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CAPITOLO V.

ROMA E L’EGITTO DAL 152 AL 116.

I.

L’Egitto in Oriente favorisce la politica romana. Uccisione di Antioco Eupatore. Roma contro l’usurpatore. L’Egitto in favore del protetto da Roma.

Dopo meno di un anno e mezzo di regno, Antioco Eupatore, assunto al trono di Siria mercè l’opera diplomatica del senato, perdeva, per mano del pretendente Demetrio Iº, la vita ed il regno (162). Con lui periva il reggente pupillare, il senatore Gneo Ottavio[265]. Il nuovo principe però, quello stesso, da cui Evergete aveva ricevuto promesse di aiuto e di ospitalità nel suo primo viaggio a Roma, si riconciliava tosto col senato, inviando un’ambasceria destinata a recare doni cospicui e a consegnare l’assassino medesimo di Ottavio[266].

Ma l’offesa patita era troppo grave perchè quel consiglio avesse potuto accordare sinceramente il proprio perdono o la propria amicizia, e, non ostante i resultati, in apparenza favorevoli di tale ambasceria, bastò di lì a poco l’arrivo di Alessandro Bala, figlio, non si sa bene se reale o sedicente, di Antioco Epifane, perchè il senato gli accordasse la chiesta restituzione del retaggio paterno[267].

Poichè quella Roma, che aveva umiliato la Siria al rango di potenza di quarto ordine, poichè Roma, lo stato più autorevole dell’occidente, era con lui, non restava ad Alessandro che procurarsi un esercito e l’alleanza delle potenze orientali. E così fu fatto. Dopo dodici anni di regno, Demetrio perdeva la vita, in seguito ad una battaglia campale combattuta contro Alessandro in coalizione coi rimanenti re asiatici[268] (152-1). Tra costoro primeggiava Tolomeo Filometore[269], suocero fra breve del nuovo monarca di Siria[270].

Questo il primo atto di condiscendenza alla politica romana, compiuto dalla corte d’Egitto dopo la rottura con la medesima[271]. Avremo di meglio negli anni successivi.

II.

Tolomeo Filometore rinunzia al trono di Siria. (147).

Estinto Demetrio Iº, sorgeva il figlio Demetrio IIº a rivendicare i diritti e la fine del padre. In questo nuovo frangente ad Alessandro non venne meno l’aiuto e l’alleanza del re d’Egitto. Al 147 Filometore entrava in Siria, accompagnato da un potente esercito di terra e di mare[272]. Se non che, giunto a Tolemaide, fu fatto segno ad insidie, che tutto parve indicare provenienti da Alessandro medesimo. Astenendosi allora dall’adempiere ai propri doveri di alleato e di congiunto, gli rapisce la figlia, che promette in isposa a Demetrio, volge in favore di costui le milizie e persuade gli Antiocheni a scacciare Alessandro, che colà aveva riparato. Alessandro è espulso dalla città, e Filometore, recatovisi poco dopo, viene acclamato dai cittadini e dall’esercito re di Siria.

L’antico sogno dei monarchi egizi poteva esser pago. Sul loro capo si riunivano intere per la prima volta le due corone dell’Oriente, infrantesi allo sfasciarsi dell’impero di Alessandro Magno. Ma lo spettro del senato romano venne a turbare la gioia del buon Filometore, che, presago della gelosia e dei rischi sin’allora con tanta sapienza evitati, rifiutò il doppio diadema e raccomandò alla popolazione esultante il figlio del primo Demetrio[273] (147).

III.

L’ascesa al trono di Evergete IIº e l’aiuto di Roma.

Due anni dopo[274] egli chiudeva la sua vita amareggiata, e a lui succedeva la moglie Cleopatra, la quale si associò al trono Tolomeo VIIº Eupatore[275] (145). Ma, ad attraversarne i piani, resideva in Alessandria almeno uno dei tre ambasciatori, L. Minucio Termo, spedito al 154 dal senato per riporre Evergete sul trono di Cipro. Coerente agli scopi ultimi, cui la politica romana avea tenuto d’occhio nel favorire Evergete, nonchè allo spirito della sua trascorsa missione, egli, che senza dubbio manteneva al tempo stesso segreti accordi con Roma, lavorava con ogni mezzo l’opinione pubblica perchè questa dichiarasse altamente di volere re d’Egitto il re della Cirenaica. E le sue mene approdarono all’effetto. Evergete marciò con le sue truppe da Cirene ad Alessandria, senza incontrare ombra di resistenza, e, tolto di mezzo l’incomodo erede, sposava la regina vedova, assumendo immacolata l’eredità del trono[276].

