Chapter 22 of 24 · 3521 words · ~18 min read

XXII.

Fanny era partita uno degli ultimi giorni di settembre. Al 3 ottobre il Vicerè d’Italia dichiarava Venezia in istato d’assedio; al 6 compariva l’ordine, che già i più cauti avevano prevenuto, di approvvigionarsi. La città era cupa, pensierosa. Nelle _sagre_, nei _luni nel lido_ brillavano alcuni sprazzi dell’antica allegria, ma anche in quei brevi intervalli era un’allegria forzata, morbosa. Girando con Giannina per le parti più remote di Venezia, vedevo sulla soglia dei miseri tuguri intere famiglie cui andava via via mancando il lavoro e cui sarebbe fra poco mancato il pane. Erano madri il cui seno esausto non aveva più latte, erano bambini squallidi, gialli, cogli occhi infossati, con le labbra penzolanti e senza sorriso, erano uomini che, trovando chiusa l’usata officina, stavano seduti sul gradino della porta, coi gomiti appuntati sulle ginocchia, col viso nascosto fra le mani, taciturni, accasciati, immobili. Quand’io passavo, i fanciulli tendevano la mano ed io mettevo qualche soldo in mano a tutti. Essi mi benedicevano e mi pareva che la loro benedizione dovesse ricader su Fanny, sulla mia tenera pellegrina. Ov’era essa? Era giunta? Come l’avevano accolta?

Circa alla metà del mese, un dopopranzo, nel tornare a casa con Giannina da una delle solite passeggiate, ci ferisce l’orecchio un fievole guaito. È buio e non furono ancora accesi i fanali. Accovacciata presso allo stipite del portone di casa v’è una bestia che si lamenta e che fa vani sforzi per rizzarsi sulle zampe. Bussiamo; un servo apre tenendo un lume. Giannina ed io molliamo entrambe un grido. Quella bestia che si agita e si lagna è _Café-au-lait_. Dio buono! In quale stato! Ha il pelo irto, le ossa che paiono sul punto di uscir dalla pelle. Dev’esser tutto pesto perchè al solo toccarlo ulula in modo compassionevole; però sembra lieto d’essere fra le sue vecchie conoscenze e ci lambisce amorevolmente la mano. Trasportato in casa, rifocillato, parve rimettersi alquanto e cominciò a muovere qualche passo. Ma come era egli tornato? Come aveva potuto abbandonare Fanny? Come trovare la via? Abbandonare Fanny! No, egli non l’aveva abbandonata sicuramente; chiamata a giurarlo dinanzi a Dio, l’avrei giurato senza paura. L’avranno piuttosto scacciato spietatamente, avranno tentato di affogarlo per isbarazzarsene, i malvagi! Ed esso, levatosi dal pericolo, chi sa come, e perdute le traccie della sua amica, avrà errato a lungo sinchè il provvido istinto l’avrà ricondotto a Venezia. Il più singolare era com’egli fosse riuscito a traversar la laguna, ma non mancavano gli esempi di cani che, inavvertiti, erano scivolati in qualche barca a Fusina od a Mestre, e così avevano potuto arrivare in città. Del resto è agevole immaginarsi come l’ipotesi più naturale non fosse la sola che mi si affacciasse allo spirito. Mi funestavano terribili apprensioni che anche a Fanny fosse incolta sventura, che l’arrivo del cane celasse qualche orrendo mistero e m’irritavo con la povera bestia che non sapeva risolvermi il dubbio. _Café-au-lait_ era malinconico, concentrato, girava per le stanze come un’anima in pena, se s’imbatteva in qualche oggetto che avesse appartenuto a Fanny, un ritaglio di veste, un balocco, vi si fregava attorno mugolando sommesso; se nei miei discorsi con Maria o con Giannina usciva il nome della bimba stava a sentirci col muso all’aria, con le orecchie tese, e dimenava la coda e guaiva.... Ma dì qualche cosa, _Café-au-lait_, spiegati.... Maria che aveva accompagnato i viaggiatori fino a Fusina non sapeva nemmeno ella che cosa pensarsi. Ella assicurava che _Mademoiselle Ernestine_, durante il tragitto, s’era riconciliata con la bestia e se l’era presa in braccio... Così andò per lunghi giorni finchè una lettera del notaio Moussu mi sollevò di parte delle mie angosce. Fanny era arrivata presso la famiglia. La viscontessa Renata l’aveva _trouvée assez bien_, ma era dolente che la bimba fosse così poco istrutta _dans les pratiques religieuses_, e nel mentre incaricava lui, il notaio, di ringraziarmi pel mio _désinteressement_, lo incaricava eziandio di esprimermi il suo rammarico per questa circostanza che la costringeva a rifar l’educazione morale della sua nipotina. Ipocriti! Io ve l’ho data schietta, ingenua, spontanea, e voi volete chiudere il suo spirito nelle strettoie del bigottismo. A ogni modo, poichè senza questo rimprovero io non avrei forse avuto notizie di Fanny, ben venga anche questo rimprovero! Del resto, nessun particolare circa al viaggio. Nulla che mi desse la chiave del ritorno di _Café-au-lait_.

