X.
Grazie alla famiglia di Nelson, che per compiacere al nobile ammiraglio fu assai garbata per me, io non fui così isolata come quando partì. Sua nipote, la figlia del dottore, fu accolta nella mia casa, e divenne mia scolara. Essa studiò con me il francese, l’italiano, il disegno, la musica, e posso dirvi che in sei mesi, da una specie di contadinuzza che era, l’aveva trasformata in una piccola damigella; era una prova di condiscendenza da parte mia, e dalla parte di Nelson, una prova di stima.
Il dottor Nelson, fratello dell’ammiraglio e padre della giovinetta di cui aveva intrapreso l’educazione, avendo ottenuto di essere nominato canonico della Cattedrale di Cantorbery, era molto assiduo a presentarmi i suoi doveri, quando io andava a passare una parte dell’estate in quella città.
Aveva con me mistress Bellington, antica artista drammatica, che era stata molto bella, ed avea un gran talento.
Gli abitanti di Cantorbery erano, debbo dirlo, molto maravigliati di vedere le due ospiti del venerabile canonico, e furon quasi scandalizzati quando un giorno di festa offrimmo, mistress Bellington ed io, di cantare un duetto sacro nella Cattedrale. La nostra offerta fu accolta con un rifiuto molto netto e secco. E più ancora, i rispettabili cittadini dell’antica capitale del regno di Kent non mancarono mai di mettere sui loro viglietti di visita: pel dottor Nelson _ma non per lady Hamilton_.
Poco tempo dopo la partenza di Nelson, partorii una seconda figlia, che nacque a Merton, ed a cui diedi il nome di Emma: la povera bambina non fece che apparire in questo mondo, e morì l’anno seguente in un accesso di convulsioni.
In quest’epoca, l’ho detto e lo ripeto, tutta la famiglia Nelson era piena di riguardi per me, e naturalissimamente era in non buone relazioni colla povera moglie. E Nelson aveva detto chiaramente a tutti i suoi parenti, che quelli che sarebbero in buone relazioni con me lo sarebbero anche con lui. Difatti dopo la morte di sir William, Nelson dimenticò l’esistenza di mistress Nisbett, e mi considerava e trattava come sua vera moglie. Si è veduto dalle sue lettere a qual grado giunga il suo amore per me. Ma quando fui stanca della sua assenza, e colma di disprezzo da questa ridicola cittadinanza, gli scrissi che era mio desiderio di raggiungerlo e di stare sul suo bastimento, correndo con lui tutti i pericoli ai quali si esponeva. Mi rispose con una fermezza che non mi sarei mai aspettata:
«Sapete, mia cara Emma, che soffrite quasi sempre in mare: immaginatevi cosa sarebbe quando sareste in crociera innanzi a Tolone, ove anche in estate abbiamo venti, almeno una volta alla settimana, e due giorni di mare grosso.
«Non voglio che vi ammaliate, per vedervi io ammalata. Com’è mai possibile di avere Orazia a bordo di un vascello?
«E poi ho pel primo vietato che nessuna donna venisse a bordo del _Victory_; e sarei io il primo a disubbidire all’ordine che ho dato? che Dio me ne guardi!»
In mezzo a tutto ciò debbo confessare una cosa; è che la mia abitudine di spendere era tale, che la rendita di Merton, il legato di sir William, e la pensione vitalizia che Nelson mi faceva corrispondere, e che formavano circa sessantamila lire di rendita erano insufficienti.
Parlava dunque sempre a Nelson di sollecitare per me da M. Addington la trasmissione della pensione di sir William, ed egli che non comprendeva nulla delle mie esigenze, e che non poteva dubitare come con tale fortuna mi trovassi in bisogno, mi rispondeva: «Se M. Addington vi dà una pensione, sarà bene; ma voi non datevi pena per ciò. Non avete Merton per voi senza ipoteche? e non dovete nulla a nessuno. La mia cara Orazia è già provveduta, e spero che qualche giorno voi sarete la mia duchessa di Bronte; e allora non darei un fico per tutto il mondo.»
