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CAPITOLO VII.

ROMA E L’EGITTO DALLA MORTE DI ALESSANDRO IIº AL RICONOSCIMENTO DI TOLOMEO AULETE (81-59).

I.

Vane pratiche dei pretendenti siri presso il senato. Ragioni del fatto.

Primi fra questi figurano i due nipoti di Evergete IIº, figli di Antioco Pio e di Cleopatra Selene, allora regina di Siria. Essi arrivarono a Roma al più tardi nel 72[331]; ma, pur troppo, non potevano scegliere circostanze più difficili e meno opportune. Lo stato romano traversava in quel momento una delle crisi più formidabili.

La reazione Sillana avea prodotto i suoi effetti naturali. Il dittatore era ancora in vita, quando uno dei più abili e dei migliori fra i democratici, esulato in Spagna, vi avea, fin dall’80, riacceso la ribellione lusitana. Silla era morto prima ancora che avesse potuto pensare a domarla, e, se tale compito, sarebbe stato abbastanza arduo al vincitore di Mitridate, non poteva certo riescire agevole ai suoi degeneri epigoni. Pompeo, recatosi in Spagna al 78, non potè infatti terminare la guerra che al 71, e meno in grazia della propria abilità, che dello strano favore, cui venne fatto segno dalla fortuna[332].

Mentre tali erano le vicende della Spagna, tornava a riaccendersi una nuova guerra mitridatica. Sin dal 75, il re del Ponto aveva rivolto formale dichiarazione di guerra ai Romani; le ostilità erano cominciate l’anno immediatamente successivo, ed il biennio, che i re di Siria passarono a Roma, venne tutto occupato dalle gravi operazioni militari dei due eserciti e delle due armate belligeranti[333].

Ma, se l’uno e l’altro di questi pericoli non mettevano a repentaglio l’esistenza dello stato romano, tutelato dalla lontananza del nemico, non così può dirsi della contemporanea insurrezione di Spartaco, che scoppiava contro Roma nel cuore stesso della penisola. Iniziata al 73, investendo rapidamente mezza Italia, non aveva trovato generale che potesse resistervi, e, nel 71, ultimo anno della dimora dei re di Siria in Roma, incendiava la penisola senza più conoscere ostacoli[334].

Tanti frangenti erano molto più gravi della diplomatica richiesta di un trono da parte di due giovani principi asiatici. E, benchè questi avessero con ogni mezzo sollecitato un’udienza senatoria, il loro desiderio non potè essere mai soddisfatto, e si videro costretti a tornare nella loro patria dopo due anni di vana aspettativa.

Non dovettero però ridursi ai soli eventi esteri le cause determinanti la eccessiva noncuranza del senato. È doveroso aggiungervi una tal quale coperta ostilità alla richiesta dei nipoti di Evergete. Coll’esaudizione della medesima si sarebbe realizzato il sogno vicendevole degli imperatori siri ed egizi di una fusione in unico stato dei loro separati dominî, alla cui ratifica non potevano piegarsi le voglie autocratiche del senato. E, non trovandosi in condizioni propizie per impedirlo colla forza, esso cercò di prolungarne all’infinito la scadenza, nè mancò, anche questa volta, di riescire all’intento.

II.

Nuove pratiche di Tolomeo XIIIº Neo-Dionigi Aulete e sua assunzione al Trono. _Optimates_ e _populares_ rispetto alla questione egizia.

Mentre però Roma simulava in tal guisa di disinteressarsi degli affari d’Egitto, era già, sin dalla morte di Alessandro IIº[335], salito al trono di Alessandria un uomo di dubbia discendenza reale, Tolomeo XIIIº Neo-Dionigi Aulete[336], il quale, aveva chiesto la ratifica del popolo romano contemporaneamente ai figli di Selene. Ciò si desume da un breve inciso della seconda delle Verrine[337], nel quale l’autore accenna alla questione, ancora pendente, del riconoscimento del novello Tolomeo e l’accenno deve essere riferito al 70 a. C., nel quale anno Cicerone recitava la prima di codeste orazioni e vi figura recitata la seconda[338].

