II.
Rientrando nel porto ancor convulsa per ciò che dovetti vedere, o piuttosto travedere, seppi che un marinaio, mentre era ubbriaco, aveva battuto il suo superiore e doveva essere condannato a morte.
Aveva il cuore disposto all’indulgenza; mi sembrava che se salvassi la vita d’un uomo anche colpevole, alleggerirei il peso che mi opprimeva il petto, e che al punto dell’eguaglianza innanzi a Dio, rendendo la vita ad un uomo, riscattava il delitto di non aver impedito di lasciar morire un altr’uomo.
Chiesi il nome del marinaio condannato, mi si rispose che si chiamava Tommaso Campbell.
Quel nome mi colpì; certamente si trovava in fondo ai miei ricordi di gioventù.
Obbligai la mia memoria a riandare le mie più lontane impressioni, e mi ricordai che ancor giovane e aia di bambini ad Hawarden, un giorno che conduceva i fanciulli a giuocare in un prato, il collegio di madama Collman, di cui aveva fatto parte per qualche tempo, mi passò innanzi, e tutte le mie antiche compagne mi avevano derisa per la mia nuova condizione; una sola, staccatasi dalla loro fila, venne ad abbracciarmi, e questa giovinetta si chiamava Fanny Campbell.
Non so perchè udendo quel nome, quantunque molto sparso in Inghilterra, mi venisse in mente che quell’infelice condannato doveva essere parente di quella giovine, che mi aveva dato prove di amicizia mentre le altre mi deridevano.
Chiamai il capitano Hardy che, fra tutti gli uffiziali, era quello con cui aveva maggiori relazioni, perchè era fra tutti il miglior amico di Nelson, e gli dissi di darmi qualche particolare sull’infelice Tommaso Campbell, e di dirmi specialmente di qual paese egli fosse. Hardy non aveva alcun particolare da darmi sul condannato, ma fece portare il processo verbale di condanna, e vidi che era della piccola città di Hawarden; allora non ebbi più alcun dubbio ch’egli fosse il fratello della povera Fanny Campbell, e pregai Hardy che, senza dire nulla, mi conducesse dal prigioniero. Hardy si rifiutò per qualche momento, ma insistetti tanto finchè cedette. Egli mi condusse allora per le scale dei marinai fino in fondo alla scala, dove il povero infelice era in ceppi.
Si comprende quale fosse il suo stupore nel vedermi. Tutti i marinai mi conoscevano, e nessuno di loro ignorava certamente la mia intimità con Nelson. La mia presenza fu dunque per questo infelice ciò che è, o piuttosto sarebbe, un raggio di sole, che penetri nell’eterna notte dei dannati.
Da principio, nel suo stupore, pareva che non comprendesse le mie domande, ed esitava a rispondere.
Gli chiesi se era effettivamente di Hawarden, e mi rispose di sì; se avesse una sorella e mi rispose di sì.
Gli dissi che avevo conosciuto sua sorella.
Egli scosse la testa.
— Ti assicuro che l’ho conosciuta, insistetti io.
— Come mai, soggiunse egli, una grande signora, come voi, avrebbe conosciuto una povera ragazza, la figlia del sergente di marina John Campbell?
— E l’ho sì bene conosciuta, gli dissi, che so come si chiami Fanny.
Fece un atto di stupore.
— È vero, diss’egli.
Poi raccogliendosi:
— Giacchè avete conosciuto mia sorella, continuò egli, e che la vostra visita prova che avete qualche interesse per un povero condannato, vi farò una preghiera.
— Dite pure.
— Mia sorella ha sposato il pastore d’un piccolo villaggio fra Hawarden e Northop.
— John Law, forse?
— Precisamente, esclamò Tommaso; ma come fate voi a saperlo?
— Poco v’importa, voi vedete che lo so.
— Ebbene, signora, non dimenticatevi, e quando sarò... morto... scrivete a mia sorella — io non so scrivere — scrivete a mia sorella che sono morto, senza dirle che sono stato impiccato, e ditele che preghi per me; siccome è una donna molto pia, non mancherà di farlo.
