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CAPITOLO II.

I _s. c. uª_ POSTERIORI ALLA PRIMA METÀ DEL IIº SEC. a. C.

I.

Dal 381 alla seconda metà del II. sec. non si riscontra nelle fonti traccia alcuna di _s. c. u.ª_

Il primo che vi seguì fu votato 260 anni dopo, e precisamente contro Caio Gracco. Se non che, essendo questo preceduto da un tentativo di _s. c. u._ contro Tiberio, e non potendosi l’opera di Caio spiegare senza quella del fratello, sarà bene rifarsi dalle origini della questione.

Da Tiberio[43] ebbe principio una serie importantissima di proposte e di riforme economico-sociali concernenti i bisogni più vitali della società romana del suo tempo.

La ricchezza[44] della popolazione della republica era fondata, non già sul commercio o sull’industria, l’uno e l’altra di uno sviluppo scarso e primitivo, sibbene sull’agricoltura. Se non che un numero svariato di cause aveano, sin da prima della seconda metà del IIº secolo a. C., mutato sostanzialmente gli antichi rapporti fra il suolo e i suoi detentori, come fra i detentori medesimi. Anzi tutto le continue guerre ed il lungo servizio militare distoglievano dai lavori campestri e decimavano il numero dei possidenti, tra i quali, come censiti[45], si reclutavano, in massima parte, le legioni. Tale condizione si era aggravata negli ultimi anni, durante i quali le guerre si erano combattute in regioni lontane od estere: nord Italia, Spagna ed Africa.

Lo scarso prodotto delle possessioni era stato contemporaneamente colpito dalla concorrenza del grano della Sicilia, della Spagna e della Sardegna, di recente conquistate, e dal fatto che l’approvvigionamento dell’esercito, fonte d’enormi guadagni, toccava in pratica ai più grossi possidenti, i quali figuravano tra le persone più cospicue della capitale, arrogandoselo per avere in mano il governo, o facendosene conferire l’incarico.

A rimediare a tanto danno occorrevano dei capitali, coi quali lavorare con metodi progrediti la terra. Ma la scarsezza, in cui i piccoli possidenti se ne trovavano, importava il loro assoggettamento ai grandi detentori di proprietà fondiaria, i quali, cominciando col rendersene creditori, terminavano collo spogliarli dei propri beni per via di espropriazioni, che riescivano più numerose e più inique durante l’assenza del _pater-familias_, quando non si opponevano più limiti alla violenza del ricco vicino.

Spesso l’espropriazione era volontaria. I grandi possidenti, che, giusta la tradizione o le leggi romane, subivano il divieto di riversare il proprio capitale nelle industrie e nel commercio, erano sempre pronti a comperare lotti di terra, con cui arrotondare i propri latifondi; e le disperate condizioni del piccolo possidente rendevano questo proclive a cedere alle condizioni meno peggiori il proprio possesso.

D’altro canto l’affidamento dell’agricoltura in mano degli schiavi, capaci di un lavoro prolungato e numeroso, ma al cui sostentamento potevano solo sopperire i più grossi possidenti, non aveva che accelerato la scomparsa della piccola proprietà, sostentata dallo scarso lavoro individuale dell’assente proprietario, e perciò incapace a resistere alla concorrenza.

Cicerone, che era pure un aristocratico e un conservatore, confesserà che al suo tempo il vasto suolo della republica era nelle mani di duemila cittadini.[46] Tutti i rimanenti o figuravano come veterani tra le file dell’esercito, o dalle campagne erano accorsi alla capitale, dove la vita costava relativamente poco, a costituire quel proletariato urbano, che sarà la piovra e la zavorra della vita pubblica e privata della republica e dell’impero.

Esso, mentre da un canto era reclutato fra i contadini, vittime della concorrenza della piccola con la grande proprietà, veniva altresì costituito dalle classi lavoratrici, sia agricole, sia industriali, ormai soccombenti dinnanzi all’irrompere del lavoro servile, molto più comodo[47] e meno costoso del libero. E qui, nella capitale, esso viveva da parassita dei privati e dello stato, il quale, sebbene non avesse ancora ricorso alle _largitiones_ e alle _frumentationes_, era già costretto a comperare il grano dalle province per rivenderlo ad un prezzo inferiore al costo.

Le funeste conseguenze della formazione di eserciti, costituiti in gran parte di veterani, non erano ancora palesi. Lo erano invece, pur troppo, quelle altre, a cui portava il sistema di agricoltura a schiavi, l’unico capace di profitto.

Il ricco latifondista non viveva più nella campagna, ma in città, abbandonando quella al _villicus_, il capo degli schiavi, il quale mirava a trarre dalla terra per sè e pel suo padrone il maggior frutto con la maggior fatica dei suoi dipendenti e la minor quantità possibile di capitale affidatogli. Gli schiavi, dal canto loro, eludevano il lavoro, ogni volta che lo avessero potuto, dandosi più alla rapina che all’agricoltura, e, noncuranti o senza esperienza, coltivavano male o maltrattavano i buoi e gli istrumenti[48]. L’agricoltura, ogni anno, presentava una produzione geometricamente decimata e sempre più insufficiente ai bisogni della popolazione.

Peggiori poi erano i ripentagli, a cui la schiavitù metteva la sicurezza dello stato.

Sempre pronti alla ribellione, perchè quotidianamente torturati, gli schiavi si prestavano facile istrumento in mano di ambiziosi o di nemici; o, se questi fossero mancati, non tralasciavano di spiare le occasioni di ribellarsi per conto proprio.[49]

Così al 198 si era sollevato il Lazio, al 196 l’Etruria, al 185 l’Apulia, al 134 la Sicilia, per terminare al 133 con la ribellione collettiva di Minturnae, Sinuessae, Delo, l’Attica, Pergamo, Nuceria, Bruzzio.

Rimedio contro tutto ciò era la stabile ricostituzione del ceto dei contadini allo scopo di far rifiorire l’agricoltura nazionale. E a ciò pareva che le condizioni stesse di Roma offrissero facile la via, stante l’esistenza di numerose terre demaniali.

Lo stato romano infatti possedeva la larga proprietà stabile dell’_ager publicus_, costituito dai territori conquistati. Di essa, una parte era _adsignata viritim_ a privati o usata quale _ager colonicus_, una era dotazione del culto, una era concessa ai singoli cittadini con la riserva del diritto di proprietà, e una, serbata ai bisogni pubblici, veniva data in affitto o in uso a privati, sotto prescrizione d’imposta, o istituzione di monopoli, o diritto a riscossione di gabelle.

In senso ristretto, con la qualifica di _ager publicus_, si indicavano appunto queste due ultime forme di possessione, ed esse concernevano le leggi agrarie.

