XII.
— Non è una storia lieta, o Maddalena, quella ch’io sono per raccontarvi — cominciò il capitano — non è nemmeno una di quelle storie che si narrino solitamente alle giovanette. Pure, come potrei ricorrere alla vostra bontà, dissimulando il vero o dicendolo a mezzo?
Quattro anni fa, io ero di guarnigione in Verona. Ero giovane, allegro, e, sotto alcuni rispetti, assai poco scrupoloso. Venivo di Spagna, ove avevo durato fatiche e corso pericoli senza numero, e non mi pareva vero di occupare ormai negli spassi galanti il tempo ch’io avevo impiegato fino allora ad ammazzare e a rischiar di farmi ammazzare. Menai una vita dissipata, che non intendo descrivervi e della quale non ho punto ragione di andar superbo. Tuttavia le mie avventure nel mondo elegante non ebbero altre conseguenze che di qualche colpo di sciabola dato o ricevuto, ciocchè per un militare si chiama uscirne assai a buon mercato. Gl’imbarazzi dovevano nascere ov’io me li sarei meno aspettati. Dimorava vicino alla casa ov’io ero d’alloggio una fanciulla del popolo, orfana d’ambo i genitori, e rimasta in cura a due lontani parenti, marito e moglie, gente senza pudore e senza coscienza. Ella era bellissima, e aveva inoltre un fare ingenuo e verginale che contrastava singolarmente con la sfacciataggine de’ suoi _ospiti._ Appariva manifesto che quegli sciagurati miravano a trar partito dall’avvenenza di lei, e poich’ella non s’acconciava ai loro voleri, le facevano subire mille maltrattamenti. La poveretta andava ogni mattina al suo lavoro cogli occhi gonfii di lagrime, e ne tornava ogni sera con lo sgomento dipinto sul viso, per gli amari rimbrotti, per le ciniche proposte che l’attendevano nel tetto domestico. Pur nè i segni del pianto, nè l’ansietà che corrugava la sua fronte di sedici anni toglievano alla sua bellezza. O piuttosto anzi ell’era, nella sua malinconia, più seducente. Accadde una volta ch’io sentissi scagliarsi un nugolo d’impropérii contro la giovinetta, nè questa era cosa nuova. Però agl’improperii successero le minaccie, e udii, o mi parve, la voce della fanciulla che chiamava aiuto. Obbedendo agl’impulsi dell’umanità, fui d’un salto in istrada, non ebbi che a spinger con forza la porta contigua alla mia, e fatto pochi gradini di legno, mi trovai in una stanza sudicia e affumicata, ove un omaccione teneva per ambe le braccia l’Emilia (era questo il nome della ragazza), mentre una donna piuttosto attempata, dall’aspetto di megèra, le menava spietatamente schiaffi e pugni sul viso. Un bellimbusto tutto odorato di muschio se ne stava in un angolo, dicendo con voce melliflua e sottile: — Fate piano, è meglio andar con le buone. — Al mio comparire il giovinotto se la svignò rapidissimo, e i degni coniugi lasciarono la loro vittima e rimasero immobili, allibiti. Non so che sarebbe accaduto di loro se la fanciulla, rasciugandosi la bocca sanguinolenta, non si fosse interposta, e non mi avesse scongiurato di risparmiarli. Tuttavia non mi mossi di là senz’aver prima dichiarato che al rinnovellarsi di una scena simile le cose non sarebbero passate sì lisce, e che chi avesse posto le mani addosso all’Emilia l’avrebbe avuta da far con me. Sotto l’aspetto contrito delle due creature abbiette e vilissime che mostravano di non aver più sangue nelle vene per la paura, si sarebbe forse potuto scorgere un risolino beffardo, a cui allora non posi mente, ma che mi tornò poscia più volte al pensiero come il presagio di ciò che doveva succedere. L’istinto perverso rendeva indovine quelle anime prave. L’ufficiale apparso così in buon punto come nemico avrebbe finito coll’essere un efficace alleato. Ciò che essi volevano che avvenisse della loro Emilia, sarebbe avvenuto. Io credevo di averla salvata e l’avevo perduta.... Non fu d’altri, fu mia. Con che arti ingannassi la sua buona fede, con che menzognere promesse vincessi la sua ritrosia, io non ve lo dirò, o Maddalena. Ho già troppo parlato. La è una brutta pagina della mia vita, nè il seguito della mia narrazione basterà a scancellarla. La fanciulla aveva un presentimento della sua caduta; pur non disperava ancora di me, pur non sapeva ancor persuadersi che l’uomo il quale l’aveva difesa contro coloro che volevano trascinarla alla colpa, ve l’avesse trascinata egli stesso per lasciarla nel fango.