— Ed è tutto ciò che desiderate, amico mio? gli chiesi.
— Mio Dio, sì, signora, io sono giustamente condannato, ho minacciato il mio superiore, quantunque non sia interamente mia la colpa.
— E di chi è dunque se non è vostra?
— La colpa è di quel diavolo di vino del Vesuvio. Io l’ho bevuto come se bevessi della birra, senza pensare che era come soffiare sul fuoco; la testa mi girava, e non ho riconosciuto il mio superiore, i miei occhi non ci vedevano più, e ho commesso il delitto; ma io spero che il buon Dio darà uno sguardo sul libro di bordo; e vedrà che da dieci anni che servo sui vascelli di Sua Maestà Britannica, non ebbi che tre punizioni; è vero che la terza sarà buona.
— Mio caro Hardy, ora so tutto ciò che voleva sapere, dissi ritornando verso il capitano di bandiera. Lasciamo questo povero giovine coi suoi rimorsi; poi aggiunsi sotto voce: che saranno tutta la sua punizione.
Hardy mi guardò e scosse la testa.
Io salii e andai a trovare Nelson.
— Mio caro Orazio, gli dissi, bisogna che vi racconti una storia: quando mia madre era fantesca in una masseria, aveva trovato il mezzo, con un legato che le aveva lasciato un antico suo padrone, di farmi entrare in una pensione di fanciulle, ove in un anno imparai a leggere, a scrivere ed un poco di musica e di disegno; ma dopo un anno il denaro mancò, io dovetti lasciare il collegio ed entrare come aia di bambini in casa di un bravo signore chiamato M. Hawarden.
Un giorno che conducevo al passeggio i miei piccoli allievi in un prato, le fanciulle, mie antiche compagne, che spesso io aveva superato nelle mie composizioni, passarono nel prato, e, siccome erano tutte signorine, si misero a deridere la mia umile posizione e i miei poveri abiti, che erano quelli di una cameriera.
— Povera e cara Emma, disse Nelson stringendomi la mano.
— Una sola si staccò dalla fila delle sue compagne e venne da me, e vedendo che piangeva, mi asciugò le lagrime col suo fazzoletto, e mi disse abbracciandomi:
— Oh! Emma, io non sono come queste cattivelle, ti amo sempre, io.
— E mischiando le sue lagrime colle mie, e abbracciandomi una seconda volta, andò a raggiungere le sue compagne, che la ricevettero con motteggi e derisioni.
— Era una buona figliuola costei, disse Nelson, e vorrei sapere il suo nome e la sua dimora, per darle una dote se non ne avesse.
— Ma ora ha già trentaquattr’anni, è maritata ed è felice.
— Ah! tanto meglio.
— Ma ha un fratello che è in una posizione molto cattiva; dovrò abbandonarlo questo fratello, o per riconoscenza verso sua sorella, toglierlo dalla posizione in cui si trova?
— Mia cara Emma, disse Nelson, abbandonare questo fratello dopo l’azione di sua sorella sarebbe un’ingratitudine, ed io non vi credo di questa stoffa.
— Dunque voi mi aiuterete nel mio desiderio di contraccambiare Fanny?
— Sì, se è in mio potere.
— Mi date la vostra parola?
— In fede di Nelson.
— Ebbene, mio caro Orazio, gli dissi mettendogli un braccio al collo ed appoggiando le mie labbra sulla cicatrice della sua fronte, questa brava fanciulla, per cui mi predicate la riconoscenza, si chiama Fanny Campbell, e suo fratello è il Tommaso Campbell che oggi è stato condannato a morte dal consiglio di marina per insulto verso un superiore.
— Ah! fece Nelson corrugando il sopracciglio; è più grave di quanto credeva, cara Emma.
— Allora mi rifiutate....
— Non dico questo; cercherò un mezzo di conciliar tutto.
