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CAPITOLO I.

ROMA E L’EGITTO NEL III. SECOLO A. C.

I.

L’agricoltura in Egitto sotto i Tolomei; pastorizia; commercio. L’industria, le classi sociali; la costituzione e l’indirizzo politico; arti e scienze.

Il primo avvicinamento diplomatico di Roma con la monarchia egiziana, fondata dai Tolomei, dopo il tragico sfasciarsi dell’impero di Alessandro Magno, ebbe luogo nel 273 a. C. Prima di quel giorno, i due popoli erano vissuti tanto remoti per vicendevoli relazioni, quanto — come si mantennero — differentissimi per struttura economica e politica. Due società affatto diverse abitavano le rive europee e le africane del Mediterraneo.

Poche regioni erano state favorite dalla natura così come l’Egitto. Al confluente di due mari, solcato da un fiume, che ne costituiva la ricchezza agricola, e, insieme, quella peschereccia, con una città, Alessandria, stazione centrale, scalo inevitabile fra l’Occidente e l’Oriente, crogiuolo di tutte le industrie dell’antichità, esso non aveva, dal punto di vista economico, rivali da temere.

Su tre milioni circa di ettare capaci di abitazione[9], il suolo coltivabile, che adesso è ridotto a ⅔ della cifra succitata[10], doveva nell’antichità varcarla di parecchio, giacchè la continua invasione delle sabbie e dell’acqua marina costituiscono una notevole differenza fra lo stato antico e moderno del paese, tutta a pregiudizio del secondo. E tanta estensione di terreno coltivabile, aiutata dai mezzi, adesso abbandonati, di una delle più perfette fra le culture agricole, offriva annualmente una produzione ricchissima e svariata: pane di spelta, grano di doppia specie, sylphium, trifoglio due volte l’anno[11], loto, papiro, e molti altri generi di cereali e di piante aquatiche. Fra gli alberi primeggiavano la palma e l’ulivo[12]; e la maraviglia del lettore crescerà nel sentire che il prodotto del grano, che nell’Egitto odierno rende in media solo 15 volte la semenza, la rendeva nell’Egitto antico ben 100 volte[13], il che, in gran parte, si doveva al fatto che l’agricoltura — per lo meno quanto al lavoro delle semenze — veniva presso quel popolo, considerata come un pubblico servizio[14].

Della carne degli animali da pascolo, che, a cagione della ricchezza delle terre inondate e non coltivate, offrivano doppia tosatura e doppio parto annuo, gli Egiziani, in mezzo a tante altre abbondanze, non curavano di servirsi, se ne togli quel tanto che era richiesto dalla religione. Per contro, larghissimo era il consumo del pesce, che, vietato ai ministri del culto[15], formava parte considerevole della pubblica alimentazione.

Il ricolto di tanti prodotti rendeva naturale il desiderio del commercio e dell’esportazione, e questo era agevolato dalla situazione dell’Egitto, specie della sua capitale, collocata fra il bacino del Mediterraneo, la Siria, la Mesopotomia, l’Arabia, il Mar Rosso, la Libia, l’Etiopia e persino l’India[16], situazione, che la politica internazionale dei Tolomei, — politica eminentemente d’interessi[17], similissima, al pari della cartaginese, a quella della moderna Inghilterra[18] —, non aveva lasciato mai di sfruttare con le svariate relazioni diplomatiche. E, quasi a colmo di tanto ben di Dio, l’Egitto non era soltanto uno stato agricolo e commerciale, ma, al tempo stesso, la prima nazione industriale del mondo antico, verso la quale mèta la sospingeva, come sempre, quella razza indomita nella elaborazione degli elementi materiali della civiltà, che è l’ebrea, e di cui l’Egitto nudriva ospiti numerosi[19].

Vi si lavoravano in tal guisa, con una sapienza rara anche oggi, i metalli più preziosi, si tessevano tele, lane, cotoni, e, fra le altre, primeggiava un’industria, unica alla valle del Nilo, e, da sola, fonte d’infinita ricchezza, la fabbricazione della carta di papiro[20].

Fioriva tra tanto benessere una popolazione densa ed agiata di ben cinque o sei milioni di abitanti, superba di una fitta rete di più di 10000 città e grossi borghi, che comprendeva, da un lato una selva di piccoli benestanti, proprietari ed affittuari[21], e dall’altro una schiavitù, ch’era tale soltanto di nome, rispondente pei suoi tratti specifici alla clientela romana[22], mentre capitalisti ed operai cominciavano ad agitarsi nelle coalizioni e gli scioperi, segno indeprecabile di maturi progressi industriali[23].