Affrettiamo il racconto. Quando, irresistibile come la marea che sale, il tedio andava impadronendosi di me, ella mi disse che si sentiva madre. Nel darmi questa nuova il suo sguardo dolce e profondo mi ricercò con sì trepida ansietà i moti del volto ch’io seppi nascondere l’impressione sgradita che la sue parole mi avevano fatto, e volsi il discorso alle cure che le erano imposte dalla sua nuova condizione. E, invero, ella era ormai gracilissima, e, se non l’affetto, l’umanità voleva che le si usasse ogni cortese riguardo. Malcontento di me, ora per aver cominciato quella tresca, ora per non averla saputa finire a tempo, io vedevo che un pensiero le logorava la vita, il pensiero dell’avvenire serbato alla sua creatura. Nè io ero in grado di darle quei conforti, che, soli, sarebbero riusciti efficaci. Per sottrarmi alle noie de’ suoi venali parenti avevo un mezzo infallibile, per consolar lei avrei dovuto parlarle d’un amore che più non sentivo, rinnovarle promesse, che, a mente fredda, mi sarebbero sembrate ipocrisie imperdonabili. Le mezze virtù, o Maddalena, di rado ispirano qualche cosa di buono, e quando non si sappia essere onesti davvero poco frutta non voler essere ipocriti....
E la povera Emilia, di mano in mano che si avvicinava il giorno che avrebbe posto il suggello alla sua vergogna, diveniva più inquieta, più angosciata; strani terrori le assalivano lo spirito; tutte le sue antiche ritrosie di fanciulla, tutti quegli istinti pudichi che l’avevano difesa sì a lungo contro le insidie de’ suoi turpi congiunti, e ch’io avevo saputo vincere con fallaci lusinghe, si ridestavano adesso più gagliardi che mai. Erano stati un tempo il suo tesoro, erano adesso il suo tormento. Invano io le avevo promesso che il suo bambino non le sarebbe stato tolto dal fianco, che nè a lei, nè ad esso alcuna cosa sarebbe mancata; invano avevo tentato di farle brillare dinanzi agli occhi il sogno d’un tranquillo avvenire. Accasciata, con le braccia intrecciate, con le pupille fise a terra senza lagrime, la si sarebbe detta la statua della desolazione. Così affievolita di membra e di spirito, ella subì la prova fatale a tante donne. Quando fui chiamato al suo letto, vidi una gracile creaturina che dormiva entro una cuna, e lei, quella Emilia già così florida e bella, ridotta del color della cenere e coi segni della morte sul viso. Ebbene, o Maddalena, la morte io l’avevo vista mille volte sul campo senza sgomento, l’avevo recata io stesso con la mia spada senza rimorso, ma vederla su quella faccia innocente, su quella fronte ond’io avevo macchiato il candore, ma pensare che quella tragedia si compiva per cagion mia, era tal cosa da soverchiar le mie forze. Mi chinai sul suo guanciale, baciai le sue labbra ardenti dalla febbre, e in mezzo alle lagrime le chiesi che potessi fare per espiar la mia colpa. Ed ella, già così timida, ella che non mi aveva mai chiesto nulla al mondo, resa audace dal fuggir della vita: — Oh Gastone — esclamò — se è vero che mi avete voluto bene — salvatemi dalla collera del Signore, date un nome a quella povera innocente della vostra figliuola;.... fra poche ore sarete libero nuovamente.... sposatemi....
Trasognato mi guardai intorno. Non v’era che il medico in un canto, il quale fece un gesto che voleva dire: — Accontentatela, ella muore. — La richiesta che mi sarebbe parsa folle in altro momento, e a cui, lo confesso, non avrei risposto che scrollando le spalle se Emilia mi fosse stata davanti vegeta e sana, pronunciata in quell’ora, in quel luogo, mi suonò nell’anima come una voce più che terrena, scosse ogni mia fibra, domò ogni mia forza di resistenza, e il cinico don Giovanni d’un tempo non sentì che il bisogno di riparare al suo fallo. Abbreviamo una scena straziante. Prima di sera le formalità necessarie furono compiute, prima di sera Emilia fu mia sposa, prima di sera morì con un sorriso beato sul labbro, e pregando che l’anello nuziale scendesse con lei nella tomba. Ma il matrimonio doveva rimaner segreto, e rimase. Noi uomini siam fatti così. La mia colpa, o, come la chiamavano i miei camerati, la mia buona fortuna fu nota a tutti; nessuno, all’infuori del medico e del mio colonnello (che oggi è in Ispagna), seppe in qual modo io avessi tentato lavarne la macchia. Nessuno suppose che alla povera popolana, divenuta madre a prezzo della sua vita, io avessi dato il mio nome, nessuno suppose che la creatura nata da lei non avesse accresciuto il numero dei trovatelli. Compiangetemi, o Maddalena. Non avevo avuto rossore del vizio, avevo rossore della virtù.
