Chapter 10 of 15 · 3897 words · ~19 min read

IX.

La storia di Nelson m’è più cara della mia vita, e perciò lo seguo nel Mediterraneo, dopodichè ritornerò a quell’Inghilterra tanto triste per me dacchè la ho lasciata.

Negli ultimi giorni di luglio mi scrisse:

«Mia Cara Emma,

«Quantunque vi abbia scritto da vari luoghi, soltanto per dirvi, sono qua, sono là, mi è stato impossibile di dirvi altra cosa, che sono qui e sto bene, perchè non dubito _che saranno tutte lette_. Non ho altro mezzo per mandarvi notizie che il mare, e gl’invii che dovranno farsi col mezzo di piccoli bastimenti che l’ammiraglio mi ha dato, non potranno essere frequenti.

«Il nostro passaggio è stato enormemente lungo: da Gibilterra a Malta abbiamo impiegato undici giorni; arrivai verso la sera del 15, e ripresi il mare nella notte del 16 al 17 a tre ore, e non giungemmo che al 26 innanzi a Capri, ove ho dato ordine perchè la fregata che portava M. Elliot a Napoli venisse a raggiungermi.

«Vi mando le copie delle lettere del re e della regina. Sono orribilmente afflitto che essa non dica nemmeno una parola di voi. La sua sola scusa che dice, è che questa è una lettera politica.

«Quando risposi alla regina, le scrissi:

«Ho lasciato lady Hamilton il 18 maggio, e sempre così affezionata verso V. M. che sono sicuro che darebbe la vita per salvare la vostra. V. M. non ha mai avuto un’amica più sincera e leale della vostra cara Emma. Vi spiacerà di conoscere, ne sono sicuro, che sir William non l’ha lasciata in una condizione pecuniaria così lauta come lo permetteva la sua fortuna. Egli ha diviso i suoi beni fra i suoi parenti; ma essa farà onore alla sua memoria, quantunque tutti i suoi amici gli diano il torto d’essere stato avaro verso di lei.»

«Spero, mia cara Emma, che la regina vi abbia scritto direttamente: se è capace di dimenticare la mia Emma, spero che Dio la dimenticherà a suo tempo; ma voi credete che essa non sia capace di dimenticarvi. Questo è il momento di darvi una prova della sua affezione. Mostrate soltanto le copie delle lettere del re e della regina ai nostri amici più intimi.

«Il re è tristo e sta sempre a Belvedere.

«Elliot non vide nè lui nè la regina, dal 17, giorno del suo arrivo, fino al 21; al 22 egli dev’esser presente.

«Sono convinto che il piano di questo _miserabile Corso_ sarebbe di conquistare il regno di Napoli: ha fatto entrare 13000 soldati nella parte dell’Adriatico, e prenderà possesso di Gaeta e di Napoli senz’alcun’ombra di diritto, e se il povero re fa qualche osservazione, o ci permette di soccorrere la Sicilia, dichiarerà la guerra, e dichiarerà Napoli di buona presa.

«Aveva consigliato al generale Acton di non lasciare la famiglia reale a Napoli; poichè Napoli o tosto o tardi sarà conquistato, come meglio converrà a Bonaparte.

«La Morea e l’Egitto sono pure nelle sue viste. Un’armata di 70000 uomini si è radunata in Italia.

«Come potete crederlo, ho grande premura di andare innanzi a Tolone a raggiungere la flotta.

«Noi passiamo innanzi a Montecristo, a Bastia, al capo Corso; jeri ci avvicinammo lentamente a Tolone. Quale sia la loro forza, non lo saprei; alcuni dicono che hanno nove vascelli di linea, altri sette, altri cinque. Se ve ne sono nove, ci verranno ad incontrare, giacchè noi abbiamo soltanto un egual numero di vele.

«Spero però che usciranno, e così potremo finir tutto, perchè, come sapete, nulla detesto di più dell’indecisione.

«Luglio 1803.

«Mi avanzo verso Tolone per schiacciare i Francesi. Abbiamo tutto in pronto: sette vascelli di linea, cinque fregate e sei corvette; in una settimana ne avremo uno o due di più; abbiamo oggi otto vascelli di linea, dimani sette, compresivi due vascelli da sessantaquattro.

