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CAPITOLO IX.

ROMA E L’EGITTO DAL 57 AL 53. LA RESTITUZIONE AL TRONO DI TOLOMEO XIIIº AULETE.

I.[434]

Tolomeo Aulete a Roma (58). Suo incontro con Catone (58). Decisioni del senato in suo favore (57).

Se così infausti erano riesciti per l’Egitto i primi atti di Roma dopo il riconoscimento di Tolomeo Aulete, non meno dolorose si apparecchiavano allo stato romano le conseguenze di codesto riconoscimento medesimo.

Ad Alessandria infatti il re si era tosto trovato in conflitto con l’opinione pubblica a cagione delle violenze, cui aveva più volte ricorso per riscuotere dagli Egizi quei proventi, che dovevano, tra l’altro, servire a compensarlo del denaro a più riprese largito per conciliarsi l’opinione pubblica e i principali uomini politici di Roma[435]. I malumori crebbero a tal segno da far sì che Tolomeo Aulete abbandonasse la capitale e s’avviasse alla volta del Lazio col deliberato proposito di accasare il suo popolo nel cospetto del senato medesimo (58)[436].

Per via, a Rodi, si era scontrato in M. Porcio Catone, già partito per eseguire la legge Clodia concernente l’annessione dell’infelice Cipro, ed ivi, ritenendo opportuno ingraziarsi un tanto personaggio, il Tolomeo avea fatto annunziare il suo arrivo, sicuro che l’altro si sarebbe affrettato a muovergli incontro. Ma il fiero aristocratico, con la posa di romano antico a lui consueta, rispose che, se il re aveva qualche cosa a riferirgli, venisse pure a trovarlo nella propria dimora. E, quando il monarca egizio, meravigliato di tanta alterigia, transasse con i diritti della sua posizione, accorrendo umilmente all’udienza accordatagli, nè M. Porcio Catone si levò in piedi a riceverlo, nè si scomodò più di quello che occorreva per additargli alteramente una sedia.

Dopo che il Tolomeo gli ebbe esposto la sua situazione, il romano credette di consolarlo, facendogli prevedere vano ogni tentativo, stante le lotte intestine della sua patria e descrivendogli l’enorme opera di corruzione, cui per riescirvi avrebbe dovuto dar mano. Che quindi tornasse piuttosto in Egitto a rappaciarsi coi suoi sudditi, al quale uopo egli non era alieno dal favorirlo come intermediario. Parve che tali parole colpissero l’animo del principe, il quale uscì da quel colloquio col fermo proposito di obbedire, ma bastarono i posteriori, avversi eccitamenti degli amici, che l’accompagnavano, per farlo rientrare nell’antico ordine di propositi ed indurlo a ripigliare la via dell’Italia[437], che, di quali traversie gli sarebbe stata cagione, non avrebbe durata gran fatica a sperimentare.

Con una strana celerità in affare di tanta delicatezza, il senato incaricò P. Lentulo Sfintere, proconsole di Cipro e della Cilicia, della restituzione del re nei suoi stati[438] (57). Tanta fretta, che lo conduceva ad una decisa ingerenza negli affari d’Egitto, cozzava con tutti quei motivi, che l’avevano sino a poco tempo addietro indotto a disinteressarsi completamente dell’eredità egizia, e la nuova, repentina decisione poteva, da ciò soltanto, prevedersi a quanti contrasti non sarebbe andata incontro.

II.

Un’ambasceria egizia al senato romano (57). Sua fine. L’inchiesta. Processi.

Ad Alessandria intanto, sia che il viaggio del Tolomeo fosse rimasto ignorato, sia che la corte avesse avuto poca fiducia in un’azione energica del governo romano, era stata insediata sul trono la figlia dell’esule, Berenice[439]. Ma le notizie dei maneggi del padre non tardarono a pervenire, e, in vista delle nuove imprevedute circostanze, fu decisa un’ambasceria di ben cento delegati coll’incarico di giustificare dinnanzi al senato l’opera del gabinetto d’Alessandria e di notificare al medesimo i capi d’accusa gravanti su Tolomeo Aulete.

L’infelice ambasceria non giunse neanco al suo destino. Fatta in gran parte massacrare per via dallo spodestato re d’Egitto, i superstiti finirono la loro vita a Roma, o, senza neanche esservi fatti pervenire[440], intimoriti e corrotti, desistettero dall’occuparsi della loro missione e, caso ancora più grave, dell’eccidio dei loro compagni[441]. Per quanto però Aulete avesse cercato di soffocare la voce del suo misfatto, questo era stato così enorme da non permettere che il senato se ne disinteressasse. Su proposta di uno dei suoi componenti, fu aperta quindi un’inchiesta, e primo ad interrogare si stabilì fosse Dione, già duce della malaugurata ambasceria. Se non che questi subì una sorte identica a quella dei suoi compagni di sventura. Corrotto dapprima dal re d’Egitto, ne veniva più tardi fatto assassinare, mentre l’inchiesta, avendosi il Tolomeo già accaparrato la buona volontà di parecchi fra i più cospicui uomini politici romani, non arrecava se non frutti negativi[442].

Se infatti da un lato non riescì possibile raccogliere sufficienti prove di reità sugli alessandrini citati in giudizio[443], più brillante esito riscossero i cittadini romani, che del delitto erano stati o partecipi o provocatori.

Nell’esercito dei complici morali del re, che, per di lui mezzo, cercavano gl’interessi del proprio partito o del proprio patrimonio, si annoverava fra’ primi l’ospite liberale del principe, il grande Pompeo[444]. Al di sotto del medesimo formicolava una serqua più o meno estesa e sconosciuta di pubblicani, alle cui porte quegli aveva bussato per ottenere i quattrini necessari alla sua opera immorale, mentre una folla enorme e nauseante di corrotti e di prevaricati s’industriava a soddisfare i debiti e l’appetito, accattando le briciole disperse del luculliano banchetto. Questi ultimi, come gli sprovvisti di una classe sociale e di un partito cui appellarsi, erano i soli passibili di accuse e di condanne, e soltanto di due fra i medesimi ci è pervenuta menzione di regolare processo.