Se non che, il possesso del suolo demaniale era rimasto accumulato nelle mani di quella stessa classe della cittadinanza, che avea confiscato tutte le proprietà rustiche d’Italia.

Una legge Licinia del 167 avea vietato la possessione di più di cinquecento iugeri di terreno demaniale per ogni _pater familias_; ma era stata presto elusa dai nobili, i quali, cominciato col far comparire di possederne di meno, mentre altri occupava per loro il soprappiù, aveano terminato per violarla apertamente.

Occorreva per lo meno spostare tale situazione con nuovi espedienti legislativi ed a ciò si rivolgeva l’opera del partito radicale.

II.

Tiberio Gracco perveniva al tribunato nel 134. La sua _lex agraria_ è del 133. Essa aveva per unico obbietto le _possessiones italicae_ dell’_ager publicus_, sulle quali lo stato si riserbava un dritto di proprietà. Secondo la sua legge gli antichi possessori potevano continuare ad occupare i 500 iugeri di terreno per ogni _pater-familias_, concessi dalla legge Licinia, più 250 per ogni figliuolo, purchè la famiglia non ne possedesse complessivamente più di 1000. Anzichè infliggere pena alcuna ai violatori della legge Licinia, Tiberio chiedeva che lo stato indennizzasse i possessori del dippiù, che ora dovevano restituire[50]. Stabiliva infine che tutte queste terre demaniali sottratte fossero spartite _viritim_ ai meno abbienti, trenta iugeri per ogni _pater-familias_.

Si volea così creare una classe di contadini possidenti, che scemasse il proletariato delle città e delle campagne, alla conservazione della quale provvedeva una clausola vietante ai nuovi possessori l’alienazione della proprietà.

Un’annuale commissione di tre membri, eletta dal popolo, dovea curare l’esecuzione della legge.

I nobili videro in essa un attentato ai propri interessi e si rivolsero al tribuno Ottavio, perchè ne impedisse con la sua _intercessio_ la votazione. Tiberio, dopo lungo esitare e pregare, propose che le tribù scegliessero tra lui ed Ottavio. Quest’ultimo fu deposto, e la legge passò.

Il Senato, allora, cominciò ad osteggiare e calunniare Tiberio in tutto quanto poteva; e, per dippiù, ad apporgli ad accusa la deposizione del collega.

Tiberio si preparava a un secondo anno di tribunato[51] con delle proposte di leggi non meno importanti della succitata: 1) riduzione del servizio militare, 2) dritto d’appello al popolo per ogni sentenza giudiziaria, 3) uguale numero di senatori e di cavalieri nei tribunali penali pei reati di azione pubblica, proposte che saranno, una per una, ripigliate dal fratello Caio.

Ma, il giorno dell’elezione, un amico di Tiberio, Flavio Flacco, lo avvertì che i senatori divisavano di ucciderlo, non ostante un reciso rifiuto del console.

I più intimi di Tiberio cinsero allora le toghe, e, spezzate le aste degli incaricati a tenere a bada la folla, se ne armarono. Quelli che erano distanti, pieni di meraviglia, chiedevano a vicenda la ragione del fatto. Tiberio si toccò il capo con la mano, volendo accennare al pericolo che correva. Gli avversari corsero al Senato, annunziando ch’egli chiedeva il diadema[52]. Avendo il console nuovamente declinato l’incarico della repressione, P. Scipione Nasica, «_princeps senatus_», un nobile, ferocemente avverso alla riforma demaniale, invitò i senatori ad armarsi e seguirlo.

Tiberio fu ucciso, (luglio 133).[53]

Il Senato vittorioso conferì ai consoli dell’anno seguente (132), Rupilio e Popilio Lenate, la facoltà di agire contro i partecipi dell’agitazione sopravvissuti[54].

All’infuori di più di trecento, periti nella mischia, gli altri furono o esiliati, senza regolare processo, o arrestati ed uccisi.

III.

L’eredità di martirio, lasciata da Tiberio, fu raccolta dal fratello Caio.[55]

Tribuno al 123, propose due leggi: 1) che, se il popolo avesse tolto di carica qualche magistrato, costui non avrebbe potuto aspirare ad alcun pubblico onore; 2) che, se un magistrato avesse colpito un cittadino senza il giudizio di legge, il popolo sarebbe stato in diritto di giudicare il magistrato medesimo.

L’una andava a colpire coloro che in avvenire si sarebbero comportati al pari di Ottavio, il deposto da Tiberio; l’altra, gli esecutori passati e futuri dei _s. c. u.ª._ Le due leggi furono seguite dalla ripresentazione della scorsa legge agraria, la di cui applicazione era caduta in non cale, tanto più che da cinque anni il senato avea tolto al triumvirato esecutivo l’indispensabile potere giudiziario.

Ma Caio non si limitò a quest’opera, pressochè impersonale, e andò via via colmando le lacune e ricorreggendo la legge in quei punti, che richiedevano i nuovi bisogni.

Tiberio aveva mirato solo al rialzamento dei contadini, trascurando il proletariato industriale. Si trattava nella sua legge di assegnare dei latifondi ed era naturale che i preferiti fossero dei contadini.

Non avea toccato inoltre la questione delle terre demaniali date in locazione, quali l’esteso _ager campanus_, nè consigliata la fondazione di nuovi comuni (_coloniae_), là, dove le assegnazioni avrebbero avuto luogo.

Caio concepì un sistema di colonizzazione in Italia e all’estero.

Al 123, pel suo collega Rubrio, proponeva la fondazione della colonia di Cartagine; e, al 122 riesciva a fare approvare quella di due colonie a Capua e a Taranto, composte di _cives romani_ e di _socii italici_, rivestiti della cittadinanza romana.

Erano le prime colonie sprovviste di intendimenti militari e strategici, che il governo romano permetteva; ed era la prima volta che si adibiva alle assegnazioni coloniali anche l’_ager publicus_ in locazione. L’estensione poi della concessione agl’Italici sanzionava il loro dritto in maniera indiscutibile, come non era avvenuto per la legge agraria di Tiberio; e costituiva un precedente per una riforma politica, colla quale Caio sperava di guadagnare nuove forze alla democrazia.

Infatti, alla fine dello stesso anno, propose la cittadinanza romana pei _socii italici_, e la latina per gli Italici. Mentre il senato avea stabilito il dominio dei nobiles romani a scapito dei proletari, dei federati italici e dei soggetti nella penisola e fuori, non concedendo a tutti uguale possibilità di conquiste politiche ed economiche, Caio tentava di agitare contro la classe dominatrice tutte queste sfruttate energie dello stato romano.

