Chapter 8 of 20 · 3367 words · ~17 min read

CAPITOLO VIII.

ROMA E L’EGITTO DAL 59 AL 57. LA SPEDIZIONE CONTRO CIPRO.

I.

Il 58 a. C. e i partiti politici in Roma. Opera legislativa di P. Clodio. P. Clodio e M. Porcio Catone.

Al 59, l’anno memorando del primo consolato di G. Cesare, segue il 58, l’anno febbrile del tribunato di Clodio, l’anno dell’esilio di Cicerone, che questi soleva compiacersi di definire per eccellenza fatale a sè ed alla republica, forse perchè egli non era mai riescito a liberarsi dall’immodestia di confondere la propria vanità colla grandezza della sua patria. La coalizione della democrazia con l’esercito, rappresentato da Pompeo, pur contenendo in se medesima i germi della propria dissoluzione, aveva, pel momento, riportato piena ed intera vittoria sulla restaurazione sillana, che ormai faceva acqua da tutte le parti. Ed a Cesare il dipartirsi alla volta dell’agognata provincia delle Gallie non avea dovuto in nessun modo riescire doloroso, poichè i nuovi consoli, C. Pisone Cesonino ed A. Gabinio, l’uno, suo suocero, l’altro, ufficiale di Pompeo, non ne avrebbero che continuato l’opera, e, meglio di loro, si sarebbe condotto il nuovo tribuno P. Clodio.

E l’anno fu realmente fatale alla potenza del senato e dell’aristocrazia. Cicerone espiava coll’esilio, che gli veniva fulminato in perpetuo, la strage dei Catilinari del 62 e del 61. La censura, onnipotente e inappellabile nell’escludere dal dritto di voto, dalle pubbliche cariche e dall’assemblea senatoria chi più fosse talentato all’ordine sociale, da cui essa di regola emanava[387], veniva destituita del principale dei suoi mezzi di offesa, la segretezza, e sottoposta al controllo della pubblicità e della collegialità[388]. Per opera di Clodio venivano ricostituite le già disciolte associazioni proletarie[389], votata una radicale legge frumentaria, per cui, d’ora innanzi, era concesso grano ai cittadini non abbienti[390], e due altre, non meno notevoli, di cui la prima vietava che, per contrari auguri, (antico pretesto dei sacerdoti, casta quasi inacessibile al popolo minuto)[391], potessero ostacolarsi assemblee popolari, mentre la seconda abrogava la legge Fufia, che per anni ed anni aveva escluso dal Foro e dal Campo marzio gli abitatori della lontana campagna, i quali più non avevano potuto valersi della fortunata coincidenza dei giorni festivi coi comiziali.

La legislazione adunque di Clodio, questo Rabagas in quarantottesimo, come Cicerone e chi su lui à modellato la propria narrazione, si sono compiaciuti di rappresentarcela, era opera certamente democratica, tutta intesa a dismagliare le fitte reti giuridiche e politiche, con cui gli _optimates_ avevano consolidato e corazzato i propri interessi, ma non era certo agire da uomo tristo e perverso. Abile, favorito dai magistrati allora al governo, audace e sprezzante della propria vita, con una noncuranza, che la sua fine suggellò dell’aureola del martirio, contro di lui si ergevano minacciosi gli avversari più cospicui e più potenti. Primeggiava fra essi, avvolto nella sua consueta alterezza, sprezzante in cuor suo gli eterni gracchiatori, i pseudo-democratici col nome di patria e di popolo sulle labbra, i Ciceroni dell’aristocrazia[392], e avversante con tutta la forza delle sue tradizioni aristocratiche la marea che saliva minacciosa, l’ultimo romano del bel tempo antico, M. Porcio Catone. Era fra tutti il più fragile perchè il meno opportunista, ed il più incommodo perchè il più immacolato ed inflessibile. Nè Clodio poteva non accorgersene, anzi veniva da ciò moralmente costretto a tentare ogni via per allontanarlo dal teatro della propria azione, e, nei limiti del possibile, legarlo ai propri interessi, insignendolo di qualche onorificenza o creandolo esecutore e coadiutore di qualcuno degli atti del suo tribunato[393]. E gli espedienti, che riescirono di felice effetto, non tardarono a rintracciarsi.