— Voi siete un nobile cuore, o Gastone — io interruppi. — Se non aveste il coraggio di confessare il bene, aveste quello, assai più efficace, di farlo.
Egli non mi rispose, e continuò. — In quartiere mi dicevano: l’avventura è finita un po’ tragicamente. Bisognava troncarla prima. — E qualcheduno soggiungeva: — Con queste benedette artigianelle non bisogna ingerirsi. Nell’_alta società_ sanno più il viver del mondo, e non ci si attaccano ai panni in questa maniera. — Ma poi ripigliavano tutti in coro: — A ogni modo son cose che nascono, e non bisogna poi darsi alla disperazione per così poco. — Io proibii che mi si discorresse mai più di questa faccenda, e poichè non la si voleva terminare, con un bel duello imposi silenzio ai motteggiatori. — Corsero più mesi prima che si risvegliasse in me il sentimento della paternità. Fanny (la si era battezzata con questo nome) mi ricordava un episodio che io avrei voluto dimenticare, e oltreacciò ella era il punto debole del mio segreto, ella era destinata a rivelare quella che mi pareva a vicenda una generosità e una debolezza. Perciò io la guardai per qualche tempo con una freddezza non scevra di dispetto, e le mie visite alla casa ov’io l’avevo affidata alle cure di una buona nutrice erano scarse, brevi, furtive. Tuttavia, di mano in mano ch’ella cresceva e mi sembrava che le sue labbra cominciassero a sorridere, e i suoi occhietti a fissarsi sopra di me in atto di conoscermi, un potere irresistibile mi richiamava più spesso vicino a lei. Avevo tentato di riprendere la mia vita elegante, e non c’ero riuscito che a mezzo. A riempire il vuoto del mio cuore, a dissipare il tedio del mio spirito, a poco a poco non c’era per me che una via: andare dalla piccola Fanny. Qualche volta, a metà d’una festa, oppresso, infastidito, io lasciavo improvvisamente la sala, e correvo alla modesta dimora della mia bambina. Queste mie visite notturne non disturbavano nessuno; io avevo la chiave di casa, entravo per lo più non inteso, non visto. Mi assidevo presso alla sua cuna, porgevo l’orecchio al suo lieve respiro, contemplavo in silenzio il suo volto leggiadro rischiarato dai raggi incerti e tremolanti d’un lumicino da notte. Indi, deposto un bacio sulla sua fronte serena, uscivo più tranquillo, più calmo. Mi pareva come d’aver preso una boccata d’aria pura. Che cosa v’è di bello nell’aria? Nulla, ma s’ella manca, si muore. Così, fra il lezzo di passioni e di piaceri volgari, l’anima affoga se non la ricrea un affetto casto e verecondo. Malgrado di ciò, credete voi forse ch’io abbia scacciato lungi da me i falsi ritegni? Ch’io abbia finalmente sollevato il velo che copriva quella parte della mia storia? No, o Maddalena. Alla luce di cento doppieri si entra nell’alcova della cortigiana; nell’ombra della notte, calcandosi in testa il cappello, e avvolgendosi il ferraiuolo intorno alla persona, si move verso la culla della propria figliuola. L’ordine di trasferirmi a Venezia col mio reggimento venne in buon punto per istornar le ricerche de’ miei conoscenti di Verona, che avevano già cominciato a sospettare di qualche cosa. Fanny, che aveva passato l’anno ed era già svezzata, mi seguì con la sua nutrice, che, giunta qui, licenziai per sostituirle una giovane assai buona e amorevole, che ho ragion di credere non sappia nemmeno esattamente il mio nome. Trovai alloggio alla mia bambina in un sito remoto di Venezia presso una vedova tedesca, la quale vive da sola, e così da circa due anni, visitandola quasi ogni giorno, me la vidi crescer vicino, e diventar sempre più bella, e gioconda, e necessaria alla mia felicità. Anche qui ebbi aperte tutte le porte dell’aristocrazia, anche qui cominciai a slanciarmi nelle facili avventure. Fatica gettata! La calma del mio spirito se n’era ita, o, per meglio dire, io non la ritrovavo che presso alla mia bambina. Ora voi capite, Maddalena, con che animo io sentissi le voci di guerra che tornavano a spargersi. Fui sorpreso sulle prime di trovarmi così dissimile da quel ch’io m’ero una volta, quando, come