XXIII.
È agevole immaginarsi che il mio primo pensiero, appena finito l’assedio, fu quello di scrivere in Francia per chiedere conto di Fanny. Erano sette mesi ch’io non ne avevo notizia, e in sette mesi quante cose potevano esser succedute! Durante il blocco, il pensiero ch’era inutile spedir lettere e che non era sperabile riceverne faceva sì ch’io mi rassegnassi tristamente al silenzio; la mia inquietudine si destò, ed accrebbe a mille doppii tostochè le comunicazioni postali furono ristabilite. Mi pareva che se il notaio Moussu, o i congiunti di Fanny avessero avuto senso d’umanità, essi non avrebbero tardato a informarmi della bambina; la loro trascuratezza riempiva il mio animo de’ più sinistri presagi. Il minor male ch’io potessi supporre era che Fanny si trovasse fra gente senza cuore. E come mai simil gente avrebbe potuto renderla felice! Ma spesso io temevo molto di peggio. L’idea del ritorno di _Café-au-lait_ si associava nel mio spirito a non so che larve paurose ond’io torcevo inorridita lo sguardo. Esse fuggivano come i sogni quando la ragione era presente appieno a sè stessa; come i sogni mi si riaffacciavano quand’io lasciavo libero il corso alla fantasia.
I messaggi, tanto aspettati, arrivarono. L’uno, brevissimo, del notaio, mi diceva che Fanny era un po’ tarda a ricambiare l’affetto della sua famiglia, era di carattere un po’ chiuso e _maussade_, ma che alla lunga avrebbe finito certo coll’adattarsi. L’altra lettera era di _Monsieur Simon_. Era vergata con moltissimo studio, ma l’accuratezza della calligrafia non serviva che a porne in maggior risalto l’infelice grammatica e la dicitura contorta. _Monsieur Simon_ mi scriveva in gran segretezza scongiurandomi di non mettere in ballo il suo nome. Mi scriveva perchè aveva potuto persuadersi coi suoi propri occhi dello straordinario amore ch’io sentivo per la _jeune vicomtesse_. Non gli era dato nascondermi che la piccola Fanny stava poco bene. Dopo un incidente avvenuto durante il viaggio e in causa del quale s’era smarrito il fedel cagnolino, la bimba non aveva mai cessato di piangere fino al suo arrivo, e aveva concepito una avversione invincibile per _Mademoiselle Ernestine_. Giunta al castello, la sua malinconia, anzichè diminuire, s’era accresciuta ed ella non aveva voluto associarsi ai suoi _nobles cousins_, che, dal canto loro, non erano stati _prévenants_ verso di lei. La sola persona con cui si trattenesse di buon grado era egli, ma la nobile viscontessa Renata non amava che una figlia del defunto Visconte passasse molte ore con un _doméstique_. Le aveva preso, in luogo di _Mademoiselle Ernestine_, una _bonne_ della Normandia, _excellente demoiselle d’une famille noble appauvrie par la révolution_, ma non pareva che tra la fanciulla e lei ci corresse una gran simpatia. Poi v’era _la marquise Virginie_, donna di carattere così strano.... E qui alcuni puntini tradivano le reticenze di _Monsieur Simon_. Insomma, era la conclusione della lettera, egli la vedeva deperire e ne soffriva nel fondo dell’anima, perchè s’era affezionato alla fanciulla più di quanto potessi credere. Perciò aveva pensato di rivolgersi a me per consiglio e mi pregava ch’io gli rispondessi a Nantes a un nome supposto affine di non dar sospetti in famiglia. _Mademoiselle Fanny_, che non era _une enfant_, ma _une véritable demoiselle_, sapeva ch’egli mi aveva scritto, ma non lo avrebbe certo detto a nessuno. Ella mi mandava tanti baci, e mi aspettava sempre, ripetendo a tutti ch’io avevo promesso di andarla a prendere.