«Potete immaginarvi, cara Emma, quanto sarei felice di avere una delle vostre care e lunghe lettere, per farmi sapere quanto è accaduto dopo la mia assenza.

«Ringrazio Iddio che non possiate mai trovarvi in bisogno; ma state sicura, finchè avrò sei soldi, ve ne saranno cinque per voi; ma voi avete acquistato questa esperienza che in materia di denaro non bisogna contare sugli amici. Spero che il vostro buon senso ne approfitterà.

«Credo bene che il ministro farà qualche cosa per voi; ma non ha fatto ancora nulla. Noi possiamo vivere con pane e cacio. L’indipendenza è una benedizione; e benchè non abbia trovato mezzo finora di fare una buona presa, e ciò che è stato preso si è già mangiato, pure sarei sfortunato se in questa campagna non avessi di che pagare tutti i miei debiti; e pagati i debiti non è per me poca consolazione.

«Non ho ancora parlato ad Acton del mio affare di Bronte; ma se Napoli rimane per lungo tempo nelle mani del re Ferdinando, ne terrò parola, ma non spero nulla da loro. Credo che da parte sua non rincrescerà ad Acton di essere lontano sano e salvo.

«Da quanto sento dire, credo che il re di Napoli sia così disperato, che metterebbe volentieri le redini di Napoli nelle mani di suo figlio, e si ritirerebbe in Sicilia. Voi sapete bene che sir William ha sempre pensato che il re Ferdinando finirà così. La sua situazione basta in fatti per istraziare il cuore.

«Luglio 1803.

«Questa mattina abbiamo raggiunto la flotta. Gli uomini dei bastimenti sono buoni; ma i vascelli sono avariati e sono lontani dall’avere il loro equipaggio completo. Non ci sarebbe nulla di meglio, che di affrontarci subito col nemico.

«Abbiate la bontà di mandare la lettera qui acchiusa al suo indirizzo, e state sicura che fino all’ultimo momento della mia vita sarò il vostro affezionato e fedele

«NELSON BRONTE»

Cito la lettera di Nelson invece di ritornare a me e seguire il mio racconto, perchè credo che sia molto più curioso di veder l’uomo, che ha avuto una così grande influenza sugli avvenimenti d’Italia, ritornare nei luoghi ove questi avvenimenti si sono compiti, che di vedermi sostenere i primi passi di Orazia, che giuoca sull’erba di Merton-place.

Consacrerò questo capitolo alle lettere di Nelson, che non sono lettere d’amore, ma dispacci politici.

Dunque continuo, o piuttosto continua Nelson:

«_Victory_ innanzi Tolone, 1 agosto 1803.

«Non sono sicuro che riceverete questa lettera:

«Mia carissima Emma

«La vostra lettera del 31 maggio, che mi è giunta da Napoli, nel pacco di M. Noble contenente la corrispondenza di Davyson con Plymouth, mi è stata consegnata dalla _Phoebè_ due giorni or sono, ed è la sola linea, che la flotta abbia ricevuto dopo la sua partenza dall’Inghilterra.

«Non vi sarà difficile, mia cara Emma, di farvi comprendere l’emozione, che la vista e la lettura della vostra lettera mi ha prodotto. Sono cose che non possono essere comprese che da persone legate da un’affezione come la nostra, e quantunque abbiate scritto poche parole, ho compreso che volevano dir molto. Approvo il vostro piano e la scelta della vostra società. Per l’altro inverno o per la primavera prossima spero di essere abbastanza ricco per fare tutti gli abbellimenti necessari al nostro caro Merton; ciò servirà a divertirvi; sono sicuro che sarò un grande ammiratore di tutto ciò che farete fino alle vostre piantagioni di uva spina.»

La crociera durò circa tre mesi. Dopo aver trasportato la sua bandiera dall’_Uncle_ sulla _Medusa_ e dalla _Medusa_ sull’_Amazzone_, Nelson seppe che la pace era stata firmata il 1 ottobre; ed era tempo, egli era veramente ammalato.

Al 17 Nelson mi scrisse dall’_Amazzone_:

«Mia cara amica,

«Benchè la mia indisposizione non presenti alcun pericolo, pure resiste alla medicina che il dottore Baired ha prescritto; e debbo confessare che mi ha molto prostrato e mi pare d’inghiottire del rhum, che non possa digerire, e resti nei visceri. Vorrei che questi signori dell’ammiragliato soffrissero dello stesso mio male; ma siccome essi non hanno visceri, almeno per me, è inutile che lor faccia questo augurio. Ho passato una notte molto cattiva, ma le vostre care lettere e quelle di sir William, mi fanno un gran bene.