Di quali malanni tanta usurpazione sarebbe stata foriera all’Egitto il tempo galantuomo l’avrebbe fra non guari dimostrato; ma quello che ci meraviglia altamente si è la vasta e profonda ingerenza, che un rappresentante del governo romano poteva adesso esercitare e sulla corte e sull’opinione pubblica alessandrina. Termo era rimasto dal 154, nemico indisturbato, nel cuore di quello Egitto, ove egli, coi suoi compagni, era venuto a rattizzare la guerra civile, senza che nè Filometore, nè l’opinione pubblica avessero osato additargli la via del confine, ed ora, arbitro quasi della situazione, si rendeva strumento di uno dei più odiosi colpi di stato nella persona del nemico più vile ed implacato del buono e valente Filometore. Gli è che la ribellione di quest’ultimo contro la greve tutela romana era stata anch’essa timida e parziale. I Lagidi sentivano d’avere contro un nemico invisibile e ineluttabile, dinnanzi a cui le proprie arditezze li facevano gelare di terrore, mentre Roma, decimato, in ben tre riprese, i possessi dell’Egitto e tentato di attizzarvi la più tremenda delle guerre civili, defraudava, vittoriosa, l’erede legittimo, per sostituirvi quell’altro, che più e meglio avrebbe soddisfatto ai suoi interessi laggiù. Non era il colmo, ma verso quella meta si marciava a gran passi.

IV.

Relazioni di Evergete con Roma. Roma, gli Ebrei e l’Egitto.

Noi non sappiamo se l’alleanza fra Roma e l’Egitto sia stata adesso ufficialmente rinnovata. Ci è però noto come i rapporti fra i due stati tornarono di bel nuovo più che cordiali, e, a conferma di ciò, stanno due fatti: un’iscrizione di Delo e la visita ufficiale d’un’ambasceria romana nel 135, con a capo Scipione Emiliano. Ma, a parte queste due testimonianze, di cui discorreremo fra breve, noi possediamo menzione di un nuovo atto di poco desiderabile tutela sull’Egitto.

Dopo la conquista dell’impero persiano da parte di Alessandro Magno, i Giudei, al pari degli altri popoli, che in esso albergavano, erano passati sotto il dominio degli stati, che la dissoluzione del mastodontico impero macedone avea suscitato. Così essi avevano, dal Iº al IVº Tolomeo subito la dominazione egizia, indi quella siriaca, che era riescita assai più tormentosa della precedente[277]. Con tutto ciò, l’Egitto non aveva per questo mancato di rimanere sede di numerose colonie giudaiche. Sotto Filometore poteva dirsi che nelle loro mani risiedesse appunto la somma dell’amministrazione dello stato, e giudei erano altresì i supremi comandanti dell’esercito di terra. La reazione, quindi, che Evergete si apparecchiava ad intraprendere contro tutto l’indirizzo politico del fratello coinvolse anche la società ebraica[278], tanto più che questa era stata sola ad avversare l’usurpatore, in omaggio ad un lodevole sentimento di riconoscenza e di fedeltà verso il principe trapassato.

Se non che, mentre i suoi correligionari della Siria si trovavano, da parecchi anni, in ottime relazioni di amicizia e di alleanza con Roma[279], un travolgimento dinastico del paese da essi abitato, ne procurava al 142 l’emancipazione nazionale[280], e, allora stesso, accompagnandola con ricchi donativi, inviavano al popolo romano un’ambasceria[281], nella quale è, dalla posteriore condotta del medesimo, agevole presumere che essi abbiano elevato reclami contro le persecuzioni del principe egizio.

Il senato, infatti, accettando le nuove proteste di amicizia, si affrettò a spedire a sua volta una significativa lettera ai monarchi orientali, e ad Evergete, nella quale, notificando la rinnovata alleanza, aggiungeva di aver risoluto di scrivere ai re e ai popoli per intimar loro di astenersi da ogni offesa ai propri alleati della Giudea, di rispettarne anzi il territorio, di avversarne i nemici e consegnare loro i colpevoli, eventualmente ospitati nelle proprie regioni[282] (142-1)[283].

Per quanto generica ed impersonale fosse l’epistola, il vantarvisi implicitamente il diritto d’ingerirsi nella politica egiziana rispetto ai sudditi e ai più umili vicini era, da parte del governo di Roma, un farsi pagare a prezzo non certo mercato la protezione testè elargita all’usurpatore. Tuttavia, anche questa volta, per quanto a malincuore, e il principe e la corte dovettero chinare pazientemente il capo e tornare ad apparecchiarsi all’obbedienza così come il destino della loro patria li sospingeva.