E, a scrivere, ammesso pure che avessero voluto rispondermi la verità, era ormai fatica gettata. La terraferma era piena di nemici, le lettere, o si smarrivano, o erano trattenute per via, o non arrivavano al loro destino che per miracolo. Che giorni tristi volgevano per Venezia! Non passava dì che non giungessero feriti. Li conducevano lungo i canali, in barche spesso scoperte, ammonticchiati gli uni sugli altri. Non si poteva affacciarsi alla finestra senza vedere uno di questi convogli, non si poteva tener le imposte aperte senza udir gemiti ed imprecazioni. L’ospitale era zeppo per modo che un giorno convenne trasportar in altro luogo parte degli infermi. Li trasportarono a braccia per le strade. Che spettacolo! Ai primi di novembre gli Austriaci erano già a Mestre. Gli avvenimenti precipitavano. E in quei giorni appunto, singolare ironia! si compiva la facciata del Palazzo Reale in piazza San Marco coll’innalzamento dello stemma in pietra viva che portava nel mezzo un N coronato e nel campo una stella sormontata da un’aquila coi fulmini agli artigli. La folla guardava mormorando; alcuni slanciavano sommessamente qualche epigramma, presto soffocato dalla paura della polizia. Di tratto in tratto le reminiscenze degli antichi bagordi s’imponevano irresistibili alla popolazione, e allora un ordine inatteso, bizzarro, serviva di pretesto a un po’ di baccano. Così una domenica sera, appena pubblicato il divieto di uscir di notte senza lume, si videro comparire in piazza San Marco duemila lanternini d’ogni forma e colore portati in giro da allegre frotte d’uomini e donne che cantavano e saltavano come fosse di carnovale. A queste follie faceva riscontro la comparsa del pan nero, la fucilazione dei disertori in campo San Francesco della Vigna, la mortalità straordinaria negli ospedali, l’accattonaggio per tutta la città. Con sì lieti auspici si apriva l’anno 1814. Nondimeno la festa dell’Epifania, secondo l’usato, si pubblicò l’avviso che permetteva le maschere, e la domenica successiva alcuni _lustrissimi_ fecero capolino sotto le _Procuratie_. Però, fischiati dal popolo, si ritirarono. A render più intollerabili gli altri patimenti della poveraglia si aggiunse il freddo. Intere famiglie senza pane, senza tetto giravano per le strade chiedendo misericordia; sui gradini dei ponti, sulle soglie delle case, esposti al vento, in mezzo alla neve, migliaia d’indigenti sfoggiavano i luridi cenci e le membra piagate. In mezzo a questo strazio il carnovale passava furtivo, quasi vergognando di sè. I _Ridotti_ e i teatri erano aperti, ma pochi ci andavano, e chi ci andava non osava dirlo; le maschere giungevano in gondola ai brillanti ritrovi e in gondola pure ne uscivano, non avendo il coraggio di mostrarsi per le vie; la _cavalchina_, insuperato spettacolo della nostra _Fenice_, attirava appena qualche centinaio di persone, e i palchi, che solevano vendersi gli altri anni a più di dieci zecchini l’uno, potevano aversi quella sera per una ventina di lire.