III.

Processo di P. Ascizio e M. Celio Rufo (56).

Furono infatti accusati dell’uccisione del capo dell’ambasceria egizia un P. Ascizio e l’ottimate M. Celio Rufo, che venne altresì incolpato di avere espulso da Pozzuoli gli ambasciatori alessandrini, spediti dalla reggente d’Egitto. Difensore di ambedue fu M. Tullio Cicerone, il quale, nel secondo processo, venne coadiuvato dal suo collega in oratoria forense, M. Crasso.

Il processo di Ascizio precedè l’altro di Celio, e l’esito fu quale migliore non poteva aspettarsi: la piena e completa assoluzione dell’imputato[445] (56).

Più clamoroso dovea riescire il secondo dibattimento. Sembra infatti che M. Celio, oltre a figurare tra i corrotti dal principe egiziano, sia stato, nella qualità di creditore del medesimo, uno degli strumenti più interessati di corruzione[446]; nè il rango sociale che egli occupava avrebbe consentito che lo si trascinasse ad un pubblico dibattimento, se un ripicco privato della gente Claudia non gli serrava contro una mezza dozzina circa di sottoscrittori[447]. L’accusa che gli fu mossa, una molteplice accusa _de vi_[448], c’interessa per due soltanto fra i suoi «_a capi_»: l’imputazione della cacciata degli ambasciatori alessandrini da Pozzuoli ed il mandato assassinio di Dione per mezzo degli schiavi di quello stesso cittadino romano, L. Lucceio, che l’aveva ospitato[449].

Gli argomenti della difesa vennero ripartiti fra i due oratori. Crasso parlò in discolpa di Celio circa l’affare dell’espulsione degli ambasciatori, Cicerone in merito alla supposta complicità nell’omicidio del loro capo.[450]. L’orazione del primo ci è perfettamente sconosciuta; l’altra di M. Tullio si ridusse ad opporre all’accusa l’assoluzione di Ascizio[451] e la testimonianza favorevole di Lucceio, sotto la cui autorità quegli cercò di schiacciare tutto l’edifizio degli avversari. Come Ascizio, Celio fu assolto[452], e Cicerone potè esser lieto di avere da un canto resa la pariglia a quei Clodi, per la cui sollecitudine era stato imbastito il processo, dall’altro, d’avere avuto agio di accaparrarsi, con l’apologia di Lucceio, lo storico futuro delle sue gesta politiche[453].

Questi i soli processi di cui abbiamo menzione. Se non che lo scandalo, represso in maniera così fortunata, rimetteva il Tolomeo nel pieno diritto di tornare alla richiesta dell’aiuto di Roma, aprendo in tal guisa una seconda fase della vertenza più spinosa della precedente.

IV.

Agitazione e rivalità fra i pretendenti all’incarico della restituzione del Tolomeo.

L’incarico della spedizione egizia era infatti un boccone così ghiotto, un orizzonte così foriero di potenza civile e militare che nessuno dei più cospicui uomini politici del tempo se ne sarebbe volentieri vista sgusciare di mano l’occasione. Un precedente _senatus-consultum_ avea, come osservammo, incaricato dell’impresa P. Lentulo proconsole di Cipro e di Cilicia. Se non che, contro di lui sorgeva adesso temibile concorrente Gneo Pompeo, alle cui costole il principe egiziano, verso la fine del 57, allontanatosi prudentemente dal territorio romano[454], aveva messo un suo incaricato, l’egizio Ammonio[455]. Col triumviro, in grazia dell’aureola democratica, stavano i più, non esclusi coloro, che in buona fede pigliavano a cuore la causa del re, e, quel che più monta, uno degli stessi membri del collegio dei tribuni, L. Caninio Gallo, mentre Pompeo, in mezzo all’aperta lotta, che per lui sostenevano i suoi amici, cercava di disarmare gli avversari più temibili e più tenaci col mostrarsi affatto alieno dall’impresa[456].

Deliberati ad infrangere tutte le rosee speranze del vecchio e del nuovo concorrente erano invece i più rigidi membri di quel partito conservatore, che si era mantenuto sempre avverso alla riduzione dell’Egitto a provincia romana, guatando con occhio sospettoso l’avvento di un governatore in quelle regioni.

La caduta di un fulmine sulla statua di Giove sul Monte Albano era intanto servita ai tribuni quale occasione per tentare il responso dei libri sibillini, e il provvido oracolo avea profetato, vietando pel re d’Egitto altro soccorso all’infuori di una platonica amicizia. Questo avea divulgato il tribuno Caio Catone[457] prima ancora della nuova decisione senatoria, forzando altresì i pontefici a leggere e comentare pubblicamente l’oracolo, e ciò bastava pel momento a destituire di ogni importanza il già trascorso _senatus-consultum_ in pro del governatore della Cilicia[458], mentre a tale «calunnioso ostacolo», come per ora ebbe a definirlo M. Tullio Cicerone, era giocoforza che la grande maggioranza dei sostenitori, sia di Pompeo che di Lentulo, fosse pronta, in ogni modo, a inchinarsi.

V.

La questione in senato. Iª seduta (15 gennaio 56) IIª seduta (16 gennaio).