La monarchia era assoluta, ma, (ironia delle parole), essa, in condizioni normali, strettamente legata al bene dei sudditi, cadeva in tempi anormali nella necessità indeprecabile di cedere ai più sensibili impulsi dell’opinione pubblica, accentrata nel cervello della nazione, l’antica Parigi, come è stata denominata Alessandria, tanto più che mancava un esercito numeroso e permanente[24], notevole concausa della prosperità dell’Egitto e dell’indirizzo rimesso della sua politica estera, sempre più affermantesi dai primi agli ultimi Tolomei.

A coronamento dell’opera, su tanta agiatezza materiale aleggiava, bella e spensierata, tutta una rigogliosa fioritura scientifica e letteraria, per cui pareva che l’africana Alessandria avesse, come in serra aristocratica, ereditato i più bei fiori della civiltà ellenica[25]. Quanto diverse non apparivano invece, sin dal 273, le condizioni e l’avvenire della capitale del Lazio!

II.

Agricoltura in Roma durante la repubblica; industrie; decadenza dell’agricoltura; pastorizia; indirizzo politico. Situazione reciproca dei due stati.

Anche Roma avea goduto un tempo di un’agricoltura fiorente, e avea visto spuntare sotto l’occhio del Marte latino una distesa di piccole e gagliarde proprietà, per cui, divise tra faccende rurali e domestiche, aveano vagato laboriose le falangi dei clienti, amiche appendici dei vecchi gruppi gentilizi[26]. Ma Roma non aveva mai goduto nè di commercio nè d’industrie[27], e l’agricoltura era ben presto cominciata a decadere sotto i funesti effetti delle conquiste, strappanti al lavoro le braccia e offrenti[28] a buon mercato le terre e gli schiavi, mezzo più agevole sia della coltivazione diretta, che dell’assoldamento dei proletari, e fatale meccanismo di distruzione della piccola proprietà[29].

Per un istante era parso che la crisi agricola potesse venire compensata da un corrispettivo incremento della pastorizia, dopochè la conquista del Lazio, dell’Etruria e di tutta la zona interna dell’Apennino, varia di prodotti, di altitudine e di clima, avea liberato i proprietari dalla costosa necessità di sostentare nell’inverno, a proprie spese, il bestiame e di ricoverarlo all’uopo in apposite stalle[30]. Ma anche la pastorizia avea perduto la sua ragion d’essere dopo l’affluenza dei nuovi tesori da ogni parte del mondo conquistato, eccitanti allo sperpero e all’inerzia le classi dominanti, che li percepivano, e alla miseria, all’accattonaggio, al bottino le classi inferiori, ridotte oramai sul lastrico dalla concorrenza spietata degli schiavi.

Incamminati per la china di una politica conquistatrice, eretta la medesima a mezzo di pubblico e di privato sostentamento, l’unico organo sociale, verso cui le risorse dell’erario andarono sin d’ora a confluire, non poteva non essere l’esercito terrestre e marittimo. La sua presenza rese uno stato, già superbo di lotte e di conquiste civili, il campo chiuso d’una sempre imminente reazione militare ed il covo temuto di una banda vigile e sterminata di filibustieri, pronta a gettarsi dove avesse spiato una preda, a spargere il terrore dov’era la pace, a profondere nell’abisso delle orge e della magnificenza capitali e proventi capaci di alimentare lavori d’immenso interesse per l’umanità[31], finchè le lagrime dei sudditi e degli oppressi non l’avessero sospinto verso una monarchia democratico-militare, che poi, a sua volta, sarebbe divenuta zimbello degli eserciti, che le si erano prostesi a costituirne la base[32].

Questo l’aspetto delle due nazioni, che s’incontravano per la prima volta al 273, l’una tutta compresa del pensiero del proprio onesto benessere, operosa, modesta, colta e soddisfatta; l’altra, oziosa, rapace, provetta nell’arte della guerra e della prepotenza, piena della vanagloria di ritenersi pensionaria dell’universo, non curante del domani, intenta a tutto consumare senza produrre, a strabiliare il mondo colle monumentali costruzioni della sua aristocrazia accanto ai fetidi abituri del suo cencioso proletariato e impotente a largire al proprio genio altro campo di esplicazione all’infuori degli acquedotti, delle grandi strade o delle fortificazioni[33], d’un interesse puramente strategico, conforme alle più alte idealità della sua vita sociale[34].

Nel duello inconfessabile, difensivo per l’una, agognato ed offensivo per l’altra delle due nazioni, chi avrebbe vinto? Quale sarebbe stata l’agonia, quale la sorte della disfatta? Una situazione a termini identici e contemporanea a quella di Roma rispetto a Cartagine si disegnava al 273 sulle pagine della storia del mondo antico. Il suo svolgimento sarebbe riescito meno rapido e meno drammatico del certame punico, ma non per questo meno interessante. Due secoli e mezzo ne prepareranno l’epilogo, e l’eloquenza del medesimo riescirà superiore a qualsiasi affrettata predizione.

III.

Guerra tarantina; Pirro. Ambasceria di Tolomeo IIº d’Egitto ai Romani (273). Motivi politici; motivi economici.