La questione però rimase impregiudicata. Forte dei suoi pretesi diritti su quel regno, il senato non si sentiva da tanto da rinunziare a qualsiasi speranza, mentre, con le mani legate da nemici esteri ed interni, era costretto a tornare alla comoda simulazione del disinteressamento. Era un invocare una tregua per ripigliare l’attacco in circostanze più propizie. Ma che questo non avvenisse, che cioè il senato andasse sino in fondo era cosa, e per più ragioni, oramai onesta ed urgente, anche nell’interesse di Roma. Si sarebbe così una buona volta chiarita l’equivoca situazione, che da ben due lustri permaneva in Egitto, ed i redditi della regione[339] avrebbero colmato il _deficit_ spaventoso, verso cui tante e svariate guerre avevano precipitato l’erario. Tale era infatti il parere dei republicani-democratici sulla questione egizia, che al 65 venne a costituire una delle cause determinanti le dimissioni del collegio dei censori, nel cui seno contrastavano, senza speranza d’accordo, gli opposti programmi dell’aristocratico Lutazio Catulo e del democratico Caio Crasso[340]. Le classi minute della cittadinanza romana potevano aspettarsi da siffatto aggregamento un’abolizione dei tributi, quale negli anni scorsi l’avea arrecato il bottino della Macedonia o una distribuzione di frumento più regolare ed abbondante di quello che le strettezze del pubblico erario non avevano talora concesso. E con i proletari lottava, accumunato da analoghi interessi, quel ceto dei cavalieri, che, da circa un secolo, più e più volte ne avevano spalleggiato gli attacchi politici, e che, reclutando fra i suoi membri numerosi commercianti e imprenditori, desideravano sbarazzarsi della vittoriosa concorrenza dei Greci in Egitto, ove questi facevano monopolio di tutto quanto era possibile monopolizzare[341].

Il designato dei democratici al governo di quella regione era allora l’edile[342] C. Giulio Cesare, che, in quello stesso anno, faceva dai tribuni presentare ai comizi tributi un progetto di legge, per cui gli venisse assegnato il governo dell’Egitto. La guerra mossagli contro dagli _optimates_ rese vana la rogazione tribunizia ed il progetto abortì prima ancora che venisse preso in considerazione[343]. È bene però notare come non dovette essere soltanto il bene dell’erario e il desiderio della soluzione di un affare così arruffato ciò che avea sospinto i capi dei democratici alla lotta. Cesare ebbe allora a sperare quello che ottenne più tardi, dopo il suo consolato, il conferimento cioè di una provincia importante, pel cui reggimento abbisognassero numerose milizie e donde potesse attingere tesori, per poi, provvisto di mezzi e di legioni, tornare a Roma per muover guerra al senato e all’aristocrazia. La proposta tribunizia non era infatti se non la prima avvisaglia di un piano mirabile di combattimento, una macchina di guerra contro gli _optimates_, in vista di un ideale, che Cesare riescirà primo ad attuare.

III.

Roma e l’Egitto durante la guerra contro i pirati (67). La cattura di P. Clodio e il Tolomeo di Cipro (67).

Ma l’annessione dell’Egitto, già fallita alla morte di Alessandro IIº, quando maggiori ne erano le probabilità, tornò a fallire anche adesso, e non certo negli interessi di Roma, dappoichè l’irresolutezza del senato, congiunta con la sua inesplicabile condotta verso il re elettivo di quella regione, schierava il medesimo fra i nemici della capitale d’Italia. Sembra infatti che negli anni intercedenti fra l’assunzione al trono di Aulete e l’ultima guerra mitridatica i due Tolomei, regnanti in Cipro ed in Egitto, abbiano, non solo favorito le incursioni dei pirati, ma stretto una formale e non passeggera alleanza col re del Ponto.

Le legioni dei corsari, che nell’ultimo secolo di Roma avevano incusso tanto spavento alla novella capitale del mondo, non erano, (ironia della sorte!), se non il parto più naturale, il duplicato più fedele della potenza romana. Simili negli intendimenti e nell’indirizzo, non ne differivano se non in quanto al dominio geografico della propria potenza, che non era più la terra, sibbene il mare. Ma la messe sempre giovane e sempre fiorente delle loro masnade era covata fra le rovine dell’universale depredazione romana, la quale sospingeva al brigantaggio tutti i colpiti delle sue ferocie e delle sue persecuzioni, e schierava dalla loro gli stati ancora liberi, ma non per questo meno minacciati, pronti ognora a promuovere o a subire la pirateria, ad esserne gli aizzatori o i manutengoli, mentre, dall’Europa e dall’Asia, eternamente sconvolte, gl’immiseriti cittadini correvano a preferire il mare alla terra[344].

