Chapter 15 of 24 · 2547 words · ~13 min read

XV.

Ebbene, l’ho vista. Un giorno di visita, a un’ora nella quale ero certa che non mi sarei imbattuta in mia madre, mi recai all’antico convento delle Agostiniane a San Giuseppe di Castello, dove s’era ridotto fino dal 1801 un manipolo di suore della Visitazione fuggite di Francia. Era la prima volta ch’io entravo in un chiostro, e non saprei significare a parole l’impressione provata nel salire i tre gradini e nel battere alla picciola porta che mette a quel monastero. Mi pareva che dovesse schiudermisi un mondo nuovo. La _torriera_ che venne ad aprirmi era veneziana; corta, grossa, baffuta, con occhietti scintillanti e guancie rubiconde, come persona a cui non sono ignoti i piaceri della cantina. Guidata da lei, attraversai il vestibolo, poi alcune stanze terrene alquanto buie, e fui introdotta nel parlatorio. Lo splendido sole che m’aveva accompagnata lungo la via, pareva non aver modo di far sapere lì dentro che c’era, tanto mi sembravano scuri que’ luoghi e tanto pesante l’afa che vi si respirava. E sì che m’era noto esservi nel convento un ampio giardino e più cortili, ma le poche finestre del pianterreno non prospettavano certo su nulla di allegro. In questa clausura l’aria, la luce, il sole sono considerati come veleni, da tenersi sotto una rigida disciplina e da somministrarsi soltanto a centellini appunto come s’adopera coi veleni, quando il medico li prescrive. Serve a parlatorio comune una lunga fila di stanze che corrispondono ad altrettante stanze interne accessibili soltanto agli inquilini del chiostro e che comunicano con esse mercè grate di ferro. Nello spazio di muro che sovrasta ciascuna di queste grate è, in lettere cubitali, un’iscrizione francese contenente una sentenza di San Francesco di Sales. Ampi seggioloni foderati di cuoio stanno davanti alle inferriate, e sono destinati alle visite, le quali non sanno se parlino coi prigionieri o siano prigioniere esse medesime. È uno stringimento di cuore, quantunque sia certo che fra gli ordini monastici questo delle Salesiane non sia de’ più rigidi ed eccessivi. Mi ricordo che, entrata appena, vidi dietro ad una dello prime grate una suora ancor giovane, e alla cui fisonomia il vestito nero e il bavero bianco, che ne involgeva la testa e si fermava in linea orizzontale sul petto, dava un singolare risalto. Senonchè il suo viso scomparve dietro un denso velo ch’ella s’acconciò in fretta quando un’altra _torriera_ venne ad annunziarle che un uomo, forse il padre o il fratello, domandava di lei. All’ora in cui chiesi di Clara, le visite erano ancora poche; gli ampi seggioloni erano quasi tutti vuoti. Fui pregata d’attendere un minuto, e, non so perchè, mi parve un secolo. Ero inquieta, nervosa. Che accoglienza mi avrebbe fatto Clara? Dopo quattr’anni ch’io non la vedevo, ch’io non le avevo inviato, nè un saluto, nè un ricordo, non avrebb’ella potuto voltarmi a dirittura le spalle e rispingere ogni mio avvertimento, ogni mio consiglio?.... Ma zitto..... Sento aprirsi un uscio nella stanza di là della grata, è Clara; dietro di lei c’è una suora.... ahimè una guardiana, una spia. Come farò a parlare liberamente? Clara è vestita di nero, non ha il bavero bianco intorno alla testa e sul petto, non è tosata, ha raccolti in treccie i capelli lunghi, fini, copiosi. Come s’è fatta grande, e come sarebbe bella se le foggie goffe del convento non togliessero snellezza alla sua persona. Ha quattordici anni compiuti; è ormai una ragazza.

— Siete voi, Maddalena! — diss’ella, riconoscendomi subito — che novità!

— Lo so, è una novità — risposi — Avrai detto male di me. Ma a proposito, torna a darmi del tu.

— Ah! del _tu_ — ella soggiunse un po’ imbarazzata — e dunque vivete.... vivi sola ora.

— Sì, sì, te l’avrà detto la mamma — replicai in fretta — Ma narrami piuttosto di te. Come ti trovi? Quando pensi d’uscirne?

