Chapter 3 of 24 · 2926 words · ~15 min read

III.

Il periodo della vita più ricco d’impressioni, più fecondo di sorprese e di cambiamenti, è senza dubbio quello che comincia all’estremo limite dell’infanzia, attraversa l’adolescenza e giunge sino al principio della giovinezza. Ridire ciò che in questo periodo si è pensato e sentito, ridire le dolci fantasie e le speranze audaci e i sùbiti scoramenti è impresa da lasciarsi ai romanzieri di professione. Chi non vuole inventare, ma domanda alla penna soltanto che gli riproduca fedelmente il vero, deve, di necessità, esser parco, mentre in così turbinoso affollarsi d’immagini poche sono quelle che si presentino con chiari e spiccati contorni. Forse una frase rende lo stato dell’anima in quell’epoca singolare: non sapersi spiegare e non osar chiedere.

Qui è la differenza dalla prima infanzia, la quale non capisce, ma, petulante e importuna, non si perita di rivolgere alcuna inchiesta per ardita che sia. Tra le cose che, undicenne, io non riuscivo a spiegarmi, e pur non m’arrischiavo d’indagare, era il perchè della freddezza con cui era stata accolta nella famiglia la mia sorellina Clara. Per me fu una festa il suo nascere; passar lunghe ore alla sua culla, era un diletto pieno di soavità. Mi pareva che i lini, ond’ella era ravvolta, non bastassero a riscaldare le sue tenere membra, se non vi si mesceva un alito d’amore. Perciò io m’ero stretta nuovamente a mia mamma, la quale, sola della casa, mostrava di voler bene alla piccina. Il babbo, per solito così affettuoso, la guardava appena, e sempre con le ciglia aggrottate, lo zio Baldassare non poteva sentire il suo vagito senza conturbarsi, e Carlo scansava di vederla e di discorrerne. Ma perchè? domando io. Ella sì ch’era bella! Aveva, ancora in fasce, l’occhio dolce e vivace di mia madre, aveva i lineamenti delicati di lei, e quando mi sorrideva, pareami di veder mia madre sorridere. Nessuno combatteva le mie simpatie, ma nessuno le incoraggiava. Se io, con uno sforzo supremo, prendevo Clara in braccio e la portavo di qua e di là per le stanze, nessuno, all’infuori della balia, si offriva di pigliarsi il mio fardello, nessuno con un gesto, con uno sguardo, con una parola, faceva buon viso ai miei scherzi. Povera bimba! sotto che cattiva stella era nata! La servitù teneva tratto tratto, su tale proposito, singolari discorsi, di cui però non poteva cogliere il senso. E questi discorsi erano tenuti per lo più, dopo le visite del signor Venanzio. Carlo aveva per me le usate premure, ma aveva anch’egli cambiato d’umore. Diceva che il 1797 era stato per lui un anno tremendo. Tuttavia si occupava della mia educazione con un fervore incredibile. A sentirlo, ero una scolara senza l’uguale al mondo. Quantunque non insuperbissi delle sue lodi, avevo la coscienza di progredire rapidamente. M’ero data allo studio con passione febbrile; cercavo in esso una distrazione al tedio della mia vita domestica, facevo dei libri i discreti confidenti de’ miei pensieri. Se la mestizia del babbo, o di mio zio, o di Carlo m’aveva turbato, se la sbrigliata gajezza di mia madre m’aveva ferito, se la sguajataggine del signor Venanzio m’aveva offeso, era ai libri ch’io chiedevo conforto.