Alla legge agraria seguì una _frumentaria_, per la quale lo stato si sarebbe dovuto obligare a fornire il frumento ai proletari della capitale a 6 e 1/3 di asse (_seni et trientes_) per ogni moggio. A conti fatti, con questa legge l’erario veniva a rimetterci più della metà del valore del frumento; e ciò dava la misura esatta delle strettezze, a cui il governo avea ridotto lo stato.

Queste riforme economico-sociali C. Gracco volle consolidare con delle altre d’indole politica.

Tra queste rientrava la succitata, concernente i _socii italici_, di cui abbiamo discorso.

Propose ed ottenne l’abbreviazione del decenne servizio militare, il divieto d’arrolamento dei cittadini inferiori ai diciassette anni, e l’indennizzo, da parte dello stato, delle spese pel vestiario, prima detratte dal soldo.

Sin da Servio Tullio, la votazione nelle centurie si faceva gerarchicamente per classi, fatto, che, da per se solo, bastava a dar vittoria ai nobili. Più tardi, dalla prima delle medesime, si era scelta la così detta _praerogativa_, una centuria, chiamata a votare prima delle altre, la cui voce, essendo ritenuta un divino presagio, avea un valore decisivo[56].

Caio propose che tale sistema di votazione fosse abolito, e, fra le cinque classi, fossero tratte a sorte, tanto la _praerogativa_, quanto le altre centurie, sinchè si fosse avuta la maggioranza[57].

La più importante tra le sue riforme non economiche riguardava però l’amministrazione della giustizia.

Una sua legge sulla pena di morte vietava le sentenze capitali contro i _cives_ romani, salvo in caso d’alto tradimento, e imponeva l’obbligatoria ratificazione dei comizi.

Un’altra avea per obbietto la costituzione istessa dei tribunali penali pei reati di azione pubblica. Essi erano composti unicamente di senatori, tutti grossi proprietari, senza partecipazione alcuna dell’altra frazione della classe, economicamente e politicamente dominante, i cavalieri, ricchi capitalisti dediti alle speculazioni.

Una legge Claudia del 225 avea vietato alla nobiltà senatoria l’esercizio del commercio, avendo così acuito quella rivalità fra i due ordini, che già preesisteva per un antagonismo d’interessi economici.

I cavalieri infatti impiegavano i loro capitali in appalti d’ogni genere, che ricevevano dallo stato, specie nelle province. Ma qui appunto essi entravano in conflitto coi governatori, che non erano se non componenti dell’ordine senatorio, specie a proposito della riscossione dei tributi, e venivano giudicati nei tribunali della capitale, tutti in mano dei senatori, e quindi favorevoli ad una delle due parti litiganti.

Caio, intanto, era stato incaricato della fondazione della colonia cartaginese.

Quando egli ritornò, era console L. Opimio, un secondo P. Nasica, il quale, non solo avea annullato parecchie delle leggi Sempronie, ma inquisiva sfavorevolmente sull’operato di Caio in Africa.

Un giorno di votazione, una tragica baruffa, provocata da uno dei ministri del console, diede ai senatori l’occasione sospirata di usare della violenza e votare il _s. c. u._, con cui si conferivano pieni poteri ad Opimio[58] (121).

La dimane Caio Gracco era cadavere. Le case di molti dei suoi seguaci, periti nella mischia, furono distrutte[59], i beni messi all’asta, interdetto il lutto alle loro mogli. Il Tevere fu visto galleggiare di ben 3000 cadaveri[60], e, dei superstiti, gli arrestati, per ordine di Opimio, vennero tratti in carcere e strangolati[61].

IV.

Il terzo _s. c. u._ fu votato a proposito dei tumulti suscitati dal tribuno Saturnino e dal pretore Glaucia.

Benchè le fonti contemporanee siano destituite di ogni senso storico, e ci manchi perfino il racconto di Livio, si deve ritenere che, se i nuovi difensori dei _populares_ ereditarono la tradizione politica dei Gracchi, non così può dirsi della loro onestà morale.

L. Apuleio Saturnino, poco prima del 100[62], avea corso il rischio di essere espulso dal Senato; il che l’indusse ad aspirare per la seconda volta al tribunato, cogliendo l’occasione che il pretore Glaucia avrebbe presieduto i comizi.

Riescì, per contro, Q. Nunnio, suo avversario politico. Ma Glaucia e Saturnino lo tolsero via di mezzo, e, la dimane, all’alba, prima che il popolo s’adunasse, i loro partigiani elessero quest’ultimo tribuno. Era la seconda volta ch’egli copriva tale carica[63]; e da un canto la corruzione e l’inettezza della classe dominante, palesatesi nella guerra Giugurtina e nei numerosi processi intentatile dai democratici, dall’altro, le numerose e gravi ribellioni di schiavi in Sicilia ed altrove, tanto più pericolose, in quanto ognuna di esse reclutava i suoi militi tra i malcontenti d’ogni classe e d’ogni partito, (carattere tipico, come vedremo, della congiura di Catilina), avevano imposto sempre più alla coscienza dei ben pensanti la necessità delle riforme sociali e politiche propugnate dai Gracchi.

Benchè cronologicamente distinte, è bene considerare complessivamente le leggi apuleie, sia perchè questo del secondo tribunato fu l’anno della maggiore attività di Saturnino, sia perchè egli vi ripetè e rifuse le sue anteriori proposte, in maniera da renderne malagevole ogni tentativo di distinzione[64].

Esse vanno a costituire una _lex frumentaria_ e una _coloniaria_.

La prima scemava il prezzo del frumento, che ogni cittadino potea ricevere dallo stato, da 6 e 1/3 di asse, tariffa stabilita dalla _lex sempronia_ a 5/6 di asse (_semisses et trientes_) per moggio. La seconda proponeva che coloro, i quali avevano combattuto sotto Mario, venissero spediti come coloni in Africa con 100 iugeri di terreno per ciascuno.

Quest’ultima aveva uno scopo più strettamente politico. Mario, nel suo primo consolato (107), per fornirsi di numerosi soldati, che gli sarebbero occorsi nelle guerre di Numidia e di Gallia, aveva ridotto a 4000 assi il _minimum_ necessario pel servizio militare, e, più tardi, vi aveva ammesso tutti i nulla tenenti (_capitecensi_), comprendendovi i _socii italici_,[65] e promettendo bottino e assegnazioni demaniali. Adesso si trattava di soddisfare agli impegni.

Va però da sè come, nè la riforma mariana, nè tali conseguenze erano state suscitate unicamente o principalmente dalle ambizioni dei riformatori.

