VIII.
Pochi mesi dopo questo colloquio, mia madre aveva giurato fede di sposa al signor Venanzio. Clara si trovava in convento, ed io ero insediata nella mia nuova abitazione, con Giannina e altre due o tre persone di servizio. Non ero riuscita senza difficoltà ad accasarmi così da sola, non vi ero riuscita senza levare un grandissimo scandalo, ma, in fin dei conti, poichè nessuno poteva mettere in forse il mio diritto, poichè io disponevo d’un largo censo mio proprio, gli ostacoli furono presto superati. Orgogliosa per indole e noncurante degli altrui giudizi, io affrontavo senza sgomenti la singolarità della mia posizione e ne godevo con molta temperanza i vantaggi. Dicevano ch’io ero un uomo, che ne avevo le forme, la statura, i movimenti meno aggraziati, e quest’accusa, che una volta mi aveva fatto tanto soffrire, che aveva ferito in me il senso estetico (mi perdonino i signori uomini), io la raccoglievo ormai come un guanto di sfida, e volevo ch’ella mi valesse la padronanza assoluta di me stessa, de’ miei gusti, de’ miei sorrisi e delle mie lagrime. Era già poco men che decisa a rimanermene zitella. Sentivo che sarei stata sposata per la mia dote, e quest’idea mi metteva i brividi. Se di tratto in tratto le fantasie a cui s’apre volonteroso un cuor di vent’anni venivano ad agitarmisi festosamente dinanzi, io le scacciavo come si scaccia una conoscenza insidiosa, usa a promettere ciò che non sa mantenere. E cercavo quell’equilibrio morale che mio fratello Carlo assicurava trovarsi nel mondo, tantochè, a chi operi secondo la propria coscienza, le scabrosità della via, che parevano insuperabili, a mano a mano si spianano, e ciascheduno può raccogliere intorno a sè tanto di luce e di calore che basta a tenergli vive e serene le facoltà tutte dell’anima. Fede gagliarda e ristoratrice che Carlo portò quasi intatta nella sua tomba, e ch’io forse avrei lentamente rassodata in me stessa se i disinganni e i dolori non avessero finito col distruggerne sin le radici. Pure allora, nel novello mio nido, lungi da uno spettacolo contro cui si ribellava l’intero esser mio, visitata dalle mie ricordanze, andavo provando come un senso di pace e di conforto. La balda certezza di aver seguito l’unica via impostami dal dovere era bensì turbata qualche volta da una lieve ombra di dubbio. Quante non sono le donne, io pensavo in quei momenti, che passano a seconde nozze senza che le figliuole si atteggino a giudici della condotta materna, e abbandonino, sdegnose, il tetto domestico! Ma erano impressioni che si dileguavano con la rapidità del baleno, e non tardava a soccorrermi l’idea che, s’io m’ero indotta a un passo sì ardito, non era già perchè mia madre aveva deciso di rimaritarsi, ma perchè io non potevo e non dovevo veder trionfante colui che aveva distrutto la pace e la felicità nella nostra famiglia.
Passai, pochi giorni or sono, dinanzi al palazzino ove ho abitato sei anni. Non lo si riconosce più. Diedero di bianco ai muri, colmarono col gesso le scanellature delle quattro colonne che ornavano il terrazzo del primo piano, aprirono nella facciata nuovi fori che le tolgono ogni simmetria e che stuonano orribilmente con lo stile della fabbrica, e, come se non bastasse, sotto ogni finestra dipinsero in rosso certi cosi tondi che vogliono simulare il marmorino e pajono _mortadelle_. Guardai in alto e non vidi più l’altana di legno intorno alla quale s’arrampicava una vite che poi, flessuosa, piegavasi ad arco, foggiando una specie di pergolato, il quale offriva in estate le sue ombre, in autunno i suoi grappoli. Tra foglia e foglia sbucava talvolta, circa quarant’anni fa, una testolina bionda, così bella che sono men belli al paragone gli angioletti onde Tiziano circondò la sua Madonna. Ahi! la vite è scomparsa, la testolina bionda riposa nella chiesetta gentilizia di un castello lontano;.... io soltanto, povera mummia, sono ancora qui.