Dal di fuori giungevano notizie confuse. Qualche volta il cannone tuonava annunziando vittoria, ma più spesso correva su mille bocche la voce di portentosi disastri che i proclami ufficiali mal potevano celare. E il Governo, sentendo mancarsi sotto il terreno, diveniva sospettosissimo, ordinava la chiusura dei caffè, proscriveva la consegna di tutte le armi, faceva percorrer le contrade da pattuglie innumerevoli.

In quei giorni appunto venne condotto a termine il processo del signor Venanzio. Convinto di truffa, lo si condannò a sei anni di carcere. Fu per mia madre un colpo di fulmine. Irreconciliabile meco perchè nell’aiutarla non avevo voluto porgere una mano soccorrevole anche al suo secondo marito, ella s’illuse però sino all’ultimo momento. Venanzio, ella diceva, avrebbe saputo sbugiardare tutti i suoi calunniatori, Venanzio sarebbe uscito innocente. Allorchè intese la sentenza, proruppe contro i tribunali e contro gli avvocati, disse che i suoi nemici avevano corrotto i giudici e che fra questi nemici ero anch’io. Se, anzichè sottrarlo al pericolo di una condanna ignominiosa io ve l’avessi spinto, ella non avrebbe potuto trattarmi più duramente. Ella non veniva più da me, ma io mi recavo qualche volta a vederla. La famigliarità carezzevole de’ suoi modi che s’era conservata in mezzo a tutte le crisi, che, in mezzo a tutte le vicende aveva mantenuto nelle nostre relazioni un certo abbandono affettuoso, quella famigliarità era scomparsa affatto. O non mi parlava, o la sua parola suonava rimprovero. Avevo voluto vincere il mio punto, avevo voluto dividerla dall’uomo ch’io odiavo fin da piccina. Il mio beneficio (e, quanto a me, giuro che non avrei chiamato così un servizio reso a mia madre) era stato anch’esso un mezzo per raggiungere questo scopo; ella non poteva essermene grata. Ma già non c’era da sorprendersene. Io appartenevo a una razza _mercantile_, non avevo la delicatezza dell’aristocrazia, non l’avevo mai capita, lei, che usciva da una famiglia patrizia. Se m’era riuscito persino di attraversare le sue intenzioni su Clara! Non lo sapevo che questa, ch’era la sua vera figliuola, ella voleva maritarsela a modo suo? Io invece, col pretesto che si cercava d’indurla a prendere il velo (come se fosse stato un disonore ed una disgrazia), l’avevo aizzata contro i suoi genitori, e avevo fatto buon viso alle sue tresche con un negoziante a cui adesso avrebbe bisognato darla per amore o per forza, mentre, prima, ci sarebbero stati a dozzine i partiti per lei nella nobiltà veneta. No, no, io non avevo fatto il bene suo, avevo fatto il suo male, e tutto per odio di Venanzio.... Ma ce la saremmo contata fra poco, quando fosse venuto il regno della giustizia, chè già le cose non potevano durare in questa guisa sicuramente, e il Signore l’avrebbe finita coi frammassoni, coi liberali. Allora Venanzio sarebbe uscito di prigione, e ci sarebbero entrati altri che adesso camminavano per le piazze e si spacciavano per santi e per filantropi... Questi e simili discorsi teneva, farneticando, mia madre, e destava, più che ira, pietà. Nè ella si era cangiata soltanto nei modi; era trasformata altresì nell’aspetto. Della sua bellezza, fino a pochi mesi addietro, così rigogliosa, non restavano ormai che pallide traccie. I capelli, pur dianzi nerissimi, le si erano inargentati subitamente; i suoi occhi, che una volta non sapevano piangere, davano segno di aver versato gran copia di lagrime negli ultimi tempi; la persona svelta ed eretta s’era alquanto curvata. Insomma gli anni, i quali parevano per lo addietro averla dimenticata, l’avevano ad un tratto raggiunta. Dopo la catastrofe di suo marito s’era ritirata anche dalla sua società prediletta e si circondava soltanto di alcuni preti della parrocchia che le riempivano la testa di fanfaluche e accarezzavano la sua crescente bigotteria. Clara, egoista per indole, non si dava troppo pensiero di distrarla, ma badava a fare all’amore col suo Roberto, e disarmava le collere materne col fingere un gran fervore religioso. — Almeno Clara ha questo di buono — diceva mia madre — ch’ella non vive da eretica come Maddalena. Il convento le ha servito almeno a farla timorata di Dio.