Le condizioni storiche ed economico-sociali di Roma ne aveano determinato la politica verso un certo indirizzo, e codesta politica avea reagito sulle prime, sì da imporre a Mario le riforme che avea introdotto.

Ad alcune proposte concernenti l’Africa, Saturnino ne aggiungeva un’altra di assegnazione dell’_ager Gallicus_, di recente conquistato da Mario, non ancora provincia romana, a coloni romani e italici. Se questo non fosse bastato, imponeva che il governo si obligasse ad acquistare le proprietà principali, private e limitrofe.

Caratteristica di queste leggi è: 1) il non aver di mira le _possessiones_ dell’_ager publicus_, occupate da privati, come era stato nelle sempronie, ma il demanio provinciale ancora indiviso; 2) il concedervisi indistintamente il dritto d’iscrizione ai _socii italici_, cosa del resto naturale, in quanto costoro figuravano tra i veterani[66].

Quasi ad abbassare l’autorità del Senato, Saturnino avea aggiunto la clausola, — anch’essa da votarsi —, che, se il popolo avesse accettato le sue proposte, i senatori, entro cinque giorni, avrebbero dovuto giurare di sottostarvi, pena la destituzione ed una multa di venti talenti.

Il proletariato urbano era avverso; ma, non ostante le reciproche violenze, le leggi furono approvate per l’accorrere dei soldati mariani, tra cui abbondava la popolazione rurale.

Allo scadere dell’anno Saturnino veniva creato tribuno per la terza volta, avendo a collega un sedicente figlio di T. Gracco.

Al tempo stesso, Glaucia e Memmio si presentavano avversi candidati al consolato, a cui il primo non avea dritto di concorrere, non essendo ancora scorso il biennale intervallo di legge dalla sua carica di pretore.

_More solito_, Memmio fu tolto di mezzo. La popolazione urbana insorse.

Glaucia e Saturnino si ritirarono sul Campidoglio. Il Senato allora, su proposta di Emilio Scauro, _princeps senatus_, votò un _s. c. u._,[67] con il quale s’incaricavano i consoli C. Mario e L. Valerio di salvare la libertà e le leggi, e si concedeva loro di scegliersi ausiliari tra i pretori e i tribuni (luglio 100)[68]. Questi, all’infuori di Glaucia e Saturnino, furono tutti invitati, e tutti risposero all’appello[69]. Mario armò il popolo[70]. Ai nobili e alla popolazione urbana si aggiunsero i cavalieri, e la sedizione fu spenta nel sangue. Le case di Saturnino furono demolite[71].

V.[72]

Un nuovo _s. c. u._ pare si venga ad avere all’83 contro Silla medesimo, di ritorno allora dall’Oriente. Si tratta adesso di un _s. c. u._, che il partito radicale riesce a strappare da un senato pauroso di nuove guerre civili contro un ottimate a capo di un esercito e reduce da una spedizione militare[73].

Erano consoli Caio Norbano e Lucio Scipione,[74] l’uno e l’altro fautori di Mario, i quali, all’annunzio del ritorno del più implacabile dei loro nemici, ottennero dal Senato il conferimento dei pieni poteri[75], (primavera 83).

Insieme con Cn. Carbone, già console l’anno precedente, marciano in corpi separati contro Silla. L’esercito di Scipione passa, armi e bagaglio, al nemico. Carbone, allora, si affretta verso Roma e fa dal Senato dichiarare _hostes publici_ Silla e i suoi aderenti[76], il che è principio di una serie di operazioni militari, che terminano per riescire sfavorevoli ai consoli (inverno 82).

VI.

Gravi dubbi ci assalgono pel _s. c. u._ votato, secondo il Willems[77], nel 77.

Silla era appena estinto, e già si attentava a rovesciarne la restaurata oligarchia.

Il console M. Lepido[78] era l’uomo, a cui metteva capo l’opposizione. Partito per l’Etruria ad apparecchiare eserciti in pro dell’insurrezione, al Senato che gl’intimava di tornare senza indugio a Roma, rispondeva imponendo: 1) che i tribuni, per cui Silla avea prescritto una multa, caso mai abusassero del dritto d’intercessione, insieme col permesso del senato, ogni qualvolta volessero conferire col popolo, e ai quali egli stesso avea vietato di aspirare a cariche superiori, venissero restituiti nell’antica autorità; 2) che gli illegalmente esiliati fossero richiamati e ripristinati nel possesso dei loro diritti civili e dei loro beni; 3) che a lui fosse concessa la rielezione al consolato.

Era già scorso l’anno di carica dei consoli, e L. Filippo, in Senato, propose che all’_interrex_ Appio Claudio, (la sedizione di Lepido non avea permesso le elezioni consolari), al proconsole Q. Catulo e a tutti i magistrati rivestiti di _imperium_ fosse affidata la salvezza della republica[79]. (77)

Ci rimane però ignoto se la proposta di Filippo sia stata accettata. Certo si è che il comando delle operazioni militari non fu affidato agli indicati dal medesimo, ma al proconsole Catulo e al privato Cn. Pompeo[80].

Battuto presso Roma. Lepido fu dal Senato dichiarato nemico della patria, e costretto[81] a rifugiarsi in Sardegna.

VII.

Ma il _s. c. u._ più noto è quello votato per la congiura di Catilina, diretto a reprimere, non già le mene di tribuni sediziosi o di generali a capo di eserciti, ma un colpo di mano di semplici privati.

Cicerone non vide nei Catilinari che una serqua di debitori dissoluti ed insolvibili, una ciurma di ribaldi incendiari e (meraviglioso a dirsi da lui, che tremava al solo nome di Catilina!) un’accozzaglia di vili e di effeminati[82]. Ma, pur troppo, oltre ai nobili spiantati, i quali, come gli altri che stavano al governo, non potevano ricolmare il patrimonio con gl’introiti dello stato,[83] il grosso dei congiurati era costituito da tutti quegli elementi della popolazione romana, di cui il governo non avea voluto tutelare gl’interessi, sacrificandone anzi, il più delle volte, i sostenitori, dai proletari urbani senza tetto, senza pane e senza libertà[84], da tutti i rovinati dalle usure[85] e dalla corruzione dei magistrati[86], dal proletariato agricolo senza possedimenti e senza lavoro,[87] dai proscritti e dai figli dei proscritti di tutte le guerre intestine, destituiti di patrimonio e di dritti civili,[88] da tutti gli avversari politici dell’oligarchia dominante[89]. «Noi combattiamo», dirà Catilina, prima di venire all’ultima battaglia, «per la patria, per la libertà, per la vita», i nostri nemici «per la potenza di pochi che li signoreggiano».[90]

Al 63 egli si era presentato quale concorrente al consolato, quando, poco prima del giorno dei comizi, Cicerone, allora console, seppe di un’adunanza privata, in cui Catilina avea esposto il proprio programma, e stabilito — si diceva — pel giorno delle elezioni, l’assassinio del console che le avrebbe presiedute.