Tre erano quindi le opinioni che si sarebbero conteso il campo nella prossima tornata senatoria fissata pel 15 gennaio: una tendente a riproporre Lentulo, aggiungendo però la clausola che questi, nell’eseguire la sua missione, non facesse, concordemente all’oracolo, uso alcuno della forza armata; una seconda, tendente ad eleggere non uno, ma tre privati, ed una terza, schiettamente in favore di Pompeo, contro del quale, al più, concedeva la garanzia di un paio di colleghi, tutti però rivestiti del dritto di _imperium_, nel pieno esercizio cioè dei loro poteri militari[459].

La prima opinione, concretata in un relativo ordine del giorno, doveva essere sostenuta da Q. Ortensio, M. Lucullo e Cicerone, che al proconsole della Cilicia doveva, riconoscente, la fortuna del suo ritorno; la seconda, da M. Calpurnio Bibulo, nemico di Pompeo perchè genero di Cesare, del quale egli era stato collega ed avversario nell’edilità, nella pretura e nel consolato; la terza, da M. Licinio Crasso e da L. Volcacio Tullo.

Dopo lunga e vivace discussione, si stabilì di passare ai voti. Giusta la gerarchia del rango, doveva avere la precedenza l’ordine del giorno di Ortensio, cui avrebbe dovuto seguire la votazione sull’altro di Volcacio. Ma, poichè i consoli avversavano la causa di Lentulo, di cui Ortensio era noto sostenitore, dettero, valendosi dei loro poteri discrezionali[460], la precedenza a Calpurnio Bibulo, il quale avversava tanto la causa di Lentulo quanto quella di Pompeo.

Ma, poichè il suo ordine del giorno implicava due questioni: 1) il dovere di ottemperare all’oracolo, 2) la nomina di tre privati, ne fu chiesta immediatamente la divisione. La prima parte riscosse l’unanimità dei voti ed il _veto_ dei tribuni Catone e Caninio; la seconda venne, a grande maggioranza, respinta.

Seguiva l’ordine del giorno di Ortensio, quando un tribuno della plebe, P. Rutilio Lupo, fattosi avanti, richiese di presenziare e verificare la votazione[461]. Ne nacque un uragano di proteste. I consoli, che miravano a far sì che le proposte di Ortensio non fossero votate, lasciarono che la discussione si prolungasse all’infinito, e ciò bastò perchè, esaurita la giornata, tutto fosse rimesso alle sorti della dimane[462].

La nuova seduta senatoria riescì senza confronto, più grave della precedente.

Dopo un lungo, prolisso polemizzare, i fautori di Lentulo e di Pompeo parvero trovarsi di fronte ad un ostacolo imprevisto ed insormontabile. I tribuni C. Catone[463] e L. Caninio Gallo[464] vennero fuori con la strana dichiarazione, che, valendosi dei loro diritti, si sarebbero ora e sempre astenuti dal presentare ai comizi proposta alcuna di legge innanzi le future elezioni magistratizie[465]. Ciò bastava perchè l’insistere per un’immediata decisione equivalesse ad un voler lottare contro l’ineluttabile.

VI.

La condotta dei tribuni. Il senato. I consoli.

Ma, se alla fine delle fini tale dichiarazione poteva pel momento rassicurare i più pessimisti, e, insieme col ritardo dell’incarico a Lentulo, provocare quello dell’incarico a Pompeo, grave fu la sorpresa degli amici del primo, quando, di lì a poco, si vide C. Catone medesimo proporre il richiamo di Lentulo dalla Cilicia[466] ed il suo collega Caninio far approvare dai comizi, mentre altri leggeva al popolo le concordi lettere del monarca egiziano[467], che l’incaricato della missione fosse Pompeo, sia pure sfornito d’esercito, col semplice accompagnamento di due littori[468].

L’enigmatica condotta dei tribuni si rivelava adesso a luce meridiana come la graduale attuazione dei piani concepiti dalla più fine arte degli amici di Pompeo[469]. Ma il guaio si era che le due proposte tribunizie urtavano, specie la seconda, contro gli antichi sentimenti del senato, già da tempo ostile alla creazione di un proconsolato egizio; ed esso, aiutato da un improvviso attacco in pubblico tribunale di Clodio, accusatore di Milone, contro Pompeo, difensore del medesimo e da un altro, di C. Catone[470], s’affrettò ad annullare ogni deliberazione popolare, dopo avere sapientemente preparato all’uopo l’opinione pubblica, allegando che Pompeo non poteva assentarsi dalla capitale, poichè, in qualità di prefetto dell’annona, gl’incombeva l’incarico di provvedere la città di vettovaglie[471]. Al tempo stesso il console Marcellino Lentulo, inaugurando le ferie latine, sospendeva i giorni comiziali, allo scopo d’impedire a sua volta qualsiasi proposta di legge di Catone, o, peggio ancora, di Caninio[472]. All’annunzio di tante disavventure, Tolomeo, che non aveva fidato in altri se non in Pompeo e che, pare, fosse già partito per l’Oriente, disperando d’ogni buona riescita, si ritirava scoraggiato in Efeso.

VII.

Cicerone e P. Lentulo. Pompeo, A. Gabinio e Tolomeo Aulete.

Non erano così rassegnati i partigiani dei due concorrenti.

Tra essi Cicerone consigliava per lettera Lentulo, qualora lui, che si trovava più vicino, ne giudicasse più opportuna l’interna situazione, vigendo ancora il _senatus-consultum_, il quale l’aveva investito della missione in Egitto, di rimettere coraggiosamente Aulete sul trono, riconducendolo magari a Tolemaide od altrove, indi marciare con l’esercito e la flotta, senza fare uso delle armi, su Alessandria, ed assicurarvi stabilmente colla presenza delle sue truppe, il dominio del re. Così il Tolomeo sarebbe stato rimesso sul trono, giusta il primo _senatus-consultum_, e, senza azione militare alcuna, giusta il responso dei libri sibillini. Se poi, soggiungeva l’oratore, Lentulo, costretto o meno, fosse riescito a conquistare l’Egitto, agli occhi del pubblico, il successo dell’impresa sarebbe bastato a giustificare l’impiego di qualsiasi mezzo[473].