— Come, conciliar tutto! ciò mi sembra difficile, voi non potete fare che nello stesso tempo sia e non sia appicato.
— No, ma posso lasciargli credere fino all’ultimo momento che sarà appiccato, e all’ultimo momento, comparirete voi e lo salverete. Non altrimenti, come, a quanto ci raccontava sir Wiliam, si facevano i scioglimenti delle tragedie antiche; appariva un dio od una dea ed il colpevole era salvato; siamo sulla terra dell’antichità, prendiamone esempio.
Aveva qualche ripugnanza ad accettare la parte che Nelson mi dava in questa commedia che prolungava di quindici o diciotto ore le angoscie d’un infelice; ma Nelson fu inflessibile, bisognava accettare la grazia come la offriva, o rinunziarvi.
Il giorno seguente, tutto fu eseguito secondo i desiderî di Nelson; alla mattina i marinari ed i soldati di marina furono riuniti sul ponte, vi condussero il colpevole, dopo il rullo d’uso dei tamburi, e si mise al collo del condannato la corda col nodo corsoio che pendeva dall’antenna; allora, come eravamo intesi, comparvi e chiesi la grazia, che mi fu accordata.
Il povero diavolo, che aveva avuto tanta forza quando si trattava di morire, gliene mancò per vivere e svenne.
Lo si richiamò gettandogli un secchio d’acqua di mare sul viso, poi lo si ricondusse nella cala, lo si mise in ferri per otto giorni, e poi venne a ringraziarmi e riprese il suo servizio.
— Ebbene, gli chiesi, berrai ancora vino del Vesuvio?
— Oh! nè vino, nè birra, milady, rispose, ho giurato di non bere che acqua per tutto il tempo della mia vita.
Seppi poi, che fin al 1801, vale a dire fino al bombardamento di Copenaghen, ove egli fu ucciso, mantenne fedelmente la sua promessa.
Il re aveva fatto a Napoli tutto ciò che doveva fare, aveva istituito la sua giunta, e l’aveva veduta all’opera.
Il 6 luglio fu impiccato a Porta Capuana Domenico Perla;
Al 7, Antonio Tramaglia;
All’8 Giuseppe Latella;
Al 13 Giuseppe Belloni;
Al 14 Nicola Carlomagno.
Al Mercato vecchio:
Al 20 di luglio, Andrea Vitagliano; costui era parente di quel Vitagliano di cui ha raccontato lungamente la morte, e che fu eseguita con Gagliani ed Emanuele de Deo.
Infine nel Castel del Carmine al 3 agosto:
Gaetano Rossi.
Poi il re manifestò a Nelson il suo desiderio di ritornare a Palermo. Nelson mise vela al 6 di agosto e all’8 eravamo di ritorno nella capitale della Sicilia.
La nostra traversata fu eccellente e, appena arrivati, il re scrisse subito al cardinale Ruffo.
Ecco la lettera del re:
«Palermo, 8 agosto 1799.
«Eminentissimo mio. Non voglio tardare un momento a parteciparvi il mio felice arrivo in questa capitale dopo il più felice viaggio del mondo, giacchè martedì mattina, alle 11, eravamo sul capo di Posillipo, ed oggi alle 2 abbiamo già dato fondo in questo porto con un venticello sopr’acqua, e il mare calmo come un lago. Ho trovato tutta la mia famiglia in perfetta salute, e sono stato ricevuto nel modo che potete figurare. Datemi uguali buone notizie delle nostre faccende costì, conservatevi, e credetemi sempre lo stesso vostro affezionato.
«FERDINANDO B.»
Trovai la regina tanto buona ed affezionata per me com’era sempre stata; fu lei che mi disse che nello spazio di otto giorni aveva ricevuto due dimissioni del cardinal Ruffo, e che rispose a tutte e due con un rifiuto positivo, avendone bisogno per qualche tempo, e aggiungeva, _della popolarità di quell’uomo!_