Questo epistolario con _Monsieur Simon_, la sola anima pietosa che vi fosse in casa de Serges, si protrasse per alcuni mesi. Fanny mi si dipingeva sempre malinconica, sofferente, aliena dai giuochi della sua età. Ella spianava la fronte e snodava le labbra, soltanto quando poteva sguisciarsene dalla sua guardiana e recarsi presso _Monsieur Simon_, a discorrere di Venezia, di me, del suo _Café-au-lait_. Le era stata una grande consolazione il sapere che questo suo cagnolino fosse vivo e avesse trovato modo di tornarsene a casa, ma poi s’era disciolta in lagrime pensando che solevano trastullarsi insieme e che ormai non si vedrebbero più, poichè la zia Maddalena, cattiva, aveva fallito alla sua promessa e non veniva a prenderla e ricondurla a Venezia.
Si può credere che allegria mi facessero queste comunicazioni. Quand’esse mi mancavano, tremavo, quando giungevano, piangevo. Tuttavia il silenzio mi sarebbe stato maggiore strazio e lo scambio di lettere con _Monsieur Simon_ formava parte integrale del mio piccolo mondo. Io vivevo più che mai entro il mio guscio di chiocciola. Non potevo cacciarne fuori il capo senza un disgusto profondo. La mia patria, che porgeva volonterosa i polsi alle nuove catene, mi destava un senso misto di pietà e di ribrezzo. Mia madre aveva perduto le grazie della persona e dei modi che, negli anni addietro, cingevano d’un fascino irresistibile la sua frivolezza, passava metà della giornata in chiesa e nell’altra metà imprecava a tutti coloro che avevano contribuito a rovinare il suo Venanzio, compresovi il Governo austriaco che non aveva capito esser suo primo dovere, appena entrato in possesso della città, di liberare quell’integro uomo. Clara diventava sempre più bella, ma i germi dell’egoismo portati nel nascere, educati nelle pareti del chiostro, davano frutti meravigliosi. Ella aveva completamente aggiogato a sè il buono e savio giovane che s’era invaghito della sua avvenenza, e ne aveva fatto un docile strumento della sua volontà. Anche l’amore era in lei un modo di soddisfare i suoi gusti; nulla di più. Associarlo all’idea del sacrificio, dell’abnegazione, non era cosa ond’ella si sentisse capace. Io la vedevo pochissimo. Ella s’era ricordata di me quando aveva creduto ch’io potessi esserle utile, io aveva fatto per essa ciò che mi pareva mio obbligo di fare. Cessato in lei il bisogno, svanito in me il senso del dovere che mi aveva indotto ad accorrere in suo soccorso, prevalsero le antiche ritrosie, le antiche ripugnanze, inesplicabili, invincibili. Accade nella vita di società che vi siano persone alle quali occorre esser presentati ogni volta, giacchè, per quanti siano i colloqui che avete con loro, esse vi rimangono estranee. Nelle famiglie il contatto d’ogni giorno spesso non basta a creare la dimestichezza intima, la dimestichezza dell’anima; troncata, per una ragione o per l’altra, la convivenza, sparisce qualsiasi alimento alle mutue relazioni, e il cuore con sua meraviglia s’accorge di non sentire alcun vuoto. Così accadeva fra Clara e me. Ci evitavamo per un tacito accordo. Il sacro nome di sorelle non bastava a stringerci insieme. Quando io me le avvicinavo, sorgeva a frapporsi tra me e lei il pensiero della predilezione che il signor Venanzio aveva mostrato per essa, dei discorsi che mi avevano ferito l’orecchio al momento della sua nascita, delle parole proferite dallo zio Baldassare prima di morire.
Del resto, se le mie inclinazioni mi avevano sempre fatta schiva dei convegni romorosi e del viver brillante, lo stato presente del mio animo non era tale da indurmi a cangiar sistema. Quando pur lo avessi voluto, quando pure avessi cercato, ultimo rimedio alle cure assidue, affannose, il frastuono assordante della società leggera e pettegola, la dura necessità mi avrebbe ormai impedito di appagare il nuovo capriccio. Avevo perduto quasi tutte le mie vecchie relazioni, l’amor mio pel Visconte aveva compromesso il mio nome verso quelli (e son tanti!) che sorridono indulgenti a mille tresche spudorate e non perdonano alla fanciulla un affetto onesto, avevo infine, nelle ultime vicende, assottigliato per guisa il mio patrimonio da esser costretta alla più rigida economia. Non ero mai stata bella, ma adesso non ero nemmeno più giovane. Avevo ventisette anni, e quella età che brilla come la luce del meriggio sul volto della sposa felice, si riflette come un malinconico tramonto sul fronte della zitella disingannata del mondo. A ventisette anni è cominciata per la donna l’età delle memorie; povera lei se quelle memorie son tristi!