V.

La politica romana in Egitto giudicata da M. Porcio Catone il censore.

Se non che, particolare degno di nota, in quegli stessi anni, e, sembra, a proposito della reazione d’Evergete, favorita — nè v’era dubbio — dal legato romano, L. Termo, che ne avea spalleggiato l’ascesa al trono, un conservatore utopista, M. Catone il censore, recitava un’orazione, della quale i frammenti superstiti non ci permettono di definire la natura, ma in cui tutto induce a credere che egli attaccasse la condotta di L. Termo in Egitto e con essa la politica di Roma favorevole ad Evergete.

L’opera del legato veniva definita quale frutto malvagio e feroce d’ingordigia, e sul di lui conto l’orazione accennava a delitti, pei quali il supplizio non sarebbe apparso indegno castigo[284]. Specificando, Catone ricordava la necessità, in cui s’era trovato il Tolomeo, di vietare al romano l’ingerenza in questioni attinenti alla vita dei cittadini egiziani[285], probabile mezzo sbrigativo usato da quest’ultimo per carpirne le sostanze. L’oratore confrontava altresì il carattere morale dei due monarchi fratelli, e, levando al cielo Filometore[286], accusava implicitamente il suo governo di avere spalleggiato il peggiore dei due principi, suggellando il rimprovero con un ammonimento: non volesse il suo popolo, libero com’era, affidarsi ciecamente ad alcuno[287], fosse questi un ambasciatore con pieni poteri, fosse un monarca più o meno disonesto e facile a comprometterne la riputazione. La requisitoria, tutta ispirata ad un idealismo poco pratico e poco politico, (qualità, sembra, ereditaria nei Catoni), lasciò il tempo che aveva trovato, e Roma, che già riscoteva il suo tornaconto dal favore accordato ad Evergete, continuò — ed era logico — nella via iniziata, senza badare agli scrupoli degli isolati utopisti.

VI.

L’iscrizione di Delo.

Di avverso tenore alla non lieta protezione, in cui Roma aveva preso i Giudei, sono le altre due testimonianze di rinnovate relazioni romano-egiziache durante il regno di Evergete.

La prima, un’iscrizione Delia[288], sta a base di un monumento, che i romani Lucio e Caio Pedio posero a Marco, congiunto di Evergete e della regina Cleopatra, in grazia della di lui virtù, onestà e benevolenza verso i suoi. Il prenome Marco è senza dubbio un nome romano, e il Letronne, che meglio di tutti ha comentato ed interpetrato l’iscrizione, v’intravide un membro della famiglia dei Pedii, dedicatori del monarca. L’assenza del nome egli la spiegò con l’uso, consueto nelle iscrizioni relative a cittadini romani, di sottinderlo, qualora esso coincida con quello di altra persona segnata per intero nell’epigrafe. Tali ragioni non erano però sembrate attendibili al Prideaux, che aveva esaminata l’iscrizione un secolo e mezzo prima, nè lo sembrarono più tardi al Böckh. Ambedue, infatti, per riconoscere in Marco un romano, hanno richiesto l’appellativo di ρομαῖον, e quest’ultimo, confutato l’argomento del Letronne, col dire che esso può valere soltanto nella menzione dei figli di una persona, segnata per intero nell’iscrizione, ha opinato che il romano μάρχον sia, per la regolarità delle linee dell’iscrizione, da correggere in un πολέ]μαρχον o altra simile parola polisillaba. Se non che, quanto al richiesto epiteto di ρομαῖον, esso non può palesemente figurare come necessario, ma soltanto additare una consuetudine, a cui, come tale, poteva o meno ottemperarsi, e, quanto all’assenza del nome, dal Böckh concessa soltanto nella menzione dei figli di una persona segnata per intero nell’iscrizione, gli è chiaro che, in maniera e per ragione analoga, essa poteva darsi nella menzione di congiunti omonimi.