Fra le succitate nazioni figurava l’Egitto, specie la sua colonia cipriota, l’uno e l’altra sempre aperti al commercio umano, mezzo esclusivo di guadagno e di rifornimento dei corsari[345], e, peggio ancora, ambedue, molestati nelle loro tranquille attività, sempre pronti ad emigrazioni fra le orde dei primi[346]. Il pericolo si era via via accresciuto cogli anni, e la coincidente guerra mitridatica l’aveva reso enorme nel 67 a. C.

Mentre Roma debellava il mondo, i pirati avevano spinto le loro incursioni fin nel cuore dell’Italia, alle bocche del Tevere, e, in quello stesso anno 67, catturavano l’ammiraglio della flotta Cilicia, P. Clodio Pulcro[347], imponendo al medesimo gli sfregi più brutali ed infamanti[348]. Fu allora che il Tolomeo di Cipro, invitato, non si sa bene se da Clodio o dal governo romano, a saldare il prezzo del riscatto, rispose con eccessiva noncuranza, inviando due soli talenti[349]. Più tardi i pirati, al sopraggiungere di Pompeo, rifiutarono il riscatto e liberarono spontaneamente il prigioniero[350], ma, mentre la condotta del principe cipriota costituì il primo incentivo alla distruzione del di lui regno, la palese gravità della situazione sospinse il senato a provvedere, ricorrendo a mezzi energici e decisivi.

Pompeo venne rivestito di pieni poteri, ed il governo romano s’affrettò a scrivere ai re, ai principi, alle nazioni e alle città, con cui esso vantava relazioni, perchè l’aiutassero con ogni mezzo e gli concedessero facoltà di raccogliere nei loro stati le milizie e i danari, che fosse sembrato opportuno[351]. Dal novero dei sollecitati la corte alessandrina non fu certo esclusa; ma, come se ciò non bastasse, fra le milizie, di cui Pompeo cosparse il Mediterraneo, due armate, furono, per ogni eventualità, poste a guardia dell’Egitto e di Cipro[352] (67). Lo sfregio morale o, per lo meno, il curioso trattamento usato all’indipendenza dei due paesi era chiaro, e i due principi alessandrini dovettero ben ricordarsene, quando, dopo il trionfo del generale, frustrati nelle loro speranze di riscossa, accennarono a passare, a dispetto di Roma, ad amori più stabili, sebbene più pericolosi.

IV.

Imparentamento della casa egizia con Mitridate.

Sembra infatti che negli ultimi anni della terza guerra mitridatica l’alleanza dei due fratelli, regnanti in Cipro ed in Egitto, col re del Ponto fosse un fatto compiuto; ed essi, al 63, figuravano reciprocamente fidanzati con le due figlie del medesimo[353].

La gravità di questo nuovo orientamento dell’Egitto è misurata dai repentagli, a cui Mitridate avea messo e continuava a mettere lo stato romano.

