Chapter 12 of 15 · 2281 words · ~11 min read

XI.

L’ammiraglio Villeneuve era infatti partito da Tolone con undici vascelli e sei fregate: informato da un bastimento raguseo della posizione di Nelson, si era diretto a Cartagena, ed al 9 aprile entrava nello stretto.

Nella stessa sera era in vista di Cadice, e si riuniva coll’ammiraglio Gravina.

Verso le due del mattino le due squadre riunite continuarono il loro viaggio, e all’11 erano già nell’Oceano, sfuggendo alla sorveglianza di Nelson.

Nelson non aveva conosciuto questi particolari che al 16 aprile: era stato trattenuto dal vento dell’Ovest fino al 30: al 10 di maggio si trattenne nella baia di Lagos ed all’11 di maggio, vale a dire un mese dopo Villeneuve, entrò nell’Oceano per seguirlo.

Al 10 giugno Villeneuve si era messo in cammino verso l’Europa.

Qualche giorno prima, Nelson era arrivato alla Barbada, il 7 era alla Trinità, il 10 a Granada, finalmente al 14 agosto, dopo aver lasciato a Cornwallis quei bastimenti che potevano ancora tenere il mare, era andato cogli altri a Portmouth, ove gettò l’áncora al 18 di quel mese.

Allora io era a Southend con mistress Bellington e Orazia. Ricevetti l’avviso del suo ritorno, e mi affrettai di ritornare a Merton, ove si era riunita tutta la sua famiglia per riceverlo.

Vi arrivò al mattino del 20.

Nello stesso giorno ritornò a Londra, ebbe una conferenza col segretario di stato pel dipartimento della guerra, col primo lord dell’ammiragliato, e con qualche altro ministro.

Si comprende di quali feste fosse causa un simile ritorno: tutti gli amici di Nelson e miei corsero a Merton; la tavola non era mai minore di 20 a 25 coperte, ed io presiedeva a questi pranzi come se fossi la moglie di Nelson, nè egli ned io pensavamo più a gettare un velo sulla nostra intimità; anzi ciascuno di noi se ne faceva un vanto, e Nelson mi presentava i visitatori come se fossi veramente lady Nelson.

Appena seppi dell’arrivo di Nelson, feci venir subito Orazia, che fino allora aveva passato la maggior parte del tempo colla donna che l’aveva allevata. Nelson, secondo le intenzioni che mi aveva manifestato, aggiunse al suo testamento questo codicillo in di lei favore:

«Lego a miss Orazia Nelson Thomson, battezzata il 13 maggio ultimo nella parocchia di S. Mary-le-Bone, nella contea di Middlesex, da Beniamino Lawrence curato e John Willock chierico assistente, che riconosco come mia figlia adottiva, la somma di quattro mila sterline in moneta inglese, pagabile sei mesi dopo la mia morte, e costituisco la mia cara amica Emma Lyonna sola custode della suddetta Orazia Nelson Thomson, fino a che avrà 18 anni; e gl’interessi delle quattromila sterline saranno pagate a lady Hamilton per la sua educazione e mantenimento. Desidero che lady Hamilton sia sempre la nutrice di Orazia, essendo certo che la educherà nei principii della virtù e della educazione, che le darà tutte le doti che essa stessa possiede in sì alto grado, perchè la renda una donna degna del mio caro nipote Orazio Nelson, al quale la destino per isposa, se sarà degno di lei, e se, a giudizio di lady Hamilton, egli merita un tesoro tanto caro.»

Questa volta Nelson contava bene di non più mettersi in mare: stanco di trionfi e sazio di gloria, carico di onori, mutilato nel corpo, egli aspirava alla solitudine ed alla tranquillità. In questa speranza Nelson era occupato a far trasportare a Merton tutte le cose preziose che aveva a Londra, e quando si credeva più che mai sicuro dell’avvenire, un colpo di fulmine venne a svegliarlo in mezzo ai suoi sogni dorati.

Al 2 dicembre, vale a dire dodici soli giorni dopo l’arrivo di Nelson a Merton, si venne a bussare alla porta a cinque ore del mattino.

Nelson credendo che fosse qualche notizia dell’ammiragliato, balzò dal letto e andò incontro al visitatore mattiniero.

Era il capitano Enrico Blackwood che arrivava dall’ammiragliato colla notizia che le flotte riunite di Francia e di Spagna, dietro le quali tanto corse Nelson inutilmente, erano entrate nel porto di Cadice.

Riconoscendo Blackwood, Nelson esclamò:

— Ci scommetto, Blackwood, che mi recate notizia delle flotte unite, e che io sono incaricato di distruggerle.

Era precisamente quanto veniva ad annunziargli Blackwood. Era quella distruzione che si aspettava da lui.

Tutti i bei progetti di Nelson erano andati in fumo.

Egli non vedeva più che il piccolo angolo di terra, o piuttosto di mare, ove si trovavano le flotte riunite; e tutto giulivo ripeteva molte volte a Blackwood con quella compiacenza, che gli cagionavano i suoi antichi amici:

— Blackwood, state certo che darò a Villeneuve una lezione di cui si ricorderà.