Ma l’abile e poco scrupoloso piano dell’oratore non persuase il pretore della Cilicia, il quale fu l’unico a rassegnarsi al suo crudo destino. Se non che, mentre ciò avveniva, ed il 56 trascorreva in vane querimonie, Aulete, raccomandato da Pompeo, si presentava al proconsole della Siria, Aulo Gabinio[474].

Quando Gabinio ricevette Tolomeo, pensava, — e le condizioni della provincia lo richiedevano, — ad una guerra contro i Parti. Ma le istanze di un suo, per allora, oscuro luogotenente di cavalleria, M. Antonio, il futuro competitore di Ottaviano[475], prevalsero alla coscienza del proprio dovere, cui del resto Aulete non gli avrebbe concesso di porgere eccessivo omaggio, dappoichè aveva, insieme col generale, corrotto l’esercito, sborsando immediatamente metà della somma pattuita, ben diecimila talenti[476], e rimettendo il resto al saldo della ricevuta promessa, la restituzione in patria.

VIII.

La spedizione di Gabinio (55). Aulete rimesso sul trono (55).

Forte così dell’oro del Tolomeo e, per giunta, di una a noi sconosciuta clausola della legge, che, investendolo della luogotenenza della Siria, gli aveva altresì concesso un «_imperium infinitum_»[477], Gabinio, lasciatovi il figlio Sisenna, ancor giovanissimo e spedito innanzi M. Antonio medesimo, marciò, attraverso la Palestina, alla volta dell’Egitto (55)[478].

Regnava ancora Berenice, la figlia di Tolomeo Aulete, la quale si era recentemente sposata ad un siro, un tale Archelao Sillano. Gabinio fece dapprima arrestare e poi liberare costui per estorcergli maggiori somme, avendo divulgato ad arte la notizia che egli si fosse liberato da sè. A Pelusio, valendosi della generosità degli Ebrei, che s’affrettarono a sgomberargli il passo[479], divise in due corpi l’esercito e sconfisse le milizie egiziane venutegli contro. Due nuove vittorie, l’una sul Nilo, l’altra terrestre[480], assicurarono definitivamente la clandestina impresa e l’ingresso trionfale delle armi romane in Alessandria. Archelao[481] fu ucciso nei massacri ordinati, non si sa bene se dal Tolomeo o dal generale romano, mentre Aulete, rimesso sul trono, inaugurava il nuovo regno, assassinando la figlia Berenice[482] ed i più cospicui e benestanti cittadini della capitale, con le cui sostanze egli pensava rifarsi delle ingenti somme sperperate in Roma alla riconquista del trono.

Fatto nuovo e importantissimo, Gabinio lasciava presso il re, sotto forma di presidio, un numeroso corpo di legionari romani[483]. L’indipendenza dell’Egitto subiva così la più grave _capitis deminutio_ possibile, e Roma veniva posta nella piena, effettiva possibilità d’ingerirsi costantemente negli affari della sua politica interna.

IX.

Gabinio sotto processo (55). Tentativi di salvataggio. Condanna contumaciale di Gabinio (54).

La prolissa questione aveva avuto, pel re d’Egitto, la sua definitiva soluzione, e, quando Cicerone, scornato nella sua olimpica ingenuità, apprese la clamorosa novella, che, insieme colle proprie, spacciava le speranze di Lentulo, scriveva a un amico lontano, senza il coraggio di uno solo rigo di comento: «A Pozzuoli si buccina che il Tolomeo sia diggià nel suo regno; se hai qualche notizia più sicura, fammela sapere.»[484].

Non così avvenne, nè poteva accadere per Gabinio.

Questi, conscio della gravità del suo operato, non ebbe neanche il coraggio di redigere la regolamentare relazione al senato. Ma di ciò, in sua vece, si presero cura i Siri, da cui, avendo i pirati fatto amaramente sperimentare gli effetti della lontananza del governatore romano, partì un acerbo reclamo al governo della città dominatrice. I pubblicani medesimi non avevano, in quell’intervallo, potuto riscuotere i tributi, per cui, se Gabinio avea ricolmo il proprio scrigno, le casse dell’erario e degli appaltatori delle imposte della regione ne erano state, in grazia sua, tutt’altro che favorite[485]. Un provvedimento disciplinare s’imponeva; Gabinio fu messo in stato d’accusa[486], e l’accusa fu duplice[487]: _de maiestate_, in quanto avea violato i decreti del popolo romano, _de repetundis_, cioè di concussione, in quanto aveva gravemente esorbitato dalle proprie attribuzioni, s’era fatto corrompere da un principe alleato, e, per esso, aveva, non senza gravi conseguenze, trascurato l’amministrazione della provincia affidatagli[488]. Il candido Cicerone, tutto tenero del «_calunnioso ostacolo_» della religione, com’egli aveva altra volta definito l’oracolo, adesso, più violento che mai contro Gabinio, eccitava il popolo a voler riletti quei libri della Sibilla, di cui egli poco prima avea eccitato Lentulo a trasgredire il responso. Sperava che in tal guisa vi si sarebbe trovata la pena con cui i tribunali avrebbero dovuto colpire colui, che avea frodato Lentulo dell’incarico di ricondurre Aulete nel regno. Ma i consoli Pompeo e Crasso, l’uno, intimo di Gabinio e già istigatore della sua impresa, l’altro, o solidale per interessi di partito, o corrotto dal governatore della Cilicia, lottarono disperatamente perchè non venisse presa decisione alcuna in proposito (55). Se non che, scaduto l’anno di carica e successi nel loro ufficio Domizio Enobarbo ed Appio Claudio, ambedue membri della conservatrice aristocrazia romana, la rosea situazione dell’antico ufficiale di Cesare si oscurò; e, sia indettato, sia favorito dai consoli, il senato decretava che gli oracoli venissero riletti. Delle disastrose inondazioni furono interpetrate come segno dell’ira degli Dei, e tutto cooperò a rendere inevitabile il processo di Gabinio, che, contumace, fu, per la prima soltanto delle due imputazioni, condannato alla pena capitale[489].