Prima ancora che guerra alcuna l’avesse trascinato a scontrarsi con le legioni romane, egli signoreggiava «sulla spiaggia settentrionale e meridionale del Mar Nero e molto addentro nell’Asia Minore. I mezzi di cui disponeva», «per la guerra terrestre e marittima, erano immensi. Il paese, su cui poteva levar soldati, si stendeva dalla foce del Danubio al Caucaso e al Mar Caspio; sotto le sue insegne accorrevano Traci, Sciti, Sauromati, Bastarmi, Colchi, Iberi». «Per la sua flotta la satrapia colchica gli somministrava, oltre il lino, la canapa, la pece e la cera, l’eccellente legname da costruzione, tagliato nelle foreste del Caucaso; e piloti e ufficiali erano assoldati nella Fenicia e nella Siria. Dicevasi che il re fosse entrato in Cappadocia con 600 carri falcati, con 10000 cavalli e 80000 fanti, e per questa guerra non aveva tuttavia chiamato sotto le armi quanti avrebbe potuto».[354]. A tanta potenza egli era pervenuto, assorbendo e conquistando ora tacitamente ed ora rumorosamente i paesi limitrofi al proprio regno e poscia i limitrofi ai nuovi territori conquistati sino ad estendere in Europa la propria autorità morale e materiale. Appunto allora il senato s’era scosso dal torpore, cui l’avea costretto la situazione interna dello stato, e Silla, fra i tre fuochi di una rivoluzione politica in Roma, di una sociale in Italia, e della guerra asiatica, aveva all’87 preferito di volgersi contro il terzo nemico. La guerra era stata aspra e pericolosa. La Grecia avea per un momento balenato sotto i piedi degli eserciti romani, e, quando a Silla, dopo tanti frangenti, era stato concesso di rimbarcarsi per l’Italia, il vinto Mitridate avea trovato mezzo di chiudere al suo vincitore le porte della patria[355].

Nè s’era trattato se non di un breve armistizio. La guerra era ricominciata alla sola distanza di tre anni, ed il pericolo di Mitridate avea riacceso l’altro non meno incalcolabile della devastazione piratica. Così le cose s’erano trascinate sino al 66 a. C., e ben 20 anni di guerra si apparecchiavano ad un’eco clamorosa entro l’orbita dei partiti politici Romani. In quell’anno stesso (66), Pompeo, per mezzo dei suoi amici e con l’appoggio della democrazia, veniva, benchè cittadino privato, investito del supremo potere militare con l’assegnata competenza della guerra pirato mitridatica.

Era lo strappo più violento che mai si fosse perpetrato contro i privilegi della oligarchia romana, e la sua enormità ci offre la misura dei pericoli di Roma[356]. Or bene, al principe, il quale tanto rivolgimento e terrore avea apportato nel cuore della capitale del mondo, i due monarchi egiziani venivano adesso ad offrire il contributo della propria potenza[357].

Ma anche questo secondo tentativo di legare l’Egitto agli interessi dell’Oriente era destinato ad una nuova, tragica catastrofe. Nello stesso anno 63, nel crollo finale della potenza del monarca del Ponto, le fanciulle furono dal padre, entro la capitale stessa del Bosforo Cimmerio, ultima rocca di difesa rimastagli, costrette a bere quel calice avvelenato, che le salvò dalla vergogna e dalla schiavitù insieme con colui, che, dopo Annibale, era stato il più implacabile fra i nemici di Roma[358].

V.

Roma eredita tutta la Libia (65).

Mentre l’alleanza egizia era così mal tutelata dalla politica del governo romano, quello fra i Tolomei, che, contemporaneamente ad Aulete e al re di Cipro, aveva ottenuto il governo di quella parte della Libia, rimasta immacolata dopo il testamento di Apione, moriva nel 65 a. C., lasciandone pieno ed assoluto erede il popolo romano[359]. Chi sia questo terzo generoso oblatore è ben difficile dire nell’enorme confusione che regna su questi ultimi eredi dei Tolomei[360], ma quello che ci sorprende è la consuetudine, già largamente invalsa nella monarchia egiziana, di dividere le regioni possedute a più membri della stessa famiglia regnante. Se ragione politica esiste, essa sarà stata probabilmente quella di evitare possibili guerre intestine fra i Tolomei e quindi cause di debolezza di fronte alle nazioni occidentali e orientali. Ma questa novella consuetudine potè altresì arrecare degli effetti benefici nei rapporti dell’Egitto con Roma, in quanto, come nota il Mahaffy, «la separazione di queste provincie contenenti città greche, cui Roma era sempre disposta a concedere l’autonomia», «rese l’omogeneo e ancora orientale impero egiziano più protetto di contro alla rapace repubblica»[361]. Così infatti era avvenuto precedentemente. Se non che, quello che adesso il governo romano dispose della rimanente Libia ci è completamente sconosciuto. Infatti la menzione del testamento, che ne lo rese erede, è l’unica delle relazioni che noi abbiamo di Roma con la medesima, e la tentata identificazione di codesto lascito con l’altro precedente della Cirenaica ripugna, secondo me, e alla logica e alla cronologia.