A tredici anni provai un gran dolore. Carlo ebbe per istrada una scena violenta col signor Venanzio. Altra scena succedette in casa, e, per la prima volta nella mia vita, vidi la mamma piangere. Io ne capivo assai poco, capivo però che mio padre, uomo cui la soverchia bontà toglieva l’energia del volere, era assediato da due opposte influenze, quella di suo figlio e di suo fratello, e quella di sua moglie. Per molti giorni non comparve il signor Venanzio. Ma una mattina, mentre io ero nella camera da letto di mia madre, e Clara raggomitolata sul pavimento giuocava ai miei piedi, intesi aprir l’uscio. Era desso. La bimba si levò di terra e gli corse incontro festosa. Egli si chinò sopra di lei e la coperse di baci. La mamma, udendo la sua voce, venne in fretta dalla stanza vicina. Io uscii, non so perchè, non so come, adirata contro il signor Venanzio, contro mia madre, contro la stessa Clara. Avevo un bisogno immenso di piangere e piansi. La sera Carlo mi prese per mano, e mi disse — Maddalena, io parto... L’ho deciso... Il babbo lo sa ed è contento.... Non accorarti, sorelluccia mia. Anche lontano, vedrò d’esser sempre teco... ti scriverò ogni settimana... Non ti basta? Ti scriverò ogni giorno... e tu pure mi scriverai, e faremo conto d’essere insieme... Via, via, piccina... tornerò, sai?... — Io ero sopraffatta da questa notizia, per modo che non riuscivo a trovar parole. Quando potei snodare le labbra ruppi in singhiozzi, gettai le braccia al collo di mio fratello, e con voce rotta gli chiesi — Ma perchè parti? Ma dove vai? — Egli si svincolò dolcemente dalla mia stretta e mi disse — Vado nella Repubblica cisalpina, vado dove vedrò poste in atto le idee che furono il sogno della mia gioventù, vado dove posso aver modo di lavorare per la liberazione della nostra povera patria. — Indi mi diede un bacio e soggiunse — Domattina tornerò a salutarti. Calmati intanto — E mi lasciò. Rimasi alcuni minuti come trasognata; poi mi venne in animo di favellar con lo zio Baldassare, di strappargli dalle labbra qualche più persuasiva spiegazione di un fatto così subitaneo, di pregarlo che s’interponesse per trattener Carlo. Ma lo zio Baldassare era appunto con Carlo in segreti colloqui. Stettero insieme tutta la notte. La mattina mio fratello partì, e non potei vederlo da solo a sola. Lo accompagnammo col babbo e con lo zio fino alla gondola. Egli ci baciò in silenzio tutti e tre, e disse con voce commossa — A rivederci. — I gondolieri, puntando coi remi, si allontanarono dalla riva. — Addio, addio — tornò a dir Carlo. Nel punto in cui il canale fa una svolta, una grossa barca, di quelle che noi Veneziani chiamiamo _peate_, tenne ferma la gondola alcuni secondi. Carlo, spingendo la testa dal finestrino, guardò dalla nostra parte. Noi eravamo ancora immobili sui gradini dell’approdo, ed egli ci risalutò più volte coi cenni del capo e col fazzoletto. L’ingombro fu rimosso, i remi si tuffarono liberamente nell’acqua, e la cara visione sparì... Anima nobile, anima ardente, quando e dove potrò incontrarti? Risalimmo le scale senza scambiarci una parola. Giunti nell’ampia sala che mi pareva più muta, più mesta, più buia del solito, alzammo gli occhi ad un tempo... poi ci separammo frettolosi. Avevamo tutti e tre il cuore gonfio, bisognoso di sfogo, ma tutti e tre sentivamo istintivamente ch’era meglio tacere, non chiedere, non far confidenze che avrebbero potuto essere accuse... Mia madre era chiusa con Clara nelle sue camere....

Quante cose imparai in quel giorno! Quante ombre presero forma! Che fitto velo di tristezza si calò sull’anima mia! O giovinette, cui per avventura cadesse fra le mani questo quaderno, compiangetemi, e che il cielo vi salvi dal peggior degli affanni: dubitare della madre nostra. Nè gioventù, nè beltà, nè ricchezze possono riempire il vuoto lasciato nell’anima dalla fede perduta verso chi vi nutrì del suo latte.

Mia madre era sempre buona meco, scherzosa, amorevole; le grazie del volto e il brio naturale di lei che avevano esercitato un fascino su tutti quelli che le erano vissuti dappresso non potevano certo rimaner senza effetto sopra di me. Quante volte, vedendola così vispa e leggiadra, sapendola così pronta alla simpatia e al benefizio, io sentivo rinascere in cuore l’antica tenerezza! Ma quegli slanci erano soffocati da altri pensieri che irresistibili mi si affollavano alla mente e mi costringevano di nuovo in un gelato riserbo. E Clara, la fanciulla bellissima ch’io solevo tener pargoletta sui miei ginocchi, che con le mie cure avevo voluto risarcire della freddezza altrui, perchè non era più ai miei occhi quella d’un tempo? Che forza arcana mi allontanava da lei, sì che la mobile vivacità delle sue pupille mi riusciva incresciosa, e le brune ciocche de’ suoi capelli non m’invitavano più alle carezze, e le inflessioni stesse della sua voce mi ferivano come suoni sgraditi? Non lo so;... so che quando il signor Venanzio, fattosi frequentatore sempre più assiduo della nostra casa, la prendeva tra le sue braccia e la copriva di baci, mi pareva come se una lama affilata mi trapassasse le carni. Essa, alla sua volta, vistasi negletta, aveva molto rimesso della sua espansione; non mi sfuggiva, ma nemmeno mi cercava, e soleva starsene con la mamma, che omai non faceva mistero delle sue predilezioni per lei.

Oh i giorni mi correvano pur tristi e l’avvenire mi si presentava pur sotto tetri colori! La procella si librava minacciosa sulla nostra famiglia senza scoppiar mai. Io ne sentivo l’afa pesante, e m’auguravo talora che il turbine si scatenasse per uscire da una situazione intollerabile. Ma era inutile augurio. Ero ridotta a udire intorno a me querele impotenti, a vedere incancrenirsi le piaghe per mancanza del coraggio delle amputazioni. E m’adiravo con tutti, e una cupa misantropia andava investendomi a poco a poco.