X.

Suo ritorno (20 settembre 54). Purgazione della contumacia. Gabinio assolto _de maiestate_ (fine dell’ottobre 54). Gabinio condannato _de repetundis_ (fine del 54).

Tanta vendetta saldava eziandio i conti del processo, che rimaneva. Ma, appunto per questo, Gabinio volle tentare l’estrema audacia, ed il 20 settembre dello stesso anno 54, rientrava in Roma, intenzionato a provocarvi la purgazione della contumacia[490].

Il suo ritorno risollevò l’ira e le proteste del senato e dei suoi avversari[491], fra cui non ultimo Cicerone, il quale si riaccinse a scagliare contro Gabinio tutti i fulmini della sua eloquenza[492]. Ma i nuovi processi seguirono un andazzo ed ebbero un esito assai diverso dal precedente[493]. Lentulo, suo accusatore nel processo _de maiestate_, apparve da ultimo[494] così remissivo da suscitare persino in Cicerone il dubbio che avesse subìto la pericolosa influenza di Pompeo[495]. La giuria venne corrotta dalle enormi somme dispensate da Gabinio e dalle raccomandazioni del solito Pompeo[496]. L’opinione pubblica fu turbata dall’oscura minaccia di una prossima dittatura[497], e Gabinio tornava trionfalmente assolto del reato di lesa maestà con voti 38 contro 32[498] (fine dell’ottobre 54)[499].

La sentenza portava, come suo motivo, una strana interpetrazione del responso della sibilla, la quale avrebbe alluso ad altri tempi e ad altri re egizi, nè prescriveva condanna alcuna contro l’imputato[500]. Ma, se tale argomento ebbe la virtù di convincere i giudici, non scosse d’un punto l’opinione e la superstizione della maggioranza del pubblico, spettatore del dibattimento. La notizia di tanta enormità provocò un tumulto, ed i giudici, così audaci nell’averla perpetrata, affidarono adesso la loro salvezza alla fuga, scampando a stento all’indignazione popolare[501]. Ma, strana ironia della sorte, il terzo processo _de repetundis_, i cui auspici si presentavano assai più favorevoli che nei precedenti, doveva da ultimo subire l’esito più infelice.

Esso si era dovuto rimandare stante le condizioni di salute del pretore incaricato dell’istruzione[502], e, quando il processo ottenne il suo turno, Gabinio, oltre a trovarsi in certo modo garantito dall’esito brillante dell’altro _de maiestate_, potea contare a favor suo l’acquisto del già non disagevolmente placato Cicerone, che gli si apprestava quale patrocinatore[503] e la presenza di Pompeo, che si era affrettato ad intervenire al giudizio ed a perorare innanzi al popolo radunato la causa del suo protetto, leggendovi le lettere speditegli da Cesare in favore di quest’ultimo. Ma l’odiosità della causa[504], lo zelo eccessivo di Pompeo, il nauseante voltafaccia di Cicerone[505], e fors’anco una tal quale negligenza di Gabinio, già sicuro del fatto suo, nell’accaparrarsi la benevolenza dei giudici, cogli argomenti più solidi della corruzione, pare abbiano concorso gravemente a farne abortire le speranze. Gabinio infatti, scampato a tante più gravi situazioni, colpito da condanna, non ostante si fosse abilmente difeso, allegando a motivo della sua spedizione il timore di un accordo tra la flotta egizia e le galere dei corsari, fatale in caso di successo alla sua provincia[506], nonchè, a giustificazione della medesima, la clausola dell’_imperium infinitum_, contenuta nella legge, che l’aveva investito della luogotenenza della Siria; e, benchè avesse insistito nell’affermare di non avere ricevuto altro denaro, se non quanto era occorso a indennizzarlo delle spese[507], veniva adesso costretto a pigliare la via dell’esilio[508] (54).

XI.

La società romana contemporanea.

Siamo pervenuti al periodo più caratteristico di quella nuova società romana, che Giugurta, il quale ne aveva intravisto soltanto gli esordi, e nella cui fantasia tutto albergava, tranne l’ipotesi di una questione alessandrina e di un processo gabiniano, marchiò colla frase scultoria, lanciata alle porte della metropoli: «_Tu venderesti te stessa, se trovassi un compratore_»[509]. La gran maggioranza degli storici spiegano tanto travolgimento di coscienze coll’infelice tautologia di una corruzione morale, di cui ci sarebbero sconosciuti i motivi prossimi e remoti. In realtà, la società romana raccoglieva adesso, e a piene mani, i frutti di quella politica, nel cui vortice, per ragioni particolari, l’aveva lanciata la classe detentrice del suo governo. La corruzione morale era il contracolpo di un radicale perturbamento di tutti gli antichi rapporti sociali e del tenore di vita, che ai cittadini imponevano le nuove, mutate condizioni circostanti. Le guerre senza interruzione avevano rovinato la media e la piccola proprietà terriera, precipitandole nel baratro del pauperismo, costringendole a vivere di elemosine e a sollecitarle con insinuazioni e con insolenze.