I magnati della parrocchia, tostochè io presi stanza nella nuova dimora, vennero a presentarmisi con grande solennità. Lo speziale e fabbriciere mi disse che aveva una nipote assai a modo, assai colta, la quale pareva deliberata a non maritarsi, e sarebbe andata orgogliosa di fare la mia conoscenza. Il vicario, ch’era stato uomo di lettere e aveva conosciuto Gaspare Gozzi, si diede premura di offrirmi i suoi omaggi e di farmi sentire alcuni suoi componimenti poetici. Veniva poi di tratto in tratto il mio notajo accompagnato dal figlio d’un suo cugino ch’egli aveva preso nello studio seco, e ch’era un giovane sui ventiquattro a’ venticinqu’anni, di molti sospiri, di poche parole e di pochissimo sugo. Questi personaggi erano i frequentatori più assidui d’una piccola conversazione ch’io tenevo il lunedì sera, cedendo alle istanze di don Gaudenzio, il vicario, il quale, dopo fatto il chilo a casa sua, sentiva il bisogno di aiutar la digestione col discorrer di Gaspare Gozzi presso qualche conoscente. Non mancavano poi i visitatori avventizi, gli spasimanti della mia dote, fattisi introdurre con l’uno o con l’altro pretesto, non mancava infine un pajo delle vecchie relazioni di casa rimastemi fedeli anche dopo la mia trasmigrazione. Si troverà abbastanza strano che, giovane, indipendente, ricca, io non sapessi farmi centro d’una società più vivace, ma il fenomeno si spiega presto; chi consideri il mio carattere e le condizioni della società veneziana d’allora. Di quella d’adesso non so davvero; è tanto tempo ch’io vivo fuori dal mondo! Quarant’anni addietro, insomma, una società, all’infuori dell’aristocratica, in Venezia non c’era. La sapienza del nostro patriziato se n’era ita da un pezzo; erano rimaste negli uomini le tradizioni del lusso, nella donna era rimasto il brio schietto e spontaneo che, unito alla venustà delle forme e alla facilità dei costumi, ne rendeva la conversazione desiderata e attraente. Quanto di migliore il resto d’Italia e d’Europa mandava fra noi affluiva volonteroso in quelle case, in quei crocchi, chiusi in generale ai Veneziani che non fossero nobili, ma aperti ai forestieri di tutte le classi, pur che avessero una riputazione qualunque di ricchezza, o d’eleganza, o d’ingegno. Artisti e poeti trovavano ogni sera accoglienze ospitali in appartamenti sfarzosi, giocondati dai sorrisi di donne bellissime e dal fascino d’un dialetto incantevole. Chi traversava la notte i canali nella gondola taciturna, vedeva splender le faci dietro i finestroni degli storici palazzi, e udiva accordi di musiche e scoppiettìo di voci allegre da far credere che Venezia tenesse ancora lo scettro dei mari e fosse all’apogeo della sua potenza e della sua gloria. A chi però non aveva modo di varcar le soglie delle case patrizie, e non amava mescersi al chiasso dei bagordi popolari, ai lunedì del Lido, alle sagre romorose ove dalle baracche di legno destinate alla confezione dei tradizionali _bigné_ uscivano colonne di fumo puzzolente, e i merciai ambulanti assordavano con le loro grida, a chi, insomma, cercava modesti e casalinghi ritrovi era risposto inesorabilmente: _Sta solo_. Mancava una classe che, non ripetendo l’esser suo dai fasti e dalla ricchezza degli avi, ma dal suo lavoro presente, pur nutrisse nell’anima il culto delle cose belle e gentili, e superando il patriziato per la serietà dei propositi, gli si accostasse per la cortesia delle forme e per la raffinatezza dello spirito. Solo ch’io avessi voluto, quel mondo elegante mi sarebbe stato aperto, nè il mio cognome _borghese_ vi avrebbe fatto ostacolo. Mia madre era nobile e l’aristocrazia veneziana ebbe sempre una certa indulgenza pei nati di madre nobile, anche se il padre era plebeo. Generalmente anzi il padre non si conta. O che cosa è un padre? La signora ha certo commesso un error grossolano nello sposare un uomo _senza nascita_, ma, via, alla fin fine vi possono essere state le sue buone ragioni, può essere stato un capriccio della famiglia, e non bisogna poi tenergliene