Il primo di essi rientra nell’ordine della nostra narrazione.

II.[394]

La spedizione cipria (58). L’incarico a Catone.

Contemporaneo a Tolomeo Aulete, regnava, l’abbiamo notato, in Cipro, antico possesso egiziano, un altro membro della casa dei Lagidi, e precisamente un fratello di Tolomeo Aulete[395]. Nessuna relazione egli aveva mai vantato col popolo romano, rimanendo così escluso da quei rapporti cordiali di amicizia e di alleanza, da recente istituiti col Tolomeo d’Egitto. Sprovvisto quindi della garanzia, che, contro le pretese romane, concedeva, almeno teoricamente, la condizione di _socius_[396], egli, giusta lo spirito del dritto pubblico del tempo, era da considerare come un vero e proprio _hostis_[397]. Da questo rispetto, nessuna accusa di illegalità poteva essere rivolta contro la legge, che, intorno al destino del di lui principato, si accingeva a proporre P. Clodio, e chi, come Cicerone[398], ne l’avesse dichiarato colpevole non avrebbe fatto se non dell’innocuo, sebbene opportunistico sentimentalismo, che accusatore ed ascoltatori non avrebbero potuto pigliare sul serio. Ciò non ostante, tutto dava a credere che questo principe non socius avrebbe, contro qualsiasi pretesa, trovato sicura salvaguardia nella sua stessa impotenza e nella neutralità da lungo tempo, serbata[399]. Ma alla scelta del re di Cipro, come vittima espiatoria dell’allontanamento di Catone, concorrevano due motivi, che non sono da rigettare senza discussione, quando ci vengono offerti dalle fonti come determinanti del piano di Clodio.

Circa dieci anni prima del 58, questi — lo vedemmo — [400] era stato catturato dai pirati, ed a lui, o a chi per lui chiedeva al re di Cipro il prezzo del riscatto, necessario alla propria liberazione, erano stati, con imprudente zelo, lesinati i talenti del ricolmo erario ciprioto, venendosi così a dimostrare una tal quale noncuranza verso la dignità, sovra ogni altro sacra ad un romano, quella che a lui conferiva il nome della propria cittadinanza, e ad offrire, al tempo stesso, sospetto di un’intesa coi corsari del Mediterraneo.

Ma a siffatto motivo, che in parte costituiva soltanto una questione personale, se ne aggiungeva un altro molto più grave, e che non avrebbe fatto indugiare un istante nell’indecisione i componenti dei comizi centuriati.

Cipro era una delle province più ricche dell’impero dei Lagidi. I tesori dei suoi re e le dovizie minerali e vegetali del suolo non conoscevano paragoni. Era dessa la patria feconda del rame, che le aveva elargito il nome, dell’argento, dei diamanti, degli smeraldi, dei coralli, dei giacinti, degli anemoni, dei cipressi, delle palme, dell’ulivo, della vite[401]. E tanti tesori eran lì, depositati su uno scoglio del Mediterraneo, lago per eccellenza romano, come una preda, verso cui bastava tendere la mano per impossessarsene. L’erario della capitale d’Italia era esausto, il roseo orizzonte dell’annessione dell’Egitto sfumato. A che indugiare, simulando uno scrupolo, che non si aveva mai avuto?[402]. In tale ordine di considerazioni Clodio dovè avere dalla sua non soltanto le classi minute, ma molti dell’aristocrazia, che col loro assenso avrebbero fatto scordare la tenace opposizione all’assoggettamento dell’Egitto. Il _senatus-consultum_ non trovò quindi ostacoli, ed esso fu a grande maggioranza tradotto in legge dai comizi centuriati[403].