È agevole immaginarsi che, in questa condizione di cose, io ero sempre più inesorabilmente condannata alla solitudine. Il mio antico crocchio s’era tutto disperso. Veniva soltanto a visitarmi talora Don Gaudenzio, ma l’avevano nominato parroco a Castello e, vecchio com’era, non si avventurava volentieri alla lunga passeggiata che gli toccava fare per giungere sino a casa mia. Inoltre non c’era più la signora Elena che volesse udire le sue poesie inedite, non c’erano più compagni per giuocare alle carte, ed il buon sacerdote finiva sempre col trovarsi spostato.

Giannina e Maria, ch’io avevo tenuto meco anche dopo la partenza di Fanny, erano in quel tempo (lo dico senza vergognarmene punto) le mie due migliori amiche. Alla disuguaglianza della nascita e dell’educazione riparava la bontà schietta dell’animo e la simpatia con cui dividevano entrambe le mie tacite angoscie. _Café-au-lait_, giunto nel miserevole stato che descrissi poc’anzi, era oggetto costante delle loro cure; esse amavano in lui la bambina ond’esso aveva diviso i giuochi e vegliato i sonni, e della quale esso sapeva in quel momento più di noi tutti, e certo col suo guaito lamentava la sorte. La povera bestiuola, circondata da tante sollecitudini, ricuperava lentamente il vigore del corpo, i suoi ossicini andavano rivestendosi d’un più denso strato di polpa, il suo pelo tornava a farsi lucido e fino, ma chi rammentava il vispo _Café-au-lait_ d’una volta, non poteva riconoscerlo senza fatica. Era tardo nelle sue movenze, i suoi occhi, già così vivi e lucenti, erano come appannati, e la sua voce un tempo così sonora moriva spesso in un gemito. Nessuno lo vedeva più fare un salto, nessuno l’udiva più dialogar dalla finestra coi cani del vicinato; per solito si metteva presso al caminetto e stava lì disteso, scaldandosi alla vampa che guizzava capricciosa lungo i tizzoni.

Io non ero certo avara; però fino dagli ultimi anni vissuti nella casa paterna avevo cominciato a persuadermi che la dissipazione nuoce a sè senza giovare agli altri. Temperatissima ne’ miei bisogni e ne’ miei desiderii, avevo, dopo l’eredità dello zio Baldassare, accresciuto il mio patrimonio. Ma le recenti vicende di mia madre, l’assegnamento che avevo dovuto farle, gl’impegni che m’era toccato assumere per sanare i suoi debiti avevano operato un effetto contrario e mi avrebbero reso necessarie alcune economie nel mio sistema domestico. Senonchè, quello non era il momento da pensarvi. Nè a me, nè ad alcuno che avesse senso d’umanità, sarebbe bastato l’animo di licenziare in mezzo a tanta miseria parte della servitù o di ritirar la mano che soleva correr pietosa a lenimento degli altrui dolori. Era il mio conforto, era la mia religione in quei tempi tristi il fare intorno a me più bene ch’io mi potessi. Ogni giorno facevo dispensar pane e brodo ad alcuni fra i più bisognosi della parrocchia; ogni giorno raccoglievo a scaldarsi intorno a un buon fuoco e a rifocillarsi a una colazione semplice ma succulenta di cui portavano i rilievi alla loro famiglia, le fanciulle che anni addietro venivano da me a impararvi a leggere e a scrivere. Povere creaturine! In quella dolce temperatura, dinanzi a quella tavola appetitosa esse dimenticavano per pochi istanti le loro finestre senza imposte, il loro focolare senza legna, il loro desco senza pane. E anch’io dimenticavo tante cose vedendole sorridere. Ma poi, se uscivo di casa, e m’imbattevo per via in altri fanciulli pallidi, con le labbra e cogli occhi scoloriti per fame, mi si stringeva il cuore, e dicevo fra me: — E a questi chi ci pensa?