Il 20 ottobre, Cicerone, convocati i senatori, fa postergare i comizi, e, in una nuova seduta, impone a Catilina di scolparsi.

Questi si comportò fieramente; e, con una metafora, nella quale volle accennare agli ottimati ed al popolo, rispose che due corpi esistevano nella republica, uno debole dalla testa mal sana, l’altro saldo, ma senza capo[91], che, lui vivo, più non ne sarebbe mancato! Fu tosto votato un _s. c. u._, che affidava ai due consoli, Cicerone ed Antonio, la salvezza della republica. (ottobre 63).[92]

Il 27 ottobre[93] Catilina aveva spedito C. Manlio in Toscana, e metteva alla rivolta Capua, la Puglia e la Marca Anconitana.

Il senato quindi invia quattro generali sui luoghi minacciati, promette ricompense agli schiavi delatori, ricompense ed immunità ai liberi, che avessero defezionato dall’esercito dei rivoltosi, e rimanda i gladiatori a Capua e nelle fortezze, istituendo in Roma una guardia civica comandata dai magistrati minori, forse dietro un’ordinanza di _tumultus_[94].

Dopo il 7 o l’8 di ottobre (data della Iª Catilinaria), il senato costringeva Catilina ad uscire da Roma[95].

Poco dopo, in una coi suoi, lo dichiarava nemico della patria[96], e delegava il collega di Cicerone, Antonio, a muovere contro i ribelli, ingiungendo a Cicerone di rimanere a custodia della città[97].

Frattanto, questi riesciva ad avere in mano i capi dei congiurati: senatori, pretori, antichi nobili romani, lasciati da Catilina in città — si narrava — con ordini feroci.

Sfuggendo a qualsiasi risoluzione personale, egli convocò il senato, il quale assistette all’interrogatorio di tutti i presunti colpevoli, ascoltò le delazioni e le denunzie, e ordinò che gli arrestati fossero trattenuti e che il pretore Lentulo, uno dei medesimi, deponesse la carica[98]. La loro sorte fu decisa in una prossima tornata. Colpiti da sentenza capitale, essi caddero strozzati dai _tresviri capitales_, sotto la sorveglianza del console.[99]

L’anno appresso, Catilina coi suoi periva combattendo contro l’esercito di Antonio,[100] mentre, in Roma, i nuovi consoli (Silano e Murena) proseguivano le loro inchieste sui sospetti di collusione coi ribelli.[101]

VIII.

La repressione lasciò come sempre, uno strascico di odî.[102] Il senato, previggente, avea per ciò stabilito che, chiunque avesse osato citare alcuno in giudizio per la condanna dei Catilinari, lo si sarebbe considerato quale nemico e traditore.

Il tribuno Metello Nepote, che accusava appunto il senato di avere condannato a morte dei cittadini senza la suprema decisione dei comizi, fu costretto a tacere.

Più tardi tornò alla carica, proponendo il richiamo di Pompeo, che guerreggiava allora in Oriente e fidando nel di lui zelo per la causa popolare; ma fu osteggiato dagli aristocratici e dai suoi stessi colleghi. Ne seguì una zuffa in pieno comizio. Il senato votò immediatamente un _s. c. u._[103] (62). Nepote, temendo, riparò presso Pompeo.

IX.

Era il 52 a. C. Per gl’incessanti tumulti suscitati dalle brighe dei candidati, non si erano potuti tenere i comizi consolari, nè dai consoli dell’anno precedente, nè dai successivi _interreges_[104].

Milone, un fiero avversario dei democratici, uccide per via Clodio, il nemico implacabile di Cicerone e dell’aristocrazia. Il popolo e i tribuni della plebe gli fanno splendidi funerali, incendiano la curia del senato, minacciano di radere al suolo la casa di Milone, e invadono quella dell’_interrex_, per costringerlo a tenere immediatamente i comizi, che speravano allora sfavorevoli agli ottimati.

Sopraggiungono le bande miloniane e scacciano gli invasori. Il senato allora vota un _s. c. u._, per cui affida ai tribuni, all’_interrex_ e al proconsole Pompeo, che aveva ottenuto la proroga quinquennale del governo della Spagna, la difesa della republica[105] (30 gennaio)[106]. Indi, riconfermatolo in una nuova seduta, tenutasi tra una guardia di soldati, fuori del _pomerium_, in prossimità dell’esercito pompeiano, invia Pompeo a Roma a far nuove leve[107] e gli conferisce il consolato senza collega.

Pompeo però nomina come tale Quinto Scipione, figlio di Nasica, e, per non offendere Cesare, fa a quest’ultimo dai tribuni decretare sin da ora il consolato per il tempo, in cui l’avrebbe legalmente potuto ottenere. Indi propone nuove forme regolatrici dei processi, che avrebbero riguardato i fatti determinanti il s. c. u., inizia i dibattimenti, e chiude l’anno dei suoi poteri straordinari colla votazione di due nuove leggi, alle quali era però accordato un valore permanente.

X.

Scadeva a Cesare il secondo quinquennio del preconsolato[108], dopo il quale, secondo il parere del senato, egli avrebbe dovuto deporre la carica ed il comando dell’esercito, mentre, secondo lui, e secondo molti degli ottimati, avrebbe potuto tenere l’una e l’altro sino alle elezioni consolari[109].

Così avrebbe evitato un intervallo di vita privata, accessibile ad accuse e a processi, solito sfogo di rappresaglie politiche.

Dopo parecchie violente discussioni in senato e privati reciproci messaggi, Cesare, da Ravenna, dove, reduce dalle Gallie, si trovava ad invigilare le vicende della capitale, inviò al senato un _ultimatum_, dichiarandosi, checchè facesse Pompeo, allora luogotenente delle Spagne, pronto a congedare otto e persino nove delle sue legioni, purchè il senato gli concedesse il comando della Gallia Cisalpina e dell’Illirico fino alle prossime elezioni consolari.[110]

Era un tornare alle solite. La questione giuridica celava infatti una più grave questione politica.

Cesare aveva esordito sposando una figlia di Cinna, e, dopo essersi rifiutato ad obbedire agli ordini del dittatore Silla, che gl’imponeva il divorzio, avea, contro il volere del medesimo, mantenuto la carica sacerdotale conferitagli da Mario.

