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CAPITOLO X.

ALLA VIGILIA DELLA SPEDIZIONE DI GIULIO CESARE. EPILOGO (53-50).

I.

L’ultimo strascico della questione alessandrina.

Il nostro racconto ormai volge alla fine. L’ultima eco della venuta di Tolomeo Aulete a Roma, fu l’uccisione dei due figli di M. Calpurnio Bibulo — il senatore che noi già abbiamo notato avverso a Pompeo, e, quindi, alla spedizione di Gabinio — avvenuta in Egitto durante il proconsolato del padre in Siria (50), per opera di quei soldati medesimi, che Gabinio aveva lasciato a guardia di Aulete contro le possibili rivolte degli Alessandrini[547]. Più tardi Cleopatra, la futura regina, la favorita di Cesare, probabilmente indettata dall’astuzia politica del suo amante, spedirà al vedovo padre i colpevoli perchè questi potesse prenderne la dovuta vendetta. Ma, egregio esempio di scrupolosa legalità, la storia avrà a registrare la moderazione del senatore romano, per cui questi rimandò i prigionieri in Egitto, dicendo che non a lui, sibbene al tribunale competente, il senato, spettava il giudizio sul loro misfatto.

Noi non conosciamo se la questione abbia avuto seguito, ma, anche se così fosse avvenuto, essa rientra in una fase cronologica, che esorbita dai limiti della nostra trattazione.

II.

Morte di Aulete (50). L’Egitto e i partiti politici romani dopo la spedizione di Gabinio. Epilogo.

Nuovi destini erano, con la reggenza di Cleopatra, già toccati all’Egitto, e il duello ad armi invisibili, che, da due secoli e mezzo, esso combatteva con Roma aveva avuto la sua catastrofe colla sommissione piena ed intera della monarchia dei Lagidi. Colla spedizione infatti di Gabinio, con il presidio da questo largito al paese, Roma, senza saperlo, aveva affondata la sua zampa di leone nel cuore dell’impero dei Tolomei. E l’ultimo principe semi-indipendente della regione con un’incoscienza, che più non meritava attenuanti, avea dato di mano a rincrudire le ferite, che non avea saputo evitare alla sua patria. Aulete morente avea scongiurato il popolo romano a voler rendersi (facile sacrifizio!) esecutore del suo testamento, copia del quale egli avea curato di spedire a Roma, così come il senato di depositare nelle mani di Pompeo[548].

Quella valle remota, dove un principe doveva a Roma, anzi a un romano, Pompeo, e trono e vita, donde potevasi reclutare ancora una riserva di soldati della republica[549], sarebbe fra breve, come tutto l’oriente e l’occidente, divenuta palestra della prossima guerra civile fra Cesare e Pompeo, ch’era anche la definitiva fra la nobiltà romana e le classi inferiori della popolazione.

Allorchè quest’ultimo, dopo averne esaurito le risorse, navigò, come ad estremo approdo, verso l’Egitto, a rifugiarsi sotto le ali della potenza Lagida, il fato della monarchia Tolomaica fu segnato per sempre. Invano si tentò bruciare l’ultima cartuccia, allorchè l’ultimo dei Lagidi, continuando la politica della sua corte, immolò sugli altari della gloria del vincitore il capo del fuggiasco generale. L’ex-proconsole delle Gallie, l’autore della legge agraria di Servilio Rullo, il corifeo di quel partito democratico, che da venti anni sosteneva l’annessione piena ed intera dell’Egitto, non aveva più assemblee senatorie con cui fare i conti, nè motivi per continuare nell’opportunismo e nella transigenza; e, dalla rada di Alessandria, dalle lagrime sparse sul mozzo capo del nemico, spiegata la pompa eloquente delle insegne consolari, passò ad installarsi nella magione dei Tolomei. Nove mesi ancora e tutto l’Egitto sarebbe caduto nelle sue mani[550].

Giammai, quasi senza colpo ferire, aveva Roma ultimato impresa più ricca di utili materiali. L’immenso patrimonio egizio di vantaggi naturali, industriali, commerciali e pecuniari, come fiumana di cui si fosse spostata l’incanalazione, veniva a riversarsi dall’Africa in Italia. La chiave fatata dei suoi tesori era stata ritolta all’Oriente, e, come da Cartagine, dalla Grecia, dalla Sicilia, rivoli infiniti d’oro e di gemme sarebbero affluiti a smorzare l’inedia dei pezzenti e a colmare i debiti e lo spreco degli epuloni della capitale d’Italia. La politica di vampirismo cosmopolita, verso cui l’oligarchia romana aveva, fin dalla terza delle guerre puniche, indirizzato decisamente i suoi sudditi, e delle cui conseguenze era stata costretta ad atterrirsi, aveva, per le necessità medesime del conseguito svolgimento della società romana, rintracciato il più fedele dei suoi continuatori nel più tremendo ed implacabile dei democratici. Con Giulio Cesare, salvo transitorie mutazioni, il circolo della sua storia era chiuso: ai suoi due capi rilucevano foscamente l’incendio di Cartagine del 146 e quello di Alessandria del 49.

SOMMARIO

PREFAZIONE pag. III