il broncio tutta la vita. Pur ch’ella mostri di non aver troppo rispetto pel suo consorte, pur ch’ella insegni ai domestici a tirare una linea di confine tra _lei_, eccellenza, e _lui,_ semplice cittadino, le si fa grazia e la si tratta come s’ella non fosse uscita mai dell’ovile. Quanto a’ suoi figliuoli, si può amnistiarli anch’essi fintantochè sono giovani, non hanno una posizione indipendente e posseggono discernimento bastevole per sapere che la genitrice d’illustre prosapia deve essere amata e venerata in grado molto maggiore del signor padre di oscure ed umili origini. Più grave è il caso inverso, quando il gentiluomo s’impalma con una semplice cittadina. Allora la casta è veramente ferita sul vivo. Non si tratta soltanto d’una persona che ne esce, come avviene allorchè la gentildonna accetta un marito che non è suo pari; si tratta d’una famiglia patrizia che consente a lasciar infiltrare una vena di sangue comune nel suo sangue blù, e che poi, col prestigio del suo gran nome, coprirà gli ibridi prodotti di questo pasticcio, come copriva per lo addietro i frutti dei connubi purissimi. Diamine! qui c’è anche la frode. I figli del plebeo e della patrizia non potranno mai dimenticare che sono di una razza inferiore ai nobili; i figli del patrizio e della plebea lo dimenticheranno invece senza dubbio quando non lo si richiami spesso alla loro memoria. Comunque sia, le idee alle quali io ero stata nudrita, gl’insegnamenti della persona che io avevo stimato sopra tutte le altre, mi avevano fatto sorger nell’anima una ripugnanza invincibile verso quella società tutta lustro ed orpello, e benchè io non fossi cieca al punto da disconoscerne le attrattive, non m’ero indotta mai ad entrarvi. Le ultime vicende, com’era naturale, me ne avevano cresciuta l’avversione e me ne avrebbero a ogni modo reso più malagevole l’ingresso. So che mi ci si biasimava senza ritegno. Una giovinetta che aveva per madre una Rezzinelli! Fare uno scandalo di quella sorte! E ci fosse stata almeno una ragione seria! Fuggire di casa con un amante, s’intende, ma lasciare il domicilio unicamente perchè la madre, perduto il primo marito, ne piglia un secondo che non vi accomoda, è una pedanteria di cui non è capace che una _borghese_, brutta ed antipatica per soprammercato. Insomma, io conoscevo di vista soltanto quelle brillanti gentildonne, alcune delle quali non passarono senza lasciare un’eco dietro a sè; le vedevo o mollemente sdrajate nella gondola voluttuosa, o percorrenti con una cascaggine tra l’affettato e il naturale le nostre maravigliose _procuratie_, appoggiandosi al braccio dell’uno o dell’altro cicisbeo, e cinte da uno stormo di adoratori più o meno illustri, fra cui un giorno si notava Antonio Canova, un altro Ippolito Pindemonte, un altro ancora Francesco Aglietti, e, posteriormente al periodo entro cui si compie questa mia storia, Giorgio Byron, sebbene, lievemente difettoso com’egli era, schivasse di andarsene a piedi. Ed esse poi, le gentildonne famose, erano, per tacer d’altre, la Renier Michiel, la Benzoni, la Teotochi Albrizzi, osservatrice acutissima, esperta del pari nelle arguzie della parola e nel maneggio della penna. Fui da lei una sola volta, a undici o dodici anni, accompagnata da mia madre che la visitava sovente, e m’accorsi subito di non esserle piaciuta. A lei, innamorata del bello, non poteva andar a sangue la mia persona angolosa, lunga, sottile, a lei, tutta brio, non poteva esser simpatico il mio fare severo, impacciato, confuso. Ero ancor fanciulla, ma dal fiore s’indovina il frutto, e la sagace patrizia deve aver capito subito ch’io non sarei mai divenuta nulla d’elegante e di leggiadro. Siccome poi le impressioni che si ricevono non sono, molte volte, che il riflesso di quelle che si destano, io pure serbavo un pochino di ruggine verso colei che mi aveva squadrata da capo a piedi, aveva atteggiato le sue labbra aristocratiche a un leggiero sorriso, e s’era lasciata leggere sulla fronte in lettere cubitali: _Mi sei uggiosa_.