Sulla fine di marzo la situazione era diventata intollerabile. La carestia era a tal punto che nemmeno ai ricchi era dato trovare pan bianco. Come in Francia ai tempi della rivoluzione, lunghe processioni di donne percorrevano le contrade di Venezia e si recavano sotto le finestre del comandante superiore a Santo Stefano levando altissime grida, nè le sentinelle poste agli accessi di quella piazza bastavano a impedire l’invasione dell’esercito femminile. Ormai la disperazione rendeva audaci, gli arresti, le minacciate fucilazioni non impaurivano più; s’imprecava al Governo, si esultava dei successi degli eserciti nemici. Ricordo sempre che la domenica di Pasqua (era il 10 d’aprile) si udirono le salve d’artiglieria del vascello austriaco ancorato alla Piave che festeggiava una vittoria. Tutta la città fu in moto; la gente accorreva sulla riva degli Schiavoni, sulle _Fondamente nuove_ per raccogliere quei suoni, per confortarsi nel pensiero della prossima liberazione. Come dissi già, ogni concetto politico era sparito dall’animo dei Veneziani; liberazione significava soltanto il termine dei patimenti corporali. Indi si vide il triste spettacolo della vigliaccheria umana. I soldati della guarnigione, che pure erano in gran parte italiani, ch’erano abbronziti dal sole dei campi, che sotto generali famosi avevano traversato l’Europa, erano ormai oggetto di abbominio e di scherno; i valorosi, i buoni erano gli Austriaci, i _caiserlicchi_ che nove anni addietro non si potevano soffrire. Orribile a dirsi, s’insultavano perfino i nostri feriti, quando passavano, gemendo, nelle barche delle ambulanze; i mutilati che, reggendosi a fatica, uscivano dall’ospedale, erano fatti segno di sconci epigrammi. Gli accattoni, le donnicciuole, i fanciulli affamati trovavano un sarcasmo contro queste povere vittime del dovere che parlavano il nostro idioma, che combattevano intorno a una bandiera nostra, che, per la prima volta, formavano il nucleo d’un esercito italiano. Un esercito italiano! Ma chi se ne curava? Chi vi credeva? Quasi nello stesso tempo il vicerè Eugenio e il generale austriaco Nugent avevano parlato in nome dell’indipendenza d’Italia, ma le moltitudini non si davano pena per sapere quale dei due parlava sul serio. La frase era stata ormai tanto abusata!