il cavallo allo squillar delle trombe, io fremevo di gioia all’avvicinarsi del pericolo. Fui sorpreso di non sentirmi più nè acceso dall’amor della gloria, nè infiammato dai sogni dell’ambizione. Altri pensieri, altre cure. In fondo al mio cuore, mal noto a sè stesso, s’era andato formando a poco a poco un nuovo ideale, l’ideale cioè d’una vita tranquilla in cui potessi godere le gioie modeste che a tanta parte degli uomini son pure concesse. Ed ecco lacerarsi la tela delle mie fantasie. Eccomi slanciato in alto mare quando avevo più bisogno del porto. E, innanzi tutto, potete crederlo, la mia mente corse a Fanny. Che avverrebbe di lei? A chi affidarla? E, ve lo giuro, stetti a luogo perplesso, s’io non dovessi scrivere a mia madre, dirle tutta quanta la verità, e consegnare a lei la bambina. Non seppi risolvermivi senz’aver prima fatto un altro tentativo. Il giorno, in cui mia madre saprà tutto, sarà un gran dolore per lei; non voglio che questo dolore si aggiunga a quello che sarà già gravissimo di sapermi partito per una nuova campagna. Oltreacciò, io non so se sarebbe prudente di avventurare oggi a un lungo viaggio la fanciulletta, di farle cambiare abitudini, mentre non è peranco impossibile ch’io ritorni, e vinti gli scrupoli vergognosi e ridicoli, mi sia dato prenderla meco e provvedere io stesso alla sua educazione. Or bene, quand’ebbi accolta l’idea di lasciar Fanny per ora in Venezia, pensai che una sola persona potrebbe vigilarla con affetto di sorella e di madre, una persona che io avevo veduta cercar nelle cure affettuose verso l’infanzia un conforto all’isolamento del suo cuore. Quella persona siete voi, o Maddalena, voi sola. Come una brillante fantasmagoria si è dileguato tutto il resto che mi era parso bello in Venezia; voi siete rimasta. E io supplico voi, non già che prendiate in casa vostra la piccola Fanny, chè dov’ella è può rimanere, e le ho già pagato la pensione di un anno; ma che non isdegniate di vederla sovente, d’invigilarla, di farmene avere, fin che sia possibile, le nuove, di tenerle viva la memoria di suo padre.... E vi supplico anche che udiate oggi questi miei desiderii che forse saranno gli ultimi. Due cose possono accadere, o Maddalena. O che, chiamata ad altri destini prima del mio ritorno, voi dobbiate pensare ad una famiglia vostra, nè certo Fanny può essere un ostacolo alla vostra felicità; oppure che io muoia.... Non vi turbate, amica mia. Chi va alla guerra deve aspettarselo. Ma sì nell’uno che nell’altro caso bramo che Fanny sia restituita ai miei. Nel piego che vi lascio è una lettera pel mio notaio, la quale contiene la fede di nascita della fanciulla, il certificato del mio matrimonio e il mio testamento, in cui nomino erede Fanny della maggior parte della mia sostanza. Maddalena, per quello che avete di più caro al mondo, non mi negate ciò che imploro da voi. Ditemi che, finchè non sarete stretta da più sacri doveri, o finchè non vi giunga la notizia della mia morte, voi non priverete Fanny delle vostre cura pietose, e che quand’anche accadesse uno dei due fatti pei quali dovreste spedire la lettera al suo indirizzo, non vi scosterete dalla povera orfana finch’ella non sia in altre mani fidate.
Com’ebbe conchiuso il suo dire, Gastone stette immobile a guardarmi in atto di trepida aspettazione. Il battito delle sue tempia rendeva testimonianza dell’ansietà del suo animo.
Non saprei esprimere ciò ch’io avessi provato durante questo racconto. Perchè negarlo? Fu in principio una specie di disinganno, fu qualche cosa di diverso da quello ch’io m’aspettavo; ma a poco a poco mi parve come se il mio affetto per Gastone andasse via via sgombrandosi di tutto ciò che non era casto e purissimo, e, invece della tempesta presunta, sentii corrermi le fibre una mite e dolce emozione. E fu appunto questa emozione così nuova e inattesa che mi tenne perplessa un momento, quantunque io fossi già vinta prima ch’egli terminasse. Ma fu una sospensione di pochi secondi, ed esclamai vivamente; porgendo la mano a Gastone — Accetto.