Attorniata da gente senza mezzi e da numerosa parentela, la mia casa a Londra e la mia villa di Merton erano in continue feste, in cui i miei mezzi, quantunque lauti, non permettevano di far onore. Nelson mi faceva di quando in quando qualche rimostranza sulla necessità dell’economia; si scorgeva in lui l’uomo che aveva sofferto la povertà, e temeva di trovarsi senza denaro. Insisteva specialmente su ciò, che abitassi a Merton, ove probabilmente doveva fare più economia che a Londra.
Se Nelson fosse stato vicino a me, non avrei nemmeno sognato di scostarmi dai suoi consigli, ma, lui assente, la noia di una vita tanto disoccupata, dopo averne vissuto una così attiva, mi angustiava, e non poteva fermarmi quieta in un luogo. Lasciai Merton per Londra, ove le mie spese non avevano limite.
Aveva l’abitudine di passare una parte dell’estate ai bagni di mare, ed era specialmente là ove la spesa diveniva enorme. Queste spese davano delle inquietudini a Nelson; ma io gli diceva che questi bagni mi erano raccomandati dai medici, e non seppe dirmi che una cosa:
«Andate a’ bagni, quando io non vi era, e restateci, quando già vi era.
Ma come frase incidente od in una poscritta gettata a’ piedi di una lettera molto tenera, mi diceva:
«È necessario, mia cara Emma, di far maggiore economia; se no gli abbellimenti del vostro caro Merton non si potranno più fare, e il nostro caro Merton avanti di tutto.»
E aggiungeva, e debbo dirlo, ahimè, inutilmente:
«Il vostro cuore buono ed angelico, mia cara Emma, mi darà certamente ragione, perchè comprenderete che tutto è a caro prezzo, a motivo della guerra, che abbiamo degli amici che hanno bisogno di noi, e che bisogna aiutarli, e voi troverete, ne sono sicuro, maggior piacere a compire questo dovere, che a mantenere una colluvie di parassiti, che non hanno nessuna amicizia per noi».
Ma tutti questi consigli erano inutili: ad ogni lettera che riceveva da Nelson facevo mille giuramenti per correggermi, e poi mi abbandonava a nuove spese ancora più pazze, e più inutili delle prime. Era una sorgente d’inquietudini per Nelson, e però appassionato per me, come egli era, mi lasciava continuare. Alla fine comprese che le mie imprudenze potevano compromettere l’avvenire di Orazia, e che era necessario di assicurarle una fortuna indipendente, perchè più tardi non avesse a soffrire per le mie pazzie: mi scrisse inquest’occasione nel marzo 1804:
«Al mio ritorno disporrò quattro mila sterline per Orazia, perchè non intendo che si trovi sprovvista quando la lasceremo sola e senza amici al mondo.»
Io aveva sopra Nelson un potere per farlo accondiscendere a tutte le mie volontà: era di fargli credere che qualche nobile gentleman chiedeva la mia mano; fra gli altri il vecchio duca di Queensburg, che mi seguiva e mi faceva la sua corte, colla stessa assiduità come se avesse venticinque anni.
Si è già veduto che Nelson, ricevendo una lettera della regina di Napoli, era stato scandalizzato che non dicesse una parola per me. Ma verso la fine della sua crociera, vedendo che quel silenzio continuava, finì per iscoprire una cosa di cui sospettava già da lungo tempo, cioè che la regina, malgrado le proteste della sua eterna riconoscenza, non aveva conservato che una mediocre memoria della mia affezione per lei, e dei servigi che le aveva reso: allora risolse di venire ad una spiegazione con lei, e di farle conoscere il mio stato di fortuna, i bisogni che mi creava, la mia abitudine di spendere, e la necessità in cui mi trovava di aver bisogno de’ suoi soccorsi. Ma la regina rispose sempre freddamente, con frasi ambigue, e protestando l’imbarazzo delle sue finanze.