Gli anni 285-273 a. C. furono tra i più tempestosi della storia di Roma. Nel breve giro di poco più di due lustri il suo governo avea dovuto contare una sollevazione degli Italici, che, dai Lucani, dai Sanniti e dai Tarantini s’era estesa agli Etruschi, agli Umbri ed ai Galli, due sconfitte di non lieve importanza come quella di Eraclea (280) e l’altra di Ausculum (279), con la perdita complessiva di 130000 uomini, la nuova campagna del 278 andata a male, e, nella Sicilia, l’insediamento di un nemico temibile (276), quello stesso Pirro, che da undici anni teneva in continui palpiti la futura capitale del mondo.

Ma, poichè la fortuna aiuta gli imbelli e gli audaci, la sorte delle cose mutò tutto ad un tratto nel giro di pochi mesi. Nello stesso anno 276 la Sicilia veniva conquistata dai Cartaginesi, allora alleati dei Romani, Pirro, battuto a Benevento (275), periva tre anni dopo miseramente in Grecia, e la ribellione d’Italia, privata così del suo braccio migliore, si spegneva in breve per mancanza di sussidi militari[35] (275-0). E, come se la fortuna volesse, quasi in compenso del passato, offrire tutte in una volta le sue grazie ai Romani, l’anno stesso della morte di Pirro[36] giungevano nella capitale del Lazio ambasciatori da parte di Tolomeo IIº Filadelfo, re di Egitto, recanti, insieme coi doni di prammatica, amicizia ed alleanza[37]. La data dell’ambasceria ci è indicata con precisione da Eutropio. Essa rimonta al consolato di C. Fabio Licinio e C. Claudio Caninio (273), ad un anno cioè, in cui Pirro era ancora in vita e l’amicizia del re d’Egitto poteva riescirgli proficua.

Così essendo, l’atto diplomatico del Lagida[38] non appare nè nobile, nè leale.

Nessuna ragione infatti esisteva perchè Pirro avesse dovuto aspettarsi una simile ricompensa. Verso il 295 egli era stato condotto quale ostaggio in Egitto presso il padre di Tolomeo Filadelfo,[39] ed avea saputo talmente guadagnarsi le simpatie della famiglia reale da riceverne, pochi anni di poi, in isposa la figliastra Antigone ed aiuti di danaro e di milizie per la prossima riconquista del già perduto trono d’Epiro[40] (295).

Si era allora insediato al governo della Macedonia quel Demetrio, figlio di Antigono Iº, già noto per la sua fama militare e per una sua grande impresa contro gli Egiziani. Al 306, infatti, aveva, per incarico del padre, sconfitto presso Salamina, in una delle più memorabili battaglie navali dell’antichità, lo stesso Tolomeo Iº, il quale, oltre a perdervi più di 120 vascelli da guerra, 100 da carico ed 8000 soldati, avea visto cadere prigionieri il figlio ed il fratello Menelao, cui era venuto in soccorso. Questa battaglia, che aveva fruttato ad Antigono la conquista di Salamina e gli avea offerto il destro di assumere pel figlio il titolo di re[41], aveva altresì incoraggiato quest’ultimo ad attaccare Tolomeo nell’Egitto medesimo, e, non essendovi riescito ad assediare quella Rodi, legata in strettissimi vincoli di commercio e d’amicizia col Lagida, che gliela disputò sino all’ultimo sangue. Nella recente guerra[42] di Demetrio per la conquista del trono di Macedonia, il Tolomeo gli avea tolto Cipro[43] (295), e, poco dopo, avea tornato ad assalirlo in lega con Lisimaco, re di Tracia (288)[44], e con Pirro, che già aveva aiutato gli Etoli contro Demetrio e tentato un’incursione nelle terre del medesimo[45].

La campagna era riescita infelice pel re di Macedonia, e Pirro e Lisimaco se n’erano spartito il dominio[46] (288). Morto Tolomeo I (283)[47], le cordiali relazioni di Pirro col figlio dell’estinto, non aveano subito ostili interruzioni. Tanto l’impresa d’Italia, quanto quella di Sicilia, specie quest’ultima, che, col suo buon esito, non avrebbe fatto altro che danneggiare Cartagine, rivale in commercio di Alessandria[48], non potevano nè avevano dovuto ingenerare sospetto alcuno nell’animo del Lagida, e, quando Pirro aveva lasciato l’Italia, era andato a combattere contro l’Antigono Gonata, figlio dell’estinto e più volte citato Demetrio, che avea occupato il trono di Macedonia e non potea certo vantare benevoli sentimenti verso il più implacabile avversario del padre, — Antigono Gonata, contro cui, sei anni dopo, Tolomeo Filadelfo inizierà una lunga e penosa guerra[49]. Nessuna voglia quindi di sfogare vecchi rancori, nè desiderio alcuno di contrapporre l’equilibrio di una nuova lega alla ormai molto dubbia potenza del re d’Epiro poteva aver eccitato l’animo del Lagida[50], e i motivi della sua ambasceria debbono perciò ricercarsi fra cause d’origine diversa.