La sua intenzione era di partire per Londra, e di preparare quanto era necessario per quella campagna, senza dirmi nulla della missione di cui era incaricato; soltanto nell’ultimo momento mi disse tutto.

Ma siccome io mi alzai quasi nello stesso tempo, ed osservai la sua preoccupazione dopo la sua conversazione con Blackwood, così lo condussi in una parte del giardino che preferiva a tutte le altre, e che egli chiamava il suo _Banco di Quarto_.

— Che avete, amico mio, gli chiesi; avete qualche cosa che vi tormenta e che non volete dirmi.

Nelson si sforzò di sorridere.

— È, mi rispose, che sono l’uomo più felice del mondo: che potrei desiderare di più? ricco del vostro amore, circondato dalla mia famiglia, davvero che non darei sei soldi perchè il re fosse il mio zio.

Ma io gli risposi:

— Vi conosco, Nelson, e voi tentate inutilmente d’ingannarmi; voi avete notizie delle flotte unite, le considerate come vostra proprietà, e sareste l’uomo più infelice del mondo se le distruggesse un altro invece di voi.

Nelson mi guardò per interrogarmi.

— Ebbene, amico mio, gli dissi, distruggetele, terminate un affare che avete così bene incominciato, questa distruzione sarà la ricompensa di due anni di fatiche che avete sostenuto.

Nelson mi guardava sempre. E quantunque non dicesse una parola, il suo aspetto prendeva un’espressione indicibile di riconoscenza.

E continuai:

— Nelson, per quanto grande sia per me il dolore della vostra assenza, offrite, come sempre l’avete fatto, i vostri servigi alla patria, e partite immediatamente per Cadice. Questi servigi saranno accettati con riconoscenza. Il vostro cuore troverà la sua pace; voi otterrete un’ultima e gloriosa vittoria, e ritornerete felice di trovar qui il riposo colla dignità.

Nelson mi osservava sempre in silenzio, e dopo qualche minuto, cogli occhi pieni di lagrime, esclamò:

— Mia brava Emma, mia buona Emma, tu hai letto nel mio cuore, tu hai penetrato il mio pensiero. Se non vi fosse Emma, non vi sarebbe nemmeno Nelson al mondo. Sono le Emme che fanno i Nelson. Oggi stesso anderò a Londra.

Due ore dopo partimmo per Londra colle sue sorelle. Nelson ci lasciò nella mia casa Clerges Street, e si recò all’ammiragliato. Il _Victory_, chiamato per telegrafo, era arrivato nella stessa sera nel Tamigi, ed alla mattina del giorno seguente si preparò tutto per la partenza.

Restammo però ancora dieci giorni insieme; ma gli ultimi cinque li passò quasi per intiero all’ammiragliato.

All’11 andammo ancora a fare un’altra visita al nostro caro Merton. Per quanto grande fosse stato lo sforzo che faceva su di me, quando mi trovava sola per qualche momento, non potea trattenermi dal piangere. Passammo soli tutta la giornata del 12 e tutta la notte del 12 al 13.

Ad un’ora circa prima di giorno, Nelson si alzò, ed entrò nella camera di sua figlia; si chinò sul suo letto, e pregò con grande fervore, e non senza lagrime.

Nelson era naturalmente religioso.

Poscia passammo insieme ancora un’altra ora, e alle sette del mattino prese congedo da me.

Lo condussi sino alla carrozza; e allora mi strinse lungamente al suo cuore; io piangeva abbondantemente; ma cercava di sorridere in mezzo alle mie lagrime, dicendogli:

— Non battetevi senza prima aver veduto l’uccellino!

Queste furono le ultime parole che gli dissi.

La carrozza partì al galoppo. Mi fece un segno al momento in cui la carrozza girava volgendo sotto la porta.

E non lo rividi più.

Nelson partiva con presentimenti di profonda tristezza. Prima di partire da Londra era andato dal suo tappezziere M. Peddisson, che dimorava a Brows Street: chiese di vedere il feretro che gli aveva mandato; l’osservò per lungo tempo; rilesse il certificato di autenticità; poi gli ordinò di guarnirlo e di tenerlo pronto pel suo ritorno, poichè allora ne avrebbe probabilmente bisogno.

Giunse a Portsmouth il giorno seguente alle sei del mattino.

Sceso a terra, scrisse sul suo giornale particolare:

«Notte del 13 settembre.

«Ho appena abbandonato ora il mio caro, carissimo Merton, ove ho lasciato quanto più amo al mondo, per andare a servire il mio re e la mia patria. Il grande Iddio che adoro, faccia che la patria mi trovi degno di quanto attende da me: se la sua volontà è che io ritorni, i miei pensieri non cesseranno mai di essere deposti innanzi al trono della sua misericordia; e se al contrario la misericordiosa provvidenza ha destinato che i miei giorni siano abbreviati su questa terra, mi sottometto con umiltà ai suoi decreti, nella speranza che la mia morte proteggerà quelli che lascio sulla terra.»