Poco prima della congiura catilinaria, egli era stato la mente ispiratrice di quell’abile disegno di legge agraria presentato da P. Servilio Rullo, che, a giudizio del Mommsen, «doveva preparare alla democrazia una posizione eguale a quella fatta a Pompeo dalle proposte gabino-manilie».[111] Della congiura di Catilina egli era stato senza dubbio simpatizzante, ed egli solo avea sostenuto, a viso aperto, la difesa degli imputati, come, dopo la loro condanna, avea osteggiato fieramente Cicerone. Console al 59, egli aveva ripresentato la legge agraria di Rullo[112] e l’anno appresso un plebiscito, che gli avea concesso per un quinquennio la luogotenenza della Gallia Cisalpina, gli avea offerto i mezzi di raccogliere i frutti che si aspettava dal suo consolato, ed incarnare finalmente l’ideale suo e del partito: l’impero della democrazia per mezzo delle proprie legioni di generale.

I suoi successi nelle Gallie non avevano servito che a rinfocolare tale speranza. Adesso era venuto il momento di tirare le somme, ed era questa la catastrofe che il senato tentava di scongiurare, ritogliendo a Cesare le legioni.

Quanto a Pompeo, il quale non aveva mai seriamente appoggiato il partito radicale, e ne aveva ricevuta alleanza solo perchè talvolta si era schierato contro quello senatorio, avea, poco a poco, girato la propria posizione, e ciò che più ve l’aveva determinato, erano state le vittorie di Cesare in Gallia e la sua misera contesa con Clodio in Roma.

Il convegno di Lucca del 56 avea per un momento eliminato i palesi rancori, ma, al 52, Pompeo, creato in realtà dittatore, oltre a perseguitare giudiziariamente alcuni degli antichi partigiani di Cesare ed emanare una nuova legge _de ambitu_, nella quale era agevole intravedere un pericoloso attacco personale contro il proconsole delle Gallie, lo aveva trascurato nella scelta del collega, e — fatto ancora più grave — egli si era riconfermata per altri cinque anni la luogotenenza della Spagna. Quando poi la questione giuridica era stata posta all’ordine del giorno del Senato, la coalizione di Pompeo con il partito aristocratico era già un fatto compiuto.

L’_ultimatum_ di Cesare, come del resto le sue anteriori proposte, accolte con entusiasmo dal popolo, a cui erano state notificate dai tribuni Curione ed Antonio, trovò vivissima opposizione da parte dei consoli e del senato, che lo respinse a grande maggioranza, e votò invece la proposta di Scipione, suocero di Pompeo, colla quale si minacciava a Cesare la qualifica di traditore e nemico pubblico, qualora, entro un dato termine, non avesse deposto la carica e l’esercito[113].

Al s. c. fu opposta l’_intercessio_ dei tribuni. Il senato allora decreta il lutto pubblico[114], e si riconvoca per decidere sul divieto tribunizio.

Nuova _intercessio_ e nuove proteste. L’assemblea, scioltasi fra il tumulto, viene riconvocata la sera da Pompeo, che eccita i senatori a rifiutare ogni partito più temperato. I tribuni, vista inutile la loro opera, anzi pericolosa la loro permanenza in Roma, tanto più che il console ve li costringeva, riparano presso Cesare, ed il 7 gennaio veniva votato un _s. c. u._, col quale si affidava ai consoli, pretori, tribuni e proconsoli, residenti in città, la difesa della repubblica.[115]

Pochi giorni dopo, il senato si recava da Pompeo fuori del _pomerium_, e, dopo aver proclamato _tumultus_,[116] iniziava i preparativi per la guerra: 1) leve in tutta Italia, sì da raccogliere 130 mila soldati; 2) arrolamento di mercenari da nazioni estere; 3) concessione del denaro pubblico a Pompeo; 4) tasse municipali d’armi e di danaro, e, se questo non bastasse, contribuzione privata; 5) espoliazioni degli arredi dei tempî; 6) conferimento a privati di due province pretorie e due consolari.

Senza nemmeno riconfermare loro l’_imperium_ con una deliberazione popolare[117], si dà principio alla guerra.

XI.

Mentre Cesare in Oriente si apparecchiava all’ultima battaglia contro Pompeo, in Roma il pretore Celio Rufo, un democratico e cesariano, promulgava nuove leggi in pro dei debitori.

«Il cronico male della necessità di contrarre debiti, scrive l’Ihne, si era acuito col deprezzamento delle proprietà, determinato a sua volta dal timore di devastazioni militari e dal ristagnamento degli affari. Un gran numero di ragguardevoli e minuti debitori della specie dei Catilinari sperava in una universale estinzione dei debiti».

«Poichè molti si affrettavano a nascondere in luogo sicuro quanto possedevano, il denaro era sparito dal commercio. Non esisteva più fiducia», «e i proprietari si trovavano nell’impossibilità di vendere o ipotecare le case o i latifondi allo scopo di riscattare gli eventuali loro debiti».[118] La guerra permanente avea generato i suoi effetti naturali, e Cesare stesso, sentendo la necessità di nuove leggi sui debiti, prima della guerra civile, avea ordinato l’estimo di tutte le possessioni mobili ed immobili, che dovevano, in proporzione del loro valore, passare in mano dei creditori. Al punto, in cui gli eventi erano precipitati, la proposta riesciva di una discutibile praticità, ma, quel ch’è peggio, essa probabilmente non ebbe corso.

Molto più radicale invece voleva essere l’opera del pretore Celio Rufo. Egli in una legge che presentò ai comizi centuriati, propose una dilazione di sei anni senza decorso d’interessi, e a questa ne fece seguire due altre, l’una condonante ai pigionali il saldo del fitto d’alloggio arretrato, l’altra promulgante l’estinzione generale dei debiti[119].

Il senato allora, dietro relazione del console, vota un _s. c. u._ (48).[120] Il console, incaricato dell’esecuzione, sospende Celio e lo sostituisce con un altro pretore, lo caccia dal senato, lo strappa dalla tribuna, mentre quegli si doleva del trattamento inflittogli, e ne spezza pubblicamente la sedia curule.

Celio temette che ne fosse per seguire qualche grave punizione. Tentò di evadere dalla città, ma la sorveglianza del console ne lo impedì. Si presentò a lui, chiedendo di recarsi presso Cesare. Gli fu accordato con l’obbligo di farsi scortare da un tribuno e col diritto di uscire, portando seco le insegne di pretore. Per via, presso Capua, si rifiutò di obbedire alla sua scorta, che gl’imponeva di proseguire il viaggio. Tentò muovere un’insurrezione negli Abruzzi, dove perì ucciso dalle milizie del console.

XII.