Esse appariscono di doppia specie: politiche e commerciali.

Anzitutto il fatto stesso dell’antica e non interrotta amicizia con Pirro poteva adesso, non ostante la recente neutralità del Tolomeo nella guerra italica, far temere una di quelle spesso inconsiderate rappresaglie del governo romano contro gli amici del vinto avversario. In secondo, la politica estera dei Tolomei s’era fin’allora ingerita costantemente negli affari internazionali degli stati greci, specie in quelli del macedone e dei suoi vicini. E, adesso che Roma aveva battuto il re d’Epiro, non era ardito il sospettare che questa sarebbe intervenuta, come farà di lì a pochi anni (210-05)[51], negli affari della Grecia, a sobillare il re di Macedonia, compiendo un atto, le cui conseguenze si sarebbero probabilmente ripercosse sull’Egitto.

Più importanti erano le ragioni d’indole commerciale.

L’Egitto, l’abbiamo visto, era allora la strada maestra del commercio mondiale, da cui derivava gran parte della propria ricchezza, e l’unica città, Cartagine, che, come potenza, sia commerciale che militare, avesse potuto tenere fronte ad Alessandria e dovuto nutrire troppe voglie di chiudere alla rivale gli sbocchi del suo commercio, era allora alleata di Roma[52], e poteva incaricarsi dell’impresa egiziana, qualora la capitale del Lazio non se ne fosse sentita da tanto.

Un’alleanza ai propri danni da parte di codesti due stati avrebbe potuto causare all’Egitto la perdita dei principali emporii commerciali del Mediterraneo. Gli sarebbero anzitutto state tagliate le comunicazioni con Cadice. Avrebbe perduto la Cirenaica, il più fertile dei suoi possessi, già conquistato al 321 da Tolomeo Iº e che tanta gola avea fatto al governo punico. Avrebbe messo a repentaglio Cipro, celebre pei suoi cantieri, pronta sempre ad offrire all’Egitto tesori inesausti di ricchezze naturali[53] e capace, per la sua posizione, di formare una comoda tappa fra l’est e l’ovest, Creta, importante per lo meno per l’acquisto dei mercenari, le isole dell’Egeo, le Ionie, e, peggio ancora, quella Rodi, per cui il commercio con l’Egitto era, a detta di Diodoro, una questione vitale e dovea quindi riescire per quest’ultimo fonte d’enormi guadagni, Rodi unica stazione per i vascelli, che in 24 ore avessero viaggiato dalla Palude Meotide verso l’Etiopia per la via d’Alessandria e del Nilo, e che il padre di Filadelfo avea così a lungo disputato contro Antigono Iº e Demetrio. Avrebbe altresì l’Egitto potuto essere danneggiato nei suoi commerci di grano con Atene o in quelli, certo più notevoli, sebbene non ne possediamo che scarsi ragguagli, con la Sicilia, specie con Siracusa, su le quali si erano adesso più che mai volte le avide mire dei Cartaginesi[54]. Come eventuale, ma non improbabile frutto della lega con Roma, l’Egitto poteva sperare, come poi avvenne, nello stabilimento di un continuato commercio sia di papiro, che di lino e vetro con Napoli e Pozzuoli, donde avrebbe importato lana da servire per le industrie nazionali[55], e per dove avrebbe col tempo stabilito una linea diretta, che l’avrebbe messo in comunicazione persino con la Gallia[56].

Dinnanzi a tali motivi di alleanza, l’astuto Tolomeo non dovette, adesso che la stella di Pirro tramontava, esitare gran fatto a spedire un’ambasceria nel Lazio.

IV.

Alleanza romano-egiziaca (273).

Ben diversamente di come il Lagida avrebbe dovuto temere, il suo atto fu accolto con gioia dal senato romano, che tosto restituì la visita con una nuova ambasceria, nella quale figuravano Q. Fabio Furge, già console al 276, Numerio Fabio Pittore, che lo sarà al 266[57], Q. Ogulnio[58], già tribuno della plebe al 300, edile al 296[59], membro al 290 dell’ambasceria, incaricata della ricerca del serpente Epidauro[60], e dittatore al 257.

Le accoglienze, a cui essi vennero fatti segno nella corte di Alessandria furono tra le più liberali. Il re li regalò tosto di splendidi doni, ma gli ambasciatori, coerenti alla morigeratezza dei loro costumi, rifiutarono ogni offerta, quasi volessero dimostrare che nessuna corruzione avrebbe dettato loro i patti di quell’alleanza, che avevano l’incarico di stipulare.