«La positiva mia risoluzione è di non esser tormentato al mio arrivo a Londra, e di non chieder nulla, fuorchè di ritirarmi in campagna con voi, miei buoni amici.

«In questi due giorni, qui ha fatto molto freddo, ma il tempo non è cattivo. Ho acceso il fuoco nella cabina, e spero che la malattia se ne andrà.

«NELSON BRONTE.»

Quantunque questa lettera si debba porre nella categoria delle lettere officiali, m’inquietava; le sue frasi interrotte, e direi quasi convulse, mi parevano indicare che chi le aveva scritte tremava per la febbre nel vergarle.

Al 23 ottobre Nelson arrivò a Merton-place. Aveva chiesto a sir William di alloggiare la nutrice e la sua piccola Orazia in una delle sue piccole dipendenze. Sir William, che conosceva l’amore di Nelson per quella bambina, acconsentì immediatamente: inoltre la casa era di Nelson, e non sua. Io aveva indovinato, perchè Nelson appena ci ebbe abbracciati chiese della sua figlioccia, e si dovette condurlo subito dalla pretesa madre di Orazia; ma la vera madre era là, e non perdette nè una parola, nè un gesto, nè un segno. Questa gioia di Nelson era il mio trionfo.

Al 29 dello stesso mese Nelson fu istallato alla camera dei lord: aveva ritardato quella cerimonia, che riteneva per molto noiosa, e l’aveva ritardata quanto più potè. Siccome egli era visconte, fu presentato dal visconte di Sydney.

L’inverno passò in mezzo ai balli ed alle feste nei villaggi circostanti di Merton-place, di cui Nelson era fanatico in causa della sua solitudine, e della libertà che vi godevamo, e dei balli e delle serate e delle feste come Piccadilly. Sir William riceveva molto, e siccome Nelson abitava con noi, avevamo sempre per ospite qualcuno della sua famiglia, e debbo dire, che questi ospiti, che dopo la morte di Nelson non mi parlarono più, erano invece, quando egli era vivo, pieni di attenzioni e di riguardi per me.

Nell’estate del 1802, lord Nelson, suo padre, suo fratello, sir William ed io, andammo a fare un viaggio nel sud della contea di Galles; ma a Bleenheim il mio amor proprio ebbe a soffrire una forte scossa, visto lo sprezzo che mi manifestava la nobile famiglia che abitava il castello. Nelson fu profondamente offeso di questa mancanza di convenienza a mio riguardo, rifiutò di accettare i rinfreschi che ci offersero, ed io dissi allora in modo d’essere intesa:

— Dopo la battaglia di Abouckir, se fossi stata regina, avrei dato a Nelson un principato; ma avrei procurato che fosse tanto bello che Bleenheim non fosse che un orto in suo confronto.

Del resto in tutte le feste che si diedero al mio eroe, dai municipj, dalle città, o dalle assemblee pubbliche, combinai costantemente, col mio talento declamatorio, e colla mia voce veramente rimarchevole, di aumentare l’allegria dei conviti e i piaceri delle serate: non soltanto la voce pubblica, ma anche i giornali della provincia fecero conoscere gli immensi successi che ottenni.

Al principio di settembre ritornammo a Merton, e vi restammo tutto l’inverno.

Da molto tempo sir William non istava molto bene, ma verso la fine dell’inverno la sua indisposizione si fece assai grave, e nel mese di marzo cadde ammalato seriamente. Lo conducemmo subito a Londra, ove gli furono prodigate tutte le cure, ma la scienza nulla poteva contro ai suoi settantadue anni, e andò sempre più indebolendosi, di modo che al 6 aprile ci trovammo tutti e due in ginocchio al suo letto per ricevere l’ultimo suo sospiro.