Avevo avuto un bel sogno ed era svanito; sotto i ghiacci della Beresina erano state sepolte tutte le mie speranze. Non mi restava che una camelia avvizzita sul petto, e lontano, lontano, un altro pallido fiore sbocciato al sole d’Italia ed ora chiuso fra i cristalli d’una serra, ahimè, moribondo anch’esso come la mia gioventù, come la gioventù del mio cuore!
Fanny è a letto da due giorni — mi scriveva _Monsieur Simon_ nell’agosto 1814. — Non sarà nulla, ma io sono triste ed impensierito. La mi parve così pallida questa mattina, quando le portai un poco di brodo. Si mise a sedere, e volle prender colle sue manine la tazza, ma quelle manine tremavano come foglie. — Pochi giorni dopo, il fido servo mi annunziava che Fanny s’era alzata, ma era sempre debole, e, secondo lui, avrebbe avuto bisogno di cambiar aria.
Mi balenò alla mente un pensiero subitaneo; volare a Nantes, commuovere l’animo del notaio Moussu e persuaderlo a darmi il suo appoggio, andare seco, se fosse possibile, o sola, s’egli non avesse voluto accompagnarmi, alla residenza dei de Serges, gettarmi ai piedi della viscontessa Renata e scongiurarla, in nome della memoria del suo Gastone, a permettere che Fanny venisse a ristorare le sue forze in Italia. Oh! io non potevo credere che la vecchia signora fosse deliberata a far morire la figlia del suo figliuolo. E sentivo ch’io avrei accettata qualunque condizione ella mi avesse imposto, sentivo che s’ella mi avesse detto: ad ottenere ciò che bramate occorre che non siate più per Fanny la zia Maddalena d’un tempo, ma un’umile ancella obbediente al cenno della compagna ch’io le avrò dato; ebbene, io avrei risposto di sì.
Tarda a risolvere, pronta nell’eseguire, comunicai il mio proponimento a Giannina. Voleva ella venir meco? Ella sarebbe venuta fino in capo al mondo, mi disse. In quei tempi viaggiare era un’impresa seria; non era facile nemmeno uscir della propria città, era difficilissimo uscir dello Stato. Vinsi nondimeno gli ostacoli, mi accomiatai da mia madre, che mi disse ch’ero pazza, e partii. _Café-au-lait_ voleva a tutti i costi venir meco, ma io lo lasciai in custodia di Maria, dicendogli: — Sii buono, e chi sa ch’io non torni con Fanny. — A questo nome si scosse, mise un guaito, e mi fissò con uno sguardo rassegnato.
Mi feci precedere da due lettere, l’una pel notaio _Moussu_, l’altra per _Monsieur Simon_. Non avevo voluto attender le risposte, perchè potevano per avventura distormi dalla partenza, ed era mia consuetudine, una volta fermo un proposito, di evitar tutto ciò che potesse rimuovermene, di non rimeditarlo neppur io per tema che un novello esame me lo facesse apparire meno opportuno.