Infatti il Guiraud[362], e meno arrendevolmente il Marquardt[363], i quali interpetrano la menzione esplicita del lascito della Libia, che le fonti distinguono dall’altro della Cirenaica, come testimonianza della tardiva annessione di quest’ultima all’impero romano non s’accorgono che tale annessione era già avvenuta al 74[364], e sarebbe strano che le fonti ce l’avessero, senza plausibile motivo, ritardata sino al 65. Ma, anche se così non fosse, questo secondo preteso riordinamento amministrativo della Cirenaica daterebbe dal 67[365], non già dal 65, come, in modo categorico, attesta, del lascito della Libia, la cronaca eusebiana. Parmi quindi maggiormente plausibile opinare che questo nuovo ereditato tratto della Libia sia stato immediatamente aggregato alla Cirenaica, onde, in mezzo a tanta scarsità d’informazioni su un frammento di provincia, affatto destituito d’importanza, potè, insieme con la fusione territoriale, aprirsi l’adito ad un’agevole confusione storica, per cui le sorti della Libia tutta siano state riportate sotto quelle della Cirenaica.

VI.

La legge agraria di P. Servilio Rullo e l’Egitto (64).

Nell’anno seguente (64)[366], Tolomeo Aulete correva un rischio peggiore dei trascorsi, in grazia della legge agraria, che P. Servilio Rullo presentava ai comizi centuriati. Questo progetto d’ispirazione cesariana, messo in iscacco dalla opposizione degli _optimates_ prima che assurgesse agli onori della votazione, era quanto di più positivo poteva escogitarsi nelle tristi condizioni economiche, che in quegli anni attraversavano, insieme con l’erario romano, le classi inferiori della cittadinanza.

In uno dei quaranta articoli, che lo costituivano, si proponeva all’approvazione del senato e dei comizi la vendita di tutti i beni demaniali, passati a Roma sin dal consolato di Silla e di Q. Pompeo Rufo (88)[367]. Fra questi, come è palese, rientrava l’ereditato possesso dell’Egitto.

Cicerone, che combattè, in tutti i suoi punti, la legge, accenna specificamente a tale presunto pericolo, e la cieca partigianeria dei suoi attacchi si rivela nella strana vacuità e contraddizione degli argomenti. Egli non si propone infatti un quesito di pratica utilità, e neanche uno di diritto pubblico, poichè, in fin dei conti, ammette, in omaggio agli enti politici che sosteneva, l’autenticità del testamento di Alessandro IIº, ma dichiara di restare atterrito dal solo pensiero che di tale vendita debba esserne giudice la commissione esecutiva proposta da Rullo. Questa, per lui, non potrà non aver torto, qualunque atto sia per compiere. Se aggregherà l’Egitto ai domini romani, peccherà nel farsi arbitra della città e del regno più dovizioso del mondo, contemporaneo all’oratore; se li cederà al pretendente, mancherà al suo dovere per non averlo fatto passare sotto il dominio del popolo romano[368]. Tali gli enigmatici argomenti di Cicerone, i quali si liberano di tutto il loro mistero, quando si pensa che egli non mirava a combattere le decisioni sull’Egitto, ma il rinvio di tali decisioni alla commissione esecutiva, così come Rullo la proponeva.

Ispirata, come dicemmo, da Giulio Cesare, la legge Servilia mirava infatti ad escludere gli _optimates_ e i loro amici dal novero dei suoi esecutori, e a concedere a questi ultimi, tra i quali si sarebbe avuta una maggioranza radicale, un potere pieno ed illimitato. I dieci magistrati[369] da eleggersi dai comizi centuriati dovevano fruire di un potere quinquennale[370], di una giurisdizione assoluta ed indipendente, nel caso di controversie relative alla proprietà o alla vendita degli agri demaniali[371], nonchè alla prescrizione d’imposte[372]; e, quasi a colmare la misura di tanta onnipotenza, le proposte norme di elezione, coll’escludere in maniera esplicita gli assenti, tagliavano fuori ogni possibilità di accesso a Pompeo, incaricato per allora di una grave missione in Oriente. Quei democratici, che, come Crasso e come Cesare, avevano a più riprese manifestato la loro opinione sull’Egitto e la cui presenza avea contribuito ad agghiacciare le voglie del senato circa la riduzione del medesimo a provincia romana, non potevano non preoccupare M. Tullio, e questi, a ragione od a torto, non esitò ad oppugnare la legge nel suo complesso e nei suoi particolari[373].