Nelson indignato mi trasmise le sue osservazioni sulla condotta e sul carattere della regina, ed io pure non mi curava di alcun riguardo verso quell’amica infedele, e mi vendicai di essa col raccontare la storia abbastanza scandalosa dei suoi amori, senza pensare che, paragonandola a Saffo ed a Messalina, gettava su me stessa una parte della vergogna di cui voleva coprirla.
In quell’epoca ebbi una penosa e rincrescevole questione con M. Greenville supra il testamento di sir William. Greenville sperava di farmi indietreggiare innanzi allo scandalo; ma quando mi vide disposta a sostenere il processo, propose una transazione che Nelson mi obbligò ad accettare, quantunque a mio svantaggio.
Perdetti in questo affare tre o quattro mila franchi di rendita, e finì là.
Nelson aveva un tale amore per sua figlia, che sebbene avesse tre anni, le scriveva come se avesse potuto comprenderlo.
_Victory_, 13 aprile 1801
«Mia cara Orazia,
«Vi mando dodici volumi di stampe di costumi spagnuoli, che il vostro angelo custode, lady Hamilton, vi conserverà quando sarete stanca di guardarli. Sono contento di sapere che siete ristabilita in salute, e che siete una buonissima figlia. Prego Iddio, mia cara Orazia, perchè continuiate ad esser buona e brava, il che sarà una grande consolazione per il vostro affettuoso
«NELSON BRONTE»
Quando Nelson scrisse questa lettera non era più in crociera innanzi a Tolone; ma in traccia della flotta francese, che gli era sfuggita di mano.
Al sabato, 30 marzo, per ordine di Napoleone, la flotta francese, che formava uno dei particolari del gran piano che egli aveva concepito, era uscita dal porto di Tolone sotto gli ordini dell’ammiraglio Villeneuve.
Ecco qual era quel piano, che non fu conosciuto da Nelson se non quando non era più a tempo di opporvisi, e che non fu sventato che da circostanze indipendenti dalla volontà degli uomini.
Napoleone, — poichè Bonaparte era diventato Napoleone, e il primo console, imperatore, — Napoleone non aveva perduto di vista il suo sbarco in Inghilterra; aveva risolto di dar ordine a tutta la flotta francese che uscisse ad un tempo da tutti i porti ove gl’Inglesi stavano osservandola, e di portarsi verso le Indie occidentali; di attirare gl’Inglesi dalla parte delle Antille, e di ritornare poi di botto nei mari d’Europa, con una riunione di forze superiore a tutte le squadre inglesi che potrebbe incontrare.
Il punto di convegno generale dei Francesi era la Martinica.
All’11 gennaio l’ammiraglio Missiessy era uscito da Rochefort con una tempesta orribile, e passando da Perthuis aveva preso il largo senz’esser veduto dagl’Inglesi: aveva con lui cinque vascelli e quattro fregate.
L’ammiraglio Villeneuve doveva partire col primo vento favorevole, tentare d’ingannare Nelson, e se non lo ingannava, di sfuggirgli almeno di mano, passare lo stretto, toccar Cadice, e raggiungere l’ammiraglio spagnuolo Gravina, far vela per la Martinica, unirsi a Missiessy, e aspettare Gantheaume, che anche egli al primo colpo di vento di equinozio che svierebbe gl’Inglesi, doveva uscire dal porto di Brest, con ventun vascelli che egli aveva sotto i suoi ordini: e passando da Ferrol prenderebbe un’altra flotta francese e spagnuola, sotto gli ordini dell’ammiraglio Gaurdon, e si dirigerebbe verso la Martinica, ove, come abbiam detto, dovevano aspettarlo Missiessy, Villeneuve e Gravina. Questa riunione di cinque ammiragli e di sei flotte doveva dare da 51 a 60 vascelli, forza enorme, di cui non si era mai veduto in altri tempi, e su nessun mare una simile concentrazione. Una volta riuniti, questi sessanta vascelli dovevano far vela per la Manica mal osservata, perchè le varie squadre inglesi dovevano essere sparse nel Mediterraneo, nell’Atlantico, nei mari delle Indie, e forse dove si poteva supporre che fosse andata la flotta francese; battere ogni squadra isolata che incontrerebbe sul suo cammino, e far poi contro l’Inghilterra, unendosi alle flottiglie di Boulogne, il colpo di cui era da tanto tempo minacciata.