Percorsi un’infinità di paesi senza vederli, facendo sosta le ore necessarie per prendere un po’ di riposo e di cibo, non un minuto di più. Appena giunta a Nantes, mi recai dal notaio Andrea Moussu, dall’uomo nel quale Gastone aveva riposto una fiducia, che, per l’esperienza ch’io ne avevo fatto, non mi sembrava punto meritata. _Maître André_, così lo chiamavano a Nantes, aveva ricevuto appena da un giorno la mia lettera, nè s’era per anco rimesso dallo scompiglio che l’annunzio del mio prossimo arrivo gli aveva prodotto. A prima vista la sua fisonomia non rivelava che l’imbarazzo e lo sbigottimento, ma un osservatore pacato vi avrebbe scoperto eziandio l’espressione di quella fiacca e tarda benevolenza che non è aliena dal giovare ad altri, quando però non le costi troppe noie e fastidi. — _La malheureuse idée que vous avez eue!_ — fu la prima frase con cui egli entrò in argomento. — La sciagurata idea! Venire a Nantes, col proposito di vedere i de Serges, che vivevano, si può dire, fuori dal mondo, e che erano gente rispettabilissima ma piuttosto sospettosa, specialmente verso i forestieri! Ero poi certa che sarei stata ricevuta?
— Ma — gli risposi — io non vengo per visitaro i de Serges, ma per veder la piccola Fanny, la figlia del visconte Gastone. L’averla custodita per oltre un anno presso di me doveva pur legittimare la mia presenza al castello.
— Sì, sì — egli disse — è innegabile che la famiglia di Serges ha contratto degli obblighi verso di voi, e avrebbe voluto soddisfarvi.... _Mon Dieu!_ non vi offendete, _ne donnez-pas une interpretation blessante à mes paroles_; intendo dire ch’essa avrebbe voluto soddisfarvi in modo consentaneo al vostro decoro.
— Non v’è che un modo solo — interruppi. — Quello di permettermi ch’io vegga Fanny e ch’io la salvi.
— Salvarla! Salvarla! È in poter vostro di salvarla? S’ella è gracile, se subisce le conseguenze della sua nascita....
— Ah! — esclamai, — dunque è vero ch’essa mi muore.... Ditemi, ditemi tutta la verità, parlate in nome del cielo....
Il notajo si guardò attorno inquieto. Egli aveva paura di me, e non osava chiamare in suo ajuto per non tradirsi. Cercò di comporre le labbra ad un risolino. — Ma no che non la muore. Chi vi ha raccontato queste esagerazioni? _Que vous allez vite avec la fantaisie, vous autres italiens!_ È un pezzo che non veggo _mademoiselle Fanny_, ma non credo ci siano tutti questi guai. Credo soltanto che sia malaticcia....
— Ma non era! — io proruppi. — Era vispa, era florida, era gioconda, quando uscì della mia casa. Anche lontana dalle mie braccia, se avesse trovato amore, sarebbe cresciuta bella e rigogliosa, ma qui l’hanno uccisa, hanno avvelenata la sua fanciullezza. Infami!
— Tacete, — egli gridò sbigottito. — Non sapete che parlate della nobile famiglia de Serges?
— Me ne importa molto a me dei de Serges! Conoscevo uno solo di questa famiglia che aveva veramente l’anima nobile, ed è morto. Poveretto! egli fidava in voi, a voi egli raccomandava la sua bambina.
— No, no, — rispose frettolosamente _maître André_. — Io non ero che il suo uomo d’affari. Ho tutelato gl’interessi di _mademoiselle Fanny_ e v’assicuro io ch’ella ha un bel patrimonio....
— Oh era ben altro il debito vostro! Se aveste interpretata davvero la volontà di Gastone....
— Ebbene, che avrei dovuto fare? _Que vouliez vous que je fisse?_
— Dovevate vigilare su lei, dovevate toccare in suo favore quei cuori di bronzo, mummificati tra la boria aristocratica e la bigotteria....
— _Mademoiselle!_
— Ma non perdiamoci in chiacchiere. Forse c’è tempo di riparare a tutto. Bisogna partir subito pel castello dei de Serges, bisogna che voi mi accompagniate.
— _Comment!_ — sclamò il notajo. Ch’io vi accompagni.... Ma io ho i miei affari.
— Spicciateli e vi attenderò.
— _Plait-il?_ — diss’egli. — E che volete fare quando siete lì? — Indi soggiunse a mezza voce: — _Quel diable de femme!_
— Prima di tutto voglio vedere Fanny. Poi parlerò io alla vecchia viscontessa. È impossibile ch’ella non si pieghi a lasciar venire per qualche mese la fanciulla in Italia.