Sir William morì come un uomo che non ha nulla da rimproverarsi, e pochi minuti prima di morire, con voce debole, ma piena di serenità, disse a Nelson prendendogli la mano: — Bravo e grande Nelson, la nostra amicizia quantunque lunga è stata senza nubi, e morendo sono altiero dell’amico che Dio mi ha dato. Spero che vedrete e farete rendere giustizia dai ministri ad Emma. Voi sapete meglio di chiunque i grandi servigi che ha reso, e vi ricorderete tutto ciò che ha fatto pel nostro paese. Proteggete la mia cara moglie, e possa il grande Iddio benedirvi, darvi sempre la vittoria, e proteggervi nelle battaglie.

Poi volgendosi a me, disse:

— Mia incomparabile Emma, voi non mi avete mai offeso, nè in pensieri, nè in parole, nè in azioni: lasciate che vi ringrazii profondamente per la vostra affezione, per la vostra bontà, nei dieci anni della nostra felice unione.

Poi, facendo un ultimo sforzo, unì le nostre due mani, mandò un sospiro e spirò.

Piansi sir William, e lo piansi sinceramente; gli doveva l’alta situazione che aveva occupato alla corte, e la parte brillante che vi ebbi. Forse sarebbe stato meglio per la mia eterna salute che fossi rimasta umile e povera nell’oscurità; ma questa riflessione che faccio oggi, non si presentava allora al mio pensiero.

Lord William non dubitava che dopo la sua morte non ottenessi coll’alta influenza di Nelson la successione nella sua pensione che era di 1500 sterline. Egli sapeva che Nelson aveva comperato per me Merton-place che valeva cinquecento sterline; credette perciò di lasciarmi ricca legandomi 750 sterline. Difatti queste tre rendite riunite mi costituivano circa un’entrata complessiva di settantamila franchi.

Ma bisognò rinunziare completamente alla speranza della pensione ministeriale: per quante pratiche siansi fatte da me e da lord Nelson, non ottenemmo nemmeno l’onore di una risposta. Ma Nelson non era uomo di lasciarmi sopportare un lungo affronto. Mi fece una falsa vendita di Merton, e mi assicurò una rendita di mille e dugento lire sterline, il che mi dava, con Merton ed i legati di sir William, sessantamila franchi di rendita.

Da un codicillo del suo testamento, fatto una settimana prima della sua morte, sir William dava a Nelson un mio bel ritratto in miniatura, dipinto sullo smalto; io gli diedi una catena d’oro, ed egli portò costantemente la catena al collo ed il ritratto sul cuore.

Ma una cosa che mi stupì e mi rattristò ad un tempo assai profondamente, fu la condotta di lord Greenville suo nipote. Quest’uomo che mi aveva tanto amato, che credeva d’impazzire perdendomi, si dichiarò uno dei più accaniti persecutori. Un mese dopo la morte di suo zio, mi obbligò ad uscire dalla casa che gli apparteneva.

Nelson, vedendo che non aveva più domicilio a Londra, prese un piccolo appartamento separato dal mio, ed era un gran sacrificio che faceva per la mia riputazione e al rispetto del mondo; ma non ebbe il coraggio di continuare questa separazione alla nostra casa di campagna.

Presi a pigione una casa a Clarge Street.

Ma qualche settimana dopo questa nuova istallazione, perdetti l’appoggio e la presenza del mio nobile amico, chiamato al comando della flotta del Mediterraneo.

Era insieme un grande onore e un grande dolore per me. In questi diciotto mesi, in cui ci eravamo abituati a quella vita d’intimità che bisognava rompere, e per una guerra più accanita che mai, si sarebbe detto che la lunga speranza della pace, che andava a scemare, aveva esacerbato, l’una contro l’altra, le due nazioni.

Il dolore di Nelson era tanto più grave, perchè era incinta per la seconda volta, e per la seconda volta era obbligato a lasciarmi in quella condizione, che, secondo lui, doveva stringere di più i nostri legami.

Prima di lasciarci giurammo che nulla ci avrebbe potuto separar mai più; e mi diede un anello d’oro, col quale aveva rimpiazzato quello che mi aveva dato sir Hamilton.

Appena imbarcato mi scrisse:

«22 maggio 1803, otto ore mattina.

«Mia carissima Emma,

«Siamo in vista di Ushant, e potremo vedere l’ammiraglio Cornwallis in un’ora.

«Sono molto inquieto dell’idea che mi potrà prendere il _Victory_ e mandarci nell’_Amphion_, che è molto incommodo; ma che posso farci?

«Vi assicuro, cara Emma, che ho la più grande convinzione che avremo tosto onori, ricchezze e salute, e resteremo insieme fino ad età avanzata.