Il disposto del popolo recava che Catone, in qualità di proquestore, con poteri pretorii, accompagnato da un questore[404], si recasse a Cipro a destituire della dignità e del regio potere il Tolomeo ivi regnante, a confiscarne i beni e a rivenderli all’asta pubblica in pro dell’erario[405]. Quanto all’isola così conquistata, la sua amministrazione doveva temporaneamente passare nelle mani dell’incaricato da Roma[406], in attesa di ulteriori decisioni del senato[407]. Marco Catone, per quanto in cuor suo di mal’animo, chinò rispettoso il capo al supremo decreto del suo popolo e si apparecchiò a recarsi alla volta di Cipro, ove, forse, d’altro lato, imponendo silenzio alle sue ragionevoli proteste, lo sospingeva l’ambizione di provare con quanta scrupolosa onestà egli avrebbe disimpegnato il delicato ufficio.

III.

Il viaggio. Il suicidio del Tolomeo di Cipro.

Oltre all’equipaggio dei marinai, al questore assegnatogli ed alla ormai rituale _cohors amicorum_, non l’accompagnavano colà nè fanti, nè cavalieri. Tra le persone, a lui più strette per vincoli di amicizia e di parentela, si notavano, un suo nipote, un familiare, Munazio Rufo, il quale scriverà una dettagliata relazione dell’opera di lui[408], mentre un altro suo amico, Canidio, era da Catone già stato spedito in precedenza perchè annunziasse al re il volere del suo popolo e lo consigliasse a cedere senza resistenza. Così soltanto avrebbe forse salvato la propria vita e potuto attendere la nomina a sacerdote di quella Venere Pafia[409], che, pur troppo, s’era dimostrata così vana protettrice dell’isola malaugurata. Ad attendere l’esito di quest’amichevole ambasceria, Catone col suo equipaggio aveva gettato l’ancora a Rodi.

Quando il Tolomeo Ciprio potè avere notizia della procella, che gli si addensava sul capo, fu quasi per ismarrirne la ragione. Compreso di supremo disdegno e disperato per la propria irrimediabile situazione, ordinò che tutte le sue ricchezze venissero accatastate sulle navi, ove, montato di lì a poco egli stesso, salpava dall’isola, deciso a seppellirsi con tutta la flotta nei gorghi delle acque circostanti. Ma, quando fu giunto in alto mare, l’assalse vergogna dell’atto irragionevole, a cui egli s’era risoluto, pietà forse dei suoi compagni e dei tanti tesori, che era stato lì lì per scagliare nell’abisso, e, ordinato alle navi di rivolgere la prua verso il regno, ormai non più suo[410], fece presto a suicidarsi con quello stesso espediente, il veleno, che già tempo prima era rimasto unica via di scampo alla figlia di Mitridate, da lui scelta a fidanzata, e che Roma gli aveva ritolto, così come adesso gli ritoglieva e il regno e la vita[411].

IV.

Catone a Cipro (58). Il tesoro regio all’asta pubblica.

Se però così grande era stato lo strazio del principe, pari ad esso non fu la disperazione, tanto meno la resistenza dei sudditi. Quando Catone, informato della catastrofe, mosse da Rodi verso Cipro per prenderne possesso, l’accoglienza, che gli abitanti dell’isola fecero al proquestore romano fu tutt’altro che ostile, e ciò, anche nella vana speranza di essere creati _socii_ e non sudditi del popolo romano. Catone però non recava istruzione alcuna sul proposito, e, quindi, anzichè occuparsi del definitivo riordinamento politico di Cipro, si affrettò, giusta le norme ricevute, a darvi solo un provvisorio assetto amministrativo, e, più che a questo, a ritirare dai possessi e dall’erario regio gli schiavi ed i tesori abbandonati dal defunto monarca[412]. Le ricchezze, di cui egli in tal guisa si faceva riscotitore, furono enormi[413], e, così scrupoloso fu il trattamento, cui Catone, sin d’ora, si mostrò intenzionato, da potere più tardi ripetere avere egli, sprovvisto d’armi e d’armati, recato alla sua patria tanto danaro, quanto mai Pompeo da tutto l’Oriente sconvolto, in seguito ad infinite guerre e trionfi[414].