Il re però con finissima astuzia, deliberato ad ottenere ad ogni costo condizioni favorevoli da parte del governo romano, invitatili ad un banchetto, tornò ad offrire delle corone di oro. Con nuovo ed ammirevole esempio di parsimonia e di delicatezza, gli ambasciatori, pur accettandole, ne fecero la dimane trovare adorne le statue del re[61]. Indi si venne a concretare i capitoli del trattato romano-egiziaco.

Che una vera e propria alleanza dovette essere stipulata ce lo fanno supporre le parole dell’epitomatore di Livio, la cui testuale narrazione ci sarebbe dovuta riescire preziosissima. Questi infatti afferma che «cum Ptolomeo rege _societas_ iuncta est»[62], e con lui si accorda Dione Cassio, l’altra fonte più autorevole delle circostanze, su cui c’intratteniamo, opponendosi così agli storici greci, i quali ci parlano solo di un ravvicinamento amichevole, di una pura e semplice φιλία. Ma sulle modalità dell’accordo, che è il punto più importante, le fonti, le quali ci sono così larghe di particolari drammatici e decorativi, serbano il silenzio più assoluto.

Ha però ragione il Bandelin[63] nel sospettare che non si sia trattato di una vera e propria alleanza offensivo-difensiva, sibbene dell’obbligo reciproco di astenersi da vicendevoli ostilità e dalla prestazione di qualsiasi soccorso agli stati belligeranti con ciascuno dei due popoli. Infatti, nè noi vediamo Roma e l’Egitto aiutarsi di regola nelle posteriori guerre, in cui si trovarono impegnate, nè, quando esse richiesero vicendevoli aiuti, invocare mai i capitoli del trattato del 273.

Oltre a ciò, non ostante il silenzio delle fonti, le prossime relazioni romano-egiziache ci autorizzano a ritenere che nella conferenza di Alessandria si sia anche discusso di affari commerciali, i quali, sin da quegli anni[64], si avviarono in maniera definitiva. Non sembra però che all’alleanza si sia imposta una scadenza fissa pel rinnovamento, che avverrà irregolarmente ad ogni nuova successione dinastica egizia e ad ogni soluzione di importanti quistioni estere in ciascuno dei due stati.

Comunque si fosse, Roma e l’Egitto si erano pel momento garantite reciprocamente nell’eventualità di qualsiasi prossima contingenza di politica estera; e gli ambasciatori, che, tornati a Roma, riferirono, come era d’uso, al senato l’esito della loro legazione, dichiarando di voler deporre i doni ricevuti nell’erario[65], furono, prima da un _senatus consultum_, poi da una lex, autorizzati a rimanersene possessori[66].

V.

Alessandria e Cartagine al tempo della 1ª punica.

Se non immediatamente, l’alleanza con l’Egitto giovò a Roma nella prima guerra punica[67], della quale noi possediamo un episodio diplomatico pressochè analogo al precedente, che ci torna ad illuminare sulla finissima astuzia della corte tolomaica.

Cartagine ed Alessandria avevano nel IIIº sec. a. C. progredito continuamente e parallelamente[68]. Superata nel Vº la concorrenza coi Fenici di Sicilia, Spagna e Libia, Cartagine si era tosto trovata a capo dei Fenici dell’Occidente, e, da semplice scalo pei navigatori, aveva dovuto assumere una speciale importanza politica. Era divenuta la capitale della Libia, si era emancipata dall’originario censo pattuito cogli indigeni in cambio delle terre occupate sul continente africano, avea coltivato l’agricoltura e costituito un esercito, circostanze tutte, che ne avevano sempre più consolidato l’egemonia marittima.

Nella Libia e nel Mediterraneo, dovunque Alessandria possedeva uno scalo o una regione con cui commerciare, era costretta a vedere al suo fianco le navi cartaginesi, recatesi sul luogo a dividere i proventi del mercato. Così in Cirenaica, Spagna, Sardegna, Sicilia, col pericolo costante di trovare un bel giorno chiusa qualcuna delle vie del proprio commercio. Se Roma non si fosse _sponte_ sua incaricata di sbarazzare Alessandria di Cartagine, non ostante il trucco di una tal quale apparente alleanza[69], la capitale dell’Egitto non poteva tardare ad assumerne essa medesima l’iniziativa[70].

E la prova si ebbe fin dalla prima guerra punica. Tolomeo, che, da astuto monarca, in attesa della soluzione, non avea da principio voluto dichiararsi per l’uno o per l’altro dei due combattenti, si trovò un bel giorno a ricevere da ambasciatori cartaginesi la richiesta di 2000 talenti. Tenuto conto della ricchezza consueta dell’erario cartaginese, dovevano essere ben tristi le condizioni dell’infelice città, se questa si umiliava a proporre un prestito al più inviso dei propri vicini.