La suora, ch’era stata un po’ indietro, si avvicinò verso la grata aggiustandosi la croce d’argento che le pendeva dal collo.

— _Ne pourriez-vous pas parler français?_ — diss’ella rivoltasi a Clara. — _Je ne comprends pas encore un mot de votre italien._

— _Ce n’est pas possible, sœur Brigitte_ — rispose speditamente mia sorella guardandomi in modo che significava: — Non dir sciocchezze e lascia fare a me — _ce n’est pas possible, car ma sœur ne sait pas le français. Mais je vous traduirai tout ce que nous disons._

— _Eh! bien.... alors_ — concluse suor Brigida, come per mettersi in pace colla propria coscienza. Sembrava però ch’ella non fosse pienamente soddisfatta, perchè aggiunse a mezza voce — _C’est dommage pourtant_. — E si guardò attorno cercando cogli occhi se per avventura potesse mettere altri al suo posto. Ma non c’era caso. Una suora che passò in quel momento era ai fianchi d’un’altra educanda, una bella brunetta, chiamata a una grata poco discosta.

— E adesso parla liberamente — disse Clara — ma prima d’entrare in discorsi serii, narrami un po’ com’è finito il carnevale. Son due settimane che non viene la mamma, e quest’anno poi si sono fitti in capo di non distrarmi con certe descrizioni, con certi racconti. Sicchè, quand’anche vien lei, che una volta era un piacere a sentirla, adesso c’è il babbo....

— Il signor Venanzio?

— Sicuro. Vuoi che non sappia ch’egli ha sposato la mamma! Il babbo, dicevo, le tura la bocca, e si parla invece di digiuni, di vigilie, di cerimonie, di prediche, ch’è una cosa da morire....

— Ma, dunque, vogliono davvero che tu vada monaca?

— _Qu’est ce que vous dites donc, mesdemoiselles? Allons, Claire, traduisez-moi._

— _On parle du carneval_ — rispose Clara senza scomporsi. E le raffazzonò una descrizione bislacca delle nostre feste e delle nostre mascherate. Questo ella chiamava _tradurre_ i nostri colloqui.

— _Que c’est drôle le carnaval de Venise?_ — sclamò suor Brigida. — _Que ce doit être beau à voir.... de loin! Continuez continuez.... Ces masques donc?...._

Capii che il chiostro non esercitava sull’animo di Clara nè una speciale attrattiva, nè una speciale ripulsione. Gli affetti non s’erano ancora destati in tutta la loro vivacità nel suo cuore. Anzi mi pareva che la clausura tendesse a crescere in lei quell’amore di sè di cui ella dava segni anche da bimba. In fin dei conti, lì dentro non ci si stava male. Anche all’andare alla messa ogni momento vi si abituava.... Solo ci sarebbe voluto un po’ più di libertà, una frequenza un po’ maggiore di visite, qualche festina di tratto in tratto.... Del resto, almeno non v’erano seccature, e checchè avvenisse al di fuori, entro quelle mura c’era quiete perpetua. — E non è poco — ella concludeva — con questo scompiglio che c’è nel mondo. Per miracolo c’è la guerra anche adesso....

Io mi affaccendavo a dimostrarle che appunto quella indifferenza per le cose esterne, quel languore dell’anima è la peggior disgrazia della clausura, e che chi vi si affida, o si pente più tardi o finisce col diventare una mummia. E perchè, intanto, anche dietro la grata vicina erano comparse un’educanda e una suora, abbassai notevolmente la voce.

— _De quoi parlez-vous donc, maintenant?_ — chiese suor Brigida.

— _Oh mon Dieu, sœur Brigitte, de petits riens. Elle me donne de nouvelles d’une vieille servante de la maison, voilà tout._

— _Et pourquoi parle-t’elle si bas?_

— _Êtes vous curieuse! C’est qu’elle se fatigue vite la voix. Elle est faible._

— _Pauvre demoiselle_ — sclamò suor Brigida con accento di simpatia. — _Seriez-vous poitrinaire comme moi? Et quel est le régime que vous suivez? Ah j’oubliais, vous ne comprenez pas le français. Demandez-le lui, Claire_.