«Conservo il tuo ritratto e quello della mia figlioccia, ma non voglio ancora appenderlo alla parete, finchè non sono sicuro di restar qui. Assicuratevi che la mia affezione per voi è inalterabile, nulla al mondo la può diminuire. Ve ne prego, dite ciò alla _cara_ M. T. quando la vedrete; ditele che il mio amore per lei e per la sua cara e dolce figlia è infinito, e se ve ne sono altri, il mio amore si estenderà su tutti. Finalmente, mia cara Emma, ditele tutto ciò che il vostro caro e affettuoso cuore potrà pensare.

«Noi siamo ben collocati su questo bastimento. M. Elliot sta bene; ditelo a lord Minto. Murry, Sulton, insomma tutti i nostri compagni di bordo hanno l’apparenza di essere felici, e se c’incontreremo colla flotta francese, faremo quello che siamo soliti a farle.

«Hardy è stato fino a Plymouth, per vedere se il nostro _Duchman_ è salvo; sarà una presa eccellente.

«Gaetano invia i suoi umili doveri a milady; è un buon uomo e sono sicuro che ritornerà, perchè credo che la guerra non sarà lunga; sebbene lunga abbastanza per farmi una fortuna indipendente.

«Se il vento continua, lunedì saremo sulle coste di Portogallo, e prima di domenica nel Mediterraneo.

«Dite a mistress Cadogan le migliori cose che potrete, ed anche alla sua governante mistress Nelson e a suo marito il dottore ec. ec. ec.

«Non vi scriverò più fino a che non sarò a bordo dell’ammiraglia. Dite a mistress Thomson, che le scriverò alla prima occasione, non essendo sicuro se questa lettera le perverrà. Dopo il primo di luglio manderò una lunga lettera a Nelson.

«23 maggio.

«Ieri siamo stati vicinissimi a Brest, e seppi da una fregata che l’ammiraglio Cornwallis ha un convegno in mare. L’abbiamo cercato, ma a quest’ora non l’abbiamo trovato.

«Il vento è forte. Se non trovo l’ammiraglio fra sei ore, saremo tutti obbligati di andare sull’_Amphion_ con mio grande dispiacere, e di lasciare il _Victory_. E tutto ciò avviene per l’alta sapienza dei miei superiori.

«Lascio la mia lettera aperta fino all’ultimo momento, avendo ancora qualche speranza. Intanto cerco inutilmente una buona ragione di non lasciarmi trasportare sull’_Amphion_.

«Faccio i preparativi per imbarcarmi sull’_Amphion_ non avendo trovato l’ammiraglio Cornwallis.

«Che Iddio vi benedica, ecco la preghiera del vostro più sincero.

«NELSON BRONTE»

«Vorrei avere le pubblicazioni di Stephen.

«Debbo aver lasciato costà il mio sigillo d’argento; che non mi fu più possibile di trovarlo.»

«Sulton mi ha raggiunto jeri, e grazie a Dio ci fu reso il _Victory_; siamo andati tutti al suo bordo, e in pochi giorni ci metteremo in ordine.

«Hardy è tutto occupato ad appendere nella mia cabina il vostro ritratto e quello di Orazia; spero di vedere arrivare i due altri dall’esposizione; non ho bisogno di altri ornamenti nella mia cabina. Potrò contemplarli tutti i giorni, e trovarvi nuove bellezze ogni giorno. Non mi occorre altro.

«Non aspettate grandi notizie da noi: non vediamo nulla. Ho gran paura che Napoli cada nelle mani dei Francesi, e se Acton non sta in guardia, anche la Sicilia: però ho dato i miei consigli, in modo così chiaro e preciso, che se ciò accade non si potrà darmene la colpa.

«Il capitano dice che Elliot non può soffrir Napoli; lo credo anch’io. Ahimè, non è più come quando ci eravate voi.

«La regina, a quanto credo dal suggello, ha mandato una lettera a Castelcicala. La lettera che mi dirige è piena di ringraziamenti per me, per la cura che prendo del suo regno: se il dottore Scott ha tempo, ve ne manderò una copia.

«Il re vive ritirato; ha rifiutato di ricevere il generale francese Saint Cyr, che è venuto a Napoli per regolare le contribuzioni pel pagamento dell’armata francese.

