forse una cicogna?...

HEJRE. Silenzio!

STENSG. Era proprio un picchio. La riunione, che cominciava ad animarsi, divenne ben presto rumorosa, quando tutti ebbero trovato un personaggio al quale dirigere il loro cinguettìo: si strinsero gli uni vicini agli altri, e cip, cip, cip, si misero a cinguettare con quanto fiato aveano in gola: tosto il giovane cuculo si unì a loro, e l’allegro coro seguitò per un pezzo.

FIELDBO (_piano a Stensgard_). Ma in nome di Dio, smetti!

STENSG. Ma il personaggio di cui si trattava era un’aquila che aveva scelto a sua pacifica dimora una roccia solitaria. Tutti l’avevano contro di lui: «È il terrore del vicinato» diceva un brutto corvo.... Ma in quel momento l’aquila, dall’alto del suo eremo, spiccò un volo maestoso, discese nella valle, e, preso il giovane cuculo, se lo portò con sè nel suo dominio. Lievemente l’uccellino fortunato volò dalla pianura meschina a quell’altezza dov’è la pace, dov’è il sole; e di lassù imparò a disprezzare il chiocciar dei pollai, e le terre infruttuose.

FIELDBO. Conclusione, conclusione, musica!

BRATSB. Silenzio! Non interrompete!

STENSG. (_a Bratsberg_). Signore, la mia storia è finita; e davanti a questa eletta società, vi porgo le mie scuse per l’incidente di ieri sera.

BRATSB. (_facendo un passo indietro_) A me?

STENSG. E i miei ringraziamenti per la nobile maniera con cui vi siete vendicato. Signore, signori, un evviva a Sua Eccellenza il ciambellano Bratsberg!

BRATSB. (_vacilla e s’appoggia alla tavola_). Vi ringrazio, signor avvocato.

GLI INVITATI (_tutti un po’ imbarazzati_). Evviva, evviva!

BRATSB. Signore, signori!... (_Piano_). Dora!

DORA. Padre mio!

BRATSB. Dottore, dottore, che cosa avete fatto?

STENSG. (_col bicchiere in mano, raggiante di gioia_). Ed ora ripigliamo i nostri posti. Fieldbo, entra anche tu nella Lega dei giovani. Tutto va a gonfie vele!...

HEJRE (_sul davanti a sinistra_). Ah sì, eh? Proprio a gonfie vele?!

(_Cala la tela_).

ATTO TERZO.

Un’anticamera elegante con ingresso dal fondo. A sinistra una porta che dà nello stadio di Bratsberg. Un po’ più in là una porta che mette nel salone, ed un’altra che mette nel gabinetto dell’amministratore delle ferriere. Dirimpetto al gabinetto una finestra.

SCENA PRIMA.

=Bratsberg, Dora.=

BRATSB. Ecco le conseguenze di questo commedia: dispiaceri e lagrime.

DORA. Ah, quando mai abbiamo conosciuto quel malaugurato Stensgard!

BRATSB. Di’ piuttosto quel malaugurato Fieldbo!

DORA. Fieldbo?

BRATSB. Sì, Fieldbo. Non è lui che m’ha ingannato?

DORA. No, caro papà, sono io.

BRATSB. Tu? Tutti e due allora! Tutti e due d’accordo contro di me! Oh è molto corretto, tutto ciò!

DORA. Oh, papà! Se tu sapessi!

BRATSB. Lo so, lo so.... ne so fin troppo!

SCENA II.

=Detti e Fieldbo.=

FIELDBO. Buon giorno, signor Bratsberg: buon giorno, signorina.

BRATSB. Ah, siete voi, uccello di cattivo augurio?

Fieldbo. Eh, in verità, è stato proprio un incidente spiacevolissimo.

BRATSB. (_guardando dalla finestra_). Vi sembra, eh?

FIELDBO. Spero bene che avrete osservato come io abbia sempre tenuto d’occhio Stensgard ieri sera. Sfortunatamente quando vidi che si facevano i giuochi di società, pensai che non vi potesse esser più alcun pericolo!

BRATSB. (_battendo il piede_). Esser messo in berlina da un simile rompicollo! Che cosa avranno pensato i miei invitati? Che ho voluto scioccamente comperare quell’uomo, quel.... quel.... come lo chiama Lundestad?

FIELDBO. Ma....

DORA (_senza esser veduta da suo padre_). St!

BRATSB. (_dopo un breve silenzio, a Fieldbo_). Ma ditemi un po’ francamente, dottore; io sono forse più sciocco della maggioranza degli uomini?

FIELDBO. Ma come potete farmi una domanda simile?

BRATSB. Eppure, come va che io sono stato forse l’unico a non capire che quel maledetto discorso era rivolto contro di me.

FIELDBO. Ma.... forse perchè voi non vedete la vostra situazione in faccia al paese cogli stessi occhi del rimanente della popolazione.

BRATSB. Io la vedo, come il defunto mio padre la vedeva: e nessuno ha mai osato fargli una simile villania.

FIELDBO. Scusate: vostro padre è morto verso il 1830.

BRATSB. Sì, e molte cose sono cambiate da allora: del resto, la colpa di ciò che è accaduto è anche un po’ mia: mi sono mischiato un po’ troppo al popolo. Ed è perciò che mi hanno poi messo assieme al proprietario Lundestad!

FIELDBO. Permettetemi, ma questo non mi sembrerebbe poi un gran disonore!

BRATSB. Lasciamo stare. Voi sapete che io non do grande importanza ai titoli di nobiltà, ma ciò che onoro sopra tutto, e che voglio sia onorato dagli altri, è l’onestà che è ereditaria nella nostra famiglia. Quando si prende parte, come Lundestad, alla vita pubblica, ci si trova spesso coinvolti in pasticci, in affari dubbi; e allora si perde la propria indipendenza d’opinioni e di condotta. Perciò Lundestad deve talvolta rassegnarsi alle loro insolenze; ma io non c’entro affatto con loro, io non m’immischio di nulla; che mi lascino in pace!

FIELDBO. Eh, eh, non v’immischiate di nulla.... no.... però avete trovate quelle insolenze spiritosissime, fino che le credevate dirette a Monsen.

BRATSB. Non pronunciate il nome di Monsen qui. È lui che ha demoralizzato il paese; e che, disgraziatamente, ha fatto girar la testa al mio signor figlio.

DORA. Erik?

FIELDBO. A vostro figlio?

BRATSB. Sì. Che bisogno aveva egli d’ingolfarsi in speculazioni commerciali?

FIELDBO. Ma, caro signore, bisogna bene ch’egli viva; e....

BRATSB. Se avesse un po’ di giudizio, se facesse un po’ di economia, non potrebbe egli vivere benissimo con quello che ha da