Ma un’altra incombenza, insieme con quella di Cipro, egli aveva, su proposta di Clodio, ricevuta dal popolo romano, e da ciò, dopo i primi atti, fu costretto a interrompere le sue occupazioni nell’isola per recarsi dall’Egitto alle rive del Bosforo, e precisamente a Bisanzio[415].

In questa sua breve assenza, egli raccomandò al nipote la luogotenenza dell’isola, non fidando troppo nella scrupolosità di Canidio. Indi, sbrigata la seconda missione, tornato a Cipro, si accinse a commutare in denaro sonante tutta la numerosa e preziosa suppellettile del Tolomeo, ponendola all’asta pubblica, come prescriveva la legge, che dell’incarico lo aveva rivestito.

Tale operazione era delle più delicate, poichè, era facile prevederlo, numerosi si sarebbero esibiti a tentarvi bottino i sollecitatori ed i mezzani. Catone non si fidò nè di servi, nè di banditori, nè di mercanti, nè di amici[416], e presenziò lui stesso le operazioni della vendita, interessandosi minutamente di tutti i loro particolari, delle loro fasi, dell’offerta, del pagamento e persino della richiesta, che curò rimanesse costantemente elevata[417].

A vendita compiuta, egli potè calcolare di aver raccolto ben settemila talenti d’argento, la qual somma, al pari di tutti i precedenti suoi atti, riportò integrale nei due libri di rendiconto della propria amministrazione, ch’egli avea nel frattempo diligentemente compilati. Indi, con l’avarizia più gelosa, non già del danaro, ma dell’opinione, che ai suoi concittadini si apparecchiava ad imporre circa la propria illibatezza, temendo il lungo tragitto, ripose il danaro in un numero sterminato di vasi della capacità di due talenti e cinquecento dramme, rilegandone ciascuno con una fune dal cui capo pendeva un grosso sughero, indizio sicuro, in caso di naufragio, del luogo del giacimento.

V.

Il ritorno (56).

Ma l’ironia della sorte non poteva peggio rispondere a tanta scrupolosità, giacchè l’uno dei due libri seguì nel suo fatale destino il liberto che lo portava, essendosi la nave rovesciata presso le isole Ceneree[418]; l’altro, a Corcira, dove Catone coll’equipaggio si era ancorato, perì tra le fiamme, che alla tenda del duce si erano propagate dal posto, dove i nocchieri, per il freddo intenso, avevano acceso grandi fuochi. Così a Catone, afflitto da tanta irreparabile sciagura, non rimanevano garanti dell’opera sua, se ne eccettui i ministri dell’estinto re, che egli aveva avuto la venturosa accortezza di condurre seco, e nella cui testimonianza avea ragioni sufficienti di fidare[419].

A Roma intanto, all’annunzio del ritorno, gran folla di popolo era accorsa alle rive del Tevere, insieme coi sacerdoti, i senatori ed i magistrati. Se non che il questore ciprio, disprezzando alteramente l’ovazione apparecchiatagli, così come avea disprezzato le ricchezze, non smontò dalla capitana, al qual’uopo egli avea scelto la nave regia del Tolomeo, bella di sei ordini di remi, se non quando fu pervenuto colà, dove avrebbe deposto il danaro[420]. Alla constatazione di tante ricchezze e di altrettanta scrupolosità, il senato si affrettò a rivestire, in via eccezionale, Catone dell’onorifico titolo di pretore e della facoltà di assistere in pretesta purpurea ai ludi pubblici. Ma l’uno e l’altro privilegio[421] furono rifiutati, e, in luogo dei medesimi, Catone chiese, come unico compenso, la manomissione del tesoriere dell’estinto Tolomeo, che egli avea condotto seco e della cui fedele diligenza dichiarava di rendersi testimone[422], (56)[423].