Ma basti di ciò. Io ero entrata nel mio nuovo sistema di vita con ben altre idee che quella di farmi il centro d’un ritrovo brillante, e di volgere le mie ricchezze alle cene, ai balli, alle veglie fastose. Conoscere, se me ne fosse capitato il destro, qualche persona di vero merito, coltivare il mio spirito, fare un po’ di bene intorno a me senza chiasso e con retto criterio, ecco il fine ch’io avevo assegnato alla mia modesta esistenza. V’era in ciò un fondo d’egoismo? Agivo io soltanto nello scopo di sottrarmi alla lotta, di affogar nei comodi materiali gli ardori importuni della giovinezza? Lo ignoro. Mi alzavo per tempo, e la mia prima visita era pe’ miei vasi di fiori, i quali, per la massima parte, passavano la state all’aria aperta in altana, e l’inverno scendevano a tenermi compagnia in un salottino ov’io avevo fatto venire da Parigi apposta per loro un mobile elegante a parecchi piani. Ivi sbocciavano in silenzio sotto a’ miei occhi le aristocratiche camelie, che s’erano formate già una certa riputazione per la rarità della specie e la bellezza del colore; ivi si aprivano in marzo i pallidi giacinti schierati in fila sulla mensola del caminetto entro le loro bottiglie. Ed ivi poi si vedevano in tutte le stagioni alcune pianticelle di geranii e di amorini, con cui mi pareva d’aver fatto una particolare amicizia, tantochè avrei giurato che quand’io li inaffiavo ed essi rizzavano il capo, mi dicessero: _grazie_. Più tardi ricevevo ogni giorno tre o quattro fanciulle povere del vicinato, ch’io avevo preso sotto la mia protezione e a cui frattanto insegnavo a leggere e scrivere. La tenerezza per l’infanzia, ch’era stato uno de’ primi sentimenti svegliatisi nell’anima mia, e che si era raffreddata ad un punto quando una strana ripulsione mi allontanò dalla piccola Clara, quella tenerezza si rifaceva or più viva che mai. Qualche volta mi balenava l’idea di adottare una fra quelle creaturine per mia figliuola; intanto ero con tutte gentile, espansiva, vivace. Giannina (adulatrice!) mi diceva ch’io divenivo persino bella quand’ero in mezzo a quella nidiata, tanto dolce era il sorriso che mi si dipingeva sulle labbra e negli occhi. E come le capitavano volentieri da me, le fanciulle! Con che franchezza mi dicevano i loro piccoli affannucci, o i loro desiderii, e i loro pensieri! Per solito mi chiamavano rispettosamente _signora_, ma nei momenti d’espansione si lasciavano sfuggire l’epiteto più carezzevole di _amia_, zia. Allora, se io le avevo udite, arrossivano fino alla radice dei capelli, e si nascondevano il viso nel grembialino. Ma io non mi scandolezzava di quell’appellativo confidenziale, e a poco a poco, quando uscivo di casa a piedi, sentivo bisbigliar nei crocchi infantili della parrocchia: — _Guarda la zia Maddalena_. Benchè avessi la gondola, me ne valevo di rado, e preferivo far lunghe passeggiate in compagnia di Giannina, fattasi ormai una cameriera di garbo. Andavamo pochissimo in piazza, spesso nei luoghi meno frequentati di Venezia. La gente s’era ormai avvezza a vederci, conosceva, se non il nostro nome, il nostro grado rispettivo e soleva bisbigliarci dietro:
— _La cameriera compra di gran lunga la padrona_. Non c’era nulla da ridire a una verità tanto assiomatica; tuttavia, a sentirla ripetere ad ogni piè sospinto, mi si affacciavano mille riflessioni alla mente. Pensavo all’eterna gioventù di mia madre, alle grazie del suo viso e della sua persona, al fascino ch’ella aveva esercitato sulla società e che la società aveva esercitato su lei, e sorprendevo talora in me stessa un sentimento che somigliava all’invidia. Indi accusavo la mia severità intollerante, e mi dicevo con amarezza che la virtù non era poi tanto difficile quando la natura era stata matrigna. Ma, in complesso, erano ubbie passeggiere, e l’equilibrio del mio spirito si ristabiliva senza troppo sforzo. Quand’ero in casa, leggevo senza misura nè tregua. Ai libri che lo zio Baldassare mi aveva lasciato, io andavo aggiungendo tutte le pubblicazioni nuove che uscivano in Italia ed in Francia e che un libraio di Milano era incaricato di spedirmi. A ore perse scarabocchiavo le mie impressioni. Se avessi imparato tutto quello che ho letto, se avessi tratto un reale profitto da tutte le mie indagini capricciose, sarei pur divenuta una donna sapiente. Ma mi pare che accingersi allo studio sia un po’ come mettersi in cammino. Chi ha una meta e vi si avvia risolutamente, stando in moto anche un palo d’ore al giorno soltanto, fa più strada di chi, senza scopo alcuno, va girelloni dal levar del sole al tramonto. Del resto, io non avevo ambizione, o ne avevo troppa, cose che si equivalgono, come si equivale lo starsene nel proprio nicchio o il voler fare un viaggio nella luna. Delle mie cognizioni, quali esse fossero, non menavo vanto, e forse, se non si fossero visti grandi mucchi di libri su tutte le tavole, le cornici, i canterali della casa, nessuno mi avrebbe giudicato una donna alquanto diversa dal comune. Prima di continuare nel mio racconto, devo dare ancora alcuni tocchi a questa pittura della mia vita; quindi prendo fiato e ripiglio.