Il Tolomeo, vincolato dalla sua alleanza con Roma, invece di porre a disposizione della medesima i quattrini con tanta urgenza richiesti, offerse la sua mediazione. Ne seguirono delle pratiche per un rappacificamento fra Romani e Cartaginesi, che non approdarono a risultato alcuno. La guerra fu ripresa, e quando da Cartagine si sollecitò il Lagida a spiegare la sua strana condotta di alleato, questi rispose celiando alla mal ridotta città che gli amici bisognava aiutarli contro i nemici, non già contro gli amici. «Si può dubitare, osserva a ragione il Droysen, che uguale non ne sarebbe stata la risposta, qualora Roma si fosse in quel tempo trovata nelle identiche condizioni di Cartagine»[71].

VI.

Roma durante la guerra fra l’Egitto e Antioco Jerace (238-5).

Al Cap. IIIº, § 1-2 del suo _Breviarium_ di Storia universale, Eutropio ci fa sapere che dopo la guerra punica, durata per ben ventitrè anni, sotto i consoli L. C. Lentulo e Q. Fulvio Flacco (237), i Romani mandarono ambasciatori a Tolomeo, re d’Egitto, promettendogli aiuti nella sua guerra contro Antioco di Siria, aiuti che viceversa furono rifiutati dappoichè la guerra era terminata.

Tale narrazione presenta parecchie difficoltà. La guerra punica, secondo si desume dall’indizio della sua durata, dev’essere per l’appunto la prima, la quale s’era infatti chiusa al 241[72]. Se non che, al 237 non esiste Antioco di Siria alcuno, contro cui i Lagidi avessero dovuto pigliare le armi. Re di Siria era invece Seleuco IIº, e il di lui fratello, Antioco Ierace, si trovava allora in possesso della sola Lidia[73]. Parrebbe si trattasse dunque della seconda guerra egizio-siriaca del 258-240 fra Tolomeo, Filadelfo e Antioco IIº di Siria[74], per cui si dovrebbe spostare di una decina d’anni la datazione offertaci da Eutropio, o fors’anche dell’altra, posteriore di ben venti anni (219-17) fra Antioco IIIº di Siria e Tolomeo Filopatore[75]. Se non che, come al 240 Roma si trovava stremata dalla prima guerra punica, così essa al 217 poteva contare nel suo attivo la disfatta di Canne e la totale devastazione del suolo italico, per opera di Annibale[76]. Io credo quindi che la soluzione debba essere ben diversa.

Antioco Ierace, fra il 238 e il 25, si era impegnato in una guerra contro Tolomeo Evergete, della quale, pur troppo, ci sono ignoti i motivi e le circostanze[77], e, poichè la datazione di Eutropio è così precisa, io ritengo più che probabile che debba essere questa appunto la guerra, a cui egli accenna, errando solo nella qualifica apposta ad uno dei potentati in conflitto[78]. Al 237, dopo i pericoli della prima guerra punica, occorreva ai Romani di porre ai fianchi di Cartagine un loro alleato, e poterono non credersi umiliati a pigliare essi stessi l’iniziativa di una consuetudine difensivo-offensiva, che era estranea alle convenzioni dei trattati precedenti.

VII.[79]

L’Egitto vettovaglia Roma durante la guerra annibalica (216).

Ma se i Romani brillarono soltanto per la loro — diciamola — circospezione, facendosi solo vivi, allorquando le sorti della guerra erano decise; non così operò Tolomeo IVº Filopatore durante la guerra annibalica. Secondo Polibio[80], stante la devastazione di tutto il territorio italico sino alle porte della capitale del Lazio e l’infierire della guerra nelle regioni, dalle quali era possibile importare grano, il governo di Roma si era per un momento trovato nell’assoluta incapacità di vettovagliare sia i cittadini che l’esercito, e la carestia era giunta a tale da far salire il frumento ad un prezzo circa trenta volte superiore all’ordinario.

Le succitate circostanze ci riportano al periodo della seconda guerra punica immediatamente posteriore alla battaglia di Canne e alla morte di Gerone di Siracusa (216), già alleato dei Romani, il cui nipote era allora passato dalla parte dei Cartaginesi,[81] privando così Roma del soccorso di quell’inesausto granaio, che era per essa la Sicilia. In tali frangenti il senato mandò ambasciatori al Tolomeo, chiedendo vettovaglie[82], e il Lagida, mal rammentando adesso l’aforisma del nonno, pare non sia stato alieno dal favorire gli amici contro gli amici, di che, per lo meno, dovette ricordarsi Annibale, quando, più tardi, ripartendo per sempre dall’Italia, stette in forse tra il pigliare la via di Cartagine o l’altra d’Egitto, donde sarebbe mosso ad occupare direttamente Alessandria[83].

Ma il Lagida non si limitò a soddisfare alla richiesta dei Romani[84]: volle tutto coronare con un nuovo atto di sua spontanea iniziativa.

VIII.