VI.

L’ordinamento politico di Cipro (56).

Quale ci apparisce intanto l’ordinamento politico, che a Cipro fu dato dal governo romano?

Catone, lo avvertimmo, non aveva sul proposito recato disposizione alcuna, e forse una misura di tal genere non era per allora rientrata fra le cure del popolo e del senato romano. Se non che, nell’anno medesimo, in cui quegli avea fatto ritorno da Cipro, il governo della Cilicia era sorteggiato dal console P. Cornelio Lentulo Sfintere[424], cui, come tale, veniva, per legge, quell’anno stesso, affidata la luogotenenza di Cipro[425].

L’infelice isola, più infelice ancora della Cirenaica, perdeva così, d’un tratto, la propria indipendenza, e le speranze dei suoi cittadini di assurgere almeno agli onori di una relativa autonomia venivano duramente frustrate. Ed era ragionevole che così fosse. La Roma del 56 poteva qualcosa di più della Roma del 94, come l’Egitto d’adesso qualcosa di meno dell’Egitto, che avea visto regnare Filometore. Il suo monarca, profugo e spodestato, era diggià venuto a cercare asilo nelle braccia del popolo romano. Nulla quindi a temere da codesto lato, del pari che dalla pericolosa, ingorda ambizione di un governatore. Cipro era una quantità trascurabile come territorio, nonchè, (dopo la recente espilazione), come fonte d’immediata ricchezza. Continuava per contro a valere indiscutibilmente quale chiave del Mediterraneo. Il tempo avea maturato ciò che Evergete avea fatto sperare durante i lunghi anni della sua guerra civile, e senato e popolo non avevano ragione di esitare, nè esitarono a raccogliere il frutto agognato dei loro desiderî e del trascorso affacendarsi di altre età.

VII.

Clodio e Cicerone dopo la spedizione (56).

Così, dopo le province greche, dopo le asiatiche e le altre della Cirenaica e della Libia, dopo la sentenza di morte della propria dignità e della propria autonomia, sempre in grazia dell’alleata d’oltre mare, andava per l’Egitto perduta la nuova provincia cipriota. Ma l’entusiasmo, di cui tale fatto era stato cagione nella capitale d’Italia, non aveva però sanato il profondo dissidio fra il partito e le tendenze politiche di Catone e quelle del tribuno, che della spedizione cipria a lui aveva proposto l’incarico, ed anche questa volta, come più gravemente in seguito, una questione egizia si apparecchiava ad assurgere agli onori di pomo della discordia fra i partiti e gli uomini politici romani. Aspettando però che tali eventi maturassero, essa incendiava il campo stesso dei conservatori, suscitando Catone contro Cicerone, ed attuando in tutti i suoi particolari il piano, concepito da Clodio nello spedire a Cipro il più implacabile fra i propri avversari.

Il facondo oratore, dal giorno in cui il popolo romano l’aveva costretto a metter piede fuori di Roma, da altro pensiero non era stato animato, se ne togli quello di far toccare con mano, anche a coloro che non lo desideravano, tutta l’enormità del delitto, che contro la maestà della sua persona era stato perpetrato, e quindi atterrare, demolire, disperdere l’opera e l’uomo, che ne erano stati autori. Perciò, di ritorno dall’esilio, egli, nell’assenza di Clodio, un bel dì, scortato da un codazzo di popolo, si era data la briga di strappare dal Campidoglio le tavole, recanti il testo delle leggi proposte dal suo avversario. L’atto impensato di un così incauto conservatore provocò una seduta senatoria, nella quale, contro le giustificazioni di Cicerone, partenti dal presupposto che Clodio non avesse diritto al tribunato per irregolarità della sua _transitio ad plebem_[426], credette opportuno di replicare Catone medesimo, facendo osservare come anzitutto tanta pretesa illegalità era una legale consuetudine, di cui, per via di adozione, avevano fruito mille altri cittadini romani, e che, pur data, ma non concessa, non poteva ora offendersi impunemente l’autorità e la scrupolosità di quei magistrati, (tra i quali lui stesso, stante le sue incombenze a Cipro e a Bisanzio, non poteva non essere annoverato), da Clodio rivestiti di qualche missione.