VII.

Pompeo in Oriente e l’Egitto (63).

Ma la soluzione della vertenza egizia era oramai di più che urgente necessità, non solo per il senato, ma eziandio pel re, che si era insediato sul trono di Alessandria. Quando Pompeo infatti, debellato Mitridate, si trovò padrone di tutta la Grecia e dell’Oriente asiatico, Aulete dovette accorgersi di trovarsi al paragone privo di qualsiasi riconoscimento ufficiale da parte del governo romano, e, pur troppo, impegnato con vincoli di non ricusata parentela col disfatto re del Ponto. Ma l’abilità diplomatica, tradizionale alla corte dei Lagidi, non venne meno, neanche in questo, che sembrava il più pericoloso dei frangenti.

Quando il generale romano ebbe lasciato Damasco, inoltrandosi verso la Celesiria, il re egizio si affrettò ad inviargli un’ambasceria, che doveva essere foriera di grandi successi. Carica di denari[374] e di forniture per l’esercito, recante in dono al generale una corona di ben quattro mila pezzi d’oro, essa viaggiava col lusinghiero incarico di pregarlo ad accorrere rapidamente alla repressione di una rivolta, scoppiata, pochi giorni prima, in Egitto (63).

Era un voler pigliare due colombi ad un favo. Da un lato si veniva così a placare l’ira del vincitore di Mitridate, dall’altro, nel caso di una cavalleresca accettazione dell’invito, Aulete si sarebbe aperta intera la via al riconoscimento del suo dominio in Egitto. Come tutte le audacie, l’ambasceria del Lagida lasciava anch’essa adito al pericolo di un violento spodestamento da parte di colui che s’invocava come protettore, ma non era certo quella l’occasione di guardar tanto per il sottile, e, costretta a scegliere tra soluzioni impossibili, la corte di Alessandria ebbe il merito di appigliarsi alla meno pericolosa. Pur troppo, la fortuna non arrise pienamente. L’ira del generale fu placata, ma nessuna voglia di viaggiare in Egitto potè suscitarsi nel di lui animo riboccante di vanagloria[375]. Dovette trattenerlo sia una naturale diffidenza verso il cortese invito del Tolomeo, sia la preoccupazione delle responsabilità, di cui si sarebbe caricato di fronte alle varie opinioni dei suoi cittadini[376]. Per ora intanto l’Egitto era salvo e la benevolenza del più cospicuo personaggio politico romano accaparrata per l’avvenire.

VIII.

I primi atti del primo consolato di Cesare (59). Tolomeo XIIIº riconosciuto dal governo romano (59). Tolomeo XIIIº alleato (59).

Dopo tante esitazioni e tergiversazioni, si avvicinava oramai il giorno, in cui Aulete avrebbe ottenuto il pieno riconoscimento dell’autonomia del proprio regno. Al 59, Cesare, dopo tanti palpiti e drammatici scoraggiamenti, perveniva al consolato, e la sua elezione inaugurava un’era nuova nella storia di Roma republicana. La prima legge[377], che egli presentò, fu — lievemente modificata — la trascorsa legge agraria di Servilio Rullo. Ma, adesso che egli aveva nelle mani il potere, era fermamente deciso a far passare, contro la cocciutaggine degli oligarchi, la volontà propria, e a soddisfare i bisogni, da secoli inappagati, di tanta parte delle popolazioni di Roma e d’Italia. Sullo sfondo del duello titanico si disegnavano i soliti oppositori e le solite opposizioni, e, a corto di argomenti più persuasivi, l’aristocrazia scatenava contro Cesare l’invalicabile veto del di lui collega Bibulo, il pretesto di contrari augurî metereologici, e, la sorda opposizione del proprio organo politico, il senato. Ma, quando fu chiaro che nulla avrebbe fatto presa sull’animo del console, essa, dopo aver consentito che Bibulo con altri pochi fosse accorso ad oppugnare con la violenza la legge, lasciò che il medesimo venisse sbalzato dalla tribuna, dalla quale perorava, che gli si spezzassero i fasci, segno supremo del potere, e che i magistrati, i quali l’avevano seguito, riportassero anch’essi delle ferite. A tanta viltà, che misurava la catastrofe inevitabile alla classe, da secoli detentrice del potere, Bibulo, dopo aver invano tentato che la legge, già approvata dai comizi, subisse la rescissione della seguente seduta senatoria, rinunziato al maneggio dei pubblici affari, si chiuse per tutto l’anno in casa propria, mentre, alla sua diserzione, il senato e i più minacciosi fra gli oppositori, tra cui M. Porcio Catone[378], s’inchinavano a giurare l’osservanza della legge.