Ora l’ammiraglio Villeneuve nella notte dal 30 al 31 marzo, approfittando del maestrale, come l’ammiraglio Missiessy aveva approfittato della tempesta, era uscito dal porto di Tolone, come dissi, nel momento in cui Nelson meno se l’aspettava.
Al cinque aprile, Nelson scriveva questa lettera che dipinge la sua agitazione.
«A William Marden Esqu. Ammiragliato.
«_Victory_, mare 9 aprile 1805.
«Signore,
«La flotta francese ha preso il mare nella notte di sabato 30 marzo, e alla domenica mattina, 31, alle otto ore, è stata veduta dall’_Active_ e dalla _Phoebè_ che percorreva verso SS. O., con una leggiera brezza di N. E. Con tutte le vele spiegate e la sua forza, dal computo delle sue fregate, si suppone composta di 11 vascelli, sette fregate e due brick. Ad otto ore di sera il capitano Moubray staccò la _Phoebè_ per raggiungermi all’altezza di Toro. Ieri mattina, 4 aprile, l’_Active_ mi raggiunse poi alle 2 dopo mezzodì. Il capitano Moubray nella notte del 31 scorso, navigando sottovento con una brezza di N. O. ha perduto di vista il nemico, e si crede che abbia fatto vela verso Oriente. Siccome al 1 aprile i venti sono stati molto variabili, soltanto dal sud all’est fino alla notte del 3, in cui il vento si mise a soffiare fortemente da N. O. ho posto delle fregate sulla costa di Barberia ed all’altezza di Toro. Io mi trovo a mezza via fra la Galite e la Sardegna, perchè sono sicuro che se il nemico è stato obbligato a prendere quella via, non ha potuto passare prima d’oggi. Si dice che il ministro della Marina la comandi in persona, e spero d’incontrarlo. La flotta che ho l’onore di comandare è quanto posso desiderare di meglio riguardo alla salute ed alla disciplina, e le LL. Signorie possono star sicure che nulla tralascerò per prendere il nemico.»
«Ho l’onore, ecc., ecc.»
Al 6 aprile Nelson non avea ancora notizie della flotta; egli era alla disperazione, e scriveva al capitano Ball:
«Davvero sono mezzo morto, ma quanto uomo può fare, sarà fatto per trovarli. Ho l’_Embuscade_ in vista, ma anch’essa non ha trovato nulla perchè non mi fa nessun segnale. L’_Amazone_ partirà per Napoli, nel momento in cui l’_Active_ ci raggiungerà, il che avverrà oggi o dimani mattina. Vado a prendere posizione all’altezza di Ustica, per esser pronto a ricevere la comunicazione del vascello che mi raggiungerà. Sto male davvero e pieno di collera. Dio vi benedica, mio caro Ball.»
Nello stesso tempo scriveva a Davyson:
«Ho incaricato il capitano Cann di farvi visita. Vi dirò in quali agitazioni mi trovi; non posso nè mangiare, nè bere, nè dormire; ciò non può durar molto, soffro troppo; ma sono sempre, mio caro Davyson, il vostro fedele.
«NELSON BRONTE.»
«Direte al capitano, uomo onorevolissimo, che, se lady Hamilton è a Londra od a Merton, gli deve consegnare una mia lettera.»
Ora diciamo in due parole che cosa ne avvenne di questa flotta francese, che Nelson cercava invano.