Le si dimostra favorevole dopo la resa di Capua ad Annibale.

Dopo Canne, la maggior parte dei municipi dell’Italia meridionale si erano stretti intorno ad Annibale.

L’antica federazione italica accennava a dissolversi. Ma di tali perdite nessuna era stata pari a quella di Capua (216), la capitale del mezzogiorno della penisola, che, con Annibale alla testa e la possibilità di armare un ingente esercito di pedoni e di cavalieri, sarebbe un bel giorno venuta a rivaleggiare con la sua antica dominatrice[85].

Tale nuova orientazione politica non fu però approvata da tutte le classi della cittadinanza, come non lo erano mai stati i suoi rapporti con Roma[86]. I nobili erano infatti legati da troppi interessi a quelli dei Romani. Allorquando questi, dopo la grande guerra latina, avevano, nel 338, terminato di estendere il loro dominio nella Campania, il senato, per compensare la nobiltà di Capua della perdita di parte dell’_ager publicus_, aveva obbligato il popolo a pagare un’annua rendita di 450 denari ai 1600 cavalieri della città, e s’era inoltre affrettato a metterli nel possesso dei pubblici poteri. L’anno, in cui Annibale si affacciava alle porte di Capua, il fiore della sua nobiltà si trovava imparentato con altrettante famiglie romane[87].

Dinnanzi alla corrente dell’opinione pubblica favorevole all’alleanza cartaginese, essa si era quindi creduta in dovere di ostacolarla con ogni mezzo.

Lo chauvenisme liviano à colorito colle tinte più smaglianti la resistenza di uno degli antesignani della nobiltà capuana, Decio Magio.

Allorquando, narra Livio[88], i Capuani mandarono ambasciatori per conferire con Annibale, egli fu l’unico che disapprovasse l’idea di un’alleanza cartaginese. Egli stesso avea deplorato altamente il massacro dei «prefecti sociorum»[89], e di alcuni altri cittadini romani residenti a Capua. Invitato più tardi da Annibale a spiegare codesta sua ostilità, che, fin dall’entrata della guarnigione cartaginese, l’avea sospinto a proporne l’eccidio, si era rifiutato, protestando la sua qualità di cittadino romano.

La sua propaganda avea fatto seguaci, e Perolla, figlio di uno dei capi del partito punico, pur avendo, per opera del padre, ottenuto grazia presso Annibale, era stato lì lì per ripagare coll’assassinio la generosità del banchetto, a cui il Cartaginese l’aveva invitato. Urgeva sbarazzarsi del fiero capuano, e, nella tornata senatoria, che seguì al suo ingresso, Annibale chiese, e la sua richiesta fu approvata, che Decio venisse escluso dall’alleanza e dai patti che egli avrebbe stretto con Capua.

Obbligato di nuovo a scolparsi, Decio ripetè il rifiuto, protestando in termini identici a quelli della prima volta, cosicchè, carico di catene, mentre colla voce, unica arme rimastagli, continuava ad arringare la folla, fatto salire su di una nave, venne spedito a Cartagine. Una tempesta lo sbalzò a Cirene, possesso del re d’Egitto. Decio corse a rifugiarsi a piè della statua reale; ma tradotto ad Alessandria. Tolomeo IVº lo faceva tosto rimettere in libertà, chiedendogli se volesse tornare a Capua od a Roma, alla quale concessione, Decio, riconoscente, preferì rimanersene in Egitto.

IX.

Rinnovamento dell’alleanza egizio-romana (210). Roma e Cartagine nel secondo periodo della guerra annibalica.

Tante dimostrazioni di amicizia poterono ben valere, pochi anni dopo, una nuova ambasceria romana al re ed alla regina d’Egitto allo scopo di rinnovare l’antica alleanza, e pare che Roma ci tenesse parecchio, avendo questa volta i suoi doni rivaleggiato in magnificenza con quelli del secondo Tolomeo. Al re fu donata una toga e una tunica purpurea insieme con una sedia tutta avorio; alla regina un manto con una sopravveste di porpora (210).[90]

Era quello il periodo, in cui i Romani, con un’instabile, ma pur sempre progrediente fortuna, si rialzavano dalla sconfitta di Canne. Nè ad Annibale nell’Italia meridionale erano pervenuti gli sperati soccorsi, nè si era potuta riconquistare la Sardegna, anzi l’unico esercito cartaginese sbarcatovi era stato tosto distrutto dal generale romano Tito Manlio Torquato. Uguale sorte era toccata alle truppe cartaginesi in Sicilia (210), mentre la guerra, che Filippo di Macedonia avea suscitato contro Roma, si ritorceva a suo danno, giacchè questa gli avea fatto insorgere contro quasi tutta la Grecia.