Destituita d’ogni risorsa industriale, l’antica republica di agricoltori si era, contemporaneamente, per mezzo di un’altra classe di cittadini, gli _equites_, che alle prime avvisaglie, avevano fatto in tempo a salvare dalla crisi agricola i loro capitali, gettata al saccheggio delle province, mentre l’alta aristocrazia della terra, i possessori dei latifondi, i candidati al consiglio senatorio, riscotevano le rendite dei loro possessi mostruosi, impinguati dal sudore degli schiavi, e, di fatto, se non di nome, gareggiavano coi primi nell’espoliazione del pubblico demanio, i così detti _praedia populi romani_.

«Compagni e forieri della mutata vita economica erano stati i nuovi andazzi dei costumi, delle fogge, delle maniere di vita. Con l’eco delle vittorie e con l’oro dei vinti erano penetrati in Roma, a frotte, tutta la corrotta genia dei parassiti, tutto quel nugolo di artefici della corruzione, che si erano schiusi dal seno della decadente civiltà greca, ed al rustico Lazio apportavano i più raffinati amminicoli di un’età più corrotta, tutti i più fieri veleni della vita, larvati sotto le più liete apparenze. L’elemento greco certamente aveva avuto sempre a mezzo delle colonie italiche contatto con la vita romana, e non aveva potuto non esercitarvi la sua azione, ma ora addirittura v’irruppe, e con le sue correnti meno sane, fatte per giunta tramite» della «corrotta vita orientale»[510]. Tutti gli effetti di una vittoria sfrenata, di un bottino senza contrasti, una febbre d’oro di piaceri, di seduzioni avea invaso l’esercito trionfatore dei morigerati cittadini del Lazio. Pena la morte o la disfatta, i partiti e gli uomini politici non poterono più, nelle lotte d’ogni giorno, trascurare tante nuove quantità e consuetudini, il cui maneggio bastava da solo a decidere della vittoria o della sconfitta. Poveraglie cenciose, schiavi emancipati, impotenti od ignari dei lavori concessi ai liberi, stranieri ingordi di rapine e pronti, al pari dei succitati, ad arrolarsi, quali bravi o mercenari, al servizio dei candidati e degli uomini politici del tempo, vagavano, come orde fameliche, cui bisognava saldare i conti prima di tentare l’agone della vita pubblica[511]. Ogni elezione era quindi una voragine pei candidati, un incendio di debiti nuovi, che il posto da conseguire doveva colmare ed estinguere coi rivoli infiniti delle dilapidazioni provinciali. «La corruzione elettorale e la dilapidazione delle province erano come i due estremi di una linea, che, ripiegandosi su se stessa, formava un circolo chiuso e il più vizioso che mai fosse.

«Si corrompeva per ottenere la carica, e si voleva la carica per fare una fortuna»[512]. E la fortuna da conquistare era tanto più pericolosa quanto più grande, come quella che riscoteva i reclami dei dilapidati, le invidie e gli odii degli avversari, pronti a tradursi in altrettanti processi, nuova fonte di sperpero e di corruzione. Come infatti, prima dell’elezione facea d’uopo comperare gli sgherri e gli elettori, occorreva adesso comperare il pubblico, i giudici e gli accusatori, pena ineluttabile, in caso d’insuccesso, l’interdizione dei pubblici uffici, equivalente all’interdizione del pubblico espoliamento.

Tali erano alcuni soltanto dei frutti della trascorsa politica imperialista del senato romano, che storici e retori esaltano quale capolavoro di sapienza stataria, e che invece, originata, come abbiamo visto[513] da gretti interessi di classe, terminava per inabissare, sotto le sue conseguenze, il mondo conquistato ed i conquistatori.

XII.[514]

Il processo di C. Rabirio Postumo; l’accusa; la pena.

Frattanto neanche la condanna di Gabinio avea chiuso la serie delle conseguenze della questione alessandrina. Diretto contracolpo ne fu un processo contro un personaggio, rimasto, durante i fatti precedenti, nell’ombra, ma che pur troppo avea avuto gran parte nella loro pratica attuazione.

Era questi un cavaliere romano, C. Rabirio Postumo. Seguendo la carriera del padre, egli avea partecipato a moltissime delle speculazioni e delle imprese dei pubblicani. Avea ottenuto appalti nelle province, era stato largo d’imprestiti a popoli e a monarchi, e, per sua malaventura, fra i re, che ne avevano chiesto i favori, s’era imbattuto in Tolomeo Aulete[515]. I primi suoi imprestiti a quest’ultimo rimontavano ad una data anteriore alla venuta di lui a Roma. Dopo quel tempo essi non erano stati continuati con minore zelo, anzi Postumo vi avea impiegato, non solo i propri, ma eziandio i capitali dei suoi amici. E, quando Aulete, come vedemmo, era ripartito definitivamente da Roma per Efeso, nuovo danaro gli era stato rimesso, in seguito a più di una scrittura, rogata in casa di Pompeo[516]. Non avendo riscosso nulla di tante somme sborsate, Postumo si era più tardi acconciato a recarsi alla corte di Aulete, in qualità di amministratore delle finanze dello stato (διοικητής)[517], nella speranza di rifarsi di tanti crediti inestinti. Ma, disgraziatamente, anche adesso, avea dovuto sopportare tutta la bieca ferocia, di cui più volte s’era dimostrato capace il re d’Egitto. Era stato costretto a vedersi imprigionare i più fedeli compagni, e, privo dell’ultimo resto delle proprie sostanze, avea dovuto fuggire dal regno[518]. Dopo di che, a detta di Cicerone, se non fosse stato il soccorso di Cesare, egli non avrebbe potuto più mantenersi nel rango sociale ereditato dalla propria famiglia[519]. Come se ciò non bastasse, in grazia dell’insolvibilità di Gabinio, egli era stato quindi citato in giudizio da C. Memmio, uno degli antichi accusatori di quest’ultimo[520].