Due sole cose mi consolavano: la corrispondenza epistolare con Carlo e lo studio. Mio fratello s’era arruolato nell’esercito cisalpino, e il suo reggimento era stato spedito al settentrione della Francia, sulle coste dell’Oceano. Di là egli mi scriveva regolarmente, mi suggeriva le letture più acconcie, mi narrava le sue occupazioni, mi confidava le sue speranze, e, soprattutto, manteneva caldo in me l’amor della patria e della libertà. Egli era fra quelli che il trattato di Campoformio non aveva potuto intieramente alienar dalla Francia, e che solo dalle armi francesi aspettavano la redenzione dei popoli. Perciò anelava alla guerra, unico mezzo, egli diceva, di finirla per sempre con le vecchie Corti coalizzate fra loro. Pel genio del Buonaparte aveva una ammirazione sconfinata, ma lo credeva troppo ambizioso. Di tratto in tratto vi erano nelle sue lettere divinazioni profetiche — Temo — egli mi scriveva un giorno — l’onnipotenza militare; mi par di vedere le antiche legioni romane pronte a passare il Rubicone al cenno di Cesare. — Un’altra volta deplorava ch’io non potessi leggere l’orazione scritta pei Comizi lionesi da Ugo Foscolo — quell’Ugo Foscolo — egli soggiungeva — a cui dobbiamo il _Jacopo Ortis_, e che prima del 97 viveva in Venezia. Vorrei che tu vedessi — erano le sue parole — con che schietto animo egli invita il vincitore a fare il debito suo verso l’Italia. Saranno adempiuti i suoi voti? Speriamolo, sorella mia, chè a questo patto soltanto io potrò risalutare la mia città natale. — Carlo toccava di rado il tasto doloroso delle faccende domestiche, e se io mettevo in campo questo argomento, lo schivava con arte grandissima. Che se per avventura io insistevo, egli mi raccomandava che avessi pazienza e pensassi che la donna è come di passaggio nella casa in cui nacque, che il vero suo nido è altrove, che il segreto del suo destino non è nella sua camera di fanciulla, ma nella sua camera di sposa. — Tollera il resto — egli mi suggeriva — ma non patire che ti si immoli sull’altare dell’orgoglio o della ricchezza; non lasciarti, giovinetta inesperta, dare in braccio di chi non abbia prima conquistato il tuo cuore... —

Così scriveva mio fratello, confortandomi a sopportare il presente in vista dell’avvenire. Ma, ohimè, i cari sogni che certo allegravano le mie coetanee non avevano virtù redentrice per me. Nelle pagine degli scrittori, e nell’ideale della fantasia, io trovavo la donna non dissociata mai dalla grazia e dalla bellezza, e mi pareva che, ove non fossero queste due qualità, nè l’ingegno femminile potesse aver pregio, nè l’amore sollevarsi a gentile passione. Oh! chè valeva all’anima mia esser pura ed ardente, se nè il lampo degli occhi la rivelava, nè la venustà delle membra, nè la musica della voce? Quale io mi ero, non deforme certo della persona, ma sottile, asciutta, più alta che non si convenga al mio sesso, priva persino di quella freschezza di carnagione che suole andar compagna alla gioventù, io non sapevo vincere il sospetto che lo stimolo dell’interesse e non altro avrebbe potuto far chiedere la mia mano. Perciò ero guardinga, gelata, tarda nel rispondere. Mia madre, ch’era tutto l’opposto, e che ormai si sdilinquiva per Clara, la quale cresceva leggiadra e vezzosa al pari di lei, non poteva a meno di rimproverarmi il mio contegno, ed esclamava talvolta — Dio buono! La bellezza la si porta seco nascendo e non c’è colpa a non averla, ma la cortesia poi dipende da noi altri stessi. Come vuoi viver nel mondo così diversa da tutti, sfuggendo tutti...? Basta, sarà sapienza la vostra (e alludeva, oltre che a me, a Carlo e allo zio, ch’ella credeva ispiratori della mia condotta), ma è una sapienza che fa essere molto infelici! — Dal suo punto di vista ell’aveva ragione, nè io potevo dirle tutte le cause che avevano inacerbito il mio spirito. A ogni modo queste punzecchiature frequenti portavano il loro sassolino a quella barriera che lenta, insuperabile, andava formandosi tra mia madre e me.

