V.
Confesso che dopo aver veduto la regina dare tante prove di fermezza e di rapida decisione, rimasi stupita alle sue timide esitazioni, in una circostanza in cui ogni ora perduta poteva essere irreparabile.
All’8 di luglio si apprese che un piccolo distaccamento di Francesi composto di 326 uomini con artiglieria e cavalleria era entrato a Lucca; questa notizia determinò la regina a partire, e annunziò che partiva per mare.
Quando si seppe in Livorno la notizia di questa partenza che aveva tutta l’apparenza d’una fuga, si manifestò subito una sommossa; il popolo voleva ritenere la regina, le principesse ed il principe Leopoldo. La cosa parve assai grave alla regina che lasciò immediatamente la città, ed andò a bordo dell’_Alessandro_, sul quale Nelson aveva inalberato la sua bandiera. Ma dopo ventiquattr’ore la regina mutò risoluzione, e decise di andare ad Ancona per la via di terra.
Siccome aveva con sè, come già dissi, le tre principessine ed il principe, vale a dire che non poteva ammettere nessun’aura persona nella carrozza senza separarsi da qualcuno de’ suoi figli, si convenne che essa partirebbe per la prima, e che noi l’avremmo seguita. Aveva tanta premura di allontanarsi da quei Francesi che detestava così cordialmente, che partiva il giorno seguente per Firenze, senza aspettare le altre carrozze, al solo annunzio che la via era libera.
Lord Nelson, sir William, miss Knight ed io partimmo il giorno seguente, vale a dire l’11 di luglio.
Questo viaggio, oltre al pericolo, presentava la probabilità di grandi disturbi: cattiva strada, cattive vetture, invece di un mare quasi sempre tranquillo nel mese di luglio, e di una buona cabina con tutti i comodi della vita; poi, dopo cento leghe fatte in questa guisa, qualche polacca austriaca o qualche balcan da pesca dalmato per trasportarci a Trieste. Anche lord Nelson aveva disapprovato fino all’ultimo momento questa maniera di viaggiare, e trovava veramente molto più comodo di superare la punta di Calabria e di entrare nell’Adriatico a bordo dell’_Alessandro_, vale a dire da re: in quanto a me confesso che preferiva il viaggio per terra per quanto fosse faticoso. Sir William poi era talmente ammalato, che dichiarò di esser quasi certo di non arrivare vivo ad Ancona; ma che fedele alla regina arrischiava anche la vita per seguirla.
E partimmo.
Impiegammo ventisei ore per andare da Livorno a Firenze in causa delle marcie e contromarcie che i Francesi ci costrinsero a fare. A Castel S. Giovanni la carrozza si rovesciò: Sir William ebbe una leggiera contusione al ginocchio, io ebbi una spalla lussata; un medico di villaggio me la rimise a posto facendomi soffrire orribili dolori, mentre un fabbro raccomodava la ruota spezzata; ma la ruota aggiustata troppo di fretta, si spezzò nuovamente ad Arezzo.
Siccome i Francesi si avvicinavano e ci volevano due giorni per raccomodare la carrozza, risolvemmo di prenderne un’altra, la prima che ci capitò, e partimmo in quella soltanto io, lord Nelson e sir William; miss Knight e la mia cameriera che potevano essere prese impunemente per francesi, essendo persone di minor importanza, le lasciammo indietro, per raggiungerci poi colla carrozza aggiustata.
Continuammo la via per strade orribili, ed in mezzo a popolazioni in preda a tale miseria che è impossibile a descrivere.
Giunti ad Ancona, la regina trovò una fregata austriaca preparata per riceverla; era tutta adorna di sete e di velluti, e oltre alla camera reale, vi erano otto letti per le persone del suo seguito. Desiderosa di lasciare al più presto possibile la terra, la regina si recò subito a bordo del bastimento; ma appena vi si era stabilita, esitò di nuovo, per sapere se era bene rimanervi; e quando arrivammo noi, tre giorni dopo, la trovammo incerta se doveva domandare ospitalità alla squadra russa, composta di tre fregate e di un brik. Nelson, che aveva poca confidenza nella marina austriaca, la incoraggiò in questo proposito; inoltre la fregata austriaca per disporsi a ricevere la famiglia reale era stata obbligata a ridurre a 24 il numero del suoi cannoni, e i Francesi che erano padroni delle coste della Dalmazia, avrebbero potuto con una flottiglia di barche prendere la _Bellona_ all’abbordaggio.
La squadra russa era comandata da un Dalmato, chiamato conte Wainorvich, che in un combattimento sostenuto l’anno precedente, ebbe rovesciata la sua bandiera dagli Austriaci, ed aveva fatto voto di non metter piede sul suolo austriaco, nè sopra alcuno de’ suoi territori dipendenti, e mantenne il suo voto tanto fedelmente, che non restituì nemmeno la sua visita alla regina, che era andata a vederlo, sotto pretesto che la fregata _Bellona_ era terra austriaca.