— Credo che voi v’inganniate molto — egli rispose. — A ogni modo i medici non permetterebbero questo viaggio....
— Ma dunque ella sta assai male.... E voi mi fate perder tempo, e non sentite il bisogno di romper gl’indugi e di venir meco da quella che si può dire la vostra pupilla?
— _Ma pupille! Ma pupille!_ Ma io non ho inferenza che ne’ suoi affari. Ci mancherebbe altro!... E poi, lo sapete che il castello dei de Serges è a dieci miglia da qui, che ormai è tardi e non ci si arriverebbe che verso sera, e che finalmente io non posso far attaccare la mia carrozza perchè ho il cavallo malato....
— Chi vi domanda la vostra carrozza? C’è la mia. Permettetemi.
E, così dicendo, scossi un campanello che v’era sul tavolino.
Il notaio mi guardava a bocca aperta. Entrò un servo, e gli ordinai, in nome del suo padrone, che non osava contraddirmi, di recarsi subito all’albergo ov’io ero scesa con Giannina e di farvi attaccare senza indugio la mia carrozza, prescrivendo al cocchiere di venirci ad aspettare al portone della casa.
Il servo stette un momento sospeso e domandò timidamente: — _Monsieur va partir?_
— Per qualche ora — risposi.
Il signor Moussu passeggiava in lungo e in largo la stanza, sbuffando e pronunziando alcune frasi tronche. — Che cosa devo fare? Se mi rifiuto non c’è modo di liberarsi mai più da questo demonio. _Quelle femme!_ Doveva toccare a me!... — Nel punto di lasciar la stanza il servo si voltò nuovamente, e immobile con la mano sul saliscendi dell’uscio: — Vado — disse indirizzandosi al suo padrone: — _Je vais._
— Ma sì, ma sì — rispose questi impazientito. — Quante volte bisogna ripetere le cose!
— Grazie — sclamai quando fummo soli — grazie della vostra compiacenza.
— Tenetevi i vostri ringraziamenti — egli replicò in tuono piuttosto burbero. — È una violenza bella e buona. Ma non mi accadrà più, oh non mi accadrà più certamente. _Je ferai garder ma porte._
Tornò un momento al suo scrittoio, mise in ordine alcune carte, e poi si voltò verso il muro, e, levandosi in punta di piedi, guardò un polveroso barometro ch’era appeso alla parete. — _Tenez_ — egli disse segnando col dito — _tenez_, il barometro è al variabile. — Avvicinatosi alla finestra, sollevò la tendina e girò gli occhi attorno.
— Non vedete che non c’è neppur una nuvola? — osservai.
— È anzi troppo sereno, troppo soffocante. Siamo in settembre; fa un caldo di luglio. Non ci mancherebbe altro che mi toccasse un acquazzone.
— Ma se vi ripeto che non c’è nuvole...
— Non c’è nuvole! non c’è nuvole! Se non ce n’è, ce ne possono venire.... — E tornò a percorrere la stanza su e giù brontolando fra sè; — _Quelle contrariété! Quelle étrange femme!_
Allorchè si venne ad annunziarci che la carrozza era pronta, il notaio si ritirò un momento in un camerino per farvi la sua _toilette_. Mi ricomparve dinanzi con un gran cappello sotto il braccio, una cravatta bianca alta cinque dita intorno al collo, una lunghissima _redingote_ verde mare e un paio di brache nanchino strette al ginocchio.
Lo seguiva il servo con un ombrellone blù in mano e un pesante ferraiuolo sotto il braccio.
Non potei astenermi dal manifestar le mie maraviglie per tanti preparativi. — Se avete detto poc’anzi che fa un caldo da estate.
— Se fa caldo, potrebbe far freddo — rispose sentenziosamente _maître André_. Indi soggiunse: — Andar così dai de Serges senz’avviso, come se si trattasse di persone di confidenza.... è mal fatto, malissimo fatto.