L’agitazione suscitata da Celio Rufo fu ripresa immediatamente dal tribuno P. Cornelio Dolabella[121]. Era l’anno 47, e, nell’assenza di Cesare dall’Italia, rimanendo il governo di Roma nelle mani di Antonio, il suo _magister equitum_, Dolabella ripropose le leggi di Rufo. Il senato, sentendosi, per varie ragioni, nell’impossibilità di opporvisi, volle tentare una dilazione, e vietò che si proponessero delle innovazioni sino al ritorno di Cesare, mentre Antonio sospendeva la concessione del porto d’armi entro l’ambito del _pomerium_.

Ambedue le misure riescirono vane, e il senato ricorse al _s. c. u._, affidando la difesa della capitale ai tribuni del popolo e al _magister equitum_,[122] con la raccomandazione di tenere l’esercito consegnato in città. Il nuovo espediente non fruttò più degli antichi. Allora Antonio, che avea precedentemente favorito Dolabella, gli suscita contro il di lui collega ed avversario Trebellio. Il senato torna ad affidargli la difesa della republica.

Ma neanco questa volta si venne a capo di nulla. Bisognò attendere il ritorno di Cesare, che placò poscia definitivamente le contese mediante un’amnistia generale.

XIII.

Agli idi di marzo del 44, Cesare moriva assassinato in seguito alla nota congiura degli _optimates_.[123]

Ma costoro, i quali illudevano che tale violenza fosse sufficiente a svegliare nel popolo, insieme con l’antico amore verso le istituzioni, nuovo sdegno contro il morto dittatore, che le avea in gran parte violate, dovettero restare ben attoniti al bieco silenzio, da cui furono circondati, quando, poco dopo l’eccidio, si diedero a percorrere le strade di Roma coi pugnali stillanti sangue nella destra.

Tale episodio, che più tardi diede agio a Cicerone di declamare non so che sentenze sui fatali effetti della corruzione dei popoli, bastò a suscitare nuove speranze tra le file degli scorati cesariani.

L’autorità dell’estinto era stata singolare.

Cogliendo occasione dalla gravità delle circostanze sociali e politiche, sospinto in gran parte dai suoi sogni ambiziosi, egli aveva assommato in sè quasi tutti i poteri dello stato.

L’esempio era pericoloso, e, non poteva non prevedersi che voglie analoghe sarebbero, alla sua morte, risuscitate in uomini di analogo temperamento. Infatti, non mancarono i candidati alla eredità del dominio: da un lato M. Antonio, il più favorito degli amici del dittatore, il sostenitore della sua politica interna, il compagno delle sue imprese estere; dall’altro il diletto figlio adottivo, l’erede universale delle proprie sostanze, C. Cesare Ottaviano. La lotta combattuta con criteri eminentemente politici fra Cesare e Pompeo risuscitava tra le file di uno dei due partiti, degenerando in un conflitto di miseri interessi personali.

Antonio, pel primo, in virtù di una «_lex de actis Caesaris confirmandis_», pubblica le postume _leges iuliae_, fra cui ne interpola altre di fattura propria, scaltra macchina di guerra per ischiacciare gli antichi nemici, assicurarsi nuovi amici, e legare più saldamente ai propri gl’interessi di quei partiti, che tanto avevano sostenuto il suo predecessore.

Una scorsa al contenuto delle più importanti fra le medesime non può non rendercene avvisati.

A base di tutto stava una legge agraria e una coloniaria (_de colonis in agros deducendis_), ambedue aventi lo scopo di favorire i veterani dell’esercito, sia col distribuire gli scarsi avanzi delle terre demaniali italiche, sia col rendere tali nuove _possessiones_ ancora in potere di privati.

Di eguale importanza era una legge giudiziaria, colla quale si stabiliva che nei tribunali penali alle due decurie dei senatori e dei cavalieri fosse aggiunta altra dei centurioni[124], e ciò allo scopo di far guadagnare agli ufficiali dell’esercito una notevole influenza nello stato.

Una nuova legge _de vi_ conferiva ai presunti rei per attentati alla sicurezza della republica e per lesa maestà l’appello ai comizi centuriati, e stabiliva, in luogo della morte, come massimo di pena, l’esilio e la confisca di metà degli averi.

Per isbarazzarsi di Lepido, foriero di probabili ostacoli, al quale avea promesso il pontificato, Antonio ripigliò la legge, per la quale Cesare avea deferito al popolo la scelta del titolare a codesta suprema magistratura; ed il popolo, interpetre dei di lui desideri, rimandò Lepido ad altri uffici.

Come si vede, siamo ancora nel programma democratico dei tempi andati, rincarato di una leggera tinta militarista, che vi avea introdotta Cesare, e, prima di lui, Pompeo, il quale, a sua volta, l’aveva ereditato da Silla e da Mario.

Ma se questa era l’opera di Antonio, poco meno abile ci appare quella di Ottaviano, il quale, non potendo gareggiare nel campo legislativo, dove già altri l’aveva con tanta fortuna preceduto, risponde con un atto d’abnegazione, soddisfacendo, colla vendita dei beni mobili ed immobili di sua proprietà, al legato di Cesare, che lasciava trecento sesterzi per testa ai 150000 cittadini, che ricevevano grano dallo stato.

Della sorte dei due uomini, forse allora egualmente favoriti dai _populares_ e dall’esercito, rimaneva arbitro il partito conservatore, il quale metteva capo al suo _leader_ intellettuale, M. Tullio Cicerone. La vittoria sarebbe toccata a chi avesse saputo guadagnarselo.

Coerente al proprio passato ed a quello del suo partito, Cicerone scelse come primo bersaglio quello dei due uomini che più gli appariva temibile, e attaccò subito Antonio per la succitata legge _de vi_ e per l’altra _iudiciaria_[125]. In pari tempo Ottaviano, pur fermo a garantire con la sua persona e col suo passato prossimo e remoto le proprie simpatie politiche, capiva che contro Antonio bisognava a sua volta servirsi di Cicerone.

Questi, il 20 dicembre, con la terza Filippica induceva il senato a confermare la Gallia Cisalpina a quel Decimo Bruto, che era stato uno dei congiurati, di cui approvava le leve fatte contro Antonio; e, al tempo stesso, faceva decretare dal senato onori e rendimento di grazie ad Ottaviano e alle legioni disertate da Antonio.

Uguale, se non migliore resultato, egli otteneva con la 5ª Filippica (1 gennaio 43), colla quale avea proposto che Bruto fosse dichiarato benemerito della patria, e fatto stabilire che si erigesse ad Ottaviano una statua; che gli s’accordasse la dignità senatoria e il diritto di chiedere le altre magistrature dieci anni prima dell’età prescritta, lo si rimborsasse delle spese patite per l’arrolamento delle soldatesche al servizio della republica e si esentassero quelli tra i suoi soldati, già disertori di Antonio, da ulteriore servizio militare, promettendo inoltre una prossima spartizione di terre demaniali.