«La regina ha ricevuto l’ordine di offrire un pranzo tanto a lui quanto al ministro francese; ma nel dare quest’ordine il re è rimasto a Belvedere. Credo che si disponga a lasciar Napoli, e a ritirarsi in Sicilia, se però i Francesi glielo permetteranno.

«Acton non ha avuto il coraggio di dare un pranzo ad Elliot o ad un inglese. La flotta è pronta ad uscire, e non uscirà per paura di battersi con me.

«Calcolo che ho perduto due vascelli francesi da 74 per non essere restato nel _Victory_; ma spero che ritorneranno cogl’interessi.

«Questa lettera andrà a Gibilterra, con Sulton sull’_Amphion_.

«Fra due o tre giorni scriverò al dottore: veggo dai giornali francesi che è stato ammesso al baciamano.

«Col più dolce ricordo alla vostra buona madre e a tutti quelli di Merton, sono sempre il vostro fedelissimo e affezionatissimo.

«NELSON BRONTE»

«_Victory_, 10 agosto innanzi Tolone.

«Mia cara Emma,

«Colgo l’occasione che mi offre M. Accourt che attraversa la Spagna coi dispacci per l’Inghilterra, per inviarvi questa lettera, perchè non vorrei per nulla al mondo perdere un’occasione di scrivervi.

«Al quattro vi ho scritto da Gibilterra. Ma nessuno dei nostri mezzi di comunicazione coll’Inghilterra non è certo. Credo che l’ammiragliato ci ha completamente dimenticati, poichè nessun vascello ci ha raggiunti dopo la nostra partenza da Spithead. Non ho quindi nessuna notizia da darvi se non che un mio scooner ha messo il suo naso nella rada di Tolone e che subito quattro fregate l’hanno preso per un trasporto d’acqua per la flotta; ma spero di aver presto occasione di pagare questo debito cogl’interessi.

«M. Accourt dice che a Napoli si ha la speranza di essere salvati colla mediazione dei Russi; credo però che se i Russi fanno la guerra ai Francesi, non siano però tutti pel reame, e quei nostri amici appoggiandosi su di una canna spezzata, perderanno anche la Sicilia.

«Prendere qualche cosa pel mio ducato di Bronte, non lo spero: le finanze di Napoli non sono state mai peggiori: pazienza, ma vorrei....

«Vedo che son morti molti vescovi: vorrei sapere se mio fratello si annoia a Cantorbery: mi occuperei per fargli avere un vescovado: se lo vedete e gli scrivete, ditegli che non ho dieci minuti di tempo per inviargli una parola; M. Accourt non può trattenersi di più.»

«26 Agosto.

«Cara Emma,

«Dire che penso a voi giorno e notte, e dire tutto il giorno e tutta la notte, non basta per esprimere la mia affezione ed il mio amore per voi: credetemi che sono incapace di offendervi in pensieri, in parole ed in azioni. Tutte le ricchezze del Perù non basterebbero a riscattarvi per un sol momento; io sono tutto a voi.

«L’appello della nostra patria è un dovere, al quale debbo arrendermi, e se non rispondessi a quest’appello, voi stessa, nei vostri momenti di fredda riflessione, mi rimproverereste e mi credereste così miserabile e avreste avuto vergogna di me; non mi direste più: Ecco l’uomo che ha salvato la patria, ecco chi è sempre il primo a correre alla battaglia, e l’ultimo a tornare, e poi tutti questi onori si riflettono su di voi. Il mondo dirà, vedendomi: quanti sacrifizj non ha fatto quell’uomo per assicurare le nostre proprietà fino a lasciare la donna più vezzosa e più gentile del mondo. Amandomi come voi mi amate, come voi dovete comprendermi.... Il mio cuore è con voi, mia cara amica. Procurerò di lasciare un nome senza macchia. Io non l’ho fatto nè per ambizione, nè per desiderio di ricchezza; nè il desiderio di ricchezze nè l’ambizione avrebbero potuto tenermi lontano da tutto ciò che ama il mio cuore. Non ho salvato il mio paese e la donna che amo perchè era nella volontà del Signore.

«Sempre, sempre vostro in questo mondo e nell’eternità.

«NELSON BRONTE»

«Per sempre, per sempre il vostro

«NELSON»

Ora riprendiamo il corso del nostro racconto.