Salimmo in carrozza. I vicini si affacciavano alle finestre per veder _maître André_ che partiva _avec une étrangère_. Alcuni salutavano rispettosamente. Dovetti lasciare Giannina, perchè il notajo dichiarò di non volere a niun patto andare dai de Serges _avec deux femmes_, tanto più che _la gouvernante_, com’io gli aveva detto, era assai bella, _et cela aurait fort scandalisée madame la vicomtesse qui était on ne peut plus sevère à l’égard de ses doméstiques_. Del resto, io calcolavo di tornar nella sera e dormire all’albergo.
Trovandosi a suo agio nella comodissima sedia di posta, _maître André_ spianò alquanto la fronte e sciolse lo scilinguagnolo. Il suo tema favorito era l’antichità della famiglia de Serges. Questa, da cui ci recavamo, era _la branche cadette_ che risaliva al 1300, ma _la branche ainée_ era anteriore al mille. Peccato ch’essa si estinguesse con la _marquise Virginie_. Ma!.... E qui parve volesse cominciare un discorso di cui si pentì. Disse quindi che tra i de Serges v’erano stati crociati, guerrieri, legislatori e che doveva essere una gran bella cosa poter vantare simili antenati.
Non potei trattenermi dall’osservare che la soddisfazione era meno grande di quanto si credesse, poichè io, per esempio, avevo fra i miei antenati altissimi dignitarj della Repubblica, e non trovavo che questo bastasse a render felici.
La notizia produsse una viva impressione sull’animo di _maître André_ che disse subito: — Voi dunque siete nobile — e, in pari tempo, mi offrì di prendere il suo posto ove c’era meno sole.
Io risposi che non ero nobile perchè gli avi di cui avevo parlato erano avi materni, e mio padre apparteneva invece alla borghesia. Il notajo si raffreddò alquanto e non insistette nella sua offerta di farmi cambiar posto. Tuttavia continuò a parlarmi con notevole deferenza e mostrò una speciale premura per aver notizie di mia madre che aveva sortito natali così distinti. Poi cominciò a discorrere di Venezia e della Repubblica di San Marco, sfoggiando cognizioni veramente ammirabili e peregrine. Egli credeva che in Venezia la massima parte delle case non avessero altra uscita che per acqua, credeva che il Bucintoro fosse, dopo il doge, la carica suprema dello Stato, e che i sospetti politici si spacciassero per la via da sicarj prezzolati dal Governo. Del resto, siccome era uomo d’idee conservative, non disapprovava quella condotta energica, e diceva che, se in Francia si fosse usata un’eguale severità, non si sarebbero viste le pazzie del 1789 e gli orrori del 1792 e 1793. Avrei voluto rispondergli, ma in quel momento la carrozza si arrestò ad un tratto. Mi balzò il cuore, credendo che fossimo giunti, ma _maître André_, cacciando la testa fuori del finestrino, mi disse che il castello dei de Serges era distante ancora due miglia, ma che ci conveniva fermarci per alcuni minuti per lasciar passare una processione. Io non vedevo ancora nulla, ma sentivo uno scampanio lontano, e più presso come un ronzar d’api nell’alveare. Finalmente da un viottolo laterale spuntarono due o tre preti, il più giovane dei quali teneva un crocifisso, e dietro di loro veniva una fila di contadini d’ambo i sessi e di tutte le età, che cantavano a piena gola non so che salmi. _Maître André_ mi spiegò ch’erano gli abitanti di un piccolo villaggio dei dintorni che tornavano da una chiesa votiva, ove c’era una Madonna miracolosa, e mi soggiunse che di queste processioni se ne facevano ogni giorno o per una ragione o per l’altra. In quella le salmodie furono interrotte da alcune grida di _Vive le Roi_, a cui fece eco clamorosamente la folla. Il notajo aprì in fretta lo sportello della carrozza, e sceso sulla strada cominciò a gridare anch’egli con tutta la forza de’ suoi polmoni: _Vive le Roi! Vive le Roi!_ agitando con una mano il cappello, con l’altra il suo ombrellone _blù_, tantochè molti di quei contadini lo riconobbero, e s’intese qualche voce sclamare: — _Tiens, voilà maître André!_ — Egli rientrò allora in carrozza con l’aspetto soddisfatto, e disse: — Era pur tempo che tornassero i nostri Principi! — La processione stava per finire, e il cocchiere era sul punto di rimettersi in movimento, quando, fra gli ultimi del corteo, vidi, o mi parve, una nota persona, e non potei a meno di chiamare: — _Monsieur Simon! Monsieur Simon!_ Il notajo, sorpreso, chiedeva, senza ch’io gli badassi: — _Qu’est ce que c’est? Qu’est ce que c’est?_
Il chiamato alzò la testa e si guardò intorno. Era desso, era _monsieur Simon_, ma mi pareva molto invecchiato da quando io l’avevo visto in Venezia. Si avvicinò alla carrozza e mi riconobbe. — _Ah! mademoiselle, c’est vous?_ — furono le sue prime parole.