Il crimine, che gli s’imputava era il medesimo, per cui già era stato condannato Gabinio, un crimine di concussione[521]. L’ex-proconsole della Siria non aveva coi propri beni potuto saldare la multa, di cui era stato ritenuto passibile, e, giusta un articolo della legge _Iulia de repetundis_, il residuo del debito avrebbe dovuto essere colmato da colui, che, come Rabirio, nella qualità di ministro delle finanze in Egitto, avea procurato ed esibito il denaro, necessario alla consumazione del crimine, falcidiandone, come era presumibile, una parte nel proprio, esclusivo interesse[522].

Questo il pernio dell’accusa. Intorno ad esso però ne gravitavano delle altre non meno acerbe ed infamanti.

Sosteneva infatti l’accusatore: 1) le somme sborsate in Roma da Postumo ad Aulete essere valse a corrompere il senato[523], sì che, fra l’altro, poco o nulla s’era per esse concluso dall’inchiesta aperta sulla tragica fine dell’ambasceria alessandrina; 2) Postumo avere, mirando al proprio interesse, sospinto, per via di danaro, Gabinio a restituire sul trono Tolomeo Aulete, violando così il tassativo disposto del senato e l’ammonimento dei libri sibillini; 3) lui stesso, cittadino romano, essersi abbassato a funzionare da ministro di un re straniero[524], e, quel che più monta, avere, in tale ufficio, mirato, anzichè a servire fedelmente il monarca, ad accumulare ricchezze in pro di se medesimo[525].

La pena, come nel precedente processo, variava dall’esilio alla interdizione dei diritti politici[526], e, come per Gabinio, sotto le pressioni di Pompeo, il difensore ne era M. Tullio Cicerone[527].

XIII.

La difesa di Cicerone.

La principale tra le difese di quest’ultimo volse sull’interpetrazione del capoverso della legge _Iulia_, che implicava nelle reti del processo precedente il malcapitato cavaliere.

— Anzi tutto, opponeva il difensore, Postumo non è, a tenor di legge, di nulla imputabile perchè, nè, in genere, nel processo di Gabinio, nè tanto meno nella conseguente _litis aestimatio_[528], egli è stato citato come imputato o come testimone, nè mai vi si è udito menzionare il di lui nome, il che, giusta la consuetudine giudiziaria, avrebbe dovuto essere richiesto, perchè Postumo potesse venire imputato[529], e non già in un giudizio distinto, sibbene in quello medesimo, tenuto per il reo principale[530]. Ma, aggiungeva Cicerone, data l’imputabilità di Rabirio, come individuo, non ne consegue la possibilità di una condanna, dappoichè la legge _Iulia_ non è applicabile all’ordine degli _equites romani_[531] —.

Se non che, tali argomentazioni non bastavano a separare la causa di Postumo dall’altra di Gabinio, ed è perciò che Cicerone insiste su questo punto con tutto il calore, di cui egli è capace.

— Ciò che Gabinio avea fatto, obbiettava il difensore contro la seconda delle accuse appendicolari gravanti sul proprio patrocinato, è unicamente imputabile all’opinione di Gabinio medesimo, nè l’accusa di corruzione, volutamente esercitata da Postumo, rimane al di sopra di una pura ed illogica diceria[532]. I citati testimoni alessandrini hanno lodato Gabinio, il che implicitamente ridonda ad onore di Postumo, a meno che non si voglia lodare colui, per il quale fu raccolto il danaro, e biasimare chi materialmente lo raccolse[533]. Essi medesimi, nel processo di Gabinio, negarono che a costui fosse stata offerta mercede alcuna, e Pompeo ebbe allora a testimoniare averlo il re assicurato nessun’altra somma al proconsole della Siria essere stata esibita se non quella necessaria alla spedizione. Come potersi quindi credere ora ai medesimi, quando affermano che parte di codesto inesistito mezzo di corruzione sia rimasto nelle mani di Rabirio[534]? —

Liberata così la causa di quest’ultimo dal processo Gabiniano, Cicerone tenta svincolarla dalle rimanenti quistioni, cui l’accusatore l’aveva strettamente connessa.

— L’accusa di aver partecipato alla corruzione dell’assemblea senatoria, dichiara Cicerone, nè è questo — a rigor di legge — il luogo in cui possa venire dibattuta, nè è congiunta con la causa di Postumo, sprovvisto di mezzo alcuno per prevedere l’uso, che dei propri imprestiti avrebbe fatto Aulete, non già nemico, ma alleato di Roma, dalla quale avea riscosso l’affidamento della restituzione sul trono. Sarebbe curioso, obbietta di nuovo il difensore, condannare, non già chi trafisse, sibbene chi ebbe l’infelice idea di fabbricare la spada[535].

Nè può egualmente il cavaliere Postumo venire accusato di essersi moralmente compromesso per aver servito il re egizio. Certo tale decisione fu stolta, ma Postumo vi ricorse per saldare da sè i crediti ch’egli vantava con Aulete, a tutto intenzionato piuttosto che a soddisfarli. Data la mala volontà di quest’ultimo, altro dilemma non rimaneva se non quello di vestire il pallio per tornare togato a Roma, o rimanere in questa per rimetterci le possibilità della toga[536]. Chi può del resto, aggiungeva il difensore, affermare che l’amministrazione di Postumo abbia peccato di disonestà? Duplice era la via di guadagno: o, riscotendo i tributi, ritenerne la consueta percentuale, e in ciò nulla di men che corretto; o frodare nella esazione e nella consegna della somma promessa a Gabinio, e ciò è in contraddizione colla mercede di 10000 talenti, che l’accusatore, fondandosi sul processo di Gabinio, ritiene promessi e pervenuti per intero a quest’ultimo[537].