Non dico poi del giubilo con cui fu accolta la nuova dell’ingresso delle truppe alleate in Parigi e della destituzione di Napoleone. Poichè si era certi che il gigante non poteva muoversi, tutti i pigmei si levarono con grande schiamazzo in nobile gara di vituperi. Quelli che avevano mendicato un suo sguardo, che avevano baciato la polvere calcata dai suoi piedi, che umili o contriti avevano seguito i suoi sfolgoranti corteggi, lieti di passar per lacchè del signore del mondo, adesso andavano a gara per raccogliere una manata di fango e gettargliela in viso. Quando, il 19 aprile, si seppe esser giunta la notizia della cessione di Venezia, essersi dato l’ordine di levar dalla piazzetta la statua di Napoleone e dalla facciata del palazzo lo stemma imperiale, la folla accorse dai più remoti angoli della città per assistere allo spettacolo, e si sarebbe fatta giustizia da sè se non fosse intervenuta la truppa. Indi nacquero risse e ferimenti. La canaglia, sempre codarda, trovava il coraggio per commettere una viltà, e si scagliava sulle baionette italiane che facevano siepe all’effigie del principe caduto. Nondimeno la statua non venne rimossa che il mattino del 20 alle cinque, e benchè fosse ancora notte, la Piazzetta formicolava di popolo, che pareva aver dimenticato il freddo, la fame e ogni specie di patimenti nel gran giubilo di quell’istante. Il giorno stesso strepitose acclamazioni salutarono un generale austriaco sbarcato sul Molo. I vecchi capitani della Repubblica, reduci dalla guerra di Chioggia e dalla battaglia di Lepanto, non potevano accogliersi con maggiore entusiasmo. O Venezia, il cielo, prolungando la mia triste esistenza, mi consentì di vederti rigenerata a una prova di sangue e di fuoco; tre anni fa un altro assedio ti lavava da ogni taccia di fiacchezza; i tuoi figli, languenti per fame, non invocavano il nemico, ma combattevano sugli spalti; scrosciavano le palle ardenti sui tetti, ma nessuno diceva d’arrendersi; la pestilenza infieriva, ma i malati sul loro letto di dolore morivano col sacro nome d’Italia sul labbro. E quando convenne capitolare, e gli Austriaci, al suono delle loro musiche, ornati il capo di mirto, percorsero le vie della città riconquistata, non una voce si levò ad applaudirli, non un fazzoletto si agitò incontro ai vincitori.

Dallo spiraglio di queste imposte socchiuse, io vidi i loro ufficiali vestiti di pompose uniformi e con le piume ondeggianti al cappello, li vidi sdraiati nelle gondole voluttuose guardando con inquietudine le grandi moli dei bruni palazzi, e le case che pareano deserte, e rammentai il tempo in cui tutte le porte si aprivano, tutte le fronti si spianavano allegre dinanzi ai nuovi signori. E adesso, o mia povera patria, il giogo ti pesa sul collo, nè per quanto è vasto l’orizzonte che abbracci con l’occhio, un lembo d’azzurro interrompe il tuo cielo grigio e uniforme; ma il tuo nome è redento, ma il sorriso della cortigiana non deturpa il tuo volto atteggiato a maestoso dolore. La mia anima è chiusa ad ogni dolce impressione, ma non è chiusa però a quest’orgoglio, di saperti, o mia patria, rispettata da tutti, di saperti nobile e grande nella tua sventura, io, che ti vidi così bassa e spregievole!

Certo allora, nel 1814, quello che mi feriva maggiormente non era che si lasciasse cader con indifferenza il Governo italico legato al carro d’un desposta; era che a sei o sette anni di distanza s’imprecasse vilmente a ciò che si era schifosamente adulato, che l’arrivo dei nuovi stranieri paresse suprema ventura.

Questo pazzo giubilo durò più settimane, non così però che in mezzo al giubilo non rimanesse posto per la lurida miseria, per l’accattonaggio sfrontato e per le aggressioni notturne. Indi il popolo si diede alla devozione, e il podestà Gradenigo invitò la città a una funzione religiosa di sette giorni consecutivi, a principiare dal 5 maggio. Tutte le parrocchie dovevano successivamente recarsi alla basilica ad adorarvi il Sacramento ivi esposto in permanenza. Finita la settimana, e come a suggellare la cerimonia, sarebbe successa una processione generale in piazza San Marco. Inutile dire i preparativi che se ne fecero, la folla che vi accorse. Non erano spettacoli per me, ma seppi che da tutti i balconi delle Procuratie pendevano tappeti ricchissimi, che si accalcava alle finestre, sui tetti, sul campanile, e una pubblicazione dell’epoca dice che v’intervennero 995 sacerdoti, 165 ex-monache e 21.065 secolari. Queste cifre spiegano abbastanza come Venezia nel maggio 1814 ringraziasse il cielo della sua schiavitù.