Non dimenticherò mai com’egli si trasfigurasse a queste parole. Quando un soffio improvviso spazza le nubi che velano il sole, l’effetto non è più rapido e subitaneo. Io avevo dinnanzi a me un altr’uomo. La sua fronte si era spianata, i suoi occhi erano inondati di lagrime, ma traverso quelle lagrime sfavillava la gioia.
Mentre in una mano egli teneva stretta la mia, tolse con l’altra di tasca un grosso piego, e me lo consegnò, dicendomi: — Ecco qui, o Maddalena, la storia de’ miei ultimi anni. Uditemi, non ho che un desiderio, e potete credermi, poichè è un momento solenne questo in cui parlo, non ho che un desiderio, ed è quello di poter provarvi un giorno quanto sia grande la mia riconoscenza.... Se la sorte mi concede di venir io stesso a ridomandarvi il mio sacro deposito, voi lo saprete allora, o buona, o soave Maddalena.... Oggi io non sono padrone del domani, oggi non ho diritto nè di fare, nè di chieder promesse....
Era troppo. In quegli accenti v’era una dolcezza quale io non avevo ancora, nonchè sentita, immaginata nel mondo. Era una speranza che illuminava per me tutto l’avvenire.
— Oh Gastone! — sclamai con voce rotta dai singhiozzi. — Non parlate così, non parlate così. Giurarvi fede sino alla tomba, oltre alla tomba, esser vostra a malgrado della distanza, a malgrado del tempo, sarebbe troppa felicità. Ma non è, non può essere che un sogno.... Ben altri cuori palpiteranno per voi, ben altri occhi lagrimeranno durante la vostra assenza.....
— Nessun cuore come il tuo, nessuna pupilla come la tua casta e amorosa — egli proruppe, cingendomi delle sue braccia e baciandomi in fronte.
Fu un secondo, fu un minuto, fu un’ora? Non so. So che quel bacio l’ho qui, che lo sento ancora fra le rughe della mia fronte, so che nell’anima mi echeggia ancora la musica della sua voce.
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La giornata piegava al suo termine. Era giunto il momento di separarsi. Gastone partiva quella sera medesima. Egli mi diede l’esatta indicazione della casa in cui albergava sua figlia; quindi, nel prender commiato, mi chiese: — Non volete ch’io porti meco un ricordo vostro?
In uno dei vasi ch’io tenevo nel mio salotto, erano due bianche camelie appena sbocciate. Ne svelsi una e gliela offersi.
Egli la baciò e la nascose nel petto. Disse poi: — Lasciate ch’io spicchi l’altra — e com’ebbi assentito alla sua domanda: — Questa tenetela per memoria mia; e così, in questo salotto medesimo, ci sia dato mostrarci ancora le due camelie appassite, prima che la nostra pianta nuovamente fiorisca.
Fece un moto rapido della persona, scosse il capo come a scacciarne i tristi pensieri, e riacquistala tutta la marziale imponenza dell’aspetto: — Addio, Maddalena — egli esclamò — io m’affido in voi, e il cielo vi benedica.
La sciabola urtando sul pavimento mandò un suono stridulo, l’uscio si richiuse, la cara visione scomparve. Volevo parlare, volevo corrergli dietro, volevo dirgli un’altra volta che per meritarmi il suo amore avrei data la vita, ma le mie forze erano stremate, e caddi sopra una sedia. Quando mi risentii, vidi Giannina curvata sopra di me.
— Padroncina — ella disse — si sente male?
— Oh buona Giannina! — proruppi gettandole le braccia al collo — Io non credevo che si potesse essere a un tempo così felici e così miseri com’io sono in questo momento. Egli è partito.... forse non lo vedrò più.... ma mi ama, e mi ha confidato la cosa più sacra ch’egli abbia al mondo.... sua figlia.
In quel punto mi si annunziò un servo di mia madre.
— Sua Eccellenza la signora Lucietta — disse il nuovo venuto — mi manda a chiederle s’ella avesse una camelia bianca da darle pel teatro di questa sera.
Una camelia bianca! Ce n’era una, ma ell’era sul mio seno, custodita ormai come una sacra reliquia, e le mie mani corsero al luogo ov’io l’avevo nascosta, quasi per tema che si volesse rapirmela. E mi parve che i suoi freddi petali ardessero in quel momento come il cuore di cui sentivano i battiti.
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