Sotto a questa preghiera, scrisse sullo stesso giornale la nota seguente:

«11 Settembre 1805.

«Giunto a Portsmouth alle sei, mi sono imbarcato con M. Rose e Canning; son salito a bordo del _Victory_ a S. Helens; essi pranzarono con me preparando tutto per la partenza.»

Prima che M. Rose ritornasse a terra, gli raccomandò colla maggior premura il suo cappellano il Dottor Scott.

Al 15 settembre prese il mare.

Al 17 settembre, all’altezza di Plymouth, scrisse questa lettera:

«A lady Hamilton.

«_Victory_, innanzi a Plymouth.

«17 settembre 1805, 9 ore mattino

«Vento O. S. O. detestabile.

«Vi ho mandato, mia carissima Emma, una lettera nella scorsa notte da un battello di Torbay, e ho dato una ghinea all’uomo per consegnarla alla posta. Abbiamo avuto una cattiva notte di vento, e il tempo è triste. In questo momento sono occupato a far dei segnali ai bastimenti che trovansi a Plymouth perchè mi raggiungano; ma dubito che possano prendere il mare. Vi supplico, mia buona Emma, di star di buon umore: vi prometto che ci vedremo ancora per molti e molti anni felici, e invecchieremo fra i figli dei nostri figli. Poi quando piacerà all’Onnipotente di togliere l’impedimento[1] il mio cuore e la mia anima sono con voi e con Orazia. Scrivo di fretta queste righe, nel caso che un battello venga presso il mio bordo.»

«Per sempre, per sempre il vostro affezionatissimo

«NELSON.»

Il giorno seguente mi scrisse di nuovo:

«Venerdì 16 settembre, davanti a Lizard.

«Non ho avuto nessuna occasione per mandarvi la vostra lettera, e non ne vedo la probabilità ancora per oggi. L’_Aiace_ e il _Tuonante_ arrivano; ma è quasi bonaccia, con leggiero soffio di ovest. Ci volle la nostra perseveranza per condurci fin qui, ma spero che ci condurrà sino alla fine. Che Dio vi benedica, mia Emma. Do le mie lettere a Blackwood per consegnarle a bordo del bastimento che incontrerà andando in Inghilterra od in Irlanda.

«Ancor una volta, che il cielo vi benedica.

«Sempre, sempre il vostro

«NELSON BRONTE.»

Al 28 settembre, alle sei ore dopo mezzodì, correndo a piene vele, egli raggiunse la flotta di Cadice sotto il comando del vice ammiraglio Collingwood, della forza di 32 vascelli di linea, e di sei vascelli di riserva.

Il giorno seguente, 29, Nelson compiva 46 anni di età.

Al 1 ottobre mi dava, colle lettere seguenti, la notizia della sua riunione coll’ammiraglio Collingwood e di un attacco nervoso che aveva avuto. Questi accessi, cui andava soggetto, assomigliavano ad attacchi di apoplessia, tanto erano violenti.

«_Victory_, 1 ottobre 1805.

«Mia carissima Emma.

«È un sollievo per me il prendere la penna e scrivervi qualche riga. Questa mattina verso le quattro ho avuto uno de’ miei dolorosi attacchi spasmodici, che mi ha completamente spossato. Ed è tanto più singolare che non mi sono trovato mai tanto bene come ieri. Ho dormito benissimo; ma poi mi sono svegliato sotto l’accesso. Credo che qualche giorno sarò vittima di uno di questi accessi. Ora però è scomparso interamente, e non mi rimane di questa indisposizione che una estrema debolezza. Il buon popolo inglese non crederà mai che mi sia necessario il riposo del corpo e dello spirito. Ma forse lo spasimo non si riprodurrà con simil forza se non da qui a sei mesi. Jeri ho scritto per sette ore continue, e questa fatica è stata probabilmente la causa dell’accidente.

«Ho raggiunto la flotta a sera inoltrata del 28: ma non ho potuto mettermi in comunicazione con essa che alla mattina seguente. Credo che il mio arrivo sia stato ben veduto, non soltanto da parte del comandante della flotta, ma anche dagl’individui che la compongono; e quando spiegai agli uffiziali il mio piano di battaglia, fu come una scossa elettrica; alcuni nell’approvarlo versavano fino delle lagrime. Era nuovo, singolare e semplice, e se si può applicarlo alla flotta francese, la vittoria è sicura: «Voi siete circondato da amici che sono pieni di confidenza per voi,» ecco quanto mi dicevano tutti. Forse vi saranno dei Giuda fra essi; ma la maggioranza è certamente contenta che io li comandi.

«Ricevo in questo momento delle lettere della regina e del re di Napoli in risposta alle mie lettere del 18 e del 21 luglio.

«Nemmeno una parola per voi. Davvero questo re, e questa regina farebbero arrossire la stessa ingratitudine. Vi aggiungo le copie, e colla prima occasione di partenza per l’Inghilterra, vi dirò quanto io vi ami.

«L’uccellino non è venuto ancora, ma non si è perduto tempo. Il mio corpo mutilato è qui, ma tutto il mio cuore è per voi.

«O. N.»