La questione, su cui l’oratore e il senato non si trovarono pienamente d’accordo, fu quella dell’invio di un’ambasceria ad Antonio. Una decisione definitiva non si potè avere che con un notevole ritardo. In essa fu stabilito d’intimare ad Antonio: 1) che lasciasse le legioni e la Gallia Cisalpina, in cambio della quale avrebbe ricevuto la Macedonia; 2) che levasse subito l’assedio a Decimo Bruto, che già s’era chiuso a Modena; 3) che, entro un termine prescritto, ripassasse con l’esercito al di qua del Rubicone.[126]

Quanto ai suoi soldati, essi erano obligati a tornare in patria sotto minaccia di essere dichiarati _hostes publici_.[127]

Le risposte di Antonio non furono meno recise. Egli prometteva: 1) di ritirarsi dalla Gallia _togata_, non già dalla _chiomata_; 2) di licenziare l’esercito, salvo sei legioni, sino al giorno, in cui Cassio e M. Bruto avessero, in qualità di consoli o di proconsoli, occupato le loro province; 3) chiedeva che il senato accordasse ai suoi soldati i medesimi onori, che erano stati accordati a quelli di Ottaviano, e, oltre a riconoscere la già avvenuta distribuzione dei territori campano e leontino, assegnasse loro nuovo bottino e terre demaniali.

Chiedeva altresì: 1) che fossero mantenute le leggi sue e dei colleghi fondate sui chirografi e i comentari di Cesare; 2) che fosse concessa immunità ai settemviri[128] pei loro atti trascorsi; 3) che infine non si facesse inchiesta sui tesori del tempio di Opi, dove, secondo i suoi avversari, si celava uno sperpero di ben sette milioni di sesterzi.

Ma nè Ottaviano, nè il senato potevano annuire a tali contro-proposte. Ogni tentativo di conciliazione era esaurito; non rimaneva che intimare la guerra, e così fu fatto.

Venne immediatamente votato un _s. c. u._, pel quale si raccomandava ai consoli Irzio e Pausa e al propretore[129] Ottaviano la difesa della republica (gennaio 43).[130] Il _s. c. u._ era stato preceduto da un altro di _tumultus_[131]. Tutto il popolo romano prese le armi. Per ricolmare l’esausto erario ogni cittadino contribuì 1/25 dei propri beni, ciascun senatore pagò quattro oboli per ogni tegola delle case possedute in città, mentre universali contribuzioni d’armi e di forniture militari sopperivano all’urgenza della circostanza.

I voti di Cicerone potevano dirsi esauditi, se non fosse stato il cattivo esito dei suoi tentativi per far dichiarare Antonio nemico dello stato. Contro di lui prevalse, oltre alle ripetute intercessioni tribunizie,[132] l’eloquenza del suocero di Cesare, L. Calpurnio Pisone; e tale gioia non gli fu concessa, se non dopo la totale disfatta di Antonio in Gallia e il suo raccozzamento con Lepido[133]. La dichiarazione d’_hostis publicus_ fu allora, come sempre, accompagnata dalla confisca dei beni[134].

XIV.

La disfatta di Antonio[135] fece accorgere il senato di avere ecceduto nell’esaltare quell’Ottaviano, che non lasciava di essere figlio di Cesare e democratico per giunta, rappresentante cioè di quelle tendenze monarchico-militari, che avevano condotto a morte il padre suo. Perciò come si era servito dell’erede di Cesare contro Antonio, così esso tentò di servirsi contro quest’ultimo del molto più schietto conservatore e republicano D. Bruto. Per tali ragioni decretò, ma solo a costui, sacrifizi e trionfo; a lui solo affidò la continuazione della guerra ed il comando delle legioni, (dei due consoli, uno era morto, l’altro moribondo), mentre ne onorava i soldati coi premi e con gli elogi promessi a quelli di Ottaviano, i soli che si fossero realmente battuti.

Contro al nuovo nemico intanto stavano armati i più noti conservatori del tempo: Sesto Pompeo con la flotta, M. Bruto colle legioni di Macedonia e C. Crasso in Siria con l’incarico di guerreggiare Dolabella, reo di avere ucciso Trebonio, uno dei congiurati contro Cesare. Come se ciò non bastasse, il senato cercava di insinuare la discordia fra Ottaviano e il suo esercito. Il buon senso e la fedeltà di quest’ultimo fece fallire il colpo, mentre d’altro canto Ottaviano si decideva ad entrare in trattative con Antonio.

L’antico luogotenente di G. Cesare si era il 29 maggio congiunto con M. Emilio Lepido,[136] uno dei più noti seguaci del morto dittatore; e la notizia era stata accolta con tale terrore dal consiglio senatorio da indurlo, temendo di peggio, a riaffidare ad Ottaviano la ripresa delle ostilità. Questi rispose che il suo esercito avea giurato di non muovere contro legioni, che, come quelle di Lepido e di Antonio, fossero appartenute a Giulio Cesare. Quattrocento dei suoi soldati si recano anzi dal senato, chiedendo per sè le ricompense promesse e non ricevute, pel loro duce il consolato, e l’amnistia per le legioni di Antonio. Avuto un diniego a tutte le loro richieste, tornano ad Ottaviano, e questi non tarda a marciare su Roma. Il senato allora, dopo avere invano tentato di conciliarselo insieme all’esercito con onori e con l’esaudimento di tutte le precedenti richieste, decretato _tumultus_,[137] vota un _s. c. u._,[138] affidando ai pretori la difesa della republica, e facendo occupare il Gianicolo e il Tevere dalle milizie, che esso potè avere a sua disposizione (29 maggio-19 agosto 43).[139].

XV.

Ottaviano[140] avea elevato ai primi onori Salvidieno Rufo. Ma, per ignote ragioni, al 40, il suo protettore medesimo lo accusò in pieno senato di cospirazione contro la propria persona e contro il popolo romano. I triumviri (Antonio, Lepido e Ottaviano) vennero incaricati della difesa della repubblica.[141] (40)

Furono ordinate delle pubbliche preghiere. Rufo fu condannato alla pena capitale, e finì, non si sa bene, se suicida o sgozzato.[142]

XVI.

Non si può segnare alcun _s. c. u._ posteriore alla fine della republica. Uno, di cui il Mommsen[143] à creduto ci sia fonte Dione, è originato da una falsa lezione del testo del medesimo[144].