E mentre Clara le spacciava non so che frottole, suor Brigida passò attraverso la grata una mano lunga e sottile, tenendo aperta una scatoletta di giuggiole. — _Prenez-en, prenez-en, cela fait du bien._

Quando fummo sul punto d’accommiatarci, Clara mi disse: — Non si avrà mica sempre la fortuna di poter parlare come si è parlato oggi. Tutte le altre suore intendono a maraviglia l’italiano. Perciò quando tu abbia da dirmi qualche cosa, porta teco una o due ciambelle, e mettivi dentro un biglietto. Facciamo tutte così.

— Ma questo sistema di bugie non ti par vergognoso? Non è la miglior conferma delle mie parole?

— Che! — rispos’ella — son peccatucci veniali.

Oh beata innocenza dei chiostri!

Suor Brigida, facendo un profondo inchino, e dicendo: — _Allons, Claire_ — si allontanò per la prima. Nello stesso momento si mossero anche dalla grata vicina, e l’altra educanda venne con un saltino presso a Clara, le pose sulla spalla la mano sinistra, e agitando l’indice della destra con un piglio fra lo scherzevole e il minaccioso: — Bada — le disse — se la settimana ventura, quando ci sia mio cugino, tu non lasci che suor Brigida venga _a far la guardia_ a me, la ti va male. — E, rivoltasi dalla mia parte, soggiunse in tuono di leggiera canzonatura: — _Ah! mademoiselle ne comprend pas le français._

Indi le due amiche si dileguarono. Allorchè io uscii, il parlatorio era pieno di gente. Babbi e mamme, fratelli e sorelle, congiunti vicini e lontani, conoscenti d’ogni genere si affollavano innanzi alle grate. Pareva d’essere in un alveare. Vidi alcune gentildonne a cui io non dovevo essere ignota, perchè al mio passaggio si voltarono, e udii bisbigliare il mio nome.

Nel richiudere dietro a me la porticina del convento, mi sentii rinata. Un’aria fresca e schietta mi soffiava sul viso, il cielo sereno mi si stendeva sul capo, e il sole, non impedito più dai vetri appannati, o dalle persiane, inondava la bella _Via Eugenia_, che allora appunto si stava compiendo. Il quartiere popoloso brulicava di gente, ma si sarebbe potuto scommettere che in tutta quella strada non si dicevano tante bugie quante se ne andavano dicendo nel parlatorio delle Salesiane. Nulla era più alieno dalla mia indole dell’artifizio e del sotterfugio, e pensando al mio colloquio con Clara io arrossivo per mia sorella e per me. È ben vero ch’io non avrei potuto altrimenti dire a Clara l’animo mio, ma ciò non mi rendeva meno penosa l’idea d’esser stata stromento d’una piccola frode. Quello poi che mi aveva fatto un’impressione più sgradevole si era la disinvoltura con cui Clara conduceva il suo piccolo intrigo. Non era uno sforzo ch’ella facesse; era un’abitudine, di cui ella non comprendeva nemmeno come altri potesse maravigliarsi. Senza dubbio, tutte le sue compagne si trovavano nella condizione medesima, e ciò attenuava forse in un certo senso la sua colpa; ma che sposa, che madre sarebb’ella riuscita portando nella sua famiglia un naturale abborrimento della sincerità? Ebbene, io avevo compiuto il mio dovere, l’avevo, nel corso del nostro dialogo, messa sull’avviso, le avevo detto in qual modo ella potesse farmi giungere le sue notizie se mai per avventura le fosse occorsa l’opera mia. A che continuare adesso le mie visite? A che mostrare a Clara una tenerezza ch’io non avevo, e ch’ella nemmeno si sognava di chiedermi? V’erano ben altri obblighi ch’io non dovevo dimenticare per cagion sua, obblighi nei quali io avevo ormai riposto ogni mia dolcezza ed ogni speranza.

Oh! s’egli tornasse, e io potessi rendergliela florida e vispa, e vedessi brillar lagrime di consolazione sul suo ciglio paterno, e, senza nulla chiedere, senza ricordargli nessuna dello parole sfuggitegli nel nostro ultimo abboccamento, lo udissi dirmi ancora — Maddalena, ti ringrazio e ti amo — quale felicità sarebbe stata uguale alla mia, che lunga serie di prove non mi sarebbe parsa agevole e lieve!