— E Fanny? — io chiesi subito ansiosamente.
— Ah! — mi rispos’egli. — Voi potete salvarla.... Sono stato anch’io a visitar la Madonna miracolosa di X.... pregandola ch’ella affrettasse la vostra venuta.... ed eccovi qui.... Solo un miracolo può avervi fatta giunger sì presto....
— Non c’è punto miracolo — diss’io — e vi avevo pur scritto che dovevo giungere.... Ma, per carità, toglietemi da questo strazio. Fanny è veramente in pericolo?
_Monsieur Simon_ a un mio cenno era entrato in carrozza e ci eravamo messi in cammino al gran trotto. _Maître André_ borbottava prima di tutto per questa soverchia velocità che non gli sembrava scevra di pericoli, e poi perchè non trovava _bienséant_ che un _doméstique_ stesse nell’interno della sedia da posta invece di salire sul cassetto col cocchiere.
— È una settimana — continuò _monsieur Simon_ — che Fanny s’è rimessa a letto. In principio parevano i suoi soliti incomoducci, ma poi il medico cominciò a scrollare il capo, e chiese di parlare con la viscontessa Renata....
— Ebbene?...
— Le disse che non ci vedeva chiaro e che _mademoiselle Fanny_ era immensamente debole....
— Si sarà chiamato un altro medico? — soggiunsi.
— Sì — egli rispose — il miglior medico della città.
— Ed egli?
— Ripetè le stesse cose dette dal suo collega, e osservò che forse avrebbe giovato alla bambina il tornar per alcuni mesi nella sua aria nativa.
— Ah! — sclamai trionfante — dunque potrò condurmela meco!
— _Hélas_ — proruppe _monsieur Simon_ — il medico disse altresì ch’era troppo tardi....
— Troppo tardi! Dio mio! No, non può essere. Ma ora, che fa la bambina?
— È assopita da un pezzo. La sua _bonne_ è sempre al suo capezzale.
— Ma la sua nonna, ma i suoi zii, i suoi cugini?
— _Madame la vicomtesse Renée_, lo sapete, è paralitica, e passa tutto il giorno in una sedia a ruote entro la quale gira pel pianterreno. Del resto, la _vicomtesse_ ha fatto quel che ha potuto. Ora è rassegnata, dice _que la volonté de Dieu soit faite,_ e si conforta pensando che la figlia di suo figlio almeno _mourra en bonne chrétienne_. Ella volle che, questa notte, _le père Théophile_, confessore della famiglia, rimanesse sempre nella camera della malata.
— Dio! Dio! Ma che cosa le han fatto in questa casa? Già il suo primo supplizio fu quello di dover lasciarmi.... Poi venne l’incidente del viaggio, quel triste incidente che non seppi mai con esattezza....
— Quello di _Café-au lait?_ — egli ripigliò — _Mon Dieu,_ fu una cattiveria di _mademoiselle Ernestine_. Il cane le dava noia, ed ella la notte, dopo la nostra partenza da Venezia, mentre Fanny dormiva, lo gettò dal finestrino della carrozza in un fiume che andavamo costeggiando. Io, che sonnecchiavo, intesi un tonfo nell’acqua, ma non ci badai. All’alba, ci accorgemmo che _la pauvre bête_ non v’era più. _Mademoiselle Ernestine_, messa alle strette da me, confermò tutto....