L’accusa poi che Postumo, con tutta la sua ostentata indigenza, possegga e celi delle ricchezze è destituita d’ogni fondamento e contraddice alla misera fine della di lui gestione in Egitto. Chi narrò di navi noleggiate per suo conto a Pozzuoli, fra cui una, che alle dimensioni apparve la depositrice del tesoro, chi intravide merci preziose, celate sotto carte e pannolini e simili bazzecole, non si fondò che su vane e inattendibili dicerie —.

E così, forte dell’assenza quasi completa di prove, Cicerone entra nell’ampio torrente della perorazione, rammentando come la disgrazia del danaro prestato sia da sola sufficiente a costituire la peggiore delle condanne, enumerando le sciagure, di cui Rabirio era stato parte e spettatore ad Alessandria, la stima e la generosità, di cui era stato fatto segno da Cesare, invocando la solidarietà degli _equites_, allora, giusta la legge Aurelia[538], membri del tribunale giudicante, solleticando coi frequenti accenni alla propria autorità l’ordine senatorio, cui egli si dichiarava onorato di appartenere, e chiedendo, per tutto ciò, l’assoluzione dell’imputato.

Riescì Postumo assolto?

Nessuna notizia ci è pervenuta sul proposito ed il silenzio è pari all’arditezza di qualsiasi supposizione. Qualunque però sia stato l’esito del processo, nessuno degli argomenti difensivi poteva, a rigor di termini, vantare un valore meno che causidico, e tutta l’orazione, quando non sonò puro appello alla sensibilità dei giudicanti, rimase nella bassa sfera dei doveri d’ufficio del difensore. La causa di Postumo era moralmente e logicamente inseparabile da quella di Gabinio, e Cicerone era troppo bene informato della colpabilità di quest’ultimo per potersi con coscienza afferrare alla contraddizione dei legati alessandrini, e, peggio ancora, alla testimonianza di Pompeo. Nè era egualmente possibile svincolare la causa di Postumo da quella della corruzione del senato, chè il primo avea avuto tempo di sincerarsi della fine dei propri imprestiti[539], e la legge _Iulia de repetundis_ poteva, oltre ai diretti, permettersi di colpire i più remoti responsabili, anche se semplici privati[540]. Le giustificazioni poi circa i motivi dell’ufficio, da Rabirio spontaneamente assunto ad Alessandria, ne attenuavano, ma non giustificavano la colpabilità, e, peggio ancora, cozzavano contro l’ipotesi d’intendimenti onesti nell’amministrazione, che l’imputato aveva intrapreso[541]. La causa, poteva _a priori_ dirsi irrimediabilmente perduta, e a Cicerone nulla era necessario attendere per convincersi della colpabilità del proprio cliente[542]. Ciò non ostante, come ad ogni passo della sua vita, preferì sacrificare sugli altari dell’opportunismo più ingenuo e dei _matchs_ oratorii più fanciulleschi la sua facondia e la sua reale onestà, e di altro non possiamo dichiararci addolorati se non del fitto buio, che ai nostri occhi ricopre l’esito di questo, non ultimo fra i suoi malaugurati _tours de force_[543].

XIV.

Cronologia del dibattimento.

Rimane la questione della cronologia del dibattimento.

L’unico accenno alla medesima, contenuto nell’unica fonte rimastaci, l’orazione ciceroniana, si è il richiamo ad uno dei più notevoli eventi politici del tempo, la minacciata demolizione della potenza di Giulio Cesare[544], in nome del quale il difensore ricerca le ultime vie della coscienza dei giudici. Se non che, di minacciate demolizioni del proconsole delle Gallie, per opera di avversari e di amici, se ne ebbero a contare più d’una dall’anno ormai trascorso dell’ultimo processo di Gabinio, cui, quello di Postumo si ricollega quale appendice, all’altro della sua rottura finale con gli _optimates_ (49), e, peggio ancora, alla di lui morte (44). Occorrono quindi ulteriori considerazioni per poter fissare con approssimativa sicurezza la cronologia del giudizio, che direttamente ci riguarda.

Esso, anzitutto, data l’intonazione della difesa, ci si rivela vicinissimo all’altro di Gabinio; ma, quel che più importa, gli ultimi capitoli dell’orazione accennano chiaramente a un periodo di intima riconciliazione dell’oratore con Cesare[545]. Or bene, i periodi di simpatia fra i due uomini sono molto meno numerosi degli altri delle svariate ostilità contro il proconsole delle Gallie. Infatti nè possiamo più trovarne traccia durante o dopo la guerra contro Pompeo, nè fra il 53 e il 49, nel qual periodo di tempo Cicerone si chiuse in una completa parsimonia di giudizi e di decisioni, pari alla incertezza, che allora lo dominava. Gli anni, dunque, che ci rimangono, vengono costituiti dal biennio 54-53, e nel 54, a noi ampiamente noto come quello della luna di miele degli amori cesaro-ciceroniani,[546], ci apparisce ragionevole collocare il giudizio, che, per sua mala ventura, ebbe a subire Rabirio Postumo.

Così si chiudeva l’era più drammatica delle relazioni di Roma con l’Egitto, che, per due anni, aveva in maniera anormale tempestato la vita politica romana, provocandovi una crisi, che solo poteva stare a fronte dell’altra, avvenuta in sugl’inizi della guerra giugurtina. Gli uomini ed i partiti vi si erano buttati a capofitto, l’uno contro l’altro, per sfruttare con interessi opposti la situazione, e, quando, dopo tanto affacendarsi, Tolomeo Aulete potè credersi tranquillo sul trono d’Alessandria, non ebbe certo l’intuito di prevedere ch’egli avea concorso a sollevare una tempesta, di cui, tra non guari, la sua dinastia ne avrebbe subito, e fatalmente, il contracolpo.