Quantunque la seconda parte della replica offrisse troppo il fianco alla critica, stantechè con un annullamento, motivato così, come Cicerone lo avrebbe proposto, non si veniva punto a ledere l’onorabilità dell’esecutore, ma del proponente, pure l’opposizione di Catone bastò ad impedire l’annullamento delle leggi, il che mise in evidenza le inconciliabilità morali, e, in fondo, politiche, tra il fiero conservatore e l’incosciente opportunista (56)[427].

VIII.

Clodio e Catone, (53).

Di lì a poco scoppiava una più violenta rottura fra Clodio, sostenuto dai maggiorenti del partito democratico, e Catone medesimo.

L’anno 55 era stato quello del consolato di Pompeo e di Crasso, a conseguire il quale i due pretendenti avevano a Lucca, insieme con Cesare, stabilito di non trascurare mezzo alcuno. E gli argomenti elettorali, cui essi dettero mano, coronarono così brillantemente i loro sforzi che anche Catone rimase escluso dalla pretura, cui già pare i comizi l’avessero eletto, e, solo scaduto il 55 e ripartite le province, così come i triumviri avevano fissato[428], Catone potè finalmente assurgere agli onori della carica, che già da un anno a lui legalmente spettava[429] (54). Come era previdibile, la sua gestione non potè non sollevare il contrasto della democrazia, per cui, spiratone il termine[430], Clodio, sentinella avanzata dei triumviri, dette anche questa volta il segnale dell’attacco.

Già prima di quel giorno, erano fra i due uomini — per motivi in apparenza trascurabili — nati degli screzi a proposito della missione cipria.

Subito dopo il ritorno di Catone, Clodio aveva richiesto che gli schiavi deportati assumessero, in memoria della sua legge, il soprannome di _Clodii_. Catone vi si era opposto recisamente, ed aveva per coerenza contraddetto al desiderio di altri, che, dal di lui nome, proponevano l’appellativo di _Porcii_. La contesa fu pel momento risoluta col denominarli semplicemente _Cipri_. Ora invece si riaccendeva sul terreno stesso dell’amministrazione catoniana, e Clodio chiedeva i non più esistenti libri, entro i quali l’altro avrebbe dovuto consegnare il rendiconto della medesima, insinuando che la loro perdita era stata dolosa, che buona parte dell’erario del Tolomeo era stato dall’ex-questore distolto ad usi tutt’altro che vantaggiosi al popolo romano, e facendo, tra le righe, balenare il pericolo di un processo _de repetundis_[431].

Pompeo e Cesare spalleggiavano l’accusatore, e quest’ultimo rincarava la dose con una lettera, alla quale fu data pubblicità, fra le cui insinuazioni se ne notava una circa l’offerta e il rifiuto della pretura da parte di Catone al 56, quasi avesse questi voluto dimostrare tanto onore essergli venuto meno solo per sua deliberata volontà[432]. Ma l’abile lavorio dell’opinione pubblica, per cui, dietro il fatto particolare, si mirava a demolire l’uomo, e, dietro l’uomo, il partito, nient’altro poteva generare che un momentaneo intorbidamento dell’animo degli spassionati. Catone aveva ragione da vendere e testimonianze più che attendibili da contrapporre, e bastò, in pubblica adunanza, il confronto dei tesori, da lui con mezzi pacifici portati da Cipro, con quelli, recati da Pompeo, da l’Oriente, in seguito a guerre dispendiose, non che il suo rifiuto della provincia, spettantegli dopo la pretura, con l’affacendamento dei triumviri intorno alle proprie, perchè tutto il pallone dell’accusa si risolvesse in una bolla di sapone ed il suo merito ne riescisse più che immacolato[433] (53).