In Ispagna le due spedizioni del 211 e 210 avevano in generale rimesso l’equilibrio delle forze prima ancora che vi fosse spedito quel P. Scipione (210-9), che chiuderà la guerra annibalica con la disfatta di Zama. In Italia la resa di Capua, il formidabile quartiere generale di Annibale, aveva cancellato la memoria tremenda dell’avanzata del medesimo contro Roma, e segnato la ripresa della prevalenza romana (210)[91]. Si trattava quindi di un lasso di tempo, nel quale Roma aveva agio ed anche interesse di pensare all’Egitto, tanto più che la guerra di Siface contro Cartagine (213-2), colla quale avea sperato di procacciare all’avversaria nemici nella stessa Libia, era terminata infelicemente[92]. Urgeva surrogarvene di nuovi, o, per lo meno, assicurarsi degli antichi, e l’occhio del senato era rivolto all’Egitto.

X.

Roma, la Macedonia e l’Egitto durante la guerra annibalica.

Era scoppiata intanto la prima guerra macedonica[93]. Filippo Vº, secondo il grandioso piano di Annibale, doveva essere uno dei principali ingranaggi della coalizione antiromana, che egli avea sempre sperato di comporre in Oriente ed in Occidente. Se non che Roma, sfruttando i malumori dei piccoli stati greci contro la dominazione macedone, li avea rivolti contro Filippo, e si era alleata formalmente con gli Etoli, ai quali erano state fatte promesse più che liberali. Così, partecipando solo con un contingente minimo di forze, i Romani, sin dal 215, tenevano a bada un avversario potente, contro cui, allora, non potevano sperperare le proprie forze.

Al 209 o 208[94], parecchie delle potenze neutrali della Grecia e dell’Oriente intervennero come mediatrici[95]. Tra esse figurava l’Egitto.

Gli ambasciatori inviati a tal uopo incontrarono Filippo a Falara, dove egli si era ritirato, dopo aver battuto a Lamia gli Etoli ed inseguito i medesimi sin nel loro territorio. Pare che della mediazione sia stata data notizia anche all’ammiraglio romano P. Sulpicio Galba[96]; se non che questi dichiarò di non essere rivestito dei poteri necessari a comporre la vertenza. Era infatti interesse di Roma, procurando impacci a Filippo, di non rinunziare a tenere un piede nella Grecia, sì che un sincero consenso ai desideri degli intervenuti sarebbe in quel momento equivalso a procurare volontariamente il proprio danno. In tali termini Sulpicio scrisse al senato, che, concorde al generale, vietò ogni composizione, e tornò a rispedire milizie agli Etoli.

Questi intanto avevano a Falara conchiuso un armistizio di trenta giorni, rimettendo le deliberazioni circa la pace definitiva alla prossima loro assemblea generale[97], che fu tenuta ad Egio in Acaia.

Quando si pensa che mediatrici erano tutte potenze marittime, che dal prolungamento della guerra venivano danneggiate nei loro interessi commerciali, si capisce subito come questo dovette essere il precipuo movente della corte di Alessandria. Vi si aggiungeva il doppio scopo di tenere lontani dagli affari di Grecia la sempre avversata Macedonia ed il nuovo temuto alleato della republica romana. Se non che, mentre ad Egio si discuteva della necessità di porre fine alla guerra, l’ammiraglio romano ed Attalo, re di Pergamo, si erano affrettati a comprometterne l’esito, l’uno con l’occupazione di Naupacto, l’altro con l’invasione di Egina. Ciò bastò perchè gli Etoli sollevassero la misura delle loro pretese, e, con lo scioglimento dell’assemblea, andasse a vuoto ogni tentativo di composizione.

XI.

Rinnovamento dell’alleanza egizio-romana dopo la guerra annibalica e preparativi per l’avvenire (201).

Il secolo IIIº si chiude con un nuova dimostrazione di amicizia, un’ambasceria romana alla corte di Alessandria, posteriore di un anno alla vittoria di Zama, che doveva riescire foriera di nuovi eventi nella storia di Roma e dell’Oriente.

Allora infatti, conchiusa la pace con Cartagine, al nuovo re Tolomeo Vº Epifane, già salito al trono al 205, furono spediti ambasciatori M. Emilio Lepido, C. Claudio Nerone e P. Sempronio Tuditano. Triplice era lo scopo dell’ambasceria: annunziare alla corte di Alessandria la vittoria su Cartagine e la relativa conclusione della pace, ringraziarla della neutralità serbata, o di ciò almeno, che il senato voleva far le viste di considerare come tale; e, al tempo stesso, (questo era lo scopo principale dell’ambasceria), chiedere eguale amicizia nell’eventualità, che Roma «_coacta iniuriis_», avesse dovuto imprendere guerra con la Macedonia[98].

Quali sottintesi e quali precedenti fossero impliciti in quest’ultimo comma diremo nel prossimo capitolo, poichè i fatti, che ne derivarono, ebbero a svolgersi tutti nel secolo seguente.