Una così tremenda lezione aveva infranto i nervi di un’aristocrazia ormai fiacca e corrotta. Cesare aveva dichiarato che mai più, durante la sua gestione, si sarebbe chinato a chiedere il parere dei senatori[379], e questa dovè essere la via tenuta nella ratifica del riconoscimento di Tolomeo Aulete e dell’alleanza col medesimo. Bibulo, ritiratosi sdegnosamente della vita pubblica, non ebbe questa volta nè agio, nè voglia di consultare gli auspicî[380], e la legge, approvata ai comizi, ricevè del pari la sanzione del senato[381] (59). Così il popolo romano, dopo venti anni d’indugi, terminava per riconoscere l’effettiva autonomia del regno d’Egitto.

Il merito primo di codesto atto, nel quale si nota un’opportuna attenuazione dei propositi altra volta affermati dai democratici, risale anzi tutto all’uomo, che allora sedeva alla suprema carica del governo, e che, col contegno energico, tenuto durante l’approvazione delle sue anteriori proposte di legge, avea ritolto al senato ogni voglia di resistenza. In seconda linea, esso spetta a quel Pompeo, il quale ora in Roma, di ritorno dall’Oriente, avea, col fascino della sua alleanza, sospinto alla riscossa la democrazia medesima, e la cui gratitudine era stata pochi anni prima accaparrata con tanto lusso dal Tolomeo. A dar retta anzi a Svetonio, Cesare e Pompeo, con una richiesta ormai quasi inevitabile nelle nuove consuetudini politiche romane[382], si fecero pagar caro il frutto della loro benignità, sì che ben seimila talenti andarono divisi fra il console ed il suo protettore[383].

Ma nell’arrendevolezza del senato, noi, anche senza guardare troppo pel sottile, siamo altresì costretti a riconoscere un atto di fine astuzia politica. Poichè il console era adesso G. Cesare, il quale fra breve sarebbe stato per legge assunto agli onori del proconsolato, e, poscia, al governo di qualche provincia, era bene cogliere qualsiasi occasione per allontanare la già da tempo temuta possibilità di una luogotenenza egizia, e, in vista di tanto pericolo, il senato non indietreggiò da una resa, sia pure poco onorevole, di tutte le sue mire sul continente egiziano.

La ratifica, come era naturale, fu suggellata dal rinnovamento dell’alleanza egizio romana[384], a tal uopo venne spedita in Egitto un’ambasceria, che ne ristabilisse gli obblighi ed i diritti. Quali ne fossero i componenti e quali i resultati noi ignoriamo completamente. Significativo episodio, anteriore alla medesima, ci è però pervenuta una notizia, la quale ci fa intravedere la esistita possibilità dell’inclusione di M. Tullio Cicerone fra i membri della medesima[385]. Le di lui speranze — chè tali infatti ci appariscono — vennero però, e senza dubbio, frustrate. Ma, ancora una volta, egli ebbe a dichiarare che, se non fosse stata la presenza degli _optimates_, e, peggio ancora, di Catone, i quali avrebbero potuto sospettarlo corrotto, non avrebbe esitato ad obliare le sue trascorse opinioni egizie, ed a recarsi alla corte alessandrina, nunzio sorridente della buona novella di Cesare e di Pompeo[386].