Eravamo già innanzi nel marzo, l’esercito d’Italia si trovava in Baviera, con la persuasione di dover volgere i passi verso le frontiere russe e di essere alla vigilia di una guerra grossa e terribile, ma senza che vi fosse per anco nulla di positivo. Le ostilità non erano state dichiarate, gli ambasciatori non s’erano mossi e i negoziati diplomatici continuavano. — Vedete che tutto si risolve in nulla — dicevano gli ottimisti. — Hanno paura di mettersi in guerra con noi — aggiungevano altri che s’erano identificati con Napoleone e la _grande armata_. Non mancavano finalmente coloro i quali deploravano che non si rompessero gl’indugi e che non si facesse quello che s’era fatto altre volte, sgominando i nemici in un paio di settimane.

Gastone scriveva della immensità dei preparativi, del passaggio continuo di truppe, di generali, di principi e della solennità misteriosa con cui si andava disponendosi a un’impresa che sarebbe riuscita degna della Francia. In mezzo a quel frastuono d’armi, il furore della gloria, malattia dell’epoca, andava impadronendosi a poco a poco di lui, e la trepidanza con cui egli aveva abbandonato Venezia non traspariva più dalla sua lettera. Nell’aprile lo si promosse maggiore, proprio nei giorni in cui il suo corpo d’esercito si metteva in marcia verso l’Oder. Finalmente, nello scorcio di quel mese, la guerra non fu più dubbia. Si seppe che lo Czar di Russia era partito da Pietroburgo pel campo; Napoleone, dicevano i giornali, si sarebbe mosso anch’egli fra poco da Parigi. E gli stessi giornali affermavano che se l’Imperatore era costretto a una nuova campagna (la quale sarebbe stata anche l’ultima), la cosa doveva attribuirsi alla tracotanza dei Russi. In poco d’ora ci saremmo sbarazzati anche di loro, e nulla più avrebbe turbato la beatitudine di una pace perpetua. Questi i sogni, questi i presagi onde si pascevano gli spiriti in quell’epoca d’accecamento funesto. Non mancavano però i profeti di sventura. Chi aveva viaggiato l’Europa assicurava che si aveva sotto i piedi un Vulcano, che i rancori, che il desiderio della vendetta covavano tremendi sotto le apparenze dell’ossequio e della devozione; ma erano voci isolate cui soverchiava il coro degli apologisti. Gastone in marcia verso la Vistola era amareggiato da una sola cosa; egli confrontava con l’accoglimento presente quello ricevuto dalle popolazioni tedesche nel 1806 e 1807. Allora eravamo nemici — egli scriveva — adesso siamo alleati. Ma allora i giovani avevano fede in noi. Malgrado l’onta della disfatta, essi ci venivano intorno con piglio amichevole, salutavano in noi i banditori delle nuove idee, non avevamo di pienamente avversi che i principi, l’aristocrazia e gli eserciti. Adesso è tutto l’opposto. Principi, aristocrazia, esercito sono al nostro fianco, è il popolo che non può soffrirci....

Nondimeno queste ombre non turbavano la confidenza serena di Gastone nel trionfo. Di mano in mano che si avvicinava il pericolo, si dissipavano i suoi timori, i suoi dubbi. Vinceremo — egli scriveva — e non vi sarà stata in verun tempo impresa pari alla nostra. — Intanto i fogli avevano raccontato la partenza dell’Imperatore da Parigi il 9 maggio, il suo arrivo a Dresda con l’Imperatrice, i ricevimenti, le feste, l’accorrere di sovrani a rendergli omaggio; a baciare un lembo del suo vestito, a mendicare una sua parola, uno sguardo, un sorriso. L’eco di quelle cerimonie giungeva fino al campo, e Gastone ne sentiva lusingato il suo orgoglio di francese e di soldato della grande armata. — Tutti s’inchinano alla Francia, tutti piegano il capo dinanzi alla rigeneratrice del mondo. — .... Non era così che parlava mio fratello anni addietro, quando egli vedeva Napoleone mutare il ruvido sajo di capitano nella fastosa porpora del manto imperiale. Non era questa la rigenerazione del mondo ch’egli invocava.

Avanti! avanti su questo terreno che brucia! Presto anche le lettere di Gastone muteranno tenore.... E poi?...