Ma siccome la fregata russa non era preparata all’onore che la regina le faceva, il capitano non potè che cedere la sua camera per lei e per la sua famiglia, e noi c’imbarcammo su di un’altra.
Sir William era tanto ammalato, che tutti i medici l’avevano condannato, e il più indulgente di essi pretendeva che sarebbe forse arrivato a Trieste, ma non a Vienna.
Contro ogni aspettazione, sir William si trovò un poco meglio arrivando a Trieste dopo una buona traversata.
La regina partì da Trieste il 7 agosto, noi la seguimmo due giorni dopo; questi due giorni erano stati presi per dare un poco di riposo a sir William
Prima di separarci a Livorno, la regina, non sapendo se ci saremmo riveduti ancora, in vista dei pericoli del viaggio, aveva fatto a ciascuno un regalo d’addio: Nelson ebbe un ritratto del re contornato di diamanti, e di smeraldi; William una tabacchiera col ritratto della regina, contornato di diamanti, ed io finalmente una splendida collana di diamanti, colla cifra in diamanti di tutti i principi e le principesse.
Si è veduto che contro ogni aspettazione il viaggio si compì senz’altro accidente che quello che è toccato a noi, o piuttosto alla nostra carrozza.
In questo viaggio ci raggiungemmo tre volte, per separarci ancora un’altra volta e per sempre, dopo Ancona, Trieste e Vienna.
A Vienna, grazie alla grande amicizia che la regina aveva per me, fui ammirevolmente ricevuta dall’imperatrice, da sua figlia e da tutta la famiglia imperiale.
La convalescenza di sir William, che durò sei settimane, ci trattenne a Vienna più di quanto vi saremmo rimasti senza di ciò, il che non nocque pure ai piaceri che ebbi nelle feste che mi si diedero. Sir William voleva che andassi in società con lord Nelson, precisamente come se si trovasse in perfetta salute e ci avesse accompagnati.
Era ormai tempo che la regina venisse a Vienna a difendere i suoi interessi, di cui nessuno aveva preso cura durante la sua assenza.
Ciò la determinò a prendere una grande risoluzione.
Vedendo che l’imperatore Francesco non aveva stipulato nulla per lei, e vedendo che gl’Inglesi difendevano la Sicilia, i cui porti potevano esser utili e abbandonavano Napoli, che non poteva giovar loro per nulla, decise di partire per Pietroburgo onde chiedere un appoggio all’imperatore Paolo.
Ma siccome era indispensabile che nessuno sapesse questo viaggio, finse una indisposizione.
E infatti lord Keith aveva qualche ragione di dire che Bonaparte annunziava, senza misteri, che prima di far la pace aveva un’altra potenza da distruggere in Italia. Bonaparte dopo la battaglia di Marengo pensò un istante di far marciare una divisione sopra Napoli. La stagione già avanzata, probabilmente gli avvenimenti che seguirono l’armistizio, salvarono momentaneamente Napoli, obbligando Bonaparte a concentrare le sue truppe in Italia; ma terminata la guerra, e Bonaparte completando con una o due altre vittorie quella di Marengo, era probabile che il regno delle Due Sicilie ne pagasse le spese.
Per conseguenza la regina partì per Pietroburgo.
L’intrigo ebbe la riuscita sperata dalla regina. Paolo I, per una vicenda di variazioni che subiva il suo carattere, era in quel momento in amichevoli rapporti col primo console Bonaparte; era evidente che costui, geloso di conservarsi un amico così potente, avrebbe fatto tutto ciò che l’imperatore gli chiedeva.
Paolo I scrisse una lettera calorosissima al primo console; ma volle da Carolina il giuramento che se riuscisse a firmare un trattato di pace tra la Francia e Napoli, il trattato sarebbe rigorosamente osservato.
Il generale Levacheff, gran cacciatore dell’imperatore Paolo, fu espressamente inviato al primo console, latore della lettera di Paolo, e garante della promessa della regina, di modo che al 6 febbraio 1801, un armistizio, seguito da un trattato definitivo, fu conchiuso a Foligno fra il cavaliere Micheroux e il generale Murat.
Uno degli articoli del trattato recava che, «i sudditi del re che erano stati esiliati, imprigionati e costretti a fuggire per causa di opinioni politiche, poteano ritornare in patria e riavere la libertà ed il godimento dei loro beni.»
Sventuratamente per molti era troppo tardi: i tribunali avevano operato, e tutto l’anno 1799 ed il principio del 1800, avevano veduto terribili esecuzioni, fra le quali quella dell’infelice Domenico Cirillo, che aveva, lo si ricorda, rifiutato di venire a curare la regina dopo la visita che avevamo fatto insieme alla Vicaria, e che noi non potemmo salvare dalla collera del re, quantunque la regina, spinta da me, gli avesse chiesto la sua grazia in ginocchio.