— Infame! E Fanny?
— Potete immaginarvi se ne patisse. Da quel momento giurerei di non averla più vista a ridere.
Nel mentre raccontava questi particolari, _monsieur Simon_ si passava il rovescio della mano sugli occhi per asciugarvi qualche lagrima. Io ero come trasognata. M’aspettavo di trovar Fanny gracile, pallida, sofferente, ma questa idea di assistere alla sua agonia non aveva mai funestato il mio spirito. Nè volevo ancora persuadermene. La mia presenza, la mia voce, la promessa di ritornare a Venezia, di riveder Maria, Giannina, _Café-au-lait_, le avrebbero infuso senza dubbio novello vigore. I medici non sapevano nulla. Il solo _monsieur Simon_ aveva côlto nel segno dicendo ch’io potevo salvarla.
— _Pauvre enfant! pauvre enfant!_ — mormorava fra i denti _maître André._ — Non credevo certo che fossimo a tal punto.
_Monsieur Simon_ mi segnò col dito una macchia d’ippocastani a poca distanza. — Dietro quegli alberi — egli disse — è il castello de Serges. Bisogna però allungare alquanto la strada a cagione d’una svolta del fiume.
Infatti, per arrivar subito, sarebbe convenuto attraversare la Loira.
— Ma! — osservò _maître André_ — venti anni fa questi luoghi videro cose orribili. Ve ne ricordate, _monsieur Simon?_
— Se me ne ricordo! — rispos’egli facendosi il segno di croce. — Non ero anche allora presso i de Serges? Non fui io che raccolsi la marchesina Virginia dopo che le furono massacrati i genitori e i fratelli? Gli scellerati!...
— Però — riprese_ maître André_ — è singolare come i giacobini risparmiassero la _branche cadette_ dei de Serges. Tutte le loro ire si concentrarono sulla _branche ainée_....
In quella, superata una rapida svolta della strada, si giunse dinanzi a un’ampia zona di terreno prativo, in fondo alla quale vedevasi la casa de Serges. Era un fabbricato bianco, vasto, massiccio, che, malgrado lo si chiamasse castello, aveva tutt’altra apparenza che di castello feudale; nè merli, nè torri, nè ponti levatoi. Il vero castello de Serges, mi disse _monsieur Simon_, aveva appartenuto al ramo primogenito della famiglia, sorgeva a dieci o dodici miglia di là, ed era stato arso e raso dalle fondamenta durante la rivoluzione.
_Monsieur Simon_ continuò a discorrermi, ma io non gli badavo più. I pochi passi che ci dividevano dalla cancellata del palazzo mi parevano più lunghi dell’intero cammino percorso. Io giravo gli occhi con inquieta curiosità dall’una all’altra finestra della facciata, cercando indovinare la camera ove languiva Fanny.
_Monsieur Simon_ colse il mio pensiero a volo, e mi disse: — La camera di _mademoiselle Fanny_ riesce dalla parte opposta del fabbricato.
Il sole, vôlto al tramonto, dardeggiava gli ultimi raggi, ma il mite crepuscolo non aveva invitato nessuno dei de Serges ad uscire. Non v’era anima viva nè sulla spianata, nè ad alcuna delle numerose finestre dell’abitazione. Al giungere della carrozza un grosso cane di guardia scosse rumorosamente la sua catena, uscì con mezzo il corpo dal canile, guardandoci con occhi iniettati di sangue e abbaiando. Il suo lungo ululato si ripercoteva sulle muraglie della casa.
— _Chut, Léon_ — disse monsieur Simon, scendendo rapidamente, e mettendo la mano sulla testa del mastino, che si aquetò.
_Maître André_ brontolava sempre: — Vorrei sapere un po’ che cosa son venuto a fare io. Che bisogno c’era di me? E se non si riparte entro un’ora al più, non c’è nemmen caso di essere a Nantes questa notte.
Finalmente comparve un servo sulla scalinata del palazzo.
— Chiedetegli di Fanny — dissi a _monsieur Simon_.
Ma l’interrogato rispose: — _Je ne sais pas_.