Io passavo parecchie ore del giorno in biblioteca con lo zio Baldassare. Discorrevamo di Carlo, rileggevamo le sue lettere, e vivendo seco in comunione di spirito, riuscivamo per qualche momento a dimenticare la triste realtà. Il babbo veniva anch’egli talvolta a prender parte ai nostri colloqui, e il suo viso malinconico e sparuto s’illuminava di gioia passeggiera, se, parlando del suo figliuolo, egli ne rammentava l’infanzia, e l’intelligenza precoce, e la bontà impareggiabile. Allora egli si animava tutto, e si sarebbe detto che gli anni, corsi dopo quell’epoca, s’involassero da lui come stormo d’augelli che improvviso lasciano il nido. Ma poi sopraggiungeva l’idea del presente, l’idea di questo figlio partito dal suo paese, slanciatosi in mezzo ai pericoli perchè la casa paterna non gli offriva più asilo ospitale, e quest’idea bastava a raddensar le nubi sulla fronte del povero vecchio. Vecchio era divenuto realmente mio padre, ed io me ne accorgevo con indicibile rammarico. I capelli gli si erano in poco d’ora imbiancati, profondi solchi gli segnavan le gote, e camminava curvo della persona. Gli si notava in volto quella stanchezza della vita che desta un senso di così dolorosa pietà e che ha tanta rassomiglianza con la stanchezza fisica. Chi n’è affetto sembra piegare il collo e le ginocchia sotto un peso invisibile. Gli è che il peso non è fuori, ma è dentro, nel cuore. E pensare che un po’ d’energia usata a tempo avrebbe salvato ogni cosa. Ma mio padre sfuggiva la lotta, e omai si era deciso a soffrire in silenzio. — Hai ragione, ma è inutile — egli diceva a suo fratello, se per avventura questi metteva in campo certi argomenti. In tal guisa si succedevano gli anni, divorando il tempo più bello della mia giovinezza, abbeverando di fiele e di dubbi quell’epoca della vita che suol esser sacra alle illusioni e alle gioie. O spiriti superficiali, che vi atteggiate a censori dei vostri simili, vi siete mai curati d’indagare le cause di ciò che forma oggetto dei vostri pretensiosi giudizi? Perchè vedete scorrer l’acqua torbida e limacciosa, sclamate: era torbida e limacciosa la fonte. Non è vero: la fonte era limpida e pura, nel suo cristallino zampillo si frangevano allegri i raggi del sole, attraverso il suo specchio, come dietro a nitida lente, brillavano le venature del sasso; furono le immondezze trovate lungo la via che l’hanno resa così.

Precipitavano intanto gli avvenimenti politici. Venezia, fatta austriaca nel 1797, diveniva francese nel 1805, dopo Austerlitz. Il signor Venanzio, ch’era stato prima aristocratico, poi democratico sfegatato, e più tardi devotissimo degli Absburgo, mostrava grande entusiasmo per questo nuovo cambiamento, e diceva che così almeno _vi sarà un poco di libertà_. Io non gli badavo. Mi ero avvezza a considerarlo come un rettile immondo che lo strano capriccio di qualcheduno della mia famiglia aveva introdotto nella casa. Però le mutate condizioni di Venezia mi riempivano l’animo di gioia. Era così rimosso uno tra gli ostacoli che si frapponevano al ritorno di Carlo. Non erano rimossi tutti pur troppo, nè io nutrivo speranza ch’egli verrebbe a star lungamente con noi; ma vederlo anche per pochi giorni, ma udir la sua parola calda ed onesta, ma rinfrancarmi ne’ suoi consigli, era per me, ormai disavvezza della gioia, un sogno di suprema felicità. Il Signore mi aveva insidiato anche questa consolazione. Il reggimento di Carlo, che non aveva preso parte alla campagna del 1805, fu, dalle sponde dell’Oceano, sbalestrato in Germania. Combattè ad Auerstaedt e a Jena, e dopo una breve sosta in Berlino, ebbe l’ordine di procedere ancora verso l’Est per fronteggiare i Russi che si avanzavano. La mia anima era invasa da funesti presentimenti, e le lettere di mio fratello, per quanto cercassero parer fiduciose e serene, tradivano esse pure una profonda malinconia. — Fiocca la neve — egli mi scriveva nel dicembre 1806 dalle rive della Vistola — e il vento sibila con lugubre suono tra le foreste d’abeti. Noi tentiamo d’ingannare il freddo raccogliendoci intorno a grandi fiammate di paglia accesa o di vimini, e di coprire, cantando, il gemito sinistro del vento. Ahimè! Io penso in quei momenti al nostro focolare domestico, penso alle nostre canzoni veneziane. E dire ch’io speravo d’essere questo inverno presso di voi, nella nostra vecchia biblioteca, ove la vampa del camino manda sì leggieri riflessi; dire che speravo di rivedere te, e il povero babbo, e il nostro arcigno ma ottimo zio. Sono invece qui a mille leghe dalla mia Venezia, e chi sa.... Basta, Maddalena, non voglio amareggiarti, ma se tu sapessi come presto arrivi una palla! —