Ma, contro il Böckh, è da osservare qualcosa di più importante. Mutando il nome proprio μάρχον in un nome comune qualsiasi, l’epigrafe viene a rimanere priva dell’indicazione del suo destinatario, non potendo così intendersi a quale degli epistrateghi d’Egitto essa fosse dedicata[289]. E v’è ancora di peggio. L’emendazione πολέμαρχον costituisce un _bis in idem_ del seguente ἐπιστράτεγον, che non ha ragione alcuna di esistere. Ma, anche senza tener conto di ciò, la succitata emendazione non reca nulla d’imperativo, e la regolarità dell’epigrafe si ricostituisce tosto, sostituendo a un Μάρχον anche un τὸν Μάρχον. Del resto, comunque si voglia ricostituirla, le conseguenze, che interessano pel nostro studio, possono mutare di specie, ma non di genere. Infatti, interpetrando l’estinto come un romano, si resterebbe meravigliati della sua duplice, altissima onorificenza di epistratego e di congiunto della famiglia reale. L’epistrategato era la più alta carica dell’amministrazione provinciale sotto i Lagidi, ed epistratego era il governatore civile e militare di una data regione della monarchia[290]. Ma Marco non era soltanto un pubblico ufficiale di Evergete; ne era altresì _congiunto_ della famiglia reale, cioè a dire insignito di una onorificenza, corrispondente all’odierno «_cugino reale_»[291]. Sorgono quindi due ipotesi: o Marco Pedio aveva reso ad Evergete dei servizi segnalati, forse nel frangente della sua assunzione al trono, o Evergete aveva rivestito di tanta onoreficenza un romano, sia dietro raccomandazione del senato, sia per maggior fiducia nel medesimo che nei propri connazionali. Nei primi due casi, si noterebbe l’abile politica di Roma, che, dopo aver concesso i propri favori, se ne risarciva ponendo un suo cittadino, quale pubblico ufficiale, alle costole del principe egizio, allo scopo di aver trasmesse notizie positive sul contegno della corte e sull’atteggiamento dei sudditi[292]. Nel terzo, noi assisteremmo alla strana anticipazione di quello che accadrà di là a circa un secolo, quando la migliore e più desiderata guardia dei discendenti dei Lagidi sarà fatta da un corpo di milizie romane[293], la cui presenza ridurrà l’Egitto ad uno stato vassallo più che a nazione alleata o cliente.

Nel caso poi che in Marco non sia da riconoscere un romano, resta a notare come, alla fine del secondo secolo a. C., due membri di una delle principali famiglie di Roma si trovassero in intimi rapporti con un eccelso governatore egiziano, congiunto della famiglia reale. E, poichè le lodi vertono sull’onestà, sulla virtù, e, quel che più monta, sulla di lui benevolenza verso i medesimi, si è indotti a ritenere tale intimità non estranea alle vigenti relazioni politiche col governo romano, e quale prova di onori e di trattamenti, che adesso i più alti funzionari della monarchia alessandrina elargivano ai nobili di Roma a sanzione dei cordiali rapporti fra i due paesi[294].

VII.

Scipione Emiliano in Egitto (135).

La seconda prova dei buoni accordi di Evergete col senato è un viaggio, che, per incombenza del medesimo, Scipione Emiliano compiè nelle province orientali di Asia, Grecia, Siria ed Egitto nel 135[295].

Componenti la commissione erano Spurio Mummio, Lucio Metello, e Scipione Emiliano[296]. Quest’ultimo insieme con cinque domestici, conduceva seco i filosofi Posidonio e Panezio[297]. Il ricevimento, che al distruttore di Cartagine fece il popolo e la corte riescì quant’altro mai imponente. Disceso dalla nave, Scipione si avanzò a capo coperto finchè gli spettatori non vennero a pregarlo di scoprire il suo volto; il principe confuse lui ed i compagni tra feste e conviti. Se non che, i legati, più che di pompe e di banchetti, si preoccuparono d’ispezionare il paese e la sua potenza economica e militare. Si recarono perciò sino a Menfi, ad ammirare la bontà del suolo, la densità della popolazione, le risorse militari ed agricole del Nilo, la regione egregiamente fortificata. E là, rievocando con l’immaginazione la loro patria, dovettero sentire quanta inferiorità economica essa presentava al paragone dell’antica capitale dell’Egitto. Da Alessandria passarono a Cipro[298], dove fu loro impossibile non stupire di quei ben più grandiosi tesori naturali e industriali, che tanto vi avevano legato gl’interessi dei Lagidi. Di tutto ciò dovettero redigere un’accurata relazione al senato, e nell’enorme scarsità di relazioni dettagliate e precise, questo soltanto, noi, riteniamo essere lo scopo del viaggio, rammentando quanto ci sentimmo in diritto di indurre dalle vicende, che accompagnarono l’avvento di Evergete IIº al trono, e dalla precedente iscrizione di Delo. Ispezionare _de visu_ le condizioni interne dell’Egitto, osservare l’atteggiamento di quelle popolazioni verso la corte e la loro alleata d’oltre mare, tener d’occhio l’opera dei romani posti dal governo alessandrino a capo di quelle regioni, impartire loro gli opportuni consigli, ecco ciò che interessava, ecco ciò per cui Scipione Emiliano doveva esservisi soffermato[299].